Air Force, M5S: ‘Renzi ha raccontato una serie di bufale megagalattiche pur di difendersi’

silenziefalsita.it 1.8.18

Air Force Renzi: il M5S torna all’attacco contro l’ex premier denunciando che questi nel suo “video della disperazione” ha raccontato una “serie di bufale megagalattiche pur di difendere” il suo aereo “che ha causato uno spreco multimilionario ai danni dei cittadini italiani”.

Il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano ha analizzato tutte le affermazioni di Renzi sull’Air Force ha dato una risposta per ognuna delle bufale.

Ad esempio Renzi ha detto nel video in question: “Cos’è questo aereo di Stato? Air Force Renzi, l’aereo che Renzi utilizzava per i suoi spostamenti. Io non l’ho mai utilizzato..”

Manlio Di Stefano ha replicato:

“Certo, che non l’ha mai usato l’aereo Renzi. Primo perché l’abbiamo denunciato subito e quindi ha avuto paura dell’opinione pubblica. E poi perché dopo aver firmato quel vergognoso contratto di leasing con Ethiad si è accorto che l’aereo era troppo vecchio, fuori mercato, ingombrante – pensate che non poteva neanche atterrare a Ciampino, dove invece è previsto che atterrino i voli di stato. E in più il nostro ex premier aveva deciso di personalizzarlo e rifarne l’equipaggiamento, per altri 20 milioni di euro. Le poltroncine in pelle non bastavano? Che il suo mega aereo sia rimasto parcheggiato a spese dei contribuenti – che hanno continuato a pagare anche l’equipaggio – e non sia mai stato usato, è solo un’aggravante”.

L’ex segretario dem ha anche dichiaraot che “questo è l’aereo che la Repubblica italiana aveva scelto, attraverso procedure definite dai tecnici… non mi metto io a discutere se sia meglio l’acquisto di un velivolo nuovo o il leasing di uno vecchio, per questo ci sono i dirigenti pagati per fare queste scelte..”

Air Force Renzi: il M5S torna all’attacco contro l’ex premier denunciando che questi nel suo “video della disperazione” ha raccontato una “serie di bufale megagalattiche pur di difendere” il suo aereo “che ha causato uno spreco multimilionario ai danni dei cittadini italiani”.

Il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano ha analizzato tutte le affermazioni di Renzi sull’Air Force ha dato una risposta per ognuna delle bufale.

Ad esempio Renzi ha detto nel video in question: “Cos’è questo aereo di Stato? Air Force Renzi, l’aereo che Renzi utilizzava per i suoi spostamenti. Io non l’ho mai utilizzato..”

Manlio Di Stefano ha replicato:

“Certo, che non l’ha mai usato l’aereo Renzi. Primo perché l’abbiamo denunciato subito e quindi ha avuto paura dell’opinione pubblica. E poi perché dopo aver firmato quel vergognoso contratto di leasing con Ethiad si è accorto che l’aereo era troppo vecchio, fuori mercato, ingombrante – pensate che non poteva neanche atterrare a Ciampino, dove invece è previsto che atterrino i voli di stato. E in più il nostro ex premier aveva deciso di personalizzarlo e rifarne l’equipaggiamento, per altri 20 milioni di euro. Le poltroncine in pelle non bastavano? Che il suo mega aereo sia rimasto parcheggiato a spese dei contribuenti – che hanno continuato a pagare anche l’equipaggio – e non sia mai stato usato, è solo un’aggravante”.

L’ex segretario dem ha anche dichiaraot che “questo è l’aereo che la Repubblica italiana aveva scelto, attraverso procedure definite dai tecnici… non mi metto io a discutere se sia meglio l’acquisto di un velivolo nuovo o il leasing di uno vecchio, per questo ci sono i dirigenti pagati per fare queste scelte..”

Antirazzismo in assenza di razzismo. L’ultima arma di distrazione di massa

Politicamentescorretto.org 1.8.18

DI DIEGO FUSARO

ilfattoquotidiano.it

Il razzismo è una aberrazione della mente umana. Metafisicamente, il suo fuorviamento sta nel negare l’unità della razza umana. Nel negarla, per di più, in nome di un gretto biologismo materialistico privo di pensiero. Contro il razzismo, valgano le parole dello Hegel: pensare di far dipendere le qualità dello spirito dalla mera esteriorità del colore della pelle sarebbe come dire che “lo spirito è un osso”.

Ora, contrariamente alla retorica egemonica in questi giorni, non v’è nessuna emergenza razzismo, per fortuna. Solo sporadici casi di imbecilli, degni di essere puniti come la legge prevede. La verità è che le sinistre mondialiste fucsia e traditrici di Marx usano l’antirazzismo in assenza di razzismo per evitare oculatamente l’anticapitalismo in presenza di capitalismo. Si legittimano in tal guisa, nella loro conclamata assenza di legittimità. Una sinistra al servigio del capitale e dell’imperialismo atlantista non avrebbe ragione di esistere. E per continuare a esistere si inventa allora le emergenze del fascismo e del razzismo, fingendo che la contraddizione capitalistica nemmeno più esista.

Da una parte, abbiamo oggi stolti che dicono che v’è il ritorno del razzismo e che è in atto una feroce aggressione contro chi ha la pelle nera. Dall’altra parte, vi sono poi stolti che dicono che è in atto un’aggressione dei neri contro i bianchi e che ogni migrante in quanto tale è un delinquente. Non vi accorgete che tutto ciò è il capolavoro del potere? Il quale (a) ci divide in basso tra bianchi e neri, per evitare che il conflitto si verticalizzi e salga verso l’alto e (b) dirotta l’attenzione dalla reale contraddizione economica e dallo sfruttamento mondialista all’irreale contraddizione razzista, inventata ad hoc come arma di distrazione di massa? Occorre essere uniti in basso contro l’alto: occorre respingere le false dicotomie amiche del potere tecnocapitalistico (gay vs etero, bianchi vs neri, islamici va cristiani, fascisti vs comunisti, ecc). Occorre essere coesi in basso. La lotta è tra Servo nazionale-popolare e Signore global-elitario.

Duego Fusaro

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/01/antirazzismo-in-assenza-di-razzismo-lultima-arma-di-distrazione-di-massa/4531499/

1.08.2018

Guerra sulla Rai? Noi non ci caschiamo…

Contropiano.org 31.7.18

Ma davvero dovremo anche assistere alla recita di Silvio Berlusconi che difende il pluralismo in RAI e la libertà d’informazione? Sì, proprio colui che da presidente del consiglio emanò l’editto bulgaro contro giornalisti e artisti non allineati. Che, per alcuni – tra cui Sabina Guzzanti e Daniele Luttazzi – vale ancora oggi. Sì, proprio il padrone di Mediaset, nota sede di pluralismo esemplare, che è persino riuscito a far eleggere un suo dipendente quale presidente della commissione di vigilanza sulla RAI. Lo ha fatto con l’accordo della Lega, con quello del M5S e soprattutto con quello del PD. Che oggi, assieme a quella sua sempre più inutile corrente esterna chiamata LEU, prega il signore di Arcore di fermare la pericolosissima presidenza RAI di Marcello Foa.

Sia chiaro non abbiamo alcuna simpatia per il giornalista italo-svizzero; le sue posizioni politiche sono all’opposto delle nostre e il solo fatto di essere designato in quota Salvini per noi lo definisce, anche se nel passato ha assunto posizioni controcorrente sulle guerre “umanitarie” dell’Occidente e sulle politica di austerità della UE.

Ma la campagna di PD, LeU e Forza Italia, sostenuta dai principali giornali, contro Foa nel nome della libertà di informazione, è quanto di più ipocrita, sfacciato e bugiardo ci tocchi di subire. Gli spin doctor – così si chiamano gli autori delle campagne di propaganda che i mass media veicolano e creano quel “percepito” che cancella la realtà, ma fa vincere le elezioni – dei vecchi governanti ora all’opposizione denunciano il rischio che con la nuova presidenza RAI siano dominanti il “sovranismo” e il “populismo”. Essi temono un nuovo pensiero unico e sanno di che parlano, visto che sul dominio assoluto del pensiero unico liberista e guerrafondaio hanno edificato le proprie fortune.

Noi che combattiamo tutte le balle di regime – sia quella secondo cui sarebbe necessario difendersi dell’invasione dei migranti,  così come quella secondo cui jobsact, legge Fornero e fiscal compact siano cose buone e giuste -, noi che passiamo la vita e le lotte a combattere contro le fake news del potere, noi in questa guerra tra spin doctor di opposte tendenze non ci schieriamo proprio. Ognuno di loro è il bue che dà del cornuto all’asino avverso.

Noi non scegliamo tra il regime di balle targato Renzi e Berlusconi e quello targato Salvini, li combattiamo entrambi.

Quanto ai mass media, che quindici anni fa hanno portato ovunque l’immagine di Colin Powell che mostrava all’Onu la fialetta che avrebbe dovuto provare le armi letali di Saddam Hussein; quei media che hanno diffuso senza critiche la più grande falsificazione del dopoguerra, servita a scatenare una guerra catastrofica che dura ancora; quei media che ogni giorno ci raccontano le veline del potere presentandole come realtà assoluta… quei media non sono “la libertà d’informazione”, ma un ostacolo a che essa possa esistere.

Il PD nel passato ha imbrogliato milioni di persone chiedendo sostegno contro Berlusconi e ora chiede il sostegno di Berlusconi per fermare Foa. Chi gli può credere più?

No, noi nella sporca guerra per la RAI non ci caschiamo proprio, basta con le fakenews.

Bocciatura Foa presidente Rai, Fusaro: ‘La sinistra più stupida dell’intera storia umana’

silenziefalsita.it 1.8.18

Bocciatura-Foa-presidente-Rai

“E in questo modo si rivela la sinistra più stupida dell’intera storia umana dai tempi dai tempi della rivoluzione francese a oggi”.

Così Diego Fusaro sulla bocciatura della nomina di Foa a presidente Rai.

“Mediante una Santa Alleanza fra Liberi e Uguali a sinistra e Forza Italia a destra” afferma il filosofo in un video pubblicato sui social – è stata testè fatta saltare la nomina a presidente Rai del giornalista Marcello Foa, voce libera e indipendente del giornalismo italiano, autore di saggi di grande importanza nell’ambito culturale, persona onesta e intellettualmente fecondissima”.

“Costituisce, quanto avvenuto,” prosegue Fusaro “un caso da manuale: l’astuta destra liberista del danaro tutela i propri interessi di classe cosmomercatisti e la sciocca sinistra libertaria del costume glorifica quegli interessi stessi”.

E aggiunge: “La destra liberista del danaro e della finanza decide sovranamente cosa fare nello scacchiere del rapporto di forza dominante, in modo che la voce dominante nell’ordine del discorso sia sempre quella che tutela i suoi interessi di classe.
Sicché Marcello Foa non rientrava in quest’ordine ed è stato destituito”.

“Per converso” continua “la sinistra libertaria del costume tutela sempre e solo culturalmente – direbbe Gramsci – sovrastrutturalmente, gli interessi della destra del danaro stessa”.

E conclude: “Tutte le grandi conquiste oggi della sinistra vadano sempre a beneficio della classe cosmomercatista dominante della destra e puntualmente contro la classe lavoratrice, i ceti medi e gli sconfitti della mondializzazione”.

Guarda il video:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdiegofusarofilosofo%2Fvideos%2F1239881356153104%2F&show_text=0&width=476


 

Vigilanza boccia Foa presidente, Paragone: ‘Il Patto del Nazareno regge soprattutto sulla Rai’

silenziefalsita.it 1.8.18

Il Patto del Nazareno regge soprattutto sulla Rai: Fi e Pd non ritirano la scheda e bocciano #FoaPresidente”.

Lo scrive su Twitter il senatore del M5S Gianluigi Paragone il quale in un’intervista a La Repubblica ha spiegato che Foa “in quanto consigliere anziano continuerà a presiedere il cda Rai fin tanto che in Vigilanza non si sboccherà la situazione”.

Questo, ha precisato Paragone, “succede in tutti i consigli di amministrazione che la presidenza – in attesa di alcuni passaggi formali – tocchi al consigliere anziano. Non è colpa mia se il più anziano nel cda Rai è proprio Foa”. E ha aggiunto: “Bisogna aspettare che la politica faccia maturare il quorum qualificato. Nel frattempo resta tutto così. Certo non non chiederemo a Foa di dimettersi”.

Dello stesso parere di Paragone è anche un altro esponente pentastellato, Paolo Romano, che ha commentato: “Il patto del Nazareno ricostituito per bloccare la nomina di #FoaPresidente”

Sul caso è intervenuta poi Mirella Liuzzi, deputata M5S e segretario di Presidenza alla Camera. Di seguito il testo del suo tweet:

“Da Forza Italia c’è stata una prova di forza, una scelta politica, non sul profilo di #FoaPresidente le cui qualità come giornalista libero e corretto sono note.

Spero sinceramente che @MarcelloFoa non si dimetta”.

Rai, Foa: ‘Mi metto a disposizione dell’Azionista’

silenziefalsita.it 1.8.18

rai-foa

“Prendo atto con rispetto della decisione della Commissione di Vigilanza della Rai“.

Lo scrive su Facebook Marcello Foa, la cui nomina è stata bocciata stamane.

“Come noto, – aggiunge il giornalista – non ho chiesto alcun incarico nel Consiglio che mi è stato proposto dall’Azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a sua disposizione invitandolo a indicarmi quali siano i passi più opportuni da intraprendere nell’interesse della Rai”.

M5S: ‘Il patto del Nazareno ricostituito per bloccare la nomina di Foa Presidente’

“Foa Presidente è il simbolo di una nuova RAI all’insegna dell’indipendenza e della libertà d’informazione. Oggi si è ricostituito il patto del nazareno per bloccare la sua nomina”.

Lo denunciano in un post pubblicato sul Blog delle Stelle Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, capigruppo pentastellati alla Camera e al Senato.

“Forza Italia e Pd – proseguono i 5Stelle – si sono schierati contro di lui, allievo di Montanelli, giornalista de Il Giornale e forte sostenitore della sovranità nazionale”.

“Dal Pd te lo aspetti, ma da Forza Italia? E’ un colpo basso alla Lega. Non siamo loro alleati, ma da noi avranno sempre lealtà e correttezza,” concludono.

Vigilanza Rai boccia Foa presidente: le reazioni su Twitter

Nel frattempo diversi esponenti 5Stelle rilanciano la stessa accusa di D’Uva e Patuanelli tramite Twitter:

“Il Patto del Nazareno regge soprattutto sulla Rai: Fi e Pd non ritirano la scheda e bocciano #FoaPresidente”, scrive il senatore pentastellato Gianluigi Paragone.

Dello stesso parere di Paragone è anche un altro esponente pentastellato, Paolo Romano, commenta: “Il patto del Nazareno ricostituito per bloccare la nomina di #FoaPresidente”

Sul caso è intervenuta poi Mirella Liuzzi, deputata M5S e segretario di Presidenza alla Camera. Di seguito il testo del suo tweet:

“Da Forza Italia c’è stata una prova di forza, una scelta politica, non sul profilo di #FoaPresidente le cui qualità come giornalista libero e corretto sono note.
Spero sinceramente che @MarcelloFoa non si dimetta”.

 

Intesa Sanpaolo, Leonardo-Finmeccanica, Ubi, Ferrari. Ecco le pagelle di Mediobanca sulle quotate

di  STARTMAG.IT 1.8.18

L’articolo di Paola Valentini per Mf/Milano finanza

In vista della stagione dei conti del secondo trimestre, che questa settimana entra nel vivo, Mediobanca Securities ha aggiornato il suo portafoglio azionario per il mese di agosto.

“Abbiamo di fronte una decina di giorni in cui terranno banco le trimestrali delle società di Piazza Affari”, premette Mediobanca che in quest’ottica si mantiene prudente verso le azioni “che vanno troppo bene in attesa dei conti e che sono esposte al rischio di prese di beneficio dopo la pubblicazione dei bilanci”.

Secondo Mediobanca questo è il caso di Campari su cui il broker va short, “sebbene sia nei primi 30 titoli nel nostro modello proprietario, Campari sostituisce Unieuro che sembra vicino al punto di minimo. Sul fronte delle posizioni lunghe (in acquisto), Mediobanca ha tolto Enel “dopo alcuni modesti movimenti dei prezzi post risultati registrati finora da alcuni concorrenti europei”, e al suo posto ha inserito “Buzzi Unicem sulla quale le attese sembrano piuttosto basse”. Ma ecco in dettaglio le posizioni al rialzo (long) e quelle al ribasso (short) elaborate dagli analisti di Mediobanca Securities.

Portafoglio long

Ubi (neutral e target price a 4,3 euro). Ubi tratta sulla base di un Te di 0,5 volte con un Rote 2019 dell’8,5%, pari a 6,3 volte il p/e. La posizione patrimoniale è abbastanza solida per gestire gli npl: l’ad ha recentemente detti che la banca sta per chiudere la garanzia gacs, il che potrebbe essere un elemento catalizzatore per il titolo.

Buzzi Unicem (outperform e target price a 24,2 euro). Mediobanca non aspetta numeri particolarmente brillanti, ma una conferma delle indicazioni sull’ebitda dell’anno dovrebbe produrre una certa rivalutazione dell’azione. Vale la pena notare che la società ipotizza un cambio euro-dollaro a 1,24, in tal modo dovrebbe avere spazio per compensare l’inflazione negli Usa. Il messaggio sui volumi è stato costruttivo, sia da parte del gruppo sia da parte dei concorrenti. Buzzi scambia sulla base di un rapporto ev/ebitda di 5 volte, e 11,6 volte il p/e 2019, dopo un calo del 18% dell’utile per azione da parte degli analisti sell side.

Leonardo (outperform e target price a 13,5 euro). Finalmente vediamo un buon momentum per il titolo, grazie alle notizie positive sulle nuove commesse negli elicotteri e nei veicoli militari. A 4,4 volte l’ev/ebitda e 7,4 volte il p/e 2019, il valore è ancora immutato e dal nostro recente incontro con la società, la sensazione è che il ceo Profumo sia abbastanza fiducioso sulle previsioni fornite. Per noi difficilmente ci sarà un ribasso.

Ferrari (neutral e target price a 116 euro). Dopo la recente performance poco brillante, restiamo lunghi su questa azione di alta qualità e difensiva che dovrebbe passare indenne attraverso la guerra tra Usa ed Europa. Nonostante il cambio al vertice, sembra confermato il capital market day di settembre, e qualche rumors a proposito potrebbe iniziare a fine agosto. Ferrari tratta a 29 volte il p/e e 15,7 volte l’ev/ebitda 2019.

Portafoglio short

Campari (neutral e target price a 6,5 euro). Campari scambia a 36 volte il p/e e a 22,3 volte l’ev/ebitda 2018. L’azione ha avuto un andamento spettacolare, non sostenuta da rialzi dell’utile per azione, di qui l’espansione dei multipli. Gli scambi sul titolo sembrano troppo affollati e temiamo che l’attenzione svanirà a meno che non pubblicheranno conti ben oltre le attese, il che non sembra verosimile guardando i numeri dei concorrenti.

Erg (neutral e target price a 16,2 euro). La valutazione (29,4 volte il p/e e 8,8 volte l’ev/ebitda 2018) suggerisce che il mercato ha scontato la maggior parte della trasformazione del business model. I dettagli sul repowering in Italia potrebbero arrivare più tardi del previsto e la lettura dei dati dei concorrenti è negativa.

Intesa Sanpaolo (neutral e target price a 3,1 euro). Ci giochiamo Intesa Sanpaolo come posizione ribassista per coprire quella lunga su Ubi, soprattutto sul fronte della valutazione. Il titolo scambia a 0,8 volte il Te per un Rote del 9,8% nel 2019 e il p/e di 8,5 volte è ancora a premio rispetto a molti competitor Ue. Vediamo anche una mancanza di elementi catalizzatori dal momento che il bilancio del trimestre difficilmente porterà qualche notizia positiva per il titolo.

De’ Longhi (neutral e target price a 26,4 euro). Il titolo è a 9,1 volte l’ev/ebitda e 16,9 volte il p/e. L’esposizione al mercato dei consumi Usa non aiuta come anche l’andamento del dollaro sulla struttura dei costi-ricavi. La diffusione delle macchine da caffé negli Usa sarà un tema del 2019. Ricordiamo che il lock up sull’accelerated book building di novembre è scaduto il 14 maggio e l’azione è abbastanza vicina ai livelli ai quali è stato fatto l’ultimo collocamento.

 

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Carige, cda a sorpresa per replicare alle contestazioni di Francoforte

GILDA FERRARI – 

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Genova – Requisiti patrimoniali, governance, piano nuovo: Carige si prepara a rispondere alle criticità indicate dalla Bce dieci giorni fa. Secondo quanto ricostruito dal Secolo XIX, ieri si è tenuta una riunione del cda, convocata per discutere le linee guida della risposta alla lettera con cui il 20 luglio la vigilanza europea ha comunicato alla banca la decisione di non approvare il piano di conservazione del capitale e la necessità di un nuovo piano entro novembre, suggerendo un’aggregazione e tornando sui problemi di governance.

Venerdì il board si riunirà per approvare la semestrale e in quell’occasione sarà approvato anche il testo completo della risposta attesa dalla vigilanza europea.

A presiedere i lavori di ieri, Vittorio Malacalza, presidente ad interim dopo l’uscita di Giuseppe Tesauro e dimissionario dal giorno della prossima assemblea ma per ora ancora saldamente in sella: l’adunata dei soci di settembre, quando si consumerà la sfida con l’azionistaRaffaele Mincione per il controllo della banca, sarà infatti presieduta dall’industriale piacentino.

La lettera di Bce alla cui risposta lavora Carige è quella del 20 luglio. Nel «progetto di decisione» (che diventerà decisione solo a valle della risposta di Carige) Bce affronta tre questioni: la governance, i requisiti patrimoniali e il futuro della banca.

Riguardo alla governance, sebbene dopo le dimissioni di Tesauro l’istituto avesse già progettato di convocare l’assemblea per la nomina del nuovo presidente entro settembre nel prossimo cda del 3 agosto e lo avesse comunicato «oralmente» alla Bce, Francoforte ha scritto di procedere alla nomina del vertice «al più tardi entro il 30 settembre». Quanto al piano di conservazione del capitale presentato lo scorso 22 giugno, Bce ha comunicato di non approvarlo e chiesto alla banca di presentarne uno nuovo «al più tardi entro il 30 novembre per ripristinare e assicurare l’osservanza dei requisiti patrimoniali al più tardi entro il 31 dicembre 2018». Il piano dovrà «valutare tutte le opzioni, inclusa un’aggregazione aziendale», scrive la vigilanza. «Qualora fosse perseguita una soluzione mirata a un’aggregazione per assicurare l’osservanza di tutti i requisiti patrimoniali», sarà stabilito «un nuovo termine entro il quale dovrà essere conseguita l’osservanza dei requisiti patrimoniali».

La ragione per la quale Bce non approva il piano di conservazione del capitale è il mancato rispetto del requisito patrimoniale complessivo del 13,125% dal 1° gennaio 2018: «Nel primo trimestre 2018 il total capital ratio era del 12,23%». L’emissione del bond subordinato da 350 milioni che Carige non ha ancora finalizzato «costituisce la pietra angolare del piano di conservazione del capitale aggiornato» ha sottolineato Francoforte. Che ha infine rilevato come il vecchio piano prevedesse di realizzare «entro giugno» una serie di «misure» di riduzione del rischio e «cessioni di attività» che invece non sono ancora state realizzate.

Se The Donald usasse l’arma del mini-dollaro di F. Dragoni e A.M. Rinaldi

 scenarieconomici.it 31.8.18

Nel secondo trimestre del 2018 gli Stati Uniti sono cresciuti di oltre il 4% rispetto al precedente dopo aver peraltro imposto dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. Trump sta semplicemente realizzando uno dei tanti punti del suo programma elettorale fatto peraltro di misure molto espansive quali la riduzione di tasse o lintroduzione di incentivi volti a favorire il rientro degli stabilimenti produttivi di aziende che hanno negli anni scorsi delocalizzato (reshoring).

Gli USA sono infatti il cliente del mondo” dal momento che negli ultimi 10 anni (fino al 2017) hanno mediamente importato beni e servizi in misura maggiore a quanti ne hanno esportati per oltre 440 miliardi di dollari ogni anno. I soli consumi interni rappresentano infatti quasi il 70% del PIL americano contro un appena 54% della Germania. E visto che a fronte di chi importa vi è sempre qualcuno che esportafra i tanti fornitori del mondo” ne spiccano in particolare due. Da un lato la Cina, con un surplus commerciale medio di circa 230 miliardi di dollari, e dallaltro la Germania, con oltre 250 miliardi. Che sommati fra loro fanno peraltro qualcosa più del deficit americano. La Germania, ancor più della Cina, è quindi un problema. Come può infatti essere possibile che un paese di 82 milioni di anime possa avere un avanzo medio delle partite correnti addirittura superiore a quello della Cina con i suoi quasi 1,4 miliardi di abitanti?

Principalmente può farlo grazie alleuro; una sorta di marco svalutato. La moneta unica è infatti per definizione una sola e quindi è una media fra i valori della potenza tedesca e degli altri satelliti del nord (Austria, Olanda, Belgio), con in mezzo una Francia sempre più in difficoltà e mescolata alle debolezze del Mediterraneo (Grecia, Cipro, Spagna, Portogallo e Italia). Moneta sopravvalutata per questi ultimi ma sottovalutata per Berlino. Che grazie a questa sorta di marco svalutato” vestito da euro ha registrato un avanzo commerciale medio nei quindici anni successivi alla moneta unica pari al 5,8% circa del proprio PIL contro uno striminzito 0,3% medio nel quindicennio antecedente. Il cambio delleuro espresso in dollari per la Germania è quindi ancora artificialmente basso perché sono i problemi dellEuropa meridionale a svilirne il valore con ciò ulteriormente agevolando lexport di Berlino sia dentro che fuori leurozona. Nel 2016 gli Stati Uniti hanno infatti importato da Berlino beni e servizi in misura superiore a circa 70 miliardi rispetto al loro export.

Oggi intanto servono 1,17 dollari per acquistare 1 euro ed è più che ragionevole dedurre che qualora la Germania avesse il suo marco, il tasso di cambio sarebbe pari a non meno di 1,40-1,50 dollari a seguito di una rivalutazione di un buon 20-30%. Che in soldoni significano una cosa semplice e quasi banale. Per il portafoglio di un consumatore americano una BMW da 35.000 euro (anzi marchi) costerebbe fra i 49.000 ed i 53.000 dollari invece degli attuali 41.000 circa. Ecco perché Trump una volta insediatosi alla Casa Bianca  ha subito accusato la Germania di manipolare il cambio.

I primi a non volere più leuro sono proprio gli Stati Uniti essendo il “cliente” del mondo e dellEuropa. Se solo Trump andasse fino in fondo con la sua battaglia estendendo i dazi ad ogni categoria merceologica, o più semplicemente e rapidamente facendo scivolare” il cambio del dollaro adeguandolo alle dinamiche dei saldi commerciali con lestero, finirebbe per vincere la sua partita dando contemporaneamente una formidabile spinta alla reindustrializzazione del Paese visto che ora importa molto più di quanto esporta. A differenza di Berlino e nostra. Ed il cliente, si sa, ha sempre ragione.

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi, Milano Finanza 31.7.18

Rapporto suicidi economici della LINK University: un estratto

scenari economici.it 1.8.18

Vi presentiamo un estratto del rapporto sui suicidi economici 2012-2017 predisposto dal LINK LAB, laboratorio di ricerca sociale. Chi desiderasse avere il report completo può contattarci tramite l’apposita casella Contatti del sito.

Inziamo considerando l’andamento temporale dei suicidi economici nel quinquennio considerato:

Vi è una crescita del 15,7% rispetto al quinquennio precedente, con un picco nel 2014 di 201 suicidi. Nel 2016 si assiste ad un calo che comunque non porta i valori complessivi al di sotto del 2012. Il 2017 vede un calo più sostenuto anche se si rimane comunque ampiamente oltre il dato del 2012.

Analizziamo ora la distribuzione per singoli mesi, considerando che però

I mesi con maggiori suicidi sono stati i mesi di aprile del 2013 e del 2014 ed il luglio 2014.

Analizzando le classi di età la più colpita è quella fra i 45 d i 54 anni, seguita dai 55-64.

Passiamo ad analizzare la distribuzione geografica anche nel tempo. Se nel 2012 la regione più colpita era il Veneto, nel 2017 è la Campania. Impressionante l’evoluzione della Regione Marche, in continua, irrefrenabile, salita.

 

I suicidi colpiscono in primo luogo gli imprenditori, quindi i disoccupati e, con proporzione molto inferiore, i dipendenti, categoria però in crescita.

 

In quest’ultima tabella si incrociano i dati dell’area e dell’attività del suicida. Se al Nord Ovest i suicidi sono soprattutto fra i pensionati, il nord Est vede una prevalenza fra gli imprenditori ed il Sud fra i disoccupati.

 

 

Unico sollievo da questa triste classifica è che il numero è in calo fra il 2016 ed il 2017, anche se comunque non si riesce a tornare ai livelli pre-crisi.

Grazie

Visita Conte a Washington, M5S: ‘Un successo. Ottenuto 4 grandi risultati per l’Italia’

silenziefalsita.it 1.8.18

Visita-Conte-a-Washington

“La visita di Giuseppe Conte a Washington, a soli due mesi dall’insediamento del nuovo governo, è stata un successo.”

Lo scrivono i 5Stelle sul proprio blog ufficiale.

“Il presidente del Consiglio – spiegano i pentastellati – ha ottenuto da Donald Trump un pieno riconoscimento per il nostro Paese che torna ad essere protagonista a livello internazionale, recupera centralità nel Mediterraneo e capacità di attrarre investimenti”.

Il M5S elenca quindi i 4 risultati ottenuti da Giuseppe Conte nella sua visita a Washington:

1. “Nasce, con l’ok dell’amministrazione americana, una cabina di regia permanente “Italia-Usa” per il Mediterraneo allargato. Questo significa che il nostro Paese diventa l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti in Europa per tutte le più importanti sfide da affrontare, dalla lotta al terrorismo alla gestione dell’immigrazione illegale fino alla complessa partita della stabilizzazione della Libia”.

2. “Il sostegno del Presidente americano alla Conferenza internazionale sulla Libia che il nostro Paese sta organizzando proprio in Italia nel prossimo autunno, con l’obiettivo di coinvolgere tutti i principali protagonisti del processo di stabilizzazione del paese nord africano”.

3. “Il nuovo approccio italiano al fenomeno dell’immigrazione illegale viene indicato da Trump come modello per gli altri leader europei”.

4. “L’appello del Presidente della prima potenza economica mondiale agli investitori: “Vi consiglio di investire in Italia, nazione grandiosa con gente grandiosa”. Questo significa che Trump condivide la politica economica che il nostro governo sta realizzando per rilanciare la crescita e l’occupazione. Un percorso che abbiamo avviato con il decreto dignità e che proseguirà con la riforma fiscale e il reddito di cittadinanza”.

“Tutto ciò rappresenta un riconoscimento importantissimo del cambiamento che abbiamo messo in moto in appena due mesi di governo, risultato che qualche giornale ha provato a mettere in ombra ma inutilmente,” commentano i 5Stelle, secondo i quali “i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.


 

Colorevolution in Iran ?

Rosanna Spadini comedonchisciotte.org 1.8.18

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Verde era la Rivoluzione di Teheran del 2009/10, uno degli avatar delle «rivoluzioni colorate» che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre, in parecchi Paesi, governi compiacenti, senza dover ricorrere ad una vera e propria guerra.

Le «rivoluzioni colorate», finte sommosse popolari, riescono spesso a mobilitare vari settori della società, ma hanno più le caratteristiche di un golpe, perché in genere provocano dei cambi di regime, sostituendo un’élite ad un’altra, per condurre una politica economica ed estera filo-USA.

George Friedman, in una conferenza di qualche anno fa, ha spiegato in parole povere, né più né meno di come si potrebbe parlare di una partita a Risiko, quali sono le tecniche statunitensi, vale la pena di riascoltarlo (con sottotitoli in italiano)

Già nel gennaio scorso, i media occidentali avevano raccontato di molte proteste e manifestazioni in varie città dell’Iran contro le politiche economiche del governo, il quale avrebbe fallito nel garantire una vita dignitosa alla popolazione, nel difendere soprattutto la parte più debole del popolo iraniano.

In modo particolare, due sono state le ondate di proteste quest’anno, disordini scoppiati a causa dell’aumento dei prezzi, della disoccupazione di massa e di un crollo economico generale. Le manifestazioni, proseguite per diverse settimane, hanno causato la morte di circa 20 persone tra manifestanti e forze dell’ordine.

Washington, da parte sua, ha aumentato le pressioni ideologiche ed economiche sull’Iran, sollecitando i suoi alleati in Europa a tagliare i legami commerciali con il governo iraniano. Trump è intenzionato a rimuovere l’Iran dal mercato petrolifero globale entro il 4 novembre, minacciando i paesi che si rifiutano di tagliare le importazioni di petrolio, di ulteriori sanzioni secondarie.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo poi ha promesso il sostegno degli Stati Uniti “alla voce a lungo ignorata del popolo iraniano”, ed ha paragonato il governo iraniano alla “mafia”, garantendo che gli Stati Uniti “sosterranno le voci a lungo ignorate del popolo iraniano.”

Secretary Pompeo

@SecPompeo

’s corrupt regime is wasting the country’s resources on Assad, Hizbollah, Hamas & Houthis, while Iranians struggle. It should surprise no one continue. People are tired of the corruption, injustice & incompetence of their leaders. The world hears their voice.

Vero…  sostenere la volontà delle persone è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto in Libia, in Siria e in Ukraina, il primo Paese è ancora politicamente e socialmente devastato dopo l’intervento militare guidato dalla NATO nel 2011, che ha visto il paese precipitare nel caos politico ed economico. La Siria invece è ostaggio negli ultimi sei anni di una guerra provocata dagli interessi dell’occidente – in cui solo l’intervento dell’alleato russo ha incanalato il conflitto sui binari della risoluzione -, così come l’Ucraina che è in stato di guerra dal 2014, dopo il golpe ai danni dell’allora governo filorusso, democraticamente eletto.

Comunque, per raggiungere l’obiettivo di destabilizzazione del governo iraniano, Pompeo ha lanciato il canale 24/7 antigovernativo, in lingua farsi, che dovrebbe sollecitare il popolo iraniano, diramando una vasta campagna di comunicazione, attraverso tutti i media disponibili, tra cui televisione, radio, digitale e social networks.

La Reuters ha riferito che la campagna sarebbe effettivamente mirata a demonizzare i leaders iraniani, dal momento che le informazioni presentate agli spettatori “a volte” sarebbero “esasperate”. Dopo aver abbandonato unilateralmente l’accordo nucleare iraniano a maggio, gli Stati Uniti stanno gradualmente rafforzando le sanzioni sulla Repubblica islamica, che invece erano state revocate nel 2015 dopo che l’Iran aveva accettato di limitare il suo programma nucleare, in cambio della dismissione delle sanzioni.

La guerra delle parole procede con violenza tra Donald Trump e Hassan Rouhani. Il tycoon ha risposto con un tweet durissimo alle parole del suo omologo di Teheran, che qualche giorno fa lo aveva invitato a non giocare “con la coda del leone, altrimenti se ne sarebbe pentito”.

Rouhani, durante un incontro con gli ambasciatori iraniani, ha parlato delle politiche Usa ostili all’Iran: “Signor Trump, noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia… lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è padrone a casa propria e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno”. E, sempre rivolgendosi al tycoon, ha aggiunto: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo. Gli Usa dovrebbero capire che la pace con l’Iran è la madre di tutte le paci, mentre la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”.

Un monito che potrebbe tradursi così: Se davvero riuscirai ad impedire qualunque export del nostro greggio come hai annunciato di voler fare, siamo pronti a bloccare lo stretto di Hormuz, strategico per il traffico petrolifero.

Frasi che Trump ha recepito come intimidatorie e cui ha risposto su Twitter: “Al presidente iraniano Rouhani, consiglio di non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferto prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

Guarda caso però le parole di Trump invece hanno ricevuto il plauso del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Desidero lodare la posizione determinata espressa ieri dal presidente Trump e dal segretario di Stato Mike Pompeo contro l’aggressività del regime iraniano. Per anni quel regime è stato viziato dalle potenze occidentali. Fa piacere vedere che gli Stati Uniti cambiano ora quell’atteggiamento sbagliato”.

I messaggi sembravano il risultato di un piano di lavoro congiunto USA-Israele redatto alla fine dello scorso anno per contrastare l’Iran con azioni segrete e diplomatiche.

Poi Pompeo, dopo aver accusato Khamenei di possedere un fondo segreto e aver definito i leader religiosi iraniani “ipocriti uomini di fede”, ha rincarato la dose: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è gestito da qualcosa che somiglia alla mafia più che a un governo”.

Ciò non ha fermato l’avvocato personale del presidente Trump, Rudolf Giuliani che lo scorso giugno ha parlato all’evento del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), una coalizione ombrello in gran parte controllata dal Mujahedin-e-Khalq (MeK) , che una volta era elencata come organizzazione terroristica negli Stati Uniti e in Europa ed è ancora ampiamente considerata come culla del culto marxista-islamista, che si è sviluppato attorno alla personalità del suo leader, Maryam Rajavi.

“Ora siamo realisticamente in grado di vedere la fine del regime in Iran”, ha detto a una folla di circa 4000 persone, molti dei quali rifugiati e giovani europei dell’est, presenti a Parigi .

“I mullah devono sparire, l’ayatollah deve andarsene, e devono essere sostituiti da un governo democratico che la signora Rajavi rappresenterà”, ha detto Giuliani. “La libertà è dietro l’angolo … L’anno prossimo voglio vedere questa convention a Teheran!”.

L’ex sindaco di New York, diventato consigliere per la sicurezza informatica alla Casa Bianca, fa parte di una lunga fila di falchi conservatori americani, assidui partecipi alla conferenza annuale dell’NCRI.

A maggio Trump ha fatto recedere gli USA  dall’accordo nucleare internazionale del 2015 con l’Iran e aveva ordinato una campagna di intensa pressione economica, minacciando sanzioni contro qualsiasi compagnia straniera che avesse intrattenuto rapporti commerciali con l’Iran, chiedendo inoltre la fine del commercio del petrolio iraniano entro novembre.

Che la volontà della Repubblica iraniana di commercializzare il suo petrolio in EUR invece che in USD, abbia inciso in qualche modo?

L’ospite d’onore della conferenza dell’NCRI dello scorso anno era John Bolton che, da allora, è diventato il terzo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. Bolton aveva detto al raduno del 2017 che la politica degli Stati Uniti dovrebbe essere quella di assicurarsi che la Repubblica islamica “non durerà fino al suo 40esimo compleanno” ( 1 aprile 2019, n.d.r.).

Qualche giorno fa, i media australiani, avevano riferito che gli Stati Uniti erano presumibilmente pronti” a bombardare i siti nucleari iraniani, informazioni però presto respinte dal Segretario alla Difesa americano James Mattis, che le aveva definite “fake news”.

La retorica bellicosa di Washington è forse un tentativo per intimidire Teheran e costringerlo ad entrare in altri accordi, così come è avvenuto con Kim Jong-un.

Al tempo Trump si era preso tutto il merito, arrivando a sostenere che era stato lui a salvare il globo da un conflitto potenzialmente devastante tra Washington e Pyongyang. Il ravvicinamento, infatti era stato avviato dalla Corea del Nord, che all’inizio si era impegnata in un colloquio con il vicino meridionale, cessando quindi l’attività di test nucleari in un apparente gesto di buona volontà.

La realtà è che di test, la repubblica nord coreana, non aveva più bisogno, in quanto li aveva completati con successo ed era già universalmente riconosciuto un paese dotato di arma nucleare.

Quindi non è sicuramente Trump, il quale non aveva fatto altro che abbaiare contro l’avversario a colpi di tweet (i quali, almeno fino ad oggi, non hanno mai ucciso nessuno, né costretto nessuno a fare alcunché, tranne, magari, qualche risata) che ha costretto la controparte a capitolare, bensì il leader nordcoreano che, una volta completato il suo programma atomico, si è aperto alle relazioni estere, da una posizione di pari grado e non da vassallo, come è costretto a fare chiunque non abbia una capacità bellica nucleare.

Ma, ovviamente, che ci sia stato un incontro tra i due leaders e che si sia giunti ad un fumoso accordo senza termini né scadenze, ottenendo solo la distruzione del centro dei test – ormai diventato inutile – è stato fatto passare, da tutti i media occidentali, come un trionfo della supremazia e diplomazia statunitensi.

Anche ora Trump sembra impaziente di provare a ottenere un risultato simile, stavolta con l’Iran, identificato come vero avversario dell’estremo mediorientale, soprattutto da Israele.

Durante l’ultima grave crisi nucleare iraniana del 2011/12, l’Iran si era opposto con veemenza a qualsiasi concessione sul suo programma nucleare, però alla fine era stata punito con dure sanzioni, che poi portarono la Repubblica islamica al tavolo dei negoziati.

Ora tuttavia la situazione è completamente diversa, perché sono stati gli Usa a sottrarsi  unilateralmente al patto stabilito, che invece l’Iran aveva effettivamente rispettato.

Gli Stati Uniti sono probabilmente nella posizione più debole, in termini di pressione sull’Iran, secondo quanto dice Konstantin Blohkin, analista presso l’Accademia Russa delle Scienze, che ha anche affermato che è improbabile che gli Stati Uniti portino qualcuno al tavolo delle trattative attraverso l’intimidazione, poiché le loro minacce sono ora percepite come “non-esistenti.”

“Trump ha già minacciato la Corea del Nord ma non ha preso letteralmente alcuna iniziativa per dar seguito a tali minacce”, ha detto Blohkin a RT, aggiungendo che “nessuno ora lo prende più sul serio.”

 Le dichiarazioni belligeranti, tuttavia, sono lontane dall’essere l’unica arma nell’arsenale di Trump, che si è preparato ad aumentare le pressioni sul settore energetico iraniano. Washington sta progettando di colpire Teheran “riducendo a zero i suoi introiti sulle vendite di greggio”, con le sanzioni che entreranno in vigore a novembre.

La strategia americana sull’Iran potrebbe riproporre lo stile nord coreano, anche se la mossa delle sanzioni sembra non interessare alcuni dei partner commerciali dell’Iran, come le nazioni del Sud-est asiatico, la Russia o addirittura la Turchia, che ha recentemente dichiarato che non si atterrà alle sanzioni petrolifere degli Stati Uniti contro Teheran.

Le sanzioni del 2012 avevano seriamente paralizzato l’economia iraniana e, secondo Vladimir Sazhin, altro ricercatore associato presso l’Accademia Russa delle Scienze, è diventato uno dei fattori che hanno aiutato il presidente “moderato” Hassan Rouhani a prendere il potere. Ora “Trump si aspetta che le sanzioni e le nuove difficoltà economiche costringano il popolo iraniano a ribellarsi e a rovesciare il governo”, ha detto l’analista, aggiungendo che il presidente degli Stati Uniti “ha sbagliato di nuovo” e “non ha idea dell’attuale  situazione dell’Iran moderno”.

Perché, mentre una caduta economica potrebbe indebolire il governo di Rouhani, è improbabile che porti a cambiamenti del sistema, potrebbe invece rafforzare i rivali del presidente iraniano, estremamente anti-americani, che renderebbero impossibile qualsiasi potenziale negoziato.

L’amministrazione di Washington potrebbe anche considerare l’Iran come un bersaglio adatto per l’ennesima avventura militare statunitense, perché dopo tutto la Repubblica islamica non possiede ancora armi nucleari (a differenza della Corea del Nord).

Però “Il numero totale delle forze armate iraniane, compreso il Corpo delle guardie rivoluzionarie (IRGC) ammonta tra 600.000 e 900.000”, ha detto Sazhin, aggiungendo che l’IRGC dispone di risorse significative, inoltre le cosiddette forze della milizia sono costituite da persone comuni, che regolarmente seguono una formazione sotto il controllo dell’IRGC, e il loro numero è misurato in “milioni”.

“Qualsiasi operazione a terra contro l’Iran sarebbe pura follia”ha avvertito Sazhin, aggiungendo che qualsiasi attacco aereo o missilistico “aggraverà ulteriormente la situazione ricompattando la nazione attorno al suo governo”.

Dunque non è scontato che la “rivoluzione colorata” in procinto di essere organizzata da Washington, consegua esito favorevole per i piani di Trump.

Rivoluzioni colorate e regime changes, sono tra le armi più facilmente utilizzabili per destabilizzare un paese sovrano, se ne occupò tre anni fa anche la compagnia satirica del programma tedesco Die Anstalt e, a quanto pare, è argomento sempreverde (in tedesco sottotitolato in italiano, da non perdere fino al finale)

In ogni caso, di che colore sarà stavolta? Con tutte quelle già organizzate, la scelta si riduce notevolmente, anche l’arcobaleno ha i suoi limiti.

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

01.08.2018

L’umanità deve decidere se vuole evolvere od estinguersi

comedonchisciotte.org 1.8.18

DI CAITLIN JOHNSTONE

steemit.com

Scrivo molto di argomenti quali consapevolezza, illuminazione e la possibilità che l’umanità ha di superare i propri schemi. Se scrivessi solo di politica e di propaganda mediatica, infatti, non farei altro che aiutare a far sentir bene la frangia anti-establishment mentre attende l’estinzione umana. Non posso farlo onestamente senza puntare periodicamente ai pericoli all’orizzonte, ed a quella che io ritengo l’unica via d’uscita in vista.

La società umana è chiaramente al suo punto più interessante di sempre. Miliardi di cervelli, grazie ad internet, sono ora interconnessi in tempo reale. Molte persone si stanno accorgendo che tutte le regole della società sono state inventate da gente morta molto tempo prima che qualcuno di noi arrivasse qui. Stiamo capendo che siamo liberi di riscrivere quelle regole in un modo che ci avvantaggi tutti. Dalle analisi delle idee socialiste, alle criptovalute ed alla comprensione in continua evoluzione di cosa sia il denaro, al ridefinire istituzioni antiche e radicate come il matrimonio e l’identità di genere, sempre più persone stanno dicendo, “Hmm, sembra che tutti i vecchi pensieri che abbiamo usato per descrivere la nostra realtà stiano causando alcuni problemi. Troviamone di nuovi”. Potrebbe essere descritto come un risveglio collettivo: la realtà ed il nostro modello concettuale per essa sono due cose molto diverse. Il modello infatti è flessibile, come la nostra capacità di cambiare idea. Non abbiamo mai visto nulla di simile prima come specie. Fino a qui non siamo mai arrivati.

Siamo in un territorio inesplorato e senza precedenti. Quando ti trovi in una situazione del genere, non si può escludere alcuna opzione. I tediosi intellettuali potrebbero dire: “Questa situazione è molto simile alla rivolta x del passato, quindi probabilmente andrà a finire allo stesso modo”: hanno torto, non è così. Il passato può essere uno strumento utile per prevedere il futuro, ma, in una situazione senza precedenti, non è così. Tutto è possibile.

Stiamo anche affrontando una serie di sfide senza precedenti. Il nostro pianeta è attualmente nel bel mezzo di una sesta estinzione di massa, interamente risultato dell’ecocidio umano. Più della metà della fauna selvatica del mondo è svanita in quarant’anni, la popolazione mondiale di insetti è precipitata del 90%. Lo stesso ecosistema in cui ci siamo evoluti sta quindi morendo. Ogni tot settimane nuove notizie ci dicono che il cambiamento climatico antropogenico sta progredendo più rapidamente di quanto previsto in precedenza. Ci sono effetti di riscaldamento auto-rinforzanti chiamati “feedback loops“: una volta partiti, possono continuare a riscaldare l’atmosfera sempre di più ed indipendentemente dal comportamento umano. Ciò significa che si può scatenare una catena di eventi che potrebbe farci rapidamente precipitare nel caos climatico, rendendo impossibile l’agricoltura industriale, causando quindi fame globale.

Anche nel caso in cui riuscissimo a schivare questa pallottola, avremmo comunque una nuova guerra fredda in escalation tra le due superpotenze nucleari del mondo, che ci stanno mettendo sempre più a rischio con ogni aumento idiota delle tensioni nucleari. C’è anche l’incombente ed apparentemente inevitabile invenzione della superintelligenza artificiale, che potrebbe finirci in un numero di modi completamente imprevedibili. Anche nel caso in cui riuscissimo a schivare tutte quelle pallottole nei prossimi decenni, saremmo ancora diretti verso un impero globale orwelliano, che controlla ogni accesso ad informazioni ed idee usando la censura e la propaganda controllate dall’IA. Passare il resto della nostra esistenza come una classe servile docile, omogenea ed in preda alla propaganda delle élite sociopatiche sarebbe una sorta di estinzione in sé, e probabilmente un destino ancor peggiore.

Siamo quindi ad una congiuntura piuttosto significativa. Vogliamo (A) vivere e scoprire cosa ci riserva il futuro, o vogliamo (B) fare la fine dei dinosauri?

Ogni volta che cito questo argomento, incontro sostenitori di ambo le posizioni. Anche se non lo inquadra mai come tale, chi compare nelle mie notifiche sui social media, proclamando che è ingenuo pensare che gli umani cesseranno mai i loro schemi distruttivi, tende dalla parte della risposta B. Insistono a dire che allontanarsi dalla nostra traiettoria ecocida sia impossibile; evidentemente il loro piano è quello di sedersi e con autocompiacimento sentirsi scagionati quando il mondo andrà in fiamme. Stanno scegliendo l’estinzione, ed il loro premio è che si sentiranno nel giusto, se la cosa accadrà.

La risposta A è meno attraente. Non soddisfa l’ego. Non ti senti compiaciuto e superiore con la risposta A, perché comporta il cambiamento. Comporta il risveglio da quella stessa struttura dell’ego che ottiene così tanto piacere dallo stare dalla parte del giusto.

Se vogliamo uscire dalla catastrofe e dalla distopia e sopravvivere, dovremo sfruttare appieno la situazione senza precedenti in cui ora ci troviamo. Dovremo fare un miracolo. Dovremo evolvere oltre la nostra attuale relazione col pensiero. Dovremo svegliarci.

In tutta la storia documentata ed in tutte le culture del mondo, ci sono stati individui che hanno testimoniato come sia possibile trasformare il modo in cui ci relazioniamo col mondo, vivendo la vita così com’è, invece che filtrata attraverso inconsci modelli di pensiero condizionati. Dopo una tale trasformazione, il pensiero diventa l’utile strumento che dovrebbe essere, invece di essere lo scrittore, il regista ed il protagonista dell’intero spettacolo.

Se una tale trasformazione è possibile a livello individuale, lo è anche a livello collettivo. Con un cambiamento nella nostra relazione col pensiero e con l’ego, saremmo immuni da propaganda, e quindi in grado di determinare una linea d’azione non scelta per noi da plutocrati manipolatori. Potremmo risvegliarci dai vecchi schemi di paura, avidità e bisogno di controllo che sono costantemente utilizzati per manipolarci, ed invece iniziare a lavorare in armonia l’un con l’altro e col nostro ambiente.

Questo, a mio parere, è l’unico modo per evitare la catastrofe. Tutte le altre uscite che abbiamo provato sono chiuse a chiave; i tentativi politici vengono manipolati, l’attivismo censurato, la rivoluzione violenta mette gli stessi problemi in mani diverse. Il mazzo è impilato di modo che lo slancio sia incanalato verso l’agenda delle élite dominanti. La nostra unica opzione è cambiare noi stessi.

Una tale trasformazione collettiva è sempre stata possibile, e tutti, dal Buddha agli hippies degli anni ’60, l’hanno indicata ed hanno insistito sul fatto che è possibile. La differenza ora è che siamo in tempi senza precedenti, e che non abbiamo altra scelta.

Non è però attraente. Va, infatti, nella direzione esattamente opposta alla gratificazione egoica. A livello collettivo, significa rinunciare ad abbaiare e ringhiare contro i russi o i libtard o i musulmani o i sostenitori di Trump, e rinunciare a pensare che la propria fazione politica, religiosa o sociale sia superiore. A livello individuale, significa lasciar andare tutto ciò su cui si è costruita la propria identità. Significa rendersi conto e comprendere appieno che si ha sostanzialmente torto su tutto ciò che riguarda tutta la propria vita, accorgendosi della sciocchezza che sono le narrazioni mentali. Significa perdonare sé stessi per i propri errori e la propria madre per i suoi. Significa avere l’umiltà di prendere tutto ciò che si è ritenuto essere e, senza tante cerimonie, gettarlo come un vecchio pezzo di gomma.

Significa esaminare tutto ciò che si pensa di essere e vederlo per la falsità che è. Tutti i balbettanti pensieri che ti passano per la testa su chi sei, cosa ti piace, cosa pensi, sono tutti solo repliche di vecchie storie che scorrono nella tv della tua mente, e tutte hanno bisogno di occhi nuovi e di una valutazione critica. Messi insieme, questi pensieri creano l’impressione della cosa che tu chiami “me”, ma che in realtà sono arbitrari come frammenti di una sala di montaggio. Maggiore è il significato che ci infili dentro, più affascinanti troverai le repliche, più sarai incollato allo schermo e meno attenzione dedicherai alla vita reale. Queste storie creano anche dei ganci tramite i quali puoi essere preso in giro e manipolato. Fai un passo indietro ed osserva i tuoi pensieri come una vecchia tv; non saranno meno rumorosi ma molto meno interessanti. Alla fine il rumore scomparirà in sottofondo e potrai iniziare ad interagire con la vita così com’è.

Questo inventario personale ha conseguenze caotiche. Significa affrontare la paura della morte, fino a che non controllerà più ogni decisione che prendiamo, di modo da esser libero di vivere l’hic et nunc. Significa esser pronti a sacrificare il tuo desiderio personale all’altare dell’interesse comune, non solo quando ti conviene ma sempre. Significa rinunciare a qualsiasi cosa tu abbia mai fatto per l’approvazione di qualcun altro, incluso il tuo. Significa ammettere la propria arroganza, la propria violenza, le proprie ipocrisie, le proprie proiezioni, le proprie subdole manipolazioni, i propri peccati, e riportarli al punto nel tempo in cui hai iniziato a creare questo piccolo meccanismo di razionalizzazione impazzito. Significa perdonare gli altri, ma significa anche perdonare te stesso. Significa applicare amore alle tue ferite fino a quando non si saranno rimarginate, ed il dolore delle cicatrici non ti governerà più. Significa essere giocosi, curiosi e senza paura di guardare alle cose in profondità. Significa lasciare che l’intelligenza del tuo corpo animale purifichi le tue emozioni bloccate e le paure dormienti. A volte potresti sembrare sciocco. Va bene.

Poi, nella relativa quiete della tua caverna-mente, con la tv che non domina più la tua attenzione, una voce interiore silenziosa emergerà: lì, piuttosto che permettere ai fantasmi del passato di dettare ogni tua mossa, una saggezza maggiore avrà la possibilità di informare le tue scelte. Qui le cose si fanno più difficili. Significa fare ciò che è nell’interesse comune anche quando è spaventoso e tutti quelli che ami stanno cercando di fermarti. Significa che avrai un’idea molto più chiara di quale sia la tua responsabilità. Significa avere un’idea migliore di dove ti fermi tu e dove iniziano gli altri. Significa smettere di manipolare gli altri, ma anche di essere manipolati dai predatori. Significa diventare impavido.

Se tutti quelli in grado faranno questi passi, il mondo cambierà ad un ritmo miracoloso. Individualmente diventeremo ingovernabili dall’esterno, e, come gruppo, compiremo le azioni necessarie per evitare l’estinzione. Le azioni individuali ispirate si incastreranno armoniosamente in modo quasi magico, ma che in realtà è naturale come il lavoro quotidiano di una colonia di formiche. Con il balbettio dell’ego messo in muto, cominceremo a comportarci di concerto l’un con l’altro come una meravigliosa compagnia di teatro. Prendendo spunti ed accettando consigli, costruiremo insieme qualcosa di più bello di quanto il nostro cervello individuale possa mai sperare di intravedere.

Il viaggio fuori dalla coscienza egoica non è qualcosa che può essere intrapreso alla leggera. Rinunciare a tutto ciò che ha creato il tuo mondo interiore per tutta la tua vita non è qualcosa che puoi fare come passatempo casuale. Devi immergerti con l’intensità di una persona che lotta per la propria vita. Quel che oggi abbiamo a nostro favore è il fatto che stiamo combattendo collettivamente per le nostre vite. Questo non è mai successo prima. Fa paura, ma è anche un momento di possibilità senza precedenti.

È tutto qui. Abbiamo tutte le parti qui e pronte per l’uso. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno ora è di diventare individualmente umili e fare lo sforzo di calmare la mente. Abbiamo solo bisogno di impostare la nostra intenzione sul silenziare il balbettio dell’ego e darci lo spazio per lasciare che qualcosa di straordinario si crei attraverso di noi. Non c’è nulla che ci fermi, tranne il concetto di noi stessi a cui ci aggrappiamo. Che scelta abbiamo, d’altronde? Sederci ed aspettare di morire, o sederci e fare lo sforzo e vedere cosa accade quando gettiamo i condizionamenti mentali.

Vediamo cosa c’è dall’altra parte. Sono sicura che sia più bello di quanto possiamo immaginare. Io lo voglio scoprire. E tu?

 

Caitlin Johnstone

Fonte: https://steemit.com

Link: https://steemit.com/enlightenment/@caitlinjohnstone/humanity-is-deciding-if-it-will-evolve-or-die

25.07.20’18

Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da HMG

 

Patrizia Scanu: smettiamo di avere paura, l’Italia risorgerà

libreidee.org 1.8.18

Qualunque cambiamento a livello politico e sociale passa attraverso un cambiamento di livello della coscienza, perché la realtà che viviamo rispecchia i nostri pensieri e le nostre aspettative. Ne sono profondamente convinta. Nessuno schiavo è più impotente di chi si sente schiavo nell’animo. E anche se Marx non sarebbe d’accordo, perfino i sistemi economici rispecchiano uno stato globale della coscienza. Al Movimento Roosevelt sono arrivata attraverso il tema della scuola, partecipando con una relazione al convegno “Le forme della democrazia”. Ma la spinta mi è venuta dalla lettura del libro di Gioele Magaldi “Massoni: società a responsabilità illimitata”. Fu una vera rivelazione. Pur avendo studiato storia, solo leggendo quel libro vidi molti tasselli andare a posto e cominciai a capire che cosa fosse successo davvero nel mondo negli ultimi decenni. Perché ho deciso di candidarmi alla segreteria generale del Movimento Roosevelt? Mi hanno convinta l’entusiasmo che mi hanno mostrato gli amici rooseveltiani e la constatazione che il momento storico che viviamo richiede il massimo sforzo da parte di tutte le persone non soddisfatte del clima pesante e post-democratico che ci opprime. Se non si impegna chi ha maturato qualche consapevolezza, chi lo deve fare?

Generare disgusto e disaffezione verso la politica per indebolire la democrazia era uno degli obiettivi del gruppo oligarchico che nel 1975 produsse “The crisis of democracy”, scritto da Michel Crozier, Samuel P. Huntington, e Joji Watanuki per la Patrizia ScanuTrilateral Commission e che potremmo definire come il manuale per la transizione dalla democrazia all’oligarchia tecnocratica. Bisogna assolutamente invertire la rotta. Però l’aria sta cambiando: sta finendo un mondo, anche se le transizioni non sono mai indolori. Occorrerà il contributo di tutti, ed io ho deciso di non tirarmi indietro, proprio in quanto donna. C’è bisogno di un riequilibrio fra maschile e femminile. Il Movimento Roosevelt è un metapartito, ovvero un soggetto politico del tutto originale, nel quale si confrontano e dialogano laicamente persone di ogni credo religioso e politico, accomunate dalla convinzione che le etichette di destra, sinistra e centro siano ormai sorpassate dagli eventi. Quello che conta è la comune visione progressista della società, fondata sulla democraziasostanziale, sulla Costituzione del ’48, deturpata da successive e indebite cessioni di sovranità a danno del popolo, sui diritti civili e sociali, sulla partecipazione popolare e sulla valorizzazione delle ricchezze culturali, ambientali, produttive di questo meraviglioso paese.

La linea di demarcazione passa ormai fra chi difende la democrazia e i diritti e chi ci ha imposto questo modello economico predatorio neoliberista, di stampo feudale, che drena continuamente ricchezza dai poveri ai ricchi. Perciò mi sono impegnata a favorire il dialogo, a cui ci hanno disabituati la prevaricazione cialtrona e l’insulto sguaiato di vent’anni di mala politica; a sviluppare nel movimento la formazione degli iscritti; a diffondere, in forma divulgativa, la conoscenza sulla realtà economica e politica, camuffata quotidianamente dai media asserviti; a riorganizzare il movimento e a radicarlo a livello territoriale; a dialogare con altri soggetti politici orientati allo stesso fine di superare questa fase storica e di istituire una Terza Repubblica, si spera migliore della seconda, caratterizzata dal tradimento eversivo della casta. Benché il Movimento Roosevelt sia un Monti, Letta, Renzi e Gentilonilaboratorio di idee politiche e di iniziative sociali, contribuirà, con le sue proposte e con alcuni iscritti, a costituire con altri soggetti un partito nuovo, di cui ora si sente il bisogno.

Come si può vincere il “piano nero” del neoliberismo che toglie diritti, serenità, benessere e futuro ai tanti a favore di pochi? Il primo passo è la conoscenza. La gente è stata narcotizzata da decenni di informazione di regime, pilotata per nascondere quello che conta e per mostrare quello che fa comodo a chi tiene in mano il potere reale. Le battaglie più importanti si giocano sull’informazione e sulla scuola. Non è un caso che proprio su questi due ambiti si siano accaniti i poteri sovranazionali e oligarchici che hanno pianificato l’asservimento dell’Italia. Il fatto che in Europa si continui a presentare le cosiddette “fake news” come una priorità politica, dopo decenni di mostruose menzogne raccontate dai vertici istituzionali nazionali ed europei, la dice lunga sul nervosismo di chi teme un’informazione libera e critica. La scuola è stata impoverita, snaturata e ridotta a centro di formazione per il mondo del lavoro, priva ormai quasi del tutto del potere emancipante che il sapere dovrebbe avere in base alla Costituzione. Quindi la cancellazione della Buona Scuola e delle riforme neoliberiste diventa una priorità assoluta. Ma poi bisogna rendersi conto che il potere esercitato abusivamente su di noi per tanto tempo si regge sulla paura. Bisogna smettere di avere paura, per non farsi manipolare ogni giorno.

Dobbiamo renderci conto, ciascuno di noi e tutti insieme, che chi ci ha ridotti così ha potere solo perché noi glielo abbiamo permesso. Dobbiamo smettere di credere alle bugie depressive che ci hanno raccontato. Non siamo condannati alla precarietà, alla povertà, alla svendita dei nostri beni più preziosi, alla corruzione, alle mafie, alla crisiperpetua. L’Italia è una terra benedetta dalla natura, dal clima e dalla storia. Arrivò ad essere nel 1991 la quarta potenza industriale del mondo e poteva diventare la seconda economia europea. E’ stata svenduta per ragioni inconfessabili da una classe politica ed economica che meriterebbe un processo per alto tradimento per la sofferenza e il dolore che ha prodotto consapevolmente e intenzionalmente, come spiega con cognizione di causa Gioele Magaldi nel suo libro “Massoni”. Non c’è nulla di cui avere Nino Galloni e Gioele Magaldi, esponenti del Movimento Rooseveltpaura. Ci serve invece alimentare la speranza e riprenderci ciò che ci è stato rubato. Ma questa è responsabilità di ciascuno di noi, per quello che può fare. Nel Movimento Roosevelt vorrei un concentrato di persone piene di idee e di voglia di futuro – e tanti, tanti giovani. Questo è un appello rivolto a tutti, ma proprio tutti i cittadini italiani che vogliono sentirsi orgogliosi del loro paese. Più numerosi saremo, più sarà realizzabile il progetto di riprendersi la democrazia.

(Patrizia Scanu, dichiarazioni rilasciate a Enzo Di Frenna per l’intervista “La rivoluzione politica e pedagogica di Patrizia Scanu con il Movimento Roosevelt”, pubblicata sul blog dello stesso Di Frenna il 9 luglio 2018. Eletta segretaria generale del movimento presieduto da Gioele Magaldi, Patrizia Scanu è insegnante, psicologa e ricercatrice nei territori di confine fra le discipline, tra scienza e spiritualità. Laureata in filosofia, lettere classiche e psicologia clinica, ha insegnato filosofia e storia, lettere, latino, greco, pedagogia; ora insegna scienze umane, ovvero psicologia, sociologia, antropologia culturale, etologia, statistica e metodologia della ricerca. Esperta in Fiori di Bach e consulente del Bach Centre di Wallingford, Regno Unito, ha inoltre conseguito un diploma in Gestalt Counselling. Dichiara: «Ci vuole una grande presunzione per poter insegnare, ma è così che si comincia ad imparare; quando sei costretto a farti capire, devi sforzarti prima di capire tu: così scopri quanto sia immensa la tua ignoranza». E aggiunge: «Per me, che in fondo mi sento un po’ guerriera, insegnare è combattere una strenua battaglia contro l’ignoranza: la mia, intanto, e poi quella dei miei giovani pupilli. La conoscenza, per me, è il bene e il potere più grande. Come diceva Socrate, nella testimonianza di Platone, una vita senza farsi domande non è degna di essere vissuta»).

SPY FINANZA/ La verità scomoda sul Pil Usa da record

Si è parlato molto della crescita del Pil negli Stati Uniti. Tuttavia l’economia americana non gode di buona salute come si vuol fare pensare. MAURO BOTTARELLI

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I mercati sono come le medaglie, hanno due facce. Una visibile, mediatica. E una nascosta sotto il pelo dell’acqua, come gli iceberg più pericolosi. La prima è caratterizzata, in quest’epoca di comunicazione social e schiava dei trend topic e degli hashtag, dagli indici di Borsa e dallo spread, ad esempio. La Borsa sale, va tutto bene. La Borsa scende: la Borsa non scende, mai. Salvo casi episodici e sempre più sporadici. È questa la grande novità introdotta del nuovo regime finanziaria post-2008, quello che vede le Banche centrali al timone dei mercati: non esistono più le brutte notizie, tutto sembra sistemato. 

Certo, lo spread ogni tanto assesta qualche scossone, fa paura per qualche giorno salendo sul primo gradino del podio televisivo, ma tutta roba che passa con un governo fatto in fretta e furia o con un Mario Draghi che compra e rassicura. Sott’acqua, però, le cose vanno diversamente. L’importante è che non si sappia. D’altronde, l’intera narrativa della “ripresa globale sostenibile e sincronizzata” è stata ben congegnata, almeno nell’ultimo periodo. E occorre fare in molti casi mea culpa, supportata com’è stata con entusiasmo acritico e degno di miglior causa dalla gran parte dei media. 

Prendete il dato del Pil statunitense pubblicato venerdì scorso, quel +4,1% che ha fatto gridare tutti al miracolo e procurato certamente una lesione al tunnel carpale dal twittatore seriale della Casa Bianca: un dato del genere non si vedeva da quattro anni. Quasi cinese, se lo paragoniamo agli anemici livelli di crescita dell’eurozona, quel 2,3% atteso per il 2018 che ha meritato l’inglorioso paragone di prima pagina de IlSole24Ore di sabato scorso. Eppure, c’è un problema. Anzi, due. Soprattutto, come accaduto l’altro giorno a Washington, il nostro primo ministro decide sua sponte di diventare non solo “il miglior amico” degli Usa in Europa, ma anche il grimaldello di Washington per sfasciare dall’interno la stessa e. E non per amore dei popoli, nel nome del sovranismo o in ossequio alla lotta contro le élites, bensì per mero interesse commerciale ed energetico, visto che l’Ue è il primo mercato al mondo e che la “proposta indecente” di Trump sulla Libia rischia di nascondere una clamorosa fregatura per il nostro Paese, tale da far chiedere ai meno idealisti a quale gioco stia giocando davvero Giuseppe Conte, in base a quale agenda e procura di chi. 

E che quanto deciso a Washington nel vertice dell’altro giorno, in quattro e quattr’otto, rischi di avere ripercussioni strutturali per il nostro Paese non lo dice il sottoscritto, un signor nessuno, ma nel suo articolo di ieri uno dei pochi giornalisti italiani che non leggere equivale a compiere peccato mortale, Alberto Negri. Ecco le sue parole: «Visto che gli Usa vogliono vendere il loro gas liquefatto in Europa non si capisce bene che se ne fanno di quello della Libia, dove tra l’altro l’Eni fornisce l’80% dell’energia elettrica del Paese, se non per mettere una “fiche” geopolitica sul tavolo nordafricano. Tutto questo per ottenere l’appoggio americano alla conferenza in Italia sulla Libia? In poche parole, l’aiuto Usa andrebbe a pesare sulla nostra bolletta del gas. L’impressione, dalla cabina di regia, è che gli Usa tentino di darci un’altra fregatura, anche questa con il bollino blu». 

Ma torniamo ai due problemi. Primo, il nucleo forte di quel dato arriva da un aumento una tantum dell’export Usa, +80% su base annua, non frazioni. Di fatto, l’anticipazione dei timori legati alle politiche protezionistiche legati a dazi e tariffe. Bastino due dati. Primo, a fare la parte del leone nelle esportazioni sono stati cibo e bevande, con un balzo tale da permettere all’export di passare dal 5,3% al 9,3% del Pil: insomma, solo sottraendo quella voce una tantum che la retorica trumpiana (e anche di certa stampa sovranista e non) vorrebbe invece miracolosamente strutturale, il 4,1% di venerdì sarebbe già sceso al 3,6%, stando a calcoli di Paul Ashworth, capo economista per gli Usa a Capital Economics. 

Secondo, a trainare quel rialzo nel comparto alimentare è stata la soia, principale vittima degli annunciati contro-dazi cinesi e del conseguente spostamento degli acquisti di Pechino verso il Messico, il cui export è cresciuto del 26% su base annua: e, casualmente, commodity chiave dell’accordo raggiunto fra Trump e Juncker nel loro incontro della scorsa settimana, insieme al costosissimo (non fosse altro per il trasporto via mare) gas naturale liquefatto (Lng), diretto concorrente di quello russo che dovrebbe arrivare in Germania via Nord Stream 2 a prezzo molto più conveniente (ma molto alto a livello politico). Insomma, si sta capitalizzando dal futuro e dalla paura, il che significa che molto facilmente si pagherà dazio a questo anticipo nella seconda metà dell’anno. Giova ricordare in tal senso che nel quarto trimestre del 2011, l’economia Usa crebbe del 4,6%, salvo poi vedere il dato del Pil ridimensionarsi a un più normale +1,6% di media per i cinque trimestri successivi. 

E poi c’è il secondo problema, plasticamente rappresentato da questo grafico: ovvero, il fatto che per quest’anno l’economia Usa, al netto dei rialzi dei tassi della Fed, è ancora sotto pesante doping da politiche statali e federali di stimolo. Le quali, però già l’anno prossimo andranno in netta contrazione, in contemporanea con un Budget tutto deficit e la contemporanea e conseguente necessità della Fed di emettere più debito per finanziarlo e dal 2020 cominceranno a presentare il conto. 

 

Esattamente come l’anticipo sul Pil garantito dai timori per una guerra commerciale. Questi grafici, d’altronde, parlano chiaro: è davvero un’economia che scoppia di salute quella che, al netto di quegli stimoli e delle condizioni di finanziamento da credito al consumo che hanno riportato in auge e in grande stile la clientela subprime e la sua cartolarizzazione di massa, ha paura a cambiare l’automobile e ad accendere un mutuo per comprare casa, stante i tassi sì in rialzo, ma con quelli reali ancora ben al di sotto della normalità? Inoltre, la Cina sta picchiando duro anche altrove, visto che è divenuta venditrice netta di proprietà immobiliari ad uso commerciale negli Usa, una dinamica che, se protratta ed esacerbata, potrebbe portare all’accelerazione dello scoppio della bolla già presente in molte metropoli statunitensi, il cui settore real estate è già sotto pressione per il calo delle richieste di mutui. 

 

E vi assicuro che sotto il pelo dell’acqua c’è dell’altro in America. Ci sono gli iceberg davvero grossi. Quelli stile Titanic, per capirci. E ce lo mostrano questi due grafici, ovvero il cadeau a sorpresa con cui Vladimir Putin si è presentato all’incontro di Helsinki con Donald Trump: una bella ricevuta di avvenuta vendita, nel mese di maggio, di 40 miliardi di dollari di controvalore di titoli di Stato Usa (Treasuries), scesi da 48,7 a 9 miliardi di dollari. Un bel -82%, dopo che in aprile il totale di detenzione era già sceso dai 96 miliardi di marzo a 48,7 miliardi, il dato minore dal 2008 e un bell’ordine di vendita di 47,4 miliardi anche allora. 

 

E il secondo grafico ci mostra come, contestualmente, quella mossa sia stata il driver dell’impennata del rendimento della carta Usa a dieci anni, passata dal 2,7% di inizio aprile al 3,11% di fine maggio, il massimo da sette anni. Diversificazione delle riserve? Forse, almeno così si è “discolpato” Vladimir Putin venerdì scorso. O magari, segnale politico. E se questo fosse il caso, potrebbe non essere stato deciso interamente da Mosca, ma magari “suggerito” da Pechino, in vista della piega che avrebbe preso proprio la guerra commerciale. 

Insomma, un messaggio per mostrare l’effetto che farebbe se, un giorno magari non troppo lontano, la Cina decidesse che è giunta l’ora di usare l’opzione nucleare sul debito, scaricando sul mercato gran parte di quello Usa che ancora detiene. E parliamo di 1,3 trilioni di dollari, non dell’argent de poche del Cremlino. 

(1- continua)