Terrorismo e immigrazione: ecco i legami scoperti nelle indagini

ofcs.report 29.7.18

DA ANNI NEGLI ATTI DELLE PROCURE EMERGONO LE ATTIVITÀ DI PROSELITISMO E RECLUTAMENTO TRA I CLANDESTINI

Negli ultimi tempi il terrorismo islamista pare abbia avocato a se la strategia dello “spontaneismo armato”  tanto cara a buona parte degli ideologi della sinistra extraparlamentare che durante il periodo tristemente noto come “anni di piombo” hanno indotto individui allo scopo indottrinati a insanguinare le nostre città.

È probabile che proprio sulla scorta dell’esperienza della “lotta armata rivoluzionaria per il comunismo”, che percorse le strade europee per un ventennio, Abu Musab al Suri, ideologo dello jihadismo transnazionale, nei suoi deliranti messaggi avesse comunque ben pianificato l’evoluzione che il movimento terroristico globale di matrice islamista avrebbe dovuto adottare allo scopo di adattarsi a nuove realtà emergenti.

Il sostanziale fallimento delle organizzazioni jihadiste gerarchizzate in modo piramidale, neutralizzate dalle operazioni di intelligence compiute nel corso dell’ultimo decennio, ha fatto emergere la necessità di riorganizzare i vari gruppi aderenti alla strategia della “resistenza islamica globale” sul principio della decentralizzazione delle cellule e sulla sostanziale autonomia delle medesime.

Mentre un’organizzazione piramidale mostra estrema fragilità decomponendosi a seguito della scoperta e della neutralizzazione anche solo di una cellula componente la struttura che provoca il crollo progressivo dell’organizzazione, il modello decentralizzato presenta molteplici aspetti positivi. Dall’indipendenza economica, alla libertà di pianificazione ed azione e, soprattutto, dal potenziale bacino di reclutamento fornito da nuove leve arruolate tra le fila dei clandestini che, proprio nelle attività illecite poste in essere dai componenti della cellula a scopo di auto finanziamento, trovano una loro collocazione come bassa manovalanza.

Riferimenti specifici a quanto espresso, sono presenti in innumerevoli ordinanze di custodia cautelare a carico di sospetti jihadisti, nonchè di alcuni pentiti storici di al Qaeda che, con le loro dichiarazioni, hanno permesso di ricostruire, sebbene in modo parziale, la composizione delle organizzazioni qaediste.

Così, da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Bari nel 2013, tra l’altro redatta in modo assai meticoloso, si rileva che una cellula individuata in quel di Andria, favoriva l’immigrazione illegale in Italia anche con il procacciamento di falsi documenti di identitàoltre a svolgere attività di proselitismo e reclutamento tra i nuovi arrivati in nome dell’ideale jihadista. Nel provvedimento si sottolineava come le esortazioni di Abu Musab al Suri fossero state integralmente assorbite dai componenti della cellula pugliese laddove lo Sheikh siriano ipotizzava la crescita esponenziale di cellule operative proporzionalmente superiore al numero di quelle neutralizzate dalle operazioni di polizia. L’ordinanza ribadiva e delineava l’utilizzo della tattica della Taqqiya, la dissimulazione, come fattore chiave per la crescita “oscura” dei gruppi stanziati sul territorio sino al momento dell’azione, ma anche come metodo di reclutamento da parte di imam formalmente devoti all’Islam moderato e integrati nel tessuto sociale italiano.

Nel medesimo contesto emergevano, non inediti, aspetti inquietanti relativi all’ottenimento di documenti legali idonei all’espatrio “legale” degli adepti ed al loro ritorno in Italia successivamente a probabili trasferte dedicate a stage di addestramento in Medio oriente o a incontri con soggetti orbitanti nell’area dello jihadismo. Ma la cellula era attiva anche e soprattutto nel supporto economico devoluto, beninteso, tramite Ong, al movimento terroristico Hamas, operante in funzione anti-israeliana, appoggio che nei dialoghi intercettati tra i membri del gruppo doveva evolversi in una loro piena adesione “in loco” ai miliziani dell’organizzazione.

E lo stretto legame tra terrorismo e immigrazione clandestina emerge anche dagli atti dell’arresto di un algerino a Salerno, accusato di essere parte di organizzazione transnazionale dedita al falso documentale finalizzato anche al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma, soprattutto, di essere stato in contatto con alcuni tra gli autori degli attentati di Parigi e Bruxelles, tra i quali Salah Abdeslam.

Anche la Procura di Bologna, negli atti del fermo disposto nei confronti di un tunisino aderente allo Stato Islamico e pronto ad immolarsi in nome della jihad, sottolinea, in alcuni passaggi, la relativa semplicità dell’individuo, ben consigliato da connazionali, di procurarsi documenti legali dietro presentazione di richieste di asilo politico in Italia o in Germania. Con i documenti ottenuti avrebbe avuto ampia libertà di movimento per porre in atto i suoi bellicosi propositi.

Per l’ottenimento degli agognati documenti, alcuni sedicenti centri culturali islamici offrono un’ampia gamma di soluzioni, dalle semplici informazioni per il rilascio, all’offerta di ospitalità idonea ad ottenere la residenza (cfr. ulteriore ordinanza di custodia cautelare della Procura di Bari del 2018), dalla celebrazione di matrimoni da trascrivere presso specifiche rappresentanze consolari a luoghi idonei al pernottamento in attesa del reperimento di un’occupazione saltuaria.

E la precaria condizione di clandestini apporta sicuramente benefici non indifferenti a soggetti inviati “in missione” nel continente europeo. Un esempio viene dalle dichiarazioni di due indagati per terrorismo intercettate e trascritte inun’ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Milano del 2016, dove viene riportato testualmente “…dicono che sono due iracheni che sono entrati con i clandestini, per quello non riescono a capire chi sono, entrano normalmente senza far sospettare di nulla, quando entrano qui sono solo con i loro abiti, normale, poi trovano qui chi gli prepara le armi e poi fanno saltare qui non certo a casa loro”.

Gli indizi che portano a presagire che il fenomeno dello spontaneismo jihadista sia stato tutt’altro che debellato, emerge da quanto riportato nel documento della Procura milanese dove un indagato, interloquendo con altro soggetto, parla chiaramente “…della maggior parte dei ragazzi qui hanno iniziato a muoversi, hanno iniziato.. è cambiata la situazione, i giovani sono diventati, non so come spiegartelo..i giovani sono diventati un pò, con la volontà di Dio, con la volontà di Dio, troppo vicino, troppo vicino, succederà qualcosa con la volontà di Dio”.

La consapevolezza di un qualcosa che stia innescandosi pericolosamente tra le frange di estremisti islamici stanziate sui territori dell’Occidente, non dovrebbe suonare nuova agli addetti ai lavori. Dalla fine degli anni ’90 quando i primi fomentatori d’odio misero piede in Europa richiedendo ed ottenendo asilo e protezione poichè perseguitati in Patria, è iniziato un ciclo che si sta rapidamente evolvendo in una progressivo stanziamento di vere e proprie avanguardie militari che, agendo nei canoni della Taqqiya, la dissimulazione, persegue ostinatamente l’obiettivo di occupazione di parti di territorio e di proselitismo religioso estremo. 

“Dio è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il Jihad è la nostra via. Morire sulla via di Dio è la nostra suprema speranza”, questo il motto guida per gli islamisti seguaci dei Fratelli musulmani egiziani, un movimento chiave del network jihadista mondiale. Una visione dell’Islam tutto sommato presentabile per gli ebeti sostenitori dell’accoglienza a tutti i costi che non distingue le vere vittime dai reali carnefici.

A scanso di equivoci e per una conclusione per quanto possibile obiettiva si riporta quanto sentenziato dal Tribunale di Napoli – Sezione del riesame, il 25 maggio 2006, nell’ambito di un procedimento penale contro elementi del Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento:“E’, infatti, logico indurre che la falsificazione di documenti di identità e permessi di soggiorno utilizzati per consentire l’immigrazione clandestina, compiuta senza scopo di lucro (come nella specie, secondo le precisazioni del provvedimento impugnato, non contrastate dalla difesa) abbia altre finalità tra le quali, ove ulteriori indizi concordanti e consistenti lo confermino, correttamente può essere annoverata anche quella in esame (terroristica)”.