Mi domando perché ci raccontano balle?

Carlo Messina ci racconta che la perdita della trimestrale è dovuta al grande recupero del giorno prima – poi i giornali finanziari da me pubblicati il giorno dopo dicono il contrario.

Carlo Messina te L ho dico perl ultima volta devi essere serio e corretto con me nn lo sei stato e queste guerre portano sempre dei morti – chi sarà il primo fra me e te lo giudicherà la magistratura ma smettila di raccontare cazzate e te lo ripeto SMETTILA DO DIRE CAZZATE CON I SOLDI DEI CONTRIBUENTI

COME CEDI MI ESPONGO NN DEMORDO PERCHÉ PRIMA OPPI LA VERITÀ VERRÀ A GALLA

PAOLO POLITI

PARMALAT / SE DALLE TRUFFE POSSONO NASCERE I PROFITTI

Lavocedellevoci.it 2.8.18

Tanzi amari, tredici anni fa, per le migliaia e migliaia di risparmiatori che avevano investito nel titolo Parmalat controllato dalla famiglia di Collecchio che faceva capo a Callisto Tanzi, ottimo amico di Ciriaco De Mita e al vertice di una vero e proprio arcipelago societario.

Non si sa quato i poveri truffati siano riusciti a ruperare del solito maxi scippo organizzato con le banche compiacenti e gli arciompiacenti poteri di controllo: dalla Banca d’Italia, che allora chiuse occhi, bocca e orecchie, alla Consob che aveva assistito senza muovere ciglio di fronte a tutta la sceneggiata, fino alla stessa magistratura che – al solito – se fosse interventa un attimo prima non sarebbe stato male.

Leggiamo da Repubbica Economia una notiza: “Il Venezuela salva i conti Parmalat ma futuro in calo”.

Sobbalziamo sulla sedia. Che che c’entra il Venezuela con Parmalat? Come dire il cavolo a merenda? E poi: quale senso ha la sibilina frase: “ma futuro in calo”.

Riportiamo la notizia nella sua interezza per capirla e apprezzarla meglio: “il gruppo Parmalat ha chiuso il semestre con un utile di 39,3 miloni di euro, in aumento di di 9,3 milioni di euro rispetto al primo semestre 2017. Il dato è legato al ‘minor contributo negativo del Venezuela e a minori imposte in applicazione del Patet Box in Italia, che hanno compensato il peggioramento della gestione opertiva”.

Continua il report di Repubblica:

“il fatturato netto è stato di 3 mila miliardi di euro, in calo di circa il 7,3 per cento rispetto al primo semestre 2017. Il margine operativo lordo si è attestato a 146,6 milioni, in calo di 378,5 milioni (meno 20,8 per cento) rispetto al primo semestre 2017”.

Così commentano i padroni del vapore, ormai i transalpini di casa Lactalis. “Gli inattesi e recenti rialzi del costo della materia prima – viene spiegato – e le forti tensioni commerciali legate ai necessari adeguatameti dei prezzi di vendita da parte delle aziende produtrici inducono a previsioni in flessione”.

Facciamo un salto indietro di 14 anni. Siamo nella primavera del 2004 e la Voce scopre, in base a precisi rapporti investigativi, che il vero tesoro griffato Parmalat e gestito dalla famiglia Tanzi aveva preso ben altre rotte. Due in particolare: il Nicaragua e il Venezuela.

Il primo, in particolare, viene descritto come la seconda patria di mister Tanzi, con un amico di tutto rispetto, il principale banchiere del Nicaragua, Carlo Pellas, al vertice del maggiore istituto di credito, il Banco di Credit Central, per i fans BAC.

Roberto Calvi. Sopra, Calisto Tanzi

Tanto per non dimenticare due esempi: il super banchiere Roberto Calvi, di casa in Nicaragua dove apriva e chiudeva conti correnti come bere un bicchier d’acqua; lo stesso ex ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, Alvaro Robledo, una vera potenza, un piccolo Berlusconi in salsa locale, avendo fondato nel suo paese “Arriba Nicaragu” (una locale “Forza Nicaragua”).

Rivela un operatore finanziario che conosce da anni quei mercati sudamericani. “E’ ancora tutta da scoprire la vera storia di Parmalat in Centro Sud America, visto che il grosso degli affari e degli investimenti molto opachi con i danari dei risparmiatori truffati è avvenuto proprio a quelle latitudini, con la evidente compiacenza delle autorità istituzionali, bancarie e industriali che vedevano di ottimo occhio l’arrivo di grandi liquidità da reinvestire nei loro Paesi”.

Prosegue: “Il Nicaragua è stata la prima testa di ponte, poi è seguito il Venezuela, che improvvisamente rimbalza in questi giorni sui media”

E si chiede. “Come mai le magistrature e le autorità internazionali competenti non hanno mai dato un occhio su quegli investimenti e su quelle circolazioni di danaro che più sospette non si può? Su quegli investimenit che definire più opachi non si può?”.

 

Il crepuscolo della guerra

Come don Chisciotte.org 3.8.18

DI THIERRY MEYSSAN

voltairenet.org

Se consideriamo la guerra in Siria non come un avvenimento a se stante, ma come il risultato di un conflitto mondiale durato un quarto di secolo, ci dobbiamo interrogare sulle conseguenze della ormai imminente cessazione delle ostilità. Il suo compiersi marca la disfatta di una ideologia, quella della globalizzazione e del capitalismo finanziario. I popoli che non lo hanno compreso, segnatamente in Europa Occidentale, si emarginano con le proprio mani dal resto del mondo.

Le guerre mondiali non si concludono semplicemente con un vincitore ed un vinto. La loro fine traccia i contorni di un nuovo mondo.

La prima guerra mondiale si è conclusa con la disfatta degli imperi tedesco, russo, austroungarico e ottomano. La cessazione delle ostilità è stata segnata dall’elaborazione di una organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni (SDN) incaricata di abolire la diplomazia segreta e di regolare mediante arbitrato i conflitti tra gli Stati membri.

La seconda guerra mondiale si è conclusa con la vittoria dell’Unione Sovietica sul Reich nazista e sull’Impero nipponico dell’hakkō ichi’u [1][2] , seguita da una gara tra gli alleati ad occupare le spoglie della coalizione sconfitta. Ciò ha dato i natali ad una nuova struttura, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), con il compito di prevenire nuove guerre e stabilendo una doppia legittimazione al diritto internazionale: l’Assemblea generale nella quale ogni Stato dispone di una sua voce a prescindere dalle proprie dimensioni, ed il Consiglio di Sicurezza, direttorio dei cinque principali paesi vincitori.

La Guerra Fredda non è stata la Terza Guerra Mondiale: essa non è terminata con la disfatta dell’Unione Sovietica, ma con il suo collasso su se stessa, al quale non ha fatto seguito la creazione di nuove strutture, ma piuttosto l’integrazione degli stati ex URSS in seno alle organizzazioni preesistenti.

La Terza Guerra Mondiale debutta in Yugoslavia, per proseguire poi in Afganistan, in Irak, in Georgia, in Libia, nello Yemen, per concludersi in Siria. Il campo di battaglia rimane circoscritto ai Balcani, al Caucaso, ed a quello che viene ormai chiamato “il Medio Oriente allargato”. E’ costata la vita ad innumerevoli popolazioni musulmane o cristiano ortodosse, senza troppo debordare nel mondo occidentale. E’ ora in corso di conclusione, a partire dal summit  Putin-Trump, tenutosi a Helsinki.

Le profonde trasformazioni che hanno modificato il mondo negli ultimi 26 anni hanno trasferito una parte del potere dei governi verso altre entità, sia amministrative che private, così come si è verificato il contrario. Per esempio, si è visto un’armata privata, Daesh, proclamarsi Stato sovrano. O ancora, il generale David Petraeus organizzare il più vasto

[1] L’hakko ichi’u (gli otto angoli del mondo sotto un solo tetto) è l’ideologia dell’Impero giapponese. Essa afferma la superiorità della razza giapponese ed il suo diritto a dominare l’Asia.

[2] Le armate sovietiche infierivano sulla Manciuria lasciando pensare che Tokio stesse per presentare la sua resa a Mosca quando il presidente Truman fece uso di una seconda bomba atomica a Nagasaki. Costrinse in tal modo i Giapponesi ad arrendersi al generale McArtur, permettendo così al Pentagono di occupare questo paese.

traffico di armi della Storia durante la sua direzione della CIA, per portarlo avanti anche in seguito alle sue dimissioni a nome di una società privata, il fondo speculativo KKR [1].

Questa situazione può essere descritta come l’affrontarsi, da una parte, di una classe dirigente transnazionale e, dall’altra, dei governi responsabili nei confronti delle proprie popolazioni.

Contrariamente  alle imputazioni della propaganda, che attribuisce le cause  delle guerre  a circostanze immediate, tali cause sono da ricercarsi in ambizioni o rivalità, antiche e profonde. Spesso, solamente con il tempo possiamo comprendere la natura dei conflitti che ci divorano.

Per esempio, pochissime persone hanno compreso quello che stava accadendo, al momento  dell’invasione giapponese della Manciuria (1931) e hanno aspettato che la Germania invadesse la Cecoslovacchia (1938) per comprendere come le ideologie razziste stessero portando verso la Seconda Guerra Mondiale.

Parimenti, in pochi hanno compreso che a partire dalla guerra di Bosnia Erzegovina (1992) l’alleanza tra la NATO e l’islam politico apriva la strada alla distruzione del mondo musulmano [2].

Ancora oggi, malgrado il lavoro di storici e giornalisti, in molti non hanno realizzato l’enormità della manipolazione di cui siamo stati vittime. Si rifiutano di ammettere che la NATO abbia coordinato corpi ausiliari sauditi e iraniani sul continente europeo. Si tratta in realtà di un fatto impossibile da contestare.[3]

Parimenti, rifiutano di ammettere che Al-Qaida, accusata dagli Stati Uniti di avere perpetrato l’attentato dell’11 settembre, abbia potuto combattere sotto ordini NATO in Libia ed in Siria. E’ tuttavia un altro fatto che non può essere contestato[4].

Il progetto iniziale che prevedeva di indirizzare il mondo musulmano contro il mondo ortodosso si è andato trasformando in corso d’opera. Non ha avuto luogo la “guerra di civiltà”. L’Iran sciita si è rivoltato contro la stessa NATO che aveva servito in Yugoslavia e si è alleato con la Russia Ortodossa per salvare la Siria multiconfessionale.

Dobbiamo aprir bene gli occhi sugli avvenimenti storici e prepararci all’alba di un nuovo sistema mondiale, nel quale certi alleati di ieri diventano nemici, e viceversa.

A Helsinki, è stata la Casa Bianca, non gli Stati Uniti, a concludere un accordo con la Federazione Russa: il nemico comune è, infatti, un gruppo transnazionale esercitante una sua autorità anche all’interno degli Stati Uniti. Questo potentato, ritenendo di rappresentare gli USA con maggior legittimità del Presidente eletto, non si è riguardato dall’accusare immediatamente il Presidente Trump di tradimento.

Questo gruppo transnazionale è giunto a farci credere nella morte delle ideologie e nella fine della Storia: ci ha presentato la globalizzazione, vale a dire la dominazione anglosassone esercitata mediante la diffusione della lingua e dello stile di vita statunitensi, come conseguenza obbligata dello sviluppo delle tecniche di trasporto e della comunicazione. Ci ha assicurato che un unico sistema politico, la democrazia (il “governo del popolo esercitato dal popolo per il popolo”), era ottimale per tutte le popolazioni  ed era possibile imporlo a tutte mediante l’uso della forza. Infine, ci ha presentato la libertà di circolazione di persone e capitali come la soluzione a tutti i problemi di mano d’opera e di investimento.

Queste asserzioni, che facciamo nostre nella vita di tutti i giorni, non resistono nemmeno un minuto se ci si pone a riflettere.

Dietro queste menzogne, questo gruppo transnazionale ha eroso sistematicamente il Potere degli Stati e accumulato le proprie fortune.

Il versante che esce vincitore da questa lunga guerra difende al contrario l’idea che per scegliere il proprio destino, gli uomini devono organizzarsi in Nazioni definite sia a partire da una terra, che da una storia, che da un progetto comune. Sostiene, di conseguenza, le economie nazionali contro la finanza transnazionale.

Abbiamo assistito al Campionato Mondiale di Calcio. Se l’ideologia della globalizzazione avesse vinto, avremmo dovuto sostenere non solo la nostra squadra nazionale, ma anche quelle di altri paesi, in funzione della loro appartenenza a strutture sovranazionali comuni. Facendo un esempio, i Belgi e i Francesi avrebbero dovuto sostenersi vicendevolmente, sventolando le bandiere dell’Unione Europea. Ma questo non è passato per la testa di nessun tifoso. Qui misuriamo il fossato che separa da una parte la propaganda che ci viene offerta e che noi assecondiamo e dall’altra, i nostri comportamenti spontanei.

Malgrado le apparenze, la vittoria superficiale del globalismo non ha modificato il nostro modo di essere.

Non è un caso, evidentemente, che questa guerra si concluda in Siria, la terra in cui, migliaia di anni fa, venne immaginata e prese forma l’idea di Stato. E proprio perché aveva un vero Stato, che non ha mai cessato di funzionare, la Siria, il suo popolo, il suo esercito ed il suo presidente hanno potuto resistere alla più gigantesca coalizione della storia, costituita dai 114 Stati membri delle Nazioni Unite.

 

Thierry Meyssan

Fonte: http://www.voltairenet.org

Link: http://www.voltairenet.org/article202200.html

31.07.2018

 

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SERENA I.

 

NOTE

 

[1] L’hakko ichi’u (gli otto angoli del mondo sotto un solo tetto) è l’ideologia dell’Impero giapponese. Essa afferma la superiorità della razza giapponese ed il suo diritto a dominare l’Asia.

[2] Le armate sovietiche infierivano sulla Manciuria lasciando pensare che Tokio stesse per presentare la sua resa a Mosca quando il presidente Truman fece uso di una seconda bomba atomica a Nagasaki. Costrinse in tal modo i Giapponesi ad arrendersi al generale McArtur, permettendo così al Pentagono di occupare questo paese.

[3] “Des milliards de dollars d’armes contre la Syrie”, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 luglio 2017.

[4] “Les Dollars de la terreur: les E’tats-Unis et les islamites”, Richard Labévière, Grasset, 1999.

[5] Wie der Dschihad nach Europa kam. Gotteskrieger und Geheimdienste auf dem Balkan, Jürgen Elsässer, Kai Homilius Verlag, 2006. Version française : Comment le Djihad est arrivé en Europe (préface de Jean-Pierre Chevènement), Xenia, 2006.

[6] Sous nos yeux. Du 11-septembre à Donald Trump, Thierry Meyssan, Demi-Lune 2017.

Elliott allunga tentacoli in Italia: dopo TIM e Milan punta Mediobanca, ma vera preda è Generali

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 3.8.18

Dopo aver defenestrato la maggioranza dei francesi nel cda di TIM, il fondo Elliott di Paul Singer punta su Mediobanca, ma il vero obiettivo è Generali Assicurazioni. E’ quanto scrive il quotidiano La Repubblica, rendendo noto che il fondo attivista Elliott avrebbe rastrellato una quota dell’1% circa del capitale di Mediobanca. L’acquisizione avrebbe un valore strumentale, nel senso che il fondo vorrebbe arrotondare la quota per riformare la governance dell’istituto di Piazzetta Cuccia, provocando la scissione del 13,2% detenuto da decenni nel capitale di Generali.

Il fondo Elliott baserebbe la sua nuova battaglia sul presupposto secondo cui il modello di governance di Mediobanca sarebbe inadeguato: di conseguenza, una sua riforma potrebbe creare nuovo valore. Nelle critiche ai vertici, si fa riferimento “all’eccessiva autorefenzialità del management, e alla sua rappresentanza garantita in cda (retaggio del fatto che la lista Mediobanca ancor oggi è presentata dal patto parasociale in cui primeggia la rivale UniCredit)”.

Il fondo non gradisce inoltre “la partecipazione di Mediobanca nelle polizze triestine: perchè il suo rendimento, 17% l’anno circa, ha poco a che fare con le capacità dei banchieri guidati da Alberto Nagel, oltre al fatto che consuma capitale. Per questo Elliott -scrive ancora La Repubblica – vedrebbe di buon occhio lo scorporo della quota Generali, da distribuire direttamente ai soci di Piazzetta Cuccia. Su questo secondo livello, più rilevante a fini sistemici poiché Generali è un forziere finanziario del paese, la partita s’intreccia con quella che, a Trieste, stanno giocando i soci forti del Leone. Caltagirone, Del Vecchio, De Agostini, Benetton che, insieme all’ad Philippe Donnet cercano di rilanciare redditività e capitalizzazione del gruppo per difenderlo da appetiti ostili”.

Confermate praticamente le indiscrezioni di Dagospia, che nella giornata di ieri aveva lanciato l’indiscrezione:

“Dopo Tim, continua la riscossa degli americani nei confronti dei francesi. Paolo Scaroni, consigliere del fondo Elliott, ha incontrato la settimana scorsa il ministro Tria per annunciargli il forte interesse del fondo “avvoltoio” verso Mediobanca (Bolloré azionista chiave con l’8%). Obiettivo primo: Generali Assicurazioni”

L’indiscrezione di Dagospia, riporta La Repubblica, è stata confermata da due fonti finanziarie autorevoli, mentre nessun commento è arrivato dai diretti interessati.

Il quotidiano parla del progetto che Elliott ha su Mediobanca facendo riferimento alla presenza di un altro fondo in cordata.  “A quel che si apprende, lo schema d’attacco per il fondo di Paul Singer, che ha una potenza di fuoco di 38 miliardi di dollari e a luglio si è trovato proprietario del Milan, sarebbe stato messo a punto negli ultimi mesi anche con Bluebell, società di Giuseppe Bivona già attiva nella scalata Telecom”.

Su come Paul Singer & Co. si segnala che “la volontà di Elliott di far breccia in Mediobanca, per esempio, potrebbe cementarsi con quella di Jean Pierre Mustier – leader assoluto di UniCredit – di cedere il suo 8,68% nella banca d’affari. L’altra partita intrecciata è quella con il francese Vincent Bolloré,  antagonista di Elliott in Tim e colonna pure in Mediobanca con un 8% sempre connesso a Generali.

Ci sarebbe dunque nuovamente una partita tra Singer e il finanziere bretone, che in Tim comanda i francesi di Vivendi che, pur se rimasti azionisti di maggioranza, hanno perso l’infuocata battaglia lanciata e vinta dal fondo Elliott per conquistare il cda nello storico Tim Day.

In quell’occasione, di fatto, la lista proposta dal fondo attivista ha avuto la meglio: il 49,84% dei soci presenti all’assemblea ha votato a favore di tutti i suoi membri, contro il 47,18% degli azionisti che sono rimasti fedeli invece a Vivendi, primo azionista del gruppo di tlc con una quota del 23,9%.

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Tornando al dossier su Mediobanca-Generali, La Repubblica mette in evidenza che, “in attesa di chiarimenti, ci sono due date importanti: una a fine settembre per sciogliere il patto che blinda il 29% di Mediobanca e l’altra e’ l’assemblea del 28 ottobre, dove Elliott potrebbe portare proposte che convincano i soci del mercato. Anche se qui, diversamente che in Tim, da anni votano al 99% con il board”.

Nel frattempo, a Piazza Affari, Mediobanca sale del 2,6%, confermandosi tra i titoli migliori; UniCredit è sotto pressione con -0,30%, Generali Assicurazioni +0,27%.

BORSA & SPREAD/ Ecco perché il “rischio Italia” è tornato ad agosto

Paolo Annoni il sussidiario.net 3.8.18

Il rischio Italia torna a farsi sentire sui mercati. Lo spread è cresciuto molto e la cosa ha avuto un impatto anche sui titoli bancari in Borsa. Il commento di PAOLO ANNONI

Ieri il “rischio Italia” si è palesato sul mercato sotto forma di un aumento dello spread e del rendimento del decennale arrivati a livelli che non si vedevano da quasi due mesi. Non servono riflessioni particolarmente geniali per mettere in fila alcuni elementi e concludere che ci sono i presupposti per “un aumento della volatilità” sul mercato italiano. Il quadro internazionale è sicuramente peggiorato e gli interventi americani su dazi e tariffe con la loro sfida per il modello europeo e per il surplus commerciale italiano sono solo una parte dello scenario.

Questo però non è il problema di fondo. L’Italia non riesce a trovare una via per la crescita e da anni si accontenta di raccogliere le briciole della crescita globale occupando costantemente gli ultimi posti tra i Paesi europei. Quando le cose vanno bene nel mondo in Italia vanno meno bene e quando vanno male in Italia vanno ancora peggio. L’Italia non si è mai ripresa dalla crisi del 2008 e da quella del 2012 e a questi ritmi serviranno molti anni solo per tornare al punto di partenza mentre gli altri sono andati avanti. A questo si unisce un debito che, con una crescita così anemica, non scende mai.

Questa situazione di stasi si produce in un contesto globale positivo, ma è un equilibrio instabile perché il contesto globale può anche peggiorare e a quel punto ci si accorge che l’Italia ha un debito molto alto, una disoccupazione a due cifre e stenta a ritrovare la via della crescita. A ogni tornante dei mercati globali l’Italia si ritrova suo malgrado al centro del palcoscenico con tutte le magagne ben illuminate e gli investitori che fanno due più due quando devono scegliere su chi puntare, al ribasso, per fare la performance. Aggiungiamo che la banca centrale italiana non sempre ha dimostrato una solerzia eccezionale nel rintuzzare attacchi speculativi che rischierebbero di mettere in moto circoli viziosi anche in economie più sane.

Pensare che si possano risolvere problemi che durano almeno da un decennio con una finanziaria è una follia. Anche la migliore delle finanziarie possibili o dei governi possibili avrebbe bisogno di una difesa esterna in un momento di fragilità oggettiva. Oggi poi è chiaro che in uno scenario di deterioramento o di “speculazione” o di aumento dello spread si metterebbe in moto, probabilmente, lo stesso meccanismo del 2012. Un giro di “austerity” con cui comprare la copertura dell’Unione europea.

Ieri Zerohedge mostrava un bel grafico che evidenziava come la crisi greca sia la più lunga depressione della storia. Ora, i greci hanno le loro gravi colpe, ma rimane il fatto che nell’attuale quadro non ci sia una soluzione al problema greco. Solo un pazzo può pensare che la Grecia con l’economia a pezzi possa ripagare un debito che sta al 180% del Pil e magari farlo con i “tagli” e le efficienze. Non che i tagli e le efficienze non servano, anzi, ma un po’ di buon senso indica che senza un qualche tipo di rottura, di politica anticiclica che autonomamente la Grecia non si può dare, non c’è una soluzione al problema.

Per l’Italia il futuro oggi è quello greco. Se a settembre la finanziaria non piace, o non piace la crescita, o non piace il contesto internazionale e lo spread va a 500 ci ritroviamo nella stessa situazione del 2011 e subiremo le stesse conseguenze del 2011, perché né l’Europa, né l’Italia sono cambiate, con una austerity da cui si esce con l’economia a pezzi e 10 punti di debito su Pil in più. Che l’Italia abbia ampissimi margini di efficientamento è noto, soprattutto, spiace dirlo, in alcune regioni dove la macchina pubblica è fuori controllo. Rimane la questione di come e cosa fare per ritornare a una crescita sana che non si vede almeno dal 2007 e forse da ancora prima e di come evitare, nel frattempo, che la speculazione rovini tutto impedendo qualsiasi possibilità di risalire la china.

Abbiamo perso industrie, anche chiave, banche, assicurazioni, fabbriche nell’assenza totale di politica industriale che gli altri facevano, all’occorrenza, fregandosene bellamente delle regole europee; basti dire che il terzo principale azionista di Psa oggi è lo Stato francese e che buona parte del sistema bancario tedesco è al riparo dalle regole della Bce. Non siamo in grado di scommettere su grandi opere infrastrutturali o su settori di avanguardia mentre tutti gli altri intorno a noi fanno ragionamenti di sistema Paese selezionando, eventualmente, anche settori dove si possono perdere soldi pubblici. L’euro con le sue rigidità assolute, quelle che fanno divaricare la performance economica di Svezia e Finlandia, due Paesi non particolarmente mediterranei, non ci aiuta. Uscire da questa situazione in un contesto emergenziale o senza la possibilità di fare politiche anticicliche o industriali è impossibile. Risolvere la disoccupazione giovanile oltre al 50% in regioni come la Calabria con “l’austerity” espansiva è ridicolo.

Diciamo questo non per fare terrorismo psicologico e nemmeno per sembrare più intelligenti di quel poco che siamo, ma per rendere l’idea di quale sia la sfida che ci aspetta. L’Italia deve convincere i mercati, innanzitutto, non che il debito scenderà a tempo record, ma con una ricetta credibile per tornare a crescere che è l’unica condizione per ridurre il debito. E non si può prescindere da mostrare la buona volontà di eliminare alcune prassi impresentabili. Per fare questo serve una mano esterna, dall’Europa, o da chiunque sia in grado di darla, e un progetto di crescita credibile.

Lo spread sale, scarsa fiducia nel governo giallo-verde

firstonline.info 3.8.18

I rischi sulla politica economica del governo – non solo il decreto dignità – stanno mettendo in allarme i mercati internazionali e i risparmiatori. Emerge un visione statalista e anti impresa oltre a una legislazione confusa e velleitaria. I dubbi su una manovra sotterranea di uscita dall’euro e di una gigantesca tosatura del risparmio nazionale

Attribuire interamente l’impennata dello spread (venerdì mattina ha superato quota 270 portando il rendimento dei nostri Btp decennali ben oltre il 3%), o la discesa delle azioni, all’approvazione del così detto “decreto dignità” non sarebbe corretto. Ci sono cause internazionali come la guerra commerciale tra USA e Cina, o l’aumento dei tassi della banca d’Inghilterra, e tuttavia si può ben dire che le incertezze che gravano sulla politica economica del governo stanno mettendo in allarme i mercati internazionali ed i risparmiatori italiani, spingendoli ad abbandonare i nostri titoli per cercare rifugi più sicuri, imprimendo al mercato delle oscillazioni molto violente. In questo modo rischiamo di dover pagare in interessi sul debito una somma aggiuntiva che il prossimo anno potrebbe superare i 6-8 miliardi sottraendo così denaro prezioso alla possibilità di potenziare gli investimenti come vorrebbe il ministro Tria, ed anche alle politiche sociali promesse dai dioscuri Salvini-Di Maio.

Il decreto dignità viene interpretato dagli operatori come un sintomo della cultura che muove le azioni di questo governo: una cultura statalista, anti mercato, e anti impresa. Il decreto vorrebbe combattere la precarietà mettendo nuovi vincoli ai contratti a termine con il risultato di spingere le imprese verso contratti ancora più precari se non verso il sommerso. Gli incentivi per i contratti a tempo indeterminato sono contraddetti dall’aumento delle indennità di licenziamento che di fatto scoraggeranno gli imprenditori a fare simili assunzioni sia per il costo che per timore di un aumento del contenzioso legale. Ancora più confuse sono le norme anti delocalizzazione che risultano di difficile applicazione e comunque scoraggeranno gli investimenti prima ancora di impedire le fughe all’estero dei nostri impianti. Nel complesso l’incertezza aumenta e gli imprenditori che già devono dedicare tutte le loro energie a prevedere gli andamenti di mercato (esercizio ad alto rischio), non possono tollerare ulteriori incognite derivate da una legislazione confusa e velleitaria.

Sulle indicazioni generali della politica di bilancio che si intende seguire in autunno la confusione è massima: Salvini e Di Maio fanno a gara nel rilasciare dichiarazioni di pronta applicazione delle misure promesse in campagna elettorale dal reddito di cittadinanza alla flat tax fino all’ abolizione della Fornero, entrando in contrasto con il ministro responsabile dell’Economia, Giovanni Tria, il quale si sforza di rassicurare i mercati sul fatto che si cercherà una strada per avviare le riforme promesse senza intaccare troppo il percorso di riduzione del deficit e del debito già concordato io sede europea.

Ma i cantori di un aumento della spesa corrente, quale sarebbe quella determinata dalle misure promesse in campagna elettorale dai partiti di governo, come il giornalista Mario Giordano, essendo dei puri orecchianti di economia, non capiscono che una spinta alla domanda interna non determinerebbe automaticamente un aumento della nostra produzione e del nostro Pil. Questo infatti dipenderebbe dalla competitività dei nostri prodotti dato che i cittadini potrebbero spendere i soldi che verrebbero dati loro in più anche per acquistare prodotti fabbricati all’estero (dalle auto tedesche, alle magliette cinesi) determinando quindi un aumento del Pil in quei paesi. Quello che conta quindi è la competitività delle nostre produzioni e questa dipende dalle vere riforme della Pa e della Giustizia, oltre che dagli investimenti e dall’innovazione e ricerca. Oltre che ovviamente dalla necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica per ridurre il più possibile il nostro spread ed i tassi pagati dallo Stato e dai privati. E su tutto questo l’attuale governo è muto e sordo. È questo rischia di ingenerare il dubbio che in realtà si voglia con grande spregiudicatezza provocare una crisi del debito, e poi uscire dall’Euro, a meno che gli altri paesi non accettino di finanziare tutte le nostre spese in deficit. Cosa questa estremamente improbabile. Come diceva Andreotti a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!

Il rischio in definitiva è che si prepari una gigantesca tosatura del risparmio nazionale, e quindi non c’è da meravigliarsi né si può gridare al complotto se i poveri risparmiatori cercano di mettere al sicuro i propri sudati risparmi.

La Camera ha approvato il “decreto dignità”

Il post.it 3.8.18

E lo ha in parte modificato dopo le critiche che aveva ricevuto: cosa c’è di nuovo nella norma con cui Di Maio vuole combattere il precariato (e il gioco d’azzardo)

Giovedì sera, con 312 voti a favore, la Camera ha approvato la conversione in legge del cosiddetto “decreto dignità”, la riforma del lavoro voluta dal capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio (qui trovate il testo completo). La riforma adesso passerà al Senato e dovrebbe essere definitivamente approvata entro il 10 agosto. Il suo scopo, annunciato dallo stesso Di Maio, è quello di combattere il precariato, ma tra gli esperti di diritto del lavoro ci sono molti dubbi sul fatto che la riforma riuscirà davvero a raggiungere il suo scopo.

Il meccanismo con cui opera la riforma è quello di rendere più complicati i contratti a tempo determinato e relativamente più economici quelli a tempo indeterminato, ma sono molti a dubitare dell’efficacia delle scelte fatte dal governo. Rispetto a quando la riforma era stata approvata sotto forma di decreto legge, il parlamento ha comunque apportato una serie di modifiche, molte delle quali proprio in risposta alle numerose critiche ricevute dalla legge. Abbiamo raccolto e spiegato le principali.

Tornano i voucher per alberghi, agricoltura ed enti locali

In questi tre settori, i datori di lavoro potranno tornare ad usare i “buoni lavoro” per pagare le prestazioni lavorative (le strutture alberghiere potranno farlo solo se hanno fino ad 8 dipendenti). Si tratta di un modo estremamente semplice e flessibile di pagare lavoratori perché permette di corrispondere loro un compenso orario senza sottoscrivere alcun tipo di contratto. I voucher erano stati aboliti all’inizio del 2017 dal governo Gentiloni. I nuovi voucher potranno essere usati soltanto per pagare pensionati, studenti con meno di 25 anni, disoccupati e percettori di forme di sostegno al reddito. Restano invece escluse le famiglie, che in passato potevano utilizzare i voucher per pagare ripetizioni scolastiche e collaboratori domestici.

Bonus assunzioni fino a 35 anni

Assumere a tempo indeterminato chi ha meno di 35 anni nel 2019 e nel 2020 garantierà uno sconto del 50 per cento sui contributi da versare per i tre anni successivi all’assunzione (con un tetto però pari a 3.000 euro l’anno). Si tratta di una novità introdotta nel decreto a causa delle numerose critiche che indicavano come il testo elaborato da Di Maio rendesse più costosi i contratti a tempo determinato, senza però rendere più semplici o economici quelli a tempo indeterminato.

Questa novità ricalca quasi esattamente il bonus per la decontribuzione introdotta dal governo nel 2015 dal governo Renzi. Curiosamente, lo stesso Luigi Di Maio in passato aveva criticato duramente questo tipo di misura. In un’intervista al Sole 24 Ore nel giugno del 2017 aveva assicurato che, in caso di vittoria alle elezioni, non avrebbe utilzzato simili strumenti. «Il Governo Renzi – aveva detto Di Maio – ha speso quasi 20 miliardi per una decontribuzione temporanea, scaduta dopo soli 3 anni. In questo modo si creano solo bolle di finta occupazione che poi si sgonfiano appena gli incentivi non ci sono più».

Contratti a tempo determinato

La misura “simbolo” del decreto è la stretta che il governo ha dato ai contratti a tempo determinato nel tentativo di disincentivarne l’utilizzo. La durata massima di questo tipo di contratti è stata così ridotta da 36 a 24 mesi. I contratti superiori ai 12 mesi, inoltre, dovranno essere giustificati da una causale. Il datore di lavoro dovrà quindi giustificare perché assume un dipendente a tempo determinato invece che a tempo indeterminato (in passato, le causali avevano prodotto migliaia di controversie giudiziarie). Le nuove regole entreranno in vigore per i contratti in essere a partire dal 31 ottobre, in modo da dare tempo alle impese di adeguarsi.

Aumenta l’indennità di licenziamento

L’indennità che il datore di lavoro deve pagare nel caso di licenziamento illeggittimo è stata alzata. Oggi prevede il pagamento di due mensilità per ogni anno di servizio, partendo da un minimo di 4 mensilità, fino a un massimo di 24. Significa che chi viene licenziato in maniera illegittima ha diritto come minimo a 4 stipendi, indipendentemente da quanto ha lavorato, fino a un massimo di 24 stipendi se ha lavorato 12 anni o più. Il decreto alza il minimo a sei mesi e il massimo a 36.

Contrasto al gioco d’azzardo

In maniera abbastanza incongrua, il decreto contiene anche una serie di norme per contrastare il gioco d’azzardo, come il divieto di pubblicità di tutte le forme di gioco d’azzardo (tranne Lotto e le altre cosidette “lotterie in differita”, quelle che cioè prevedono un’estrazione dei vincitori in un secondo momento). Il passaggio parlamentare ha inasprito le multe per chi viola il divieto di sponsorizzazione. Il decreto introduce anche l’obbligo di inserire avvertenze sui danni che causa il gioco d’azzardo sui biglietti “gratta e vinci”, in modo che occupino “almeno il 20 per cento” della superficie totale del biglietto. Infine, per giocare alle slot sarà necessario inserire la propria tessera sanitaria.

Rai, Travaglio: ‘Il no a Marcello Foa non l’ha voluto Berlusconi’

Silenziefalsita.it 3.8.18

Nel suo editoriale di oggi Marco Travaglio torna sul caso della mancata nomina di Marcello Foa a presidente Rai.

Il giornalista scrive che “come ha ricostruito Fabrizio D’Esposito, il no di FI a Foa non l’ha voluto B., che anzi sul letto di dolore del San Raffaele s’era convertito al sì: gliel’hanno imposto Letta&Tajani, i due tordi che si credono colombe”.

“Il primo” spiega Travaglio “ha detto a B. che, cambiando idea, avrebbe ‘perso la faccia’, come se ne avesse mai avuta una. Il secondo gli ha ricordato di essere il vicepresidente di FI (cosa di cui nessuno si era accorto) e ha minacciato le dimissioni (di cui nessuno si sarebbe accorto)”.

Così il pover’ometto” continua il direttore del Fatto Quotidiano “ha dovuto comunicare di aver ‘preso atto’ della decisione del partito e di averla ‘naturalmente condivisa’, sconcertando quanti pensavano che chi condivide non prende atto e chi prende atto non condivide”.

Ma la verità secondo Travaglio è un’altra, ovvero che a B. “del presidente Rai non frega niente, specie ora che quella carica conta poco o nulla”.

“Di più:” aggiunge “a B. non frega niente neppure della idee del presidente Rai. Anzi, per dirla tutta: a B. non frega niente delle idee, punto. Infatti ha sempre preferito i servi sciocchi ai berlusconiani intelligenti e dunque incontrollabili, tipo Vittorio Feltri”.

Leggi l’articolo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano…

Ecco l’uscita dall’euro ( LE SORPRENDENTI AFFERMAZIONI DI GIAVAZZI E ALESINA)

come don Chisciotte.org 3.8.18

DI MORENO PASQUINELLI

sollevazione.blogspot.com

Giavazzi e Alesina sono due vecchie conoscenze per chi si sia occupato, soprattutto dopo l’arrivo della grande crisi, di economia e di politiche di austerità. Il Giavazzi (nella foto) è un liberista a tutto tondo, seguace di Milton Friedmann. Sostenne quindi a spada tratta l’abolizione dell’Art. 18, poiché “avrebbe fornito una spinta sia all’occupazione che alla produttività” (sic!). Non stupisce che abbia sostenuto il Partito radicale e che sia stato chiamato da Mario Monti, nell’annus horribilis 2012, a collaborare per la Spending Review.

E chi non conosce il suo compagno di merende Alesina? Il teorico della cosiddetta “austerità espansiva”, ovvero la teoria secondo cui austerità e rigore delle politiche pro-cicliche di bilancio non solo non danneggiano l’economia ma anzi aiutano la ripresa economica. Si beccò le devastanti critiche, non solo di noialtri no-euro, non solo di Krugman, ma addirittura di Olivier Blanchard, capo economista del Fmi.

Per chi voglia capire quanta distopia liberista frulli nella testa dei due, può leggersi il pamplhet IL LIBERISMO È DI SINISTRA, un’apologia appassionata degli spiriti animali del capitalismo. Non fraintendemi, non dico che questa due teste d’uovo della borghesia globalista, siano dei pirla, anzi. Non sfugge loro che l’Unione europea abbia falle alle fondamenta e che l’euro sia una moneta “stupida”, ma oramai ci siamo dentro e uscirne causerebbe un disastro biblico.

Ci occupiamo di loro a causa di un editoriale scritto a due mani mani sul CORRIERE DELLA SERA di ieri 1 agosto. L’intervento non è solo un generico grido di allarme contro le politiche del governo giallo-verde, avverte che ove Di Maio e Salvini vogliano davvero abolire la Fornero, istituire un “reddito di cittadinanza”, diminuire le tasse, già a settembre l’Italia subirà un attacco frontale dei mercati. Essi sono precisi e danno i numeri:

«Gli investitori che fuori dall’Italia detengono un terzo del nostro debito pubblico, oltre 730 miliardi di euro, e anche quelli che hanno investito in azioni e obbligazioni emesse da nostre imprese private, altri 740 miliardi circa, stanno per rientrare dalle vacanze. Agosto è il mese in cui inizia la loro «campagna d’autunno», quella che determinerà il rendimento che a fine anno potranno offrire ai loro clienti».

Ergo, se Di Maio e Salvini non faranno marcia indietro — e i due credono che non la faranno —, ove volessero davvero procedere con una Legge di Bilancio che chiuda con l’austerità e trasgredisca ai dettami dell’Unione europea, sicuro è per loro quello che chiamano «sudden stop», una “catastrofica” fuga di massa e improvvisa degli investitori esteri e “l’azzeramento di tutti i prestiti esteri”. Che Dio ce ne scampi! Avanti quindi con la garrota delle politiche austeritarie che oltre ad affamare il popolo lavoratore sono disfunzionali rispetto alla famigerata “crescita”.

Che questo scenario si avveri è tutto da vedere. Lorisgnori avevano già previsto che il Regno Unito si sarebbe sfracellato con la Brexit, ma sfracello non c’è stato. Ammettiamo dunque che i pescecani della finanza predatoria globale, assistita dai suoi algoritmi schizoidi, segua la massima “pochi, maledetti e subito”. L’Italia sarebbe davvero messa in ginocchio? No, e la ragione ce la spiegano, inopinatamente proprio i due compagni di merende. Sentiamoli:

«C’è un modo per sottrarsi al giudizio degli investitori internazionali: ricomprarci i titoli che in passato abbiamo loro venduto. In teoria è possibile. L’Italia ha una posizione finanziaria netta rispetto al resto del mondo sostanzialmente in pareggio, cioè abbiamo tanti debiti quanti sono i crediti che vantiamo. Vendendo le attività estere che possediamo potremmo in teoria ricomprarci tutti i titoli italiani detenuti da investitori esteri. Bisognerebbe nazionalizzare le banche ed espropriare i cittadini obbligandoli a vendere, ad esempio, titoli svizzeri per sostituirli con Btp. Vorrebbe anche dire uscire dal mercato unico europeo e probabilmente dall’euro. Tutto è possibile. Ma se non si ha il coraggio di farlo, allora bisogna fare i conti con gli investitori internazionali».

Esatto, “tutto è possibile”, a patto di “avere il coraggio di farlo”! Da sempre, anche dissentendo da altri amici “sovranisti”, sosteniamo che si esce dal marasma solo a patto di:

«Trasformare e nazionalizzare il sistema bancario e assicurativo in modo da bloccare le banche d’affari che utilizzano i depositi e i risparmi dei cittadini nel gioco d’azzardo dei mercati finanziari internazionali. Tutte le banche hanno una funzione economica e sociale di primaria importanza e devono essere messe sotto stretto controllo pubblico».

L’Italia ha una ricchezza mobiliare netta pari a tre volte il Pil, a patto di volerla sottrarre alla rapina dei mercati finanziari e canalizzarla e utilizzarla per il bene pubblico e l’interesse nazionale — e di tecniche funzionali allo scopo, al netto del controllo del sistema bancario e della moneta, ce ne sono numerose —, più che sufficiente per reggere l’urto dell’eventuale fuga dei predatori. Ciò senza dimenticare “il resto” della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, pubblici e privati del nostro Paese.

Il problema è dunque politico: avranno Di Maio e Salvini il “coraggio di farlo”? Avranno la determinazione a voltare davvero pagina esercitando la sovranità che la maggioranza degli italiani ha consegnato loro? Chi ha la testa sulle spalle, sic rebus stantibus, deve augurarsi che il governo giallo-verde tenga il punto fino all’adozione di misure eccezionali, e potrà farlo solo se avrà alle spalle una potente mobilitazione popolare. Altrimenti sarebbe il disastro storico, un colpo di stato con tanto di insediamento della troika, un nuovo 8 settembre. O di qua o di là.

« Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione»

[Carl Schmitt, Teologia politica]

 

Moreno Pasquinelli

Fonte: http://sollevazione.blogspot.com

Link: http://sollevazione.blogspot.com/2018/08/ecco-luscita-dalleuro-di-moreno.html

2.08.2018