CARLO MESSINA – ACQUISIZIONE BANCHE VENETE CONTRATTO NOTAIO MARCHETTI 26.7.17 – TI PONI LA DOMANDA- RINVIO A GIUDIZIODI 43 PERSONE

MESSINAMESSINA CARLO

Caro Messina ( non tanto Caro per i motivi che ben conosci)

ma leggendo gli articoli di questi ultimi giorni rimango basito nel vedere che Direttoridi Filiali e dipendenti che TU hai assunto in Intesa San Paolo sono stati rinviati a giudizio Ti allego uno dei tanti articoli:

Giorgio Barbieri nuovavenezia.geolocal.it 29.7.18

A Verbania il pm ha chiuso le indagini: in 43 verso la richiesta di rinvio a giudizio L’accusa: «Clienti convinti a investire in azioni senza informazioni sul rischio»

TREVISO

Insieme ai grandi nomi ora iniziano a tremare veramente anche i dipendenti che nelle filiali seguivano i piccoli risparmiatori di Veneto Banca. La Procura di Verbania ha infatti chiuso l’indagine per truffa aggravata in concorso nei confronti di 43 soggetti, dall’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli ai direttori di diverse filiali, accusati di aver piazzato titoli della banca nella consapevolezza che fosse un investimento rischioso per i correntisti: il pericolo però non veniva comunicato, violando la normativa.

Si tratta della prima indagine che si chiude in relazione al dissesto dell’ex popolare di Montebelluna e non è escluso che possa essere presa a modello anche dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli che sta coordinando le indagini del filone trevigiano.

L’indagine è nata da una prima querela che ha portato alla denuncia del coordinatore del settore «private banking» della sede centrale di Popolare di Intra, inglobata da Veneto Banca nel 2010. Secondo quanto ricostruito dal sostituto procuratore Sveva De Liguoro gli ordini venivano impartiti dall’alto, a partire dall’amministratore delegato Vincenzo Consoli, e poi diramati nelle rete territoriale. Dai vertici di Montebelluna (che comprendevano anche Cataldo Piccarreta, direttore mercato Italia) venivano quindi predisposti gli elenchi dei potenziali acquirenti delle azioni Veneto Banca basati sul criterio della disponibilità di liquidità superiore ai 10 mila euro. Insieme ai nominativi venivano impartiti anche obiettivi numerici di vendita monitorati settimanalmente.

Da quanto ricostruito gli azionisti venivano convinti a investire i propri risparmi senza essere informati dell’effettivo rischio che correvano. E questo perché nutrivano un rapporto di fiducia nei confronti della banca e soprattutto perché molti erano anziani. Tra le truffate, negli episodi elencati nelle 117 pagine dell’avviso di chiusura indagini, ci sono due donne classe 1924. Ed erano proprio le figure preposte alla consulenza finanziaria ad essere messe maggiormente sotto pressione da Montebelluna.

La Procura ha chiamato in causa i direttori delle agenzie di Cannobio, Cannero Riviera, Gravellona Toce, Villadossola, Druogno, Domodossola, Pieve Vergonte, Dormelletto e Verbania. E i direttori coinvolgevano nelle operazioni i loro impiegati, anche se per alcuni di questi è già stata decisa l’archiviazione dato che hanno dimostrato di non aver avuto alcun ruolo nella trattativa con i clienti e di aver solamente disposto la documentazione contrattuale.

In cima alla lista, oltre a Consoli, ci sono il condirettore generale Mosé Fagiani, Massimo Lembo «compliance

officer» dell’istituto e i direttori delle agenzie di Veneto Banca.

Sono 139 gli episodi contestati con questa indagine, ma non è escluso possano seguirne altri nei prossimi mesi. Quello che è certo è che per la prima volta finiscono nei guai anche i dipendenti.—

ora viene spontaneo domandarsi ma queste persone Le hai assunte in Intesa San Paolo ? e su che Filiali? ma come puo’ fidarsi la clientela di queste persone?

Dai a tutti Noi una risposta vera e sincera e soprattutto con il cuore.

Senza Stima

Paolo Politi

Cdp: la sfida delle partecipate (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Fabrizio Palermo è l’amministratore delegato più giovane della storia di Cassa Depositi e Prestiti. Eppure il 47enne manager perugino conosce decisamente bene la cassaforte del Paese che gestisce 420 miliardi di attivi e che in pancia ha partecipazioni quotate cruciali per l’Italia (come poco meno del 26% di Eni o il 35% di Poste Italiane )

Il manager, salito al timone con il sostengo decisivo del Movimento Cinque Stelle, spiega Milano Finanza, dovrà dimostrare più di altri di saper tenere dritta la barra, non cedendo alle tentazioni di chi vorrebbe trasformare Cdp in un pronto soccorso per le emergenze italiane. Nel programma di governo gialloverde si parla genericamente di una “banca pubblica degli investimenti” ma senza maggiori indicazioni. Il primo banco di prova del nuovo corso sarà probabilmente l’ennesimo salvataggio Alitalia. Già in passato gli amministratori delegati di Cassa sono stati tirati per la giacca per interventi rischiosi, ma hanno resistito invocando i vincoli dello statuto di Cdp che impedisce di investire in società decotte. Dalla sua Palermo avrà anche la necessita di non infrangere le regole dell’Unione Europea sugli aiuti di Stato e i vincoli di Basilea sul patrimonio delle banche. Nessuno vuole correre il rischio di dover trasformare Cassa, che resta fuori dal bilancio dello Stato, in una banca. E a dare una mano a Palermo per evitare pericolose derive della Cdp sarà anche il presidente Massimo Tononi (sottosegretario all’Economia nell’ultimo governo Prodi), scelto dalle Fondazioni che più volte hanno frenato su possibili interventi azzardati. Palermo, che presto dovrebbe ricevere anche la nomina di direttore generale, è anche nel cda di Open Fiber, la società di Cdp-Enel che sta realizzando la banca larga. Lui potrebbe contribuire a riorganizzare le tante partecipate di Cassa, migliorando magari la governance, ma dovrà anche dimostrare di muoversi bene tra dossier caldi come Tim o il fondo Atlante (siede nel board) lanciato per salvare le banche italiane. Intanto al suo posto, come cfo, si fanno i nomi di candidati interni, come Paolo Calcagnini (pianificazione e controllo) o Fabio Massoli (area finanza).

red/lab

(END) Dow Jones Newswires

July 30, 2018 02:49 ET (06:49 GMT)

Veneto Banca, primo processo «Direttori di filiale truffatori»

Giorgio Barbieri nuovavenezia.geolocal.it 29.7.18

A Verbania il pm ha chiuso le indagini: in 43 verso la richiesta di rinvio a giudizio L’accusa: «Clienti convinti a investire in azioni senza informazioni sul rischio»

TREVISO

Insieme ai grandi nomi ora iniziano a tremare veramente anche i dipendenti che nelle filiali seguivano i piccoli risparmiatori di Veneto Banca. La Procura di Verbania ha infatti chiuso l’indagine per truffa aggravata in concorso nei confronti di 43 soggetti, dall’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli ai direttori di diverse filiali, accusati di aver piazzato titoli della banca nella consapevolezza che fosse un investimento rischioso per i correntisti: il pericolo però non veniva comunicato, violando la normativa.

Si tratta della prima indagine che si chiude in relazione al dissesto dell’ex popolare di Montebelluna e non è escluso che possa essere presa a modello anche dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli che sta coordinando le indagini del filone trevigiano.

L’indagine è nata da una prima querela che ha portato alla denuncia del coordinatore del settore «private banking» della sede centrale di Popolare di Intra, inglobata da Veneto Banca nel 2010. Secondo quanto ricostruito dal sostituto procuratore Sveva De Liguoro gli ordini venivano impartiti dall’alto, a partire dall’amministratore delegato Vincenzo Consoli, e poi diramati nelle rete territoriale. Dai vertici di Montebelluna (che comprendevano anche Cataldo Piccarreta, direttore mercato Italia) venivano quindi predisposti gli elenchi dei potenziali acquirenti delle azioni Veneto Banca basati sul criterio della disponibilità di liquidità superiore ai 10 mila euro. Insieme ai nominativi venivano impartiti anche obiettivi numerici di vendita monitorati settimanalmente.

Da quanto ricostruito gli azionisti venivano convinti a investire i propri risparmi senza essere informati dell’effettivo rischio che correvano. E questo perché nutrivano un rapporto di fiducia nei confronti della banca e soprattutto perché molti erano anziani. Tra le truffate, negli episodi elencati nelle 117 pagine dell’avviso di chiusura indagini, ci sono due donne classe 1924. Ed erano proprio le figure preposte alla consulenza finanziaria ad essere messe maggiormente sotto pressione da Montebelluna.

La Procura ha chiamato in causa i direttori delle agenzie di Cannobio, Cannero Riviera, Gravellona Toce, Villadossola, Druogno, Domodossola, Pieve Vergonte, Dormelletto e Verbania. E i direttori coinvolgevano nelle operazioni i loro impiegati, anche se per alcuni di questi è già stata decisa l’archiviazione dato che hanno dimostrato di non aver avuto alcun ruolo nella trattativa con i clienti e di aver solamente disposto la documentazione contrattuale.

In cima alla lista, oltre a Consoli, ci sono il condirettore generale Mosé Fagiani, Massimo Lembo «compliance

officer» dell’istituto e i direttori delle agenzie di Veneto Banca.

Sono 139 gli episodi contestati con questa indagine, ma non è escluso possano seguirne altri nei prossimi mesi. Quello che è certo è che per la prima volta finiscono nei guai anche i dipendenti.—

Leonardo, come e perché la Francia vuole fregare l’ex Finmeccanica

 startmag.it 30.7.18

Il commento di Carlo Pelanda sulle trattative in corso fra Fincantieri per l’Italia e Thales (Francia) per definire l’assetto militare dell’accordo sul civile che riguarda i cantieri di Stx

Le notizie stampa segnalano che l’italiana Fincantieri e la francese Naval Group hanno predisposto un accordo per la costruzione di navi militari che esclude Leonardo, annotando che l’azienda francese è partecipata per il 35% da Thales, concorrente diretto di Leonardo stessa nel settore degli armamenti ed elettronica per sistemi marini e in generale.

LA BOZZA ITALIA FRANCIA SU FINCANTIERI-THALES-LEONARDO (FINMECCANICA)

La bozza sarà presentata ai rispettivi governi che sono al vertice della catena di proprietà. Se il governo italiano accettasse tale accordo (che non è solo di cantieristica in quanto la natura dell’azienda francese implica una preselezione non-concorrenziale per i sistemi d’arma delle navi) indebolirebbe Leonardo.

LE MIRE DELLA FRANCIA SU FINCANTIERI E CON THALES

Non solo. I francesi stanno anche cercando di indebolire Fincantieri allo scopo di renderla parte cedevole sia nell’accordo detto sia nel più generale contratto di acquisizione dei cantieri navali Stx di Saint Nazaire, complicato dalla concessione di una maggioranza azionaria solo in prestito da parte di Parigi. Per esempio, nell’accordo di collaborazione tra Fincantieri e Naval saranno probabilmente esclusi i sottomarini, rendendolo meno interessante.

LA CONCORRENZA DELLA FRANCIA ALL’ITALIA

Si nota, poi, un’opaca attività da parte di attori francesi per sabotare l’offerta Fincantieri in una gara per la costruzione di fregate per la marina statunitense. Ciò ha sorpreso gli osservatori perché non c’è un concorrente francese nella gara. Ma l’interesse francese è, appunto, indebolire Fincantieri, che si rafforzerebbe se diventasse fornitore rilevante del Pentagono.

CHI VUOLE DEPOTENZIARE L’INDUSTRIA ITALIANA DELLA DIFESA

In sintesi, è ipotizzabile un progetto per depotenziare l’industria italiana della difesa, che, anche per il suo profilo italo-britannico e la notevole capacità tecnologica, è l’unico competitore del sistema francese in un’Ue post-Brexit, considerando che l’industria tedesca nel settore non ha grandi dimensioni. Un progetto simile fu tentato tra il 1999 e il 2001, ma il governo di allora lo bloccò e lanciò, con successo, una strategia per trasformare Finmeccanica da preda in predatore globale.

COME PREME LA FRANCIA DI MACRON

Oggi la pressione francese sulle aziende militari italiane sta aumentando, così come un irritante reclutamento di personale nelle istituzioni italiane per influenzarle, con lo scopo di rendere Parigi centro del sistema di Difesa europeo. Ma per l’Italia non è conveniente. Lo sarebbero di più collaborazioni industriali bilanciate con tedeschi, inglesi, americani e giapponesi. Pertanto l’azionista di Fincantieri dovrebbe far abbandonare a questa rimarchevole azienda la suicida «strategia francese» e spingerla verso nuovi scenari, concordandoli con Leonardo per il lato militare.

 

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Ubi, Creval. Come andranno le banche secondo Mediobanca

di  startmag.it 30.7.18

fintech

L’articolo di Elena Del Maso, giornalista di Mf/Milano finanza, sull’analisi di Mediobanca delle principali banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Ubi, Creval

Sugli indici patrimoniali delle banche italiane (Cet 1 ratio) pesano in media 35 punti base di spread, che si è impennato a partire dallo scorso maggio. Con l’effetto che le banche italiane stanno sotto-performando quelle europee da inizio anno con un -15-20% medio rispetto al -10% nell’Ue. E un punto fondamentale sarà la finanziaria di settembre. Intanto gli istituti di credito portano avanti la loro pulizia profonda dei crediti deteriorati e spesso vendono i pacchetti a prezzi superiori rispetto alla media di mercato. Con l’effetto che ora diversi gruppi si rendono interessanti. Mediobanca Securities ha realizzato un’analisi approfondita delle banche italiane, in attesa dei contri relativi al secondo trimestre, che partiranno il primo di agosto. Con qualche sorpresa.

Carige (rating Neutral, target price 0,0095 euro): utile quadruplicato

Pubblicazione dei dati il 3 agosto

Mediobanca prevede che l’istituto guidato dall’ad l’ad Paolo Fiorentino registri ricavi per 149 milioni di euro contro i 148 milioni del trimestre precedente, con costi operativi in calo a 136 milioni dai precedenti 143, che portano il profitto netto operativo (Net Operating Profit) a 14 milioni, quasi il triplo rispetto ai precedenti 5 milioni di euro. I prestiti netti (Net loans) attesi passano da 13 a 28 milioni, bilanciati dagli utili in seguito alla cessione di asset (30 milioni). L’effetto finale è un utile netto atteso nel secondo trimestre di 25 milioni contro i 6 del primo trimestre 2018.

Monte dei Paschi di Siena (rating Neutral, target price 3,2 euro): un piccolo utile

Pubblicazione dei dati il 3 agosto

I prestiti netti (Net loans) si mangiano i margini limando il lavoro del ceo Marco Morelli. Infatti i ricavi sono visti in crescita a 901 milioni di euro contro 877 milioni del 2017, i costi operativi sono in linea (575 milioni, erano 573 milioni), il profitto operativo netto è visto in rialzo a 326 milioni dai precedenti (tre mesi fa) 304 milioni, mentre a pesare molto sono i prestiti netti (Net loans) per 200 milioni, contro i 137 milioni del primo trimestre. Con l’effetto finale di un utile di 23 milioni di euro dai 188 registrati a fine marzo 2018.

Intesa Sanpaolo (rating Neutral, target price 3,1 euro): l’utile soffre il calo del trading

Pubblicazione dei dati l’1 agosto

I ricavi da trading dovrebbero assestarsi a 326 milioni, erano 621 nel primo trimestre, mentre il Net Interest Income resta in equilibrio a 1,852 miliardi da 1,855 del primo trimestre. Il totale dei ricavi si porta, nelle attese di Mediobanca , a 4,441 miliardi (erano 4,806 miliardi a fine marzo). Il Net operating profit atteso è quindi di 2,061 miliardi da 2,508 precedenti. I prestiti netti sono visti a 578 milioni (erano 483 milioni) e l’utile finale dovrebbe scendere trimestre su trimestre del 31% a 868 milioni di euro rispetto a 1,252 miliardi di marzo.

Unicredit (rating Outperform, target price 23 euro): occhio al trading

Il margine di intermediazione netto è atteso stabile a 2,632 miliardi (erano 2,636 miliardi nel primo trimestre), con commissioni da trading in flessione a 319 milioni da 478 di fine marzo scorso. I ricavi complessivi sono attesi a 4,862 miliardi da 5,113 del primo trimestre e il Net operating profit a 2,118 miliardi (da 2,376 miliardi di euro). I prestiti netti dovrebbero assestarsi a 723 milioni, in rialzo da 496 milioni di inizio anno e gli accantonamenti calare a 269 milioni da 519 milioni di marzo. Alla fine l’utile dovrebbe assestarsi a 830 milioni di euro, mentre a marzo era di 1,111 miliardi.

Banca Popolare di Sondrio (rating Neutral, target price 3,7 euro): pesano i prestiti netti

Pubblicazione dei dati il 9 agosto

L’utile netto atteso in questo caso è di 37 milioni di euro da 43 milioni del 2017, mentre il profitto netto operativo è decisamente più roseo: 111 milioni nel secondo trimestre da 83 del primo trimestre. Nel mezzo si pongono prestiti netti per 49 milioni (32 lo scorso anno) e svalutazioni per 7 milioni.

Banco Bpm (rating Neutral, target price 3 euro): sale l’utile

Pubblicazione dei dati il 3 agosto

In leggero calo il margine di interesse netto (NII) a 588 milioni da 595 milioni, la banca dovrebbe beneficiare però di maggiori entrate da trading (46 milioni e non 29 come lo scorso anno), per ricavi totali di 1,175 miliardi (da 1,168 miliardi del 2017). I costi operativi sono previsti in calo a 728 milioni da 770 milioni per un Net Operating Profit di 447 milioni (erano 398 milioni). Con l’effetto che l’utile netto finale dovrebbe chiudersi a 230 milioni, mentre nei primi tre mesi dell’anno erano 223 milioni.

Bper Banca (rating Neutral, target price 5,2 euro): il calo del trading pesa

Pubblicazione dei dati il 7 agosto

Il Net interest income è atteso in linea (295 milioni da 293), la grossa differenza sono le commissioni da trading, attese a 20 milioni contro 154 milioni di inizio 2018. I ricavi del secondo trimestre dovrebbero attestarsi a 539 milioni di euro da 657 milioni del 2017. I prestiti netti sono visti a 75 milioni da 26 milioni e l’utile finale di 82 milioni, meno di un terzo rispetto a 251 del primo trimestre.

Credito Emiliano: (rating Outperform, target price 7,8 euro): utile limato

Pubblicazione dei dati l’8 agosto

La banca dovrebbe riportare un utile di 45 milioni contro i 55 del primo trimestre, a fronte di ricavi in calo a 289 milioni dai 310 precedenti per minori entrate da trading (6 milioni contro 30 milioni di marzo), con un Net operating profit di 87 milioni (era 95 milioni lo scorso trimestre) e prestiti netti in rialzo per 17 milioni da 8 di inizio anno.

Credito Valtellinese: (rating Neutral, target price 0,11 euro): si torna in utile

Pubblicazione dei dati il 9 agosto

La banca dovrebbe registrare ricavi in salita a 180 milioni di euro (da 166 milioni di marzo) grazie ad una raccolta stabile a 90 milioni di euro, con un net operating profit positivo di 56 milioni grazie a minori costi operativi (124 milioni, in calo ds 179 milioni di inizio anno). L’ultima riga di bilancio dovrebbe chiudersi positiva per 9 milioni, contro 30 milioni di rosso del primo trimestre.

UBI (rating Neutral target price 4,3 euro): sale l‘utile

Pubblicazione dei dati il 3 agosto

Maggiori entrate da commissioni e da trading dovrebbero portare i ricavi complessivi a 944 milioni di euro da 925 milioni di un trimestre fa. E i costi operativi in calo a 603 milioni da 623 milioni di tre mesi prima premettono di arrivare ad un utile atteso di 128 milioni di euro da 118 di fine marzo.

 

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Caro Sergio, sei stato un vero manager. La lettera di Ruggeri (ex manager del gruppo Fiat) a Marchionne

di  starter.it 29.7.18

Fca

L’articolo di Riccardo Ruggeri, già top manager del gruppo Fiat, ora imprenditore, analista e saggista

John Elkann ha scritto: «Sergio Marchionne ci ha salvato, ma non tornerà più». Franzo Grande Stevens ha raccontato cosa è successo. Mike Manley è diventato Ceo di Fca. Le Borse hanno parlato. A questo punto, posso dirti, caro Sergio: mi spiace tanto, e grazie di cuore per tutto quello che hai fatto per la «nostra» Fiat. Pensa i casi della vita: ho avuto il privilegio di essere stato operaio con Vittorio Valletta, analista e investitore con Sergio Marchionne, i due estremi alti di una grande storia. Curioso, no?

Come sai, nelle mie analisi ho sempre sostenuto che ci sono stati due Marchionne. Il primo, dopo il grande lavoro fatto dal 2004 in avanti (GM, Convertendo, riposizionamento strategico e industriale) aveva dovuto prendere atto, all’inizio del 2009, pur sapendo di aver fatto un capolavoro manageriale, dell’impossibilità di salvare Fiat Auto, neppure Mandrake ci sarebbe riuscito (i numeri erano lì, spietati, persino Moody’s l’aveva certificato).

Ma c’è un secondo Marchionne, questi si palesa un paio di mesi dopo, con un’intuizione fulminante e coraggiosa: Chrysler poteva essere la chiave per salvare in extremis Fiat Auto, e saranno i contribuenti americani a pagarne il prezzo. Sei stato geniale, per dieci anni hai fatto un lavoro straordinario, hai reso felici e ricchi gli azionisti e gli investitori che hanno creduto in te (moltiplicatore 10!).

Con la tua uscita da Fca, oggi posso aggiungere la parola che mancava («rinascita») per completare il «mio» quadro sinottico degli ultimi 70 anni della «mia» Fiat. Eccolo.

1. 1947-1966: l’Impero

2. 1966-1980: la Scelleratezza

3. 1980-1995: la Viltà

4. 1995-2004: la Confusione

5. 2004-2009: la Fine (attesa della)

6. 2009-2018: la Rinascita

Sono stati 70 anni di successi e di crisi, fino all’ultima, la più devastante, che grazie a te oggi possiamo battezzare con il termine «rinascita».

Trent’anni fa ho avuto un’opportunità simile alla tua, che è poi il sogno di ogni manager che voglia confrontarsi con il «sesto grado» del business e del management: risanare-integrare in contemporanea due aziende, una europea, l’altra americana, entrambe di nobili lombi, entrambe tecnicamente fallite e quotarle a Wall Street.

Premetto che il mio caso (trattori, macchine agricole, movimento terra) era meno complicato del tuo. Il business dell’auto è il più difficile al mondo, perché è l’industria delle industrie, con implicazioni sociali incredibili. Nessun paese che possieda quest’industria è disposto a privarsene, a fronte di una crisi sono pronti a tutto, anche a «nazionalizzare», parola impronunciabile ai tempi del ceo capitalism imperante. In realtà, la non nazionalizzazione vale solo per gli altri, nei paesi seri l’interesse nazionale ha sempre la priorità. E il business dell’auto è interesse nazionale, sempre e comunque.

Come ha fatto, in modo mascherato ma sostanziale, Barack Obama con Chrysler, affidando poi la stessa a te, caro Sergio che infatti hai portato a Detroit il quartier generale e la materia grigia del business e degli uomini (ridicole le critiche a te su un atto dovuto: i quattrini erano dei contribuenti americani, punto), la stessa Margaret Thatcher in occasione del fallimento Leyland, affidando, nella sostanza, l’industria dell’auto inglese ai giapponesi in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali, non parliamo dei francesi (statalisti in purezza), o dei tedeschi (Angela Merkel ha obbligato General Motors «venditore» di Opel e Peugeot «acquirente» a dare a lei (sic!) garanzie occupazionali in Germania. Così sta facendo Donald Trump. Oggi il petrolio è il posto di lavoro, nessun paese non idiota è disposto a farselo portare via per nessuna ragione.

In questi dieci anni ti ho studiato, caro Sergio, per capire che tipo di Ceo tu fossi, estremizzando quello che chiamo il «dilemma del Ceo»: 1. Fare gli interessi degli azionisti, punto? 2. Fare gli interessi dell’azienda, cioè degli stakeholder dei quali gli azionisti sono primus inter pares? Personalmente mai ho avuto dubbi: buona la seconda. Non ho mai capito se tu fossi del primo tipo o del secondo, in realtà, lo confesso, propendevo, stante certi tuoi atteggiamenti guasconi, per il primo. Per questo ti ho spesso definito deal maker.

Poi, in questi giorni, leggendo frammenti del tuo pensiero (privato), colti in molte delle persone che ti hanno conosciuto, ho scoperto un altro Marchionne. Una locuzione-sintesi l’ho trovata in un bel pezzo di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera. Racconta un colloquio con te alla vigilia di Natale di un paio d’anni fa. Preferisco riportarlo tal quale: «Mi disse di essersi ritrovato a parlare negli Stati Uniti a una platea di finanzieri assetati di sempre maggiori profitti a scapito dei lavoratori. E di avere pensato, mentre li guardava negli occhi, che prima o poi l’avidità li avrebbe distrutti. Mi spiegò il paradosso di un sistema dove il lavoratore e il consumatore sono la stessa persona: impoverendosi il primo, scompare il secondo. Qualche Emiro che compri una Ferrari lo troverò sempre, ma se il ceto medio finisce in miseria chi mi comprerà la Panda?»

È stata un’illuminazione, ho capito che mi ero sbagliato, tu sei stato un manager, non un deal maker. Hai sintetizzato l’oscenità del ceo capitalism e di questa classe dominante occidentale che ci governa con le sue formulette, come meglio non si poteva. E non poteva essere diversamente, tu ed io siamo stati figli (prediletti) dell’ascensore sociale, quello che costoro, per avidità e con totale idiozia, stanno distruggendo.

Così, la tua uscita da Fca diventa, almeno per me, ancora più struggente.

Diamoci il cinque, caro Sergio.

Brexit: secondo Amazon senza un accordo commerciale con l’Europa c’è il rischio di ‘rivolte civili’

  • Amazon ritiene che se la Gran Bretagna dovesse uscire bruscamente dall’Unione Europea senza raggiungere un accordo commerciale ciò potrebbe innescare, nel giro di due settimane, dei “disordini civili”.
  • La previsione è stata fatta da Douglas Gurr, capo britannico del colosso dell’e-commerce, nel corso di un incontro privato avuto il governo venerdì 20 luglio, secondo quanto riferito dal Times.
  • Amazon ha affermato che confermerà il suo impegno nel Regno Unito anche dopo la Brexit e che entro la fine di quest’anno intende creare altri 2.500 posti di lavoro nel paese.

Amazon, secondo quanto riportato dal Times, ha fatto una pessima previsione sulla Brexit nel corso di un incontro a porte chiuse avuto con il governo del Regno Unito venerdì 20 luglio.

Douglas Gurr, country manager di Amazon nel Regno Unito, ha dichiarato davanti agli imprenditori riuniti per l’occasione che se la Gran Bretagna dovesse uscire bruscamente dall’Unione Europea senza un accordo commerciale, potrebbero scatenarsi dei “disordini civili” nel giro di due settimane.

L’incontro è stato convocato dal nuovo segretario di Stato per la Brexit Dominic Raab, e il Times ha dichiarato che i commenti di Gurr “hanno lasciato attoniti i presenti”, con alcuni che si sono dichiarati in disaccordo con la sua valutazione.

LEGGI ANCHE: Brexit, il piano di Theresa May ostaggio dei suoi nemici: i 3 possibili scenari sul futuro del Paese

Amazon non ha risposto direttamente circa i commenti di Gurr in una dichiarazione fatta a Business Insider. Un portavoce ha dichiarato: “Come qualsiasi azienda, consideriamo un’ampia gamma di scenari nella pianificazione delle discussioni, in modo tale da essere pronti a continuare a servire clienti e piccole imprese che contano su Amazon, anche se tali scenari sono molto improbabili.

“Questo non è specifico di una determinata situazione- è il modo in cui pianifichiamo una serie qualsiasi di problemi in tutto il mondo”.

Cosa potrebbe significare per Amazon una Brexit no deal, ovvero senza il raggiungimento di nessun accordo commerciale

Le possibilità che la Gran Bretagna lasci l’Ue senza aver raggiunto nessun tipo di accordo commerciale con il resto dei paesi europei sono aumentate nelle ultime due settimane dal momento che il primo ministro Theresa May ha avuto difficoltà a far accettare la sua visione della Brexit al suo stesso partito scatenando così un’ondata di dimissioni, tra cui quella di Boris Johnson, l’ex segretario di Stato per gli Affari Esteri.

May ha sempre affermato che nessun accordo è meglio di un cattivo accordo e Raab ha detto lo scorso fine settimana che il Regno Unito si sta preparando per lasciare l’Ue senza avere pronto un accordo commerciale.

Ciò significherebbe che il paese uscirà bruscamente dall’Europa secondo le condizioni dettate dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il che potrebbe creare il caos nel Paese in termini di forniture di cibo e medicine, così come rispetto alla capacità delle persone di viaggiare in aereo verso gli altri paesi europei.

LEGGI ANCHE: La Ue sta avvisando gli Stati membri di preparare i loro aeroporti ai catastrofici effetti di una hard Brexit

Amazon ha sempre affermato che rimarrà impegnata nel Regno Unito anche dopo la Brexit. Il mese scorso Gurr ha dichiarato che Amazon creerà, entro fine 2018, 2.500 nuovi posti di lavoro in Gran Bretagna, portando così la sua forza lavoro totale nel paese a 27.500 unità. Ciò include 650 ruoli di capoufficio.

“Il Regno Unito è un posto fantastico per fare affari”, ha detto durante una conferenza stampa, secondo quanto riportato dal Guardian. “Stiamo cercando di assicurarci che tutte le aziende che lavorano con noi possano continuare a operare in modo efficace … Non sappiamo ancora esattamente quali saranno le regole [sul commercio dopo la Brexit]. Aspetteremo e vedremo cosa accadrà e ci adatteremo facendo quello che è necessario”.

La catena di approvvigionamento di Amazon potrebbe risentire di una Brexit senza accordi e qualsiasi riduzione della spesa dei consumatori sarebbe dannosa per l’azienda di Jeff Bezos. Tuttavia Amazon potrebbe anche essere ben posizionata, potendo beneficiare sui clienti in cerca di beni più economici.

QUALCOSA SI MUOVE

geopolitica.ru Costantino Ceoldo 28.7.18

Фото: PxHere
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28.07.2018

L’agire del governo uscito dalle urne del marzo 2018 sta prendendo lentamente forma regalando non poche sorprese a tutti i suoi cittadini.

Il Decreto Dignità, voluto fortemente dai 5Stelle, è stato un primo passo per cercare di mettere ordine nel mondo del lavoro italiano, dopo le decisioni inique dei governi precedenti che avevano consegnato i lavoratori italiani ad un futuro oscuro, fatto di precarietà e sfruttamento.

Contemporaneamente, il governo in carica ha tagliato quella pensione extra che i parlamentari italiani maturano dopo soli 3 anni in parlamento e che ricevono da subito, appena terminata la legislatura. Una stortura tipicamente italiana, vecchia oramai di decenni, che meglio sarebbe stato abolire del tutto ma questo lo riserviamo al futuro.

Quasi concomitante è stata anche la disdetta del contratto dell’AirRenzi, come è stato soprannominato con disprezzo l’aereo presidenziale voluto dall’ex-primo ministro Matteo Renzi alla modica cifra, si fa per dire, di 150 milioni di Euro e poi mai usato. Adesso gli italiani risparmieranno 100 milioni di euro e al suo posto saranno usati gli altri aerei in dotazione allo Stato italiano per i voli di rappresentanza.

Ma è la notizia di oggi, venerdì 27 luglio, quella a darmi il maggior piacere: la carica del nuovo presidente della RAI, la televisione di Stato italiana, è toccata a Marcello Foa, giornalista italiano allievo di quei due compianti giganti che sono stati Montanelli e Cervi.

Foa lascia l’incarico di amministratore delegato presso “L’Eco del Ticino”, un giornale in lingua italiana pubblicato nella Svizzera italiana. È stato anche docente universitario, corrispondente per gli esteri presso “il Giornale” ed è anche uno scrittore di talento.

Esperto conoscitore delle tecniche di spin, le tecniche per manipolare ed orientare l’opinione pubblica secondo i desideri di uomini politici e gruppi di potere, Foa vi ha dedicato un libro che ha avuto un grande successo da dieci anni a questa parte, al punto di meritare una recentissima riscrittura aggiornata. Nel suo “Gli stregoni della notizia”, spiega in dettaglio i trucchi e le astuzie degli spin doctor così che il lettore attento possa ottenere gli strumenti per combattere almeno le bugie più grossolane, che un certo modo di fare politica cerca di propinare all’opinione pubblica appena possibile.

Personalmente, ho conosciuto Foa per caso, avvicinandolo in un modo perfino ingenuo, ignorando chi fosse realmente. Tradussi in inglese un suo articolo sull’America di Obama e lo girai a Paul Craig Roberts, con cui ero già in contatto e poi gli scrissi per informarlo. Ne nacque una amicizia, che è cresciuta nel tempo, in maniera semplice: ho intervistato Foa varie volte per conto di Pravda, con la speranza di riuscire a spiegare almeno un po’ l’Italia a chi italiano non è.

Per quanto mi riguarda, la Televisione di Stato Italiana si trova ad avere al suo vertice un uomo dotato di una profonda cultura e competenza.

I problemi da affrontare non saranno pochi e gli attacchi politici sono già iniziati, da quella parte che non ha ancora digerito l’aver perso le ultime elezioni, ma Foa ha la tempra e il sapere per riuscire nel suo nuovo incarico.

E l’uomo Marcello? Per come l’ho conosciuto io, un gentiluomo d’altri tempi.

Sembra incredibile, ma avremo come presidente della TV di Stato italiana un concentrato di buona qualità. Che cosa può andar storto? Forse tutto, forse nulla.

La nomina deve essere confermata dal Consiglio di Amministrazione della RAI ma credo che la strada sia tutta in discesa visto che la scelta arriva proprio dal governo in carica. A Marcello Foa, che considero un Maestro oltre che un amico, faccio i miei migliori auguri di buon lavoro: la RAI è in buone mani. Qualcosa in Italia sta, lentamente, cambiando. Per il meglio.

RAI / BURIONI ATTACCA IL CANDIDATO FOA SUI VACCINI: UN CAVERNICOLO

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Attacco su tutti i fronti a 360 gradi dai media di regime al candidato presidente Rai Marcello Foa. Da Repubblica al Corsera una velina pressocchè identica: “ultrà di Putin”, “contro le Ong”, “sovranista”, “no euro” e – tanto per aggiungere un ingrediente al minestrone che non guasta mai – anche “No Vax”.

Su quest’ultimo fronte entra in scena (anzi in sceneggiata) il solito scienziato (sic) pret a porter, Roberto Burioni, il Verbo Unico sul tema, il solo degno di dare il suo parere e gli altri tutti zitti, muti e “somari” (dal titolo della sua ultima illeggibile fatica letteraria), in ginocchio ad ascoltare il verbo del Vate.

In perfetto conflitto d’interessi, Burioni, come la Voce ha più volte documetato, per i suoi rapporti d’affari con svariate società farmaceutiche in tema di brevetti.

E già ce lo immaginiamo, Fratel Burioni, tra alambicchi & provette, cappucci & grembiulini per inventare le sue miracolose pozioni: visto è iscritto al Grande Oriente d’Italia. Il fatto è che Burioni se ne vergogna, non lo ammette, dice che non è vero. Mostrando un indomito coraggio che non sarà poi tanto gradito ai confratelli del GOI, fieri invece di esserlo.

Ma eccoci all’ultima polemica.

Scrive il Corsera: “ora riemerge dalla memoria della Rete un intervento assai dubbioso del giornalista italo svizzero sull’efficacia dei vaccini. Lo ha scoperto il virologo Roberto Burioni che ha ripescato un’intervista concessa al sito Informarexresistere in cui Foa ricorda che ‘in Svizzera i vaccini non sono obbligatori. La gente può scegliere di non vaccinarsi eppure la popolazione non è particolarmente malata”.

Suona la fanfara Repubblica: “Il 3 dicembre 2017 in una videointervista al videoblog ‘Crescere informandosi‘, Foa esprime un punto critico sull’obbligatorietà dei vaccini. ‘Iniettare 12 vaccini in un arco temporale di tempo molto stretto nel corpo di un bambino, provoca uno choc nel corpo. I vaccini dovrebbero esere limitati allo stretto indispensabile e solo per le malattie davvero gravi”.

Ecco i commenti di Mago Burioni via twitter alle estrapolazioni effettuate dai due media di Palazzo.

Scrivono sul quotidiano di via Soferino: secondo Burioni “il presidente Foa dice menzogne sui vaccini, quelle degli antivaccinisti cavernicoli, ignoranti ed egoisti. Sulla salute ci vuole corretta informazione, non la diffusione di balle mortali con i soldi del canone”. A valutare se siano o meno balle abbiamo un Giudice Unico, il Mago Burioni.

Più conciso il quotidiano diretto da Mario Calabresi: “Foa dice menzogne sui vaccini, quelle degli antivaccinisti cavernicoli, ignoranti ed egoisti”.

Come del resto “cavernicoli, ignoranti ed egoisti” sono il premio Nobel per la Medicina Luc Montagniere il virologo Giulio Tarro, allievo di Albert Sabin, l’inventore del vaccino antipolio. Forse qualcosina in più di Burioni ne sanno (ce ne vuol poco, del resto), forse qualche titoluccio accademico in più lo hanno nel loro curriculum, forse quel diritto alla Verità che il solo Burioni si arroga andrebbe un momentino rivisto.

Sorge spontanea la domanda: ma come mai l’Onnisciente Burioni non accetta un confronto pubblico con Montagnier e Tarro? Ha paura di qualcosa? Teme una figura barbina? O si scopra che il re è nudo?

E non hanno diritto di parola coloro i quali non mettono in dubbio l’utilità dei vaccini, ma le modalità di produzione (lo abbiamo scritto altre volte) e di utilizzo, da effettuare basandosi nel modo più assoluto sul principio di “Precauzione”, come hanno stabilito un quarto di secolo fa la Nazioni Unite, ribadito 18 anni fa l’Unione Europea e ripetuto ad ogni convegno Montagnier, Tarro e altri scienziati che non la pensano come Mago Burioni.

BCE, LA FABBRICA DEL DEBITO CHE STA ROVINANDO L’EUROPA!

politicamentescorretto.info 29.7.18

Aspen Institute Italia, il club mondialista…

politicamentescorretto.info 29.7.18

Meno Europa e più Italia dietro al feeling tra Conte e Trump

libreidee.org 30.7.18

In un certo senso, con il viaggio negli Stati Uniti e l’incontro con il presidente Donald Trump, il premier italiano del governo gialloverde, Giuseppe Conte, esce da un quasi-anonimato politico. «Sinora, in prima battuta hanno giocato i Dioscuri del “contratto”, cioè i vicepresidenti Luigi Di Maio e soprattutto il leghista Matteo Salvini». E anche sui mediaesteri, aggiunge Gianluigi Da Rold sul “Sussidiario”, sono i due vicepresidenti a delineare il profilo dell’unico governo dichiaratamente populista d’Europa. Tra i problemi dei migranti e i tentativi di nuove regole per i contratti di lavoro, con l’obiettivo primario del cambiamento, Salvini e Di Maio hanno tenuto inevitabilmente banco, essendo anche i leader dei due partiti di questa coalizione così “eterogenea”, «non solo per caratterizzazione politica, ma anche per obiettivi e fini a medio termine». Le stesse puntualizzazioni critiche del ministro all’economia, Giovanni Tria, nonché lo spettro del Cigno Nero evocato dal ministro Paolo Savona e la “spalla” offerta dai pentastellati a Salvini nel gestire la crisi dei migranti, con i porti chiusi alle Ong, restano sullo sfondo di un esecutivo bicolore che, se non sembra convincere l’establishment tradizionale italiano, dalla Confindustria ai sindacati fino ai grandi media, gode comunque, secondo i sondaggi, di un consenso superiore al 60% degli italiani.

Ed è a questo punto, scrive Da Rold, che Giuseppe Conte, «il premier mediatore e probabilmente anche il garante delle scelte di fondo», va a presentare il nuovo “populismo italiano” davanti al vero capo del neo-sovranismo in salsa populista, il Trump e Contepresidente degli Stati Uniti, cioè la potenza economica e militare più forte del mondo. «Non c’è dubbio che la contingenza politica nazionale e internazionale possono favorire il premier italiano in un dialogo con il presidente Usa – aggiunge l’analista del “Sussidiario” – fino a stabilire una sorta di corsia preferenziale per quanto riguarda gli affari europei e quelli mediterranei in particolare». Proprio Conte rivendica con orgoglio di essere il premier di un governo populista, ma si affretta a precisare che la permanenza dell’Italia nella Nato e nell’euro non si discutono. Il ministro Tria sarà “un Cerbero dei conti”, ma non abbandonerà il governo e quindi possono stare tutti tranquilli, anche gli alfieri della vecchia austerity e i nuovi confindustriali scalpitanti. Altro problema, il contesto internazionale: «Il croupier Jean-Claude Juncker, magari dopo una bevuta di bourbon, ha abbracciato Trump davanti alle macchine fotografiche trovando un compromesso sui dazi, per adesso. Ma di fatto Donald Trump, anche se poco lineare, non ha mai risparmiato critiche all’Europa, alla Germania in particolare. Si può mettere qualche cerotto, ma la ferita resta».

In più, continua Da Rold, l’Unione Europea appare sempre più come un giocattolo rotto, «che deve essere aggiustato al più presto in qualche modo e con qualche riforma, prima che arrivi un’ondata anti-europeista degli stessi europei alle elezioni del prossimo anno». E’ un fatto: «Né Angela Merkel, né l’ammaccato Emmanuel Macron sembrano in grado di assicurare un rilancio e di tamponare le falle europee: occorre imboccare altre strade e battere altre piste». E qui, secondo Da Rold, può arrivare il paradosso: «L’attuale posizione del governo italiano, illustrata da un moderato come Giuseppe Conte, potrebbe giovare alla mediazione tra Stati Uniti e Unione Europea e potrebbe tracciare una sorta di pista privilegiata nei rapporti tra Usa e Italia, soprattutto per i problemi della stabilizzazione necessaria del Mediterraneo e del Nord Africa». In definitiva, Trump «potrebbe porsi come un mediatore tra i paesi del’Unione Europea che sono spesso in contrasto con la linea di Bruxelles e soprattutto quella di Berlino, e favorire quindi le esigenze anche dell’Italia». Potrebbe essere prezioso, l’aiuto Usa, quando l’Italia dovrà varare in autunno la legge di bilancio destinata, sulla carta, ad attuale le più impegnative promesse elettorali, Flat Tax e reddito di cittadinanza. «Gli italiani restano in attesa. Tocca ai politici del cosiddetto cambiamento giocare le carte utili e necessarie».

CONTE DA TRUMP/ Gli Usa cercano alleati contro la Cina

Oggi Giuseppe Conte incontrerà Donald Trump. Negli ultimi tempi sembra che gli Usa vogliano cercare di fare squadra con l’Ue e il Giappone contro la Cina. GIUSEPPE PENNISI

Donald Trump (Lapresse)Donald Trump (Lapresse)

Oggi 30 luglio, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è in visita ufficiale alla Casa Bianca. Troverà un clima sereno e affettuoso, non solo perché l’America, soprattutto quella repubblicana, ha sempre avuto un po’ un debole per l’Italia, ma anche perché – come scrivemmo nel lontano 2013 – l’allora Presidente Barack Obama ha mostrato curiosità e simpatia per il M5S e non è da meno Donald Trump. Mediaticamente, Conte è stato non poco spiazzato dall’incontro, sempre alla Casa Bianca, tra il Presidente degli Stati Uniti e quello della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha appianato la guerriglia di dazi e contro-dazi. Il Presidente del Consiglio italiano avrebbe voluto essere o sembrare il mediatore (pare essere la vocazione del Bel Paese). Ma l’accordo è stato fatto.

Juncker – si ricorda – ha titolo a negoziare per conto di tutta l’Ue (seguendo l’indirizzo fornito dai 27 Stati membri) in base all’art. 207 del Trattato di Roma, anche se alcuni esperti ritengono, a ragione o a torto, che tale funzione della Commissione sia stata superata dal trattato dell’Organizzazione mondiale del commercio, di cui sono contraenti i singoli Stati. La prassi è comunque che sia la Commissione a trattare per l’intera Ue anche se, di solito, le ratifiche sono affidate ai Parlamenti nazionali.

Ora, al pari delle telenovelas che ci propina il cosiddetto servizio pubblico televisivo, ci si accorge che lo zio affidabile (e sempre pronto ad aiutare i litigiosi nipotini sull’altra sponda dell’Atlantico), non era diventato un bullo (come sembrava di essere da più di un anno), ma era solo un po’ burbero. Come il Don Bartolo de Il Barbiere di Siviglia.

L’accordo del 25 luglio (data fatidica) è di vasta portata: impegno Usa e Ue di abbattere quel che resta ancora di dazi su manufatti e semi-manufatti; una cooperazione più stretta in materia energetica (ossia maggiori acquisti Ue di idrocarburi americani e meno di quelli russi); apertura del mercato europeo a produzioni agricole americane. Questo ultimo punto è stato sottovalutato dalla stampa (soprattutto italiana), ma è fondamentale in quanto può diventare un vero e proprio grimaldello per rimettere ordine nella scellerata e autolesionistica politica agricola comune dell’Ue che a beneficio principalmente di Francia, Olanda e Belgio, e alcune categorie di produttori italiani, grava pesantemente su contribuenti e consumatori, nonché sui Paesi in via di sviluppo. L’apertura alla soia Usa può essere il cavallo di Troia per demolire un costoso e inefficiente vecchio castello dove imperversano i particolarismi. Auguriamoci che il Governo giallo-verde colga quest’opportunità.

Ma c’è un aspetto più importante. Nonostante le minacce, e anche gli insulti degli ultimi mesi, a Ginevra, a pochi passi dalla sede dell’Omc, un edificio magniloquente degli anni Venti del secolo scorso creato per ospitare l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel parco Mon Repos sulla riva del Lago Lemano, all’elegante ristorante La Perle du Lac, sono spesso a colazione tre figure chiave del mondo del commercio internazionale, ma poco note al grande pubblico: lo US Trade Representative Robert Lighthizer e i capi delle Rappresentanze Permanenti presso l’Omc dell’Unione europea, Marc Vanheuler, e del Giappone, Junichi Ihara.

I ben informati sostengono che è in corso l’inizio di una vera e propria trattativa, guidata da Usa, Ue e Giappone con l’obiettivo di medio e lungo periodo di riformare l’Omc e con quello più immediato di mettere la Cina al posto proprio, ossia di obbligarla a seguire il codice di condotta del commercio internazionale. Il “triunvirato” è stato annunciato da un comunicato anodino del 31 maggio a cui pochi hanno dato peso. La Cina è stata ammessa all’Omc l’11 dicembre 2001 sulla base della promessa che avrebbe liberalizzato la propria economia; invece, è progressivamente diventata più statalista, fornisce ampi aiuti di Stato alle proprie imprese privatizzate, copia con disinvoltura i brevetti e le tecnologie altrui e ha “schermato” il proprio mercato high-tech da inclusioni straniere. Ciò spiega gli apparentemente magri risultati del recente vertice bilaterale Ue-Cina (rispetto, ad esempio, dell’esito del vertice analogo Ue-Giappone).

Morta sul nascere la “diplomazia dell’euro e del renminbi” di cui parlammo su questa testata il 16 luglio, si profila una “diplomazia del dollaro, dell’euro e dello yen”? Presto per parlarne, anche se ci sono segnali all’orizzonte.

LIBERIAMOCI DALL’EUROGENDFOR prima che la Troika ce la mandi in Italia

comedonchisciotte.org 30.7.18

DI MARCO DELLA LUNA

marcodellaluna.info

Salvini e Di Maio dovrebbero approfittare del periodo di favore di cui godono ancora presso l’opinione pubblica per uscire dal Trattato di Velsen e togliere agli interessi bancari europei mandare le truppe di normalizzazione, ossia l’Eurogendfor, in Italia, in caso di caduta di questo governo.

L’autunno e l’inverno presentano insidie per il governo: il pil cala, lo spread sale, diversi miliardi fuggono all’estero, l’” Europa” esige una manovra da 5 miliardi, la flat tax e il reddito di cittadinanza sono in sospeso, la Germania cerca di scaricare sui paesi sottomessi i 55.000-75.000 miliardi di dollari di titoli tossici nella pancia di Deutsche Bank (per non parlare delle perdite sui derivati e dei passivi delle Landesbanken). Potrebbe implodere l’Eurosistema.

Le forze politiche della sinistra in Italia sono disorganizzate, ma l’apparato del “golpe”, o “regime change” (Berlino, BCE, Quirinale, mass media, magistratura interventista), già collaudato ripetutamente dal 2011 in poi, è ancora tutto pronto e ultimamente dà segni di attivazione coi barconi e con le toghe.

Mattarella (scelto da Renzi), Conte (amico di Mattarella e socio del figlio di Napolitano), la Casellati (fedele di Berlusconi), Fico (Boldrini bis), Tria (allineato) possono formare un fronte europeista istituzionale capace di mandare a casa Lega e Di Maio, di concerto con i potentati finanziari esterni, aiutati da qualche opportuno naufragio di migranti da gettare addosso alla Lega e da un deciso aumento dei tassi sul debito pubblico. I recenti invii di migranti su improbabili barconi hanno chiaramente lo scopo di mettere in difficoltà Salvini e magari occasionare un incidente mortale che consentirebbe di estrometterlo sostituendo la Lega col PD e l’appoggio esterno di Berlusconi.

Nella crisi finanziaria scatterebbe un intervento del Meccanismo Europeo di Stabilità, col fondo salva stati e probabile arrivo della troika, come in Grecia, a completare il saccheggio dell’Italia, aiutando la Germania a gestire i suoi guai finanziari suddetti.  Vi sarebbe opposizione politica e popolare, e allora interverrebbe la polizia militare di crisi, la European Gendarmery Force (Eurogendfor, EGF), istituita dal Trattato di Velsen nel 2010. Una polizia militare internazionale praticamente irresponsabile, avente la sua principale sede nella caserma Chinotto di Vicenza.

Raccomando quindi che il governo, e soprattutto il Ministro degli interni, per non vederci nuovamente occupati da militari stranieri, operino per tirar fuori l’Italia dal Trattato di Velsen e per convertire ad altro uso la caserma Chinotto. Raccomando che vengono date direttive ai questori, quali comandanti locali di tutte le forze dell’ordine (non però dell’Eurogendfor!), di prevenire e controbattere eventuali azioni di forze straniere (ricordate l’incursione della Gendarmerie francese in Italia? Saggiava il terreno). In questo dovrebbero essere affiancate dalle forze armate, previe opportune consegne da impartire ad esse.

 

Marco Della Luna

Fonte:http://marcodellaluna.info

Link: http://marcodellaluna.info/sito/2018/07/13/liberiamoci-dalleurogendfor/

13.07.2018

 

-Trattato di Velsen del 18 ottobre 2007

file:///C:/Users/Marco/Documents/trattato_velsen.pdf