Tutti i disastri di Mazzoncini in Fs. E l’Ad cacciato si lamenta pure. Dall’incidente di Pioltello ai binari ghiacciati a Termini. Fino al fallimento della quotazione delle Frecce

La notizia giornale.it 27.6.18 Stefano Sansonetti

Lui prova a proteggersi dicendo che è vittima di “spoils system”. Il ministero dei Trasporti, guidato dal grillino Danilo Toninelli, invoca la “clausola etica”, dando a intendere che il Cda avrebbe dovuto in qualche modo scaricare l’amministratore delegato, rinviato a giudizio per un presunto caso di truffa. Di sicuro Renato Mazzoncini, numero uno di Ferrovie dello Stato, confermato a fine 2017 da Paolo Gentiloni, è sempre più fuori dal colosso pubblico. Ma con l’arrivo di un Governo pentaleghista non ci si poteva che aspettare la defenestrazione del manager. E i motivi sono numerosi.

Partiamo dalle origini. Chi è Mazzoncini? Nel 2012, da Ad di Busitalia, la società del trasporto su gomma di Fs, rilevò dal comune di Firenze una partecipazione rilevante in Ataf, l’azienda fiorentina dei trasporti. Il tutto per 18 milioni di euro, che all’epoca fecero molto comodo alle casse del municipio in quel momento guidato da Matteo Renzi. Lo stesso Renzi che nel 2015, da premier, recuperò Mazzoncini proiettandolo al massimo vertice di Fs. Un legame, quello del manager con il Giglio magico, confermato in tempi successivi da altre operazioni. Nel dicembre del 2017, per dire, Fs si è inventata una bella promozione: una specie di biglietto unico treno-bus, attraverso le controllate Trenitalia e Busitalia, per portate i viaggiatori che arrivavano a Firenze a fare compere di fine anno al The Mall di Reggello, in provincia di Firenze. Parliamo di quel centro commerciale di lusso che, prima di essere rilevato dal gruppo francese Kering, era stato crocevia degli interessi di diversi imprenditori in odore di Giglio Magico. Insomma, Mazzoncini è un manager che definire renziano sarebbe poco. Il che non costituirebbe nemmeno un problema se la società garantisse buone performance. Su questo, ieri, Mazzoncini ha fatto leva per difendere i risultati di bilancio. In effetti, rispetto alle precedenti gestioni, i risultati sono migliori. Nel 2014, ultimo anno della gestione di Michele Mario Elia e Mauro Moretti, il fatturato di Fs era di 8,4 miliardi con un utile di 303 milioni. Nel 2016, primo vero anno di gestione Mazzoncini, il fatturato è salito a 8,9 miliardi, con un utile di 772. L’anno scorso, 2017, il fatturato è ulteriormente aumentato, a 9,3 miliardi, con un utile che però si è sensibilmente contratto a 552 milioni.

Ma non di sole cifre vive la valutazione dell’era Mazzoncini. Non si può dimenticare, nel 2017, il fallimento del tentativo di quotare in Borsa le Frecce, su cui il management aveva puntato molto. Così come non si può scordare la tragedia di Pioltello del 25 gennaio 2018, quando un convoglio di Trenord è deragliato provocando tre morti e 50 feriti. Il tutto accendendo un faro anche su Rfi, la controllata che gestisce la rete. La stessa Rfi i cui investimenti in manutenzione dell’infrastruttura (ben 2,6 miliardi nel 2016) non sono stati sufficienti a evitare che nel marzo del 2018 si ghiacciassero i deviatori delle rotaie nei pressi della stazione Termini di Roma, costringendo diversi treni a rimanere bloccati. Per non parlare di quello che è stato in questi anni il Cda delle Fs, pieno zeppo di renziani e amici degli amici: da Federico Lovadina, avvocato, socio di Francesco Bonifazi (Pd) in uno studio nel quale è coinvolto anche Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena, a Simonetta Giordani, già sottosegretaria ai Beni culturali nel Governo Letta e lobbista del gruppo Atlantia, fino a Daniela Carosio, una vita nelle relazioni esterne del gruppo, incidentalmente moglie del geronziano Luigi Vianello, oggi capo relazioni istituzionali di Salini Impregilo.