Se The Donald usasse l’arma del mini-dollaro di F. Dragoni e A.M. Rinaldi

 scenarieconomici.it 31.8.18

Nel secondo trimestre del 2018 gli Stati Uniti sono cresciuti di oltre il 4% rispetto al precedente dopo aver peraltro imposto dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. Trump sta semplicemente realizzando uno dei tanti punti del suo programma elettorale fatto peraltro di misure molto espansive quali la riduzione di tasse o lintroduzione di incentivi volti a favorire il rientro degli stabilimenti produttivi di aziende che hanno negli anni scorsi delocalizzato (reshoring).

Gli USA sono infatti il cliente del mondo” dal momento che negli ultimi 10 anni (fino al 2017) hanno mediamente importato beni e servizi in misura maggiore a quanti ne hanno esportati per oltre 440 miliardi di dollari ogni anno. I soli consumi interni rappresentano infatti quasi il 70% del PIL americano contro un appena 54% della Germania. E visto che a fronte di chi importa vi è sempre qualcuno che esportafra i tanti fornitori del mondo” ne spiccano in particolare due. Da un lato la Cina, con un surplus commerciale medio di circa 230 miliardi di dollari, e dallaltro la Germania, con oltre 250 miliardi. Che sommati fra loro fanno peraltro qualcosa più del deficit americano. La Germania, ancor più della Cina, è quindi un problema. Come può infatti essere possibile che un paese di 82 milioni di anime possa avere un avanzo medio delle partite correnti addirittura superiore a quello della Cina con i suoi quasi 1,4 miliardi di abitanti?

Principalmente può farlo grazie alleuro; una sorta di marco svalutato. La moneta unica è infatti per definizione una sola e quindi è una media fra i valori della potenza tedesca e degli altri satelliti del nord (Austria, Olanda, Belgio), con in mezzo una Francia sempre più in difficoltà e mescolata alle debolezze del Mediterraneo (Grecia, Cipro, Spagna, Portogallo e Italia). Moneta sopravvalutata per questi ultimi ma sottovalutata per Berlino. Che grazie a questa sorta di marco svalutato” vestito da euro ha registrato un avanzo commerciale medio nei quindici anni successivi alla moneta unica pari al 5,8% circa del proprio PIL contro uno striminzito 0,3% medio nel quindicennio antecedente. Il cambio delleuro espresso in dollari per la Germania è quindi ancora artificialmente basso perché sono i problemi dellEuropa meridionale a svilirne il valore con ciò ulteriormente agevolando lexport di Berlino sia dentro che fuori leurozona. Nel 2016 gli Stati Uniti hanno infatti importato da Berlino beni e servizi in misura superiore a circa 70 miliardi rispetto al loro export.

Oggi intanto servono 1,17 dollari per acquistare 1 euro ed è più che ragionevole dedurre che qualora la Germania avesse il suo marco, il tasso di cambio sarebbe pari a non meno di 1,40-1,50 dollari a seguito di una rivalutazione di un buon 20-30%. Che in soldoni significano una cosa semplice e quasi banale. Per il portafoglio di un consumatore americano una BMW da 35.000 euro (anzi marchi) costerebbe fra i 49.000 ed i 53.000 dollari invece degli attuali 41.000 circa. Ecco perché Trump una volta insediatosi alla Casa Bianca  ha subito accusato la Germania di manipolare il cambio.

I primi a non volere più leuro sono proprio gli Stati Uniti essendo il “cliente” del mondo e dellEuropa. Se solo Trump andasse fino in fondo con la sua battaglia estendendo i dazi ad ogni categoria merceologica, o più semplicemente e rapidamente facendo scivolare” il cambio del dollaro adeguandolo alle dinamiche dei saldi commerciali con lestero, finirebbe per vincere la sua partita dando contemporaneamente una formidabile spinta alla reindustrializzazione del Paese visto che ora importa molto più di quanto esporta. A differenza di Berlino e nostra. Ed il cliente, si sa, ha sempre ragione.

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi, Milano Finanza 31.7.18