Sulla politica economica il governo gialloverde non deve rischiare

Gianfranco Polillo formiche.net 8.8.18

La politica economica di un Paese non ha mai vincoli rigidi che, in qualche modo, non possano essere aggirati. Ma se si tenta questa diversa strada, allora è necessario disegnare, in anticipo, un diverso scenario, all’interno del quale ricollocare le necessarie coerenze

L’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, su il Il Corriere della sera, contiene mille coste giuste, che è difficile non sottoscrivere. I costi, che graveranno sul bilancio dello Stato, a causa di scelte poco riflettute – dall’Ilva ad Alitalia, dalla Tav Torino – Lione alla Tap – sono destinati a lievitare. Se poi a queste scelte scellerate, si sommano i propositi annunciati – flat tax, modifica della Legge Fornero, salario di cittadinanza – il trend rischia di essere esplosivo.

La politica economica di un Paese non ha mai vincoli rigidi che, in qualche modo, non possano essere aggirati. Se fosse così, non avremmo avuto il quantitative easing, vale a dire la scelta di un approccio non convenzionale. Ma se si tenta questa diversa strada, allora è necessario disegnare, in anticipo, un diverso scenario, all’interno del quale ricollocare le necessarie coerenze. L’invito dei due editorialisti, quando scrivono: “Il governo non può continuare a dire una cosa al mattino e il suo opposto la sera. Il costo delle riforme deve essere quantificato e come finanziarle deve essere spiegato con ipotesi verificabile”.

Di Maio si illude, se pensa che fare la faccia feroce, sia sufficiente a fermare il mondo. Che, invece, continua a girare. Non esiste governo capace di mettere la mordacchia al mercato. Mettersi contro il sentiment che lo anima non è mai una buona idea. Pensare di abbatterlo, pura follia. Del resto se non fosse stato così avremmo ancora l’Unione sovietica. Ed economisti, come Maurice Dobb, a cantare le lodi della programmazione integrale.

Proprio ieri la Banca d’Italia ha reso noti i dati del Target 2. Un aggregato complicato da decifrare, visto che riflette i movimenti monetari che intervengono tra le diverse Banche centrali. Vi confluiscono i saldi della bilancia dei pagamenti, gli effetti del quantitative easing, i normali movimenti di capitale in entrata ed in uscita dal Paese, più la normale attività di finanziamento delle banche. Si temeva il peggio. Per fortuna, invece, l’esposizione è leggermente diminuita in luglio di quasi 9 miliardi. Segno che dall’estero si è tornati ad investire sui titoli italiani, resi più appetibili dall’aumento degli spread.

Nei due mesi precedenti (maggio e giugno) tuttavia lo sbilancio era stato pari a 55 miliardi. Assolutamente ingiustificato se si considera il saldo positivo della bilancia commerciale, seppure in lieve calo rispetto ai 5 mesi del 2017. Per circa 8 miliardi. Il pericolo insito in queste cifre era stato evidenziato da Ferruccio de Bortoli, sempre sul Corriere, sollevando le reazioni rabbiose dei pasdaran della rete: “Ma quale pericolo! Quei dati sono solo un risultato contabile legato alle operazioni di Banca d’Italia, con le sue controparti”.

Fake news. È invece evidente che il nucleo principale di quello sbilancio sia soprattutto legato ai movimenti di capitali in libera uscita. Riflesso della ”difficoltà dei residenti – come scriveva la Banca d’Italia nel 2015 di fronte ad un evento, per molti versi simile – a conseguire una maggiore diversificazione e maggior rendimenti, a fronte di un mercato finanziario nazionale caratterizzato da un’offerta limitata di attività alternative alle obbligazioni bancarie e ai titoli pubblici”. Titoli pubblici, aggiungiamo noi, che, per effetto degli aumenti degli spread, hanno comportato per i loro più vecchi sottoscrittori perdite di capitale intorno a 10 punti base. Con la borsa, la cui capitalizzazione ammonta a circa 700 miliardi, che subiva un analogo deprezzamento.

Come si vede i mercati non hanno atteso la fine dell’estate. Stanno giocando, come sempre avviene, d’anticipo. Cosa che dovrebbe preoccupare soprattutto la Lega. Che sembra aver abbandonato la partita della politica economica. Il “contratto di governo” era la sommatoria di due opposte politiche: il produttivismo del Nord vs. il tradizionale assistenzialismo meridionale. Sta prevalendo questo secondo aspetto. Con Giovanni Tria che cerca di limitare il danno, con dichiarazioni rassicuranti. Ma che alla fine rischiano di essere solo stucchevoli, se non accompagnate dai fatti. Quando invece sarebbe auspicabile seguire i consigli di Alesina e Giavazzi. Ma se non c’è la sponda della Lega, il ministro dell’economia può fare ben poco. E, non potendo operare verso il necessario cambiamento, non può che arrendersi di fronte al duplice attacco dei mercati e della cattiva politica grillina.

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