Quanti punti esclamativi servono per trasmettere entusiasmo

The AtlanticStati Uniti internazionale.it 28.7.18

(Getty Images)

Quanti punti esclamativi servono per indicare un’esclamazione? Uno, direbbe una persona di buon senso con una discreta conoscenza della punteggiatura. Il punto esclamativo indica un’esclamazione, quindi un punto dovrebbe bastare. Ma su internet spesso non è così. La comunicazione digitale vive un’inflazione di punti esclamativi. Quando in un’email di lavoro c’è un punto esclamativo alla fine di ogni frase, ne servono due per esprimere entusiasmo. O tre. O quattro. O più.

Me ne sono accorta sui social network. I punti esclamativi multipli compaiono in frasi ordinarie, slegati da iperboli o da qualsiasi genere di emozione febbrile. Una banale email di lavoro può contenere espressioni come “Va bene!!!”. E mi scopro a usarle anche io.

“Tutte queste stramberie da social network – come i punti esclamativi o le frasi in maiuscolo – sono un modo per esprimere entusiasmo. E le usano sempre più persone”, spiega Deborah Tannen, docente di linguistica alla Georgetown university, a Washington. Questa sorta d’inflazione è un fenomeno linguistico naturale che capita regolarmente alle parole: la parola awesome (sbalorditivo), per esempio, un tempo era riservata alle cose che davvero provocavano un profondo sbalordimento, mentre oggi significa più o meno “mi piace”.

La stessa cosa oggi succede alla punteggiatura. Non molto tempo fa il punto esclamativo era una scelta estrema. In una guida di grammatica del 2005 si legge che il punto esclamativo “indica estremo dolore, paura, stupore, rabbia, urla o disgusto”. A scuola di giornalismo ci dicevano che avremmo potuto usare un solo punto esclamativo in tutta la nostra carriera, e che avremmo dovuto usarlo con parsimonia.

Si poteva, magari, usare un punto esclamativo per un titolo in prima pagina come “La guerra è finita!”, ma niente di meno importante ne sarebbe stato meritevole. Lo scrittore Elmore Leonard aveva una regola simile: “Non potete usare più di due o tre punti esclamativi ogni centomila parole”, ha scritto, anche se in realtà è stato il primo a non rispettare la regola.

Calore umano digitale
In rete non sono mai mancati né i punti esclamativi né i brontoloni che si lamentano per la loro onnipresenza. Ma qualcuno aveva accolto con favore questa sovrabbondanza di punteggiatura. David Shipley e Will Schwalbe, nel loro galateo della posta elettronica del 2007, Send, avevano previsto tutto. “Il punto esclamativo è uno strumento pigro ma efficace per combattere la mancanza di tono delle email”, scrivevano. Fino a quando le email non riusciranno a trasmettere calore umano, “continueremo a disseminarle di punti esclamativi”.

Avevano ragione. In seguito sembra che molte persone abbiano smesso di opporsi alla loro ascesa. Nel 2012, l’opinionista del Boston Globe Christopher Muther ha ammesso di aver ceduto alle pressioni. “Potevo sentire la vergogna entrare nelle mie falangi le prime volte che ho cominciato ad aggiungere questa enfasi fasulla alle amenità che scrivevo”, ha affermato. “Adesso non c’è modo di tornare indietro”.

Proprio così, non si torna indietro. E questo succede perché a un certo punto il significato di questo segno d’interpunzione è cambiato.

“Un tempo i punti esclamativi erano spaventosi e rumorosi: ti facevano saltare sulla sedia”, ha scritto Heidi Julavits nel suo Tra le pieghe dell’orologio. “Quando veniva fuori un punto esclamativo eri nei guai. In una frase poteva indicare un latrato, una sfuriata, un’impiccagione. Adesso non più. Il punto esclamativo è usato a cuor leggero, è perfino estroso”.

Un punto esclamativo è un segno di gentilezza. Due punti esclamativi, invece, indicano un’autentica emozione

Un po’ come la parola sbalorditivo era destinata in precedenza a scopi più alti, il punto esclamativo è passato dall’essere un grido d’allarme o intensità a semplice simbolo di gentilezza e cordialità. Come hanno scritto nella loro guida Shipley e Schwalbe, “i punti esclamativi possono infondere istantaneamente calore umano a una comunicazione elettronica”. Ed è per questo che li usiamo.

“Un punto esclamativo è usato per esprimere sincerità”, dice Gretchen McCulloch, una linguista che si occupa di comunicazione in rete. “Se concludo un’email con un ‘grazie!’, non sto gridando, né sono particolarmente entusiasta. Sto solo cercando di comunicare la mia gratitudine, e di farlo sorridendo un po’, per scopi sociali”.

La pressione a usare punti esclamativi può a volte risultare opprimente: una trappola che Tannen chiama “entusiasmo obbligatorio”. La pressione sociale di questo genere specifico è più forte per le donne, come hanno dimostrato molti studi. I punti esclamativi possono essere una sorta di sforzo emotivo a cui le donne devono sottoporsi per essere apprezzate, soprattutto nel loro posto di lavoro.

Ma dal momento che oggi buona parte della comunicazione avviene in formato di testo, non arricchito dal tono della voce, dal linguaggio del corpo o dalle espressioni del viso, è probabile che abbiamo trovato un altro modo per facilitare le interazioni tra le persone. E sembra che quest’uso del punto esclamativo si sia ormai stabilizzato, e sia intuitivamente comprese dalla maggior parte degli utenti di internet.

“È stato totalmente normalizzato, almeno secondo me”, sostiene Jonny Sun, un dottorando dell’Mit che studia le comunità online. “Credo che il singolo punto esclamativo sia ormai molto accettato”.

Si potrebbe dire che Sun sia un entusiasta di professione. È infatti noto soprattutto per il suo account Twitter, nel quale mescola battute stupide a umorismo agrodolce e aforismi raffinati. Ha anche scritto un fumetto ispirato al suo profilo Twitter. E usa un sacco di punti esclamativi, soprattutto quando risponde agli amici o agli ammiratori. Un singolo punto esclamativo, dice, è talmente normale da non sembrare nemmeno sincero. “Ormai mi sembra una scorciatoia che non esprime più davvero un’emozione autentica”, afferma. “Un singolo punto esclamativo è un po’ come voler dire: eccomi, vi sto facendo vedere quanto sono gentile e cordiale. Invece due punti esclamativi sono segno di un’autentica emozione”.

McCulloch è amico di Sun su Twitter, e mi ha detto che pensa di aver preso da lui l’abitudine di usare più punti esclamativi. “Uno o due anni fa, non ne avrei mai usato più di uno”, dice. È così che simili tic del linguaggio si diffondono. In generale passano dalle persone più giovani a quelle più anziane, dalle donne agli uomini, e da contesti informali ad altri più formali, secondo Tannen. “Credo che i punti esclamativi multipli stiano entrando sempre più nel nostro modo di comunicare odierno”, dice. “Si stanno spostando dalle comunicazioni intime a quelle più pubbliche. Più che tra amici, è usato per esempio sul posto di lavoro”.

Dopo il nostro colloquio McCulloch ha indetto un sondaggio su Twitter nel quale ha chiesto: “Se volessi trasmettervi un sincero entusiasmo, di quanti punti esclamativi avrei bisogno?”. Dopo circa ottocento voti, la risposta più frequente è stata tre. McCulloch ha poi precisato il sondaggio chiedendo quale fosse il numero giusto di punti esclamativi da scrivere alla fine della frase o da solo per esprimere sincero entusiasmo. E con lievi differenze il numero è stato sempre tre.

Perciò, quand’è che si raggiunge il limite? Cosa succede se tre punti esclamativi a lungo andare denoteranno poco più che una frase amichevole?

“Probabilmente si raggiungerà il limite passando a un diverso tipo di punteggiatura”, dice McCulloch. Se il punto esclamativo funziona come segno di sincerità, quando le persone se ne stancheranno, “forse gli smiley diventeranno più accettabili in un contesto di lavoro”.

La forma più sincera d’entusiasmo non ha bisogno di alcun testo

La cosa coincide in parte con un’interessante teoria di Sun sul legame tra la sincerità e il linguaggio informale su internet. Nei social network, scrivere una frase tutta in maiuscolo o il fatto di non usare affatto le maiuscole dà una sensazione di maggiore sincerità rispetto a un uso ortografico corretto. “Mi sembra che la sincerità, soprattutto in rete, stia rompendo ogni forma di affetto formale che avevamo adottato nel linguaggio”, dice Sun. “La sincerità in rete si esprime ormai con le minuscole, digitate velocemente, il che rende accettabili gli errori di battitura. Ma poi questi errori diventano parte della comunicazione. A mio avviso la battitura frenetica dei tasti è la forma più sincera d’eccitazione”.

Quando l’informalità diventa sinonimo di sincerità, questa può sconfinare in territori un tempo riservati alla comunicazione formale. Quando parliamo con i colleghi usando solo maiuscole, o riempiamo le email di punti esclamativi, non siamo scortesi né stiamo dando troppa confidenza. Lo si fa per mostrare che davvero crediamo a quel che stiamo dicendo.

Ma forse la forma più sincera d’entusiasmo non ha bisogno di alcun testo. “A volte, invece di un’affermazione, invio semplicemente una serie di punti esclamativi per rispondere a una persona, senza parole”, spiega Sun. “Credo che questo denoti un’emozione pura o pura gioia”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
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