ZH – La diseguaglianza economica negli Stati Uniti continua a peggiorare, anche con Trump

vocidallestero.it 29.7.18

Nonostante l’exploit economico dell’ultimo trimestre, negli Stati Uniti non accenna a diminuire la diseguaglianza economica tra l’1% più ricco e il resto della popolazione: un membro dell’élite economica in un anno guadagna mediamente 26,3 volte il reddito di un appartenente al 99%, con variazioni locali che arrivano fino a 44,1 a 1 in alcuni stati. La riforma fiscale di Trump non ha fatto altro che reiterare le logiche neoliberali degli ultimi 40 anni; anche le politiche di re-industrializzazione e i dazi non hanno aumentato il potere contrattuale dei lavoratori americani, i cui salari rimangono fermi al palo quando non peggiorano, come nel primo semestre 2018 – troppo presto per vederne gli effetti? Insomma, anche a causa del mancato cambio di marcia sulla disuguaglianza dei redditi, i Repubblicani di Trump rischiano di perdere la Camera nelle elezioni di midterm.

 

di Tyler Durden, 28 luglio 2018

 

 

Secondo i ricercatori dell’Economic Policy Institute (EPI), un think tank liberale con sede a Washington, D.C., nel 2015 l’1% più ricco delle famiglie americane ha guadagnato all’incirca 26,3 volte il reddito del rimanente 99% – un incremento del 4% dal 2013.

 

Il rapporto, intitolato “La nuova età aurea: la disuguaglianza dei redditi negli Stati Uniti, per stato, area metropolitana e contea”, è stato scritto da Estelle Sommeiller, economista sociale all’Institute for Research in Economic and Social Scienses [Istituto per la Ricerca nelle Scienze Economiche e Sociali, ndt] in Francia, e Mark Price, economista al Keystone Research Center a Harrisburg, Pennsylvania, che mettono in guardia sull’allarmante tendenza nella disuguaglianza dei redditi diffusa in tutto il paese.

 

I ricercatori hanno usato gli ultimi dati pubblici per analizzare come se la sono cavata dal 1970 al 2015 l’1% più ricco e il restante 99%, per contea e area metropolitana. Questa analisi rivela la vasta e diffusa crescita della disuguaglianza dei redditi in “ogni angolo del paese”, afferma il report.

 

 

La crescita dei redditi del restante 99% è aumentata leggermente dall’ultimo rapporto. Comunque, il divario tra l’1% più ricco e il restante 99% nella maggior parte degli stati si sta allargando gravemente.

 

 

La crescente disuguaglianza colpisce praticamente ogni parte del paese, non soltanto le grandi aree urbane o i centri finanziari”, ha detto Sommeiller. “È un problema costante in tutto il paese – nelle grandi e nelle piccole città, in tutti e 50 gli stati. Mentre l’economia continua a recuperare, i responsabili delle politiche dovrebbero fare della crescita dei redditi dei lavoratori e del tenere sotto controllo gli utili societari la loro prima priorità”.

 

 

Le principali osservazioni incluse nel report:

 

– Per stare nell’1% più ricco, a livello nazionale nel 2015 una famiglia doveva avere un reddito di $ 421.926. In 13 stati e nel Distretto di Columbia, in 107 aree metropolitane e 317 contee l’1% più ricco locale aveva una soglia di reddito più alta della media nazionale.

 

– Le soglie più alte per essere parte dell’1% più ricco dei relativi stati erano in Connecticut ($ 700,800), Distretto di Columbia ($ 598,155), New Jersey ($ 588,575), Massachusetts ($ 582,774), New York ($ 550,174) e California ($ 514,694).

– Dal 2009 al 2015, i redditi dell’1% più ricco sono cresciuti più rapidamente dei redditi del 99% in 43 stati e nel Distretto di Columbia. L’1% più ricco ha preso la metà o più di tutta la crescita dei redditi in nove stati.

 

– Jackson, in Wyoming-Idaho, è stata la zona metropolitana più ineguale, seguita da Naples-Immokalee-Marco Island, in Florida e Key West, in Florida. Le contee più ineguali sono state Teton County, in Wyoming, New York County, nello stato di New York e La Salle County, in Texas.

 

– Complessivamente negli Stati Uniti, l’1 per cento più ricco si è preso il 22,03% di tutti i redditi nel 2015. Quella quota era di 1,9 punti percentuali sotto il picco del 23,9% del 1928, che ha preceduto la Grande Depressione.

 

“Mentre il livello di disuguaglianza nel reddito differisce in tutto il paese, le forze sottostanti sono chiare. La disuguaglianza è il risultato di decisioni politiche intenzionali che allontano il potere contrattuale dai lavoratori, verso l’1% più ricco”, ha detto Price. “Per invertire questa tendenza, dovremmo attuare politiche che aumentino la capacità dei lavoratori di contrattare per ottenere salari più alti, frenare gli stipendi degli amministratori delegati e del settore finanziario e realizzare un sistema fiscale progressivo”.

 

Mentre i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump su Twitter il mese scorso si è vantato dello stato dell’economia, chiamandola “la più grande” mai registrata. Ci chiediamo: a quale economia (economia finanziaria o economia reale) si riferiva?

 

“Questa è la più grande economia della STORIA dell’America, in molti modi, e il miglior momento di SEMPRE per cercare un lavoro!”, ha twittato a giugno. Ha poi reiterato il suo tweet al White Rose Garden pochi giorni dopo, quando ha detto che questa è “l’economia più forte che abbiamo mai avuto”.

 

Donald J. Trump

@realDonaldTrump

In many ways this is the greatest economy in the HISTORY of America and the best time EVER to look for a job!

 

Il pacchetto di riforma fiscale del presidente Trump, alimentato dal debito [il QE nascosto per le aziende], che avrebbe dovuto aumentare gli stipendi e stimolare le assunzioni per il 90% meno ricco, ha invece finanziato un riacquisto di azioni e dividendi, avvantaggiando gli investitori e i dirigenti aziendali rispetto al lavoratore americano. In altre parole, il presidente Trump ha permesso che la disuguaglianza dei redditi negli Stati Uniti aumentasse ulteriormente.

 

La riforma fiscale di Trump non ha portato a salari più alti per i lavoratori americani, ma in realtà ha consentito che il compenso orario medio reale diminuisse dopo che la riforma fiscale è stata approvata:

 

 

Secondo Bllomberg, l’indice di PayScale dei salari reali indica un deterioramento accentuato nel secondo trimestre 2018:

 

 

Mentre l’EPI avverte che la tendenza generale alla disuguaglianza dei redditi è intatta e sta peggiorando, continuiamo a chiederci perché l’amministrazione Trump continui a promuovere la propaganda economica sulla “più grande economia” di sempre. Ad un certo punto, il popolo americano si sveglierà dallo stordimento del “Make America Great Again” [Rendi di nuovo grande l’America, ndt] e si renderà conto che a guadagnarci è stato soltanto l’1% più ricco, e allora verrà inaugurata la fase della delusione. Tuttavia, si parla di una fase 2 dei tagli fiscali di Trump, come se un’altra dose della stessa politica potesse funzionare…

L’ombra del fondo speculativo Usa. Fico Eataly diventa un caso

di Antonio Amorosi imolaoggi.it 28.7.18

 

FICO E’ UN CAVALLO DI TROIA?

Il dado è tratto: meglio fare in fretta affinché tutto diventi più FICO. Il Comune di Bologna, Oscar Farinetti e le Coop sono finiti insieme ad un fondo speculativo americano.

E quattro giorni fa, con i soli voti del Partito democratico, il Consiglio comunale di Bologna ha votato le modifiche allo statuto del Caab, il centro agroalimentare dove ha sede FICO di Oscar Farinetti, Coop alleanza 3.0 e Coop Reno, aprendo le porte a investitori privati.

Caab (controllata all’80% dal Comune e con una quota di minoranza della Regione Emilia Romagna), da società consortile per azioni (scpa), diventa società per azioni pura (spa). La “quota maggioritaria” resta “in capo agli Enti Pubblici (scritto in grande, ndr)”, spiega l’articolo 7 del nuovo statuto. Però nel “caso di cessione di azioni o di diritti di opzione, eliminazione della sottoposizione al gradimento dei soci”, scrive la delibera del Comune. Detto semplicemente: le azioni si vendono in libertà senza passare dal consenso dei soci pubblici. Anche se i soci hanno diritto di prelazione.

Tutto sembra andare in un’unica direzione e occorre affrettare i tempi, perché sia la Regione Emilia Romagna che il Comune di Bologna non sono più feudi ultrasicuri per la sinistra, come in passato. Alla prossima tornata elettorale potrebbero vincere la Lega, i 5 Stelle o il centro destra. E ogni progetto trasformarsi in qualcosa di diverso.

Già agli inizi i più attenti hanno pensato che FICO, al di là delle intenzioni di alcuni protagonisti, fosse un cavallo di troia per fare altro. L’area nord est di Bologna, dove sorge (dentro il Caab), negli ultimi vent’anni è stata quella a più violenta espansione urbanistica, trasformandosi da area agricola a sedi di centri commerciali, edifici universitari, stabili produttivi, ecc. FICO poi non ha portato a quella zona già problematica, perché a ridosso di uno degli inceneritori più potenti dell’Emilia Romagna stigmatizzato dagli oncologi e per una viabilità ad imbuto, cambi di prospettiva.

Il valore più alto del Caab resta il terreno su cui poter edificare. Il sogno vietato dai vincoli urbanistici. Quindi probabilmente il vero divertimento arriverà quando e se il progetto FICO andrà male e si chiederanno risorse e/o aumenti di capitali e/o possibili buchi da ripianare. Ma andiamo per gradi.

I NUMERI DI VISITATORI DI FICO CHE NON TORNANO

Gli organizzatori sostengono (i dati non sono certificati da enti terzi indipendenti) che FICO ha avuto nei primi 6 mesi di apertura (dal 15 novembre 2017 al 19 maggio 2018, quindi) circa 1,5 milioni di visitatori (se ne aspettano 6 milioni annui a regime) per un fatturato di circa 26 milioni di euro.

Nel mese a ridosso dell’inaugurazione, con l’effetto novità, gli organizzatori dicono di avere ricevuto 350.000 visite.

Ora nei giorni infrasettimanali il centro è sempre semideserto come si può vedere dal video, al punto che l’autobus che porta i visitatori da FICO è sempre semivuoto. FICO invece si riempie i sabati e le domeniche. Sottraendo al 1.500.000 i 350.000 restano 1.150.000 visitatori. Dividendo 1.150.000 di visitatori per i 45 tra sabati e domeniche che portano al 19 maggio, abbiamo 25.556 visitatori a giorno. Ma vogliamo tenere 20.000 a giorno? Attribuendo al resto della settimana, anche se FICO è sempre vuoto, gli altri 11.112 visitatori (5556 x 2)? Facciamolo. Restano 20.000 visitatori al giorno (ogni sabato o domenica). Se ogni auto privata recatasi da FICO avesse sempre avuto a bordo 4 passeggeri (cosa improbabile) ogni sabato e ogni domenica si sarebbero recate nel centro di Oscar Farinetti circa 5000 automobili (il parcheggio ne contiene 2000). Un esodo biblico che nessuno ha visto, tanto più nelle strettoie che portano al Caab.

Ma noi crediamo agli organizzatori (sic!). E ogni giorno possiamo continuare ad apprezzare la pubblicità televisiva con la quale bombardano gli italiani da tutti i canali tv invitando a visitare il centro. (sic!)

FICO: LA TRASFORMAZIONE DI CAAB IN S.P.A. E LE SCATOLE CINESI

Per capire meglio torniamo al Caab, il centro dove sorge FICO. “Perché trasformarlo?”, ha chiesto la consigliera comunale della Lega, l’ortopedica Mirka Cocconcelli, visto “che Caab non ha alcun problema di gestione, un utile di 483.987, un 22.5% in più rispetto all’anno precedente (394.980 euro), venendo da 7 esercizi in utile”. E negli ultimi anni Caab ha corrisposto al Comune la somma complessiva di 20 milioni di euro, tra rimborso del debito (7 milioni risalenti alla costituzione della società), interessi e imposte locali. Quindi non ha problemi, almeno sulla carta. In più lo Stato italiano finanziò Caab con soldi pubblici (legge 41 del 1986) per la realizzazione degli immobili, denaro della collettività indirizzato solo ad un’entità controllata dal pubblico.

Al Caab si fanno due cose, ha ricordato la consigliera: si gestisce il Centro Agro Alimentare e il 33% del Fondo Pai (parchi agroalimentari italiani). Prelios sgr è la società di risparmio immobiliare che gestisce il fondo Pai, dove cioè sono gli immobili di Caab e gli investimenti dei privati.

Ma tenetevi forte: Prelios sgr che gestisce il fondo Pai è stata recentemente scalata dal fondo statunitense Lavaredo spa. Lavaredo detiene ora il 96,901% del capitale sociale di Prelios. Lavaredo è anche la newco designata da un’altra società, Burlington, che è a sua volta un veicolo d’investimento di diritto irlandese gestito dalla società statunitense Davidson Kempner Capital Management (DKCM), un hedge fund (sono fondi soggetti ad una normativa molto elastica e caratterizzati da una gestione piuttosto rischiosa di capitali privati; DKCM è il 9° a livello mondiale), cioè un fondo speculativo che fa anche interventi immobiliari. Gli americani hanno messo al vertice di Prelios Fabrizio Palenzona, ex uomo forte di Unicredit e Mediobanca.

Ma che ci fanno insieme i nipotini di Karl Marx (il Pd e le Coop, quelle cosiddette società che svolgono attività mutualistica), il baffuto figlio di partigiano Oscar Farinetti e un fondo speculativo americano?

La risposta la ipotizza la consigliera della Lega con due conti: “La società Caab ha esercizi in sostanziale pareggio. Il patrimonio netto di Caab è, semplificando, di 70 milioni di euro, di cui 50.5 corrispondono all’investimento in Pai/FICO e 20 negli immobili dove si vende l’ortofrutta. Ora mi sorge una domanda: quale investitore mette 30/40 milioni di euro per comperare la maggioranza di Caab? Cioè per avere una redditività dello 0,5%? Nessuno!!!. Ma se si pensa a Caab appare FICO.”

E continua. “Per avere la maggioranza di Pai servono invece più di 80 milioni di euro, mentre per avere la maggioranza di Caab ne servono meno della metà cioè tra i 30 e i 40.” Chi pensa a prendere FICO dovrebbe farlo tramite Caab.

SE FICO EATALY WORLD ANDASSE MALE

“Quindi se FICO non andasse economicamente così bene (la consigliera è preoccupata perché l’Enpam, l’ente previdenziale dei medici, il suo fondo pensione, ha investito dentro Pai 14 milioni di euro, ndr)… la cosa più semplice sarebbe fondere Pai con FICO, cosi gli attuali investitori in Pai si troverebbero soci di FICO, portando la ‘grana’, senza contare nulla ed, anzi, a comandare sarebbe solo il mondo delle Coop e Prelios/Lavaredo (Davidson Kempner Capital Management, ndr)”.

E se FICO andasse male si sarebbe costretti a recuperare il denaro investito, quello del Comune con 55 milioni di euro in valori immobiliari e gli altrettanti capitali di tutti i privati di Bologna (un schiera copiosa che va da Unindustria a Legacoop, dalla Poligrafici de Il Resto del Carlino ai fondi pensioni dei legali, fino a banche e fondazioni oltre numerosi altro soggetti).

E cosa ci sarebbe di meglio che lasciare tutto in mano agli americani per una bella riconversione immobiliare dell’area? Così come hanno fatto in altri Paesi?

Tutto sembra remare in questa direzione. Ma si spera che FICO, il sogno di Oscar Farinetti, non naufraghi, altrimenti l’imprevedibile potrebbe prendere la mano e farci trovare con qualcosa di inaspettato che tanto inaspettato non è.

www.affaritaliani.it

Prof Augusto Sinagra: Sergio Mattarella, ora basta!

prof Augusto Sinagra imolaoggi.it 29.7.18

Sergio Mattarella è stato eletto come espressione di un definito Partito politico (il PD) riuscendo a raggiungere la necessaria maggioranza dei voti. Egli non è stato espressione di una generale convergenza di consensi.

Egli è stato eletto da un Parlamento che la stessa Corte costituzionale della quale lui faceva parte, ebbe a dichiarare illegittimo limitandone l’ulteriore permanenza solo per la trattazione, potremmo dire, degli affari correnti. Non certo per l’approvazione di ulteriori leggi e meno che mai per la elezione del Capo dello Stato.

Giuridicamente parlando, Sergio Mattarella è un Presidente illegittimo.

Per formazione familiare; per frequentazioni politiche, per suo posizionamento partitico e correntizio, egli può dirsi la migliore espressione del mai troppo poco deprecato catto-comunismo.

Per la conoscenza che ne ho, egli ha una molto personale concezione della democrazia, della sovranità popolare e dei rapporti interistituzionali nello Stato.

Da che fu eletto non aprì mai bocca. Tanto che lo si qualificava come “la mummia”, il “sarcofago” il “congelato”, ecc. E lui lo sa bene.

Immediatamente dopo gli esiti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 che hanno visto la disfatta del PD e delle forze politiche ad esso associate, Sergio Mattarella è stato preso da irrefrenabile facondia e incontenibile attivismo che lo hanno portato anche ad eclatanti violazioni della Carta costituzionale al momento della formazione del nuovo governo. Di questo ho già detto. Non mi voglio ripetere.

Ora, Sergio Mattarella continua in questa sua attitudine. Errare (ma non fu errore) è umano, perseverare è diabolico.

Egli cerca in tutti i modi di condizionare l’attività del governo in carica. L’ultima e più grave novità, da quel che riferiscono i mezzi di informazione, è la convocazione del Presidente Giuseppe Conte e dei Presidenti della Camera e del Senato. Dunque, una commistione tra potere esecutivo e Parlamento che in alcun modo attraverso i suoi Presidenti, può ingerirsi negli affari del Governo.

Si dice che Mattarella Sergio dovrebbe garantire a livello costituzionale i rapporti tra lo Stato italiano e l’Unione europea. Per usare un linguaggio regionale, comune a lui e a me, trattasi di grandissima minchiata. A parte che è questione che appartiene al governo, a parte le demenziali interpretazioni dell’art. 11 Cost. che vorrebbero giustificare altrettanto demenziali “cessioni di sovranità” statale, vi è che il Nostro in realtà tende a garantire soltanto l’articolo della Costituzione relativo al pareggio di bilancio. E con ciò tentando di porre limiti all’azione di governo.

Mattarella Sergio nega la sovranità dello Stato e obiettivamente favorisce interessi economici stranieri cercando di orientare la politica economica dello Stato. La nomina come Ministro dell’economia del Prof. Giovanni Tria, amico di suo figlio Bernardo (quello che lavorava con la Madìa), da adito ad ogni giustificata illazione.

Sergio Mattarella nega la volontà popolare, rifiuta di accettare la legittimità dell’attuale governo che gode di più del 60% del consenso popolare.

Sergio Mattarella non può esser così sprovveduto da non rendersi conto che le sue iniziative si pongono fuori dai limiti della Costituzione.

Egli si rende promotore di ciò che il popolo italiano in larga misura non vuole. Sostiene la immigrazione incontrollata, sostiene l’euro, sostiene l’Unione europea, sostiene le politiche di “austerità” senza alcuna considerazione di più di cinque milioni di poveri in Italia, di gente che si suicida per disperazione economica, di una ormai conclamata macelleria sociale.

Ma egli sostiene le ONG chiudendo volutamente gli occhi dinanzi ad una situazione che ormai è chiara a tutti. Chiude anche le orecchie perché non vuol sentire le parole di quel tale Salvatore Buzzi (personaggio di riferimento del suo Partito) che, da competente, disse che si guadagnava di più con l’accoglienza che con la droga.

Ripetutamente si è costretti a sentire o a leggere inaccettabili dichiarazioni del Capo dello Stato in difesa di tutto ciò che è contrario agli interessi del popolo italiano. L’ultima riguarda la povera bambina rom lievemente e accidentalmente ferita durante lo sgombro di un campo nomadi. Vorrei chiedere a Sergio Mattarella, guardandolo negli occhi, perché mai non disse una sola parola per Pamela Mastropietro e perché mai ancora non ha chiesto perdono, recandosi in visita dalla mamma, per la scellerata politica migrazionista da lui condivisa.

Il catto-comunista Sergio Mattarella che ne pensa della copertina dell’ultimo numero di “Famiglia Cristiana” dove Matteo Salvini è equiparato a satana? E che Dio ci conservi Matteo Salvini!

Sergio Mattarella invece di avvilire strumentalmente il popolo italiano con dichiarazioni, esternazioni ed altro, delle quali non se ne può più, perché non usa lo strumento del “messaggio alle Camere” per rappresentare, e finalmente nei limiti della Costituzione, il suo punto di vista?

Assuma chiaramente le sue responsabilità istituzionali e politiche consentendo al Parlamento di poter dibattere e valutare quello che egli dice. Se non vuole e se non ha interessi estranei da difendere, si dimetta.

Questa è la democrazia costituzionale, bellezza!

Augusto Sinagra

I FERRAGAMO VINCONO SUL FISCO.

andreagiacobino.com 27.7.18

Prima di cedere il 3,5% della loro società quotata, i Ferragamo vincono due partite contro il fisco, mettono un chip sulle biotecnologie e incassano una cedola ancora sostanziosa, seppure in calo. Qualche giorno fa, infatti, l’assemblea della Ferragamo Finanziaria, cassaforte della famiglia che controllava a fine 2017 il 57,78% la quotata Salvatore Ferragamo, e presieduta da Ferruccio Ferragamo, ha deciso di distribuire ai soci, a valere sull’utile dello scorso anno, un dividendo di 29,6 milioni di euro, pari a 0,31 euro per ciascuna azione, lievemente inferiore ai 35,4 milioni erogati nel precedente esercizio. Ciò anche perché il profitto anno su anno è calato sia pur di poco, da 41,7 a 40,2 milioni costituito quasi esclusivamente dai 42,5 milioni di cedola provenienti dalla quotata.

Nello specifico l’attivo è di 243 milioni, con la partecipazione nella Salvatore Ferragamo immutata in carico a 191,8 milioni e 17 milioni di “altri titoli” di cui 10 milioni di controvalore quote del fondo Easyfund Absolute Attivo Z gestito da Eurizon e 7 milioni di una polizza multiramo Cardif Bnl Bnp Paribas. Lo scorso anno la holding dei Ferragamo è entrata nel biotech rilevando il 2,1% di Genenta Science e s’è vista accogliere dalla Commissione tributaria provinciale di Firenze due ricorsi presentati in relazione ad accertamenti emessi dall’Agenzia delle Entrate.

FCA dopo Marchionne, che ne sarà di Mirafiori?

Di Marco Gritti tvsvizzera.it 29.7.18

VIDEO

https://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/preoccupazione-a-torino_fca-dopo-marchionne–che-ne-sar%C3%A0-di-mirafiori-/44279470

La scomparsa dell’ex ad di Fca pone seri interrogativi, soprattutto tra i lavoratori, riguardo alle strategie future del gruppo automobilistico in Italia.

Un’ora prima del cambio turno delle 14, davanti all’ingresso 2 di Mirafiori c’è già un gruppetto di operai. Indossano la casacca marchiata Maserati, l’unico brand del gruppo Fca (Fiat Chrysler Automobiles) che continua a essere assemblato nell’impianto di corso Agnelli a Torino.

“I miei amici mi vedono con addosso questo simbolo e pensano che sia ricco”, racconta uno dei lavoratori. “Lo sa quanto guadagno io? Appena 1.450 euro e sono qui da più di vent’anni”, gli fa eco un collega che, dal 2010 al 2015, ha vissuto in cassa integrazione. “Secondo me nel giro di quattro o cinque anni finiremo come quando qua facevamo l’Alfa Romeo Mito e lavoravamo tre giorni al mese”.

Il futuro, visto dagli occhi di chi vive lo stabilimento dove la Fiat è nata 119 anni fa, è ricco di pessimismo. “Negli anni ’70 questa sede impiegava quasi 60mila persone, oggi sono in 13 mila”, spiega Federico Bellono, segretario torinese della Fiom, il sindacato dei lavoratori del settore metalmeccanico. “In totale, a Torino, i dipendenti sono circa 30mila, tra i lavoratori di Fca e quelli di Cnh che si occupa di mezzi pesanti”. Ma a Torino si respira Fiat, e si lavora per lei, un po’ dappertutto. Il numero di persone impiegate nell’indotto della società, cioè nelle imprese che si occupano per esempio di componentistica, sfiora quota 50mila.

Nella conversazione di questo gruppo di operai in attesa di vestire tuta e guanti si infila il nome di Sergio Marchionne. Da un lato l’ex ad ha salvato l’azienda, dall’altro i suoi piani hanno causato scontento. Quello in cui un po’ tutti ora sperano è un rilancio, cioè che i nuovi modelli di auto vengano assegnati alla fabbrica di Torino. Ma il nuovo amministratore delegato è inglese: vorrà davvero puntare sull’Italia? In pochi rispondono a chiare lettere, ma gli sguardi degli operai sono emblematici. Uno piega la testa e allarga le spalle.

Fiat, dal baratro all’azzeramento del debito

Per capire cosa aspettarsi dal domani di Fca occorre fare un passo indietro. A inizio millennio l’azienda torinese vive un periodo di forte crisi. L’avvocato Gianni Agnelli muore nel 2003 e si apre la caccia al suo erede. Alla fine, dopo un anno e mezzo, viene chiamato Marchionne. È giugno del 2004: “È una scommessa, ma paga – spiega Giuseppe Berta, storico dell’industria e amico personale dell’ex ad -. L’italo-canadese inaugura un periodo di rinnovamento radicale: invece che partire dal basso taglia i dirigenti che, secondo lui, sono troppi e inefficaci”.

Marchionne guadagna popolarità, non solo presso l’opinione pubblica ma anche tra lavoratori e sindacati; il periodo felice però s’interrompe bruscamente a fine 2008, quando la crisi economica globale è oramai realtà. Durante un incontro del Gruppo dei dirigenti Fiat, alla presenza di istituzioni e analisti, Marchionne tuona: “Dobbiamo rinnovarci o scompariamo”. Il diktat è chiaro. Per sopravvivere bisogna allargare i confini del business. Fiat accelera l’acquisizione di Chrysler e tenta la scalata a Opel, il brand di General Motors in Germania.

Mentre Barack Obama appoggia l’operazione, la cancelliera tedesca Merkel si oppone. Il piano di un grande triangolo globale s’infrange: l’accordo rimane a due, tra Italia e Stati Uniti, tra Torino e Detroit. Il rapporto rischia di sbilanciarsi verso uno dei due poli. Sono i mesi delle agitazioni sindacali e del braccio di ferro con Fiom: Fiat propone un accordo di seconda categoria che abolisce il contratto dei metalmeccanici e sopprime l’accordo del 5 agosto del 1971Link esterno.

“A dicembre 2010 Marchionne mi spiegò il perché di quelle tensioni con Fiom – racconta Berta -. Mi disse che gli stakeholder americani erano disposti a lasciarlo andare avanti soltanto se avesse dimostrato di applicare le stesse condizioni di lavoro in Usa e in tutte le altre fabbriche del mondo, Italia inclusa”.

Gli scontri con i sindacati sono fortissimi: a gennaio 2011 gli operai di Mirafiori sono chiamati a votare il referendum sulle modifiche al contratto. Vincerà il sì, e Fiat applicherà condizioni di lavoro diverse da quelle stabilite da Confindustria, un passo che la porterà fuori dal gruppo industriale italiano. Per Berta sono gli anni di “Marchionne l’americano”, un periodo che dura fino a quando, nel 2015, sogna la fusione tra Fca e General Motors, un affare poi sfumato.

“Negli ultimi anni di Marchionne ha lavorato in maniera diversa, preoccupandosi soprattutto di assicurare al gruppo una posizione finanziaria molto forte”, dice Berta. “Ha cancellato il debito industriale e aumentato i livelli di redditività dell’azienda. Oggi fa più profitto Fca di General Motors, ma ci riesce perché ha ridotto gli investimenti”.

Conti in ordine, e un ghiacciolo di premio

Su una cosa sono tutti d’accordo: Marchionne è stato un grande manager, un ottimo analista, uno straordinario negoziatore. “Ha ottemperato al mandato dell’azionista”, commenta Berta secondo cui però il futuro successo finanziario di Fca non va dato per scontato. “Il sistema dell’auto è insediato da due spinte che lo cambieranno in maniera rapida e drammatica: la prima è tecnologica e va nella direzione di sostenibilità ambientale e innovazione. L’altra riguarda la volontà della Casa Bianca di imprimere una nuova forma di protezionismo introducendo una tariffa del 25% sulle auto importate negli Stati Uniti”.

Per gli operai di Mirafiori è ormai ora di entrare in fabbrica e cominciare il turno. Abbandonano l’ombra di alcune piante ed estraggono il tesserino per timbrare l’ingresso. Si avviano verso il tornello: “Qua fuori fa caldo, ma pensi dentro. Magari avessimo l’aria condizionata! La novità, da un anno, sono i ghiaccioli. Ce ne danno uno al giorno. Pochi mesi fa, in Germania, la Porsche ha dato 9 mila euro ai propri dipendenti come premio aziendale. A noi arrivano i ghiaccioli”.

Fregati già da bambini. Il piano annunciato da Renzi sugli asili ha mancato gli obiettivi. E mancano ancora 2,5 miliardi

Carmine Gazzanni lanotiziagiornale.it 29.7.18
 
asilo

Era il primo settembre 2014. Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio, annunciava: “Mille asili nido in mille giorni”. L’ex premier ci ha provato in tutti i modi. Sfumata quella promessa, alla fine è riuscito ad inserire un progetto sugli asili nido all’interno della Buona scuola. Un piano che lui stesso, sul suo blog personale, definisce fondamentale perché garantisce “potenziamento dei servizi, abbassamento dei costi e superamento delle disuguaglianze sociali e territoriali”. Meglio di così non si potrebbe desiderare. Peccato che di concreto ci sia davvero molto poco. A dirlo non sono né gufi, né i temibili protagonisti del nuovo governo, ma i tecnici del Senato che hanno realizzato un dettagliato dossier relativo appunto agli asili nido e al ritardo italiano nei confronti dell’Europa. Già nel 2002, infatti, il Consiglio europeo pose a tutti gli Stati membri l’obiettivo di fornire entro il 2010 “un’assistenza all’infanzia per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni”. Bene. A che punto siamo? In estremo ritardo: “meno di un quarto dei piccoli tra 0 e 2 anni trova posto nei servizi per la prima infanzia”, si legge nel report. Con differenze geoigrafiche spaventose. Basti pensare che se in Valle d’Aosta vanno al nido 4 bimbi su 10, in Calabria, Campania e Sicilia siamo sotto il 10%.

Un disastro lungo anni – Certo: la situazione attuale è frutto di una serie infinita di politiche sbagliate. Basti questo: per via di lauti e diversi finanziamenti, a partire dal 2007 – spiegano i tecnici di Palazzo Madama – sono stati spesi circa 1,1 miliardi di euro. In media, circa 100 milioni all’anno. Clamoroso che, scrivono ancora i tecnici, la maggior parte dei fondi (circa il 60%) sono stati assorbiti da Campania, Sicilia e Calabria. Ed è qui che ritroviamo la misura del governo Renzi che prevede la creazione di un “sistema integrato di educazione e di istruzione dallaa nascita fino a sei anni”, per la cui realizzazione sono stati stanziati 209 milioni nel 2017, 224 nel 2018 e 239 a decorrere dal 2019. “L’obiettivo prioritario del Piano 2017 – scrivono i tecnici – è quello di aumentare l’offerta dei servizi, raggiungendo il 75% dei comuni italiani […] e offrendo il 100% di copertura nella fascia tre/sei e il 33% nella fascia zero/tre”. Ma ecco il punto: calcolando che il settore privato attualmente copre circa l’11% dell’utenza, per raggiungere il 33% occorrerebbe che i servizi sostenuti da finanziamenti pubblici accogliessero il 22% dei bambini tra zero e tre anni, “raddoppiando il numero attuale di utenti (nel 2014 erano 197.328)”. I bambini accolti, insomma, dovrebbero salire a 343.583, ben 162.421 in più. Ma la relazione va oltre: “Stimando pari a 7.962 euro l’anno il costo medio dell’accoglienza per ogni bambino, le spese di gestione ammonteranno annualmente, a regime, a 2.736 milioni”. Sottraendo quanto si spende oggi, servirebbero insomma 2.599 milioni per la realizzazione di 162.421 posti. Un tantino di più rispetto a quanto stanziato da Renzi: 209 milioni non è che l’8% del necessario. Ennesima promessa in fumo.

Quanti punti esclamativi servono per trasmettere entusiasmo

The AtlanticStati Uniti internazionale.it 28.7.18

(Getty Images)

Quanti punti esclamativi servono per indicare un’esclamazione? Uno, direbbe una persona di buon senso con una discreta conoscenza della punteggiatura. Il punto esclamativo indica un’esclamazione, quindi un punto dovrebbe bastare. Ma su internet spesso non è così. La comunicazione digitale vive un’inflazione di punti esclamativi. Quando in un’email di lavoro c’è un punto esclamativo alla fine di ogni frase, ne servono due per esprimere entusiasmo. O tre. O quattro. O più.

Me ne sono accorta sui social network. I punti esclamativi multipli compaiono in frasi ordinarie, slegati da iperboli o da qualsiasi genere di emozione febbrile. Una banale email di lavoro può contenere espressioni come “Va bene!!!”. E mi scopro a usarle anche io.

“Tutte queste stramberie da social network – come i punti esclamativi o le frasi in maiuscolo – sono un modo per esprimere entusiasmo. E le usano sempre più persone”, spiega Deborah Tannen, docente di linguistica alla Georgetown university, a Washington. Questa sorta d’inflazione è un fenomeno linguistico naturale che capita regolarmente alle parole: la parola awesome (sbalorditivo), per esempio, un tempo era riservata alle cose che davvero provocavano un profondo sbalordimento, mentre oggi significa più o meno “mi piace”.

La stessa cosa oggi succede alla punteggiatura. Non molto tempo fa il punto esclamativo era una scelta estrema. In una guida di grammatica del 2005 si legge che il punto esclamativo “indica estremo dolore, paura, stupore, rabbia, urla o disgusto”. A scuola di giornalismo ci dicevano che avremmo potuto usare un solo punto esclamativo in tutta la nostra carriera, e che avremmo dovuto usarlo con parsimonia.

Si poteva, magari, usare un punto esclamativo per un titolo in prima pagina come “La guerra è finita!”, ma niente di meno importante ne sarebbe stato meritevole. Lo scrittore Elmore Leonard aveva una regola simile: “Non potete usare più di due o tre punti esclamativi ogni centomila parole”, ha scritto, anche se in realtà è stato il primo a non rispettare la regola.

Calore umano digitale
In rete non sono mai mancati né i punti esclamativi né i brontoloni che si lamentano per la loro onnipresenza. Ma qualcuno aveva accolto con favore questa sovrabbondanza di punteggiatura. David Shipley e Will Schwalbe, nel loro galateo della posta elettronica del 2007, Send, avevano previsto tutto. “Il punto esclamativo è uno strumento pigro ma efficace per combattere la mancanza di tono delle email”, scrivevano. Fino a quando le email non riusciranno a trasmettere calore umano, “continueremo a disseminarle di punti esclamativi”.

Avevano ragione. In seguito sembra che molte persone abbiano smesso di opporsi alla loro ascesa. Nel 2012, l’opinionista del Boston Globe Christopher Muther ha ammesso di aver ceduto alle pressioni. “Potevo sentire la vergogna entrare nelle mie falangi le prime volte che ho cominciato ad aggiungere questa enfasi fasulla alle amenità che scrivevo”, ha affermato. “Adesso non c’è modo di tornare indietro”.

Proprio così, non si torna indietro. E questo succede perché a un certo punto il significato di questo segno d’interpunzione è cambiato.

“Un tempo i punti esclamativi erano spaventosi e rumorosi: ti facevano saltare sulla sedia”, ha scritto Heidi Julavits nel suo Tra le pieghe dell’orologio. “Quando veniva fuori un punto esclamativo eri nei guai. In una frase poteva indicare un latrato, una sfuriata, un’impiccagione. Adesso non più. Il punto esclamativo è usato a cuor leggero, è perfino estroso”.

Un punto esclamativo è un segno di gentilezza. Due punti esclamativi, invece, indicano un’autentica emozione

Un po’ come la parola sbalorditivo era destinata in precedenza a scopi più alti, il punto esclamativo è passato dall’essere un grido d’allarme o intensità a semplice simbolo di gentilezza e cordialità. Come hanno scritto nella loro guida Shipley e Schwalbe, “i punti esclamativi possono infondere istantaneamente calore umano a una comunicazione elettronica”. Ed è per questo che li usiamo.

“Un punto esclamativo è usato per esprimere sincerità”, dice Gretchen McCulloch, una linguista che si occupa di comunicazione in rete. “Se concludo un’email con un ‘grazie!’, non sto gridando, né sono particolarmente entusiasta. Sto solo cercando di comunicare la mia gratitudine, e di farlo sorridendo un po’, per scopi sociali”.

La pressione a usare punti esclamativi può a volte risultare opprimente: una trappola che Tannen chiama “entusiasmo obbligatorio”. La pressione sociale di questo genere specifico è più forte per le donne, come hanno dimostrato molti studi. I punti esclamativi possono essere una sorta di sforzo emotivo a cui le donne devono sottoporsi per essere apprezzate, soprattutto nel loro posto di lavoro.

Ma dal momento che oggi buona parte della comunicazione avviene in formato di testo, non arricchito dal tono della voce, dal linguaggio del corpo o dalle espressioni del viso, è probabile che abbiamo trovato un altro modo per facilitare le interazioni tra le persone. E sembra che quest’uso del punto esclamativo si sia ormai stabilizzato, e sia intuitivamente comprese dalla maggior parte degli utenti di internet.

“È stato totalmente normalizzato, almeno secondo me”, sostiene Jonny Sun, un dottorando dell’Mit che studia le comunità online. “Credo che il singolo punto esclamativo sia ormai molto accettato”.

Si potrebbe dire che Sun sia un entusiasta di professione. È infatti noto soprattutto per il suo account Twitter, nel quale mescola battute stupide a umorismo agrodolce e aforismi raffinati. Ha anche scritto un fumetto ispirato al suo profilo Twitter. E usa un sacco di punti esclamativi, soprattutto quando risponde agli amici o agli ammiratori. Un singolo punto esclamativo, dice, è talmente normale da non sembrare nemmeno sincero. “Ormai mi sembra una scorciatoia che non esprime più davvero un’emozione autentica”, afferma. “Un singolo punto esclamativo è un po’ come voler dire: eccomi, vi sto facendo vedere quanto sono gentile e cordiale. Invece due punti esclamativi sono segno di un’autentica emozione”.

McCulloch è amico di Sun su Twitter, e mi ha detto che pensa di aver preso da lui l’abitudine di usare più punti esclamativi. “Uno o due anni fa, non ne avrei mai usato più di uno”, dice. È così che simili tic del linguaggio si diffondono. In generale passano dalle persone più giovani a quelle più anziane, dalle donne agli uomini, e da contesti informali ad altri più formali, secondo Tannen. “Credo che i punti esclamativi multipli stiano entrando sempre più nel nostro modo di comunicare odierno”, dice. “Si stanno spostando dalle comunicazioni intime a quelle più pubbliche. Più che tra amici, è usato per esempio sul posto di lavoro”.

Dopo il nostro colloquio McCulloch ha indetto un sondaggio su Twitter nel quale ha chiesto: “Se volessi trasmettervi un sincero entusiasmo, di quanti punti esclamativi avrei bisogno?”. Dopo circa ottocento voti, la risposta più frequente è stata tre. McCulloch ha poi precisato il sondaggio chiedendo quale fosse il numero giusto di punti esclamativi da scrivere alla fine della frase o da solo per esprimere sincero entusiasmo. E con lievi differenze il numero è stato sempre tre.

Perciò, quand’è che si raggiunge il limite? Cosa succede se tre punti esclamativi a lungo andare denoteranno poco più che una frase amichevole?

“Probabilmente si raggiungerà il limite passando a un diverso tipo di punteggiatura”, dice McCulloch. Se il punto esclamativo funziona come segno di sincerità, quando le persone se ne stancheranno, “forse gli smiley diventeranno più accettabili in un contesto di lavoro”.

La forma più sincera d’entusiasmo non ha bisogno di alcun testo

La cosa coincide in parte con un’interessante teoria di Sun sul legame tra la sincerità e il linguaggio informale su internet. Nei social network, scrivere una frase tutta in maiuscolo o il fatto di non usare affatto le maiuscole dà una sensazione di maggiore sincerità rispetto a un uso ortografico corretto. “Mi sembra che la sincerità, soprattutto in rete, stia rompendo ogni forma di affetto formale che avevamo adottato nel linguaggio”, dice Sun. “La sincerità in rete si esprime ormai con le minuscole, digitate velocemente, il che rende accettabili gli errori di battitura. Ma poi questi errori diventano parte della comunicazione. A mio avviso la battitura frenetica dei tasti è la forma più sincera d’eccitazione”.

Quando l’informalità diventa sinonimo di sincerità, questa può sconfinare in territori un tempo riservati alla comunicazione formale. Quando parliamo con i colleghi usando solo maiuscole, o riempiamo le email di punti esclamativi, non siamo scortesi né stiamo dando troppa confidenza. Lo si fa per mostrare che davvero crediamo a quel che stiamo dicendo.

Ma forse la forma più sincera d’entusiasmo non ha bisogno di alcun testo. “A volte, invece di un’affermazione, invio semplicemente una serie di punti esclamativi per rispondere a una persona, senza parole”, spiega Sun. “Credo che questo denoti un’emozione pura o pura gioia”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
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Come proteggere i nostri risparmi dallo scoppio di una crisi finanziaria?

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Dal blog Advise Only – Una delle certezze quasi assolute del mondo della finanza è che prima o poi ci troveremo a dover fare i conti con l’improvviso scoppio di una crisi. Il più delle volte non ci è dato sapere il quando, ma conoscerne nel dettaglio tipologia, caratteristiche e impatto sui mercati, ci aiuterà a limitarne i danni, traendo così in salvo i nostri risparmi.

Come proteggere i nostri risparmi dallo scoppio di una crisi finanziaria?

Quando parliamo di crisi finanziarie, abbiamo dalla nostra una sola certezza: presto o tardi, ce ne sarà un’altra. Banche che falliscono, bolle che si gonfiano per mesi e poi si sgonfiano nel giro di una mattinata, valute in subbuglio e Stati sovrani o altri grossi emittenti che vanno in default: i punti di innesco sono tanti e difficilmente prevedibili nella loro interezza, stante l’elevato numero di variabili in gioco.

Guardando al passato, però, emerge un minimo comune denominatore: le conseguenze sull’economia reale in termini di produzione, occupazione, reddito, risparmi e consumi delle famiglie.

Cosa sono le crisi finanziarie

Definire cosa sia una crisi finanziaria non è facile perché ogni crisi può assumere diverse forme e scaturire in diverse condizioni. Per fortuna ci ha pensato la letteratura a sbrogliare l’intrigata situazione. Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale1, ha identificato quattro famiglie di crisi finanziarie in base a considerazioni quantitative e qualitative.

  • Crisi valutarie: un attacco speculativo alla valuta determina una svalutazione o un forte deprezzamento o costringe le autorità a difendere la moneta investendo una grande quantità di riserve internazionali oppure aumentando drasticamente i tassi di interesse o imponendo controlli sui capitali.
  • Sudden Stop” (anche crisi della bilancia dei pagamenti): può essere definita come una grande e improvvisa diminuzione di flussi in entrata di capitali esteri o più in generale una brusca inversione dei flussi di capitale.
  • Crisi bancarie: la notizia, più o meno fondata, di una difficoltà della banca e/o il crollo del suo titolo in Borsa può dare il via alla “corsa allo sportello”, con i correntisti che vogliono in massa chiudere i loro conti. In questo modo, la banca in oggetto rischia di diventare insolvente, perché non è in grado di soddisfare l’ammontare complessivo di liquidità richiesto dai clienti allo stesso momento, ed è costretta a chiedere aiuto allo Stato oppure limitare la disponibilità di movimento sui conti correnti.
  • Crisi del debito: può sfociare in una crisi di debito sovrano o privato. S’incappa in una crisi di debito quando un soggetto non può o non vuole onorare il suo debito, e quindi fa default. Ci sono vari modi per non onorare il debito: fare inflazione, non pagare gli interessi, allungare la scadenza del contratto, altre forme di sostegno.

La frequenza delle crisi

Affidandoci alla nostra memoria a medio termine, ricordiamo molto chiaramente la crisi dei subprime partita nel 2007 e quella del debito del 2011. E basta?

Non proprio: un lavoro di Laeven and Valencia2 (sempre FMI) ne ha contate 431 dal 1970 al 2011. Se nel corso degli anni Settanta le crisi valutarie erano in media 2 all’anno, negli anni Ottanta sono diventate 7 all’anno, fino ad arrivare a 9 all’anno (sempre in media) negli anni Novanta.

Grafico Advise
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Nel corso degli ultimi 40 anni, le crisi valutarie e bancarie hanno fatto da padrone, ma dagli anni 2000 in poi si sono enormemente ridotte di numero (non d’intensità, però, se pensiamo alla crisi Lehman). Ad oggi, i sistemi economici moderni sembrano tuttavia più esposti alle crisi da Sudden Stop.

Come potete immaginare, molto spesso le crisi si sovrappongono. Per esempio, la recente crisi della zona euro è passata attraverso una Sudden Stop, una crisi di debito pubblico e una crisi bancaria. Giusto per non farsi mancare nulla. Il grafico sottostante mostra le innumerevoli intersezioni tra le varie crisi. Apparentemente, le crisi bancarie hanno molto in comune con qualsiasi altra crisi. Le banche, come sappiamo, contano.

Grafico Advise
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Le 5 caratteristiche base di una crisi

Le crisi finanziarie possono quindi assumere forme molto diverse, anche se hanno diversi aspetti in comune:

  • Aumento spropositato dei prezzi degli attivi
  • Rapido incremento dei volumi di credito
  • Severo deterioramento delle condizioni di finanziamento (canale bancario o fonti esterne)
  • Seri problemi di bilancio per imprese, famiglie, operatori finanziari e Stati sovrani
  • Interventi urgenti del governo o di enti sovranazionali

Tra questi 5 fattori, l’aumento oltre misura dei prezzi degli attivi (in modo particolare quelli delle abitazioni) e la crescita dei volumi di credito sono i più diffusi nel periodo precedente alle crisi finanziarie.

Il brusco e rapido incremento dei prezzi degli asset (azioni o altro) seguito da correzioni massicce al ribasso è un fenomeno che si è ripetuto spesso nei secoli (vi ricordate la “bolla dei tulipani”?). Come si nota dal grafico sottostante, a periodi in cui il credito o i prezzi degli immobili sono cresciuti molto sono seguiti periodi di crisi finanziarie oppure periodi di crescita economica inferiore alla norma, o entrambe le cose.

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Impatto sull’economia

Le crisi finanziarie, da qualunque parte arrivino, hanno chiaramente forti effetti sull’attività economica e possono scatenare recessioni, ci spiega il Fondo Monetario Internazionale. Ora, il ciclo economico è di per sé “programmato” per attraversare – ciclicamente, appunto – quattro fasi: ripresa, espansione, rallentamento, recessione.

Quindi, dire che la recessione nasce dalla crisi finanziaria è inesatto. Può esserci recessione anche in assenza di crisi. Vero è, però, come fa notare l’FMI, che le crisi finanziarie tendono spesso a rendere le recessioni peggiori di quelle “naturali”: la durata media di una recessione associata a una crisi finanziaria è di circa sei trimestri, due in più rispetto a una normale recessione.

Di solito c’è anche un più ampio calo della produzione, e non solo: le recessioni successive alle crisi mostrano cali molto più consistenti nei consumi, negli investimenti, nella produzione industriale, nell’occupazione, nelle esportazioni e nelle importazioni. Per giunta, la combinazione dei costi di ristrutturazione del sistema finanziario e di un’economia in affanno può portare il debito pubblico a salire molto rapidamente.

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Advise Ohly

Gli effetti sui mercati

A una crisi finanziaria in genere seguono il deprezzamento della valuta, la caduta del valore di azioni e obbligazioni, un più difficile accesso ai prestiti e ai mutui e, non ultimi, rischi per la liquidità e per la mobilità dei capitali.

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Difendersi da una crisi finanziaria

Se fosse possibile prevedere quando e come si scatenerà la prossima crisi, potremmo dare una risposta puntuale in ogni sua parte su come difendersi. Purtroppo, però, le crisi finanziarie sono difficilissime da prevedere. Certo, si possono fare ipotesi: il ritiro delle misure straordinarie delle banche centrali e il rischio politico diffuso, oltre alla delicata situazione dei conti pubblici di alcuni Paesi (come l’Italia) qualche indizio ce lo possono dare, ma non ci danno alcuna certezza appunto perché, come detto, le variabili in gioco sono tantissime. Tutto quello che possiamo fare è tenerci pronti e mantenere i nervi saldi.

Come? Diversificando, of course. Ma attenzione: le correlazioni tra molti investimenti sono relativamente basse quando tutto va bene, ma salgono quando le cose si mettono male, quindi nelle crisi finanziarie. Se in condizioni normali quando le Borse salgono i bond scendono (e viceversa), la crisi fa da “livella” e manda giù tutto.

Be’, non proprio tutto. Oro, titoli di Stato a breve termine di “Paesi sicuri” e liquidità (con particolare attenzione alla solvibilità della banca presso la quale abbiamo depositato i nostri risparmi) sono poco correlati con le altre classi di attivo ed è dunque da qui che si può ricavare un po’ di protezione nelle crisi.

Insomma, nella gestione dei risparmi, avendo cura di non mettere tutto in un unico investimento (mai), non abbiate paura di puntare anche su attività prive di rischio, quindi con rendimenti molto bassi. Ricordatevi infine di variare strategicamente la composizione dei portafogli.

FONTE: Advise Only

C’è un problema con i nostri stipendi

ilpost.it 29.7.18

Nonostante la ripresa dell’economia, non sono cresciuti: e la cosa peggiore è che gli economisti non hanno idea del perché

All’inizio di luglio gli economisti della Banca Centrale Europea hanno finalmente ricevuto la notizia che aspettavano da anni: nei primi tre mesi del 2018 gli stipendi europei sono tornati a crescere. L’aumento dei salari è considerato un prerequisito necessario per avere un livello sano di inflazione, e visto che negli ultimi anni l’inflazione in Europa è quasi sempre rimasta sotto il 2 per cento, cioè la soglia dell’”inflazione buona” che la banca centrale ha l’obiettivo di mantenere, i nuovi dati sono stati salutati con sollievo dai tecnici della BCE.

Anche i sindacati europei hanno festeggiato il risultato, ma i lavoratori farebbero bene a pensarci due volte prima di decidere di cambiare automobile. L’aumento infatti è stato tutto meno che spettacolare: il 2 per cento nella zona euro e il 2,7 in tutta l’Unione Europea. In alcuni paesi l’aumento è stato quasi trascurabile. In Italia per esempio i salari sono saliti in un anno di appena lo 0,4 per cento, in Portogallo sono addirittura calati dell’1,5.

C’è anche un altro problema, che probabilmente ha contribuito a temperare molto la felicità dei tecnici della BCE. Anche se «i lavoratori stanno finalmente iniziando a ricevere una fetta più grande della torta economica», come ha scritto il giornalista economico Jack Ewig in un articolo pubblicato sul New York Times, «è meglio se non proviamo a chiederci perché è successo e nemmeno se è un fenomeno destinato a durare». Cosa intende Ewig: la dinamica dei salari – cioè la relazione tra quanto crescono gli stipendi e una serie di altri fattori, come tasso di crescita dell’economia, disoccupazione e inflazione – è diventata un mistero difficile da interpretare.

Non è sempre stato così. Per lungo tempo, la relazione tra salari e il resto dell’economia era considerata un fenomeno prevedibile come le maree: bastavano un paio di formule piuttosto semplici per prevederne l’andamento con una certa precisione. Per esempio: se cala la disoccupazione gli stipendi si alzano, poiché i datori di lavoro sono costretti a competere gli uni con gli altri per aggiudicarsi i lavoratori ancora sul mercato, o per convincere chi già lavora a cambiare azienda. A quel punto i datori di lavoro scaricano il maggior costo del lavoro sui consumatori, alzando i prezzi dei loro beni e producendo così inflazione.

Nei manuali di economia si trovava spesso uno schema, la cosiddetta “Curva di Phillips“, che mostrava la relazione inversa tra disoccupazione e inflazione: più diminuisce la prima, più aumenta la seconda. Per gran parte del secondo dopoguerra i politici europei hanno agito dando per scontata questa relazione, perché la regola funzionava: sia i governi di sinistra che quelli di destra scelsero di puntare ad avere una bassissima disoccupazione al prezzo di un’inflazione piuttosto alta (il che significava, semplificando, fare molta spesa pubblica e ripagarla grazie al denaro stampato dalla banca centrale). A partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, però, il meccanismo si inceppò: l’inflazione aumentava, ma nel contempo cresceva anche la disoccupazione (è la cosiddetta “stagflazione”).

Nel 1976 il primo ministro britannico laburista James Callaghan disse che non si poteva più scegliere tra avere disoccupazione o avere inflazione. Nel clima mutato di quegli anni, puntando sull’inflazione non si otteneva al contempo la piena occupazione. Quello che era emerso era che la dinamica dei salari e del lavoro era molto più complessa di quanto la Curva di Phillips lasciasse intendere. Per creare posti di lavoro non era più sufficiente giocare con l’inflazione, magari aumentando la spesa pubblica.

Gli anni Settanta avevano messo in chiaro che non bastava far aumentare un po’ di inflazione per avere più occupazione, e che la “stagflazione”, cioè inflazione più recessione, non fosse una creatura mitologica ma un evento che poteva accadere davvero. In ogni caso, però, l’idea che al calare della disoccupazione i salari dovessero aumentare era considerato un assioma della teoria economica. Il problema è che nell’ultimo decennio non è accaduto. Dopo la Grande recessione iniziata nel 2008, un altro “pilastro” della relazione tra salari e il resto dell’economia ha iniziato a essere messo in dubbio.

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alain servais@aservais1

The 2018 OECD employment outlook showed that for the first time there were more people in employment in the OECD area than before the financial crisis, but « wage growth is still missing in action » https://www.ft.com/content/c4437c9e-7ec4-11e8-bc55-50daf11b720d  via @financialtimes

La ripresa in Europa è iniziata nel 2012 e ha preso velocità negli ultimi anni. In alcuni paesi, come la Germania, il tasso di disoccupazione ha raggiunto un record storico verso il basso. Eppure soltanto ora gli stipendi iniziano ad aumentare, e lo stanno facendo molto lentamente. «Alla fine del 2017, la crescita degli stipendi nei paesi OCSE era solo del 2,1 per cento, appena la metà del tasso di crescita raggiunto prima della crisi, quando i livelli di disoccupazione erano simili», ha scritto Stefano Scarpetta, dirigente dell’OCSE, in un articolo pubblicato pochi giorni fa e intitolato: “Che cos’è successo alla crescita dei salari?”.

Insomma, non solo non riusciamo a capire perché, proprio ora, i salari abbiano iniziato a crescere, ma abbiamo anche difficoltà a spiegare perché per quasi un decennio sono rimasti fermi o sono addirittura calati. Gli economisti però non sono completamente senza indizi, e parecchie teorie sono state portate avanti per spiegare il fenomeno a cui stiamo assistendo. Scarpetta, per esempio, scrive che l’OCSE ha individuato due fattori principali. Il primo: dalla fine della crisi in poi la produttività non è aumentata. Significa che la quantità di beni e servizi che un lavoratore è in grado di produrre in una determinata quantità di tempo è rimasta stabile (ci sono parecchie ragioni anche per questo: la crisi ha spinto i privati a smettere di investire e i governi non hanno investito al posto loro).

Visto che la produttività del lavoro è ritenuta oggi una delle ragioni principali dietro l’aumento dei salari, questa stagnazione spigherebbe almeno in parte perché gli stipendi non sono cresciuti. La seconda ragione è che il mercato del lavoro oggi domanda maggiori competenze tecnologiche, che gran parte dei lavoratori non possiede, finendo così tagliata fuori da quegli impieghi in cui i salari stanno invece aumentando. La BCE, che come abbiamo visto è molto interessata alla dinamica dei salari, ha cercato di stimolare un dibattito tra gli economisti su questo tema nel corso della sua ultima riunione a Sintra, in Portagallo.

Uno degli argomenti che sono andati per la maggiore è quello secondo cui l’indebolimento dei sindacati in tutto il mondo sviluppato ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, e quindi la loro possibilità di spuntare stipendi migliori. L’apertura delle frontiere per i capitali e la possibilità di delocalizzare le industrie hanno aggiunto ulteriore pressione sui salari, poiché ora i lavoratori del mondo sviluppato competono con quelli del mondo in via di sviluppo.

Un’altra spiegazione ancora accusa le grandi società di tecnologia, come Apple, Google e Facebook. In teoria sono le imprese dove la produttività è aumentata di più, grazie all’uso intensivo di nuove tecnologie. Dovrebbero quindi essere anche quelle dove gli stipendi crescono più in fretta, ma non è così. Come ha rilevato Scarpetta, se le imprese ad alta tecnologia avessero seguito il rapporto tra produttività e salari che c’era nel decennio prima della crisi, oggi dovrebbero pagare salari il 13 per cento più alti. Se hanno potuto evitarlo, dicono i sostenitori di questa tesi, è perché hanno creato dei monopoli o semi-monopoli in cui non c’è concorrenza, e quindi non è necessario alzare gli stipendi per attrarre i lavoratori. Altre società, come Uber e Airbnb, sono invece riusciti a mantenere il costo del lavoro basso utilizzando una serie di escamotage tramite i quali possono utilizzare lavoratori ultra-precari, economici e privi di garanzie.

Un’altra possibilità ancora è che le statistiche sottovalutino in maniera sistematica il numero di disoccupati. Durante una lunga recessione, molte persone perdono completamente la speranza di trovare lavoro e smettono di cercarlo, scomparendo così dalle statistiche che contano come disoccupati soltanto coloro che cercano attivamente un lavoro. Non appena la situazione economica migliora, però, queste persone tornano ad affacciarsi sul mercato del lavoro. Il mistero dei salari che non crescono potrebbe essere in realtà un effetto ottico: ci domandiamo come mai non crescono, visto che la disoccupazione è calata. Ma forse la disoccupazione in realtà non è calata poi così tanto, e ci sono ancora parecchi “scoraggiati” che sfuggivano alle statistiche e che solo ora stanno tornando sul mercato del lavoro. Quando questo “esercito di riserva” di disoccupati inizierà ad esaurirsi, allora vedremo finalmente l’incremento salariale che ci aspettiamo.

Sono tutte spiegazioni valide e probabilmente ognuna contiene una parte di verità. Al momento però non c’è un consenso tra gli economisti su quale di queste teorie sia quella più utile a spiegare quel che sta accadendo. Quella dei salari è una delle grandi questioni economiche del nostro tempo, con profonde ramificazioni politiche. Le difficoltà dei lavoratori, la sensazione che molti hanno di non ricevere quel che gli spetta, il timore di lasciare ai propri figli lavori e stipendi peggiori dei propri, hanno contribuito ad alimentare un risentimento che secondo molti ha contribuito alla nascita di fenomeni di protesta sostenuti dal voto dei lavoratori poco istruiti che appartengono alle categorie che più hanno subito la compressione dei salari.

Ma per trovare la giusta risposta alle loro domande bisognerà comprendere meglio quel che sta accadendo. Se infatti il problema principale fosse l’incapacità degli strumenti statistici di valutare il corretto numero di disoccupati, la soluzione passerebbe per una revisione dei metodi statistici. Ma la soluzione non sarà altrettanto rapida e semplice se il problema avesse a che fare con il cambiamento dei rapporti di forza tra i lavoratori sempre più deboli e datori di lavoro in grado di imporre i salari a loro più convenienti.

Terrorismo e immigrazione: ecco i legami scoperti nelle indagini

ofcs.report 29.7.18

DA ANNI NEGLI ATTI DELLE PROCURE EMERGONO LE ATTIVITÀ DI PROSELITISMO E RECLUTAMENTO TRA I CLANDESTINI

Negli ultimi tempi il terrorismo islamista pare abbia avocato a se la strategia dello “spontaneismo armato”  tanto cara a buona parte degli ideologi della sinistra extraparlamentare che durante il periodo tristemente noto come “anni di piombo” hanno indotto individui allo scopo indottrinati a insanguinare le nostre città.

È probabile che proprio sulla scorta dell’esperienza della “lotta armata rivoluzionaria per il comunismo”, che percorse le strade europee per un ventennio, Abu Musab al Suri, ideologo dello jihadismo transnazionale, nei suoi deliranti messaggi avesse comunque ben pianificato l’evoluzione che il movimento terroristico globale di matrice islamista avrebbe dovuto adottare allo scopo di adattarsi a nuove realtà emergenti.

Il sostanziale fallimento delle organizzazioni jihadiste gerarchizzate in modo piramidale, neutralizzate dalle operazioni di intelligence compiute nel corso dell’ultimo decennio, ha fatto emergere la necessità di riorganizzare i vari gruppi aderenti alla strategia della “resistenza islamica globale” sul principio della decentralizzazione delle cellule e sulla sostanziale autonomia delle medesime.

Mentre un’organizzazione piramidale mostra estrema fragilità decomponendosi a seguito della scoperta e della neutralizzazione anche solo di una cellula componente la struttura che provoca il crollo progressivo dell’organizzazione, il modello decentralizzato presenta molteplici aspetti positivi. Dall’indipendenza economica, alla libertà di pianificazione ed azione e, soprattutto, dal potenziale bacino di reclutamento fornito da nuove leve arruolate tra le fila dei clandestini che, proprio nelle attività illecite poste in essere dai componenti della cellula a scopo di auto finanziamento, trovano una loro collocazione come bassa manovalanza.

Riferimenti specifici a quanto espresso, sono presenti in innumerevoli ordinanze di custodia cautelare a carico di sospetti jihadisti, nonchè di alcuni pentiti storici di al Qaeda che, con le loro dichiarazioni, hanno permesso di ricostruire, sebbene in modo parziale, la composizione delle organizzazioni qaediste.

Così, da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Bari nel 2013, tra l’altro redatta in modo assai meticoloso, si rileva che una cellula individuata in quel di Andria, favoriva l’immigrazione illegale in Italia anche con il procacciamento di falsi documenti di identitàoltre a svolgere attività di proselitismo e reclutamento tra i nuovi arrivati in nome dell’ideale jihadista. Nel provvedimento si sottolineava come le esortazioni di Abu Musab al Suri fossero state integralmente assorbite dai componenti della cellula pugliese laddove lo Sheikh siriano ipotizzava la crescita esponenziale di cellule operative proporzionalmente superiore al numero di quelle neutralizzate dalle operazioni di polizia. L’ordinanza ribadiva e delineava l’utilizzo della tattica della Taqqiya, la dissimulazione, come fattore chiave per la crescita “oscura” dei gruppi stanziati sul territorio sino al momento dell’azione, ma anche come metodo di reclutamento da parte di imam formalmente devoti all’Islam moderato e integrati nel tessuto sociale italiano.

Nel medesimo contesto emergevano, non inediti, aspetti inquietanti relativi all’ottenimento di documenti legali idonei all’espatrio “legale” degli adepti ed al loro ritorno in Italia successivamente a probabili trasferte dedicate a stage di addestramento in Medio oriente o a incontri con soggetti orbitanti nell’area dello jihadismo. Ma la cellula era attiva anche e soprattutto nel supporto economico devoluto, beninteso, tramite Ong, al movimento terroristico Hamas, operante in funzione anti-israeliana, appoggio che nei dialoghi intercettati tra i membri del gruppo doveva evolversi in una loro piena adesione “in loco” ai miliziani dell’organizzazione.

E lo stretto legame tra terrorismo e immigrazione clandestina emerge anche dagli atti dell’arresto di un algerino a Salerno, accusato di essere parte di organizzazione transnazionale dedita al falso documentale finalizzato anche al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma, soprattutto, di essere stato in contatto con alcuni tra gli autori degli attentati di Parigi e Bruxelles, tra i quali Salah Abdeslam.

Anche la Procura di Bologna, negli atti del fermo disposto nei confronti di un tunisino aderente allo Stato Islamico e pronto ad immolarsi in nome della jihad, sottolinea, in alcuni passaggi, la relativa semplicità dell’individuo, ben consigliato da connazionali, di procurarsi documenti legali dietro presentazione di richieste di asilo politico in Italia o in Germania. Con i documenti ottenuti avrebbe avuto ampia libertà di movimento per porre in atto i suoi bellicosi propositi.

Per l’ottenimento degli agognati documenti, alcuni sedicenti centri culturali islamici offrono un’ampia gamma di soluzioni, dalle semplici informazioni per il rilascio, all’offerta di ospitalità idonea ad ottenere la residenza (cfr. ulteriore ordinanza di custodia cautelare della Procura di Bari del 2018), dalla celebrazione di matrimoni da trascrivere presso specifiche rappresentanze consolari a luoghi idonei al pernottamento in attesa del reperimento di un’occupazione saltuaria.

E la precaria condizione di clandestini apporta sicuramente benefici non indifferenti a soggetti inviati “in missione” nel continente europeo. Un esempio viene dalle dichiarazioni di due indagati per terrorismo intercettate e trascritte inun’ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Milano del 2016, dove viene riportato testualmente “…dicono che sono due iracheni che sono entrati con i clandestini, per quello non riescono a capire chi sono, entrano normalmente senza far sospettare di nulla, quando entrano qui sono solo con i loro abiti, normale, poi trovano qui chi gli prepara le armi e poi fanno saltare qui non certo a casa loro”.

Gli indizi che portano a presagire che il fenomeno dello spontaneismo jihadista sia stato tutt’altro che debellato, emerge da quanto riportato nel documento della Procura milanese dove un indagato, interloquendo con altro soggetto, parla chiaramente “…della maggior parte dei ragazzi qui hanno iniziato a muoversi, hanno iniziato.. è cambiata la situazione, i giovani sono diventati, non so come spiegartelo..i giovani sono diventati un pò, con la volontà di Dio, con la volontà di Dio, troppo vicino, troppo vicino, succederà qualcosa con la volontà di Dio”.

La consapevolezza di un qualcosa che stia innescandosi pericolosamente tra le frange di estremisti islamici stanziate sui territori dell’Occidente, non dovrebbe suonare nuova agli addetti ai lavori. Dalla fine degli anni ’90 quando i primi fomentatori d’odio misero piede in Europa richiedendo ed ottenendo asilo e protezione poichè perseguitati in Patria, è iniziato un ciclo che si sta rapidamente evolvendo in una progressivo stanziamento di vere e proprie avanguardie militari che, agendo nei canoni della Taqqiya, la dissimulazione, persegue ostinatamente l’obiettivo di occupazione di parti di territorio e di proselitismo religioso estremo. 

“Dio è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il Jihad è la nostra via. Morire sulla via di Dio è la nostra suprema speranza”, questo il motto guida per gli islamisti seguaci dei Fratelli musulmani egiziani, un movimento chiave del network jihadista mondiale. Una visione dell’Islam tutto sommato presentabile per gli ebeti sostenitori dell’accoglienza a tutti i costi che non distingue le vere vittime dai reali carnefici.

A scanso di equivoci e per una conclusione per quanto possibile obiettiva si riporta quanto sentenziato dal Tribunale di Napoli – Sezione del riesame, il 25 maggio 2006, nell’ambito di un procedimento penale contro elementi del Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento:“E’, infatti, logico indurre che la falsificazione di documenti di identità e permessi di soggiorno utilizzati per consentire l’immigrazione clandestina, compiuta senza scopo di lucro (come nella specie, secondo le precisazioni del provvedimento impugnato, non contrastate dalla difesa) abbia altre finalità tra le quali, ove ulteriori indizi concordanti e consistenti lo confermino, correttamente può essere annoverata anche quella in esame (terroristica)”.