Cyber, a rischio attacco se collegati a reti wi-fi pubbliche

Ofcs.report 8.8.18 Davide Maniscalco

L’ESPERTO: “L’ATTACCANTE POTREBBE ESSERE LA PERSONA SEDUTA ACCANTO CHE STA BEVENDO LA SUA TISANA”

Una delle più diffuse minacce della sicurezza informatica è il cosidetto attacco “man in the middle (spesso abbreviato in MITM, MIM, MIM attack o MITMA, in italiano “uomo nel mezzo”) consistente in un attacco informatico attraverso una interposizione dell’uomo in mezzo, protesa ad intercettare o alterare la comunicazione tra due parti inconsapevoli. Molto frequente è l’attacco attraverso la rete wi-fi, specie quelle pubbliche. Altrettanto invasivo è l’attacco a reti wi-fi domestiche, molto spesso attraverso vulnerabilità del router (banalmente password di default). L’eterogeneità delle connessioni fra devices rende l’attacco particolarmente diffuso anche tra i dispositivi mobili al fine di intercettarne (sniffare) tutto il traffico sms alla ricerca per esempio di codici di autenticazione. Altrettanto diffuso con la stessa tecnica è il malware trojan, che si interpone tra un utente ed il browser per alterare fraudolentemente ad esempio le transazioni finanziarie online.

Ne parliamo con Giorgio Perego, responsabile dei progetti ICT locali per le tre divisioni di vendita della multinazionale tedesca B. Braun

Può spiegare ai nostri lettori la natura e tipologia di attacco e quali sono le misure di mitigazione suggerite?

“Questo tipo di attacco avviene all’intero di una rete, wireless o wlan. La procedura di attacco prevede che il malintenzionato si metta in mezzo tra due utenti e il router (man in the middle) alterando segretamente le comunicazioni tra due parti che credono di comunicare direttamente tra di loro. La gente sottovaluta i pericoli di una rete controllata da qualcun altro, soprattutto se parliamo di reti come quelle dei fast food, co-working aeroporti, hotel, dove l’attaccante potrebbe essere la persona seduta accanto a te che sta bevendo la sua tisana. E’ sempre bene controllare le impostazioni del client di posta del proprio telefono o tablet. Su diversi dispositivi il client email non ha abilitato il TLS di default. Questo significa che le credenziali di accesso ai server SMTP e IMAP vengono inviate in chiaro sulla rete. Collegandoci a quanto detto prima, qualsiasi “malintenzionato” sulla rete può carpire tali credenziali ed usarle per i suoi scopi. Questi tipi di tools sono facilmente reperibili dal web. Inoltre, utilizzando Kali (una distro di Linux), alcuni tools sono già preinstallati. E’ comunque buona prassi tenere aggiornato il proprio sistema operativo e verificare sempre l’url del vostro browser. E’ sempre consigliabile: – non usare punti d’accesso wi-fi non cifrati, oppure liberi, per effettuare transazioni sensibili; – di curarsi dell’aggiornamento dell’antivirus e del sistema operativo; – modificare la password del router wi-fi domestico utilizzando una password personalizzata forte; – controllare che l’URL dei siti web a cui ci si connette inizi con HTTPS (connessione cifrata)”.

La valutazione del rischio

Il risk assessment nella valutazione del rischio per la sicurezza informatica nell’ambito di una policy di information security governance, è un processo di identificazione, analisi e valutazione dei rischi e dei potenziali impatti, preordinato per mettere in campo controlli di sicurezza informatica che risultino adeguati agli obiettivi di business dell’organizzazione ed entro la soglia di rischio residuo considerato accettabile dal senior management.

La valutazione del rischio è dunque una delle prime attività con cui è chiamato a misurarsi un information security manager al fine di individuare le minacce, la loro probabilità e frequenza e i potenziali impatti sull’organizzazione. La valutazione del rischio per la sicurezza informatica identifica e classifica le varie risorse informative (asset) che potrebbero essere esposte ad un attacco informatico (hardware, sistemi, devices, proprietà intellettuale, patrimonio informativo), ne individua il valore (anche di rimpiazzo) e identifica quindi i vari rischi che potrebbero influire su tali asset. La metodologia dell’assessment prevede una stima (asset classification) e una valutazione del rischio a cui segue una selezione delle misure di mitigazione messe in campo per trattare le minacce identificate.

È chiaro che le minacce sono in continua e progressiva evoluzione ed anche gli scenari di rischio mutano velocemente. É per questo che è importante monitorare e rivedere costantemente il landscape per rilevare eventuali cambiamenti nel contesto dell’organizzazione mantenendo una supervisione dell’intero sistema di gestione dei rischi, attraverso l’aggiornamento periodico del risk assessment.

Il risk assessment nell’ambito di una policy di information security governance ha pertanto l’obiettivo strategico di stabilire e mantenere determinati criteri di rischio per la sicurezza delle informazioni, garantendo all’organizzazione la confidenzialità, integrità e disponibilità delle informazioni nell’ambito del sistema di gestione della sicurezza delle informazioni. Il risk assessment, inoltre, è un processo molto complesso ed articolato che richiede una pianificazione meticolosa, conoscenze specialistiche ed il coinvolgimento di tutti i data e process owners per coprire adeguatamente tutti i rischi relativi a persone, processi e tecnologia.

“La bestia”, ovvero del come funziona la propaganda di Salvini

RollingStone.it 13.7.18 Steven Forti

Intervista a Alessandro Orlowski, ex hacker e spin doctor digitale, che ci parla della strategia comunicativa della Lega, dell’affaire Cambridge Analytica, del business dei falsi profili twitter, del Gdpr, Facebook e molto altro

Alessandro Orlowski è seduto a un tavolino di un bar di Barcellona. Nato a Parma nel 1967, vive in Spagna da 20 anni. Ex regista di spot e videoclip negli anni ’90 e grande appassionato di informatica, è stato uno dei primi e più influenti hacker italiani. Fin da prima dell’arrivo dei social network, ha lavorato sulle connessioni digitali tra gli individui, per sviluppare campagne virali. Negli anni ha condotto numerose campagne in Rete, come quella per denunciare l’evasione scale del Vaticano o i gruppi estremisti negli Stati Uniti e in Europa. Oggi fa lo spin doctor digitale: ha creato Water on Mars, startup di comunicazione digitale tra le più innovative, e guidato il team social risultato fondamentale per condurre il liberale Kuczynski alla presidenza del Perù. Ci accomodiamo, e cominciamo a parlare con lui di politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario (e inquietante) lavoro che sta realizzando online.

Alessandro Orlowski: Nato a Parma 50 anni fa, è tra i maggiori esperti

di hacking e comunicazione politica digitale in Italia

Che evoluzione ha avuto negli anni il concetto di “rete social”?

Nasce nei primi anni ’80 con le BBS, le Bulletin Boards System, antesignane dei blog e delle chat. La prima rete sociale, però, è stata Friendster nel 2002, che raggiunse circa 3 milioni di utenti. A seguire l’amatissima (da parte mia) MySpace: narra una leggenda nerd che fu creata in 10 giorni di programmazione. Il primo a usare le reti social per fini elettorali è stato Barack Obama nel 2008.

Oggi in Italia chi è il politico che maneggia meglio questi strumenti?

In tal senso la Lega ha lavorato molto bene, durante l’ultima campagna elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono modi care la loro strategia attraverso la propaganda. Un esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione, e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”? Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno chiamato questo software La Bestia.

Quando nasce La Bestia?

Dalle mie informazioni nasce dal team di SistemaIntranet di Mantova, ossia dalla mente di Luca Morisi, socio di maggioranza dell’azienda, e Andrea Paganella. Morisi è lo spin doctor digital della Lega, di fatto il responsabile della comunicazione di Salvini. La Bestia è stata ideata a fine 2014, e finalizzata nel 2016. All’inizio si trattava di un semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing list.

Come funziona l’analisi dei dati, su cui si basa la strategia?

Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri.

La Bestia differenzia il suo operato a seconda dei social, per rendere immutata l’efficacia di Salvini in base allo strumento?

Per chi si occupa di marketing e propaganda online, è normale adattare la comunicazione ai differenti social. Twitter è l’ufficio stampa, e influenza maggiormente i giornalisti. Su Facebook ti puoi permettere un maggiore storytelling. È interessante vedere come, inserendo nelle mailing list i video di Facebook, la Lega crei una sinergia con la base poco attiva sui social: la raggiunge via mail, e aumenta così visualizzazioni e condivisioni.

Operano legalmente?

Camminano su un lo molto sottile. Il problema riguarda la gestione dei dati. Hanno creato, per esempio, un concorso che si chiama “Vinci Salvini” (poche settimane prima del voto, ndr). Ti dovevi registrare al gioco online e quanti più contenuti pubblicavi a tema Lega, maggiori erano le possibilità di incontrare Salvini. È stato un successo. Il problema è che non sappiamo come siano stati gestiti i dati. A chi venivano affidati? A Salvini? Alla Lega? A una società privata?

C’è qualche legame con lo scandalo Cambridge Analytica in questo utilizzo “disinvolto” dei dati personali?

Difficile rispondere. Circolano voci in merito all’apertura di una sede di Cambridge Analytica a Roma poco prima delle elezioni italiane, progetto abortito in seguito allo scandalo che ha coinvolto la società britannica. Un partito italiano, non si sa quale, avrebbe richiesto i suoi servizi. È noto che la Lega volesse parlare con Steve Bannon (figura chiave dell’alt-right americana, fondamentale nell’elezione di Donald Trump, ndr) in quel periodo, incontro poi avvenuto in seguito.

La destra – più o meno estrema – sta vincendo la battaglia della comunicazione digital?

Si muovono meglio dei partiti tradizionali, che non sono riusciti a evolversi. Lo dimostra Bannon, e pure Salvini, che a 45 anni è un super millennial: ha vissuto il calcio balilla, la televisione, Space Invaders e le reti social.

Vedi analogie tra la strategia social di Donald Trump e quella di Salvini?

Salvini ha sempre guardato con attenzione a Trump. Entrambi fanno la cosa più semplice: trovare un nemico comune. E gli sta funzionando molto bene. Nel nuovo governo si sono suddivisi le responsabilità: al M5S è toccato il lavoro, con la forte macchina propagandistica gestita dalla Casaleggio Associati, alla Lega la sicurezza e l’orgoglio nazionale, gestiti da Morisi e amici.

Sta pagando, non c’è che dire.

La totale disinformazione e frotte di like su post propagandistici e falsi – per esempio l’annuncio della consegna di 12 motovedette alla Guardia costiera libica (a fine giugno, ndr) – portano a quello che si definisce vanity KPI: l’elettore rimane soddisfatto nel condividere post che hanno migliaia di like, e quindi affermano le loro convinzioni. Consiglio la lettura di The Thrill of Political Hating di Arthur Brooks.

Esiste una sorta di meme war all’italiana?

Le meme war non esistono. Ci possono essere contenuti in forma di meme per denigrare i competitor e inquinare i motori di ricerca. Ricordiamoci anni fa, quando su Google scrivevi il cognome “Berlusconi” e il motore di ricerca ti suggeriva “mafioso”: fu un esempio di manipolazione dell’algoritmo di Google. Lo stesso sta succedendo in questi giorni: se scrivete la parola “idiot” e fate “ricerca immagini”, compaiono solo foto di Trump.

Come è stata finanziata l’attività delle reti social della Lega?

La Lega voleva creare una fondazione solo per ricevere i soldi delle donazioni, al fine di poter tenere in piedi le reti social senza passare per i conti in rosso del partito. Il partito è gravato da debiti e scandali finanziari (a luglio il tribunale di Genova ha confermato la richiesta di confisca di 49 milioni di euro dalle casse del partito, ndr). Le leggi italiane lasciano ampio margine: permettono di ricevere micro- donazioni, senza doverle rendere pubbliche. È una forma completamente legale. In ogni caso, potresti chiederlo direttamente a Luca Morisi (Morisi non ha risposto ai tentativi di contatto da parte di Rolling Stone, ndr)

Hanno ricevuto finanziamenti dall’estero?

Recentemente l’Espresso ha raccontato che alcune donazioni al partito provengono da associazioni come Italia-Russia e Lombardia- Russia, vicine alla Lega. D’altra parte, sono stati i russi a inventare il concetto di hybrid war. Il generale Gerasimov ha teorizzato che le guerre moderne non si devono combattere con le armi, ma con la propaganda e l’hacking.

Un sistema come La Bestia alimenta la creazione di notizie false?

Non direi che ci sia un rapporto diretto tra le due cose, ma sicuramente c’è un rapporto tra La Bestia e il bias dei post che pubblicano. Come ha spiegato lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, di fronte a una notizia online la nostra mente si avvale di metodi di giudizio molto rapidi che, grazie alla soddisfazione che dà trovare conferma nei nostri pregiudizi, spesso porta a risposte sbagliate e illogiche, ossia biased.

Salvini lavora su questo bias?

Lo fa il suo team, e anche quello del M5S: amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa, che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile. Vai tu a convincere del contrario 18mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità! Una delle figure chiave delle fake news della Lega è stato e forse ancora è il napoletano Marco Mignogna, che gestiva il sito di Noi con Salvini, oltre a una ventina di portali pro-Salvini, pro-M5S e pro-Putin (nel novembre 2017 si è occupato del caso il NYT, ndr).

Quanto di ciò che hai detto fin qui vale anche per il Movimento 5 Stelle?

Non c’è dubbio che dietro al M5S ci sia una buona azienda di marketing politico. La loro propaganda è più decentralizzata rispetto a quella della Lega, tutta controllata da Morisi. Creano piccole reti, appoggiandosi agli attivisti “grillini” e risparmiando così denaro. Non

pagano per rendere virali i post di Grillo o di Di Battista. Anche se oggi, con il M5S al governo, la strategia è in parte cambiata.

Quanto influisce l’attività di trolling sul dibattito politico?

Dipende dal contesto politico e dal Paese, in alcuni casi può essere molto violenta. Per creare account su Twitter esiste un software acquistabile online, che ti permette di generarne mille in tre ore, ognuno con foto e nome distinto. Parliamo di account verificati con un numero di cellulare: c’è un servizio russo che, per 10 centesimi, te ne fornisce uno appositamente. Con 300 o 400 euro puoi crearti in un pomeriggio un migliaio di account Twitter verificati. A quel punto puoi avviare un tweet bombing, cambiando la percezione di una notizia. È semplice e costa poco.

Ci sono conferme sull’esistenza di una rete di troll leghisti?

Non è facile rispondere, perché ci sono diverse tipologie di reti troll, organiche o artificiali. A volte distinguere le due senza tool specializzati è quasi impossibile. Per esempio, le reti di troll formate da persone reali spesso si auto-organizzano, sapendo benissimo che un utente singolo può avere due o più account social sullo stesso network. È normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500 troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto politico.

Esistono quindi reti costruite ad hoc?

Una di queste botnet è stata smantellata da un gruppo di hacker italiani sei mesi fa: era collegata a una società romana che gestiva una rete di 3mila account Twitter, collegati a un migliaio di account Facebook. Non mi stupirei se un team gestito da Morisi avesse automatizzato e controllasse qualche centinaio o migliaio di account. Qualcosa di simile era già nelle loro mani, con un sistema di tweet automatici su diversi account (documentato da diverse fonti giornalistiche lo scorso gennaio, ndr). L’unica pecca del loro team è la sicurezza informatica, come si è potuto notare dal leak delle informazioni del loro server, avvenuto all’inizio di quest’anno.

Cosa sappiamo sul “gonfiamento” dei numeri social di Salvini?

Abbiamo notato alcune discrepanze, ma in questo momento di grande successo mediatico di Salvini non sono più rilevanti. Abbiamo scoperto alcune botnet di Twitter nate contemporaneamente che, dopo pochi giorni e nello stesso momento, hanno seguito tutte l’account ufficiale di Salvini. La relazione con il suo account era il fatto che supportavano account di estrema destra in Europa, quindi attribuibili a persone vicine a Voice of Europe e gruppi simili, legati a Steve Bannon, come #Altright o #DefendEurope. La pratica di creare fake account è comune: solo pochi giorni fa Twitter ne ha cancellati alcuni milioni.

C’è un modo per riparare simili storture?

C’è poco da fare. In seguito allo scandalo Cambridge Analytica, Facebook ha colpito tutti, impedendo ai ricercatori di studiare questi fenomeni. Le cose non sono cambiate, anzi. Anche a seguito dell’adozione del GDPR (il regolamento sulla protezione dei dati personali, ndr) nei prossimi anni vedremo come si raffineranno le campagne politiche online: sarebbe utile avere leggi che impongano maggior trasparenza su come funzionano le reti social e, naturalmente, maggiore tutela per i cittadini, in particolare per quanto riguarda i propri big data.

Galloni ai gialloverdi: come assumere 1 milione di giovani

Giorgio Cattaneo libreidee.org 8.8.18

Incombe una nuova crisi finanziaria, si aggraverà l’emergenza migranti, la Germania inizierà a sfilarsi dall’euro e l’Italia sarà nei guai senza più il “quantitative easing” garantito dalla Bce. Queste, per l’economista Nino Galloni, sono le vere mine sulla strada del governo gialloverde: senza una moneta parallela, fiscale, non sarà possibile andare lontano. La questione Tav in valle di Susa e le nomine Rai? Vengono enfatizzate e dipinte dagli avversari del governo quali prove dei contrasti interni e dei problemi della nuova maggioranza. In realtà, per Galloni, si tratta di tempeste in bicchieri d’acqua e, semmai, di sintonia futura. Certo, tutto può sempre accadere, persino tra qualche mese salti tutto, di fronte alle difficoltà proprie della legge finanziaria. Tuttavia la previsione che Galloni affida a “Scenari Economici” è diversa. «L’attuale cambiamento è importante ed irreversibile, sebbene varie questioni adesso in ballo rilancino la prospettiva di un’alleanza strategica tra Pd e Forza Italia», cosa che, beninteso, «rafforzerebbe quella fra gialli e verdi». Ma, se il governo supererà le tante “tempeste nel bicchiere” e anche la primavera 2019, dovrà affrontare le quattro grandi sfide che accompagneranno l’Europa. La prima? Sarà «la crisi finanziaria globale che seguirà l’allineamento della Bce sulle posizioni più restrittive della Fed e l’aumento dei tassi d’interesse che, col rafforzamento insensato del dollaro, costringeranno Trump ad insistere coi dazi».

La crescita del Pil Usa, spiega Galloni, è stata tutta dovuta all’acquisto di merci Usa prima dell’introduzione dei dazi stessi. A questo si aggiungerà «l’aggravarsi e l’estendersi del problema immigrazione dall’Africa occidentale», un disastro che diventerà catastrofico, a medio termine, «se non si interverrà efficacemente sulle carestie locali, di origine climatica». Terzo guaio in arrivo: «Nella seconda parte del 2019 la Germania potrebbe cominciare a sfilarsi dall’euro per guardare di più verso Est». Attenzione: «Senza Qe e con un possibile declassamento del rating – sostiene Galloni – l’Italia si troverebbe in serie difficoltà, a meno di non introdurre valute parallele, minibonds o certificati di credito fiscale». Una strettoia serissima: «La possibilità che sia la Bce a fornire denaro allo Stato contro i titoli che le banche ordinarie non potessero più assorbire – spiega l’economista – è legata al commissariamento del paese», addirittura. Quarta calamità in arrivo, lo squilibrio tra domanda e offerta, nel mercato del lavoro: «Il sistema sta domandando sempre meno lavoro nei comparti redditizi, mentre in quelli dove l’occupazione dovrà crescere (servizi di cura delle persone, dell’ambiente e del patrimonio esistente), i costi – cioè il lavoro necessario – sono superiori al fatturato; quindi, alle condizioni del mercato non sono gestibili».

Ecco la grande sfida che abbiamo di fronte, secondo Galloni, vicepresidente del Movimento Rooseelt: si tratta di «coniugare reddito di cittadinanza, riduzione delle tasse, maggiore libertà di azione per le piccole imprese, sicurezza e riqualificazione (ma non ridimensionamento!) dei compiti dello Stato». Finora, spiega, queste cose sono state rappresentate come alternative tra loro; adesso, invece, «bisogna trovare energie e risorse per realizzare qualcosa di nuovo e di assolutamente necessario». Le energie? Loro: i giovani disoccupati, laureati e diplomati. E le risorse? Basterà «l’emissione di un 2-3% di Pil di moneta sovrana non a debito a sola circolazione nazionale, non convertibile». Esempio: «Con l’equivalente di 25 miliardi di euro (pari all’1,5% del Pil) si potrebbe assumere un milione di giovani a 1.500 euro al mese per un anno». Obiettivo necessario, che «getterebbe nuova luce sul tema del reddito di cittadinanza e riqualificherebbe  l’equilibrio di bilancio in rapporto alla riduzione della pressione fiscale». La moneta non a debito, infatti, «ha segno algebrico opposto a quello della spesa: e così il cambiamento sarebbe fattibile e possibile».

Basi Usa in Italia: le cifre dell’asservimento

ilfarosulmondo.it 2.8.18

Basi Usa in Italia – Vi proponiamo una dettagliata mappatura di tutte le installazioni militari statunitensi presenti in Italia, a conferma di un totale asservimento italiano nei confronti degli Stati Uniti.

Le sigle

Usaf: aviazione

Navy: marina

Army: esercito

Nsa: National security agency [Agenzia di sicurezza nazionale]

Setaf: Southern european task force [Task force sudeuropea]

Elenco per Regioni

Trentino Alto Adige

1. Cima Gallina [Bz]. Stazione telecomunicazioni e radar dell’Usaf.

2. Monte Paganella [Tn]. Stazione telecomunicazioni Usaf.

Friuli Venezia Giulia

3. Aviano [Pn]. La più grande base avanzata, deposito nucleare e centro di telecomunicazioni dell’Usaf in Italia [almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell’Usaf [un gruppo di cacciabombardieri ] utilizzate in passato nei bombardamenti in Bosnia. Inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell’aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Si presume che la base ospiti, in bunker sotterranei la cui costruzione è stata autorizzata dal Congresso, bombe nucleari. Nella base aerea di Aviano (Pordenone) sono permanentemente schierate, dal 1994, la 31st Fighter Wing, dotata di due squadriglie di F-16 [nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, effettuò in 78 giorni 9.000 missioni di combattimento: un vero e proprio record] e la 16th Air Force. Quest’ultima è dotata di caccia F-16 e F-15, e ha il compito, sotto lo U. S. European Command, di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo non solo nell’Europa meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nordafrica. Essa opera, con un personale di 11.500 militari e civili, da due basi principali: Aviano, dove si trova il suo quartier generale, e la base turca di Incirlik. Sara’ appunto quest’ultima la principale base per l’offensiva aerea contro l’Iraq del nord, ma l’impiego degli aerei della 16th Air Force sara’ pianificato e diretto dal quartier generale di Aviano.

4. Roveredo [Pn]. Deposito armi Usa.

5. Rivolto [Ud]. Base USAF.

6. Maniago [Ud]. Poligono di tiro dell’Usaf.

7. San Bernardo [Ud]. Deposito munizioni dell’Us Army.

8. Trieste. Base navale Usa.

Veneto

9. Camp Ederle [Vi]. Quartier generale della Nato e comando della Setaf della Us Army, che controlla le forze americane in Italia, Turchia e Grecia. In questa base vi sono le forze da combattimento terrestri normalmente in Italia: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio. Importante stazione di telecomunicazioni. I militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa duemila.

10. Vicenza: Comando Setaf. Quinta Forza aerea tattica [Usaf]. Probabile deposito di testate nucleari.

11. Tormeno [San Giovanni a Monte, Vi]. Depositi di armi e munizioni.

12. Longare [Vi]. Importante deposito d’armamenti.

13. Oderzo [Tv]. Deposito di armi e munizioni

14. Codognè [Tv]. Deposito di armi e munizioni

15. Istrana [Tv]. Base Usaf.

16. Ciano [Tv]. Centro telecomunicazioni e radar Usa.

17. Verona. Air Operations Center [Usaf ]. e base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa; Centro di telecomunicazioni [Usaf].

18. Affi [Vr]. Centro telecomunicazioni Usa.

19. Lunghezzano [Vr]. Centro radar Usa.

20. Erbezzo [Vr]. Antenna radar Nsa.

21. Conselve [Pd ]. Base radar Usa.

22. Monte Venda [Pd]. Antenna telecomunicazioni e radar Usa.

23. Venezia. Base navale Usa.

24. Sant’Anna di Alfaedo [Pd]. Base radar Usa.

25. Lame di Concordia [Ve]. Base di telecomunicazioni e radar Usa.

26. San Gottardo, Boscomantivo [Ve]. Centro telecomunicazioni Usa.

27. Ceggia [Ve]. Centro radar Usa.

Lombardia

28. Ghedi [Bs]. Base dell’Usaf, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari.

29. Montichiari [Bs]. Base aerea [Usaf ].

30. Remondò [Pv]. Base Us Army.

108. Sorico [Co]. Antenna Nsa.

Piemonte

31. Cameri [No]. Base aerea Usa con copertura Nato.

32. Candelo-Masazza [Vc]. Addestramento Usaf e Us Army, copertura Nato.

Liguria

33. La Spezia. Centro antisommergibili di Saclant [vedi 35 ].

34. Finale Ligure [Sv]. Stazione di telecomunicazioni della Us Army.

35. San Bartolomeo [Sp]: Centro ricerche per la guerra sottomarina. Composta da tre strutture. Innanzitutto il Saclant, una filiale della Nato che non è indicata in nessuna mappa dell’Alleanza atlantica. Il Saclant svolgerebbe non meglio precisate ricerche marine: in un dossier preparato dalla federazione di Rifondazione Comunista si parla di “occupazione di aree dello specchio d’acqua per esigenze militari dello stato italiano e non [ricovero della VI flotta Usa]”. Poi c’è Maricocesco, un ente che fornisce pezzi di ricambio alle navi. E infine Mariperman, la Commissione permanente per gli esperimenti sui materiali da guerra, composta da cinquecento persone e undici istituti [dall’artiglieria, munizioni e missili, alle armi subacquee].

Emilia Romagna

36. Monte San Damiano [Pc]. Base dell’Usaf con copertura Nato.

37. Monte Cimone [Mo]. Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

38. Parma. Deposito dell’Usaf con copertura Nato.

39. Bologna. Stazione di telecomunicazioni del Dipartimento di Stato.

40. Rimini. Gruppo logistico Usa per l’attivazione di bombe nucleari.

41. Rimini-Miramare. Centro telecomunicazioni Usa.

Marche

42. Potenza Picena [Mc]. Centro radar Usa con copertura Nato.

Toscana

43. Camp Darby [Pi]. Il Setaf ha il più grande deposito logistico del Mediterraneo [tra Pisa e Livorno], con circa 1.400 uomini, dove si trova il 31st Munitions Squadron. Qui, in 125 bunker sotterranei, e’ stoccata una riserva strategica per l’esercito e l’aeronautica statunitensi, stimata in oltre un milione e mezzo di munizioni. Strettamente collegato tramite una rete di canali al vicino porto di Livorno, attraverso il Canale dei Navicelli, è base di rifornimento delle unità navali di stanza nel Mediterraneo. Ottavo Gruppo di supporto Usa e Base dell’US Army per l’appoggio alle forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo, nel Golfo, nell’Africa del Nord e la Turchia.

44. Coltano [Pi]. Importante base Usa-Nsa per le telecomunicazioni: da qui sono gestite tutte le informazioni raccolte dai centri di telecomunicazione siti nel Mediterraneo. Deposito munizioni Us Army; Base Nsa.

45. Pisa [aeroporto militare]. Base saltuaria dell’Usaf.

46. Talamone [Gr]. Base saltuaria dell’Us Navy.

47. Poggio Ballone [Gr]. Tra Follonica, Castiglione della Pescaia e Tirli: Centro radar Usa con copertura Nato.

48. Livorno. Base navale Usa.

49. Monte Giogo [Ms]. Centro di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

Sardegna

50. La Maddalena – Santo Stefano [Ss]. Base atomica Usa, base di sommergibili, squadra navale di supporto alla portaerei americana “Simon Lake”.

51. Monte Limbara [tra Oschiri e Tempio, Ss]. Base missilistica Usa.

52. Sinis di Cabras [Or]. Centro elaborazioni dati [Nsa].

53. Isola di Tavolara [Ss]. Stazione radiotelegrafica di supporto ai sommergibili della Us Navy.

54. Torre Grande di Oristano. Base radar Nsa.

55. Monte Arci [Or]. Stazione di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

56. Capo Frasca [Or]. Eliporto ed impianto radar Usa.

57. Santulussurgiu [Or]. Stazione telecomunicazioni Usaf con copertura Nato.

58. Perdasdefogu [Nu]. Base missilistica sperimentale.

59. Capo Teulada [Ca]. Da Capo Teulada a Capo Frasca [Or ], all’incirca 100 chilometri di costa, 7.200 ettari di terreno e più di 70 mila ettari di zone “off limits”: poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta americana e della Nato.

60. Cagliari. Base navale Usa.

61. Decimomannu [Ca]. Aeroporto Usa con copertura Nato.

62. Aeroporto di Elmas [Ca]. Base aerea Usaf.

63. Salto di Quirra [Ca]. poligoni missilistici.

64. Capo San Lorenzo [Ca]. Zona di addestramento per la Sesta flotta Usa.

65. Monte Urpino [Ca]. Depositi munizioni Usa e Nato.

Lazio

66. Roma. Comando per il Mediterraneo centrale della Nato e il coordinamento logistico interforze Usa. Stazione Nato

67. Roma Ciampino [aeroporto militare]. Base saltuaria Usaf.

68. Rocca di Papa [Rm]. Stazione telecomunicazioni Usa con copertura Nato, in probabile collegamento con le installazioni sotterranee di Monte Cavo

69. Monte Romano [Vt]. Poligono saltuario di tiro dell’Us Army.

70. Gaeta [Lt]. Base permanente della Sesta flotta e della Squadra navale di scorta alla portaerei “La Salle”.

71. Casale delle Palme [Lt]. Scuola telecomunicazioni Nato sotto controllo Usa.

Campania

72. Napoli. Comando del Security Force dei Marines. Base di sommergibili Usa. Comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo. Porto normalmente impiegato dalle unità civili e militari Usa. Si calcola che da Napoli e Livorno transitino annualmente circa cinquemila contenitori di materiale militare.

73. Aeroporto Napoli Capodichino. Base aerea Usaf.

74. Monte Camaldoli [Na]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

75. Ischia [Na]. Antenna di telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

76. Nisida [Na]. Base Us Army.

77. Bagnoli [Na]. Sede del più grande centro di coordinamento dell’Us Navy di tutte le attività di telecomunicazioni, comando e controllo del Mediterraneo.

78. Agnano [nelle vicinanze del famoso ippodromo]. Base dell’Us Army.

80. Licola [Na]. Antenna di telecomunicazioni Usa

81. Lago Patria [Ce]. Stazione telecomunicazioni Usa.

82. Giugliano [vicinanze del lago Patria, Na]. Comando Statcom.

83. Grazzanise [Ce]. Base saltuaria Usaf.

84. Mondragone [Ce]: Centro di Comando Usa e Nato sotterraneo antiatomico, dove verrebbero spostati i comandi Usa e Nato in caso di guerra

85. Montevergine [Av]: Stazione di comunicazioni Usa.

Basilicata

79. Cirigliano [Mt]. Comando delle Forze Navali Usa in Europa.

86. Pietraficcata [Mt]. Centro telecomunicazioni Usa e Nato.

Puglia

87. Gioia del Colle [Ba]. Base aerea Usa di supporto tecnico.

88. Brindisi. Base navale Usa.

89. Punta della Contessa [Br]. Poligono di tiro Usa e Nato.

90. San Vito dei Normanni [Br]. Vi sarebbero di stanza un migliaio di militari americani del 499° Expeditionary Squadron;.Base dei Servizi Segreti. Electronics Security Group [Nsa ].

91. Monte Iacotenente [Fg]. Base del complesso radar Nadge.

92. Otranto. Stazione radar Usa.

93. Taranto. Base navale Usa. Deposito Usa e Nato.

94. Martinafranca [Ta]. Base radar Usa.

Calabria

95. Crotone. Stazione di telecomunicazioni e radar Usa e Nato.

96. Monte Mancuso [Cz]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

97. Sellia Marina [Cz]. Centro telecomunicazioni Usa con copertura Nato.

Sicilia

98. Sigonella [Ct]. Principale base terrestre dell’Us Navy nel Mediterraneo centrale, supporto logistico della Sesta flotta [circa 3.400 tra militari e civili americani ]. Oltre ad unità della Us Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’Usaf: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una.

99. Motta S. Anastasia [Ct]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

100. Caltagirone [Ct]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

101. Vizzini [Ct]. Diversi depositi Usa. Nota: un sottufficiale dell’aereonautica militare ci ha scritto, precisando che non vi sono installazioni USA in questa base militare italiana.

102. Palermo Punta Raisi [aeroporto]. Base saltuaria dell’Usaf.

103. Isola delle Femmine [Pa]. Deposito munizioni Usa e Nato.

104. Comiso [Rg]. La base risulterebbe smantellata.

105. Marina di Marza [Rg]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

106. Augusta [Sr]. Base della Sesta flotta e deposito munizioni.

107. Monte Lauro [Sr]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

109. Centuripe [En]. Stazione di telecomunicazioni Usa.

110. Niscemi [Cl]. Base del NavComTelSta [comunicazione Us Navy ].

111. Trapani. Base Usaf con copertura Nato.

112. Isola di Pantelleria [Tp]: Centro telecomunicazioni Us Navy, base aerea e radar Nato.

113. Isola di Lampedusa [Ag]: Base della Guardia costiera Usa. Centro d’ascolto e di comunicazioni Nsa.

di Redazione

Fonte: http://www.kelebekler.com/

TORRI GEMELLE / BIN LADEN E MOHAMED ATTA UNITI NELLA LOTTA PER LA CIA

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Arieccolo. Era scomparso da un bel po’ di tempo il volto del capo commando per l’assalto alle Twin Towers che ha cambiato i destini del mondo e provocato l’assalto degli Usa all’Iraq, la preda da sbranare per interessi petroliferi, di potere e logistici: il volto di Mohamed Atta.

Il Corriere della Sera pubblica un ampio reportage sul “Matrimonio tra gli eredi del terrore”, ossia le nozze tra Bin Laden junior (il rampollo di Osama) e la figlia di Mohamed Atta, la figura strategica in tutta la vicenda dell’11 settembre.

La notizia, a sua volta, arriva fresca fresca dall’autorevole Guardian, che fornisce alcuni dettagli da non poco. Nel resoconto del quotidiano londinese, ad esempio, viene  sfornata un’altra new, sempre in tema nuziale: “un altro figlio di Osama bin Laden, Mohamed, ha avuto in sposa la figlia di Afef al Marsi, a lungo uno dei principali esponenti militari della fazione e poi ucciso da un drone statunitense nel 2001. Cerimonia tramandata da un celebre video”.

IL TIMIDO MOHAMED TUTTO CASA & CIA

Così scrive l’inviato del Corsera Guido Olimpio: “Sulla vita privata di Mohamed Atta, figura introversa e timida, però capace di guidare i suoi uomini nella fase finale del grande attentato, non sono mancate le supposizioni, le speculazioni, i racconti a metà. Si era ipotizzato di una sua possibile relazione con un cittadino mediorentale detenuto in Spagna mentre alcuni anni fa una donna, spuntata in Florida, aveva sostenuto di essere stata la sua compagna. Voci perse nel tempo”.

Contina Olimpio: “Nel 2010 la madre, Boziana, aveva dichiarato al quotidiano spagnolo El Mundo che il figlio in realtà non era morto nella strage del 2001: gli americani lo hanno catturato e portato a Guantanamo. A suo dire l’intelligence avrebbe organizzato una manovra per accusare i musulmani di ‘terrrorismo’. Teorie cospirative condivise a lungo anche dal padre, convinto che Mohamed fosse rimasto vittima di una manipolazione, salvo poi cambiare idea”.

Molto più chiara ci pare la ricostruzione fornita sei anni fa, nel 2012, da Ferdinando Imposimato, che venne ufficialmente incaricato dal Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra di redigere un dossier proprio su tutti i lati oscuri & le connection della tragedia delle Torri Gemelle. E, guarda caso, Mohamed Atta era il protagonista di quel lungo e minuzioso documento che il giudice antimafia e antiterrorismo preparò (e poi consegnò) alle autorità dell’Aja. In basso riproduciamo per intero l’articolo che Imposimato firmò proprio per la Voce a marzo 2012 (emblematico il titolo: “Atta secondo”) su quella tragica vicenda.

La realtà è più semplice di quanto possa sembrare. Atta era un uomo al servizio dei servizi americani. Forse a loro insaputa? Macchè, era un infiltrato di lusso, di superlusso. Si era addestrato per volare negli Usa in tutta tranquillità, aveva conseguito i relativi brevetti, aveva ogni tipo di documento in regola, e l’ultimo anno prima della strage, ossia tra la fine del 2000 a tutto agosto del 2001, aveva viaggiato in lungo e in largo per gli Usa, e tra gli Usa e l’Europa.

Possibile mai che un “sospetto” di quel calibro (il suo nome era infatti nella black list di Cia ed Fbi) fosse libero come un normale commesso viaggiatore di saltare da una costa all’alta, dall’Atlantico al Pacifico? Libero come un fringuello e senza lo straccio di un controllo?

LA GRANDE AMICIZIA TRA LE FAMIGLIE BUSH E BIN LADEN

Atto secondo, è il caso di dirlo. Ossia la storia dei legami d’affari tra la famiglia Bush (senior e junior) e Osama bin Laden. La Voce una decina d’anni fa ha pubblicato un’intervista all’avvocato Carlo Taormina, all’epoca legale di Loredana Bertè, in cui raccontava di un pranzo a casa Bush in compagnia dell’allora marito, il campione di tennis Bjorn Borg. Tra aragoste & racchette spunta un vip. Ebbene, sapete chi era l’altro invitato eccellente alla tavola di casa Bush? Osama bin Laden. Voleva anche lui lezioni di tennis o qualcos’altro?

Sta di fatto che gli affari tra le due famiglie sono volati sempre a gonfie vele, sigillati da un’altra amicizia da novanta: quella di Bush senior con il fratellastro di Osama bin Laden, perchè entrambi soci del potentissimo gruppo finanziario a stelle e strisce Carlyle.

E circola una “leggenda metropolitana” (ma non troppo): che i due amiconi abbiamo assistito all’esplosione delle Twin Towers in diretta, proprio dalle ampie terrazze griffate Carlyle, superpanoramiche e soprattutto con vista diretta sulle Torri Gemelle. 

Sorgono a questo punto spontanee alcune domande. Ma cosa ha poi fatto il tribunale dell’Aja del dossier Imposimato? Di tutti gli esplosivi elementi che conteneva? Di tutta quella minuziosa ricostruzione che aveva effettuato?

E cosa ha fatto la Casa Bianca del lavoro investigativo iniziato ovviamente subito dopo la tragedia, per svelare gli scenari che c’erano dietro la tragedia delle Torri Gemelle? Già nell’autunno 2001, infatti, venne ordinata un’inchiesta top secret. Solo pochi mesi prima della scadenza del suo secondo mandato presidenziale Barack Obama l’ha desecretata.

Come mai non se ne è più saputo niente? Come mai non s’è mossa una sola foglia? Perchè s’è alzata la solita cortina fumogena? Perchè s’è invece alzato, alto come le Torri Gemelle, un muro di gomma, anche disinformativo?

Sono ancora in troppi a temere che quelle tragiche verità prima o poi possano venire a galla.

Vergogna per la ‘democratica’ (sic) America.

L’ARTICOLO DI FERDINANDO IMPOSIMATO DI MARZO 2012

http://www.lavocedellevoci.it/wp-content/uploads/2016/05/articolo-Voce-Imposimato-marzo-2012.pdf

UNIPOLSAI, COSÌ CI HANNO GUADAGNATO LE COOP – IL RUOLO DELLA CONSOB E LE ACCUSE DELL’ EX COMMISSARIO PEZZINGA ALL’ EX PRESIDENTE VEGAS. I RAPPORTI CIMBRI-NAGEL CHE VENGONO RACCONTATI DALLE INTERCETTAZIONI, UN’OPERAZIONE CHE SI DOVEVA FARE E SI È FATTA SOLO GRAZIE ALLA SOPRAVVALUTAZIONE DI UNIPOL, PER PERMETTERLE DI INGLOBARE L’EX IMPERO LIGRESTI E DISTRIBUIRE 1,5 MILIARDI ALLE COOP (CHI LEGGE DAGOSPIA, SA…)

dagospia.com 8.8.18

Gianluca Paolucci per ”La Stampa

IL PAPELLO TRA NAGEL E LIGRESTIIL PAPELLO TRA NAGEL E LIGRESTI

«Ciao Comandante (…) Avevo pubblicato il consuntivo del triennio post-operazione e volevo condividerlo con chi ci ha creduto quando non ci credeva nessuno». E’ il 12 febbraio del 2016 e Carlo Cimbri, ad di Unipol, scrive un sms al numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, vero regista dell’ operazione. La soddisfazione di Cimbri è relativa ai conti del gruppo assicurativo da lui guidato e l’ operazione è la fusione tra Unipol e FondiariaSai, grazie alla quale il gruppo nei 3 anni precedenti ha distribuito 1,5 miliardi di dividendi ai suoi azionisti.

Il ruolo di Consob

Operazione che secondo la procura di Torino è stata viziata dalla sopravvalutazione di Unipol, che avrebbe influenzato i concambi tra le due società in maniera favorevole a Unipol. Il messaggio e la successiva telefonata tra i due manager sono contenuti in una informativa del 25 luglio 2016, che riassume in oltre 300 pagine tutta la complessa indagine, chiusa poi solo nei giorni scorsi. «Non ci credeva nessuno» è però un po’ esagerato: di certo ci credeva da subito l’ arbitro, ovvero la Consob guidata allora da Giuseppe Vegas.

Il 27 gennaio 2012, Vegas con l’ attuale direttore generale di Consob Angelo Apponi incontra a Milano Nagel e Cimbri. Incontro frutto di una procedura «irrituale e non so neppure quanto legittima», dice Michele Pezzinga – allora commissario Consob – sentito dai pm di Torino. Dario Romagnoli, partner dello studio Tremonti e consulente di Unipol, anche lui sentito dai pm torinesi: «Non mi pare di dire nulla di riservato quando dico che Vegas era persona più vicina a Unipol».

ALBERTO NAGEL E SALVATORE LIGRESTIALBERTO NAGEL E SALVATORE LIGRESTI

A fine 2013 la Consob si pronuncia sul bilancio 2012 di Unipol e sui famigerati titoli strutturati: la delibera passa con il voto favorevole di Vegas, quello contrario di Pezzinga e l’ astensione del terzo commissario. Gaetano Caputi, ex dg della Consob è indagato per aver omesso di comunicare all’ Ivass le risultanze dell’ esame sui titoli strutturati di Unipol.

C’ è anche la genesi di questi strutturati. La racconta l’ ex Giovanni Consorte: risale al 2005, quando lui, allora ad di Unipol, era troppo impegnato nell’ affare di Bnl (l’ acquisizione della banca che gli costerà il posto e una serie di processi, ndr.). E così Cimbri, all’ epoca a capo della finanza, s’ inventa un modo per spostare in avanti le perdite e abbellire i conti.

Le minacce ai consulenti

CARLO CIMBRICARLO CIMBRI

E poi c’ è la marea di consulenti e advisor dell’ operazione. C’ è Goldman Sachs, che quando viene richiesta di una fairness opinion sull’ operazione da parte del cda di Fonsai dice l’ operazione non s’ ha da fare e stima un buco potenziale di 1,9 miliardi nei conti di Unipol. Poi chiamata a fare lo stesso lavoro con il cda nominato da Unipol decide che sì, in effetti l’ operazione si può fare.

C’ è Kpmg, che deve rilasciare il parere di congruità sugli asset della Milano venduti ad Allianz come richiesto dall’ Antitrust e il cui funzionario si sente dire al telefono, dal dirigente di Unipol Gian Luca Santi: «Io te lo dico o la riscrivete come dico io e la comunicate così oppure purtroppo dopo ci saranno dei problemi. Te lo dico in modo chiaro!».

Il banchiere e l’ assicuratore

Ai rapporti tra Cimbri e Nagel è dedicata un’ intera sezione dell’ informativa. Al messaggio citato all’ inizio fa seguito una telefonata tra i due, durante la quale Cimbri, che ha appena illustrato i conti agli analisti, riassume i risultati del triennio della unione tra le due compagnie. «Abbiamo distribuito 1,5 miliardi di dividendi, cioè praticamente l’ operazione si è ripagata».

carlo cimbriCARLO CIMBRI

E Nagel replica: «Eh, se tu pensi quanto ci hanno messo i bastoni tra le ruote tanta gente». Salta fuori che qualcuno vorrebbe mettere Cimbri alle Generali, o in Unicredit. Ma lui rifiuta, racconta, per non fare torto ad Alberto (Nagel, ndr). Salta fuori anche che Unipol si potrebbe prendere Mps, sollecitata da Bankitalia. Ma anche in questo caso gentilmente declina.

Partendo proprio dalla telefonata a Nagel i finanzieri torinesi si mettono a fare due conti. Così viene fuori che grazie ai risultati post-fusione il gruppo Unipol ha distribuito copiosi dividendi ai propri soci, e quindi essenzialmente al sistema delle Coop azioniste di Unipol. Coop che avevano contribuito con 400 milioni all’ aumento di capitale da 1,1 miliardi lanciato dalla compagnia per acquisire Fonsai e che grazie a quei dividendi sono state «puntellate».

giuseppe vegasGIUSEPPE VEGAS

Se UnipolSai ha distribuito 1,5 miliardi di cedole tra 2013 e 2016, la sua controllante Ugf ne ha distribuiti 485,6 di cui circa la metà è andata alla holding delle Coop, Finsoe, primo azionista della compagnia. Che è così passata dal chiudere in rosso al chiudere in utile.

Completando così il quadro dei soggetti soddisfatti per una operazione che s’ aveva da fare.

 

Carige, maxi multa di 3,6 milioni

lo spiffero.com 8.8.18

La sanzione inflitta alla banca genovese è legittima: lo ha stabilito la Cassazione. A provocare la pesante ammenda del Mife alcune operazioni effettuate dalla filiale di Mondovì. Un istituto sull’orlo del baratro

Continua l’estate maledetta per Banca Carige, dopo il richiamo della Bce e la brutta “pagella” di Moody’s. Sono state infatti confermate, dalla Cassazione, a titolo di sanzione pecuniaria amministrativa per omessa segnalazione di operazioni finanziarie, due “multe”, emesse dal Ministero dell’Economia nel 2001, nei confronti dell’istituto di credito genovese per un totale di circa tre milioni e 600 mila euro per violazione delle norme contro il riciclaggio. Nel mirino della Guardia di Finanza era finita la filiale di Mondovì(Cuneo) e la banca si era opposta davanti al tribunale locale che nel 2003 aveva annullato l’ingiunzione di pagamento giudicando tardiva la contestazione a fronte dell’attività svolta dalle fiamme gialle. Su ricorso del Ministero, la Suprema Corte, nel 2009, aveva riaperto il caso incaricando il Tribunale di Alba di esaminarlo nuovamente dandogli indicazioni precise sul calcolo della decorrenza dei termini. Nel 2010, tuttavia, i magistrati di Alba confermarono l’annullamento della maximulta con una decisione in seguito cassata dalla Corte di Appello di Torino che, nel 2013, aveva stabilito la validità delle sanzioni.

Ora, senza successo, Banca Carige ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il Ministero “non avrebbe fornito prova su quali operazioni di riciclaggio sarebbero state effettuate”, né “avrebbe fornito le ragioni sulla base delle quali è stato affermato il reato di riciclaggio”. Ad avviso dei supremi giudici, invece, “la questione sollevata della inesistenza di operazioni di riciclaggio (quale eventuale causa di inesistenza dell’obbligo di segnalazione nella fattispecie eluso e sanzionato) ha solo valenza meritale ed è di per sé insostenibile alla stregua di quanto accertato, con proprio congruo e logico apprezzamento in fatto, dalla Corte di merito”. Secondo la Cassazione, la Corte di Appello di Torino ha “debitamente evidenziato il carattere sospetto del vorticoso giro di operazioni, proprio in relazione al quale la normativa sulla dovuta segnalazione è posta a prescindere dalla concorrente esistenza o meno di operazioni di riciclaggio”. Per questa ragione, gli ermellini della Seconda sezione civile con la sentenza 20637 hanno oggi respinto il ricorso dei legali di Banca Carige e hanno condannato l’istituto di credito genovese anche a pagare 10.200 euro per le spese legali sostenute dal Ministero dell’Economia.

Moncler, i movimenti di BlackRock nell’azionariato

di Mauro Introzzi 6 ago 2018 soldionline.it
moncler-logo

Nel periodo compreso tra la fine di luglio e l’inizio di agosto BlackRock è prima scesa e poi risalita nel capitale di Moncler. Secondo le comunicazioni della Consob sulle partecipazio rilevanti lo scorso 26 luglio il fondo Usa è sceso al 4,991% dal precedente 5% per poi risalire al 5,011% dell’azionariato di Moncler il successivo 2 agosto 2018.

Causa contro Pimco e BlackRock

ATS ANS/FC tio.ch 6.8.18

Keystone / EPA

Un’azione legale avanzata contro i due asset management, che controllano complessivamente 8’000 miliardi di dollari, è stata fatta da Ocwen Financial, la maggiore società di servizi per mutui subprime

NEW YORK – Pimco e BlackRock sono accusate di aver accelerato i pignoramenti di case nel periodo immediatamente successivo alla crisi del 2008.

L’accusa è contenuta in un’azione legale avanzata contro i due asset management, che controllano complessivamente 8’000 miliardi di dollari, da Ocwen Financial, la maggiore società di servizi per mutui subprime negli Stati Uniti.

La causa, riporta il Financial Times, accusa Pimco e BlackRock di «segreta cospirazione» con zlo specifico obiettivo di realizzare enormi profitti dai pignoramenti e dalla confisca di case di centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà».

Carige:per antiriciclaggio multa 3,6 mln

ansa.it 8.8.18

Confermate due maxisanzioni ingiunte dal Ministero dell’Economia

Medjugorje. Benvenuti alle porte del Cielo

 di: Rita Pennarola lavocedellevoci.it

Se ascolti qualcuno tra le migliaia di ferventi cattolici di ogni razza e nazionalità che si ritrovano qui ogni anno, Medjugorje non è solo il futuro della Chiesa: è l’unica speranza del mondo.

Probabilmente hanno ragione, ma non è detto che sia per l’afflato mistico alla base della loro convinzione.

Cominciamo dal popolo croato, perché qui, in Erzegovina, tutti sono e si sentono croati, in qualche modo annessi, per motivi geografici, alla Bosnia. Vederli passare a frotte per il corso principale, dedicato a Giovanni Paolo II (che qui sarebbe venuto subito, se non fosse stato papa, come lo stesso Pontefice ebbe a dire alla veggente Mirjana in un incontro a Castelgandolfo), è come fare un salto nel tempo e ritornare all’Italia del primo dopoguerra. Famiglie giovanissime, numerose, ogni coppia dai due ai quattro bambini. Sì, qui sta crescendo una moltitudine smisurata di futuri cittadini europei, un incomparabile tesoro genetico: gli abitanti della Bosnia Erzegovina hanno ricominciato a edificare il domani della loro terra partendo da qui: dal capitale umano.

 

 

Dal punto di vista sociale, resta comunque irrisolta una questione primaria, che ci conduce nuovamente all’Italia anni ’50: la terra. Ti sposti lungo il territorio e incontri hotel, condomini piccoli e grandi, villette su villette, tutte ordinatissime. Ma lungo i chilometri di strada che separano una frazione abitata dall’altra, solo distese sconfinate di arido deserto. Sono ancora centinaia di migliaia i reduci dalla guerra che con le loro famiglie, lontano dalle luci di Medjugorje, hanno bisogno letteralmente di tutto: medicinali, cibo, abiti, come ricorda Suor Cornelia, che dal suo centro religioso offre quotidiano sostentamento a circa 400 persone fra anziani e bambini. Afferma, la dolce suorina italiana, di avere un fax diretto con la provvidenza divina. «Succede che il giorno prima qualcuno ci dona un carrozzino, lì per lì non sappiamo cosa farcene, ma il giorno dopo arriva un nuovo ospite, è disabile. Qui funziona così, la provvidenza ci manda prima il cibo e poi gli affamati».

E gli altri? Per tutti coloro che restano ai margini di tanto amore, potrebbe e dovrebbe intervenire la comunità internazionale, cominciando ad aprire le menti degli amministratori locali a partire dalla chiave di volta di una seria, equa e sana riforma agraria. La terra ai poveri, non per costruirci nuovi hotel a 4 stelle, ma per sfamare chi non possiede nulla. Uno sviluppo capace di generare benessere, anche quando l’enorme miniera del turismo religioso dovesse arrestarsi.

Per ora, comunque, niente di tutto questo.

 

RESUSCITO’

Il Festival dei giovani, che si svolge ogni anno nella settimana a cavallo dell’apparizione del 2 agosto, fa convergere in questo angolo pietroso del mondo un’umanità festosa, colorata, capace di innalzare canti che diresti paradisiaci. Su tutti risuona l’inno che racchiude il senso vero della speranza cristiana: “Resuscitò”. Centinaia di migliaia di ragazzi al seguito di bandiere, che ne indicano la provenienza da tutti i paesi della terra, in questa settimana letteralmente invadono una minuscola cittadina che, di suo, conta poco più di 4.000 abitanti. Li vedi ovunque, sacco a pelo in spalla e corona del rosario tra le mani, lungo le distese boschive che circondano il cuore pulsante della fede: la chiesa di San Giacomo. La prima cosa che ti raccontano qui è che, quando questo tempio dai due campanili fu edificato, sul finire dell’Ottocento, nessuno capiva perché si dovesse erigere un edificio di così straordinaria ampiezza e maestosità per una popolazione locale che, all’epoca, contava poco più di duemila abitanti. Altra coincidenza è che, fin da allora, quel tempio venisse elevato nel nome di San Giacomo, patrono dei pellegrini.

 

 

La storia poi ha fatto il suo corso. Qualcuno – ti spiegano qui – guardava lontano, a quello che di lì a pochi anni sarebbe avvenuto. E puntualmente avvenne. Era il 26 giugno del 1981 quando Lei, la Gospa (qui chiamano così la Madonna) decise di manifestarsi per la prima volta in un boschetto a sei ragazzini del luogo: dapprima alle due sole ragazze, Mirijana Dragičević e Ivanka Ivanković, incredule, sbigottite. Poi gli altri quattro: Vicka Ivanković, Marija Pavlović, Ivan Dragičević, Jakov Čolo. Avevano tutti fra i dieci ed i 16 anni e non sapevano ancora che sarebbe iniziata per loro la persecuzione implacabile del regime comunista di Tito, che provò perfino a condurli in manicomio.

«Non volevamo rinnegare nulla, non potevamo, noi la avevamo vista ed ascoltata!», racconta ancora oggi ai pellegrini Mirijana. Tanto più che qualcuno, fra i sei ragazzi, aveva chiesto ed ottenuto una grazia inimmaginabile. A raccontarlo è Zora, giovane studiosa del luogo che oggi vive a Roma: «Quando la Madonna appariva per la prima volta, Marija aveva da poco perso sua madre. Interrogò la Vergine, le chiese dove fosse ora la sua mamma». «Fu rassicurata ed esaudita, sua madre c’era, era viva in cielo, potè incontrarla due volte per intercessione della Madonna», scandisce Zora.

Sull’ “Oltre”, su cosa ci attende dopo la vita, quell’interrogativo sospeso sulle labbra dei fedeli disseminati sulla terra, pare che da quel giorno i veggenti non avessero più ricevuto altri messaggi. Fino a quello del 2 agosto 2018, pochi giorni fa, quando il concetto torna, forte e chiaro, nel testo dettato da Mirijana a Zora durante l’apparizione: «La vita di ognuno di voi è importante e preziosa, perché è un dono del Padre Celeste per l’eternità. Perciò non dimenticate di ringraziarlo. Parlategli! So, figli miei, che vi è sconosciuto ciò che verrà dopo ma, quando verrà il vostro dopo, riceverete tutte le risposte. Il mio amore materno desidera che siate pronti».

Il 4 agosto 2018 Mirijana incontra i pellegrini all’hotel Jacov, che oggi è di proprietà della sua famiglia. Al termine del suo accorato intervento chiede se qualcuno abbia domande. Mi presento, a bruciapelo la interrogo: le aveva parlato altre volte del “dopo la vita”, la Madonna, prima di due giorni fa? Lei mi guarda, forse è preoccupata di doverlo confermare, alla fine alza lo sguardo e dice solo: «Sai, ho avuto anche io la stessa impressione…».

 

NON E’ TERRESTRE

Qualcosa, decisamente, da queste parti ha ben poco di terrestre, nel senso che in genere diamo a questa parola. Te ne accorgi in primo luogo quando ti chiamano per partecipare al rito della confessione. Un sacramento primario, che qui assume i contorni di un lavacro soprannaturale, al confine con una oceanica seduta psicoterapeutica di gruppo. Migliaia di pellegrini in fila, col rosario in mano, ciascuno seguendo la fila davanti al sacerdote che parla la sua lingua, seduto su un qualsiasi scannetto nel vasto piazzale. E tu sei là, aspetti il tuo turno, mentre tutt’intorno risuonano musiche celesti dall’arena, dove qualche giovane violinista ha cominciato a suonare e subito, in un crescendo gioioso, migliaia di persone si sono unite al coro, levando i loro canti verso il cielo.

 

Mentre aspetti paziente nella lunga fila e intorno, dall’altoparlante, si recita il santo Rosario in numerose lingue, tanti si mettono in ginocchio. Poi il tuo turno arriva e sei là, faccia a faccia con uno sconosciuto, però capisci che non puoi fare a meno di aprirgli il tuo cuore. Confessioni private, ma anche no, perché in quel momento, immerso nella moltitudine, ti senti solo tu, tu davanti a Dio. Il pianto bagna gli occhi dei penitenti e l’ascolto, paterno e benedicente, può durare anche un tempo molto lungo. Non c’è fretta, sembrano dirti: di tempo e di benedizione, qui, ce n’è per tutti.

Ci spiega padre Giuliano Gazziero, venuto come ogni anno a Medjugorje da Verona, dove guida l’Oratorio di San Filippo Neri, per dare una mano ai confratelli: «anche a noi sacerdoti arriva un richiamo, qui ne occorrono migliaia per sanare la fame e la sete di perdono dei pellegrini. Non facciamo altro che obbedire, lasciamo le nostre attività quotidiane e corriamo, nel nome della Madonna e secondo il volere di Papa Francesco».

Nonostante non sia mai stato ufficialmente riconosciuto dal Vaticano, il miracolo quotidiano di Medjugorje trova nei sacerdoti del mondo quella tacita, implicita approvazione che nasce da un irresistibile richiamo. Gazziero, tra i principali studiosi di teologia in Italia, ha riscritto la Catechesi di Joseph Ratzinger in 12 volumi consultabili online, a beneficio dei tanti che non riescono a confrontarsi con parole troppo difficili da intendere per chi non ha compiuto studi superiori. Lo dedica, in particolare, «ai ragazzi che stanno cercando Dio, ma ancora non lo sanno».

Le ginocchia si piegano, il capo si abbassa, una strana sensazione ti prende al cospetto di tante famiglie che hanno sulle labbra l’incipit dell’”Hey Mary”, o del “Je vous salve Marie”, pronunciato in tutte le lingue del mondo mentre ci si reca verso il monte delle apparizioni, dove ad ogni ora del giorno ti guida una croce posta su in cima, proprio davanti al sole, la Croce Blu.

«Non cercate il miracolo nei segni – ammonisce don Miro, parroco della chiesa poco distante da Medjugorje, che ha studiato teologia a Bologna – non guardate il sole per vedere se “gira”, perché servirebbe solo a danneggiare i vostri occhi, il miracolo è qui, il miracolo siete voi che non resistete alla chiamata e raggiungete questo luogo, prostrandovi all’Altissimo e gridando alla Madonna ‘Eccomi!’».

 

LO SPIRITO SANTO CHE ABBATTE E RIALZA

Poi, quando pensi di avere visto tutto, ti conducono alla Comunità Nuovi Orizzonti guidata da Don Roberto, un quarantenne di Pontedera, in provincia di Pisa, che esordisce raccontandoti il suo passato, recentissimo, di tossico e rapinatore, fino all’incontro con Dio e alla conversione.

Le chiamano case-cielo questi enormi edifici eretti in tutto il mondo, dall’Argentina al Brasile, su un originario progetto di Chiara Amirante, giovane romana condannata alla cecità, miracolosamente guarita e, da allora, dedita a togliere dalla strada altri “ultimi”, gli homeless come don Roberto, qualche anno fa da lei trovato, come tanti, alla stazione Termini di Roma, senza più alcuna speranza.

Questo luogo – avverte subito una volontaria di Nuovi Orizzonti nel grande auditorio della casa-cielo di Medjugorje – non è nostro, ci è stato dato in gestione da un imprenditore edile del nord Italia che intendeva farne un grande albergo, prima che un dolore familiare lo inducesse ad abbandonare tutto e donare questa casa per l’accoglienza di chi non ha più nulla».

“E gioia sia”, il motto di questa comunità, lo vedi apparire sul volto e nei cuori dei tanti che vi lavorano gratuitamente. Su tutti lui, don Roberto, che dopo l’incontro all’Auditorium ci conduce nella vicina chiesa, dove celebrerà la Messa. Con una benedizione che, anche in questo caso, nulla ha a che vedere con l’ordinarietà.

Per creare l’atmosfera, i fedeli vengono invitati ad invocare lo Spirito Santo con una litania, ciascuno la sua, fatta di suoni liberatori emessi dalla bocca e dall’animo. Il piccolo tempio comincia a risuonare di particolari vibrazioni, mentre ci si dispone in quattro lunghe file, tanti quanti sono i celebranti. Per ottenere la tua benedizione devi attendere a lungo, pregando. Quando infine arrivi, il sacerdote ti prende la testa fra le mani, ascolta le tue parole, al termine ti segna la fronte con la croce.

Mentre scorre questo rito purificatore, cade a terra il primo come morto, di botto. Tutti i fedeli si fermano, il mormorio sale, qualcuno chiede che sia chiamata immediatamente un’ambulanza. Don Roberto si avvicina al “caduto”, poi con un gesto invita tutti alla calma. Incredibilmente, mentre l’uomo giace a terra, le benedizioni continuano. Dopo qualche minuto, mentre il primo è ancora a terra privo di sensi, cade il secondo. Dopo poco va giù anche la terza: quella la conosciamo, è una giovane mamma italiana in pellegrinaggio con la sua bambina. In totale ne “cadranno” cinque, sui circa 80 partecipanti al rito. Si rialzeranno spontaneamente dopo una decina di minuti.

Qualcuno, che c’è già stato, ti sussurra all’orecchio che, l’anno scorso, le “estasi mistiche” erano state ancor più numerose. Difficile poter dimenticare questa benedizione mentre esci dalla chiesa salutando i celebranti: oltre a Roberto, i due giovani sacerdoti stabilmente presenti nella comunità Nuovi Orizzonti, compreso quel ragazzo torinese con la barba nera lunghissima che viene dalla strada ed oggi indossa la veste religiosa per invocare sulle moltitudini la discesa del Santo Spirito di Dio.

La sua storia, raccontata prima del rito, è analoga a quella dei tanti che incontriamo qui ad impartire sacramenti. L’altro è Michele e ci sta già aspettando alla comunità del Divino Amore.

 

MAMMA MIA!…

Ad accoglierci, nel piccolo edificio disposto lungo le colline, è suor Benedetta, voce celestiale quando intona le prime lodi a Dio con la sua chitarrina. I sacerdoti anziani guidano la recita del rosario mentre i fedeli si dispongono sulle panche disseminate nel boschetto. Poi lo vedi arrivare: circa 30 anni d’età, alto, magro come un fuso, Michele indossa un saio francescano di colore insolito, tendente al rosso. In mano tiene sempre la corona, di tanto in tanto abbraccia la statuina bianca della Madonna mentre ti racconta la sua storia vera ma, su tutte, quella di sua madre, la mamma biologica, che tanto ha dovuto tribolare per salvare la vita di suo figlio. Anche Michele, che arriva dai monti in provincia di Torino, era un ragazzo perso, la vita che sfioriva a Porta Nuova  fra le droghe, sballi e rapine erano diventati il suo pane quotidiano. La Madre celeste di Medjugorje, dice, lo ha preso sotto il suo manto. Ed oggi è salvo.

Storie di “ordinaria” redenzione, da queste parti. Ti verrebbe da dire: benvenuti alle porte del Cielo.

Mentre stai per tornare in Italia, rivedi allora tutto con uno sguardo lungo. Qualcuno ti indica che alcune storie, come quella di fra’ Michele, sono già su You Tube dal 2016. Si ripetono uguali, sempre le stesse, ad ogni arrivo di pellegrini.

Per un attimo hai la sensazione che, almeno da qualche parte, sei stato di fronte ad una “compagnia di giro”, uno spettacolo (ma, di certo, fra i più straordinari di sempre).

Poi però, prima di rientrare, la strada ti conduce nuovamente a San Giacomo. Le nostre guide spirituali, Luciano e Francesca, ci invitano ad entrare nella cattedrale per l’ultimo saluto alla Madonna.

E là si compie ancora una volta il miracolo, l’ultimo. Devi far benedire gli oggetti sacri e l’acqua santa che riporterai a casa. «Chiedetelo al primo prete che incontrate», dice Francesca.

Radu lo vedo da lontano. Non so chi sia. Ha il saio francescano, la testa abbassata, una chioma nera, nerissima, che si muove lentamente alla recita del rosario. Mi avvicino. Solleva il capo e mostra occhi azzurrissimi, benedice gli oggetti. Poi chiede chi siamo, dice pregherà per noi e per le persone a noi care, segna tutti i nomi meticolosamente sul suo taccuino, fittissimo.

Mi ricordo in quell’istante le parole che ci aveva lasciato suor Cornelia: benedicete anche voi, pregate per i vostri sacerdoti. «Padre, la benedico. Qual è il suo nome?». «Mi chiamo Radu, vengo dalla Romania e parlo italiano. Mi ha chiamato qui la madonna. Prega per me».

Sulla politica economica il governo gialloverde non deve rischiare

Gianfranco Polillo formiche.net 8.8.18

La politica economica di un Paese non ha mai vincoli rigidi che, in qualche modo, non possano essere aggirati. Ma se si tenta questa diversa strada, allora è necessario disegnare, in anticipo, un diverso scenario, all’interno del quale ricollocare le necessarie coerenze

L’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, su il Il Corriere della sera, contiene mille coste giuste, che è difficile non sottoscrivere. I costi, che graveranno sul bilancio dello Stato, a causa di scelte poco riflettute – dall’Ilva ad Alitalia, dalla Tav Torino – Lione alla Tap – sono destinati a lievitare. Se poi a queste scelte scellerate, si sommano i propositi annunciati – flat tax, modifica della Legge Fornero, salario di cittadinanza – il trend rischia di essere esplosivo.

La politica economica di un Paese non ha mai vincoli rigidi che, in qualche modo, non possano essere aggirati. Se fosse così, non avremmo avuto il quantitative easing, vale a dire la scelta di un approccio non convenzionale. Ma se si tenta questa diversa strada, allora è necessario disegnare, in anticipo, un diverso scenario, all’interno del quale ricollocare le necessarie coerenze. L’invito dei due editorialisti, quando scrivono: “Il governo non può continuare a dire una cosa al mattino e il suo opposto la sera. Il costo delle riforme deve essere quantificato e come finanziarle deve essere spiegato con ipotesi verificabile”.

Di Maio si illude, se pensa che fare la faccia feroce, sia sufficiente a fermare il mondo. Che, invece, continua a girare. Non esiste governo capace di mettere la mordacchia al mercato. Mettersi contro il sentiment che lo anima non è mai una buona idea. Pensare di abbatterlo, pura follia. Del resto se non fosse stato così avremmo ancora l’Unione sovietica. Ed economisti, come Maurice Dobb, a cantare le lodi della programmazione integrale.

Proprio ieri la Banca d’Italia ha reso noti i dati del Target 2. Un aggregato complicato da decifrare, visto che riflette i movimenti monetari che intervengono tra le diverse Banche centrali. Vi confluiscono i saldi della bilancia dei pagamenti, gli effetti del quantitative easing, i normali movimenti di capitale in entrata ed in uscita dal Paese, più la normale attività di finanziamento delle banche. Si temeva il peggio. Per fortuna, invece, l’esposizione è leggermente diminuita in luglio di quasi 9 miliardi. Segno che dall’estero si è tornati ad investire sui titoli italiani, resi più appetibili dall’aumento degli spread.

Nei due mesi precedenti (maggio e giugno) tuttavia lo sbilancio era stato pari a 55 miliardi. Assolutamente ingiustificato se si considera il saldo positivo della bilancia commerciale, seppure in lieve calo rispetto ai 5 mesi del 2017. Per circa 8 miliardi. Il pericolo insito in queste cifre era stato evidenziato da Ferruccio de Bortoli, sempre sul Corriere, sollevando le reazioni rabbiose dei pasdaran della rete: “Ma quale pericolo! Quei dati sono solo un risultato contabile legato alle operazioni di Banca d’Italia, con le sue controparti”.

Fake news. È invece evidente che il nucleo principale di quello sbilancio sia soprattutto legato ai movimenti di capitali in libera uscita. Riflesso della ”difficoltà dei residenti – come scriveva la Banca d’Italia nel 2015 di fronte ad un evento, per molti versi simile – a conseguire una maggiore diversificazione e maggior rendimenti, a fronte di un mercato finanziario nazionale caratterizzato da un’offerta limitata di attività alternative alle obbligazioni bancarie e ai titoli pubblici”. Titoli pubblici, aggiungiamo noi, che, per effetto degli aumenti degli spread, hanno comportato per i loro più vecchi sottoscrittori perdite di capitale intorno a 10 punti base. Con la borsa, la cui capitalizzazione ammonta a circa 700 miliardi, che subiva un analogo deprezzamento.

Come si vede i mercati non hanno atteso la fine dell’estate. Stanno giocando, come sempre avviene, d’anticipo. Cosa che dovrebbe preoccupare soprattutto la Lega. Che sembra aver abbandonato la partita della politica economica. Il “contratto di governo” era la sommatoria di due opposte politiche: il produttivismo del Nord vs. il tradizionale assistenzialismo meridionale. Sta prevalendo questo secondo aspetto. Con Giovanni Tria che cerca di limitare il danno, con dichiarazioni rassicuranti. Ma che alla fine rischiano di essere solo stucchevoli, se non accompagnate dai fatti. Quando invece sarebbe auspicabile seguire i consigli di Alesina e Giavazzi. Ma se non c’è la sponda della Lega, il ministro dell’economia può fare ben poco. E, non potendo operare verso il necessario cambiamento, non può che arrendersi di fronte al duplice attacco dei mercati e della cattiva politica grillina.

La protesta dei braccianti in Puglia

Il post.it 8.8.18

La cosiddetta “marcia dei berretti rossi” è partita questa mattina dall’ex ghetto di Rignano, per ricordare i 16 braccianti morti nei due incidenti dei giorni scorsi e contro lo sfruttamento

Questa mattina è iniziata una delle due manifestazioni in programma oggi in provincia di Foggia, in Puglia, per ricordare i 16 braccianti agricoli morti tra sabato e lunedì in due diversi incidenti stradali, e per protestare contro lo sfruttamento del lavoro nei campi del sud Italia. La manifestazione, che è stata organizzata dall’Unione sindacale di base (Usb), è stata chiamata «la marcia dei berretti rossi», come i berretti che spesso indossano i braccianti mentre raccolgono i pomodori nelle campagne della Puglia, per proteggersi dal sole: è iniziata dall’ex ghetto di Rignano, nel comune di San Severo, e arriverà di fronte alla prefettura di Foggia. La seconda manifestazione si terrà invece oggi pomeriggio dalle 18 a Foggia, con la partecipazione anche di Cgil, Cisl, Uil e di diverse associazioni, tra cui Arci e Libera.

Le manifestazioni sono state indette dopo i due incidenti avvenuti con dinamiche simili tra sabato e lunedì in provincia di Foggia: i braccianti avevano appena concluso la loro giornata di lavoro nei campi dove in questa stagione si raccolgono i pomodori, e stavano ritornando verso i loro “insediamenti”, tra cui il campo di Rignano Garganico, una bidonville fatta di roulotte e capanne costruite con lamiera e plastica in cui vivono tra i 500 e i 600 braccianti. Nell’incidente di lunedì, il più grave, è probabile che l’autista, straniero anche lui, abbia avuto un colpo di sonno o un malore che lo ha portato a uscire dalla sua corsia e scontrarsi con un tir. Secondo le testimonianze di alcuni sopravvissuti, al momento dell’incidente i braccianti erano chiusi nel cassone posteriore del furgone, senza nemmeno un finestrino per vedere fuori o avere un po’ d’aria.

Le condizioni dei braccianti nei campi del foggiano sono terribili e da anni vengono denunciate dalle organizzazioni sindacali, ma senza che questo porti a particolari cambiamenti. Si calcola che in Puglia lavorino circa 180mila braccianti stagionali, di cui 40mila stranieri. Secondo le stime dei sindacati, altri 50mila sono irregolari, pagati in nero e senza alcun tipo di tutela. Molti vivono nei campi, all’aria aperta e in condizioni di fortuna.

Il trasporto, come l’alloggio, viene organizzato dai cosiddetti “caporali”, gli intermediari che per conto dei proprietari dei campi si assicurano che ogni giorno arrivi a lavorare il giusto numero di persone. Secondo i sindacati, in tutta Italia le persone sottoposte a sfruttamento da parte dei caporali sono tra le 3oomila e le 400mila. Nel 2016, il PD aveva promosso e fatto approvare una nuova legge che rende più facile individuare e punire il caporalato, ma la sua applicazione continua a non essere semplice, in parte per la complicità della popolazione locale (l’agricoltura è la principale risorsa economica nelle aree dove è più diffuso il caporalato) in parte per la debolezza dei controlli.

Unicredit fuori dal patto Mediobanca? Mustier sibillino

Franco Locatelli Firstonline.info 8.8.18

L’ad di Unicredit ha dichiarato che solo a fine settembre la sua banca deciderà se restare o uscire il patto di sindacato di Mediobanca ma si è augurato che in ogni caso Generali, di cui Piazzetta Cuccia è il primo socio, “resti forte, autonoma e quotata in Borsa”…

Le acquisizioni non sono per oggi ma potranno entrare nel radar del nuovo piano strategico che Unicredit lancerà l’anno prossimo. Su questo punto Jean Pierre Mustier, l’ad della banca di Piazza Gae Aulenti, che ieri ha fatto da driver del Ftse Mib sull’onda di una semestrale gonfia di profitti, è stato chiarissimo. Non altrettanto sul futuro dei rapporti con Mediobanca, già scossa dalle voci – poi smentite, ma in questi casi si fa sempre così – di un possibile ingresso nel capitale del fondo avvoltoio Elliott, quello che si ritrova da poco proprietario del Milan e che in primavera ha scosso gli equilibri di Telecom Italia mandando in minoranza Vivendi.

Interpellato dal Sole 24 Ore sul futuro del patto di sindacato di Mediobanca, di cui Unicredit è primo socio con l’8,4% su un totale del 28,47% del capitale, Mustier è stato molto abbottonato. A fine settembre, Unicredit rinnoverà o uscirà dal patto che garantisce la stabilità di Mediobanca? “Valuteremo quando sarà il momento” si è limitato a dire l’ad di Unicredit che ha aggiunto con freddezza: “Auguriamo i migliori successi a Mediobanca che per noi era e resta un puro investimento finanziario”. Quindi smobilitabile se e quando si creeranno le convenienze giuste.

Ma che succederebbe se l’uscita di Unicredit dal patto di Piazzetta Cuccia dovesse scuotere gli equilibri azionari anche di Generali, di cui Mediobanca è primo azionista con il 13% circa del capitale e che l’anno prossimo dovrà rinnovare il board per l’uscita di scena del presidente Gabriele Galateri? Risposta di Mustier, un po’ meno fredda: “L’importante per l’Italia è che una grande compagnia assicurativa come Generali resti forte, autonoma e quotata in Italia”.

Insomma, la partita è aperta e Unicredit vuole tenersi le mani libere. Mediobanca invece studia le soluzioni alternative nel caso in cui Unicredit dovesse davvero uscire dal patto. Come? Secondo il Sole fissando un patto light che vincolerebbe ancora per un anno il 20% circa del capitale dell’istituto di Piazzetta Cuccia. Ma di certo il futuro di una parte ancora molto importante del sistema finanziario italiano è tutto da giocare e per settembre sono attese le prime mosse.

Che cosa penso dell’operazione Fincantieri-Vitrociset. Parla Mario Arpino (ex presidente Vitrociset)

Michele Arnese startmag.it 8.8.18

Mario Arpino, già capo dell’Aeronautica e della Difesa, dal 2002 al 2012 è stato presidente di Vitrociset e nei primi 7 anni nell’azienda della famiglia Crociani è stato sia chairman sia ceo.

Arpino è dunque un osservatore di primo piano per analizzare presente e futuro della società acquistata ieri da Fincantieri e Mermec.

Ecco la breve conversazione con Start Magazine.

Comandante, che cosa pensa dell’operazione?

Sono contento per Vitrociset, una società che ho avuto l’onore di presiedere e guidare in anni in cui c’è stata un’espansione estera. Il mio è un commento sentimentale, diciamo.

Che futuro scorge ora per Vitrociset?

Penso un futuro positivo per il personale, validissimo e preparato come ho potuto constatare nei miei dieci anni in Vitrociset.

Vitrociset come sarà inserita in Fincantieri e Mermec?

La caratteristica precipua di Vitrociset è il connubio fra comando e controllo in tutte le fasi e le sfumature di processo. Con sinergie tra settori civili e militari. Una forza per Vitrociset. Ora si potrebbe ipotizzare in prospettiva che a Fincantieri vada il militare e in Mermec il civile.

Teme uno spacchettamento?

C’è il rischio di uno spacchettamento in effetti. Ma così si snaturerebbe Vitrociset.

Perché Leonardo (ex Finmeccanica) non ha acquistato Vitrociset, mentre si è fatta avanti Fincantieri?

E’ un interrogativo legittimo. Vorrei saperlo anche io. Ricordo comunque che in passato Finmeccanica aveva una quota di Vitrociset, aveva la possibilità di incrementarla, ci fu anche una delibera del cda ma poi Finmeccanica non solo non salì nel capitale ma ridusse la sua partecipazione.