Unicredit guida il rimbalzo della Borsa

| di  firstonline.info

Sull’onda della semestrale, il titolo della banca guidata da Mustier è tra i migliori del Ftse Mib (+2,9%) e spinge all’insù Piazza Affari (+1,3%) – Eccellente performance di Pirelli – Bene anche Buzzi e Ferragamo – Qualche vendita su Campari – Spread sotto quota 250.

Unicredit guida il rimbalzo della Borsa

Banche, industriali, petroliferi, moda, utility: sono quasi tutti in rialzo i settori di Piazza Affari, che oggi è prima della classe in Europa e chiude con un guadagno dell’1,27%, a 21.853 punti. Miglior titolo è Pirelli, +3,88%, in attesa della trimestrale, seguita da Unicredit, +2,88%, premiata dal mercato dopo i conti. La seduta è positiva anche sul secondario: il rendimento del decennale è 2,88%, mentre lo spread si restringe del 2,3% a 246.10 punti base. I rischi politici inducono però Hsbc a rivedere al rialzo le proprie previsioni per i rendimenti dei titoli di Stato italiani a fine anno: 2,7% per il Btp 10 anni, dalla precedente proiezione a 2,4%.

La percezione del rischio Italia incontra un altro banco di prova domani, in occasione del secondo vertice agostano sulla prossima manovra finanziaria che dovrebbe contenere, fra l’altro, un taglio del cuneo fiscale, il reddito di cittadinanza, la flat tax e il superamento della riforma previdenziale Fornero. Ieri intanto è stata depositata una proposta di legge Lega-M5s per il taglio delle pensioni d’oro, mentre oggi è arrivato il via libera definitivo del Senato al Decreto dignità.

Gli acquisti premiano anche gli altri eurolistini: Parigi +0,81%, Francoforte +0,4%, Madrid +0,52%. Londra guadagna lo 0,7%, con la sterlina che resta al palo. L’euro si apprezza sulla moneta britannica dello 0,27% e il cambio si porta a 0,89499. La moneta unica risale anche nei confronti del dollaro e al momento è leggermente sotto 1,16 (1,1594).

La seduta parte con il piede giusto a Wall Street, in scia ai rialzi in Europa e sui mercati asiatici. In Nasdaq potrebbe chiudere la sesta seduta in crescita, inanellando la serie temporale positiva più lunga da cinque mesi. Bene il Dow, mentre lo S&P500 potrebbe  centrare un nuovo record grazie ai tecnologici e alle trimestrali oltre le attese. Dopo il rally di Apple, ancora oltre i mille miliardi di capitalizzazione in scia ai conti, stasera saranno Disney e Snap a fare luce sul loro andamento.

Fra le materie prime l’oro recupera un po’ terreno, portandosi a 1212,81 dollari l’oncia (+0,43%). Il petrolio sale, mentre gli Stati Uniti avviano le prima sanzioni contro l’Iran. Quelle sul greggio entreranno in vigore il 4 novembre. Il Brent si apprezza dello 0,68%, portandosi a 74,25 dollari al barile.

Il rialzo contribuisce anche oggi alla buona performance di Saipem, +2,06%; in spolvero Eni, +1,95%. Fra le blue chip si affermano anche Atlantia +2,7%; Moncler +2,61%; Italgas +2,6%. Solo tre big sono in rosso: Campari -1,21%; Fiat -0,43%; Banco Bpm -0,17%.

Tendenzialmente bene i finanziari, trascinati da Unicredit e dall’andamento positivo a livello Europeo. Fuori dal paniere principale si sgonfia Carige -1,05%.

Giù  Tod’s, -5,04%, dopo l’exploit della vigilia. Debole Fincantieri, -0,31%, nel giorno dell’accordo con Mer Mec, società del gruppo Angel di Vito Pertosa, per l’acquisizione congiunta e paritaria del 98,54% di Vitrociset. Il closing sarà soggetto, tra l’altro, al mancato esercizio del golden power da parte del Governo italiano.

Ecco come Merkel blinderà le aziende tedesche dagli stranieri (in particolare dalla Cina)

 startmag.it 7.8.18

Tutti i progetti del governo tedesco svelati oggi a Berlino per bloccare le incursioni di gruppi esteri, in primis della Cina, su società ritenute strategiche in Germania

Protezionismo alla tedesca. La Germania punta a tutelare le proprie imprese ritenute strategiche per la sicurezza del sistema-paese dagli investimenti esteri. “In futuro intendiamo monitorare più da vicino le nostre imprese legate alla difesa, alle infrastrutture critiche e alle tecnologie civili per la sicurezza” ha dichiarato in un’intervista a Die Welt, il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier.

Questa è la seconda volta in poco più di un anno che la Germania ha rafforzato la legge sugli investimenti stranieri per espandere la sua capacità di bloccare gli affari ritenuti rischiosi per la sicurezza nazionale se un investitore acquista una partecipazione oltre il 25%.

GOLDEN POWER MADE IN GERMANY

Lo scorso anno questa legge era stata già ampliata per essere applicata a tutte le società che operano in “infrastrutture critiche” come le reti di approvvigionamento energetico e idrico, i pagamenti elettronici, gli ospedali e i sistemi di trasporto. La normativa conferiva anche al governo più tempo per indagare sulle acquisizioni, allargando i tempi per le indagini da due a quattro mesi.

LA STRATEGIA DI BERLINO

Secondo il progetto di legge annunciato da Altmaier, il ministero dell’Economia sarebbe in grado di intervenire se un investitore esterno all’Unione europea acquisisca una partecipazione “diretta o indiretta” di almeno il 15% in una società tedesca, innalzando dunque il margine di manovra. Il nuovo tetto potrebbe essere introdotto già all’inizio del 2019.

OCCHI PUNTATI SUI SETTORI TECH E DIFESA

I cambiamenti riguarderebbero in particolare le società coinvolte nella difesa, nell’infrastruttura o nella tecnologia relativa alla sicurezza. “Vogliamo essere in grado di dare un’occhiata più da vicino alle aziende nel settore della difesa e in infrastrutture critiche, e ad altre tecnologie civili che sono rilevanti per la sicurezza, come la sicurezza IT” ha affermato Altmaier.

ALTOLÀ A PECHINO

La proposta di legge si inserisce nella strategia tedesca di fermare gli investimenti cinesi, in particolare quelli nelle aziende che operano in infrastrutture critiche, riflettendo i timori che le tecnologie più avanzate finiscano in mani cinesi portando a una perdita di know-how nazionale in settori chiave come quelli ad alta tecnologia.

La scorsa settimana, il governo di Berlino ha mostrato di voler usare il potere di veto per fermare l’acquisizione di Leifeld, un piccolo produttore tedesco di materiali ad alta resistenza per l’industria aerospaziale e nucleare, da parte della ditta cinese Yantai Taihai.

Il governo tedesco ha sollevato preoccupazioni sull’accordo dopo che sono emersi legami commerciali tra la società cinese e il Pakistan, uno dei nove paesi al mondo con armi nucleari. Yantai Taihai ha ritirato la sua offerta prima che il governo potesse porre il veto alla mossa.

LO SPAURACCHIO CINESE

Già nel 2016 Berlino aveva malvisto l’acquisizione di Kuka, azienda leader nel settore della robotica industriale da 4,5 miliardi di euro, da parte del produttore di elettrodomestici cinese Midea. Gli investimenti cinesi che tanto preoccupano la Germania si inseriscono in Made in China 2025, il piano decennale lanciato dal presidente Xi Jinping per trasformare il paese da un produttore a basso costo in una potenza high-tech dominante in 10 settori avanzati.

”SIETE IN FERIE? MA IN FERIE DA COSA?” – VIDEO: MARCHIONNE RACCONTA IL SUO ARRIVO ALLA FIAT, ”UNA MULTINAZIONALE CHE PERDEVA 5 MILIONI AL GIORNO”, IN PIENO AGOSTO. ”NON TROVAI NESSUNO. ERA CHIUSO. NOI ITALIANI DOBBIAMO USCIRE DALLA COMFORT ZONE E DAL NOSTRO ATTEGGIAMENTO PROVINCIALE. IL MONDO SE NE FREGA CHE SIAMO BELLI, CHE ABBIAMO IL TEMPO BELLO, CHE SAPPIAMO CANTARE. GLI AMERICANI MI DICONO ‘AMO L’ITALIA’. POI GLI CHIEDO ‘INVESTIRESTI QUI?’, E LORO…” (INTEGRALE)

dagospia.com 7.8.18

I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione

contropiano.org.7.8.18

Alessandro Avvisato – Antonello Mangano *

La fiera dell’ipocrisia scatta quando proprio non è possibile fare spallucce in pubblico. Davanti a 12 morti – che si aggiungono ai quattro di due giorni prima a pochi chilometri di distanza – neanche Salvini ha azzardato una delle sue solite battute fesse.

L’ipocrisia “dem” è alla pari con il cinismo leghista, comunque. A meno di non credere davvero che il caporalato sia davvero “imbattibile” e che, quindi, chi ha governato per anni non possa esser responsabile per l’intangibilità di un fenomeno pluridecennale di cui si sa sostanzialmente tutto: chi lo gestisce, territorio per territorio; con quali modalità opera (sempre le stesse); i punti di raccolta dei braccianti, le coordinate dei terreni agricoli sui cui vengono portati, il salario – diciamo così – corrisposto, il “prezzo del biglietto” per esservi portati, ecc.

Questi sono però solo i dettagli di una filiera complessa, lunghissima, che porta il raccolto – qualsiasi tipo di raccolto, ormai – dal campo all’industria di trasformazione, lungo i “condotti” della logistica su gomma, fino alla grande distribuzione (i mercatini rionali si riforniscono in genere presso produttori di prossimità, con relativo taglio dei costo di trasporto).

Insomma, se allo stadio della raccolta abbiamo la triade agricoltore-caporale-bracciante dobbiamo anche sapere che è su questa fase che scaricano tutte le dinamiche di prezzo. Qui i costi debbono essere compressi al massimo, perché il “prodotto finale” deve arrivare sui banconi e gli scaffali a un prezzo davvero minimo, “concorrenziale”. Mentre ogni soggetto della filiera pretende ovviamente la sua quota di profitto.

Il meccanismo è antico, ma con l’affermarsi della grande distribuzione come forma principale della vendita al dettaglio – combinata con la stagnazione più che decennale seguita alla crisi globale del 2008 – i margini di guadagno della parte iniziale della filiera si sono ridotti a nulla.

La ragione è semplice: la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa, e soprattutto quella dei paesi deboli come l’Italia, ha visto nell’ultimo decennio il reddito rimanere sempre allo stesso livello (quando va bene), oppure ridursi drasticamente con la perdita del lavoro e l’evaporazione degli ammortizzatori sociali. In termini economici la “domanda è fiacca”, dunque i prezzi finali non possono salire troppo (a meno di emergenze temporanee dovute a siccità, alluvioni, ecc). O si scarica la dinamica dei prezzi sui punti più fragili della filiera, oppure si chiude. O si impone una “retribuzione” di un euro al quintale – quanto viene dato ai braccianti pugliesi morti in queste ore – oppure si va altrove. Un centesimo al chilo…

Il “caporalato”, al dunque, è la forma necessaria della produzione affinché il prezzo della materia prima agricola resti bassissimo. Ma se è necessario a questa economia malata, allora non può essere combattuta davvero, Se non a chiacchiere, dichiarazioni, lamentazioni tristissime, ma tutte a beneficio di telecamere.

Nelle strade, invece, le varie polizie non vedono quello che tutti vedono. I gruppi di lavoratori – dell’Est o africani – si riuniscono in piazze e strade facilmente raggiungibili, davanti agli occhi di tutti; viaggiano su furgoni fatiscenti, con targa spesso straniera, in condizioni tali che una pattuglia della stradale o un vigile urbano dovrebbe fermarli a prima vista. E a quel punto “scoprirebbe” quel che tutti sanno: veicoli omologati per tre posti portano fino a quindici braccianti, seduti su panche di legno, senza cinture di sicurezza, con le gomme lisce, senza assicurazione, autisti spesso senza patente, ecc.

Insomma, una sola di queste infrazioni – a un cittadino normale – costa una contravvenzione o un sequestro del mezzo. Quei pulmini, invece, sono miracolosamente “invisibili”, ma solo alle forze dell’ordine.

La cosa è così evidente da costringere IlSole24Ore – non a caso l’organo di Confindustria, ossia delle “imprese” – a tentare una patetica difesa delle varie polizie in servizio su quei territori. “ La verità è che i controlli si fanno, ma solo nelle “ore d’ufficio” e con pochi agenti”, “al Sole 24 Ore risulta che questi servizi si riescano a organizzare solo dalle 7 alle 13 e a volte dalle 13 alle 19. Cioè quando i caporali e i loro autisti hanno già portato i braccianti nei campi”. Una valle di lacrime operative in cui “ il più delle volte si riesce a fermare solo qualche vettura sospetta. Spesso con targa bulgara, quindi di fatto immune da controlli automatici sulle infrazioni stradali: ammesso che si invii un verbale in Bulgaria, non si potrà mai pretendere che venga pagato”.

Che fine ha fatto quel “controllo del territorio” cui non sfugge nulla, occhiuto, tecnologizzato, con informatori ovunque, che in ogni angolo d’Italia si preoccupa che non vengano troppo disturbati governanti e imprenditori? Sparito. Dove si raccoglie frutta e verdura sembra non ci sia nemmeno un anziano sceriffo in grado di fermarsi ai bordi di un campo pieno di gente al lavoro e chiedere “chi ti paga?”. Senza contare che dai dati del catasto dovrebbe esser facile sapere chi è il proprietario…

Se il caporale è “invisibile”, insomma, deve restarlo perché è invisibile soprattutto il vertice della filiera: la grande distibuzione è gestita da imprese multinazionali, che possono mischiare allegramente prodotti provenienti da cento posti diversi, selezionando solo in base al prezzo e fottendosene della qualità. Si comprende che IlSole si debba preoccupare di far restare nell’ombra ciò che proprio non si deve vedere…

Anche se magari tutto è noto da anni, con reportage ricchi di informazioni, dati, ecc. Qui di seguito, per esempio, vi proponiamo quello pubblicato oltre quattro anni fa da Terre Libere. C’era già tutto…

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I veri invisibili delle campagne: multinazionali e grande distribuzione

Antonello Mangano

Gli schiavi e i caporali. Gli africani “poverini”. Le tendopoli e l’accoglienza. Una retorica paternalista che nasconde i veri invisibili della campagne. I migranti sono ripresi, fotografati, raccontati. Le multinazionali no. Eppure quello del Sud Europa è un vero modo di produzione: sfruttamento estremo, migranti ricattabili. E costi bassi

Sembra di leggere sempre lo stesso articolo. Gli schiavi, i disperati, i caporali e i clandestini. La questione del lavoro migrante in agricoltura è affrontata da anni sempre allo stesso modo. Pietismo e complottismo.

Da Rosarno a Foggia, da Latina a Cassibile. Testi, rapporti e video mortalmente noiosi. Che raccontano una rete paramafiosa di “cattivi” che sfrutta e trasporta “i nuovi schiavi” da una campagna all’altra. Povere vittime “a una dimensione” senza volontà e capacità di rivalsa.

Una visione falsa che nasconde una realtà difficile da raccontare, specie per i media a corto di risorse pubblicitarie. Esistono davvero gli invisibili delle campagne. Sono le multinazionali del pomodoro e del succo di frutta. Sono i padroni dei vini pregiati. Sono gli intermediari mafiosi padroni di aziende.

Commercianti, mafiosi, supermercati e multinazionali

I commercianti della grande distribuzione. Le agenzie internazionali di fornitura della manodopera. Personaggi appartenenti all’economia ufficiale che non hanno timore di contaminarsi con gli abissi dello sfruttamento e spesso della criminalità. Quello che conta è l’economicità del prodotto. L’assenza di sindacato. Il basso costo del lavoro.

Quando è strutturale

Quando lo sfruttamento è strutturale si chiama modo di produzione. E non servono i progetti “a valle”, gli interventi umanitari, le interviste ai braccianti dalla faccina triste, le foto in bianco e nero con le casette di cartone e le chiazze di fango. Perché alla lunga tutto questo fa parte del circo, la facciata che copre e giustifica il sistema.

Da Sud a Nord, il sistema si estende. Ormai anche il Piemonte si va “rosarnizzando”. Dopo la raccolta della frutta, anche gli imprenditori del vino scoprono che può essere vantaggioso usare un bulgaro a basso costo. E non certo per la crisi.

È una questione di conti aziendali

Ma per una questione di conti aziendali: se posso risparmiare, e quindi guadagnare di più, lo faccio. Il disagio che produco lo scarico sulla Protezione Civile, gli enti locali, le associazioni caritatevoli. Il senso comune dice che gli africani vivevano così, nelle baracche, “anche al paese loro”.

Chi racconta di lavoratori che abitavano prima in appartamento a Vicenza e poi nelle tende fredde del Ministero dell’Interno? Chi dei braccianti prima accampati in Piemonte e poi in una normale casa in Calabria?

Fuori dalla vista

Mitsubishi è una notissima multinazionale giapponese che ha acquistato la più importante fabbrica di pomodoro pugliese tramite una società finanziaria di Londra. I produttori dei vini d’Asti guadagnano anche cento euro a bottiglia. Tra loro c’è un russo noto come “il re della vodka”. Il sindaco di Canelli ha offerto una doccia con l’acqua fredda ai bulgari che dormivano accampati.

La produzione di Rosarno è da sempre orientata verso l’arancia da succo. Una piccola parte finirà nelle bevande che chiamiamo “soft drinks”. Per legge basta mettere una percentuale minima di succo, il resto è roba chimica.

Il succo d’arancia viene tagliato per compiacere le industrie

E l’arancia calabrese – troppo amara per gli standard industriali –  è spesso tagliata illegalmente con quello che proviene dal Brasile. I produttori locali, anziché aprire vertenze con i loro sfruttatori, hanno preferito negli anni – in genere – usare la forza lavoro a basso costo dei migranti e incassare i soldi dell’Unione europea, spesso ottenuti con le truffe.

La crisi non è arrivata con l’abbassamento dei prezzi – da sempre miseri – ma col meccanismo Ue del disaccoppiamento che vincola i soldi al terreno e non alla produzione, rendendo difficili gli imbrogli.

I nomi dei responsabili sono facili da individuare: Coca Cola-Fanta, Nestlé San Pellegrino, San Benedetto. L’oligopolio del succo d’arancia che comprava dalle industrie di trasformazione del territorio. Zone spesso dominate dalle aziende dei clan (trasporto su gomma, forniture di cassette, persino stazioni di rifornimento…). Ma nessuno ha avuto niente da dire fino alla rivolta degli africani. Il sistema era perfetto e ognuno aveva il suo guadagno.

Congruità

Durante il periodo di Natale in tutti i supermercati italiani arrivano le clementine della Piana di Sibari, un orrendo girone dantesco dove migliaia di uomini e donne dell’Est vivono in condizioni di violenza e sfruttamento estreme. Le paghe sono talmente basse che neppure gli africani lavorano qui. I casi di brutalità ai danni di ragazze sono degni del Messico. «Non ci riforniamo a Rosarno ma a Corigliano», disse Coop con una difesa che peggiorava la sua situazione di azienda attenta al sociale.

Anche a Vittoria sono migliaia le donne dell’Est sottoposte a violenza sessuale e ricatti. Tutto l’anno. Chi associa alla più grande produzione industriale di ortofrutta il numero sempre crescente di aborti clandestini? Eppure i prodotti delle serre siciliane finiscono in tutta Europa. Non c’è più margine che non sia collegato al centro.

Produzione industriale e aborti clandestini

Come sempre, non esiste la povertà, ma la ricchezza mal distribuita. «Se andate ad Abidjan, Costa d’Avorio, trovate grattacieli e bidonvilles. Non c’è più l’Africa che immaginate», ci spiega il sindacalista camerunense Yvan Sagnet.

Africani o bulgari non sono poveri per natura ma perché elementi deboli di un sistema che si riproduce sempre uguale nella fascia Sud dell’Europa, dalla Spagna alla Grecia. Lo sfruttamento nei campi è un modo di produzione.

Le soluzioni, se ci fosse una volontà politica, sarebbero semplici. Gli indici di congruità mettono in correlazione le giornate versate all’Inps (i dati sono ormai pubblici) con la quantità di prodotto raccolto. Non risolvono tutto, ma almeno cancellano le situazioni paradossali. Ad esempio: se dichiaro che un rumeno ha raccolto 10 tonnellate di pomodoro in 5 giornate di lavoro, evidentemente, c’è un controllo da fare. Subito.

Da Terre Libere, 2014

Che cosa farà Fincantieri con Vitrociset

 STARTMAG.IT 7.8.18

Fatti, numeri, dettagli, indiscrezioni e commenti sull’acquisizione di Vitrociset da parte di Fincantieri e Mer Mec
Vitrociset non è stata acquistata dai francesi di Athos e resta in mani italiane. Anzi, va nelle mani dello Stato. Infatti a rilevare la società è Fincantieri, controllata da Fintecna (Cdp, all’80% del Tesoro).

LA NOTIZIA DI VITROCISET A FINCANTIERI ANTICIPATA DA DAGOSPIA

L’anticipazione del deal l’ha data oggi Dagospia: “Il know-how e le tecnologie Vitrociset potranno essere ulteriormente sviluppate in seno ad un grande gruppo quale Fincantieri”, ha scritto il sito fondato da Roberto D’Agostino: “Dopo mesi di voci, gossip, notizie infondate o tendenziose in piena trasparenza si è addivenuti alla cessione di questo gioiello tecnologico strategico per lo stato italiano ed attivo nell’alta tecnologia applicata ai settori della difesa, dello spazio e della sicurezza”.

I BORBOTTI DI LEONARDO E LE DOMANDE SENZA RISPOSTA

In questo modo Fincantieri – che rileverà Vitrociset con la società pugliese Mer Mec – continua la fase di espansione con partecipazioni e acquisizioni che vanno al di là della cantieristica, facendo mugugnare Leonardo (ex Finmeccanica) per la potenziale concorrenza che si potrebbe innescare con il gruppo partecipato dal Tesoro. C’è anche un altro aspetto da considerare, visti i mugugni del gruppo presieduto da Gianni De Gennaro e capitanato dall’ad, Alessandro Profumo: perché Leonardo non ha considerato strategica Vitrociset?, non ha voluto comprarla?, e perché?, non ha i mezzi per farlo? Domande al momento senza risposta

LA NOTA DI FINCANTIERI

Dopo pochi minuti l’anticipazione di Dagospia, è arrivata la nota ufficiale di Fincantieri. Eccola: “Fincantieri, fra i leader mondiali nella navalmeccanica, e Mer Mec, leader mondiale nei treni di misura e sistemi di sicurezza – società facente parte del gruppo Angel di Vito Pertosa, realtà industriale high-tech che progetta e sviluppa soluzioni ad alta tecnologia per i settori Aviation, Spazio, Trasporto, Survey e Internet delle cose – hanno firmato un accordo per l’acquisizione congiunta e paritaria del 98,54% di Vitrociset, società che opera nelle attività di addestramento e supporto in ambito ICT nei mercati della difesa e sicurezza, oltre che nei settori di logistica, trasporti e spazio”.

CHE COSA FA VITROCISET

Il gruppo Vitrociset è specializzato in informatica e alta tecnologia e opera nella difesa, sicurezza, spazio, servizi al traffico aereo, con molti appalti di ministeri (Difesa, Interno, Esteri), organizzazioni internazionali (Nato), agenzie europee (Esa), aziende (Lockeed Martin per l’F-35, Unicredit, Enav), forze armate e forze di polizia.

“Insomma, un gruppo strategico per la clientela servita e per lo stesso governo, al di là del fatto che in bilancio l’azienda evidenzi un indebitamento abbastanza elevato se confrontato con la marginalità”, ha chiosato Carlo Festa sul Sole 24 Ore di giorni in cui per primo aveva scritto del deal in fieri.

I CONTI DI VITROCISET

Quali sono i conti 2017 di Vitrociset? Sul rendiconto consolidato del gruppo c’è una “sintesi pro-forma Ias dei risultati economici della capogruppo Vitrociset spa”.

Il valore della produzione è scesa dai 141 milioni di euro del 2016 a 137 milioni di euro. Il prospetto poi indica in 984mila euro la perdita delle attività di funzionamento nel 2017 rispetto a un utile di 655 mila euro dell’anno precedente.

IL COMMENTO DI BONO

L’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha commentato: “Acquisire una società dell’importanza di Vitrociset ha una valenza strategica significativa. Questa operazione, infatti, ci permetterà non solo di allargare e potenziare le nostre competenze e quelle delle nostre controllate che operano con noi in questi ambiti, ma ci consentirà anche di ampliare la gamma e la qualità della nostra offerta e di avere accesso ad un bacino di risorse altamente qualificate”. Bono tocca anche il tasto “militare”: “Questa acquisizione si inserisce perciò pienamente nella strategia, già da tempo avviata da Fincantieri, di rafforzare le nostre competenze per fornire ai nostri clienti il supporto logistico indispensabile per l’operatività delle navi militari”.

L’ANALISI DI NONES

L’operazione di Fincantieri su Vitrociset è stata elogiata giorni fa – dunque prima dell’ufficializzazione di oggi – da un esperto della mondo della difesa come Michele Nones, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) e già consulente dell’ex Finmeccanica, che alla rivista Airpress ha detto: “Nel mondo della difesa ciò che conta adesso è padroneggiare i sistemi e non le singole parti. Se poi a questo aggiungiamo il fatto che la parte elettronica è divenuta predominante, ben si capisce la strategia di Fincantieri nei confronti di Vitrociset: aumentare le sue competenze nel segmento dell’elettronica navale, al momento poco sviluppate”. “Fincantieri finora – ha aggiunto Nones -, grazie al suo posizionamento come gruppo cantieristico mondiale civile e militare, opera nel settore dell’elettronica navale tramite accordi con altre società, come la Orizzonte Sistemi Navali (joint venture con Leonardo che si occupa del programma FREMM, ndr), tramite le quali gestisce alcuni contratti”. “Anche se Vitrociset (per parte sua da tempo alla ricerca di una collocazione più solida all’interno del gruppo) non opera direttamente nell’elettronica navale, ma piuttosto in quella terrestre e aerea, porterebbe comunque in Fincantieri nuove competenze”, ha concluso l’ex consulente di Leonardo-Finmeccanica.

IL RUOLO DI MER MEC

Assieme a Fincantieri, c’è Mermec, leader nella progettazione e sviluppo di soluzioni integrate per la diagnostica, il segnalamento e la manutenzione delle infrastrutture ferroviarie, metropolitane e tramviarie nel mondo. “Vitrociset può rappresentare una buona opportunità anche per il gruppo di Vito Pertosa – ha sottolineato Nones ad Airpress –, da tempo alla ricerca di nuove opportunità nel campo della difesa. Vitrociset ad esempio ha delle attività in essere, come la gestione (assieme all’Agenzia spaziale francese, ndr) del sito di lancio del Vega a Kourou, che rientrerebbe, in caso di acquisizione, nell’interesse diretto del gruppo. Inoltre, a completare il quadro, alcuni progetti portati avanti da Vitrociset nel settore dei sistemi unmanned”.

CHE COSA FARANNO ORA I CROCIANI

Le indiscrezioni di Dagospia dicono che “i Crociani sarebbero interessati ad investire nei progetti di Richard Branson amico di Camilla di Borbone, sia quello di Virgin Galactic (volto ad inviare persone nello spazio) sia quello di Virgin Orbit, connesso al lancio di minisatelliti, un settore peraltro ben noto a Vitrociset”, ha scritto oggi il sito.

Banche, il M5s prepara una nuova commissione d’inchiesta

repubblica.it 7.8.18

Depositato un disegno di legge in Senato per un nuovo organismo bicamerale, che indaghi anche sulle sofferenze e sul loro smaltimento imposto dalla Bce

MILANO – Il Movimento 5 Stelle chiede che sia istituita una nuova commissione d’inchiesta sulle banche.

Al Senato è stato depositato un disegno di legge a firma di tutti i senatori del gruppo, con l’obiettivo, spiega Gianluigi Paragone, tra i primi firmatari, anche di “monitorare e scandagliare gli Npl, una delle criticità per i piccoli imprenditori, e per capire la genesi di certe sofferenze”. Si tratta sempre di “una bicamerale, dovremmo riuscire a calendarizzarla già per metà settembre”.

Nel testo a prima firma Patuanelli si inquadra il problema a partire dal fatto che “le banche, custodi dei soldi dei risparmiatori, sono da sempreoggetto di scandali e vicende poco chiare”. In nome dell’esigenza di “trasparenza e chiarezza su alcuni fenomeni” e per dare seguito al lavoro della commissione presieduta da Casini, si chiede di riprendere “analiticamente” l’esame della documentazione raccolta dalla vecchia commissione, valutare l’istituzione “di una procura nazionale per i reati bancari e finanziari” sul modello della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo oppure se sia preferibile affidare a queste ultime le indagini anche su questi reati e analizzare le regole sul credito cooperativo degli altri Paesi al fine di estenderle eventualmente alle nostre Bcc.

La commissione, nelle intenzioni del Movimento, dovrà anche verificare “le cause di incompatibilità e di conflitto di interesse” per vertici e dirigenti di Banca d’Italia, Consob, Ivass e Covip e approfondire appunto il tema delle sofferenze bancarie, comprese le indicazioni e l’operato della Bce nei confronti dei cda delle banche su questo tema.

Nel testo del ddl, che dovrà superare il vaglio del Parlamento e quindi potrebbe essere modificato, si prevede che la durata della commissione sia legata alla legislatura e che ogni anno vada presentata una relazione al Parlamento. La composizione ricalca quella della commissione istituita alla fine della scorsa legislatura ma ha compiti parzialmente diversi e in sostanza più ampi. Ben quattordici gli ambiti di indagine evidenziati (fino alla lettera P), dalla valutazione di una superprocura per i reati finanziari all’analisi dell’operato della Bce e delle indicazioni di dismissione dei crediti deteriorati. O ancora, dai tassi di usura all’analisi dei rischi per le finanze pubbliche legati ai derivati di Stato, nonché la valutazione dell’attività di vigilanza e l’efficacia delle norme per prevenire i dissesti bancari.

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FINALMENTE –  E SPERIAMO CHE TUTTI QUEGLI ISTITUTI CHE HANO ACQUISITO RAMI DI AZIENDA AD UN EURO DIETRO SOVVENZIONI DELLO STATO LI RIMETTANO GIU CON GLI INTERESSI E VENGANO CONDANNATI PENALMENTE A TUTTI I DANNI SUBITI DAGLI AZIONISTI CORRENTISTI ECC….

Target 2 e Default, una gran confusione creata ad arte

 scenari economici.it 7.8.18

 

 

Cari amici,

abbiamo trattato il tema del T2 innumerevoli volte su Scenarieconomici. Purtroppo appare una materia che, di per se banale, viene strumentalizzata ad arte per fini direi piuttosto chiari: mostrare che i paesi “Mediterranei” sarebbero finanziati da misteriosi fondi messi a disposizione da parte delle banche centrali dei paesi più forti (leggasi Germania), che questo debito non debba crescere, che non sarà mai ripagato etc etc.

Ora nonostante Costancio (VP della BCE, non un tizio a caso) sia intervenuto sulla materia spiegando che non è un prestito non serve, anche perchè Draghi non è mai apparso sufficientemente forte, o deciso, anche questo per motivi non chiari, da intervenire e spiegare effettivamente  la sua natura. A questo punto , perfino su Zerohedge, il T2 viene indicato come una delle cause della futura esplosione dell’Eurozona, anche dietro spinta del solito indefaticabile Sinn, e questo è dare alla BCE ed ai suoi meccanismo delle colpe che non ha. Il T2 è colpevole di una crisi dell’Eurozona come il contachilometri lo è degli incidenti per eccesso di velocità.

Come funziona il T2? Spieghiamolo per l’ennesima volta. il T2 è un sistema di pagamento il cui attuale funzionamento è legato alla struttura della BCE. Mentre normalmente una banca centrale , come la Bank Of England, non ha bisogno di strutture collaterali perchè la sua attività avviene in cooperazione, o in corrispondenza, con un ente politico unico (Nel caso della BoE il Cancelliere dello Scacchiere), la contrario la BCE si trova in una situazione particolare: non ha un organo politico di riferimento, che dia indicazioni di politica economica/monetaria per questo motivo, anzichè organizzare tutto in modo centralizzato, con una camera di compensazione comune per tutti gli istituti di credito , ha organizzato T2 che vede come ente dai saldi intermedi le Banche Centrali Nazionali, che sono ancora, comunque i contraltari dei poteri nazionali-

Vediamo un esempio: Pedro paga a Fritz 100 euro dalla sua banca spagnola a quella tedesca di Fritz. I passaggi saranno :

Conto di Fritz >> conto della B spagnola sul Banco de Espana >> Saldo negativo T2 Spagna , Saldo positivo BundesBank >> saldo della Banca Tedesca presso la BuBa, >> Contor di Fritz.

Qualsiasi sia la natura dell’operazione (prestito a Fritz, Pagamento di un bene etc) NON c’è Nessun debito al termine dell’operazione fra Pedro e Fritz.

Ed il T2?

Per capire la vera natura del T2 dobbiamo considerare il bilancio base di una banca centrale in assenza di Target 2. L’esempio  tratto da un paper di Karl Whelan dell’Università di Dublino:

Quando si parla di “Creazione di massa monetaria” non è che la BC distribuisce i soldi “A Caso”, lo fa in due modi:

  • prestando soldi alle banche commerciali;
  • comprando titoli sul mercato.

Questo costituisce l’attivo. AL passivo vi è la massa monetaria ed i mezzi proprio della BC. In una situazione meno semplice all’attivo vi sarebbero le riserve in valuta straniera (o i titoli in valuta straniera) , ma stiamo sul semplice.

Se introduciamo il T2 il bilancio di un Banca Centrale viene a cambiare. Vediamo quello di una Banca Centrale con T2 Negativo, come la Banca d’Italia, o di Spagna:

Questo è invece il bilancio con un  saldo invece positivo:

Nel naso di saldo NEGATIVO il saldo T2 va a ridurre la Base Monetaria della Banca Centrale, a fronte di un uguale acquisto di titoli dalle Banche Commerciali e di prestiti. Al contrario il saldo POSITIVO segnala un aumento della Base Monetaria  creata dalle banche centrali relative.

Quindi mentre un saldo T2 negativo RIDUCE la Base Monetaria, un tasso T2 attivo LA INCREMENTA. Non è un debito, ma una diversa distribuzione della base monetaria fra i diversi paesi, che avvantaggia quelli con saldo attivo rispetto a quelli con saldo negativo. Se il saldo T2 ci indica qualcosa è il fatto che certi paesi stanno subendo una forzosa riduzione della base monetaria, cosa che, personalmente , faccio notare dal 2012. Chiaro che una diversa distribuzione della bse monetaria conduce poi ad una diversa performace del sistema economico, ma il saldo T2 è il “Contachilometri” che ci indica la causa del problema, non il problema stesso.

Il saldo T2 è un debito dell’Italia ? No, e per due motivi:

  • è un saldo della Banca Centrale, non dello Stato, non del Governo, non dei privati. Anzi è l’indicatore dele fatto che i debiti sono pagati, o anche di crediti vantati dal sistema nazionale;
  • l’Italia ha una bilancia delle partite correnti (saldi commerciali + investimenti + utili)  ATTIVA nel 2017, ed anche non di poco (52 miliardi). Come posiamo avere un problema di debito sistemico in questa situazione?
  • la Grecia dimostra che il default del debito non è legato a quello dei saldi T2, della Banca Centrale, ma che se mai pensare di salvare l’economia infischiandosene delle variabili monetaria è come votare il mare con un secchiello bucato.

Spero di aver chiarito, almeno ai nostri lettori, quanto questa discussione sul T2 sia perfettamente pretestuosa, creata ad arte pr influenzare la pubblica opinione. Se uno maneggia l’economia un minimo evita di parlare di Default del T2. Se domani si azzerasse il T2 tedesco si assisterebbe una una bella stretta monetaria per la Germania che o verrebbe sostituita da una politica monetaria espansiva della BuBa, o porterebbe ad un’esplosione dei tassi di interesse tedeschi, con grande gioia del loro sistema produttivo e dei detentori di mutui a tasso variabile. La discussione sul T2 dovremmo invece aprirla noi, a favore di una politica monetaria più flessibile e che tenga conto della nostra situazione economica e di ciclo.

 

 

Generazioni scomparse (vanishing Italians)

comedonchisciotte.org 7.8.18

DI ALCESTE

alcesteilblog.blogspot.com

L’opulenza digitale reca l’estinzione.

Il digitale è un progresso o no?

A tirar le somme pare un netto regresso.
Serve il digitale? Certo, a dominare meglio le pecore.

Le fotografie di famiglia. Nonni, mamma, papà, figli, nipoti, amici. In bianco e nero oppure esornate dai primi timidi colori.

Le foto di famiglia costituivano una bella responsabilità.
Anzitutto c’era l’apparecchio vero e proprio, che aveva un costo suo, e occorreva custodire con cautela, in appositi foderi di pelle o similpelle. E poi c’era il rullino, costoso anch’esso. Si scattava quindi, ma con parsimonia, poiché ogni clic aveva un prezzo: la posa doveva essere studiata, avere significato, o assommare più gente possibile: non si poteva immortalare un albero un fiore una casa un cane: che spreco era quello? Tutte le vecchie foto eran cariche d’un compito preciso: tramandare a chi di dovere momenti salienti della storia di famiglia. Ogni immagine vantava sul retro una dedica oppure la data, scritta, con cura, a penna, assieme alla località ove era stata presa; a volte si indicavano nomi e nomignoli degli attori coinvolti. “Luigi e Ines”, “Zio Valerio e la sua chitarra”, “Giampi a Milano Marittima 1961”, “Mamma e Papà, Ladispoli 1967”, “Giovanni al giuramento, Taranto 1972”. Per tacere dei sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, matrimoni; persino funerali.

La foto era, insomma, una incombenza: si recava il rullino, spesso dopo le ferie estive o le vacanze di Natale, presso il proprio bottegaio di fiducia: “per lo sviluppo”. Un altro costo. E spesso si aspettavano giorni. Sviluppare non era impresa facile. A volte ci si rendeva conto che la foto era sovraesposta o sfocata: ne derivava  l’ira del capofamiglia che vedeva svanire le sue lire per una disattenzione …

Ma le immagini, così lungamente ricercate, erano di buona qualità, nitide, e riposavano su buona carta. Attenti con le dita! Avete le mani pulite? si diceva ai figlioli mentre questi le incollavano pazientemente e con reverenza in album dalla solida rilegatura, con gli angolini rigidi a fermarne la scivolosa irrequietezza. Una carta velina trasparente le proteggeva, di pagina in pagina; a volte si incollava anche un ulteriore cartiglio esplicativo a mo’ di didascalia: “Fregene, Pineta, 3 agosto 1975”.

E lì le immagini si accumulavano, anno dopo anno; ogni tanto le si andava a compulsare, con nostalgia crescente. Ognuna ridonava attimi commoventi: un parente che non c’era più, un ricordo che si credeva disperso, o i figli lontani: presi dalle beghe quotidiane, cresciuti oramai, un po’ disinteressati; e irriconoscibili: “Ma guarda Isabella com’era carina”, “Guarda Giulio alla Prima Comunione!”, “Dio, com’era bambolotta Claudia!” …

Ma chi le consulta più queste anamnesi iconiche …

L’opulenza digitale le ha annientate. Non sostituite, attenzione, annientate!

Il digitale non sostituisce, distrugge e basta.

Ama chiamare tale fenomeno: “Medioevo Ellenico” o “Dark Ages”.

Lo studioso Anthony Snodgrass, forse sbagliando, si riferisce con Dark Ages (da cui: Medioevo Ellenico) al periodo  – fra 1200 e 800 a. C. – che vide il crollo della civiltà micenea e l’avvento dei Dori: scomparsa della scrittura, della grande architettura, della minuziosa burocrazia, della fusione del bronzo, regressione a uno stile pittorico geometrico.

In ogni famiglia il Medioevo Ellenico ha il proprio inizio attorno ai primi Novanta e tocca la vetta al principiare della decade del Secolo Ventunesimo. Da quella data, all’incirca, gli album rimangono muti. Come se un olocausto della dimenticanza si fosse abbattuto su ogni cosa. Così come nel Peloponneso preomerico.

Il digitale irrompe, smaterializza, abbatte i costi; diviene appetibile da ognuno e tutto trasforma in merce da dozzina, fatua e irrilevante.
La foto è gratis, di fatto; perde il proprio valore memoriale e di attenzione e studio: si clicca ripetutamente: è gratis. I cellulari hanno memorie più estese, si fanno foto a qualunque cosa: ai cani, ai gatti, ai tombini, ai portoni, alle fontanelle, alle statue, ai cartelli stradali, a un ghiribizzo qualsiasi; decine, centinaia, migliaia di scatti irresponsabili, fatti tanto per fare. Sono gratis, poi si cancella, si modifica, se ne fanno altri! Le pose degenerano in atti sguaiati, la smorfia è oramai la normalità: occhi strabuzzati, lingue protruse fuori dai grugni, panze in evidenza, scherzi idioti, e sghignazzi, tanti sghignazzi; oppure si cerca di eternare tutto il possibile, di ogni pietra o coccio si immortala la prospettiva che si crede migliore, sin all’esaurimento. Ma tale furia è mediocre, frettolosa, individualista. La qualità del digitale concede un iperrealismo irreale, ma senza profondità e vera definizione plastica: una lattiginosità congenita, inoltre, annega il tutto in una brodaglia priva di gusto.

E poi di tale messe cosa rimane? Poco o nulla. Dopo le ferie si riguardano le immagini: un cumulo di sciocchezze goffamente orgiastiche o solipsistiche; passa qualche tempo: esauriti gli isterismi della condivisione ci si accorge che tali epitomi della goliardia più disperata intasano i cellulari o gli Ipad e paiono assai meno interessanti: e allora si comincia a cancellare quelle che non piacciono più confidando in un prossimo download su pc; passa il tempo, però, altre immagini si affastellano: un tatuaggio, il cane con gli occhiali, la merenda o la pasta alla carbonara (“guardate come sono brava!”), la barzelletta, un fotomontaggio … tutte scemenze buone per lenire le nostra ansia narcisistica da like, il nuovo scaccia il vecchio, le foto di Formentera sembrano quelle che sono, robetta scaduta da quasi due anni, da eliminare, insomma: han fatto il loro tempo; o magari è morto l’amorazzo o il rapporto conviviale che le innescò e allora quell’iconografia diviene secondaria, insulsa … oppure odiosa … e, perciò, da scaraventare, con una serie di furiosi click, nel limbo dell’irrilevanza … qualcuno, più avveduto, ha salvato qualche decina di scatti sull’hard disk o il pc, ma il pc a volte muore, l’hard disk cade e distrugge il suo contenuto  … quel tratto di esistenza sparisce nel nulla  … le avevo sul pc ma è crashato, le avevo sull’hard disk, mi è caduto di spigolo, niente, non si può recuperare nulla …

Gli album di famiglia si fermano al 2000 … al 2003 … al 2004 … come brogliacci alla vigilia d’una catastrofe nucleare … o il diario di bordo della Mary Celeste prima del misterioso naufragio … inevitabile, micidiale.

Le vite, consegnate al mostro dell’immateriale, svaniscono. Così, smiagolando nell’impalpabile, senza neanche il risarcimento d’un cartoncino sbiadito.

E così per i libri: l’e-book sostituisce il cartaceo, ma non è vero; le vendite dell’e-book sono in picchiata, l’e-book non lo legge nessuno, perché dovrebbe esser letto? Intanto il cartaceo, che era in attesa di farsi sostituire da Kindle e IBooks, si fa sempre più grossolano: la carta è da poco, il libro perde le cuciture, la copertina diviene floscia e scioccamente colorata, crolla la qualità dell’impaginatura, la stampa è digitale: gli inchiostri nitidi e definiti sono un lontano lusso … l’ultimo best seller, venti euro!, rileva, dopo nemmeno mezza lettura, quale mucchio di fogliacci malinconicamente sparnazzati. L’oggetto libro, non solo il contenuto, perde ogni fascino e appetibilità feticista. L’antiquariato librario si ferma gli anni Ottanta, in realtà: il libro usato e di seconda mano non sublima nel vecchio o nel ricercato, ma, quale usa e getta, finisce direttamente nell’immondizia. Una biblioteca costituita da testi degli ultimi trent’anni merita –  esteticamente – il macero. E tale avviene per i mobili, gli umili elettrodomestici, le ceramiche, i quadri: di fattura tanto approssimata e sciatta da rendere impossibile una loro vita ulteriore. Scompare ciò che Bertolt Brecht amava: la bellezza del “ben invecchiare”, “del migliorare forma“: 

Fra tutti gli oggetti i più cari

sono per me quelli usati.

Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame,

i coltelli e forchette che hanno di legno i manici,

lucidi per tante mani: simili forme

mi paiono tutte le più nobili. Come le lastre di pietra

intorno a case antiche, da tanti passi lise, levigate,

e fra cui crescono erbe, codesti

sono oggetti felici.

Penetrati nell’uso di molti,

spesso mutati, migliorano forma, si fanno

preziosi perché tante volte apprezzati.

Gli ultimi trent’anni sono un buco, uno iato culturale e materiale da Dark Ages.

Intere generazioni di uomini e cose inghiottite da un magma liquido.
Uno Snodgrass del futuro che indaghi l’Italia post 1989 ipotizzerà, giustamente, l’invasione vincente e rovinosa di una cultura inferiore.

 

Alceste

Fonte: http://alcesteilblog.blogspot.com

Link: http://alcesteilblog.blogspot.com/2018/08/generazioni-scomparse-vanishing-italians.html#more

3.08.2018

Approvato il decreto dignità, Di Maio: ‘Cittadini 1 – Sistema 0’

silenziefalsita.it 7.8.18

E’ stato approvato dopo decine di anni il primo decreto non scritto da potentati economici e lobby. E’ il primo decreto dopo tanti anni che mette al centro il cittadino, mette al centro gli imprenditori, mette al centro i giovani precari. Finalmente i cittadini segnano il punto: Cittadini 1 – Sistema 0”.

Così Luigi Di Maio in conferenza stampa una volta approvato il decreto dignità anche al Senato.

Alla domanda di un giornalista se ci sarà un decreto dignità anche per i precari di Foggia, il ministro del Lavoro ha risposto:

“Ci sono tante emergenze da affrontare in Italia, io devo dire che su questo ci siamo al lavoro su tutti i fronti. Il decreto dignità dà dignità a delle categorie, soprattutto le più deboli di questo paese, ma ce ne sono tante altre su cui dovremo lavorare”.

Sono contento – ha aggiunto – di aver preteso dal governo che ho rappresentato con questo provvedimento in queste settimane le stesse cose che io pretendevo dal governo quando stavo all’opposizione. Siamo stati in aula per tutta la discussione del dibattito, non abbiamo apposto al fiducia, abbiamo ascoltato, abbiamo approvato emendamenti dell’opposizione. E abbiamo portato a casa un provvedimento che affrontava quattro emergenze sociali: burocrazia, precariato, delocalizzazioni delle aziende dei cosiddetti ‘prenditori’ e pubblicità sul gioco d’azzardo”.

“Oggi – ha proseguito Di Maio – l’Italia guadagna un primato in Europa: è il primo paese in Europa ad aver abolito del tutto la pubblicità sul gioco d’azzardo. E questo lo dedico a tutti quegli operatori del sociale che ogni giorno cercano di salvare padri e madri di famiglia dalle grinfie delle slot machine e del gioco d’azzardo che sta distruggendo tante famiglie italiane”.

“Il 90 per cento di chi gioca d’azzardo in Italia apprendeva del gioco d’azzardo attraverso la pubblicità. Quella pubblicità non esiste più e chi non rispetta questa legge si becca una multa di oltre il 20 per cento di quello che ha fatto come introito,” ha concluso.

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Pubblicato da Luigi Di Maio

Manovra, colpo di grazia a riforma Fornero? Avviso già pronto: Italia “rischia scontro frontale con Ue e boom spread”

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com 7.8.18

a freddare Di Maio e l’intero governo M5S-Lega sulla riforma delle pensioni è Peter Cardillo, responsabile economista dei mercati presso Spartan Capital Securities. Intervistato da Il Corriere della Sera, Cardillo …

La modifica della riforma Fornero, che Matteo Salvini vuole “smontare pezzo per pezzo”, entrerà nella manovra 2019: così come ci sarà l’introduzione della quota 100, cioè la possibilità di lasciare il lavoro quando si raggiunge 100 tra età anagrafica e anni di contributi versati. E’ quanto riporta l’Ansa, precisando che il costo della misura dovrebbe aggirarsi attorno ai 4 miliardi di euro, portando il costo della legge di bilancio a circa 26-27 miliardi. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio lo conferma poi in un’intervista a Radio 24, annunciando anche che, a seguito del supervertice sulla manovra dello scorso venerdì, il governo si riunirà nuovamente domani:

Dobbiamo superare la legge Fornero e dovremo farlo”. Nel frattempo, ha aggiunto Di Maio, ieri i nostri capigruppo hanno depositato il provvedimento sul taglio delle pensioni d’oro e a settembre-ottobre credo che sarà approvato”.

Ma a freddare Di Maio e l’intero governo M5S-Lega sulla riforma delle pensioni è stato già, nei giorni scorsi, Peter Cardillo, responsabile economista dei mercati presso Spartan Capital Securities.Intervistato da Il Corriere della Sera, Cardillo ha avvertito , in merito alla “riforma sulle pensioni e tasse”, che “sarà il mercato a stabilire fin dove si potrà spingere il governo italiano”.

Un alert particolare è proprio sull’obiettivo ambizioso dell’esecutivo di smantellare la riforma Fornero:

“La riforma sulle pensioni porterebbe il governo di Roma allo scontro frontale con l’Unione Europea. Nel Paese potrebbe riaprirsi la discussione se restare o uscire dall’euro. Tutto ciò potrebbe scatenare una grande speculazione, lo spread schizzerebbe a livelli inauditi e l’Italia ne uscirebbe a pezzi. Sulle tasse il discorso è diverso: forse ci può essere qualche margine per una riduzione graduale”.

Tra l’altro, sempre qualche giorno fa, gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sempre dalle pagine del Corriere della Sera, hanno avvertito che azzerare la Legge Fornero farebbe venire meno “un risparmio di spesa per il 2019-20 pari a circa 25 miliardi l’anno lordi (cioè non tenendo conto delle imposte pagate dai pensionati)”.

Secondo Alesina e Giavazzi, “ci si illude di poterli sostituire riducendo le pensioni più ricche. Ma anche se si azzerassero le pensioni dei 30.000 cittadini che percepiscono un netto mensile superiore a 5.060 euro (una norma evidentemente anticostituzionale) si risparmierebbero 4 miliardi e si coprirebbe solo per un anno il buco che si apre se si cancella la norma che lega l’età della pensione alla speranza di vita”.

Tutto questo, mentre nelle ultime ore, la Repubblica ha calcolato che il costo complessivo della manovra potrebbe essere di ben 42 miliardi di euro, facendo notare tra l’altro le tensioni in corso tra Matteo Salvini e il ministro dell’economia Giovanni Tria dall’altro.

Da una parte il ministro dell’ Economia Giovanni Tria che vede in 22,4 miliardi la manovra 2019 e cerca di ridurla alla metà negoziando con Bruxelles e accetta solo l’ “avvio compatibile” di flat tax e reddito di cittadinanza, dall’altra la Lega che vuole spese per altri 20 miliardi e tifa per lo sfondamento del deficit- Pil verso il 3 per cento al grido di “Non è la Bibbia”. Sembrano più cauti i grillini che vogliono il reddito di cittadinanza, che costa 17 miliardi, ma sembrerebbero per ora accontentarsi di un anticipo e soprattutto Di Maio recita la parte del bravo ragazzo dichiarando che non vuole ” strappi” con Bruxelles. Basterebbe, se non fosse che all’estero guardano anche la nostra politica industriale e lì le parti tra “verdi” e ” gialli” sono invertite: mentre Salvini è per il sì a Tav e Tap, i grillini con Toninelli e Lezzi frenano su tutta la linea”.

Lo spread rimane sotto controllo, ma sempre nei radar degli analisti di tutto il mondo. Il differenziale oscilla attorno alla soglia di 250 punti dopo essere schizzato, la scorsa settimana, fino a 270 punti base circa.

Prosegue la carrellata di alert e polemiche su quello che è diventato il termometro che misura il rischio di fuga dall’Italia. Nel suo commento, l’esperto di mercati finanziari e di valutazione degli strumenti finanziari scrive la nota “Ragionando sullo spread, questo sconosciuto“. E conclude:

“Se nell’arco di tre giorni il rendimento del BTP passa da 1,75% al 2,50% a causa di variazioni sullo spread, coloro che hanno già in portafoglio tale strumento si allarmeranno, mentre allo stesso tempo investitori che dispongono di liquidità potranno cogliere tale occasione per investire al meglio. E, credetemi, questa non è ‘speculazione vergognosa’ ma una semplice regola aurea degli operatori capaci”.