Colorevolution in Iran ?

Rosanna Spadini comedonchisciotte.org 1.8.18

DI ROSANNA SPADINI

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Verde era la Rivoluzione di Teheran del 2009/10, uno degli avatar delle «rivoluzioni colorate» che hanno permesso agli Stati Uniti di imporre, in parecchi Paesi, governi compiacenti, senza dover ricorrere ad una vera e propria guerra.

Le «rivoluzioni colorate», finte sommosse popolari, riescono spesso a mobilitare vari settori della società, ma hanno più le caratteristiche di un golpe, perché in genere provocano dei cambi di regime, sostituendo un’élite ad un’altra, per condurre una politica economica ed estera filo-USA.

George Friedman, in una conferenza di qualche anno fa, ha spiegato in parole povere, né più né meno di come si potrebbe parlare di una partita a Risiko, quali sono le tecniche statunitensi, vale la pena di riascoltarlo (con sottotitoli in italiano)

Già nel gennaio scorso, i media occidentali avevano raccontato di molte proteste e manifestazioni in varie città dell’Iran contro le politiche economiche del governo, il quale avrebbe fallito nel garantire una vita dignitosa alla popolazione, nel difendere soprattutto la parte più debole del popolo iraniano.

In modo particolare, due sono state le ondate di proteste quest’anno, disordini scoppiati a causa dell’aumento dei prezzi, della disoccupazione di massa e di un crollo economico generale. Le manifestazioni, proseguite per diverse settimane, hanno causato la morte di circa 20 persone tra manifestanti e forze dell’ordine.

Washington, da parte sua, ha aumentato le pressioni ideologiche ed economiche sull’Iran, sollecitando i suoi alleati in Europa a tagliare i legami commerciali con il governo iraniano. Trump è intenzionato a rimuovere l’Iran dal mercato petrolifero globale entro il 4 novembre, minacciando i paesi che si rifiutano di tagliare le importazioni di petrolio, di ulteriori sanzioni secondarie.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo poi ha promesso il sostegno degli Stati Uniti “alla voce a lungo ignorata del popolo iraniano”, ed ha paragonato il governo iraniano alla “mafia”, garantendo che gli Stati Uniti “sosterranno le voci a lungo ignorate del popolo iraniano.”

Secretary Pompeo

@SecPompeo

’s corrupt regime is wasting the country’s resources on Assad, Hizbollah, Hamas & Houthis, while Iranians struggle. It should surprise no one continue. People are tired of the corruption, injustice & incompetence of their leaders. The world hears their voice.

Vero…  sostenere la volontà delle persone è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto in Libia, in Siria e in Ukraina, il primo Paese è ancora politicamente e socialmente devastato dopo l’intervento militare guidato dalla NATO nel 2011, che ha visto il paese precipitare nel caos politico ed economico. La Siria invece è ostaggio negli ultimi sei anni di una guerra provocata dagli interessi dell’occidente – in cui solo l’intervento dell’alleato russo ha incanalato il conflitto sui binari della risoluzione -, così come l’Ucraina che è in stato di guerra dal 2014, dopo il golpe ai danni dell’allora governo filorusso, democraticamente eletto.

Comunque, per raggiungere l’obiettivo di destabilizzazione del governo iraniano, Pompeo ha lanciato il canale 24/7 antigovernativo, in lingua farsi, che dovrebbe sollecitare il popolo iraniano, diramando una vasta campagna di comunicazione, attraverso tutti i media disponibili, tra cui televisione, radio, digitale e social networks.

La Reuters ha riferito che la campagna sarebbe effettivamente mirata a demonizzare i leaders iraniani, dal momento che le informazioni presentate agli spettatori “a volte” sarebbero “esasperate”. Dopo aver abbandonato unilateralmente l’accordo nucleare iraniano a maggio, gli Stati Uniti stanno gradualmente rafforzando le sanzioni sulla Repubblica islamica, che invece erano state revocate nel 2015 dopo che l’Iran aveva accettato di limitare il suo programma nucleare, in cambio della dismissione delle sanzioni.

La guerra delle parole procede con violenza tra Donald Trump e Hassan Rouhani. Il tycoon ha risposto con un tweet durissimo alle parole del suo omologo di Teheran, che qualche giorno fa lo aveva invitato a non giocare “con la coda del leone, altrimenti se ne sarebbe pentito”.

Rouhani, durante un incontro con gli ambasciatori iraniani, ha parlato delle politiche Usa ostili all’Iran: “Signor Trump, noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia… lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è padrone a casa propria e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno”. E, sempre rivolgendosi al tycoon, ha aggiunto: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo. Gli Usa dovrebbero capire che la pace con l’Iran è la madre di tutte le paci, mentre la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”.

Un monito che potrebbe tradursi così: Se davvero riuscirai ad impedire qualunque export del nostro greggio come hai annunciato di voler fare, siamo pronti a bloccare lo stretto di Hormuz, strategico per il traffico petrolifero.

Frasi che Trump ha recepito come intimidatorie e cui ha risposto su Twitter: “Al presidente iraniano Rouhani, consiglio di non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferto prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

Guarda caso però le parole di Trump invece hanno ricevuto il plauso del premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Desidero lodare la posizione determinata espressa ieri dal presidente Trump e dal segretario di Stato Mike Pompeo contro l’aggressività del regime iraniano. Per anni quel regime è stato viziato dalle potenze occidentali. Fa piacere vedere che gli Stati Uniti cambiano ora quell’atteggiamento sbagliato”.

I messaggi sembravano il risultato di un piano di lavoro congiunto USA-Israele redatto alla fine dello scorso anno per contrastare l’Iran con azioni segrete e diplomatiche.

Poi Pompeo, dopo aver accusato Khamenei di possedere un fondo segreto e aver definito i leader religiosi iraniani “ipocriti uomini di fede”, ha rincarato la dose: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è gestito da qualcosa che somiglia alla mafia più che a un governo”.

Ciò non ha fermato l’avvocato personale del presidente Trump, Rudolf Giuliani che lo scorso giugno ha parlato all’evento del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), una coalizione ombrello in gran parte controllata dal Mujahedin-e-Khalq (MeK) , che una volta era elencata come organizzazione terroristica negli Stati Uniti e in Europa ed è ancora ampiamente considerata come culla del culto marxista-islamista, che si è sviluppato attorno alla personalità del suo leader, Maryam Rajavi.

“Ora siamo realisticamente in grado di vedere la fine del regime in Iran”, ha detto a una folla di circa 4000 persone, molti dei quali rifugiati e giovani europei dell’est, presenti a Parigi .

“I mullah devono sparire, l’ayatollah deve andarsene, e devono essere sostituiti da un governo democratico che la signora Rajavi rappresenterà”, ha detto Giuliani. “La libertà è dietro l’angolo … L’anno prossimo voglio vedere questa convention a Teheran!”.

L’ex sindaco di New York, diventato consigliere per la sicurezza informatica alla Casa Bianca, fa parte di una lunga fila di falchi conservatori americani, assidui partecipi alla conferenza annuale dell’NCRI.

A maggio Trump ha fatto recedere gli USA  dall’accordo nucleare internazionale del 2015 con l’Iran e aveva ordinato una campagna di intensa pressione economica, minacciando sanzioni contro qualsiasi compagnia straniera che avesse intrattenuto rapporti commerciali con l’Iran, chiedendo inoltre la fine del commercio del petrolio iraniano entro novembre.

Che la volontà della Repubblica iraniana di commercializzare il suo petrolio in EUR invece che in USD, abbia inciso in qualche modo?

L’ospite d’onore della conferenza dell’NCRI dello scorso anno era John Bolton che, da allora, è diventato il terzo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. Bolton aveva detto al raduno del 2017 che la politica degli Stati Uniti dovrebbe essere quella di assicurarsi che la Repubblica islamica “non durerà fino al suo 40esimo compleanno” ( 1 aprile 2019, n.d.r.).

Qualche giorno fa, i media australiani, avevano riferito che gli Stati Uniti erano presumibilmente pronti” a bombardare i siti nucleari iraniani, informazioni però presto respinte dal Segretario alla Difesa americano James Mattis, che le aveva definite “fake news”.

La retorica bellicosa di Washington è forse un tentativo per intimidire Teheran e costringerlo ad entrare in altri accordi, così come è avvenuto con Kim Jong-un.

Al tempo Trump si era preso tutto il merito, arrivando a sostenere che era stato lui a salvare il globo da un conflitto potenzialmente devastante tra Washington e Pyongyang. Il ravvicinamento, infatti era stato avviato dalla Corea del Nord, che all’inizio si era impegnata in un colloquio con il vicino meridionale, cessando quindi l’attività di test nucleari in un apparente gesto di buona volontà.

La realtà è che di test, la repubblica nord coreana, non aveva più bisogno, in quanto li aveva completati con successo ed era già universalmente riconosciuto un paese dotato di arma nucleare.

Quindi non è sicuramente Trump, il quale non aveva fatto altro che abbaiare contro l’avversario a colpi di tweet (i quali, almeno fino ad oggi, non hanno mai ucciso nessuno, né costretto nessuno a fare alcunché, tranne, magari, qualche risata) che ha costretto la controparte a capitolare, bensì il leader nordcoreano che, una volta completato il suo programma atomico, si è aperto alle relazioni estere, da una posizione di pari grado e non da vassallo, come è costretto a fare chiunque non abbia una capacità bellica nucleare.

Ma, ovviamente, che ci sia stato un incontro tra i due leaders e che si sia giunti ad un fumoso accordo senza termini né scadenze, ottenendo solo la distruzione del centro dei test – ormai diventato inutile – è stato fatto passare, da tutti i media occidentali, come un trionfo della supremazia e diplomazia statunitensi.

Anche ora Trump sembra impaziente di provare a ottenere un risultato simile, stavolta con l’Iran, identificato come vero avversario dell’estremo mediorientale, soprattutto da Israele.

Durante l’ultima grave crisi nucleare iraniana del 2011/12, l’Iran si era opposto con veemenza a qualsiasi concessione sul suo programma nucleare, però alla fine era stata punito con dure sanzioni, che poi portarono la Repubblica islamica al tavolo dei negoziati.

Ora tuttavia la situazione è completamente diversa, perché sono stati gli Usa a sottrarsi  unilateralmente al patto stabilito, che invece l’Iran aveva effettivamente rispettato.

Gli Stati Uniti sono probabilmente nella posizione più debole, in termini di pressione sull’Iran, secondo quanto dice Konstantin Blohkin, analista presso l’Accademia Russa delle Scienze, che ha anche affermato che è improbabile che gli Stati Uniti portino qualcuno al tavolo delle trattative attraverso l’intimidazione, poiché le loro minacce sono ora percepite come “non-esistenti.”

“Trump ha già minacciato la Corea del Nord ma non ha preso letteralmente alcuna iniziativa per dar seguito a tali minacce”, ha detto Blohkin a RT, aggiungendo che “nessuno ora lo prende più sul serio.”

 Le dichiarazioni belligeranti, tuttavia, sono lontane dall’essere l’unica arma nell’arsenale di Trump, che si è preparato ad aumentare le pressioni sul settore energetico iraniano. Washington sta progettando di colpire Teheran “riducendo a zero i suoi introiti sulle vendite di greggio”, con le sanzioni che entreranno in vigore a novembre.

La strategia americana sull’Iran potrebbe riproporre lo stile nord coreano, anche se la mossa delle sanzioni sembra non interessare alcuni dei partner commerciali dell’Iran, come le nazioni del Sud-est asiatico, la Russia o addirittura la Turchia, che ha recentemente dichiarato che non si atterrà alle sanzioni petrolifere degli Stati Uniti contro Teheran.

Le sanzioni del 2012 avevano seriamente paralizzato l’economia iraniana e, secondo Vladimir Sazhin, altro ricercatore associato presso l’Accademia Russa delle Scienze, è diventato uno dei fattori che hanno aiutato il presidente “moderato” Hassan Rouhani a prendere il potere. Ora “Trump si aspetta che le sanzioni e le nuove difficoltà economiche costringano il popolo iraniano a ribellarsi e a rovesciare il governo”, ha detto l’analista, aggiungendo che il presidente degli Stati Uniti “ha sbagliato di nuovo” e “non ha idea dell’attuale  situazione dell’Iran moderno”.

Perché, mentre una caduta economica potrebbe indebolire il governo di Rouhani, è improbabile che porti a cambiamenti del sistema, potrebbe invece rafforzare i rivali del presidente iraniano, estremamente anti-americani, che renderebbero impossibile qualsiasi potenziale negoziato.

L’amministrazione di Washington potrebbe anche considerare l’Iran come un bersaglio adatto per l’ennesima avventura militare statunitense, perché dopo tutto la Repubblica islamica non possiede ancora armi nucleari (a differenza della Corea del Nord).

Però “Il numero totale delle forze armate iraniane, compreso il Corpo delle guardie rivoluzionarie (IRGC) ammonta tra 600.000 e 900.000”, ha detto Sazhin, aggiungendo che l’IRGC dispone di risorse significative, inoltre le cosiddette forze della milizia sono costituite da persone comuni, che regolarmente seguono una formazione sotto il controllo dell’IRGC, e il loro numero è misurato in “milioni”.

“Qualsiasi operazione a terra contro l’Iran sarebbe pura follia”ha avvertito Sazhin, aggiungendo che qualsiasi attacco aereo o missilistico “aggraverà ulteriormente la situazione ricompattando la nazione attorno al suo governo”.

Dunque non è scontato che la “rivoluzione colorata” in procinto di essere organizzata da Washington, consegua esito favorevole per i piani di Trump.

Rivoluzioni colorate e regime changes, sono tra le armi più facilmente utilizzabili per destabilizzare un paese sovrano, se ne occupò tre anni fa anche la compagnia satirica del programma tedesco Die Anstalt e, a quanto pare, è argomento sempreverde (in tedesco sottotitolato in italiano, da non perdere fino al finale)

In ogni caso, di che colore sarà stavolta? Con tutte quelle già organizzate, la scelta si riduce notevolmente, anche l’arcobaleno ha i suoi limiti.

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

01.08.2018