La spia che fa tremare Trump e il Cremlino

SHARON LAFRANIERE, MATTHEW ROSENBERG E ADAM GOLDMAN vanityfair.it 28.7.18

L’ex studentessa Maria Butina è accusata di essere una spia al soldo dei russi. Ecco chi è la donna che, tra l’amore per le armi e per il presidente Usa, potrebbe essere il link tra Mosca e la Casa Bianca

A sentire le sue amiche, Maria Butina era una persona che non aveva nulla da nascondere. Ventinove anni, neolaureata all’American University di Washington, era sincera sulle sue tre grandi passioni: le armi, il presidente Donald Trump e i buoni rapporti tra Stati Uniti e Russia. Ha postato su tutti i social fotografie dei suoi incontri con i vari politici statunitensi, incluso il governatore repubblicano Scott Walker del Wisconsin. Ha scherzato con un amico in una posizione molto alta nel governo russo, dicendo che gli avrebbe comprato il suo dentifricio americano preferito.

Ma era tutto uno stratagemma, riferiscono ora i procuratori federali, una copertura così che la donna potesse far avanzare gli obiettivi della Russia all’interno del Partito repubblicano. Per tre anni, hanno detto, ha preso parte a un’operazione di influence a basso costo e a basso rischio gestita dall’alto funzionario russo Alexander Torshin, con l’assistenza di un anonimo agente americano legato ai repubblicani. Si dice, inoltre, che sia stata aiutata dalla National Rifle Association (Nra), la potente lobby americana delle armi, che le avrebbe permesso di viaggiare più volte dalla sua madre patria, la Russia, agli Stati Uniti per seguire vari eventi fino a quando, nell’agosto 2016, non è riuscita a ottenere il visto destinato agli studenti.

Butina, incriminata il 17 luglio per cospirazione e per aver agito come spia, non si era mai registrata presso il Dipartimento di giustizia come agente straniero. Proprio la mancata registrazione è risultata fondamentale per le accuse del governo americano di avere violato la legge federale sul lobbismo e avere cospirato con Torshin, il vicegovernatore della banca centrale russa, con l’obiettivo di influenzare la politica degli Stati Uniti per conto del governo russo.

Nei messaggi privati che le aveva inviato via Twitter, Torshin ha sempre esortato la donna a giocare la sua partita su tempi lunghi, a mantenere il sangue freddo, a «non bruciarsi in fretta». «Solo in incognito!», gli aveva risposto concorde Butina un mese prima delle elezioni presidenziali del 2016. «In questo momento occorre che tutto resti tranquillo».

Robert N. Driscoll, l’avvocato di Maria, ha descritto le accuse mosse alla propria cliente come esagerate. In un’udienza, ha sostenuto che la donna avesse testimoniato volontariamente davanti al Congresso e che fosse rimasta nel Paese anche dopo che 15 agenti dell’Fbi avevano perquisito la sua abitazione ad aprile. Piuttosto che permetterle di cooperare, ha continuato, i pubblici ministeri si sono attaccati a una tesi intrinsecamente debole.

L’accusa, intanto, afferma che la cospirazione sia iniziata durante i primi mesi del 2015, dopo che Butina aveva ricevuto ben poca attenzione in Russia come semplice ragazza siberiana dai capelli rossi che si batteva per il diritto alle armi. A 21 anni si era trasferita a Mosca dalla regione montuosa dell’Altaj, nella Russia meridionale, sperando di avviare un business di arredamento. Dopo aver aperto un’agenzia pubblicitaria, aveva fatto parte di un movimento per la legalizzazione della proprietà privata delle armi, causa sostenuta anche dallo stesso Torshin, ai tempi vicepresidente del Parlamento russo. Nel 2011 proprio Torshin l’aveva assunta come sua assistente personale.

Torshin conosceva i funzionari dell’Nra: aveva incontrato David Keene, presidente dell’organizzazione dal 2011 al 2013, grazie a un avvocato americano che aveva fatto affari in Russia. Pare anche che, a un certo punto, si fosse avvicinato a John Bolton, oggi consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, che nel 2013 compariva nel video di una tavola rotonda sul possesso delle armi organizzata dalla stessa Butina.

Torshin aveva anche familiarità con Trump, tanto che lo scorso anno aveva riferito a Bloomberg di conoscerlo da cinque anni e di aver avuto con lui uno scambio amichevole, nel 2015, durante una convention dell’Nra organizzata a Nashville, in Tennessee. Sia Torshin che Butina figurano tra i membri a vita dell’organizzazione. Pur limitata nei suoi viaggi negli Stati Uniti dai visti a breve termine, la donna ha viaggiato moltissimo, spesso accompagnando Torshin a eventi sponsorizzati dall’Nra: insieme sono stati alla convention annuale a Indianapolis nel 2014 e a quella dell’anno successivo a Nashville. È lì che Butina aveva incontrato Walker, il governatore del Wisconsin che di lì a poco si sarebbe candidato alla presidenza degli Usa. Butina ha poi viaggiato nel Sud Dakota per tenere un discorso in un’università. Il Rapid City Journal, quotidiano del Sud Dakota, ha definito Butina un’oratrice coinvolgente, «che descriveva Putin come un dittatore e un tiranno».

Nel luglio 2015 aveva partecipato a un talk show del Freedom Fest di Las Vegas assieme a Trump, e gli aveva chiesto di descrivere la sua politica estera e le sue opinioni sulle «dannose» sanzioni economiche contro la Russia. «Conosco Putin e ti dirò una cosa: andiamo d’accordo con lui», le aveva risposto lui. «Non credo ci sia bisogno di sanzioni».

Il mese successivo era di nuovo in Russia per la visita di una delegazione del Congresso guidata dal repubblicano Dana Rohrabacher, famoso per le sue posizioni pro-Russia. Uno dei portavoce di Rohrabacher ha dichiarato che il deputato ricorda soltanto che Butina aveva organizzato un incontro a colazione con Torshin che «non aveva avuto conseguenze».

Nel frattempo, sostiene l’accusa, Maria stava coordinando i suoi movimenti con quelli di un agente politico americano che aveva incontrato a Mosca. Rimasto senza nome nell’atto di accusa, si crede possa essere Paul Erickson, un membro dell’Nra, mediatore repubblicano di lungo corso e trafficante d’influenze che, insieme con Butina, aveva formato nel 2016 una società nel Sud Dakota. In seguito Erickson ha dichiarato che l’operazione aveva avuto lo scopo di aiutare Butina a ottenere un aiuto finanziario per i suoi studi accademici, mentre il suo avvocato ha preferito non rispondere alle ripetute telefonate ricevute di recente e che erano alla ricerca di commenti alle accuse.

Pare che nella vicenda sia coinvolta anche una seconda persona di nazionalità americana, ma la sua identità è ancora un mistero. Secondo una dichiarazione giurata dell’Fbi, Butina avrebbe garantito a quella persona che il Cremlino aveva approvato i suoi sforzi. «Tutto ciò di cui avevamo bisogno era un sì da parte di Putin», ha scritto in un’email datata marzo 2016. Più avanti la donna gli ha scritto: «Il mio caro presidente ha ricevuto “il messaggio” sulle iniziative del tuo gruppo».

I pubblici ministeri sostengono che Butina abbia mentito al momento della domanda del visto studentesco nell’agosto 2016, affermando di aver smesso di lavorare per Torshin a maggio quando invece era ancora a tutti gli effetti la sua assistente. Pur studiando per ottenere una laurea in relazioni internazionali presso l’American University – il suo avvocato ricorda che ha sempre mantenuto una media di voti impeccabile – Butina pare sia rimasta sempre in contatto con Torshin. «Sto muovendo i miei primi passi in questo campo», gli ha scritto a un certo punto. «Devo ancora imparare molto da te». Lui ha prontamente lodato i suoi sforzi, rispondendole: «La tua stella politica è sorta in cielo».

[traduzione di Marzia Nicolini]

Berta (Bocconi): “A Fca ora serve un partner. E deve fare in fretta”

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INTERVISTA a GIUSEPPE BERTA, docente alla Bocconi, storico dell’economia e custode della memoria Fiat. “Marchionne ha fatto diversi miracoli e ha eseguito la sua missione: azzerare il debito”. Ma oggi per affrontare la rivoluzione della mobilità “stare da soli è ancora più difficile, anzi impossibile”. La soluzione per Fca tuttavia non passa dall’Europa e nemmeno dall’Asia. Il destino è ancora in America. Ecco perché

Berta (Bocconi): “A Fca ora serve un partner. E deve fare in fretta”

“Ho il timore che una nuvola nera si stia addensando sopra Fcala scomparsa di Sergio Marchionne, il profit warning, gli interrogativi sulle qualità della squadra al vertice, senz’altro orfana del suo leader, sono i segnali che il gruppo rischia di rivivere una fase di incertezza estremamente nociva, A meno che…”. A meno che? “Non bisogna perder tempo. L’importante è muoversi in fretta perché il tempo rischia di giocare contro”.

Parla così Giuseppe Berta, storico dell’Economia, docente in Bocconi ma anche un veterano Fiat, custode della memoria all’Archivio Storico Fiat tra il 1996 ed il 2002, gli anni del primo, sfortunato, tentativo di nozze con General Motors. Allora, come oggi, è in discussione il modello di un futuro stand alone per l’azienda che pure, dopo l’approdo a Detroit con Chrysler, è oggi diametralmente diversa da quei tempi. “Ma oggi – commenta – stare da soli è ancora più difficile, anzi impossibile”. È la convinzione che Berta ha consolidato dopo una lunga missione di studio in Usa, ospite di Bill Ford, l’erede di una dinastia dell’auto “che oggi, parole di mister Ford, non si occupa più di auto ma di mobilità, un concetto più complesso che serve ad indicare una rivoluzione che ormai è già avvenuta, non solo annunciata. Non oso neanche pensare ai costi ed ai tempi necessari per avviare da zero una piattaforma elettronica tipo quelle che ho visto in Ford”. 

Di qui la necessità di fare in fretta. “Fra sei mesi la situazione potrebbe essere difficile. Marchionne ha eseguito la missione che si era prefissato: azzerare il debito e lasciare un’impresa forte finanziariamente che è però disfunzionale, tutta ribaltata su Jeep e Ram, con due marchi come Fiat e Chrysler in rapida frenata”.

Poteva andar diversamente?

“Marchionne, nei suoi 14 anni alla guida del gruppo, ha compiuto diversi miracoli, a partire dal negoziato con General Motors, in cui emersero per la prima volta le sue eccezionali qualità di negoziatore. Tra il 2004 ed il 2007, rivoluzionò l’azienda tagliando i manager che non erano in grado di portare risultati e riuscì a motivare l’ambiente, già depresso e mortificato”.

Poi arrivò l’America.

“La grande intuizione. Nessuno voleva Chrysler e lui fa un’offerta che gli altri non se la sentono di rifiutare. Porta esperienza e tecnologia e non spende soldi. Qui il manager dal volto umano, simpatico alla sinistra diventa il cattivo, deciso a rivoluzionare i rapporti nelle fabbriche. Gli chiesi il perché di certe scelte all’insegna dell’intransigenza. Il problema è che gli americani hanno fatto questo accordo a condizione di operare in perfetta parità e trasparenza Italia e America. Le fabbriche devono funzionare nello stesso modo”.

Alla fine, a giudicare dai risultati, ha avuto ragione lui.

“Ma non fino in fondo. Non è riuscito a centrare le due operazioni che avrebbero davvero realizzato il suo sogno. La prima riguarda Opel. Il disegno iniziale concepito da Marchionne, grande visionario, prevedeva un’alleanza a tre poli di cui avrebbe fatto parte, assieme a Fiat e Chrysler anche Opel, all’epoca grande malata di casa Gm. In caso di successo, sarebbe nato un gruppo da 6 milioni di veicoli, insieme americano ed europeo con una forte presenza di mercato e nelle tecnologie. Ma Angela Merkel, sotto la spinta dell’industria tedesca, sindacato compreso, disse di no. L’alleanza con Obama non fu sufficiente a convincere la corporate tedesca. E Opel è finita in un baratro da cui è uscita solo quando a Carlos Tavares di Psa è stata offerta un’opportunità simile a quella chiesta da Marchionne”.

A proposito, quel disegno potrebbe oggi rivivere in Psa?

“Ho letto che Tavares si è detto disponibile a riparlare di un’alleanza con Fca, di cui si è parlato più volte. Sarebbe una prospettiva interessante se non fosse che in Peugeot c’è una forte quota azionaria  cinese. Non credo che Trump possa accettarlo.”

Anche se la guerra dei dazi, alla fine, potrebbe non scoppiare…

“È presto per capire la portata di un possibile accordo che è senz’altro caro alla Merkel e che può contare sull’appoggio dei Big americani, che non hanno alcun interesse ad avviare uno scontro proprio oggi, in un momento di crescenti difficoltà del settore, impegnato alla ricerca di sinergie per evitare spese suicide. È un accordo patrocinato dalla Merkel nell’interesse dei costruttori tedeschi. Vedremo”.

La soluzione per Fca passa dall’Europa?

“È possibile ma, salvo Psa,non vedo possibili partner. Difficile che passi dall’Asia, salvo intese parziali. Ma la Cina è tagliata fuori, vista la situazione politica”.   

Il destino passa sempre dagli Usa, insomma.

“Come era ben chiaro a Machionne che nel 2015 ha tentato il suo capolavoro: le nozze con Gm. Prima ci ha provato con una trattativa a tutto campo, coinvolgendo non solo l’azienda ma anche gli stakeholders, a partire dal sindacato. Poi, vista l’impasse, ha accarezzato la grande avventura: non più manager ma imprenditore capace di coagulare le forze necessarie per lanciare un’offerta pubblica di acquisto su aziende più grandi, come General Motors. L’operazione però viene fermata e da quel momento Marchionne è un uomo più stanco, quasi annoiato. Con una sola impresa in grado di fornire in parte gli stimoli di cui aveva bisogno quell’uomo eccezionale, ammalato di lavoro oltre che di troppo fumo: sempre in aereo, dormendo poche ore per notte, magari proprio in aereo senza neanche sapere se era giorno o notte”.

Luigi Di Maio ha difeso la candidatura di Marcello Foa

il post.it 28.7.18

In un post su Facebook ha definito il controverso candidato presidente della RAI «un giornalista con la schiena dritta che ha sempre fatto il suo mestiere con grande onestà intellettuale»

 (ANSA)

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio ha difeso la decisione del governo di proporre il controverso giornalista Marcello Foa alla presidenza della RAI. Foa ha 54 anni, ha lavorato per anni al Giornale e il suo nome sta facendo molto discutere per varie ragioni: su tutte il suo giornalismo molto schierato a favore di leader controversi come Vladimir Putin. Negli ultimi anni, inoltre, Foa ha spesso contribuito a diffondere notizie false o di propaganda filo-russa.

Di Maio ha respinto tutte queste critiche – pur senza entrare nel merito – definendo Foa «un giornalista con la schiena dritta che ha sempre fatto il suo mestiere con grande onestà intellettuale», «un giornalista totalmente libero che è pronto a fare gli interessi esclusivi della Rai e degli italiani». Di Maio ha anche attaccato l’attuale presidente della RAI Monica Maggioni, indicata dal governo di Matteo Renzi, per aver partecipato alle conferenze del gruppo Bilderberg, un incontro annuale di leader politici, manager e dirigenti da tutto il mondo al centro di numerose teorie complottiste.

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Per diventare effettiva, la nomina di Foa dev’essere ratificata sia dal consiglio di amministrazione della RAI – e non dovrebbero esserci problemi – sia dalla Commissione parlamentare per la vigilanza RAI, dove la questione è più complicata: per la ratifica servono 27 voti, e la maggioranza ne controlla 21. I voti mancanti dovrebbero arrivare da Forza Italia, che non ha ancora fatto sapere come voterà. Il Partito Democratico ha invece chiesto al governo di ritirare la candidatura di Foa, e annunciato che voterà contro.