A che punto siamo con i treni ad alta velocità

Il post.it5.8.18

Le linee fatte, quelle che stiamo facendo e quelle che faremo: esclusa la controversa Torino-Lione

Nelle ultime settimane si è parlato di nuovo molto della linea ad alta velocità Torino-Lione, la cosiddetta TAV, dopo che diversi membri del governo si sono espressi sulla possibilità di interrompere i lavori per la sua costruzione. La linea Torino-Lione è comunque solo una delle varie linee ferroviarie ad alta velocità che in Italia sono state costruite, sono in costruzione o sono state progettate: per darvi un’idea di come stanno le cose abbiamo fatto un punto sull’attuale situazione di cantieri e progetti.

Le linee ad alta velocità possono essere più o meno veloci

Prima di tutto è importante chiarire quali linee ferroviarie possono essere definite ad alta velocità. Non esiste una definizione univoca di “alta velocità”, perché negli anni le velocità massime raggiunte dai treni più moderni sono cambiate. In Italia quando si parla di alta velocità e alta capacità (sbrigativamente, l’alta velocità delle merci) ci si può riferire sia a linee su cui si possono raggiungere i 300 chilometri orari, che attualmente è la velocità massima consentita, sia a linee dove si va al massimo ai 250 o ai 200 chilometri orari.

A livello legislativo quando si parla di “alta velocità” si intendono le linee dove si può andare ad almeno 250 chilometri orari, quelle adattate per poter far viaggiare treni a «velocità dell’ordine di 200 km/h» e quelle adattate ai treni che vanno ad alta velocità ma su cui solitamente si va molto più lentamente: ad esempio i tratti di ferrovie che arrivano nelle città, attraversano le stazioni e accedono ai terminal, oppure quelle per cui per ragioni topografiche non si può andare troppo veloce.

Dei 24.477 chilometri di ferrovia presenti in Italia, quelli su cui al momento si può andare a una velocità pari o superiore ai 250 chilometri orari hanno un’estensione complessiva di 896 chilometri. Per fare un confronto con altri paesi europei si possono guardare i dati (aggiornati a giugno) dell’Union internationale des chemins de fer (UIC), un’organizzazione internazionale che si occupa dell’industria del trasporto ferroviario. L’Italia è il quarto paese europeo per numero di chilometri di ferrovie ad alta velocità ma ne ha molti meno dei paesi che la precedono, dopo la Germania con 1.658 chilometri, la Francia con 2.814 e la Spagna con 2.852. C’è però da dire che tutti questi paesi hanno una superficie superiore a quella dell’Italia.

I progetti di ferrovie ad alta velocità peraltro sono tutti inseriti in un piano europeo per costruire quella che a volte è definita la “metropolitana d’Europa”, una linea di treni e linee ad alta velocità che colleghi i principali paesi europei. Tutte le linee italiane sono inserite in quattro dei nove corridoi europei: quello che collega il mar Baltico all’Adriatico, quello dal confine russo-finlandese al Mediterraneo, quello tra i porti olandesi del mare del Nord e Genova e quello dai porti del sud della Spagna all’Ungheria e al confine con l’Ucraina.

Le linee AV attualmente in uso

La principale direttrice di linee ad alta velocità in Italia è quella che collega Torino, in Piemonte, a Salerno, in Campania, passando per Milano, Reggio Emilia (attraverso la stazione Mediopadana), Bologna, Firenze, Roma e Napoli. È stata completata nel 2009 ed è lunga in tutto 977 chilometri. Per quasi tutto il tratto tra Roma e Firenze, completato nel 1992, la velocità massima è di 250 chilometri orari, mentre nelle linee più recenti i treni viaggiano per gran parte del tempo a 300 chilometri orari. Non tutta la linea quindi rientra nella definizione più stringente di “alta velocità”, quella in cui è possibile andare a più di 250 chilometri all’ora.

Oltre a quelle sulla direttrice Torino-Salerno ci sono alcune altre brevi linee ad alta velocità già costruite: quella tra Milano e Brescia, in Lombardia, dove la velocità massima consentita è 300 chilometri orari, e quella tra Padova e Mestre, in Veneto, dove la velocità massima consentita è 200 chilometri orari. Entrambe queste linee fanno parte di una direttrice che da progetto dovrebbe collegare Milano e Venezia da una parte, Milano e Genova dall’altra.

Ci sono poi le linee Padova-Bologna e Verona-Bologna: le vecchie linee sono state modificate per permettere un maggior passaggio di treni e di treni più veloci, per sostenere l’aumento di traffico ferroviario dovuto all’apertura della linea Torino-Salerno.

Una mappa non aggiornata – la linea che collega Treviglio e Brescia, ad esempio, è stata completata alla fine del 2016 – delle linee ferroviarie considerate ad alta velocità (Ferrovie dello Stato)

Le linee AV in costruzione

Altre linee ad alta velocità sono in fase di costruzione, sia nel nord che nel sud Italia, alcune interamente in territorio nazionale, altre no. Una delle linee a cui si sta lavorando è quella tra Milano e Genova: il cantiere del cosiddetto “terzo valico del Giovi” (sul passo del Giovi, sull’Appennino ligure, c’erano già due linee ferroviarie) è stato aperto nell’aprile del 2012. La linea si sviluppa in direzione sud-nord tra Genova e Tortona ed è lunga 53 chilometri, di cui 37 in galleria. La velocità massima che i treni potranno raggiungere sarà compresa tra i 200 e i 250 chilometri orari. La linea è stata divisa in sei lotti e attualmente sono in corso i lavori nei primi quattro. Contattata dal Post, Rete Ferroviaria Italiana (RFI) ha detto che la chiusura dei cantieri è attualmente prevista per il 2023.

Un momento della prima visita di Iolanda Romano, commissaria di governo del terzo valico dei Giovi, al cantiere, il 23 febbraio 2016

Un’altra linea a cui si sta lavorando è quella che collega Napoli a Bari. In questo caso non si sta costruendo una nuova linea, ma si sta potenziando quella vecchia, raddoppiando i binari (cosa che permetterà di avere treni più frequenti) e rendendoli adatti a treni più veloci. Dei 150 chilometri della linea, 40 permetteranno una velocità massima di 250 chilometri orari, mentre sul resto del tracciato si andrà al massimo a 200 chilometri all’ora. Tra i punti in cui sono attualmente in corso i lavori c’è il tratto tra Napoli e Cancello, in provincia di Caserta, e quello tra Cancello e Frasso Telesino, in provincia di Benevento. Si prevede la fine dei lavori per il 2026: una volta realizzata la linea sarà possibile raggiungere Bari da Napoli in due ore, invece che nelle circa quattro attuali.

Sempre al sud si sta lavorando sulla linea che collega Palermo, Catania e Messina, a sua volta da potenziare. Parte della linea tra Messina e Catania ha già le caratteristiche giuste, altre parti devono ancora essere sistemate: la fine dei lavori è prevista anche in questo caso per il 2026. Lo scorso novembre Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) e commissario di governo per la realizzazione della linea, aveva detto che terminata la linea «sarà possibile spostarsi da Catania a Palermo in meno di due ore», contro le circa tre attuali. La velocità massima raggiungibile sulla linea sarà di 200 chilometri orari.

Ci sono poi le linee che collegheranno l’Italia ad altri paesi: la più famosa è la Torino-Lione, ma si sta lavorando anche al tunnel sotto il passo del Brennero che collegherà l’austriaca Innsbruck a Fortezza che è in provincia di Bolzano (e un giorno Verona a Monaco di Baviera).

Per realizzare la Torino-Lione si sta lavorando a un tunnel di base sotto il Moncenisio: sarà lungo 57,5 chilometri, di cui 12,5 in territorio italiano, e collegherà le stazioni di Saint-Jean-de-Maurienne e di Susa. Si prevede che il tunnel, i cui lavori sono di fatto cominciati nel 2017, sarà operativo nel 2030. I lavori della galleria di base del Brennero, che sarà lunga 55 chilometri, sono invece iniziati a settembre 2014 e si prevede che termineranno nel 2027: l’avanzamento dei lavori si può seguire sul sito della società per metà italiana e per metà austriaca che si sta occupando della costruzione del tunnel.

I cantieri che stanno per partire, e un progetto

A breve saranno aperti nuovi cantieri per una linea AV: quella per collegare Brescia a Verona, con una velocità massima di 300 chilometri orari, e quella per collegare Verona a Padova, con una velocità massima di 250.

Il 6 giugno RFI e il Consorzio Cepav Due (che esiste dal 1991 con lo scopo di realizzare la linea AV tra Milano e Verona) hanno firmato il contratto per la realizzazione del primo lotto della linea Brescia-Verona, su cui si raggiungerà la velocità di 300 chilometri orari. La fine dei lavori è prevista per il 2025. Il 7 e l’8 agosto le persone a cui verranno espropriati i terreni per costruirla saranno informati a riguardo. Nelle ultime settimane si era parlato anche di questo progetto perché all’inizio di luglio il ministero dei Trasporti aveva diffuso una nota per annunciare una nuova analisi del progetto, in particolare in merito ai costi.

Per quanto riguarda la Verona-Padova, da progetto è stata divisa in tre lotti. Per il primo, tra Verona e Vicenza, il 18 luglio è stato approvato il progetto definitivo dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE). Per il secondo, quello dell’attraversamento di Vicenza, si sta aspettando l’approvazione del progetto preliminare, mentre il terzo, da Vicenza a Padova, è da finanziare.

Un’altra linea poi è in fase di progettazione: la Mestre-Trieste, dove la velocità massima sarà di 200 chilometri orari. Per quanto riguarda le linee per collegare l’Italia ad altri paesi, c’è anche il progetto per un collegamento da Trieste a Divača in Slovenia.

Sia le linee in costruzione che quelle ancora solo sulla carta potrebbero subire modifiche: per quelle a cui si sta già lavorando i cambiamenti devono essere fatti rispettando il codice degli appalti, mentre per quelle ancora solo progettate bisogna cambiare la pianificazione strategica decisa dello stato.

Perché la caccia ai troll russi rischia di trasformarsi in un narcotico per i benpensanti

Gianfranco Polillo startmag.it 5.8.18

Il commento di Gianfranco Polillo sul caso controverso dei troll che avrebbero fomentato un attacco via Twitter contro il Quirinale

La caccia ai troll russi – il titolo di un prossimo film d’avventura – rischia di trasformarsi in un narcotico potente per i benpensanti. Alimenta l’illusione che le grandi trasformazioni politiche che stanno investendo l’Occidente – Stati Uniti in testa – siano il frutto della semplice manipolazione culturale. E non la conseguenza di fenomeni profondi che hanno scavato negli assetti dell’economia, mettendone in luce contraddizioni e criticità.

Che un effetto gregge nella diffusione delle fake news vi sia stato è altamente probabile. Che abbia prodotto le conseguenze temute è, invece, tutto da dimostrare. Limitarsi a constatare la grande diffusione dei social network serve a poco.

L’indagine dovrebbe riguardare la diversa tipologia degli utilizzatori. Un conto sono gli analfabeti di ritorno. Quelli, per intenderci, che non leggono un libro, che considerano la carta stampata sterco del demonio, che guardano all’informazione professionalizzata, in Tv ed altrove, come dominata da poteri opachi.

Altro conto è chi usa internet per la velocità che garantisce nella selezione delle notizie e per integrare il proprio retroterra culturale. In questo secondo caso è facile distinguere il grano dal loglio. Vedere quando si è di fronte ad una montatura senza capo né coda come fu la richiesta di impeachment, avanzata da Luigi Di Maio, contro il presidente della Repubblica. E solo dopo rilanciata sul web, ad opera di ingenui e manipolatori.

Questa varietà nel mondo dei cyber nautici dovrebbe invitare alla prudenza, onde evitare possibili reazioni incontrollate. Altrimenti si fornirebbero armi a chi vuole controllare la rete – avviene in molti Paesi dalle fragili strutture democratiche – per combattere non tanto le fake news di regime. Quanto la libera critica contro il dispotismo. Se queste considerazioni hanno un loro fondamento, ne deriva che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. La manipolazione è stata sempre una caratteristica del nostro tempo. Utilizza solo i diversi strumenti di cui dispone. Naturalmente l’impatto può essere diverso. Ma senza un’indagine approfondita è difficile stilare una possibile classifica.

Con l’avvento della televisione, un profondo conoscitore di quello strumento, come Jader Jacobelli, era solito mettere in guardia contro la potenza comunicativa di quel mezzo. Entrava di soppiatto nelle case degli spettatori. Ne condizionava la capacità critica con la potenza delle immagini. Trasmetteva un messaggio omologante al quale era difficile resistere. Oggi, secondo le critiche ricorrenti, anche questo mezzo è superato dal fuoco dei social network. Di nuovo le vecchie categorie di Umberto Eco: apocalittici e integrati.

È la storia che si ripete, con ben poche varianti. Ma con un effetto placebo che è bene non trascurare. Lo smottamento politico, in Italia, in Europa e nelle altre grandi Nazioni dell’Occidente, è stata conseguenza delle grandi trasformazioni strutturali che ne hanno colpito il cuore. All’origine del quale sono le grandi contraddizioni di una globalizzazione che va esaminata in tutte le sue luci ed ombre. Se è vero che essa ha prodotto ricchezza e benessere in alcune parti del mondo: soprattutto il Sud est asiatico.

Nelle vecchie cattedrali del benessere novecentesco, i risultati sono stati ben diversi. Una concorrenza, il più delle volte unfair, ha comportato la chiusura di attività produttive divenute, improvvisamente, obsolete. Forse ci voleva più tempo prima di abbassare la guardia delle tariffe doganali, per consentire i necessari processi di riconversione produttiva. Ed anche più lungimiranza da parte delle relative classi dirigenti. Basti pensare alle conseguenze della crisi finanziaria, dovuta al fallimento della Lehman Brothers. Far finta che tutto ciò possa essere facilmente archiviato per fomentare la caccia ai troll russi è solo un atto di ordinaria follia.

Italia. I 400mila che si arricchiscono con il debito pubblico e la finanza

Stefano Porcari contropiano.otg 5.8.18

E’ acclarato. Non siamo tutti sulla stessa barca. Mentre tutti gli indicatori certificano l’aumento della povertà anche nei paesi a capitalismo avanzato, l’ultimo rapporto sulla ricchezza globale stilato dal Boston Consulting Group, Global Wealth 2018, rivela che negli ultimi anni la ricchezza finanziaria personale nel mondo ha continuato a crescere e nel 2018 ha registrato un aumento del 12% rispetto al 2017, raggiungendo il totale di 201,9 mila miliardi di dollari. A riferirlo è Wall Street Italia.

E in Italia? Gli individui che hanno un patrimonio in titoli di Stato, azioni o altri strumenti finanziari superiore al milione di dollari sono saliti 394mila, il 19% in più rispetto ai 330mila del 2016, e potrebbero diventare 519mila entro il 2022. Secondo gli analisti entro il 2022 la ricchezza personale degli italiani potrebbe toccare i 7 mila miliardi di dollari, quasi totalmente rappresentata da prodotti finanziari e rendita immobiliare.

E’ bene ricordare che, secondo l’Istat, quasi il 30% delle persone residenti in Italia, nel 2016 è a rischio di povertà ed esclusione sociale. Un dato che si riflette nella rilevazione del reddito medio che registra una significativa crescita ma anche una maggiore disuguaglianza economica tra le famiglie italiane. Numeri che, scrive l’Istituto, vedono gli obiettivi prefissati dalla Strategia Europa 2020 ancora lontani: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale – precisamente pari a 18.136.663 individui – è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto.

L’Italia si trova così in linea con la crescita della ricchezza privata a livello europeo al 3% e che prevede un aumento del 5% dal 2018 al 2022. A trainare questo assai circoscritto aumento della ricchezza, secondo il Boston Consulting sono l’andamento dei mercati, la ricchezza azionaria, i fondi di investimento e le valute.

Quando per impedire pensioni dignitose e in tempi dignitosi, standard sanitari di qualità, istruzione pubblica adeguata ci dicono sempre che non ci sono i soldi, tutto questo dimostra che i soldi ci sono, e pure tanti, sono solo concentrati in una minoranza di persone che si arricchiscono facendo impoverire la gente, facendola invecchiare male, curarsi poco e rendendo analfabeti tutti gli altri. E gli vogliono anche costruire una tassa cucita su misura per tutelarne le ricchezze: la flat tax.

Propaganda di regime al Tg1 delle 20: vergognosa e rivoltante

Clairemont Ferrand

POSTED ON AGOSTO 5, 2018

Silenziefalsita.it

Ieri sera ho guardato il Tg1 delle 20: vera e propria propaganda di regime! Direttori e giornalisti scelti da Renzi operano come che Renzi fosse ancora al governo, senza il minimo ritegno, senza alcun segno di rispetto verso la maggioranza degli italiani, oltre il 60%!

Neanche il minimo segno di rispetto verso la realtà delle cose!

Una informazione adulterata per lavare a dovere il cervello degli italiani, soprattutto degli anziani, quelli meno dotati di strumenti di informazione alternativi.

Utilizza la notizia, il servizio pubblico pagato con i nostri soldi obbligatoriamente nella bolletta elettrica, in cui si ipotizza (ma dandola subdolamente per certa) dei troll russi che avrebbero agito contro Mattarella, per insinuare dubbi infamanti contro i Cinque Stelle.

Il testo di tale notizia, accuratamente studiato a tavolino, in chiusura riporta a bella posta la richiesta di impeachment del Movimento contro lo stesso Mattarella, mettendo in risalto la contemporaneità dei due eventi, di cui uno, quello dei troll russi, solamente ipotizzato, ma presentato come sicuro.

Più che evidente l’indegno tentativo di dare a intendere che fossero eventi facenti parte di un unico contesto.

Vergognoso e rivoltante.

La risposta adeguata è il silenzio, data la gravità dell’insinuazione.

Ma la gravità è accentuata dal fatto che il tutto è costruito in maniera ‘furba’, apparentemente inattaccabile.

Si tratta invece di una vera e propria frode mediatica.

E da parte del sevizio pubblico televisivo pagato con i soldi di tutti gli italiani!

A questa impostura se ne è aggiunta un’altra.

Tra le prime notizie del tg, una rilevanza assolutamente sproporzionata, è stata data quella di UN DEPUTATO E UN SENATORE, appartenenti ai gruppi parlamentari 5 Stelle, che hanno manifestato pubblicamente una posizione in contrasto con quella ufficiale dello stesso Movimento a proposito dei vaccini.

Non cinque, dieci parlamentari, ma DUE parlamentari!

Non mi trattengo su altre perle, come quella delle dimissioni del velista senza specificarne la ragione, ma lasciando a intendere che si tratta semplicemente di una guerra interna.

Il format del TG RAI delle 20 – quello a cui ho assistito ieri sera, ma ci sono pochi dubbi che venga ripetuto ogni sera allo stesso modo – ha una impostazione della divulgazione e costruzione delle notizie smaccatamente aggressiva anti 5S e anti Lega di tipo economico, sociale e di costume!

Nulla viene tralasciato per costruire in maniera artefatta, per dare una verniciata di credibilità, a una informazione adulterata di parte contro la maggioranza di governo voluta dagli italiani ma inaccettabile per chi rappresenta solo se stesso.

Vi lascio immaginare cosa succederà in autunno quando si parlerà delle riforme economiche più importanti…

Se questa non è un’aggressione mediatica premeditata da parte del TG RAI più seguito, che cos’è?

Lo spiraglio, arbitro per le controversie finanziarie dà ragione a pensionato socio ex BPVi: Intesa Sanpaolo costretta a risarcirlo per le azioni sottoscritte nel 2014

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 5.8.18

L’arbitro per le controversie finanziarie (ACF) ha riconosciuto il risarcimento a un pensionato, assistito dal presidente provinciale Codacons avvocato Paolo Di Stefano e che nel 2014 ha investito in azioni di Banca Popolare di Vicenza, condannando l’intermediario a pagare 16.500 euro, pari alla sua perdita totale, oltre interessi e rivalutazione monetaria. A metter mano al portafogli dovrà essere Intesa Sanpaolo, malgrado si sia dichiarata estranea alla vicenda, considerando responsabile la sola bad bank, ossia BPVi oggi in liquidazione coatta amministrativa e all’epoca controllante di Banca Nuova.

“Si tratta di una vittoria certamente importante perché conferma la responsabilità della banca cessionaria, Intesa Sanpaolo, e perché si inserisce nel solco di altre pronunce favorevoli che accertano le molteplici e gravi violazioni bancarie, commesse in occasione delle operazioni di collocamento delle azioni BPVi”, dichiara Di Stefano, il quale aggiunge: “”Mi auguro che la banca ottemperi alla decisione dell’ACF, risarcendo l’azionista entro il termine di trenta giorni (oramai prossimo allo scadere) che le è stato assegnato, anche nel rispetto di quei principi deflattivi del contenzioso giudiziale che hanno ispirato l’istituzione dell’organismo di risoluzione alternativa delle controversie finanziarie, operativo in Consob dal 9 gennaio 2017”.

“A tal proposito – prosegue Di Stefano – considerato l’alto numero di azionisti BPVi danneggiati e la serialità del fenomeno, ritengo necessario che ogni operatore – per primo l’avvocato – faccia il possibile, laddove sussistano i presupposti, per evitare l’incremento del già alto numero di cause che intasa le aule dei tribunali. Tuttavia, nel caso in cui la banca rimanga inadempiente, non avremo altra scelta che citarla in giudizio”.

Secondo il Codacons: “È l’ennesima prova di quanto male si sia fatto ai risparmiatori, nell’ambito delle operazioni di collocamento delle azioni BPVi. Il problema, però, ha portata enorme ed è di rilevanza sociale. Per questo motivo, al di là dei ricorsi all’ACF o alle aule di giustizia, è necessario che le istituzioni intervengano con forte determinazione e senza ulteriori esitazioni. Per molti azionisti è infatti di vitale importanza ricevere risposte concrete, cominciando ad attivare i tanto annunciati fondi ristoro e il plafond che la stessa Intesa Sanpaolo aveva annunciato di aver stanziato a favore dei non pochi risparmiatori ‘traditi’ dagli istituti finiti in liquidazione”.

da NewsSicilia.it

FINANZA/ Mediobanca e Generali, la nuova prova che il capitalismo italiano è morto

Elliott smentisce, ma Mediobanca resta comunque facilmente aggredibile e Generali a portata di tiro. Non si è creata difesa di quel che resta del capitalismo italiano. SERGIO LUCIANO il sussidiario.net 5.8.18

Saranno contenti i molti “antitaliani”, quelli per i quali l’Italia migliore sarebbe un’Italia in cui si parlasse tedesco: sta di fatto che le voci borsistiche divampate nelle ultime 48 ore su Mediobanca altro non confermano – per ora – se non che è verosimile e agevolissimo per chiunque, con poco più di un soffio, destabilizzare quel che resta della vecchia alta finanza italiana e arraffarne i pochi gioielli rimasti. Disfattismo? Proviamo a capire.

Dunque il fondo Elliott – che ha smentito, ma questo conta zero perché sui mercati tutti smentiscono sempre, anche mentendo, se possono farlo all’ombra dei formalismi sulla concretizzazione procedurale di decisioni sempre prese prima e fuori dagli organi preposti! – vorrebbe fare soldi sull’accrocchio di poterucolo rimasto attorno a Piazzetta Cuccia. Avrebbe rastrellato l’1% di Mediobanca (capirai: 79 milioni di euro, meno di Ronaldo) per andare in assemblea, aggregare intorno a sé un altro po’ di malmostosi e imporre una scissione del pacchetto di riferimento che Mediobanca controlla nelle Assicurazioni Generali, il 13,2%, che poi da solo vale un terzo di tutta la capitalizzazione borsistica di Mediobanca.

Abbiamo detto che Elliott ha smentito. Ha smentito anche Paolo Scaroni, ex capo dell’Eni ed oggi presidente del Milan, nonché consigliere Telecom in quota fondo Elliott, che secondo alcune voci sarebbe andato a trovare il ministro Tria per comunicargli (ma che c’entrerebbe, nel caso, Tria?) dell’imminente offensiva del fondo: e se ha smentito anche Scaroni, che notoriamente smentisce e non mentisce, allora sarà proprio così. Mai andato da Tria, che neanche conosce, e non sa cosa si perde (Tria).

E dunque, la chiudiamo qui? Eh, no! Sarebbe troppo facile! Il punto è semplicissimo, e qui c’azzecca con gli “antitaliani”. Il punto è che non tanto Elliott – in fondo un attore piccolino, dal basso dei suoi appena 34 miliardi di dollari di patrimonio gestito – ma uno qualunque dei grandi attori della finanza mondiale, sia bancari che assicurativi e finanziari, colossi da centinaia di miliardi di capitalizzazione, di patrimonio e talvolta di cash, volendo potrebbe starnutire e prendersi Mediobanca e Generali in un colpo solo.

Perché? Sarebbe semplice prendersela con Alberto Nagel, colpevole semmai (ma verso se stesso) di essere amministratore delegato di Mediobanca da troppo tempo – indocile alle memorabili raccomandazioni di Monti, quando il bocconiano capo degli antitaliani disse che il posto fisso è monotono: a lui certamente non si può rimproverare un eccessivo attivismo, ma ha pur sempre fatto aumentare di molto la capitalizzazione, circa un terzo in più dal 2013, e ha appena archiviato un esercizio con quasi una miliardata di utile netto. No, il punto è un altro: che ci vuoi fare, con un capitalismo giocattolo come quello italiano?

Guardiamo ai soci di Mediobanca. C’è Unicredit, con l’8,42%, che è una public company controllata per il 64% da investitori istituzionali tra i quali batte tricolore italiano solo il 3%: capirai il presidio nazionale. C’è Bollorè, con il 7,8%, il francese più saldamente abbarbicato sulle scatole di tutte le istituzioni italiane, traditore contrattuale di Fininvest, azionista congelato in Telecom, sotto inchiesta in Africa per le sue gestioni… dinamiche dei porti, insomma un personaggino coi fiocchi. C’è Blackrock, con il 5%, vendibile per definizione al miglior offerente… E quest’arlecchinata di azionisti stranieri dovrebbe difendere Mediobanca? Non scherziamo.

Il fatto è che per quanto, nonostante (o forse grazie a?) la prudente gestione di Nagel la banca che fu di Cuccia funzioni bene, non interessa a nessuno. Nonostante la gallinella dalle uova d’oro triestina di cui custodisce un rotondo 13,2%. Perché? Perché dentro i forzieri della Gallina-Generali c’è tanto di quel debito pubblico italiano – una buona metà dei 450 miliardi di attivi – che uno starnuto dello spread, un colpetto di tosse della Bce, e gli equilibri patrimoniali si destabilizzano.

Ora, diciamolo: ma vi pare il momento, questo, di scherzare col fuoco? Con i mercati che già puntano i fucili sulla prossima Legge di bilancio? Per carità, lasciamo perdere. Quel che resta è che – va detto – il capitalismo italiano non c’è più. E se per concludere diamo un’occhiata agli altri soci delle Generali, non si sa se massaggiarsi lo stomaco per il dolore o per le risate. Al 4%, dopo Mediobanca, nell’azionariato triestino c’è il gruppo Caltagirone, un uomo solo al comando, Francesco Gaetano, 73 anni, intenditore di numismatica cemento e palazzine; poi con poche azioni di meno Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, altro uomo solo al comando, un virgulto di 83 anni, così attento alla perpetuazione del gruppo per omnia secula seculorum da aver accuratamente segato via i figli dalla successione gestionale; c’è Edizione dei Benetton, anche lì un club Acqua di Fiuggi guidato da Luciano (83 anni) e Gilberto Benetton (77), impegnati su aeroporti, autostrade, ristoranti e pullover. E c’è l’ex gruppo De Agostini, investito in giochi legali soprattutto americani e family office, un eccellente cedolificio, pronto a far progetti strategici e difese nazionali delle Generali come a bere olio di ricino ogni mattino per colazione.

Insomma: non è che con questi pretoriani che si difenderebbe il Leone di Trieste da un eventuale assalitore. Quel Leone si difende da solo, con il peso della sua criniera di Btp. Poi non c’è da stupirsi se una masnada di giovanotti sovranisti populisti, nazionalisti e malpancisti come gli attuali governanti gialloverdi invocano il ritorno dello Stato imprenditore, l’unico a conti fatti ad aver creato valore in Italia con un po’ di investimenti industriali veri negli anni d’oro – lontanissimi – dell’Iri e dell’Eni. Peccato che i 110 miliardi di euro incassati dallo Stato di Prodi e Ciampi vendendo e anche svendendo le partecipazioni statali al capitale straniero abbiano azzerato le riserve dello Stato padrone senza naturalmente sanare il debito pubblico, che casualmente è ancora al 132% del Pil. E peccato che lo Stato padrone abbia le pezze sui pantaloni.

Quasi quasi, se questo signor Elliott ci molla due dollari non guasta. Ultimi giorni, occasionissime, approfittatene.

IL NUOVO 2011/ L’attacco suicida dell’Italia a Draghi

Stefano Cingolani

Esattamente sette anni fa la Bce inviava una lettera all’Italia. Oggi il nostro Paese rischia più di allora sotto i colpi dello spread. STEFANO CINGOLANI il sussidiario.net 5.8.18

Caro primo ministro…”. Il 5 agosto 2011 la Banca centrale europea inviava una lettera riservata a Silvio Berlusconi, firmata dal presidente Jean Claude Trichet e dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (in attesa di sostituire Trichet). Faceva seguito a una riunione del consiglio direttivo dedicata a esaminare “la situazione nei mercati dei titoli di stato italiani”. Il mese precedente la differenza tra i Btp decennali e i Bund tedeschi a dieci anni aveva superato per la prima volta i duecento punti base (cioè il 2%) e la forbice continuava ad allargarsi. Oggi lo spread ha toccato i 270 punti base ed è aumentato di almeno 4 miliardi il costo per rifinanziare il debito pubblico; viene intaccato il patrimonio delle banche e delle assicurazioni che sono piene di titoli di stato (si calcola che siano stati bruciati 3 miliardi di utili); i fondi di investimento registrano una riduzione della raccolta netta di 56 miliardi di euro nel primo semestre; il mercato dei Btp è considerato “illiquido” dagli operatori della City; in base al sistema di pagamento Target2 gestito dalla Bce, 60 miliardi sono passati dalle banche italiane a conti presso altri paesi della zona euro. Tutto questo mentre il prodotto lordo è in netta frenata (dall’1,5% previsto all’1,1% tendenziale).

Sono fatti che riguardano la realtà dell’economia, non polemiche politiche. La situazione presenta molte analogie con quella del 2011. Finora, però, non risulta che la Bce abbia dedicato una riunione specifica al caso italiano. Sono diverse le condizioni generali (l’economia europea rallenta, ma non è in corso nessuna crac come quello della Grecia che dall’autunno 2010 scatenò l’allarme sui mercati). Sono diverse anche le condizioni politiche. La lettera di sette anni fa conteneva una preoccupata analisi e alcune raccomandazioni a cominciare da “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme”: liberalizzazione dei servizi pubblici e professionali; riforma dei contratti di lavoro puntando su accordi a livello di impresa; “revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento”; misure immediate e decise per la sostenibilità delle finanze pubbliche (“un deficit migliore di quanto previsto, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa”); una riforma delle pensioni (soprattutto anzianità e donne), anche se non così drastica come quella Monti-Fornero; una clausola di riduzione automatica del deficit attraverso tagli delle spese; una riforma della pubblica amministrazione.

Rivelata dai giornali, la lettera scatena una forte tensione nel governo tra la Lega, Berlusconi e il ministro del Tesoro Tremonti. Bossi si oppone soprattutto a toccare le pensioni. Berlusconi chiede una “frustata” all’economia con più spese per consumi e investimenti. Tremonti cerca di salvaguardare la tenuta del bilancio pubblico. A novembre Berlusconi si dimette, arriva un governo d’emergenza guidato da Mario Monti che aumenta le tasse e allunga a 67 anni l’età pensionabile. Stop. Toccherà a Renzi mettere in cantiere le riforme, a cominciare da quella su assunzioni e licenziamenti (abolizione dell’articolo 18). Ma nemmeno lui realizza i cambiamenti strutturali invocati dalla Bce (a cominciare dalle liberalizzazioni e dalla pubblica amministrazione), né riesce a ridurre il debito pubblico.

Il governo giallo-verde finora si è dedicato a smontare quel che avevano deciso i predecessori (ha rinviato anche la liberalizzazione del mercato elettrico che tra tutte è quella che più serve ai cittadini). Ma non ha osato reintrodurre l’articolo 18 dopo l’ondata di proteste tra gli imprenditori (anche quelli che hanno votato Lega e 5 stelle) per l’impatto negativo delle rigidità introdotte con il decreto chiamato “dignità”.

Sui conti pubblici, venerdì si è riunito un vertice ristretto che, secondo le ricostruzioni, non ha risparmiato tensioni tra i quadrumviri del governo (Conte, Tria, Di Maio e Giorgetti in rappresentanza di Salvini). Alla fine è prevalsa la cautela del ministro dell’Economia sostenuto dal Presidente del consiglio. In sostanza, si cercherà di tenere il bilancio in ordine e offrire un primo assaggio delle due misure per le quali si battono i gialli (il reddito di cittadinanza) e i verdi (la flat tax). Intanto, Paolo Savona cercherà le coperture per i 50 miliardi di euro per investimenti pubblici che intende proporre a settembre. Tria ha paventato l’aumento dell’Iva (12,5 miliardi di euro) per coprire la riforma fiscale. E ha sciorinato “la dolorosa”, come la chiamano gli spagnoli.

La prossima Legge di bilancio dovrà trovare almeno 26 miliardi di euro. Questa è la base di partenza. Il reddito di cittadinanza costerebbe almeno 17 miliardi. Si può ricorrere a un escamotage: mettere insieme quel che è già stanziato per il reddito d’inclusione varato dal governo Gentiloni, più altri trasferimenti assistenziali in modo da rastrellare tra i 6 e i 7 miliardi, e chiamare il tutto un primo passo verso la meta. Lo stesso vale per la flat tax: cominciare dalle partite Iva e dalle piccole e medie aziende aumentando il fatturato indispensabile per raggiungere il forfait del 15%. In sostanza, sarebbe la “flat tax renziana” rafforzata, rinviando a tempi migliori il taglio delle imposte per i redditi individuali e familiari. Quanto alla Fornero, che Salvini voleva seppellire in quattro e quattr’otto, non è previsto per ora di toccare le pensioni.

Conte e Treu hanno cercato di rassicurare i mercati. Ma alla Lega non basta, Giorgetti sbraita sui giornali, Salvini non sa cosa inventarsi per coprire la ritirata. I suoi “esperti economici”, come Borghi e Bagnai, battono tamburi di guerra. Di Maio non può essere da meno, e non mancherà di smentire il vertice di governo. Si riparte, dunque, dalla casella iniziale in questo gioco dell’oca che sta già costando caro agli italiani. “Non si può scherzare con lo spread”, ha detto Tria a Di Maio e Giorgetti. E non si può nemmeno “sparare sul pianista”.

Se la Bce prendesse oggi carta e penna, che cosa raccomanderebbe al Governo italiano? Di riaprire i cantieri delle riforme accantonate per accontentare le tante, troppe lobby alle quali leghisti e grillini hanno lisciato il pelo. Quanto alla politica di bilancio, al primo posto ci sarebbe la riduzione del debito pubblico, non solo con la crescita, ma portando il disavanzo strutturale (cioè al netto degli interventi congiunturali) il più vicino possibile al pareggio. È una linea che non piace ai giallo-verdi. Uno degli argomenti più usati sui media è che non si può tirare la cinghia, tanto meno adesso che la crescita rallenta. In realtà, la Bce consente di spendere per impedire una nuova recessione, la sua preoccupazione riguarda le uscite correnti ordinarie, non coperte da altrettante entrate. Tria lo sa. Giorgetti lo ha dimenticato? Di Maio non se ne preoccupa, e questo è un guaio.

Un’altra lettera della Bce non è prevista. È annunciato, invece, un cambiamento nella politica monetaria con la fine dell’acquisto di titoli. C’è qualcuno che medita di difendersi contrattaccando. E l’offensiva, questa volta, sarebbe diretta proprio a Francoforte. Si sente già dire che lo spread sale perché la Bce non compra più titoli (del resto ne acquista già meno) preparando una campagna d’autunno non contro gli speculatori (contro Soros, per intenderci), ma direttamente contro Mario Draghi. Se davvero questa idea, che per ora frulla in testa ai più esagitati e viene rilanciata dai troll sui social media, prendesse corpo, sarebbe il colpo finale. E lo spettro del 2011, ora in agguato, si materializzerebbe nello spazio di un mattino.

Deutsche Bank subisce il downgrade da parte di Moody’s

Fabio Lugano scenari economici.it 4.8.18

Cari amici,

altra tegola per Deutsche Bank. Moody’s  ha deciso di downgrare il debito di Deutsche Bank, da Baa2 a Baa3, portando a cascata ad una riclassificazione di tutto il debito emesso dall’istituto di credito. Questo  condurrà ad una modifica della quotazione dei titoli di debito ed un aumento del costo di finanziamento per la banca.

Moody’s giustifica questa scelta con la modifica legislativa tedesca sul regime di insolvenza bancaria: dato che, con una mossa astuta, neppure più i debiti Senior sono garantiti, ma possono partecipare al Bail In in modo selettivo, per cui bisogna riclassificarli da “Senior” a “Junior Senior”. Questo cambio normativo è significativo della mentalità tedesca: per una volontà di carattere ideologico, non logico, si preferisce mettere in difficoltà gli istituti di credito piuttosto che darne garanzia pubblica. Una visione coerente con Hayek, secondo cui le banche dovrebbero fallire esattamente come tutte le altre società, ma che sicuramente non vedrebbe d’accordo molti economisti europei e molti governatori di banche centrali. A dir la verità le autorità finanziarie tedesche hanno deciso di lasciare lo spazio ad una bella dose di arbitrarietà, lasciando la possibilità di escludere da un eventuale Bail In, che obbligherebbe la conversione del debito in capitale, alcune categorie di debito junior: insomma, in generale, si sta creando una certa confusione, ed usiamo un eufemismo, relativamente al Bail In a cosa ci va dentro a cosa resta escluso. Lasciare un livello di libertà di scelta alle autorità significa che, a priori, gli investitori non conosceranno il rischio del debito che acquistano e quindi chiederanno la remunerazione più elevata.

Non era meglio un quadro normativo chiaro e semplice che dicesse chiaramente i casi di intervento delle autorità monetarie? Evidentemente, per qualcuno, no …

Una pausa di mezza estate

comedonchisciotte.org 5.8.18

DI DMITRY ORLOV

cluborlov.blogspot.com

58ºN è la latitudine a cui trascorriamo le nostre estati. Siamo 3º a sud (e 120º ad ovest) di Anchorage, Alaska. Il tempo qui è subtropicale, da settimane. Un paio di pantaloncini  (lavati ogni giorno saltando nel fiume) bastano come vestiario. Saltare nel fiume è ancora rinfrescante, anche se è abbastanza caldo da poterci passare mezza giornata senza rischiare il raffreddore.

Le temperature diurne oscillano attorno ai 27°C; il massimo di domani è previsto sui 30ºC. Nel pomeriggio, spesso si verificano temporali ed acquazzoni torrenziali. Tutto, erbacce comprese, sta crescendo molto più velocemente del solito. Sulla strada c’è un gran raccolto di mele, molte delle quali cadono a terra durante i temporali pomeridiani; raccoglierle e ricavarci qualcosa si sta trasformando in una gran fatica. L’unico modo per non sprecarle è costruire una pressa per sidro ed un alambicco. L’anno successivo diverrà Calvados.

Con così tante cose in corso al momento, ho meno tempo per scrivere: sarò quindi breve e diretto. Pubblicherò un post più lungo giovedì.

Nel mentre, vorrei condividere con voi tre osservazioni che ho trovato particolarmente interessanti.

I giacimenti petroliferi di scisto americani si stanno esaurendo ad un ritmo sempre più rapido. Il calo più recente è di mezzo milione di barili al mese al giorno. La Sindrome della Regina Rossa – dover correre sempre più velocemente solo per rimanere sul posto – è in pieno svolgimento.

Con i prezzi del petrolio ora più alti di quanto lo siano stati da un bel po’, ci si aspetterebbe che l’industria dello shale statunitense stesse guadagnando denaro, o perlomeno fosse in pareggio. Beh, non è così: è un’emorragia di soldi. Sento ancòra sporadici echi sull’efficienza dell’industria dello scisto americano. A che serve l’efficienza se produce solo maggiori perdite finanziarie?

Gli Stati Uniti sono attualmente il maggior produttore di petrolio al mondo. Sono diventati un paese esportatore. Non ne producono però ancòra in misura sufficiente per soddisfare la propria dipendenza. Dipende dalle importazioni anche per un altro motivo: l’olio di scisto è molto leggero. È utile per fare la benzina, che è un carburante per piccoli motori. Non è utile però per la produzione di diesel, carburante per aerei o petrolio pesante, che è ciò su cui si basano le industrie.

Questo fa sorgere una serie di domande:

Con tassi di declino così alti ed in aumento, quanto tempo ci vorrà prima che l’olio di scisto americano crolli?

Una volta che andrà a picco, cosa accadrà alla montagna di debiti che si lascerà alle spalle?

Dal momento che le trivellazioni di olio di scisto e di gas di scisto sono correlate, quali saranno le conseguenze sul sogno di competere con Gazprom in Europa?

Trump sogna di rimpatriare le industrie delocalizzate imponendo dazi. L’industria però richiede energia. Visto che il mondo dell’energia è in questa situazione, non sta solo facendo buon viso a cattivo gioco?

 

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com

Link: http://cluborlov.blogspot.com/2018/07/a-midsummer-pause.html

31.07.2018

 

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da HMG

Tecno-vaccini per annientarci, se la scienza “impazzisse”

Giorgio Cattaneo libreidee.org 5 .8.18

Hai bisogno di un cuore o un polmone di ricambio? Nessun problema: la Monsanto te ne crea uno nuovo di zecca, utilizzando una specie di maiali trans-genici alimentati da mangimi Ogm e sottoposti con regolarità ad espianto di organi mentre sono ancora in vita, per mantenere “freschi” gli organi espiantati. Avvertenza: il tuo governo ha già approvato simili pratiche. Possibile? No, ovviamente. Sono soltanto fantasie decisamente horror, sulle quali si interroga il blog “La Crepa nel Muro”. Ai confini della realtà, si esplorano aberrazioni a 360 gradi: come i vaccini “comportamentali” per rendere docili i cittadini e reprimere il dissenso, il monitoraggio “da remoto” del nostro stato di salute, la totale segretezza sull’origine degli alimenti. Un mondo da incubo: pandemie globali scatenate da armi biologiche, controllo a distanza sul codice genetico della prole, ingegneria genetica per tranquillizzare le folle o, al contrario, “fabbricare” soldati spietati. E scie in cielo, naturalmente, per “attivare metalli e nano-cristalli iniettati attraverso i vaccini”. Un film spaventoso, che comincia con l’espianto “brevettato” di organi di maiali geneticamente modificati. Ha senso, questa fantascienza abominevole? Impossibile escluderla a priori, secondo “La Crepa nel Muro”, visto che la scienza ormai assoggettata all’industria «ha in mente per noi un futuro molto diverso dai paradisi utopistici previsti dai media mainstream».

Secondo l’ufficialità, come sappiamo, la scienza sarebbe sempre e comunque benigna per l’umanità: «Ogni conseguimento scientifico è sempre stato dipinto come “progresso”, anche se molti di essi alla lunga si sono rivelati disastrosi (le bombe atomiche, ad esempio, oppure gli Ogm)». E mentre la scienza pura «risulta essere una componente necessaria di qualsiasi civiltà che cerchi di espandere la propria comprensione dell’universo», il tipo di scienza che oggi domina il paesaggio «è industriale, quindi al servizio dei profitti aziendali più che della umana comprensione». E’ la scienza-business, quella che «sta per partorire una nuova nidiata di tecnologie proprio terrificanti, le quali potrebbero trasformare il mondo». Tecnologie in vitro, che di umano non hanno più niente? Il blog ne propone un intero campionario, francamente agghiacciante. Come i “vaccini comportamentali”, che potrebbero essere sviluppanti, orwellianamente, per “reprimere il dissenso”, da chi considerasse la disobbedienza una patologia, una vera e propria malattia. La “cura per la disobbedienza” (o “disturbo oppositivo”) potrebbe essere nuovo vaccino che «rimodellerà biologicamente il cervello per renderlo più socialmente mansueto e controllabile». Una sorta di lobotomia chimica: sarebbe «la pietra di fondazione dello stato di polizia globale, che non avrà tolleranza per il pensiero indipendente e il pensiero critico di qualsiasi tipo».

E che dire del “monitoraggio da remoto di tutti i valori sanitari e impulsi vitali”? «Pensate che le cartelle cliniche siano davvero riservate? Pensateci bene: già attualmente il governo degli Stati Uniti detiene un database centralizzato dei campioni di sangue prelevati a tutti i neonati». E’ pensabile che nel prossimo futuro, ai cittadini, possa essere «impiantato un chip diagnostico»? In tempo reale, il dispositivo potrebbe trasmettere al governo «una serie di informazioni circa il polso, la respirazione, la presenza di droghe illegali o legali (le quali sono spesso le stesse sostanze chimiche contenute nelle droghe illegali, ripresentate sotto forma di farmaco)». Funzione: «Controllare che ogni ammalato assuma regolarmente i propri farmaci», ma anche «individuare e arrestare coloro che assumano sostanze stupefacenti senza prescrizione medica». Nella versione horror, il chip potrebbe «monitorare i livelli nutrizionali», magari elininando la vitamina D – dichiarata pericolosa, in un futuro da incubo – per fissare «soglie di tolleranza ben distanti da quella del risveglio cognitivo, facendo in modo che tutti restino prigionieri di uno stato di torpore mentale». Alla stessa strategia (perversa, demoniaca) potrebbe corrispondere anche la “totale segretezza circa qualsiasi ingrediente alimentare e luoghi di origine dei prodotti”, con un doppio risultato: spacciare alimenti-spazzatura molto redditizi e, fatalmente, pericolosi per la salute.

Anche per questo, aggiunge “La Crepa nel Muro”, nel peggior futuro possibile potrebbe scattare anche la “assoluta criminalizzazione di alimenti e farmaci di produzione locale”, con “obbligo di affidarsi esclusivamente ai grandi gruppi industriali alimentari e farmaceutici”. A proposito di cibo, scrive il blog, “scienziati” corrotti potrebbero affermare che la coltivazione autonoma di un orto nel proprio giardino sia estremamente pericolosa, perché causa il diffondersi di batteri. Basterebbe a mettere al bando il giardinaggio domestico: vietato mettersi a coltivare pomodori sul balcone. «Il fine ultimo di tutto ciò è rendere la popolazione completamente dipendente dalle grandi industrie alimentari centralizzate». I soliti “scienziati” potrebbero sostenere che solo le grandi industrie alimentari producono cibo sicuro, «in quanto completamente pastorizzato, irradiato e sottoposto a fumigazione». Senza contare, poi, gli scenari di guerra. Esempio: “Scatenamento di una pandemia globale a colpi di armi biologiche aggregate ai vaccini”.

«L’intero sistema dei vaccini – si legge nel fanta-post della “Crepa nel Muro” – fa ovviamente capo ad una politica di eugenetica su larga scala». Ovvero: «Qualcuno ha progettato di eliminare tutti i quozienti intellettivi più bassi del pianeta, persone così stupide da lasciarsi iniettare qualsiasi cosa sia spacciata per un vaccino», comprese le inutili vaccinazioni antinfluenzali. «E’ realmente un programma di eugenetica, con cui i globalisti sono convinti di poter estirpare la stupidità dal genere umano, non importa quale sia il costo in termini di sofferenza». Per questa via completamente folle, si potrebbe arrivare un giorno anche al “totale controllo del governo sulla riproduzione e sul codice genetico della prole”. «Copulare con una persona di vostra scelta e produrre la vostra discendenza a vostro piacimento non sarà più permesso, nello stato di polizia scientifica», si sbilancia “La Crepa nel Muro”. «La riproduzione sarà attentamente controllata tramite la concessione di licenze per assicurarsi che non vi siano risultati imprevisti». Orrore: «Prima di avere figli, i genitori dovranno chiedere al governo il permesso di riprodursi». A quel punto «saranno analizzati geneticamente e psicologicamente, dopodiché sarà loro concesso un permesso di riproduzione controllata il cui iter dovrà essere rigorosamente seguito per evitare il carcere».

«Alle persone che mostrino tendenze ribelli e atteggiamenti anti-statali – va da sé – sarà negato il privilegio della riproduzione». E quindi, «solo agli schiavi più obbedienti e bianchi saranno concessi i privilegi di riproduzione, di cui gli schiavi andranno orgogliosi, data la responsabilità di mettere al mondo le successive generazioni di schiavi». Paranoia letteraria? Universi paralleli? Quanto può esservi, di verosimile, nella dilatazione – volutamente provocatoria e spettacolare – delle più recenti mostruosità (tragicamente autentiche) di alcune sperimentazioni tecno-scientifiche? Un abisso, nel quale “La Crepa nel Muro” arriva a ipotizzare “impianti cerebrali attivabili da remoto per la sedazione delle folle”. E’ un fatto: il futuro ormai coinvolge tutti i tipi di apparecchiature elettroniche impiantabili nel corpo umano. Una di quelle più convenienti potrebbe essere il “chip pacificazione”, addirittura «imposto ai cittadini in cambio di una somma di crediti virtuali». Un dispositivo subdolo, «attivato in modalità remota da parte del governo attraverso flussi cellulari, o attraverso impulsi locali emessi dalle forze di polizia, per placare immediatamente qualsiasi grande folla di manifestanti e rivoltosi». Gli studenti stanno protestando in favore della libertà di parola? «Basterà attivare il “chip pacificazione”, e tutti si sdraieranno sul prato e per qualche minuto faranno qualche sogno ad occhi aperti».

Al bisogno, un simile chip potrebbe essere usato anche per “eccitare” il cervello in frangenti politicamente convenienti: «Per esempio, se un altro attacco terroristico dovesse compiersi sul territorio americano, il chip potrà essere d’aiuto per stimolare il sostegno della gente ad una ritorsione bellica». Ed ecco quindi il passo successivo, “ingegneria genetica e allevamento di super-soldati obbedienti”. «In un lontano futuro – ipotizza il blog – i soldati sul campo di battaglia saranno effettivamente degli umanoidi dotati di armi da fuoco e armature. Pensate al modello Terminator T-1000. Tutto ciò al momento resta abbastanza fuori portata, data la incredibile complessità di una simile tecnologia. Nel frattempo le nazioni più potenti investono denaro nella tecnologia dei super-soldati geneticamente modificati, i quali sono concepiti, allevati e addestrati per pensare ed agire come automi». Potrebbero essere “fabbricati” nuovissimi soldati-Ogm, dotati di elevati valori biologici (alta ossigenazione del sangue, cornice corporea di grandi dimensioni) in combinazione con piccoli cervelli, «in grado di elaborare solo le informazioni sufficienti per eseguire gli ordini ricevuti senza metterli in discussione». Invitabilmente, «saranno anche dotati di numerosi impianti elettronici che li renderanno più simili a cyborg che ad esseri umani». E quindi, «potenziamenti ottici applicati alle retine, chip Gps connessi al cervello, cablaggi nelle orecchie».

Dulcis in fondo, ecco “l’attivazione di metalli e nano-cristalli iniettati attraverso i vaccini”. «Oltre che per la diffusione di malattie infettive – scrive il blog, nella sua “profezia” da incubo – i vaccini potranno essere utilizzati per iniettare nano-cristalli sintonizzati per risuonare a determinate frequenze». Nano-cristalli? «Sono stati rinvenuti anche nelle scie chimiche». Potrebbero rimanere inerti in un organismo anche per decenni, per poi essere di colpo “attivati” con l’emissione di specifiche frequenze. «Le applicazioni pratiche sarebbero infinite; dalla follia collettiva ai focolai di violenza di massa (tumulti, ecc) o a poche decine di milioni di persone che di colpo muoiono contemporaneamente. Una qualsiasi di tali applicazioni potrebbe essere sfruttata dal governo per vendere la versione ufficiale di un “attacco terroristico”. E tutto ciò potrebbe essere fatto in nome della “scienza”». Per “La Crepa nel Muro”, si tratta di «possibili tecnologie future» con cui la “scienza abusiva” potrebbe «supportare futuri governi tirannici e industrie corrotte». Nulla di tutto ciò è ancora in agenda, per fortuna, ma alcune idee aberranti «sono sulla buona strada per diventare realtà già nei prossimi anni». Fantascienza a parte, il problema sull’impiego della scienza è ovviamente serissimo: guai, se viene utilizzata «per dominare e ridurre in schiavitù le persone». Troppo spesso si è rivelata il grande alibi per operazioni “sporche”, progettate sulla pelle di tutti.