Con l’e-commerce riapriamo i negozi di vicinato (di Dario Polini)

scenarieconomici.it 2.8.18

Attraverso l’e-commerce riapriamo i negozi di vicinato

Agosto è il mese delle vacanze ma è anche il periodo dove ci si può fermare a pensare al futuro, infatti è a settembre che partono sempre nuovi progetti e iniziative economiche.

Che quanto segue possa essere da stimolo per sviluppare nuove idee! Penso ai tanti ragazzi che hanno molta voglia di fare, che magari proprio perché non trovano un lavoro, o un lavoro soddisfacente in termini economici, decidono o valutano di avviare una propria attività o micro impresa.

Tra le attività maggiormente colpite dalla crisi degli ultimi anni è sicuramente ricompreso purtroppo il negozio di vicinato, detto anche negozio di quartiere; secondo alcuni studi in 8 anni hanno chiuso circa 158.000 imprese (negozi di vicinato e botteghe artigiane) e comunque sia, basta andare nelle periferie delle città per vedere le troppe saracinesche abbassate e le troppe attività chiuse.

Aprire oggi un negozio di vicinato è un’idea che va analizzata attentamente, pianificando bene i costi iniziali, la zona, il bacino di utenza, i potenziali clienti, studiando bene i prodotti e/o i servizi che si vendono, fidelizzando i clienti, tutto ciò perché attualmente il mercato è molto competitivo e nulla va lasciato al caso, fermo restando il rischio d’impresa legato all’andamento del settore.

La parola d’ordine è differenziarsi specializzandosi in prodotti di nicchia e di qualità, affiancando alla vendita “tradizionale” la vendita tramite e-commerce; perché ciò abbia successo serve un’ottima conoscenza e approfondimento del settore nel quale si opera (mi riferisco ad esempio a particolari componenti tecniche oppure a prodotti alimentari specializzati). Fanno da complemento necessario una mirata strategia pubblicitaria e di marketing, delle buone competenze informatiche, la tempestività nelle risposte, la serietà professionale, la flessibilità alle richieste e la capacità di fidelizzazione di fornitori e clienti. Il negozio di vicinato può essere trasformato anche in un laboratorio artigianale con prodotti di qualità e tradizionali oppure sviluppando o creando dei nuovi prodotti, mantenendo al tempo stesso sia la vendita diretta al pubblico o  tramite e-commerce.

I numeri confermano la forte ascesa dell’e-commerce e mi sento di prevedere che lo sarà sempre di più nei prossimi anni attraverso lo sviluppo di metodi di pagamento tramite internet e le cripto-valute.

Nell’interesse sia dei produttori locali che dei consumatori sarebbe strategico in ambito di produzione alimentare locale creare una rete di vendita online che attui un rapporto diretto senza intermediari.

Necessarie sicuramente la buona volontà e la capacità d’iniziativa dell’imprenditore come anche l’intervento da parte dello Stato con politiche economiche e fiscali a favore del settore, di cui ho trattato nel mio precedente articolo parlando di miglioramento del regime forfettario per micro-imprese https://scenarieconomici.it/limposta-forfettaria-e-migliorabile-di-dario-polini/ ;altrettanto importante sarebbe l’introduzione della cedolare secca sui negozi e botteghe in modo da avere una tassazione più favorevole per i proprietari che potrebbe portare ad avere un abbassamento dei prezzi di affitto, i quali purtroppo nonostante la crisi sono ancora molto alti.

Svezia: aumento vertiginoso delle aggressioni sessuali ad opera di migranti

Ofcs.report 1.8.18

SECONDO LA DEPUTATA BARBRO SÖRMAN LE VIOLENZE CONTRO LE DONNE SONO PARTE DELLA CULTURA DEI RIFUGIATI

titolo originale: VIOLACIONES MASIVAS EN SUECIA TRA LA LLEGADA DE REFUGIADOS AL PAIS

di David Odalric de Caixal i Mata – da Secindef.org

Come riportato dal Consiglio per la prevenzione della criminalità in Svezia, nel 2017, la polizia ha registrato 7.200 casi di stupro, una cifra che porta il numero di aggressioni sessuali quotidiane a circa 20. La Svezia ha accolto 31.000 richiedenti asilo nell’ultimo anno (il 2017), un numero molto alto considerando la sua popolazione. Tuttavia, è stato sorprendente che il numero di minori non accompagnati nell’Agenzia per l’immigrazione fosse così elevato. Queste cifre sono adulterate e hanno dimostrato, in questo, i casi di diversi adulti che hanno cercato di farsi passare da minori.

Le condizioni per i minori non accompagnati sono molto più vantaggiose – è più complicato per loro essere deportati – motivo per cui molti rifugiati cercano di raggiungere questo status. C’è anche una persecuzione mediatica per tutti coloro che osano mettere in discussione le politiche migratorie del governo. La situazione nel paese è, invece,  molto più rosea se si avvalorano le dichiarazioni dei membri del parlamento svedese. La deputata Barbro Sörman ha affermato che “è normale che i rifugiati tendano a violentare le donne perché fa parte della cultura dei loro paesi”, dopo aver lanciato una velata critica dei media per aver riferito delle violazioni dei rifugiati.

(traduzione dallo spagnolo a cura della redazione di Ofcs.report)

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Messina (Intesa) parla di spread e presenta ricetta taglia debito: fondi comunali aperti stile Pir

Finanzaonline.com 2.8.18

L’AD intervistato da Il Messaggero, sottolinea che i fondamentali dell’Italia sono “solidi”: “Un avanzo primario tra i più consistenti, un elevato saldo commerciale, una ricchezza privata, escludendo gli immobili, pari …

Carlo Messina, numero uno di Intesa SanPaolo, presenta la sua ricetta per risanare i conti pubblici italiani: la parola chiave è fondi comunali aperti in stile Pir. Di questo e altro il ceo della banca italiana parla in un’intervista rilasciata a Il Messaggero, pubblicata all’indomani dei risultati di bilancio comunicati da Intesa. Risultati che gli hanno dato soddisfazione, se si considera che sono stati i migliori dal 2008, in ben dieci anni.

Parlando dell’eterna e assillante spina nel fianco dell’Italia, rappresentata dal gigantesco debito pubblico,  il manager invita tutti a non cedere agli allarmismi e ritiene che, in assenza di improvvise docce fredde, lo spread BTP-Bund potrebbe anche scendere nel mese di agosto.

Il tempismo delle sue dichiarazioni non è proprio l’ideale, se si considera che proprio oggi il differenziale torna a impennarsi, e non di poco. Si può parlare di un vero e proprio mezzogiorno di fuoco per il differenziale, che inanella nuovi record in quasi un mese (ovvero dallo scorso 6 luglio), per effetto dei tassi decennali che schizzano dal 2,78% proiettandosi verso quota 2,90%, in vista dei rumor di quella che potrebbe essere una prima resa dei conti all’interno del governo sulla questione quanto mai cruciale della manovra 2019.

Prima che si scatenasse la nuova ennesima ondata di sell off sugli asset italiani, Messina si era così espresso a Il Messaggero:

“Non vedo grandi preoccupazioni se la gestione dei conti pubblici prosegue nella direzione di un rapporto meno esasperato tra debito pubblico e Pil. Anzi, se ad agosto non vi saranno novità traumatiche lo spread potrebbe addirittura diminuire”.

L’AD di Intesa è ben consapevole che il vero test arriverà con la legge di bilancio:

“A settembre si entrerà nel vivo della legge di stabilità, sarà quello il vero banco di prova. Se la manovra affronterà i temi della crescita con la dovuta attenzione al debito, non vedo ragioni per nutrire timori. Per parte mia, auspico un forte impulso agli investimenti infrastrutturali, il più formidabile motore della ripresa. Mi auguro venga posta al più presto la questione dello scomputo degli investimenti pubblici dal parametro deficit/Pil. Nei rapporti per l’Europa questa è una battaglia sacrosanta”.

Messina e la ricetta taglia debito: i fondi comunali aperti

Il numero uno di Intesa SanPaolo elenca al Messaggero i punti di forza e debolezza dell’economia italiana.

“La ripresa può subire dei rallentamenti, d’altro canto sta accadendo anche nelle principali economie europee. Non possiamo però ignorare che le nostre aziende registrano buoni risultati. Anche i servizi migliorano e gli investimenti danno segni positivi, mentre l’export cresce a ritmi del 6%. Allo stesso tempo abbiamo aree molto ampie nelle quali la povertà è in aumento e la disoccupazione è troppo alta, specie nel Mezzogiorno. Si tratta di problemi che non possono essere rinviati. Ecco perchè è necessario che la ripresa prosegua, possibilmente a tassi più elevati”.

Detto questo, non ci sono dubbi sul fatto che i fondamentali dell’Italia siano “solidi”:

“Un avanzo primario tra i più consistenti, un elevato saldo commerciale, una ricchezza privata, escludendo gli immobili, pari a 4.370 miliardi. Non abbiamo un problema di credibilità. Certo è che la riduzione del rapporto debito/Pil va affrontata con determinazione”.

E qui arriva la sua ricetta operativa.

Innanzitutto, secondo Messina, il taglio del debito-Pil non è “un obiettivo impossibile”.

Riferendosi agli immobili pubblici, il banchiere afferma che il loro valore complessivo “è stimato in 385 miliardi, circa 215 miliardi sono di proprietà dei Comuni”. Di conseguenza, a suo avviso, “si potrebbe dare vita a una serie di ‘fondi comunali aperti’ con l’obiettivo di acquistare e valorizzare una parte di quegli immobili”.

“Questo solo fatto -spiega – porterebbe a risparmi non irrilevanti per il Comune venditore: non è un mistero che la gestione degli immobili pubblici molto spesso comporta deficit di bilancio anche rilevanti. Peraltro, in questo modo gli enti territoriali potrebbero ridurre il proprio debito, disponendo subito di risorse fresche per effettuare nuovi investimenti”.

Alla domanda su quanto il debito dovrebbe diminuire affinché i mercati possano mostrare un apprezzamento, il numero uno di Intesa si è così espresso:

“Il valore degli immobili oggetto dell’operazione, almeno in una prima fase, dovrebbe essere di circa 100 miliardi da collocare in tre anni. Ma si potrebbe arrivare anche a 200 miliardi“; inoltre “i mercati finanziari percepirebbero che si è avviato un processo virtuoso di rientro del debito e sconterebbero il minor rischio, si realizzerebbe anche uno stimolo all’economia indotto dalla crescita degli investimenti locali con particolare beneficio per l’edilizia“.

Ma chi dovrebbe acquistare le quote di questi fondi? Messina ha una risposta anche a questa domanda:

“Posto che banche, fondazioni e fondi pensioni potrebbero avere un ruolo diretto la proprietà delle quote del Fondo, e quindi degli immobili, potrebbe essere in larga parte dei cittadini residenti nel territorio. Il loro acquisto potrebbe essere incentivato da esenzioni fiscali modello Pir. In talo modo investirebbero in uno strumento poco rischioso e con un discreto reddito, oltre a godere di servizi locali migliori grazie alla riqualificazione degli edifici garantita da una gestione professionale”

Consob, Palazzo Chigi all’attacco di Nava: “Incompatibile”

FIRSTonline.info 2.8.18

L’iniziativa, che emerge dal resoconto dei lavori in commissione Finanze alla Camera, segnala la crescente pressione verso Nava, da parte dei parlamentari del M5S e della Presidenza del Consiglio: chiesti accertamenti rispetto al precedente incarico presso la Commissione Ue.

La presidenza del Consiglio ha chiesto formalmente alla Consob l’esito degli accertamenti sulla incompatibilità di Mario Nava con il ruolo di presidente della Consob, in virtù del suo precedente incarico presso la Commissione europea. L’iniziativa, che emerge dal resoconto dei lavori in commissione Finanze alla Camera, segnala la crescente pressione verso Nava, da parte dei parlamentari del Movimento cinque stelle. I grillini criticano la nomina fatta dal precedente governo perché Nava avrebbe mantenuto un rapporto troppo stretto con Bruxelles. Nava era infatti direttore per la vigilanza finanziaria presso la Commissione ed ha ottenuto un distacco triennale per ricoprire l’incarico a capo dell’authority.

Il Movimento 5 Stelle ha dunque chiesto all’esecutivo se reputi opportuno acquisire la “documentazione interna della Consob sulla incompatibilità e sulle problematiche normative e regolamentari del presidente Nava”. Il sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, ha così risposto: “Il Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, d’ordine del Presidente del Consiglio dei ministri, ha chiesto alla Consob se il procedimento di verifica delle incompatibilità dei Componenti di detta Autorità sia stato formalmente esitato, formulando, altresì, richiesta di trasmissione di copia dei relativi atti. Al momento non risulta ancora pervenuto un riscontro dalla Consob alla predetta richiesta”. La Consob non ha risposto e al momento nemmeno commentato la vicenda.

A sollevare la questione sono stati in particolare i deputati 5s Raphael Raduzzi e Raffaele Trano, “evidenziando come Nava fosse comandato dalla Commissione europea per un periodo di tre anni e, in virtù della disciplina europea sulla mobilità esterna, godrebbe di una sostanziale immunità nei confronti dell’ordinamento giudiziario italiano”. “Il comando e l’immunità sono chiaramente incompatibili con l’indipendenza e l’autonomia della Consob e della sua attività di vigilanza”, scrivono i due parlamentari in una nota. Il governo, da parte sua, nella risposta dice di attendere le “definitive determinazioni” della Consob, “riservandosi di valutarle alla luce del vigente quadro normativo”.

Perché si litiga per le Olimpiadi invernali?

Il post.it 2.8.18

Il Coni ha proposto ufficialmente la candidatura condivisa di Milano, Torino e Cortina, ma le prime due non ne sono granché contente

Ieri il Coni, il comitato olimpico italiano, ha approvato la candidatura italiana per ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, che nei prossimi mesi verrà esaminata dal CIO, il comitato olimpico internazionale. La candidatura di quest’anno ha creato molte più polemiche che in passato: il Coni ha deciso infatti di presentare una candidatura di compromesso fra le tre città che si erano offerte di ospitare da sole le Olimpiadi, cioè Milano, Torino e Cortina.

Mentre Cortina è soddisfatta della candidatura condivisa, Milano e Torino speravano di ospitare da sole la manifestazione e hanno criticato la decisione del Coni. Ieri mattina il sindaco di Milano Beppe Sala aveva scritto una lettera aperta al presidente del Coni Giovanni Malagò spiegando che Milano conferma la sua disponibilità «solo come venue di gare o eventi» e che «non ritiene praticabile una sua partecipazione alla governance del 2026». La sindaca di Torino Chiara Appendino aveva invece detto che Torino non sarebbe stata «stampella di altre città», chiedendo un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle Olimpiadi (che Torino ha ospitato l’ultima volta nel 2006).

Il sindaco non ci sta

Gepostet von la Repubblica Milano am Mittwoch, 1. August 2018

Nel documento di presentazione della candidatura condivisa (PDF), il Coni ha motivato la sua scelta citando ragioni di costi e «sinergie fra i territori». Sfruttando gli impianti e le strutture già esistenti, secondo le stime del Coni, organizzare le Olimpiadi in tre città diverse costerà circa 376,65 milioni di euro: una cifra inferiore ai preventivi presentati dalle tre città (ma che ancora non tiene conto delle spese per adeguare le infrastrutture per la mobilità, ad esempio).

Secondo i piani del Coni, le gare e le strutture saranno divise più o meno equamente fra Milano, Torino e Cortina, insieme al coinvolgimento di altre località come il Sestriere – l’unica già presente alle Olimpiadi invernali del 2006 ospitate da Torino – la Valtellina e la Val di Fiemme. A Milano dovrebbe avere sede il villaggio olimpico principale, che sarà costruito nell’ex scalo ferroviario di Porta Roma, e le strutture per ospitare le gare di hockey, short track e curling. A Torino dovrebbe sorgere il principale hotel per gli atleti, da 834 posti, e saranno ospitate altre gare di hockey e alcune di speed skating. Le competizioni di sci e snowboard si terranno in diversi posti sulle Alpi. In tutte e tre le città ospitanti ci sarà una medal plaza, sede delle premiazioni.

«Torino pare relegata al ruolo di Cenerentola, subordinata a un ruolo minore e marginale», si è lamentato con una nota il gruppo del M5S al Comune di Torino, che nei mesi scorsi si era opposto alla candidatura della città scontrandosi col sindaco Chiara Appendino. Le critiche di Sala sono diverse: si è lamentato della mancanza di trasparenza del Coni – «il “chiarissimo dossier” è stato approvato senza che Milano, e presumo le altre città, l’avessero a disposizione» – e probabilmente ritiene che una candidatura condivisa possa creare problemi di organizzazione e gestione dell’evento.

Nella lettera aperta, Sala scrive anche che «le ragioni della politica stanno prevalendo su quelle sportive e territoriali». Su Repubblica, Pietro Colaprico ha interpretato in questo modo la frase di Sala: «Si sa che la Lega voleva aiutare a tutti i costi la Cortina d’Ampezzo di Luca Zaia, che i 5Stelle non volevano replicare nella Torino di Chiara Appendino il calo dei consensi che ha attraversato Roma dopo il no alle Olimpiadi di Virginia Raggi, quindi Milano, che oggi non ha veri protettori politici, nemmeno nella sinistra vagamente disarticolata del post- Renzi, è stata disarcionata»

Il CIO deciderà dove si svolgeranno le Olimpiadi 2026 nel settembre 2019, in un convegno che si terrà a Milano; al momento le altre città che hanno manifestato interesse a ospitarle sono Calgary, in Canada; Erzurum, in Turchia; Sapporo in Giappone e Stoccolma, in Svezia.

LA BALLA MILIARDIARIA DI GENTILONI SULLO SPREAD pubblicato su LA VERITA’ del 1 agosto 2018 (di Fabio Dragoni)

Fabio Dragoni scenarieconomici.it 1.8.18

Il Partito Democratico perde la fiducia degli elettori -per l’esattezza due milioni e mezzo di voti in meno in cinque anni- ma si vanta pur sempre di avere quella dei mercati. Il concetto è semplice, quasi banale. La teoria dei deirigenti dem è semplice. Anzi semplicistica. Il programma del nuovo Governo, unito al suo supposto dilettantismo, non convince e non convincerà gli investitori che vendono e venderanno i nostri titoli di stato. Il loro prezzo scenderà ed il rendimento -dato dal rapporto fra cedola e prezzo- salirà. Esploderà quindi il costo del debito cui dovremo far fronte aumentando le imposte o diminuendo la spesa per i servizi. Saranno i mercati a punire gli elettori che così impareranno a punire la forza tranquilla del Nazzareno. E’ il mercato bellezza.

Gli anni passano ma il copione resta bene o male lo stesso. Ieri la magistratura oggi i mercati. La sinistra che perde sul campo trova sempre la sua rivincita negli spogliatoi. Un modo di ragionare molto poco democratico. Un Paese dovrebbe infatti essere sempre libero di adottare le politiche economiche dei partiti scelti dagli elettori. Nel nostro caso dalla maggioranza assoluta degli elettori; cosa che non accadeva dal 1987. Proposte che potranno pure non piacere. Ed al Nazzareno senz’altro non sono gradite. Ma questa è la democrazia. Saranno pur sempre gli elettori a giudicare i risultati ottenuti confermando o meno il governo in carica alle prossime consultazioni. Ma stabilire in anticipo che una data politica economica non possa essere attuata perché non piace a un qualcuno che potrebbe a sua volta punirci con lo spauracchio dello spread, se permettete, anche no!

Anche perché la legge dei mercati non è fenomeno di natura come l’eruzione di un vulcano o un terremoto contro cui nulla possiamo. Ma è la semplice e deliberata conseguenza di una stortura tipica solo dell’eurozona.

Prendiamo ad esempio il Giappone con un rapporto debito/PIL pari al 250%. Quanto paga sui propri titoli di stato a 10 anni? Praticamente lo 0%. Oppure il Regno Unito reduce da un combattutissimo referendum sulla sua permanenza UE cui sono seguiti negoziati internazionali e scontri politici interni altrettanto aspri. Quanto paga Londra sui propri GILT a a 10 anni? La metà esatta dei nostri BTP. Il debito enorme da una parte e le tensioni politiche dall’altra –incubi persistenti agitati dal pensiero politico dominante di casa nostra- non sembrano scalfire la preoccupazione dei creditori di Tokyo e Londra. La spiegazione è elementare. Giappone e Regno Unito possiedono una “loro” Banca Centrale che emette e quindi controlla una “loro” moneta e che più o meno di concerto con i rispettivi esecutivi decide quanta parte del “loro” debito acquistare ed a quale tasso. L’emissione di titoli di stato, nei Paesi monetariamente sovrani, non serve tanto a reperire le risorse necessarie a finanziare la spesa o rifinanziare il debito in scadenza, ma a determinare soprattutto il livello dei tassi di interesse cui si adatteranno gli altri segmenti del mercato dei capitali. Un’operazione di politica monetaria più che fiscale diversamente da quanto invece accade in Eurozona dove i governi sono monetariamente castrati e quindi costretti a racimolare sui mercati ogni singolo centesimo loro necessario al pari ed anzi in concorrenza con imprese, banche e famiglie.

Sarebbe sufficiente che la BCE dichiarasse (notate bene non ho scritto “facesse” ma “dichiarasse”) che, per un efficace funzionamento dei canali di trasmissione della propria politica monetaria, non è più disposta a tollerare differenziali di rendimento superiori allo 0,5% fra i vari debiti dell’eurozona che immediatamente quegli investitori che oggi puniscono l’Italia correrebbero ad acquistare a mani basse anche i nostri BTP facendo salire i prezzi ed abbassando il costo del nostro debito così facendo un ottimo affare e portando il differenziale dei rendimenti a quanto prefissato da Francoforte; nella consapevolezza che una banca centrale, se solo lo volesse, avrebbe mezzi illimitati per arrivare a quel risultato potendo essa stessa emettere tutta la moneta che desidera. Ed invece no così non è; dobbiamo sorbirci l’ex premier Gentiloni che a distanza di poco più di venti giorni -dalle colonne prima de LA STAMPA e poi de LA REPUBBLICA- ci rampogna con la stessa identica profezia: “In due mesi lo spread è salito di oltre 100 punti. Solo questo ci costa oltre 5 miliardi”. Ma sarà vero? E’ sufficiente consultare il bollettino trimestrale del ministero di Via XX settembre per scoprire, ad esempio, che nei due mesi appena trascorsi sono stati emessi qualcosa come 34 miliardi di BTP. Un aggravio dei rendimenti pari all’1% si traduce in un costo aggiuntivo per le nostre tasche  di 341 milioni. Mentre nei prossimi 12 mesi il Governo emetterà circa 140 miliardi di BTP ed in caso di aumento del costo di finanziamento pari all’1% (ricordiamolo ancora per una scelta deliberata della BCE) i maggiori interessi ammonterebbero ad 1,4 miliardi e non 5. Circa il 70% in meno della fosca previsione del nostro ex Premier. Insomma se proprio volete appendervi allo spread almeno fatelo coi numeri giusti.

Margherita incontra Nek poco prima di morire: “Ho avuto una vita bellissima”

Informarexresistere.fr 2.8.18

Margherita è morta a 18 anni con il sorriso: “Io sono felice, ho avuto una bellissima vita”di Silvia Lucchetti

Si è ammalata di tumore ma non ha mai perso la voglia di vivere e organizzare feste con gli amici. Poco prima di morire ha incontrato Nek, il suo cantante preferito, con cui ha trascorso un pomeriggio indimenticabile tra abbracci, musica e parole

Ho conosciuto la storia di Margherita Mion leggendo il Corriere stamattina, ammetto di restare sempre sbalordita davanti a vicende simili.

Come si può continuare a sorridere e ad amare la vita quando si è duramente colpiti dalla malattia? Mi chiedo ogni volta. Davvero è una grazia speciale quella di non sprecare il tempo del dolore e fare una morte santa.

La vita è un mistero profondo e splendente, come gli occhi vispi e azzurrissimi di questa giovane di Treviso che si è ammalata – sarcoma di Ewing alle ossa – ed è morta nel giro di un anno neppure, senza avere il tempo di diplomarsi, di sposarsi, diventare madre…

Eppure come sempre di fronte alla morte si pensa al senso dell’esistenza e ragionandoci poco fa, mentre cullavo mia figlia, mi sono tornate in mente le parole che ci ripeteva don Fabio Rosini:

“Ci sono persone che solo tu potrai amare, cose che solo tu potrai fare e dire, sentimenti che solo tu potrai provare. In nome di Gesù Cristo sii te stesso!”.

Sfogliando le foto di Margherita su Instagram, navigando sul suo sito internet, leggendo la sua storia ho pensato a questo: alle cose che solo lei ha detto e fatto, alle persone che soltanto lei ha amato. Una vita troppo breve purtroppo ma feconda, piena zeppa di cose belle e saporite.

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Posted by il mattino di Padova

Chi è Margherita?

Mi chiamo Margherita Mion sono nata a Treviso il 4 ottobre 1998 e sono la primogenita di 4 figli di Marco Mion e Anna De Rossi. I miei fratelli sono Chiara Donato ed Elia.

Fin da piccola sono sempre stata felice e innamorata delle belle cose, della moda, della musica del ballo e della pallavolo.

Sono stata un’allieva di Simonetta Donzelli di SD Ballet di Treviso quando ballavo e ho giocato con il San Biagio Volley assieme alla Blue Girls, non abbiamo vinto una partita ma ci siamo divertite tanto e ho imparato molte cose della vita grazie allo sport.

Mi hanno sempre detto che ho degli occhi bellissimi azzurri, che la mia risata è contagiosa, e che dimostro qualche anno in più rispetto alla mia età.

Sono famose le feste che ho organizzato nella taverna di casa mia dove possiamo ballare e divertirci tanto da meritarsi il soprannome di feste nella TDM (Taverna Dalla Mion).

Quando mi sono ammalata frequentavo il quarto anno di liceo linguistico all’Istituto Galileo Galilei di Treviso e non potendo partecipare alle lezioni, mio malgrado mi sono dovuta ritirare senza poter terminare l’anno scolastico, anche se grazie alla collaborazione dei docenti, del preside e del direttore ho potuto sostenere gli esami di ammissione alla classe 5…..

Mi sarebbe piaciuto fare l’esame di maturità ma purtroppo me ne sono andata prima di poter iniziare l’anno scolastico era il 14 luglio del 2017. (Margheritamion.it)

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Se non potrà vincere questa sfida il mio corpo, vincerà la mia anima”

Una ragazza entusiasta della vita, travolgente, con una gran voglia di divertirsi con gli amici, ballare, ridere.

Anche nei mesi della malattia le foto che la immortalano su Instagram mostrano una Margherita attenta al suo aspetto, con le mani curate, lo smalto, il trucco.

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Tanto vinco io.

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Fino all’ultimo ha combattuto, ci ha creduto, ha sperato, non ha mollato, come scriveva lei stessa nei messaggini alle amiche: Ovvio che non mollo… porca paletta non mollo (Corriere)

E poi: Io sono felice, ho avuto una bellissima vita (Ibidem). La consapevolezza che amare è tutto e la morte non ha mai l’ultima parola:

Se non potrà vincere questa sfida il mio corpo, vincerà la mia anima. Vincerò comunque io sul destino con l’idea che ho sempre avuto di amare me e gli altri, la vita, fino all’ultimo respiro. (Corriere)

L’abbraccio di Nek a Margherita

Nek è andato a farle visita a luglio dello scorso anno, poco prima che morisse (Ibidem). Una giornata calda di temperatura e sentimenti.

Margherita provata ma felice, con la maestosità dei fiori quasi appassiti che sprigionano ancora una fragranza intensa. Un pomeriggio di chiacchiere, risate, canzoni, vita e sorrisi.

La foto con il cantante è l’ultimo post che Margherita ha pubblicato sul suo profilo Instagram. Pochi giorni dopo è volata in Cielo e siamo sicuri che anche da lì ancora canta “(…) la vita rimane la cosa più bella che ho”. Fonte: Aleteia

Istruzione, Fioramonti: ‘Risultato storico: stabilizzati 2.000 ricercatori precari!’

Silenziefalsita.it 2.8.18

Negli ultimi giorni abbiamo approvato un decreto qui al Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che ci consente per la prima volta in molti anni di stabilizzare oltre 2.000 ricercatori precari negli enti pubblici di ricerca in Italia”.

Lo ha fatto sapere il sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti.

“Questo è un risultato storico – ha spiegato – che abbiamo ottenuto a poche settimane dell’insediamento del nuovo Governo. Negli ultimi giorni, alcuni esponenti del Governo precedente hanno sostenuto che in fondo questa non fosse altro che un’attività già decisa da parte loro”.

“Ma questo – ha continuato – non è vero, ma lo sapete perché? Perché gli stanziamenti previsti dal Governo precedente prevedevano un co-finanziamento e delle risorse aggiuntive, che gli enti pubblici di ricerca non avevano”.

E ha aggiunto: “Noi oggi, stanziando €68 milioni, consentiamo non solo di portare a termine un processo iniziato ma mai concluso dal Governo precedente, ma addittura di fare molto di più: e cioè superare di oltre 2.000 unità la platea di coloro che beneficeranno di questa stabilizzazione”.

“Quindi – ha proseguito – è un risultato importante, un risultato che non sarebbe stato possibile senza il nostro intervento. Una cosa in più voglio dire: noi oggi scommettiamo sulla ricerca in Italia come volano di una nuova economia in questo Paese”.

“Io quello che chiedo a tutti i ricercatori che in questi mesi verranno stabilizzati dagli enti di ricerca è semplicemente di unirsi a noi, di aiutarci a far diventare l’Italia un esempio per il resto del mondo, di fare in modo che queste stabilizzazioni divengano davvero un’apertura verso la meritocrazia e l’innovazione e che gli investimenti che faremo in ricerca e sviluppo saranno il motore di una nuova economia,” ha concluso Fioramonti.

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Pubblicato da MoVimento 5 Stelle

Foa, Salvini a Berlusconi: ‘Se sceglie il Pd, faccia pure, ma ad ogni scelta corrispondono delle conseguenze’

silenziefalsita.it 2.8.18

salvini-a-berlusconi

“A Silvio dico: andare contro il cambiamento è una scelta, ma ad ogni scelta corrispondono delle conseguenze,”

Si rivolge così Salvini a Berlusconi sul caso della mancata nomina a presidente di Marcello Foa in Rai.

In un’intervista realizzata da Alessandro Farruggia per il Quotidiano Nazionale, il ministro dell’Interno ha detto:

“Che Forza Italia preferisca il Pd alla Lega e a un giornalista come Marcello Foa è surreale. Basta scorrere le decine di messaggi sui blog, sul web, per vedere come gli elettori del centrodestra siano esterrefatti da questa capriola”.

Alla domanda se significa che il centrodestra è finito, Salvini ha replicato:

“Non siamo noi a volerlo. Ma se Forza Italia non è d’accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento”.

Il giornalista di Qn ha fatto notare a Salvini che Berlusconi in un’intervista allo stesso quotidiano di qualche giorno fa aveva detto che se il leader della Lega non molla i grillini, gli elettori leghisti lo abbandoneranno.

Salvini ha ribattuto:

“Mi pare stia succedendo l’esatto contrario, che la Lega non abbia mai avuto così tanto consenso e Forza Italia così poco. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Mi pare che gli italiani abbiamo già scelto con chi stare”.

Quanto alla visita a Berlusconi in ospedale, Salvini ha affermato:

“Sono andato per affetto, perché la salute viene prima di tutto. Abbiamo dialogato. Poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto”.

Il vicepremier ha ribadito la conferma di Foa:

“E’ persona di spessore e di valore assolutamente riconosciuto e non può essere ostaggio dei capricci del Pd e tantomeno di Forza Italia. Ho sentito Di Maio, con i Cinque Stelle siamo già sostanzialmente d’accordo. Vedremo il come. I M5 sono persone affidabili con i quali si sta lavorando bene”


 

Cosa dovrebbero chiedere gli USA all’Europa

Di Malachia Paperoga – Agosto 1, 2018 vocidallestero.it

Il sito finanziario Barron’s pubblica un articolo sulle trattative commerciali USA-UE. L’autore fa notare che le questioni affrontate nel dibattito pubblico attuale sono quasi irrilevanti: il vero scopo degli USA deve essere la distruzione del surplus commerciale dell’eurozona, imposto dalla Germania attraverso deliranti regole fiscali. Come sappiamo da tempo, e come sostiene l’attuale governo italiano, invertire la rotta risolverebbe il malcontento USA e renderebbe migliore la vita degli europei. Peccato che – questo l’autore non lo dice – l’eurozona a guida tedesca rigetterà questa proposta anti-mercantilista fino alla morte dell’ultimo europeo.

 

 

Di Matthew C. Klein, 27 luglio 2018

 

 

Mercoledì i rappresentanti delle due più importanti aree economiche mondiali – gli Stati Uniti e l’Unione Europea – hanno raggiunto un accordo di principio sul miglioramento delle  loro relazioni commerciali. Ma la questione più importante non è stata affrontata.

 

I dazi americani sui metalli per uso industriale e quelli proposti sui veicoli a motore e ricambi, apparentemente hanno convinto gli europei a impegnarsi a comprare più semi di soia e gas naturale proveniente dagli Stati Uniti. Probabilmente, parte della discussione è stata dedicata agli standard di sicurezza UE e alla sua ossessione campanilistica, entrambi limitanti per le esportazioni agricole americane, così come alla recente abitudine UE di multare e tassare le compagnie tecnologiche americane.

 

Ma tutte queste questioni sono irrilevanti se confrontate col maggiore problema della politica economica europea, che strangola la domanda interna a spese degli esportatori americani.

 

Le scelte compiute a Bruxelles e Francoforte hanno fatto esplodere il surplus commerciale a spese del resto del mondo. La buona notizia è che scelte differenti possono migliorare le condizioni di vita per i comuni cittadini europei e silenziare le legittime lamentele americane.

 

Il problema è l’euro, usato dalla maggior parte dei paesi UE. Che la moneta unica faciliti o no il commercio e turismo interno, di sicuro limita la flessibilità dei governi nazionali nel rispondere alle recessioni. Nei paesi dotati di propria moneta, come la Nuova Zelanda, l’impatto fiscale di una raccolta di tasse in discesa e un aumento delle spese per sussidi di disoccupazione è in parte compensata da una discesa dei tassi di interessi, dato che gli investitori vendono asset meno rischiosi per comprarne di più sicuri come i bond emessi dal proprio governo nazionale.

 

Tuttavia, in Europa il costo di indebitamento dei governi cresce quando le condizioni peggiorano perché i governi nazionali hanno rifiutato una garanzia comune per i debiti sovrani e perché la BCE si è rifiutata di intervenire senza aver prima imposto condizioni punitive. Sotto la spinta tedesca, gli Europei hanno imposto l’erroneo “fiscal compact” per limitare deliberatamente la flessibilità fiscale e punire i paesi che non si allineano.

 

La risposta logica a questi vincoli auto-inflitti, a parte uscire dall’euro, è di aumentare le tasse e tagliare le spese pubbliche il più possibile per evitare il rischio di una crisi in stile greco. L’Imposta sul Valore Aggiunto, per esempio, è aumentata di molti punti percentuali in Europa dal 2008, con aumenti particolarmente grandi nei paesi che si sono rivolti al Fondo Monetario Internazionale per ricevere aiuto.

 

Ancora più eclatanti sono stati i tagli alle spese per infrastrutture. Gli investimenti pubblici sono collassati e sono al momento negativi una volta che si tolgano i costi di manutenzione per tener conto dei deprezzamenti. La posizione fiscale complessiva dell’eurozona si è contratta molto più di quanto potesse giustificare la modesta ripresa ciclica accorsa negli ultimi anni.

La domanda del resto del mondo ha in parte compensato questa austerità fiscale. La domanda interna e gli investimenti fissi presi insieme ammontano a meno del 60% della crescita totale dell’eurozona a partire dal 2010. Il crescente surplus commerciale ha fatto il resto. La crescita di tale surplus è da addebitarsi in primis alla debole domanda europea per importazioni anziché a un significativo miglioramento delle esportazioni dell’eurozona.

 

Il quadro diventa ancor più stridente se ci focalizziamo sul risparmio del settore privato europeo. In reazione alla crisi, le famiglie e le imprese hanno diminuito le proprie spese in rapporto al loro reddito di circa il 6% del PIL.

 

Inizialmente, i deficit di governo avevano compensato questa stretta grazie all’aumento degli ammortizzatori sociali e alla diminuzione delle entrate fiscali. Quando l’economia ha iniziato a riprendersi nel 2009, i risparmi dei privati e i deficit governativi sono entrambi diminuiti. Tuttavia, dal 2012, l’alto risparmio del settore privato è perdurato mentre le spese governative hanno continuato a contrarsi. Il resto del mondo ci ha messo la differenza, il che spiega perché il surplus delle partite correnti dell’eurozona è cresciuto di pari passo con l’irrigidirsi della politica fiscale.

 

La domanda estera per gli export europei è stata sostenuta dalla domanda europea per gli asset finanziari esteri e dalla vendita straniera di asset europei. Questo è più evidente esaminando il flusso degli investimenti in redditi fissi. Dopo circa 15 anni in cui la domanda estera per i bond europei e la domanda europea per i bond stranieri sono stati approssimativamente bilanciate, la somma delle strette fiscali governative e degli acquisti della BCE ha spazzato via l’offerta di debito denominato in euro per il settore privato.  Meno del 15% del debito sovrano tedesco è ora detenuto da enti che non siano le banche centrali, per esempio.

 

 

L’effetto netto è stato un ingente flusso di capitali fuori dall’eurozona e nel resto del mondo a partire dalla metà del 2014, guidato dagli investitori in obbligazioni. Questo è coinciso con il deprezzamento reale dell’euro nei confronti delle valute dei suoi partner commerciali, che di conseguenza hanno contribuito ad alimentare il surplus di partite correnti dell’eurozona, anche quando la spesa interna europea ha iniziato a recuperare.

 

I leader europei possono tranquillamente invertire questi flussi. Inoltre, farlo porterebbe beneficio ai loro cittadini così come al resto del mondo.

 

 

Il primo passo consisterebbe nel ripensare le regole fiscali dell’eurozona. I governi dovrebbero poter indebitarsi per investire in infrastrutture, senza rischiare l’ira della Procedura per Deficit Eccessivo dell’UE. La BCE dovrebbe sostenere questo cambiamento di politica promettendo di comprare i bond governativi europei fin quando necessario, al contrario dell’approccio attuale di comprare bond solo quando i deficit sono bassi e in discesa.

 

 

Infine, gli Europei dovrebbero spostare le autorità di spesa, tassazione e indebitamento dal livello nazionale al livello europeo. Sistemi comuni di garanzia sui depositi, ammortizzatori sociali, pensioni di anzianità, investimenti in infrastrutture, tassazione delle multinazionali, ed euro-bond renderebbero più facile fornire beni pubblici senza preoccuparsi di creare un panico bancario o una crisi di valuta.

 

 

Tutte insieme, queste riforme alimenterebbero la spesa europea interna, aumenterebbero il benessere, e accrescerebbero la domanda di importazioni. Cosa potrebbe chiedere di più dalla vita un negoziatore commerciale statunitense?

Olimpiadi, Malagò affossa Torino

lospiffero.com 1.8.18

Solo tre discipline assegnate tra il capoluogo piemontese e Sestriere. Pinerolo scompare dalla mappa olimpica. Tutto il resto se lo spartiscono Lombardia e Veneto. Il Coni approva all’unanimità i Giochi delle Alpi. Appendino: “Logiche incomprensibili” – DOCUMENTO

Il Consiglio nazionale del Coni approva all’unanimità le Olimpiadi delle Alpi. Una candidatura unitaria che costerà 376,65 milioni, tre in meno rispetto al dossier presentato da Cortina, una decina in meno nel rapporto con Milano e un risparmio di quasi 300 milioni rispetto a Torino, che si è rivelato lo studio di fattibilità più oneroso. Nessuna venue verrà realizzata ex novo, ma saranno utilizzate solo strutture già esistenti che al massimo necessiteranno di una risistemazione. Secondo quanto previsto dallo studio predisposto da Giovanni Malagò a Torino verrà assegnato l’hockey maschile (PalaAlpitour), il pattinaggio di velocità (Oval), un pezzo di sci alpino (Sestriere). Il capoluogo piemontese avrà inoltre una delle tre Medal Plaza, pur non essendo chiara la localizzazione giacché a pagina 7 di un Master Plan un po’ rafazzonato viene inserita in piazza Vittorio, mentre a pagina 15 si è già spostata in piazza Castello.

LEGGI IL MASTER PLAN DEL CONI

Un piano che certo non premia Torino che avrà due sole discipline (neanche tutte), più lo sci alpino a Sestriere. Taglia fuori Pinerolo e le sue valli, che nel 2006 avevano ospitato il curling, e le piste di bob a Cesana e trampolino a Pragelato, sulle quali ora, come fa notare il capogruppo dem in Sala Rossa, Stefano Lo Russo “si riapre il tema della loro riconversione”. Brinda (si fa per dire) solo il sindaco di Sestriere Valter Marin, l’unico paese della Via Lattea a ottenere delle competizioni, nello specifico lo slalom speciale dello sci alpino. Un piano che premia Veneto e Lombardia e che ha deluso Chiara Appendino, la quale ora teme che Torino possa trasformarsi in una sorta di bad company olimpica.

In estrema sintesi il master plan olimpico prevede che Milano ospiti quattro discipline (curling, pattinaggio di figura, short track e hockey femminile) e una Medal Plaza; a Torino solo due discipline (pattinaggio di velocità e hockey su ghiaccio maschile), a Sestriere lo slalom speciale di sci alpino, in Valtellina quattro discipline (Biathlon, Freestyle, Sci Nordico e Snowboard), a Cortinaquattro discipline (Bob, Skeleton, Slittino e Sci Alpino) e una terza Medal Plaza; in Val di Fiemme due discipline (Salto e Combinata nordica).

Improntate al bon ton istituzionale, sia pur senza nascondere dubbi e perplessità rispetto al lavoro svolto sin qui dal Coni,sono le dichiarazioni di Appendino e Sergio Chiamparino. La sindaca “ribadisce la posizione espressa nella lettera inviata ieri al Coni ed è disponibile a esporre le proprie osservazioni e forti perplessità derivanti da un masterplan le cui logiche sono in parte incomprensibili, rimanendo comunque in attesa delle valutazioni più approfondite annunciate dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti e di una attenta analisi costi/benefici, richiesta dal sottosegretario Simone Valente. Restiamo altresì convinti che la candidatura compatta di Torino fosse la scelta migliore per il Paese”. E mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala esterna la sua delusione con un tweet – “Piccola precisazione per il Presidente Malagò: il ‘chiarissimo dossier’ è stato approvato dal Coni senza che Milano, e presumo le altre città, l’avessero a disposizione” – il governatore del Piemonte resta prudente pur precisando che “ci sono degli aspetti che vanno seriamente approfonditi” a partire dall’esclusione dell’impianto di bob di Cesana come venue olimpica. La sensazione è che la bozza sulla quale oggi si è espresso il Consiglio nazionale del Coni sarà oggetto di una lunga trattativa tra le città candidate.

E dopo i quattro ribelli anche la capogruppo grillina Valentina Sganga esprime, seppur anche in questo caso tra mille subordinate, disappunto per il trattamento riservato a Torino e il metodo adottato dal Coni: “Appare lampante – afferma Sganga – come i punti a cui avevamo subordinato la candidatura, unitaria e compatta di Torino e delle sue Valli, risultino quanto mai distanti dalla deliberazione assunta oggi dal Consiglio Nazionale del Coni. Fermo restando l’attesa di una valutazione governativa, con l’analisi costi e benefici già ieri menzionata dal sottosegretario Valente, non possiamo non constatare come la proposta avanzata della commissione di valutazione del Coni subordini Torino ad un ruolo minore e marginale, escludendo quasi completamente le sue valli dalla manifestazione”. E chissà che questo epilogo non sia anche il risultato dello spettacolo offerto in queste ultime settimane dai Cinquestelle torinesi e dagli atti promossi e approvati, non ultima la commissione d’inchiesta sull’edizione dei Giochi del 2006.

Il nuovo CEO Ferrari la manda sotto un BUS

Fabio Lugano scenarieconomici.it 2.8.18

Le azioni Ferrari prendono una colossale bastonata oggi in borsa:

Un bel 8 % in meno, con punte dell’undici per cento in meno. Insomma una bella bastonata. Le cause sono presto identificate: una serie di dichiarazioni dl nuovo amministratore della prestigiosa casa automobilistica. Louis Camilleri, pare che non abbia utilizzato le parole giuste per indicare le aspettative economiche. Le previsioni per il terzo trimestre sono di crescita, +7%, con 339 milioni, ma la sua scelta di “Solidità” rispetto alla crescita pare non abbia convinto, anche perchè ha usato, secondo Reuters, alcune frasi poco felici:

  • I piani 2022  fatti da Marchionne erano “Aspirazioni” (Aspirational);
  • Gli obiettivi 2022 portano Opportunità, ma anche rischi.

Insomma appena entrato il nuovo AD inizia a rimangiarsi le promesse di Marchionne e questo non porta bene alla Ferrari, che si schianta.

BPVi e Veneto Banca, la lettera di don Enrico Torta dopo incontro con Bitonci e Villarosa: si prosegua su strada intrapresa e si coinvolgano anche Bankitalia e Intesa Sanpaolo

Di Lettere al direttore vicenzapiu.com 2.8.18

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Gentile direttore, mi sento in dovere, essendo stato presente all’incontro a Roma tra i due sottosegretari all’Economia (Massimo Bitonci e Alessio Villarosa) e le varie Associazioni impegnate nella difesa dei truffati dalle banche, esprimere in sintesi la mia impressione. Sono contento innanzitutto perché per la prima volta siamo stati tutti convocati in maniera seria e propositiva. Abbiamo tutti sentito l’impegno ad affrontare questo grave problema che ha ridotto alla sofferenza migliaia di aziende, di anziani e famiglie, defraudati in maniera indegna dei soldi guadagnati con il lavoro di una vita.

Si è capito, dalle parole chiare dei due sottosegretari, che c’è la volontà di superare il concetto di “ristoro” con un impegno verso un “risarcimento” che, ricercando risorse in vari settori, (fra cui anche, speriamo, la Banca d’Italia che non ha vigilato e la Banca Intesa Sanpaolo che in questa operazione ha guadagnato qualche miliardo di euro), sia un gesto di giustizia e di vera civiltà. A me pare che finalmente si stia imboccando la strada giusta con l’impegno di persone giuste. Dopo tre anni in cui abbiamo assistito all’umiliazione della proposta fatta ai risparmiatori di chiudere la partita con 9 euro per Banca Popolare di Vicenza o con il 15 per cento per Veneto Banca e il desiderio di accettare una specie di elemosina che potesse offrire qualche euro, comunque a tutti insufficiente, finalmente si è aperta una strada nuova che offre a tutti un po’ di più serenità. Un grazie sincero ai sottosegretari, rappresentanti del Governo e dell’impegno che hanno promesso di intraprendere sulle strade che saranno loro percorribili a 360 gradi. Ci rivedremo a settembre per fare il punto della situazione.

don Enrico Torta, parroco di Dese

Coordinamento Associazioni Soci Banche Popolari Venete “Don Enrico Torta

L’ammissione dell’FMI: la Grecia è stata sacrificata per salvare l’euro

comedonchisciotte.org 2.8.18

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Una scioccante indagine interna del Fondo rivela che la Grecia è stata sacrificata per salvare l’euro e le banche del Nord Europa

Le più alte cariche del Fondo monetario internazionale hanno ingannato il proprio board, fatto una serie di clamorosi errori di giudizio sulla Grecia, sposato incondizionatamente la causa dell’euro, ignorato tutte le avvisaglie di un’imminente crisi e trascurato un aspetto di base delle unioni monetarie.

Questo è il verdetto lacerante dell’Independent Evaluation Office (IEO), un organismo indipendente all’interno dell’istituto di Washington, sulla disastrosa gestione della crisi dell’euro da parte del Fondo. Il rapporto di 650 pagine dell’IEO rivela «cultura della compiacenza», incline all’analisi «superficiale e meccanicista», e un sistema di governance apparentemente fuori controllo.

L’ufficio di valutazione indipendente del fondo è autorizzato a passare sopra la testa del direttore generale, Christine Lagarde, e risponde unicamente al consiglio dei direttori esecutivi, molti dei quali – in particolar modo quelli provenienti dall’Asia e dall’America Latina – sono furiosi per il modo in cui alcuni ufficiali dell’UE hanno utilizzato il Fondo per salvare la propria unione monetaria ed il proprio sistema bancario.

I tre salvataggi della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda sono stati senza precedenti per dimensioni e carattere. Ai tre paesi è stato permesso di prendere in prestito oltre il 2,000% della loro quota allocata – più di tre volte il limite normale –, pari all’80% di tutti i prestiti del Fondo tra il 2011 ed il 2014.

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In un’ammissione sorprendente, il rapporto dice che i propri investigatori non sono stati in grado di accedere a documenti chiave o di gettare luce sulle attività della «task-force segreta» assegnata ai salvataggi. Nessuna accusa di ostruzionismo è stata rivolta alla Lagarde.

«Molti documenti sono stati preparati al di fuori dei canali prestabiliti; la documentazione scritta relativa alle questioni più delicate è irreperibile. L’IEO in alcuni casi non è stato in grado di determinare chi ha preso certe decisioni o quali informazioni fossero disponibili, né è stato in grado di valutare i ruoli giocati dal management e dallo staff del Fondo», si legge nel rapporto.

Il rapporto afferma che l’intero approccio del Fondo alla zona euro è stato caratterizzato dal “pensiero di gruppo”. Non esistevano piani di riserva su come affrontare una crisi sistemica nella zona euro – o su come gestire la politica di un’unione monetaria multinazionale – perché era stato escluso a priori che ciò potesse accadere.

«Prima del lancio dell’euro, le dichiarazioni pubbliche dell’FMI tendevano a sottolineare i vantaggi della moneta comune», si legge. Alcuni membri dello staff avevano avvertito che il progetto dell’euro presentava delle falle fondamentali, ma sono stati ignorati. «Dopo un intenso dibattito interno, è prevalsa una posizione favorevole a quello che veniva percepito come il progetto politico dell’Europa».

Questo pregiudizio pro-euro ha continuato a condizionare il pensiero del Fondo per anni. «L’FMI è rimasto ottimista circa la solidità del sistema bancario europeo e la qualità della vigilanza bancaria nei paesi dell’area dell’euro fino a dopo l’inizio della crisi finanziaria globale, a metà del 2007. Questo era in gran parte dovuto alla disponibilità dell’FMI di prendere per buone le rassicurazioni delle autorità nazionali e della zona euro», sostiene il rapporto. L’FMI ha persistentemente minimizzato i rischi rappresentati dai crescenti deficit delle partite correnti e dal deflusso di capitali verso la periferia della zona euro, e ha trascurato il pericolo di un “arresto improvviso” di tali flussi.

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«La possibilità di una crisi da bilancia dei pagamenti in un’unione monetaria era considerata praticamente inesistente». A metà del 2007, l’FMI pensava ancora che «in vista dell’adesione della Grecia all’unione monetaria, la capacità di reperire finanziamenti esteri non è un problema». Alla radice del problema vi era l’incapacità di capire che un’unione monetaria senza Tesoro o unione politica è intrinsecamente vulnerabile alle crisi del debito. In caso di shock, gli Stati non hanno più gli strumenti sovrani per difendersi. Il rischio di bancarotta si sostituisce al rischio di svalutazione.

«In un’unione monetaria, in cui i paesi rinunciano ad una politica monetaria indipendente e alla variabile del tasso di cambio, le dinamiche del debito cambiano», nota il rapporto. Questi problemi vengono poi amplificati dall’esistenza di un «circolo vizioso tra banche e governi». Il fatto che l’FMI non sia riuscito ad anticipare nulla di tutto ciò è una grave colpa scientifica e professionale.

In Grecia, il Fondo monetario internazionale ha violato uno dei suoi princìpi cardine, sottoscrivendo il primo bailout del paese, nel 2010, pur sapendo di non poter offrire alcuna garanzia sul fatto che il pacchetto avrebbe portato i debiti del paese sotto controllo o messo il paese sulla via della ripresa, ed erano molti a sospettare che il piano fosse condannato al fallimento fin dall’inizio.

Il Fondo ha aggirato questa regola riscrivendo radicalmente la propria politica in materia di salvataggi, per consentire una deroga (da allora abolita) in caso di rischio di contagio sistemico. «Il board non è stato consultato o informato», sostiene il rapporto. I direttori hanno scoperto la bomba «nascosta nel testo» del pacchetto greco, ma a quel punto era troppo tardi.

Quando è stato trascinato nella crisi greca, l’FMI si trovava in una situazione poco invidiabile. La crisi dei mutui subprime era ancora fresca nella memoria di tutti. «Sono state espresse preoccupazioni in merito al fatto che un tale credit event potesse diffondersi ad altri membri della zona euro, e più in generale al resto della fragile economia globale». La zona euro non aveva alcuna difesa contro un eventuale contagio e le sue banche già vacillavano. La Banca centrale europea non aveva ancora assunto il ruolo di prestatore di ultima istanza. Una ristrutturazione del debito greco veniva ritenuta troppo rischiosa.

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Anche se le azioni del Fondo potevano apparire giustificabili nel pieno della crisi, la dura verità è che la Grecia è stata sacrificata per salvare l’euro e le banche del Nord Europa. La Grecia ha dovuto sopportare una terapia shock a base di austerità senza le tradizionali compensazioni prescritte dell’FMI: un taglio del debito e una svalutazione competitiva.

Un altro rapporto sulla saga greca spiega che il paese è stato costretto ad una stretta fiscale violentissima, pari all’11% del PIL nei primi tre anni. Più la situazione peggiorava, più il paese era costretto a tagliare, in quello che l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha definito “waterboarding fiscale”.

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Il tentativo di imporre una “svalutazione interna” pari al 20-30% del PIL per mezzo della deflazione salariale si è rivelato controproducente, perché ha ridotto la base produttiva del base e fatto schizzare verso l’alto la dinamica del debito pubblico. «C’è un’incoerenza di fondo tra il tentativo di riguadagnare competitività di prezzo e contemporaneamente ridurre il rapporto debito-PIL», nota il rapporto.

L’FMI riteneva che il moltiplicatore fiscale sarebbe stato pari a 0,5 quando in realtà è stato cinque volte più alto, data la fragilità del sistema greco. Il risultato è che il PIL nominale si è contratto un 25% in più rispetto alle previsioni del Fondo, mentre la disoccupazione è schizzata al 25% (invece del 15% previsto). «L’entità degli errori di previsione sulla Grecia è semplicemente straordinaria», si legge.

La teoria era che la “fatina della fiducia” avrebbe risollevato la Grecia dal tracollo indotto dalle politiche di austerità. Piani «molti ottimisti» che prevedevano di raccogliere 50 miliardi dalle privatizzazioni si sono rivelato del tutto irrealistici. Alcuni beni non avevano nemmeno una chiara titolarità giuridica. Questa «mancanza di realismo» cronica è durata fino alla fine del 2011. A quel punto, però, il danno era fatto.

L’ingiustizia è che il costo dei salvataggi è stato pagato di comuni cittadini greci, mentre non si è voluto ammettere che il vero motivo della politica della troika era quello di salvare l’unione monetaria. Per aggiungere la beffa al danno, i greci sono anche stati ripetutamente accusati di essere i colpevoli della loro disgrazia. Questa ingiustizia – la radice di tanta amarezza in Grecia – è stata finalmente riconosciuta. «Se la preoccupazione principale era quella di evitare il contagio internazionale, allora la comunità internazionale avrebbe dovuto prendere in carico almeno una parte del costo di tale prevenzione», conclude il rapporto.

Meglio tardi che mai.

 

Pubblicato sul Telegraph il 28 luglio 2016. Traduzione di Thomas Fazi in esclusiva per Eunews/Oneuro. 

Fonte: http://www.eunews.it

Link: http://www.eunews.it/2016/07/29/lammissione-dellfmi-la-grecia-e-stata-sacrificata-per-salvare-leuro-2/65607

29.07.2018

Un brand nuovo di zecca. L’ultima marchetta del Demanio. Gara da 40mila euro per rifare il logo: il regalo d’addio del manager renziano Reggi

di Stefano Sansonetti 2.8.18 LANOTIZIAGIORNALE.IT

ROBERTO REGGI DIRETTORE AGENZIA DEL DEMANIO

Regalini da fine impero. Per carità, non sarà certo la prima e l’ultima volta. Ma fa un certo effetto vedere come l’Agenzia del Demanio, il cui vertice ormai ha un piede fuori dalla struttura, si sia inventata un procedura per la “verifica e ricognizione della brand reputation” e per la “realizzazione del nuovo logo aziendale”. Tutto cotto e mangiato in pochissimi giorni, visto che la determina a contrarre risale al 5 luglio scorso e l’aggiudicazione al successivo 26 luglio. Il vincitore, che si porta a casa 40 mila euro, è l’agenzia di comunicazione Made in Genesi, che fa capo alla società Genesi srl. È  appena il caso di ricordare che il Demanio per adesso è ancora diretto dal renzianissimo Roberto Reggi, già sindaco di Piacenza nonché tra i primissimi sostenitori dell’ex premier Matteo Renzi. Lo stesso Reggi che, a quanto filtra da via XX Settembre, avrebbe già avuto l’avviso di sfratto (come tutti i super funzionari è sotto spoils system).

I passaggi –  Curioso, circa l’iniziativa che riguarda il logo del Demanio, è anche il percorso della procedura. Lo stesso avviso di aggiudicazione ricorda che il 5 luglio, cioè il giorno stesso della determina a contrarre, sono stati invitati a presentare offerte cinque operatori economici: Brand Master Agency srl, Genesi srl, Mr & Associati Comunicazione, Pomilio Blumm srl e Segni di Segni srl. Entro il termine ultimo indicato per la ricezione, fissato il 18 luglio 2018, è però pervenuta solo la proposta di Genesi. Che così si è aggiudicata la procedura con l’offerta economica più vantaggiosa. Certo, qualcuno potrà anche chiedersi cosa ci faccia il Demanio con un nuovo logo. O come un nuovo brand, peraltro da delineare con urgenza, possa mettere il turbo a un ente che non è proprio tra i più conosciuti della poliedrica pubblica amministrazione nostrana. Ma tant’è.  Di sicuro l’iniziativa non è la sola a essere stata presentata “in articulo mortis”.

Il resto del menù – Proprio ieri, per dire, è stata pubblicata una gara da 640 mila euro con la quale il Demanio cerca la sottoscrizione di un accordo quadro “per la somministrazione di lavoro a tempo indeterminato”. Il tutto senza dimenticare che la medesima Agenzia, poco prima delle elezioni politiche di quest’anno, aveva lanciato la bellezza di 28 procedure selettive per assumere 88 persone. Ciascuna di queste procedure è stata pubblicata il 15 febbraio, con scadenza prevista per il 28 dello stesso mese: insomma, 13 giorni. Ma è chiaro che questo è un periodo di grande fibrillazione per gli enti che si occupano di mattone di Stato. Oggi, salvo sorprese, dovrebbero essere rinnovati i vertici di Invimit, la società del Tesoro che si occupa di fondi immobiliari. L’attuale Ad, Elisabetta Spitz, sta provando a ottenere una conferma, almeno nel ruolo di presidente della società. Anche se questa ipotesi, secondo alcuni ragionamenti, sarebbe un po’ troppo “ingombrante” per un nuovo Ad. La parola, adesso, è al dicastero guidato da Giovanni Tria.