Le Pantere Nere sono ancora in prigione dopo 46 anni, saranno mai liberate?

comedonchisciotte.Org 4.3.18

ED PILKINGTON

theguardian.com

Antoinette Russell ricorda come se fosse ieri la prima volta che le hanno fatto credere che avrebbe potuto finalmente incontrare suo padre da uomo libero. L’aveva chiamata da un telefono della prigione, con la voce tremante per l’eccitazione, e le aveva detto: “torno a casa!

Questo succedeva 17 anni fa. Da allora, ogni due anni, deve sottostare alla medesima tortura. “[Ogni volta] chiama dicendo la stessa cosa: torno a casa,” mi dice, mentre la intervisto nella sua casa di Montgomery, Alabama.

Sono arrivata al punto che gli dico: papà, non voglio sentirti più. Ogni volta mi faccio delle illusioni pensando che tu verrai rilasciato, e poi non lo sei. Ogni volta mi sembra di morire.

A millecinquecento chilometri di distanza, a Deer Park, Long Island, Diane Piagentini è intrappolata esattamente nello stesso, drammatico, corso e ricorso degli eventi, collegato alla medesima persona. “Ogni due anni ti strappano il cerotto che avevi sul cuore e ti tocca ricordare tutto quello che era successo e riviverlo in continuazione,” mi dice.

Si potrebbe provare anche a misurare il dolore insopportabile che attanaglia queste due donne, ma le somiglianze finiscono qui: non hanno nulla in comune quando si tratta di decidere quale dovrebbe essere il destino di quest’uomo.

La Russell spera che a suo padre venga concessa la libertà. La Piagentini prega che possa marcire nella sua cella, per sempre.

“Deve rimanere in cella per il resto della sua vita. Quando ci si macchia di un crimine efferato come quello, si merita solo la pena di morte.”

L’oggetto delle attenzioni delle due donne è il padre di Antoinette Russell, Jalil Muntaqim che, nel carcere di massima sicurezza, è conosciuto con il suo nome di battesimo, Anthony Bottom, numero di matricola 77A4283.

Jalil Muntaquim, che ha trascorso gli ultimi 47 anni in prigione.

Ex membro del partito delle Pantere Nere e del suo braccio armato clandestino, il Black Liberation Army, ha trascorso quasi 47 anni in prigione per il ruolo avuto nell’omicidio di due agenti di polizia a New York City, nel 1971. Uno di questi agenti era Joseph Piagentini, il marito di Diane.

Muntaqim è uno dei 19 estremisti di colore, comprese due donne, ancora in prigione dopo più di 40 anni dall’arresto per atti di violenza commessi durante la loro lotta di liberazione. L’anno prossimo, il condannato che sta scontando la pena da più tempo, Romaine “Chip” Fitzgerald, sarà stato incarcerato per mezzo secolo. Il più anziano, Sundiata Acoli, ha 81 anni.

Dal 2000, altri dieci estremisti sono morti in prigione per malattia.

I 19 estremisti attualmente incarcerati facevano tutti parte del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere. Hanno combattuto per il Potere Nero, sono stati condannati per aver ucciso in suo nome, anche se molti di loro si professano innocenti, e oggi sono ancora in prigione per causa sua.

Mentre invecchiano, e la pena si allunga, lo scontro etico su che cosa fare di questi uomini e donne si fa sempre più intenso. La settimana scorsa si era verificato uno sviluppo inatteso, che avevamo segnalato in anteprima; Robert Seth Hayes, ex membro, come Muntaqim, delle Pantere Nere e del Black Liberation Army, era stato rilasciato,  all’età di 69 anni, dallo stesso carcere di massima sicurezza di New York.

Hayes aveva trascorso 45 anni in prigione per l’omicidio di un agente della New York City Transit Police, Sidney Thompson, durante uno scontro avvenuto nella stazione del Bronx nel 1973. Era stato condannato ad una pena variabile da 25 anni all’ergastolo.

Era diventato idoneo alla richiesta di libertà vigilata nel 1998, ma, ogni due anni, si era sentito ripetere sempre la stessa cosa: nonostante fosse un detenuto modello, agli occhi della commissione per la libertà vigilata rimaneva sempre una minaccia per la società. Solo all’undicesimo tentativo, 20 anni dopo, con la salute ormai in rapido declino, era riuscito a convincerli di essere degno della riabilitazione.

Il rilascio di Hayes alza ancora di più la posta in gioco, perché costringe le autorità di New York e quelle di tutto il resto del paese a porsi la domanda cruciale: esiste qualcosa di simile alla riabilitazione per chi ha ucciso agenti di polizia in nome della causa rivoluzionaria del Potere Nero? Bisogna rinunciare alla politica della libertà condizionata basata sul merito? O il sistema giudiziario degli Stati Uniti li ha selezionati per una condanna all’ergastolo estremamente punitiva perchè li ritiene prigionieri politici, proprio come si autodefiniscono quegli uomini e quelle donne?

Negli ultimi due anni ho intervistato otto estremisti neri che avevano tutti trascorso lunghi periodi di detenzione. Attraverso visite in carcere, lettere ed email, gli attivisti mi avevano raccontato storie sorprendentemente simili, di come avessero trascorso quasi tutta la loro vita in cella e del lungo cammino verso una libertà che non arriva mai. Sei di essi sono fra i diciannove che, attualmente, sono ancora in carcere.

Uno degli aspetti che colpisce di più nelle loro storie è la costante passione per la causa dell’emancipazione dei neri. La loro convinzione sul valore di questa lotta contro l’ingiustizia è pura e adamantina.

Prendete Jalil Muntaqim, 66 anni. Secondo i termini della sua condanna per duplice omicidio, ha ottenuto il diritto ad essere valutato, ogni due anni, per la libertà condizionata fin dal 2002. Ad agosto ripartirà tutta la trafila: comparirà davanti alla commissione per la libertà vigilata e perorerà la causa del suo rilascio per la nona volta.

Alla commisione parlerà del suo rimorso nei confronti delle famiglie degli agenti uccisi. Parlerà del rimorso che prova verso la sua stessa famiglia, da cui manca ormai da 46 anni.

Ma non rinuncerà al suo credo politico.

Come mi ha detto durante un’intervista di due ore nell’istituto di pena Sullivan, nella zona nord di New York: ”Se ti rendi conto dell’oppressione che ha dovuto subire il popolo nero in questa nazione, nessuno si pentirà mai di essere stato considerato un rivoluzionario. Io non ho nessun rimpianto.”

Le Pantere Nere, che ufficialmente hanno cessato di esistere nel 1982, sono ritornate nuovamente di moda, postume, negli ultimi due anni. La scena di apertura del film di successo “Black Panther” è stata girata in un campo di pallaccanestro di Oakland, un preciso riferimento al luogo dove era stato fondato il partito nel 1966. La cantante Beyoncé aveva stupito l’America quando, nello spettacolo dell’intermezzo del Super Bowl del 2016, aveva reso omaggio alle Pantere Nere con un’esibizione comprendente giacche di cuoio, berretti e pugni alzati.

Dietro questa parvenza di interesse popolare per le Pantere Nere, non esiste in pratica un dibattito pubblico su questa rivolta degli anni ‘70 e su quello che ne è seguito. Assai scarsa è la compresione del pubblico su come avessero fatto le Pantere Nere, originarie di Oakland, ad avere 70 sezioni in tutti gli Stati Uniti, di come avessero affrontato a viso aperto la brutalità poliziesca, tipica dei centri urbani, nei confronti degli Afro-Americani, su come avessero sviluppato un sofisticato programma di aiuti sociali che includeva mense per i poveri ed anche scuole elementari, e come tutto questo avesse scatenato la feroce repressione del governo federale e dell’FBI, che aveva portato a numerosi conflitti a fuoco, incursioni, intercettazioni illegali, gioco sporco e, infine, allo scioglimento del partito nel 1982.

Ancora meno si sa dei molti attivisti delle Pantere Nere che erano stati imprigionati.

In breve, adesso potrà anche essere di moda la giacchetta di pelle delle Pantere Nere, ma c’è veramente uno scarsissimo interesse per le uniformi da carcerato degli ex-attivisti ancora dietro le sbarre.

Le Pantere Nere manifestano davanti al tribunale di New York City nel 1969.

 

Il viaggio che mi aveva letteralmente immerso nelle vite delle ex-Pantere Nere in carcere era iniziato nel 2015 con Albert Woodfox, un membro del cosiddetto Angola Three che, all’epoca, deteneva il primato di essere il prigioniero americano ad aver trascorso più tempo in cella d’isolamento. E’ rimasto in segregazione cellulare, quasi senza interruzioni, per 43 anni.

Insieme ad un suo compagno, Herman Wallace, Woodfox aveva fondato una sezione delle Pantere Nere nell’Angola, il famoso carcere di massima sicurezza in Louisiana, costruito sul terreno di una vecchia piantagione di cotone. Il nome ricorda la nazione africana da cui i proprietari della piantagione facevano arrivare gli schiavi.

Quando Woodfox era stato mandato all’Angola per rapina, nel 1971, la prigione era completamente segregata, con un’ala per i detenuti bianchi ed una separata per quelli afro-americani. I secondini erano esclusivamente bianchi.

Fulgido esempio del legame che unisce la schiavitù e l’incarcerazione di massa dell’era moderna, i prigionieri di colore erano utilizzati come forza lavoro a basso costo. Ogni giono, i detenuti di colore venivano raggruppati, incatenati e portati nei campi intorno al penitenziario, gli stessi campi che un tempo erano appartenuti alla piantagione, e fatti lavorare sotto il sole cocente.

A raccogliere cotone.

Woodfox e Wallace avevano iniziato, tramite la sezione delle Pantere Nere, ad organizzare gli altri detenuti di colore per  indurli a protestare contro questa moderna forma di schiavitù. La cosa non era piaciuta alle autorità della prigione.

Un anno dopo, entrambi erano stati accusati dell’omicidio di un agente di custodia di nome Brent Miller, pugnalato a morte durante una rivolta carceraria. Sulla scena del delitto era stata raccolta una notevole quantità di prove, ma nessuna che potesse incriminarli, compresa un’impronta digitale insanguinata su un muro.

Nonostante ciò, erano stati giudicati colpevoli da una giuria di soli bianchi e condannati all’ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata. Subito dopo la sentenza, Woodfox e Wallace erano stati messi in cella di isolamento, dove sarebbero rimasti per altri 40 anni.

Le dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni dalle autorità carcerarie dell’Angola avevano chiarito le ragioni di questo trattamento eccezionalmente severo. L’allora direttore dell’Angola, Burl Cain, aveva detto, nel 1995, che aveva posto Woodfox in isolamento perché “stava ancora cercando di diffondere l’ideologia delle Pantere Nere.” Cain aveva aggiunto che non aveva voluto che il prigioniero fraternizzasse con gli altri “perchè avrebbe arruolato i nuovi, giovani detenuti.”

Nel novembre del 2015, subito prima che gli fosse finalmente concessa, all’età di 69 anni, la possibilità di uscire come uomo libero, Woodfox mi aveva scritto. Nella lettera mi descriveva cosa volesse dire passare 43 anni di vita in una cella di 1,8 x 2,7 metri, con solo un giaciglio di cemento, un gabinetto e un lavandino, con una feritoia nella porta metallica in cui far passare il cibo.

Mi aveva scritto di come fosse sopravvissuto, dentro la cella, ai ricorrenti attacchi di claustrofobia: “Per me il problema era capire quando stava per arrivare la crisi. Mi rendevo conto dello spazio e del tempo. I vestiti cominciavano a stringere. Cominciavo a sudare e diventava difficile respirare. Come se l’atmosfera si stringesse intorno a me e mi schiacciasse.”

Mentre Woodfox e Wallace passavano gli anni in isolamento nell’Angola, migliaia di altri giovani afro-americani entravano a far parte del partito delle Pantere Nere ad Oakland, Los Angeles, Chicago, New York e in tutti gli Stati Uniti. Anche se il partito era stato fondato da due uomini, Huey Newton e Bobby Seale ed aveva un taglio militare che potremmo definire maschilista, numerosi posti di responsabilità erano stati occupati anche dalle donne.

Fra di loro vi erano Afeni Shakur, madre del rapper Tupac Shakur, Elaine Brown, che sarebbe diventata capo del partito dopo la fuga a Cuba di Newton; Assata Shakur, nota come Joanne Chesimard, una leader del Black Liberation Army, anch’essa riparata a Cuba, dove vive tutt’ora in esilio, ancora sulla lista dei terroristi più ricercati dall’FBI.

Il movimento, contrariamente alla sua fama di violenza, dedicava la maggior parte del tempo al lavoro di comunità. Forniva colazioni gratuite ai bambini poveri dei quartieri neri, allestiva scuole e ambulatori medici per chi non poteva accedere al sistema sanitario e pubblicava un suo proprio quotidiano, il Black Panther, al costo di 10 cent., con una tiratura settimanale che era arrivata, nei periodi di punta, a 250.000 copie.

In contrasto con i toni misurati del movimento per i diritti civili di Martin Luther King, le Pantere si consideravano allineate ai gruppi internazionali rivoluzionari dell’Angola, del Mozambico e del Vietnam. Alle nuove reclute, conosciute come PITS (Panthers-in-Training), veniva fatto studiare il “Libretto Rosso” di Mao e “I dannati della Terra” di Frantz Fanon.

Membri del partito delle Pantere Nere distribuiscono gratuitamente abiti alla popolazione di New Haven, Connecticut, 1969.

 

Nell’ottobre del 1966, Newton aveva riassunto gli obbiettivi del partito in un programma di dieci punti. Comprendeva un appello contro la brutalità della polizia, non dissimile da quanto chiede oggi Black Lives Matter, una istanza per la riforma del sistema giudiziario, che potrebbe benissimo essere quella dell’American Civil Liberties Union, e una richiesta per la piena occupazione, per case decenti e per un buon sistema scolastico che sembra uscita dalla bocca di Bernie Sanders.

A queste richieste relativamente tradizionali era stato sovrapposto un forte sentimento di militanza nera, in contrasto con l’approccio moderato di King o con la radicata politica progressista di oggi. “Vogliamo porre fine alla rapina capitalistica della nosta Comunità Nera”, si leggeva al punto n° 3 e si continuava chiedendo un risarcimento per la schiavitù subita, consistente in due muli e 40 acri di terreno, un chiaro riferimento alla promessa, non mantenuta, fatta dal generale William Sherman di liberare gli schiavi alla fine della guerra civile.

Poi c’era l’enfasi sul militarismo e sulla lotta armata. Anche la struttura stessa dell’organizzazione era una provocazione, configurare il partito come uno stato all’interno dello stato.

Nell’ottobre del 1966, Newton aveva riassunto gli obbiettivi del partito in un programma di dieci punti. Comprendeva un appello contro la brutalità della polizia, non dissimile da quanto chiede oggi Black Lives Matter, una istanza per la riforma del sistema giudiziario, che potrebbe benissimo essere quella dell’American Civil Liberties Union, e una richiesta per la piena occupazione, per case decenti e per un buon sistema scolastico che sembra uscita dalla bocca di Bernie Sanders.

A queste richieste relativamente tradizionali era stato sovrapposto un forte sentimento di militanza nera, in contrasto con l’approccio moderato di King o con la radicata politica progressista di oggi. “Vogliamo porre fine alla rapina capitalistica della nosta Comunità Nera”, si leggeva al punto n° 3 e si continuava chiedendo un risarcimento per la schiavitù subita, consistente in due muli e 40 acri di terreno, un chiaro riferimento alla promessa, non mantenuta, fatta dal generale William Sherman di liberare gli schiavi alla fine della guerra civile.

Poi c’era l’enfasi sul militarismo e sulla lotta armata. Anche la struttura stessa dell’organizzazione era una provocazione, configurare il partito come uno stato all’interno dello stato.

Huey Newton parla alla convention per la fondazione del Partito Popolare Rivoluzionario nel 1970.

 

Come dice Mumia Abu-Jamal, una ex-Pantera Nera, incarcerato per 37 anni per l’omicidio di un agente di polizia di Filadelfia, “Il partito delle Pantere Nere si comportava come uno stato-ombra, con i suoi ministri, il suo personale in uniforme e i suoi soldati, in feroce opposizione al governo degli Stati Uniti.”

Una delle prime attività del partito era stata la “vigilanza sulla polizia”, durante la quale i suoi membri monitoravano l’attività delle forze dell’ordine nelle vie di Oakland, in un periodo in cui gli attacchi della polizia alla popolazione nera erano un fatto quotidiano. E’ difficile che una cosa del genere possa succedere al giorno d’oggi, ma, allora, quando vedevano agenti di polizia fermare e perquisire giovani Afro-Americani, le Pantere Nere si avvicinavano e osservavano la scena, facendo volontariamente intravedere le pistole che portavano alla cintura.

Newton aveva studiato le leggi californiane sul possesso delle armi e sapeva che girare armati in pubblico, senza nasconderlo, alla fine degli anni ‘60 era legale. I legislatori dello stato avevano risposto nel 1967 proibendo il “porto libero” e, per celebrare l’evento, più di 20 Pantere Nere erano entrate impugnando le armi nel Campidoglio di Sacramento durante il dibattito.

La minaccia di una insurrezione armata dei rivoluzionari neri aveva scatenato una dura rappresaglia da parte del governo degli Stati Uniti.

L’allora direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, aveva giurato di spezzare il partito delle Pantere Nere, che aveva definito “la più grande minaccia alla sicurezza interna della nazione.”

Il programma di sorveglianza segreto Cointelpro era così stato focalizzato sulle Pantere Nere e tutte le enormi risorse dell’FBI mobilitate contro di loro. In breve tempo, il partito era stato riempito di informatori e di agenti provocatori, che diffondevano false informazioni e seminavano zizzania fra i ranghi.

Gli scontri violenti con la polizia erano diventati frequenti: le forze dell’ordine e i media li chiamavano “Shoot-outs.” Per le Pantere erano invece “Shoot-ins,” intendendo con questo termine che gli scontri venivano istigati dalle autorità e che facevano parte dei trucchi sporchi del Cointelpro.

Secondo le stesse Pantere, fra il 1968 e il 1970 si erano verificati 28 scontri armati con la polizia locale o con gli agenti dell’FBI, in cui 19 dei loro avevano perso la vita. Per contro, le forze di polizie consideravano il Black Liberation Army, l’ala clandestina del partito, fondata nel 1970, responsabile dell’omicidio di almeno 13 agenti di polizia.

Era in questo ambiente che Jalil Muntaqim, allora conosciuto con il nome di Anthony Bottom, si era gettato, anima e corpo, quando aveva solo 15 anni. Non era di certo il candidato ideale per la carriera di rivoluzionario nero, dal momento che proveniva da una famiglia benestante di San Jose, con entrambi i genitori che lavoravano e la piscina in giardino.

La madre aveva insegnato ai figli le danze africane e dava molta importanza alla discendenza familiare. Muntaqim era stato attratto da King e dal movimento per i diritti civili, ma si era subito messo alla ricerca di qualcosa di più radicale. Un compagno di scuola era entrato a far parte delle Pantere Nere e il movimento lo aveva attirato.

“L’idea che uomini neri, armati e preparati, potessero combattere per i diritti del popolo di colore era eccitante, intrigante. Andava ben oltre il movimento per i diritti civili del dr. King. La differenza fra il dr. King e Malcon X era che quest’ultimo aveva posto la nostra lotta in un contesto internazionale,” mi aveva detto.

Muntaqim aveva iniziato vendendo il quotidiano delle Pantere Nere e dando una mano nelle mense gratuite. Da qui era stato assegnato alla scorta dei leaders di alto profilo che venivano in visita ad Oakland.

Nel 1970, il Black Liberation Army (BLA) costituiva la falange armata del movimento. In quel periodo e fino alla messa al bando ufficiale del partito delle Pantere Nere, nel 1982, il BLA era stato implicato in una lunga serie di rapine in banca, attentati dinamitardi, evasioni e omicidi di agenti di polizia.

Muntaqim si era arruolato a 18 anni ed era entrato in clandestinità. “Continuavo ad avere una vita pubblica come assistente sociale al Dipartimento per la Disoccupazione della California,” ha spiegato nell’intervista. “Ma c’era un altro aspetto della mia vita: la mia attività clandestina nel Black Liberation Army.”

Il 21 maggio 1971, due agenti di polizia di New York, Joseph Piagentini, bianco, e Waverly Jones, di colore, erano di pattuglia nella 159° Strada, ad Harlem. Erano stati chiamati per quella che sembrava una lite familiare.

Diane Piagentini descrive Joseph come “un gran marito e un gran genitore, che amava le nostre due bambine. Era alto, quasi un metro e ottanta, capelli e occhi scuri. Aveva un gran sorriso, un sorriso dolce e la fossetta nel mento. E’ stato l’amore della mia vita. L’ho amato fin dal primo istante.”

Gli agenti della polizia di New York, Joseph Piagentini e Waverly Jones, uccisi da Herman Bell ed altri ad Harlem nel 1971.

 

Ricorda come quella notte le era stata data la notizia. “Gli avevo preparato la pasta e fagioli, la tenevo in caldo e aspettavo che tornasse a casa. Avevano bussato alla porta. Avevo guardato fuori e stava piovendo. Vedevo i lampeggianti della polizia che continuavano a roteare. Niente sirene, solo le luci. Era come essere in un sogno.

Joseph Piagentini e Waverly Jones stavano ritornando all’auto di pattuglia, circa alle 22, quando erano stati attaccati alle spalle da tre uomini armati. Jones era morto subito, colpito da un proiettile alla nuca; Piagentini, secondo gli inquirenti era stato colpito 13 volte.

Nel giro di pochi giorni erano stati arrestati tre membri del BLA, Muntaqim, Herman Bell e Albert “Nuh” Washington. Muntaqin e Bell erano stati entrambi condannati ad un periodo di detenzione non inferiore a 25 anni, Washington è morto in prigione nel 2000.

Tre mesi fa si è verificato un evento raro: Herman Bell, 70 anni di età, è stato rilasciato. Era stata la sua ottava apparizione di fronte alla commissione, dopo 45 anni dietro le sbarre.

Bell era apparso alla commissione per la libertà vigilata come qualcuno che, dopo quasi mezzo secolo, era diventato un detenuto modello e  provava un sincero rimorso per i suoi omicidi. Una parte della decisione del comitato era dovuta al fatto che, quando era stato interrogato nel mese di marzo, Bell aveva espresso il proprio disgusto per quello che aveva commesso nel 1971.

Non c’era niente di politico in quel gesto, come pensavo all’epoca. Si è trattato di omicidio, un omicidio terribilmente sbagliato,” aveva detto loro Bell.

La decisione della commissione ha scatenato un vespaio di proteste da parte dei sindacati locali di polizia, dei media e degli esponenti politici. La New York Patrolmen’s Benevolent Association ha dichiarato di essere “disgustata, offesa ed estremamente adirata” ed ha definito Bell “un terrorista locale.

Diane Piagentini nella sua casa.

 

Una tale reazione al rilascio sulla parola del suo coimputato fa capire la grande sfida che Muntaqim si troverà a dover affrontare quando si troverà di fronte alla commissione, nel mese di agosto.

A suo favore gioca il comportamento da detenuto modello che ha tenuto per anni. La stessa cosa si può dire riguardo alla maturazione del suo carattere, dai giorni della sua attività rivoluzionaria in gioventù.

“Sono maturato. Ora tolgo la ‘r’ da quella parola e la faccio diventare ‘evoluzione’. Per me la rivoluzione è il processo evolutivo con cui raggiungere un più alto livello di coscienza nella società in generale. Mi ritengo un rivoluzionario evoluzionista.”

Mi ha anche detto che si è evoluto anche il suo concetto di lotta armata. Secondo lui la priorità non dev’essere l’insurrezione, ma la costruzione di “un movimento popolare di massa. Preferisco dire che siamo armati di idee, di comprensione e di amore per il nostro popolo.”

Come la maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore attualmente detenuti, si considera un prigioniero politico e afferma che la sua militanza nelle Pantere Nere non era dovuta all’autoesaltazione o al profitto personale. Nel 1998, aveva fondato il Movimento Jericho, che si batte per tutti quelli che vengono definiti “prigionieri politici e prigionieri di guerra.”

“Il mio impegno alla lotta è stato un auto-sacrificio, causato dall’amore per la mia gente e per l’umanità. Per questo motivo sono stato preso di mira dal governo e ciò fa capire che la mia detenzione è di natura politica.”

Il conflitto che attanaglia Muntaqin, il suo ardente desiderio di libertà opposto alla volontà di non rinunciare al proprio credo politico, da lui ritenuto nobile, è condiviso dalla maggior parte degli altri diciannove estremisti di colore che ancora si trovano dietro le sbarre.

Di questi diciannove, sedici erano stati condannati per l’assassinio di agenti di polizia o di altri funzionari in divisa. Molti di loro dicono di essere innocenti e la maggior parte sostiene di essere stata appositamente selezionata per subire la collera dello stato americano.

Che cos’ha in comune il loro trattamento con quello riservato agli altri detenuti colpevoli dell’assassinio di agenti delle forze dell’ordine nel corso di reati comuni, come, per esempio, le rapine? Un confronto significatvo è impossibile, vista la natura decentrata del sistema giudiziario americano. Come sottolinea il Sentencing Project: “I 50 stati usano metodiche differenti nel comminare le pene. Dal momento che i casi politici sono relativamente pochi, è difficile arrivare a delle conclusioni concrete.”

Le comparazioni internazionali sono comunque istruttive. In confronto al trattamento carcerario dei rivoluzionari armati che si erano macchiati di crimini violenti in Europa negli anni ‘70, gli Stati Uniti sembrano essere molto meno aperti al concetto di riabilitazione.

Prendete la Banda Baader-Meinhof della Germania Occidentale, il gruppo di estrema sinistra fondato nel 1970, conosciuto anche come Rote Armee Fraktion. Imgard Moller, che era stata arrestata nel 1972 per un attentato dinamitardo che aveva ferito diversi agenti di polizia e ucciso tre soldati, è stata rilasciata nel 1995. Anche Brigitte Mohnhaupt, che era stata catturata nel 1982 e condannata a cinque ergastoli per la sua partecipazione a numerosi omicidi, è stata rilasciata nel 2007, dopo 24 anni di detenzione, e da allora vive in modo anonimo, senza più obblighi verso la giustizia.

Chi si batte per la riforma del sistema giudiziario americano sostiene che i lunghissimi periodi di detenzione comminati agli estremisti del potere nero devono essere visti nel contesto dell’eccezionalmente severo concetto di punizione dell’America, specialmente nei confronti della gente di colore. Gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, ospitano il 25% dei detenuti di tutto il mondo, con più di due milioni di persone incarcerate. In America, una persona di colore ha una probabilità sei volte maggiore di essere imprigionata rispetto ad un bianco. Nel 2016, secondo il Pew Research Center, la popolazione di colore rappresentava solo il 12% della popolazione adulta degli Stati Uniti, ma il 33% di quella carceraria. La popolazione bianca, al contrario, costituiva il 64% degli adulti americani, ma contribuiva a quella carceraria solo per il 30%.

La folta rappresentanza dei detenuti americani sta anche invecchiando rapidamente. Secondo alcune stime, nel 2030 le persone di 50 o più anni costituiranno un terzo di tutta la popolazione carceraria dagli Stati Uniti.

“E’ un problema di giustizia e riabilitazione,” dice Robert Boyle, che ha rappresentato sei ex-Pantere Nere, compreso Herman Bell, durante le valutazioni per la concessione della libertà condizionata. Si è rifiutato di discutere il caso di Bell, ma, parlando in generale, ha detto: “E’ un problema che dobbiamo affrontare, in questo paese e in tutto il mondo. E’ forse l’unica forma di giustizia uccidere o far morire in carcere il colpevole dell’assassinio di un agente di polizia o di qualche altro efferato crimine, anche quando non rappresenta più nessun pericolo per il pubblico?”

La scrittrice ed attivista Angela Davis, che era stata definita dal Presidente Richard Nixon una “pericolosa terrorista” dopo essere stata accusata (e poi assolta) di complicità nel rapimento di un giudice, mi ha detto che gli attivisti neri attualmente detenuti sono in un vicolo cieco. O si pentono di crimini che non hanno mai commesso, o moriranno nelle loro celle.

“Molte delle persone attualmente in carcere, io credo, non sono assolutamente colpevoli di ciò di cui vengono accusate. Dovrebbero confessare di essere state implicate in eventi a cui però non avevano partecipato.”

La Davis mi ha detto che i militanti sono stati anche sottoposti a pressioni per indurli a tradire il proprio credo politico. “Dovrebbero denunciare un partito che è stato il precursore del Black Lives Matter di oggi.”

Quando Jalil Muntaqim, fra qualche giorno, si troverà di fronte alla commissione per la libertà vigilata, è quasi certo che si sentirà chiedere spiegazioni su quello che era successo nella notte del 21 maggio 1971. Io, quando l’ho incontrato in prigione, gli ho rivolto la stessa domanda.

E’ tuttora dell’opinione che il suo caso non sia stato trattato nella maniera giusta. In base alle leggi sulla libertà di informazione ha potuto avere accesso a documenti che mostrano come Nixon ed Hoover avessero manifestato un interesse personale per la caccia ai responsabili dell’omicidio (da essi chiamato “Newkill”, New York killings) dei due agenti di polizia di New York. Quella insolita collaborazione fra Casa Bianca, FBI e investigatori locali non era mai stata comunicata, come avrebbe dovuto essere, agli avvocati difensori di Muntaqim durante il processo.

Muntaquim è anche del parere che quei documenti indichino palesi discrepanze nelle prove fornite alla giuria sulle le armi usate negli omicidi.

Sta forse dicendo che ai più alti livelli c’era il desiderio di addossargli gli omicidi di Piagentini e Jones?

“Lo dico con convinzione. Il caso era una trappola. E’ importante che la gente capisca che noi non abbiamo avuto un processo equo. Nixon e l’FBI volevano essere certi che fossero condannati per questo reato dei membri del partito delle Pantere Nere.”

Nonostante le ingiustizie che dice di aver sofferto, Montaquim non si proclama innocente. Fin dal 2006 ha continuato a ripetere ogni due anni alla commissione per la libertà vigilata che si assume in pieno la responsabilità degli omicidi e che “mi pento moltissimo per aver causato quelle due tragiche morti.”

Mi ha detto: “Ho ammesso la paternità di quel gesto e ne ho assunto la piena responsabilità. Ho anche espresso rimorso per la perdita di vite umane. Capisco la sofferenza che prova chi perde una persona amata. Entrambe le famiglie, i Jones e i Piagentini, hanno perso qualcuno di molto caro.”

Se gli fosse concessa la libertà, dice che il suo obbiettivo sarebbe quello di “ristabilire i rapporti con la mia famiglia. Non ho mai passato un giorno di libertà con mia figlia. Sono un bisnonno e non sono mai stato con nessuno dei miei ragazzi.”

Ha un messaggio diretto per Diane Pigentini: “Capisco il suo dolore. Ha perso l’amore della sua vita e il padre dei suoi figli. Questo è devastante. Capisco la sua sofferenza e il suo dolore, veramente.”

La Piagentini non vuole neanche sentirne parlare. Secondo lei, Muntaqim “non ha mai ammesso di avere ucciso mio marito. Non ha mai mostrato rimorso. Tutto quello che fa, lo fa per cercare di uscire di prigione.”

Sulla morte di suo marito, quasi 47 anni fa, dice: “Il dolore non passa mai. Sapere che non farà mai più ritorno a casa, non me ne fa provare di meno. Non voleva lasciarmi quella notte, e perciò è come se non mi avesse mai lasciato.”

Si mette a ridere all’idea che Muntaqim e i suoi complici siano dei prigionieri politici. “Questi uomini non sono prigionieri politici, è frutto della loro immaginazione. Se avessero voluto entrare in politica non avrebbero dovuto fare quello che hanno fatto. Non c’è nessuna guerra. Quello è stato un omicidio. Quelli sono degli assassini.”

Antoinette Russell

 

In Alabama, Antoinette Russell non può fare a meno di essere sui carboni ardenti per l’imminente comparsa del padre davanti alla commissione per la libertà vigilata, nonostante tutti i suoi sforzi per non farsi coinvolgere dal processo. E’ la sua unica figlia, nata sei mesi dopo il suo arresto. Pensa di averlo visto, di persona, non più di una decina di volte in tutta la sua vita, sempre al di là di una barriera di filo spinato percorso da corrente elettrica.

Ripensa alla sua vita e si chiede come sarebbe stata se il padre non fosse entrato a far parte delle Pantere Nere. “Crescere senza mio papà ha avuto un sacco di alti e bassi, più bassi che alti,” mi dice.

“Quando ero più giovane ero veramente arrabbiata nei confronti di mio padre. Ero convinta che avesse preferito la causa a me, alla sua famiglia.”

Nel corso degli anni lo ha perdonato. Ma il desiderio di riaverlo a casa non ha fatto altro che crescere.

“Le prigioni, non dovrebbero servire a riabilitare?” chiede con una risata amara. “C’è stato per 46 anni. Quanto tempo ci vuole per essere riabilitati?”

 

Ed Pilkington

Fonte: theguardian.com

Link: https://www.theguardian.com/us-news/2018/jul/30/black-panthers-prison-interviews-african-american-activism

30.07.2018

Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Trani, archiviata l’inchiesta sul Ministro Savona. Il Gip: “Notizia di reato infondata”

informarexresistere.fr 4.8.19

Trani, archiviata inchiesta sul ministro Savona e i big di Montepaschi e Unicreditdi Antonio Palma

L’indagine a carico del ministro delle Politiche europee, Paolo Savona e di altre 61 persone, avviata dalla Procura di Trani, è stata archiviata dal Gip per “l’infondatezza della notizia di reato”

Si è conclusa con una archiviazione disposta dal Gip una delle due inchieste in cui era finito indagato l’attuale ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, per fatti relativi al suo passato ruolo in Unicredit: quella aperta dalla Procura di Trani con l’accusa di usura bancaria.

Per il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Trani, Raffaele Morelli, infatti c’era “l’infondatezza della notizia di reato”.

Archiviate così anche le posizioni a carico degli altri 61 indagati,  ex o attuali figure di rilievo delle banche Monte dei Paschi, Bnl, Unicredit e Popolare di Bari, ma anche di Banca d’Italia e ministero del Tesoro.

L’inchiesta dei pm  ipotizzava che i vertici degli istituti di credito avessero praticato tassi e interessi usurari sui finanziamenti concessi, dal 2005 al 2012, ad alcuni imprenditori del Nord Barese, mentre ai dirigenti di Palazzo Koch e del ministero veniva contestato il concorso morale nel reato contestato.

L’inchiesta, condotta dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Bari,  era partita alcuni anni fa  e ipotizzava in particolare che gli interessi su alcuni finanziamenti venivano calcolati sul credito accordato e non su quello effettivamente erogato o utilizzato dal cliente.

Un meccanismo che avrebbe permesso alle banche di far risultare più bassi i tassi e comunque entro il tasso soglia.

Un anno fa però lo stesso pm aveva richiesto al Gip la richiesta di archiviazione, dopo aver rilevato “sulla base delle argomentazioni della perizia effettuata dai funzionari della Banca d’Italia, la carenza dell’elemento soggettivo del reato a carico degli indagati”.

Richiesta infine accolta dal Gip. Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Trani, archiviata inchiesta sul ministro Savona e i big di Montepaschi e Unicredit

La guerra del linguaggio rovesciato di chi ha perso potere, ragione e analisi — RAZZISTA (D)A CHI ? —- Cosa c’è dietro la mitopoiesi dei migranti

come don Chisciotte.org 3.8.18

DI FULVIO GRIMALDI

fulviogrimaldi.blogspot.com

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Scusate la citazione d’esordio, bassamente sovranista, al limite del nazionalismo, certamente populista, con impliciti accenti di razzismo.

Parola d’ordine: daje al razzista!

Va bene, mettiamo le mani avanti, prima che mi si rovesci addosso una parte dello tsunami  di livore-rancore-odio-fake news con cui la componente criminale dell’attuale classe dirigente uccidentale e il mercenariato dei suoi portantini politici e mediatici cretinopportunisti (in Italia tutta e tutti, escluso qualcuno che oggi sta al governo e chi l’ha votato) sta cercando di esorcizzare quanto capitatogli il 4 marzo e quanto di pur modesto (ma per loro funesto) glie ne è derivato. Per la prima volta, dalla guerra, il popolo ha populisticamente e sovranamente mandato a casa, al diavolo, la dinastia dei regnanti ladri e mafiosi. E questi hanno sbroccato e urlano.

Le mani avanti sono tre: primo, questo non è il mio governo, preferisco quelli di Robespierre e della Comune di Parigi, al limite quello di Fidel prima che se ne andasse il Che; secondo, ritengo i condizionamenti della Lega sul piano economico, ambientale, delle Grandi Opere, dell’amministrazione locale in perfetta continuità con i devastatori neoliberisti destrosinistri e la cultura linguistica del suo leader una sciagura; terzo, è dal 1966 che mi occupo senza soluzione di continuità di coloro dei quali viene ululato che sono vittime del razzismo di questo governo e,  alla fin fine, degli italiani  che questo governo hanno votato e, toh!, continuano a sostenere in numeri crescenti. Un mio caro amico e grandissimo vignettista ha disegnato l’idea dell’Italia come viene rappresentata da quelli del “daje al razzista”. Cercherò di spiegare perché è un’idea strumentale.

Con la razza sì, quella degli oppressi

Se avere combattuto direttamente e denunciato, in mezzo mondo e più, il colonialismo e l’imperialismo, ontologicamente espressioni di razzismo, di superiorità del dominante dotato di diritto e valori  sul dominato e dominando, per definizione privi di tali diritti e valori (islamico, nero, ignorante, nazionalista, zotico, retrogrado, privo di democrazia); se essere corso in guerra contro chi le guerre le faceva, armate o economiche, per spedirne immagini e storie di dolore, distruzione, infami soprusi, eroismi inenarrabili, che, nel mio piccolissimo, gettassero granelli di sabbia negli ingranaggi del bulldozer della menzogna; se stare con i palestinesi, irlandesi, cubani, venezuelani e latinoamericani tutti, arabi tutti, iracheni, libici, siriani, algerini nello specifico, e poi vietnamiti, iraniani, africani, somali, eritrei, etiopi in particolare, quelli che allora come oggi costringono a migrare; se aver mandato al diavolo i grandi amplificatori dell’informazione, o esserne stato bandito per incompatibilità di schieramento; se avere riempito di tutto questo migliaia tra articoli, libri documentari filmati, conferenze, se avere fatto dell’amore per tutti costoro e, più ancora, della passione per la verità dell’oppresso, l’unica che debba avere corso legale, morale, deontologico, e dell’odio per i necrofagi che pasteggiano con le loro vite e degli sguatteri che gli apparecchiano la tavola; se questo mi merita l’ingiuria di razzista, che sia!

E se, davanti alla miserabile mitopoiesi che gli eredi Ong della Compagnia delle Indie, del “fardello dell’uomo bianco”, civilizzatore di selvaggi a forza di genocidi, oggi tramutato in “valori europei” della solidarietà e dell’accoglienza, fanno del migrante in quanto tale, sempre e comunque “profugo” o “rifugiato”, sempre vittima, sempre buono e giusto e meritevole, esternando riserve e distinguo, si è razzisti, che sia!

Per non essere razzisti, ai tempi di epifanie dell’élite morale, intellettuale, umana tout court, modernamente e metticciamente mondialista, come Laura – ghigliottina – Boldrini (mi riferisco al suo modo imparziale di presiedere la Camera, ricordate?), paginone profumato alla violetta sul “manifesto”, o Nicola Fratoianni, ora sinistro mozzo sull’ammiraglia del filantropo terminator George Soros, Open Arms, paginone salivato sul “manifesto”, o Emma Bonino, facilitatrice di tutte le guerre Usa e Nato e nella foto avvinghiata al premio Nobel del crimine finanz-razzista, onde per cui finanziatore di tutti i complotti Ong e di regime change, paginone all’incenso sul “manifesto”, o le edicole e gli schermi unificati che latrano “razzisti”, per non essere razzisti, dicevo bisogna fare poche cose. Dire quel che serve e tacere quel che non serve.

L’informazione è miliardaria, ma anti-razzista

E’ la regola del buon giornalismo all’epoca dei suoi standard aurei. Quelli  in mano a Jeff Bezos (Amazon: Washington Post), Comunità ebraica e Carlos Slim, uomo più ricco del mondo (Petrolio e telecomunicazioni: New York Times), Comunità Ebraica e De Benedetti (CIR, Sanità, Energia, Compagnie financière Edmond de Rothschild banque:  Stampa, Repubblica, L’Espresso, ecc.). Un’equazione potere-politica-media che vale per gran parte di quella che viene definita “comunità internazionale” (coincide più o meno con l’estensione NATO, circa il 17% dell’umanità).

Un’equazione i cui termini numerici sono quelle 8 entità che posseggono quanto 3,5 miliardi di esseri umani, quei 16,5 milioni di milionari che dispongono di 63,5 trilioni di dollari, quei ricchi che nel 2017 si sono arricchiti di 1 trilione, un incremento del 23%, quattro volte quello dell’anno precedente. Più o meno, nel piccolo mondo italico, la sorte del nostro 1% che possiede il 45% della ricchezza nazionale  e del nostro 10% che ne possiede l’80%. Tra costoro anche il testè inserito tra le glorie marmoree sul Pincio Marchionne, davanti al quale l’operaio si cava il cappello ringraziandolo per avergli portato via quasi tutto per sistemarlo al sicuro in Svizzera, Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questa sì, che è visione globale, scalzacani di Pomigliano.!. Chi oserebbe mettere in dubbio la rappresentazione del mondo che emana dai media residenti in tali campi elisi?

Un’equazione dalla quale riceviamo la nostra conoscenza di quanto accade intorno a noi: l’Italia è un paese in mano  a un regime cripto-fascista, razzista, xenofobo e – non me lo dire! – sovranista fino al midollo, che è riuscito, a forza di seminare paura dell’estraneo o diverso (migrante, donna, rom, LGBTQI e chi ne fa più ne metta) a pervertire quello che fino a ieri era il sano, saggio e lavoratore popolo che votava DC, PCI, Ulivo, DS, PD, LeU, FI, senza mai esprimere hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia per Marchionne, Renzi e Orfini, senza mai insultare in rete, senza mai dare retta alle fake news.

Josepha dagli occhi sbarrati

E Josepha dagli occhi sbarrati, secondo i sorosiani di Open Arms rubata alle onde tra le quali l’avrebbero lasciati i libici (che non si vede perché debbano essere meno credibili di gente che si fa pagare da Soros e campa di Josephe, tanto più se accreditati da una giornalista tedesca); e il bambino curdo sulla spiaggia del Bosforo che scatenò la rotta balcanica e poi i 6 miliardi di euro a Erdogan per interromperla e che venne scoperto giustapposto sul bagnasciuga da chi lavorava a quegli esiti; e quell’altro ragazzino di Aleppo (foto), tirato fuori dai calcinacci e messo in ambulanza con la faccia imbrattata di polvere e sangue e che video non ortodossi scoprirono sceneggiata dei famosi elmetti bianchi (ora messi al sicuro dai padrini Nato che li pagavano per lavorare fianco a fianco con i terroristi Isis e ricoverati in Israele, nientemeno, e in Germania); e quello speronamento  di salvanaufraghi  tedesca Seawatch, che altro video non ortodosso rivelò essere stato manovra intidimidatoria Ong nei confronti di motovedetta libica; e quella ripresa in campo stretto di Jugend Rettet (ora sequestrata e sotto processo) che vede salvatori raccogliere gente da un gommone, seguita da ripresa in campo largo di infiltrato sulla nave, che mostra il coordinamento tra scafisti e Ong, la restituzione di gommone e motore, i saluti cordiali… Di tutto questo e similaria avete saputo la seconda parte, la smentita del trucco, solo dai famigerati social delle fake news. Quelle contro cui la Boldrini, “manifesto” e “repubblica” in borsa, è andata ad ammonire i ragazzi dei licei.

Equazione, dunque, dalla quale riceviamo la sconoscenza di particolari secondari, effettucci collaterali trascurabili. La pesista nera di Torino, “vittima di razzismo”, era solo uno dei 6 bersagli dei dementi lanciatori di uova e tutti gli altri erano bianchi. Il migrante morto(di auto o di pugno, non è chiaro) ad Aprilia aveva una cassetta piena di attrezzi per furti con scasso; nel periodo degli otto scellerati episodi di aggressione razzista (uova, pallini, “sporco negro”, eccetera), settimana di fuoco contro i migranti, le questure ci informano che sono state arrestate per reati vari 100 migranti e 400 ne sono stati denunciati. Informazione indubbiamente intrisa di razzismo. Da cestinare. Come lo sono i dati del Viminale pre-Salvini per i reati di violenza e contro la proprietà commessi dall’8,3% di popolazione straniera. A questa spetta il 55% dei furti con destrezza, il 51,7% dello sfruttamento della prostituzione (mafia nigeriana, ormai classificata la quarta mafia in Italia), il 45,7% delle estorsioni, il 45% dei furti in abitazione, il 41, 3% di ricettazioni, il 20,3% degli omicidi volontari, il 37,5% delle violenze sessuali.

Sto criminalizzando i rifugiati, direbbero gli anti-razzisti. No elenco dati compilati dal governo degli anti-razzisti e aggiungo che un tasso così elevato di comportamenti devianti è la naturale conseguenza di chi pesta nel mortaio pietas e accoglienza universale e non fa altro, a forza di migranti schiavi o mendicanti, che allestire l’irrinunciabile, per il capitalismo, esercito industriale di riserva. Questi che da noi, gettati a morire nei campi o da Amazon o agli angoli col cappello in mano, a casa erano contadini, pescatori, artigiani, maestri, infermieri, impiegati, disoccupati.  Gli avevano prospettato l’Arcadia, si sono imbattuti nel bulldozer dello sfruttamento più  spietato. A delinquere qui li hanno costretti loro, gli accoglitori.  Lasciate che il fiore bocconiano Tito Boeri farnetichi di migranti che pagheranno le nostre pensioni. Prima dovrebbero poter guadagnare e non in nero, poi dovrebbero esserci anche coloro che gliele pagheranno a loro, le pensioni. Con l’Italia che perde (caccia) quasi 300mila giovani (20% laureati) all’anno, con il Sud umanamente ancora la parte più salda di noi, da cui in 16 anni sono emigrati (cacciati) due milioni, la vedo dura.

Questo del dico e non dico è dunque il giornalismo di un establishment  potere-politica-media che per il momento si è privato del termine intermedio, la politica, e ne ha sostituito i contenuti – fatti, ragionamento, confronto, analisi – con le parole. Parole d’assalto lanciate con perfetti – e sospetti –  sincronismo e sintonia da tutti gli sconfitti, dall’estrema e finta sinistra all’estrema e vera destra: dal “manifesto” a tutti gli altri. Persa la partita della politica e finiti nel buco nero della ripulsa popolare per la situazione sociale e culturale catastrofica, questa sì fonte di paura e insicurezza, in cui hanno precipitato la nazione, cercano, come dice bene Carlo Galli, della Sapienza di Roma, di imporre un terreno di gioco nel quale l’aggressività lessicale dovrebbe sostituire analisi e confronti e porre l’avversario vincente dalla parte del torto a forza di una superiorità morale fondata sui valori di bontà, accoglienza, tolleranza. Detti “valori europei” o, addirittura “occidentali” (con rumorosa esclusione di ogni Sud ed Est, in particolare di quel Putin che voleva imporre alla Rai il suo burattino Foa. Ma di questo la prossima volta.

“il manifesto” agonizza, e neanche gli altri stanno tanto bene: colpa dei razzisti

Se dunque “il manifesto” agonizza alla mercè degli inserzionisti e grazie al milione e mezzo di generosità pubblica, non è mica perché al lettore che si ritiene altro rispetto a neoliberismo e imperialismo rifila un Marco Revelli, prestigioso corsivista, ultimo giapponese della grottesca Lista per un’altra Europa con Tsipras,  che esalta la “resistenza vincente di Tsipras” all’indomani dell’ennesimo taglio delle pensioni, dell’ennesima svendita delle infrastrutture e, per fare felice la Nato, della cacciata di diplomatici russi e della prostituzione della Grecia a Netaniahu. Non è mica perché dal Nicaragua a Libia, Pakistan, Siria, Zimbabwe, Messico, Russia, Sahel ripropone, verniciate di rosso, le nefandezze false, bugiardi e necrofaghe della vulgata imperiale. Macchè, è perché quella comunità di “deplorables” (copyright di Hillary per gli elettori di Trump), quella società da rieducare, è stata fuorviata, pervertita, corrotta, da populisti, nazionalisti, sovranisti, razzisti e xenofobi. Il campo da gioco non è quello di chi utilizza al meglio il rettangolo e chi ci si muove sopra, ma quello che spara più populisti, razzisti, sovranisti. Ed è chiaro che  a tirare in porta parole, specie se vuote di significato ma appesantite da odio, rancore, invidia, non si fa goal neanche in cent’anni.

La tecnica del rovesciamento del linguaggio, di attribuire il cancro all’altro, non ferma la tua metastasi. Tutta questa gente si divincola nel risentimento, nell’odio, nel rancore, nell’invidia e, freudianamente, ne fa portatori gli altri, riuscendo solo ad evidenziare l’assenza di argomenti e il ridicolo tra coloro che, col voto, con una vera e propria sollevazione come non se n’erano più viste dagli anni ’70, ne hanno decretato la fine. Il povero Marco Revelli si abbarbica al detrito galleggiante di un fedifrago come Tsipras, quinta colonna del nemico quanto il giornale su cui imbarca naufraghi da accogliere senza se e senza ma e senza mai andare a vedere cosa c’era prima del gommone.

Colonialismo = razzismo, quello di ieri, quello di oggi

Perché qui casca l’asino. I valori europei di cui costoro cianciano  stanno nella ripetizione di una storia colonialista di cui l’Europa e poi l’emisfero nord-occidentale si sono responsabili nel corso di mezzo migliaio di anni. Un valore essenziale per l’accumulazione primitiva è stata la tratta degli schiavi. Lo è tornato ad essere per l’accumulazione post-crisi e la riorganizzazione demografica ai fini globalistici.  Se ne rivedono i missionari, apripista, oggi come allora innescatori di turbamenti e alienazioni scaturiti da una supponenza religioso-elitaria di dimensioni cosmiche, se ne vedono i benefattori e samaritani che portano istruzione e sanità di diretta derivazione cattocapitalista e di cospicua ricaduta per gli operatori. Ieri si andava, si occupava, si prelevava, per le Americhe anche vite umane. Oggi si mettono in piedi, militarmente o a forza di benefits, clan dirigenti i cui paesi non vedranno più coloni, ma ospiteranno manager.

Rimane e viene potenziata, grazie a un apparato articolato in filiera organizzatissima, l’estrazione di merce umana. Spostamenti di popolazioni con la promessa, regolarmente delusa, di una vita migliore al Nord di quella, malridotta dai predatori e desertificatori transnazionali, al Sud. E la “via della seta” della mondializzazione. Il mezzo è sempre più lampante: sradicamento, trasferimento, impoverimento di chi arriva e chi accoglie, distruzione di identità, sovranità, popolo. Il daje al razzista serve a questo. Essendo il colonialismo per sua natura, premesse e fini  necessariamente razzista. Ecco che un minimo di ermeneutica  ci  consente di riconoscere negli accoglitori pietosi il ceppo centrale della xenofobia e del razzismo postmoderno. Mi sentite Boldrini, Zoro, Revelli, il Blob degenerato in sciropposo buonismo del TG3, Beppe Giulietti, Camusso, Erri De Luca, Bergoglio e Parolin (suo segretario di Stato ospite acclamato al Bilderberg 2018), ossi di seppia spiaggiati del PD e via sinistrando?

E tutta gente da maglietta rossa. Li avete visti tutti, in massa, magliette rosse e petto in fuori a manifestare e a gridare contro il razzismo delle guerre imperialiste, con concorso italiano, ai 3 milioni di iracheni massacrati nelle guerre di Bush, Clinton, Bush; alla Libia felice e prospera frantumata e consegnata al caos, ai 300mila siriani uccisi e ai 6 milioni sradicati dalla guerra nostra e dei nostri terroristi jihadisti; allo Yemen, non solo raso al suolo dalle bombe, ma destinato al genocidio dal blocco totale dei rifornimenti; all’Afghanistan, nel quale collaboriamo a una guerra coloniale con sterminio di civili che dura da 17 anni ed è fondata sulla balla che Osama bin Laden ha buttato giù le Torri; all’orrore delle devastazioni in Africa, dove briganti inventati dai colonialisti e loro truppe di occupazione assistono le multinazionali nelle rapine delle risorse e nella distruzione degli  habitati di tutti i viventi.

E certamente avete visto queste benemerite magliette impegnate in altre cause, anche domestiche, come la lotta alla falcidie dei diritti dei lavoratori da Job Act, la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità con lo Sblocca Italia, la rivolta contro la privatizzazione della scuola, fatta azienda monocratica al servizio degli sfruttatori, contro l’avvelenamento e depauperamento dei nostri mari e terre con piattaforme e trivelle dell’idrocarburo ammazza-pianeta, la vaiolizzazione del nostro territorio con ben 90 basi di guerra e di morte Usa e Nato…..

Come non li avete visti? Eravate distratti….

 

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com

Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/08/la-guerra-del-linguagg

2.08.2018

M5S contro le lobby: ‘Basta con abusi, soprusi e vessazioni, arriva la Class Action’

silenziefalsita.it 3.8.18

Basta con abusi, soprusi e vessazioni da parte delle lobby! Nessuno sarà più solo davanti a queste violazioni”.

Lo scrive la portavoce del Movimento 5 Stelle alla Camera Angela Salafia in un post per il “Blog delle Stelle” in cui fa sapere che il Movimento ha in mente una class action, una “nuova idea di azione collettiva”, per “tutelare i diritti dei cittadini”.

“Siamo già a lavoro sulla nostra proposta di legge sulla Class Action. Siamo pronti ad offrire ai cittadini nuove garanzie, maggiori tutele e strumenti più forti,” spiega.

E aggiunge: “Per la prima volta, allarghiamo il concetto di tutela del consumatore a tutti coloro che vogliono associarsi per cause collettive. Vogliamo che tutti siano consapevoli dei propri diritti: agendo insieme, saremo più forti”.

“Un altro obiettivo – conclude – è ridurre la durata di questi procedimenti. Per farlo utilizzeremo tutte le possibilità che l’innovazione tecnologica ci offre: portali telematici immediatamente consultabili e procedure informatizzate dalla durata certa e rapida”.

Guarda il video:

Facebook

Guarda video (0:54)

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle

INCHIESTA “SOROS PAPERS”, è così che la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

Politicamentescorretto.info 4.8.18

di Francesco Galofaro – Politecnico di Milano

Pubblichiamo su gentile concessione di Marx21

Con questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers. Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. La nostra inchiesta parte dal Parlamento europeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014. Nei prossimi numeri ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Fondazione Open Society, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

La fonte

DC Leaks è un sito noto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016 [1], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell’agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della fondazione Open Society. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico. Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da una intranetutilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione [2], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower) interna all’organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

I temi trattati

Qualunque sia l’origine dei dati, essi sono dunque autentici. Divisi per continenti, comprendono materiale su l’offerta di aiuto di Soros alla Clinton per gestire la crisi albanese del 2011; sulla politica della fondazione riguardo a Israele; gli sforzi per suscitare critiche verso coloro che propongono una linea dura contro il radicalismo islamico [3]. Nel momento in cui scrivo queste righe il sito DC Leaks non è più online [4]. In ogni caso è ancora possibile ritrovare alcuni tra i documenti relativi alla Open Society, se si sa come cercarli. Nelle note rinvio agli indirizzi dove li ho reperiti e ne metterò una copia a disposizione della redazione di Marx XXI.

I 14 eurodeputati italiani coinvolti

Nei giorni scorsi si è sparsa la notizia su quotidiani cartacei e on-line: stando a un documento riservato della Open Society Foundation, il miliardario George Soros può contare su 226 deputati del Parlamento europeo. E poiché il totale dei deputati è 751, si tratta evidentemente di un gruppo politico di una certa importanza. Tra gli “affidabili” 14 sono italiani: 13 appartenenti al PD (Benifei, Cofferati, Cozzolino, Del Monte, Gentile, Gualtieri, Kyenge, Morgano, Mosca, Panzeri, Pittella, Schlein, Viotti) e 1 all’Altra Europa per Tsipras (Barbara Spinelli). Gli articoli giornalistici non approfondiscono ulteriormente la questione; a una lettura attenta, è chiaro che copiano l’uno dall’altro e raramente rimandano alla fonte, la quale peraltro non è più disponibile. Per questo motivo si è reso necessario ricercare i documenti originali e verificare quanto c’è di vero in questa storia.

La guida del lobbista

Il documento cui facciamo riferimento consta di ben 177 pagine [5]. La prima parte è un’utile e dettagliata introduzione all’articolazione del Parlamento, dei gruppi politici che lo compongono, delle commissioni e dei temi di cui si occupano i singoli parlamentari. La seconda parte scheda i componenti affidabili, nome per nome.

Come funziona

Poniamo il caso che Simon De Augiana, giovane lobbista rampante, sia incaricato da Soros di perorare la causa del libero movimento di capitali tra gli stati. Il ragazzo è nuovo a Bruxelles e disorientato di fronte alle centinaia di deputati sconosciuti provenienti dai Paesi più disparati. Per sua fortuna, la fondazione Open Society lo ha fornito della guida. A p. ix apprenderà che il Comitato per gli affari economici e monetari (ECON) possiede le competenze che cerca (politiche economiche e monetarie, libera circolazione dei capitali, sistema monetario e finanziario internazionale, tasse, servizi finanziari, attività finanziarie della Banca europea per gli investimenti). Segue un elenco di 39 parlamentari affidabili, divisi per ruolo: presidente, vicepresidente, coordinatori, membri, sostituti. Poiché il nostro giovane punta in alto, consulta immediatamente la scheda del presidente, ovvero Roberto Gualtieri, italiano, appartenente al gruppo parlamentare S&D (Socialisti e Democratici). A p. 64 scoprirà che Gualtieri è nel Parlamento dal 2009, è uno storico e un professore universitario coinvolto da vicino nel recente rinnovamento del suo partito, che ha portato a un importante guadagno di popolarità. I suoi interessi vanno agli affari costituzionali, all’integrazione europea, agli affari monetari ed economici, al meccanismo di stabilità, agli affari esteri ecc. Il giovane potrà inoltre leggere una sezione di “note caratteristiche” che specificano come Gualtieri sia una delle voci più autorevoli del gruppo S&D, eletto in una delle posizioni più strategiche del Parlamento Europeo. Seguono ovviamente i suoi contatti, telefono, mail, posta, twitter. A questo punto il nostro lobbista avrà capito che Gualtieri è proprio l’uomo che fa per lui. Tuttavia, per scrupolo, consulta la scheda di un altro italiano nella lista, ovvero Andrea Cozzolino. Così viene a sapere che ha un diploma di scuola secondaria, è coinvolto in organizzazioni giovanili comuniste dal 1970, con responsabilità dal 1983. E’ stato consigliere regionale dal 2000, mentre dal 2005 è stato assessore regionale per l’agricoltura e l’industria. E’ deputato europeo dal 2009. I suoi interessi vanno all’utilizzo strutturale di fondi, la salute, la geopolitica del mediterraneo, il conflitto israelo-palestinese. Decisamente, si direbbe un profilo meno rilevante per gli scopi del nostro giovane lobbista, e poi nell’ECON Cozzolino non è che un sostituto. Pertanto, il nostro Simon decide di risparmiare le energie e concentrarsi su Gualtieri, e di ricorrere a Cozzolino, connazionale e compagno di gruppo politico, solo nel caso la via diretta fosse per qualche motivo sbarrata.

Cosa vuol dire “affidabile”?

Che cosa significa il fatto di trovare il nome di un deputato in questa guida? Gualtieri, Cozzolino e Spinelli sono sul libro paga di Soros? La risposta è no. L’introduzione spiega ai lobbisti come comportarsi nei confronti delle persone schedate. Si tratta di alleati provati o probabili. Come specifica il documento, oltre a discutere temi individuali, la Open Society mira a costruire relazioni durature e di fiducia con i parlamentari. I loro profili individuali sono stati realizzati utilizzando sia informazioni pubbliche sia “ricerche originali” – il documento non specifica come vengano realizzate queste ultime. Quindi: Gualtieri, o la Kyenge, sono affidabili, non corrotti. In passato potrebbero aver avuto contatti con la Open Foundation. Ad esempio, un’organizzazione con cui sono in contatto potrebbe aver ricevuto dei finanziamenti, secondo un meccanismo che approfondiremo nelle prossime puntate della nostra inchiesta. E’ possibile che la loro campagna elettorale sia stata finanziata da Soros, del tutto legittimamente.

Come che sia, ad avere relazioni con Soros gli eurodeputati guadagnano l’appoggio di una fondazione che, come vedremo prossimamente, è in grado di effettuare campagne di portata europea ed è dotata di una capacità di spesa pressoché inimmaginabile. Dunque, il problema non si pone in termini di illegalità, quanto piuttosto di opportunità politica. Se devi il tuo seggio a un cospicuo finanziamento o se speri in un appoggio futuro per la tua rielezione, è difficile dimenticartene quando ti viene chiesto di giudicare una proposta che riguarda gli interessi del finanziatore.

Prossimamente

La geografia politica degli eurodeputati amici di Soros. Martin Schulz. Gli strani amori tra Soros e il GUE. Le funzioni dei deputati. I rischi legati alle attività lobbistiche.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/2016_Democratic_National_Committee_email_leak

[2] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/216382

[3] http://thehill.com/policy/national-security/291486-thousands-of-soros-docs-released-by-alleged-russia-backed-hackers

[4] http://soros.dcleaks.com/

[5] Ad esempio qui: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf

SOROS PAPERS I:

Come la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

di Francesco Galofaro – Politecnico di Milano

Con questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers.

Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundationche fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks.La nostra inchiesta parte dal Parlamento europeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014. Nei prossimi numeri ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Fondazione Open Society, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

La fonte

DC Leaks è un sitonoto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016[i], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell’agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della fondazione Open Society. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico. Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da unaintranetutilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione[ii], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower)interna all’organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

I temi trattati

Qualunque sia l’origine dei dati, essi sono dunque autentici. Divisi per continenti, comprendono materiale su l’offerta di aiuto di Soros alla Clinton per gestire la crisi albanese del 2011; sulla politica della fondazione riguardo a Israele; gli sforzi per suscitare critiche verso coloro che propongono una linea dura contro il radicalismo islamico[iii]. Nel momento in cui scrivo queste righe il sito DC Leaks non è più online[iv]. In ogni caso è ancora possibile ritrovare alcuni tra i documenti relativi alla Open Society, se si sa come cercarli. Nelle note rinvio agli indirizzi dove li ho reperiti e ne metterò una copia a disposizione della redazione di Marx XXI.

I 14 eurodeputati italiani coinvolti

Nei giorni scorsi si è sparsa la notizia su quotidiani cartacei e on-line: stando a un documento riservato della Open Society Foundation, il miliardario George Soros può contare su 226 deputati del Parlamento europeo. E poiché il totale dei deputati è 751, si tratta evidentemente di un gruppo politico di una certa importanza. Tra gli “affidabili” 14 sono italiani: 13 appartenenti al PD (Benifei, Cofferati, Cozzolino, Del Monte, Gentile, Gualtieri, Kyenge, Morgano, Mosca, Panzeri, Pittella, Schlein, Viotti) e 1 all’Altra Europa per Tsipras (Barbara Spinelli). Gli articoli giornalistici non approfondiscono ulteriormente la questione; a una lettura attenta, è chiaro che copiano l’uno dall’altro e raramente rimandano alla fonte, la quale peraltro non è più disponibile. Per questo motivo si è reso necessario ricercare i documenti originali e verificare quanto c’è di vero in questa storia.

La guida del lobbista

Il documento cui facciamo riferimento consta di ben 177 pagine[v]. La prima parte è un’utile e dettagliata introduzione all’articolazione del Parlamento, dei gruppi politici che lo compongono, delle commissioni e dei temi di cui si occupano i singoli parlamentari. La seconda parte scheda i componenti affidabili, nome per nome.

Come funziona

Poniamo il caso che Simon De Augiana, giovane lobbista rampante, sia incaricato da Soros di perorare la causa del libero movimento di capitali tra gli stati. Il ragazzo è nuovo a Bruxelles e disorientato di fronte alle centinaia di deputati sconosciuti provenienti dai Paesi più disparati. Per sua fortuna, la fondazione Open Society lo ha fornito della guida. A p. ixapprenderà che il Comitato per gli affari economici e monetari (ECON) possiede le competenze che cerca (politiche economiche e monetarie, libera circolazione dei capitali, sistema monetario e finanziario internazionale, tasse, servizi finanziari, attività finanziarie della Banca europea per gli investimenti). Segue un elenco di 39 parlamentari affidabili, divisi per ruolo: presidente, vicepresidente, coordinatori, membri, sostituti. Poiché il nostro giovane punta in alto, consulta immediatamente la scheda del presidente, ovvero Roberto Gualtieri, italiano, appartenente al gruppo parlamentare S&D (Socialisti e Democratici). A p. 64 scoprirà che Gualtieri è nel Parlamento dal 2009, è uno storico e un professore universitario coinvolto da vicino nel recente rinnovamento del suo partito, che ha portato a un importante guadagno di popolarità. I suoi interessi vanno agli affari costituzionali, all’integrazione europea, agli affari monetari ed economici, al meccanismo di stabilità, agli affari esteri ecc. Il giovane potrà inoltre leggere una sezione di “note caratteristiche” che specificano come Gualtieri sia una delle voci più autorevoli del gruppo S&D, eletto in una delle posizioni più strategiche del Parlamento Europeo. Seguono ovviamente i suoi contatti, telefono, mail, posta, twitter. A questo punto il nostro lobbista avrà capito che Gualtieri è proprio l’uomo che fa per lui. Tuttavia, per scrupolo, consulta la scheda di un altro italiano nella lista, ovvero Andrea Cozzolino. Così viene a sapere che ha un diploma di scuola secondaria, è coinvolto in organizzazioni giovanili comuniste dal 1970, con responsabilità dal 1983. E’ stato consigliere regionale dal 2000, mentre dal 2005 è stato assessore regionale per l’agricoltura e l’industria. E’ deputato europeo dal 2009. I suoi interessi vanno all’utilizzo strutturale di fondi, la salute, la geopolitica del mediterraneo, il conflitto israelo-palestinese. Decisamente, si direbbe un profilo meno rilevante per gli scopi del nostro giovane lobbista, e poi nell’ECON Cozzolino non è che un sostituto. Pertanto, il nostro Simon decide di risparmiare le energie e concentrarsi su Gualtieri, e di ricorrere a Cozzolino, connazionale e compagno di gruppo politico, solo nel caso la via diretta fosse per qualche motivo sbarrata.

Cosa vuol dire “affidabile”?

Che cosa significa il fatto di trovare il nome di un deputato in questa guida? Gualtieri, Cozzolino e Spinelli sono sul libro paga di Soros? La risposta è no. L’introduzione spiega ai lobbisti come comportarsi nei confronti delle persone schedate. Si tratta di alleati provatiprobabili. Come specifica il documento, oltre a discutere temi individuali, la Open Society mira a costruire relazioni durature e di fiducia con i parlamentari. I loro profili individuali sono stati realizzati utilizzando sia informazioni pubbliche sia “ricerche originali” – il documento non specifica come vengano realizzate queste ultime. Quindi: Gualtieri, o la Kyenge, sono affidabili, non corrotti.In passato potrebbero aver avuto contatti con la Open Foundation. Ad esempio, un’organizzazione con cui sono in contatto potrebbe aver ricevuto dei finanziamenti, secondo un meccanismo che approfondiremo nelle prossime puntate della nostra inchiesta. E’ possibile che la loro campagna elettorale sia stata finanziata da Soros, del tutto legittimamente.

Come che sia, ad avere relazioni con Soros gli eurodeputati guadagnano l’appoggio di una fondazione che, come vedremo prossimamente, è in grado di effettuare campagne di portata europea ed è dotata di una capacità di spesa pressoché inimmaginabile. Dunque, il problema non si pone in termini di illegalità, quanto piuttosto di opportunità politica. Se devi il tuo seggio a un cospicuo finanziamento o se speri in un appoggio futuro per la tua rielezione, è difficile dimenticartene quando ti viene chiesto di giudicare una proposta che riguarda gli interessi del finanziatore.

Prossimamente

La geografia politica degli eurodeputati amici di Soros. Martin Schulz. Gli strani amori tra Soros e il GUE. Le funzioni dei deputati. I rischi legati alle attività lobbistiche.

Fonte L’Antidiplomatico

L’Ocse sorpresa, 6 americani su 10 non possiedono niente

Giorgio Cattaneo libreidee. Org 4.8.18

Anche quest’estate in televisione è arrivato l’immancabile ciclo dei film di “Rocky”. Pur essendo ogni produzione sostanzialmente uguale all’altra, Sylvester Stallone riesce sempre a catturare l’attenzione di chi ha un briciolo d’ambizione. Come fa? Non certo per i muscoli o la capacità di stare davanti ad una telecamera, se è vero che ieri come oggi ci sono attori ben più atletici e bravi a recitare. Nessuno però  ha saputo incarnare il sogno americano meglio di lui. Balboa è un uomo di umili origini e “solo” che contro ogni previsione riesce ad affermarsi in un mondo difficile e competitivo come quello americano. Un sogno alla portata di tutti: basta impegnarsi. Questo messaggio è affascinante; tutto l’Occidente ne è stato contagiato e sognare è gratis. A soli 40 anni dall’uscita del primo “Rocky”, gli americani si svegliano però dai sogni hollywoodiani e cominciano a fare due conti. Per capire se una società sta progredendo o meno occorre infatti paragonarla con altre simili per sistema produttivo, servizi, cultura, religione, nonchè col proprio passato. E’ ovvio che non possiamo mettere a confronto il tenore di vita dell’americano medio con quello di un pakistano, anche se c’è sempre qualche imbecille ideologizzato che lo fa. Fatta questa doverosa premessa, vediamo.

Negli Usa la disoccupazione si aggira oggi al 4% rispetto a una media europea doppia (9%). Quindi gli Usa hanno visto migliorare questo dato rispetto a qualche anno fa, durante il periodo della crisi dei mutui subprime, ma i salari minimi negli Stati Uniti sono scesi di un terzo in termini reali rispetto agli anni Settanta mentre in un paese come la Francia sono saliti di quattro volte. Inoltre, chi rimane senza lavoro in America non gode di ammortizzatori sociali, in buona sostanza, mentre negli altri paesi occidentali gli amministratori e l’opinione pubblica sono stati più bravi a tenere sotto controllo le disuguaglianze resistendo all’idea di convertire l’economia di mercato in una società di mercato. In poche parole, settori chiave come l’educazione, la sanità e la sicurezza sono stati sottratti alla deregulation più becera. La minaccia esiste e si fa sempre più grande, sia chiaro, ma rispetto agli Stati Uniti sono ancora rose e fiori. Come ripeto sempre fino alla nausea, la povertà e la ricchezza sono concetti, e non situazioni oggettive. Lo so che a molti questo ragionamento sembra ostico e controintuitivo, ma se nel mondo tutti morissero di fame mediamente attorno ai 30 anni, nessuno di costoro direbbe che è “povero”. Povertà e ricchezza, insomma, sono due facce della stessa medaglia: non può esserci la ricchezza se non c’è la povertà, e viceversa.

La situazione più intelligente, sic stantibus rebus, è quella di appianare il più possibile le disuguaglianze, perchè sono queste che rendono orrenda la povertà. Oggi davanti ai supermercati possiamo trovare un barbone che dichiara di fare 3 pasti al giorno ed è in sovrappeso, ma nessuno sano di mente si azzarderebbe a sostenere che egli non sia povero. Completamente rovesciata era la situazione nell’immediato dopoguerra italiano, ad esempio, quando essere in sovrappeso e mangiare tre volte al giorno era un lusso riservato a pochi fortunati. Ma vediamoli questi americani – impiegati al 96% – che razza di esistenza conducono. I dati Ocse sulla disuguaglianza ci dicono che il paese dove è in condizioni più radicali è l’America (Usa) e quelli dove è minore sono il Giappone e poi l’Italia. Ciò puo anche destare sorpresa, ma è nei numeri e accade per il semplice fatto che Giappone e Italia hanno molto debito pubblico, ma poco debito privato. A rendere povere le persone è il debito privato e non il debito pubblico. A meno che, come sta accadendo in Italia, non si decida a tavolino che anche il debito pubblico diventi un problema cedendone la gestione a speculatori, banchieri privati ed economisti rimasti fermi alle ricette ottocentesche.

Nello studio dell’Ocse, si vede chiaramente come la concentrazione della ricchezza non sia in mano alla classe media, che ne detiene appena il 30%. Il grosso degli americani è povero, nel senso che ha un lavoro magari, ma non ha beni nella propria disponibilità, al netto dei debiti contratti. Un altro studio del 2015 della Google Consumer Survey ha infine rivelato che 6 americani su 10 hanno meno di mille dollari sul conto corrente e che 1 su 5 il conto proprio non ce l’ha. A possedere un immobile (quasi sempre preso a debito con mutuo) sono solo il 63,5% degli statunitensi, contro il 74% per cento degli italiani. Insomma, se per le multinazionali americane la pacchia continua ed anzi aumenta, per l’americano medio le scelte economiche degli ultimi decenni, da Ronald Reagan in poi, sono state un autentico disastro che rivela, attraverso i dati sul debito privato, la reale possibilità per Rocky di comprare villa con piscina ad Adriana. In questo modello, pur caratterizzato oggi da alta occupazione, non è possibile affrontare con serenità nessun tipo di spesa imprevista né, in particolare, pensare di accumulare fortuna attraverso risparmi e investimenti.

(Massimo Bordin, “Il 60% degli americani non possiede nulla”, dal blog “Micidial” del 25 luglio 2018).