A quando il prossimo disastro?

comedonchisciotte.org 9.8.18

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

L’Italia importa, ogni anno, circa 60 milioni di tonnellate di petrolio greggio, senza conteggiare la produzione interna né l’apporto di gas metano: è un mare di petrolio, l’equivalente di 150 enormi petroliere da 400.000 tonnellate l’una. Una ogni due-tre giorni attracca ai terminal delle grandi raffinerie e, da lì, il greggio riparte tramite oleodotti per altre destinazioni, oppure viene raffinato.

Quando pensiamo “petrolio” la mente corre al distributore di carburanti, ma il 5% del greggio prende un’altra via: quella dell’industria petrolchimica. 3 milioni di tonnellate sono trasformate in migliaia di prodotti diversi i quali, se trasportati su gomma, si trasformano in circa 150.000 autocisterne che corrono lungo la rete autostradale: qui è il problema.

Il problema è più complesso, e il lettore esperto del settore scuserà le semplificazioni necessarie per affrontare un simile guazzabuglio in un articolo: pur tuttavia, qualche nozione per chi è “fuori” da questo mondo bisogna pur darla, altrimenti è del tutto inutile informare.

Scoprirà, al termine della lettura, che queste tragedie vengono sfiorate ogni giorno: ha ragione il premier Conte ad affermare che “siamo stati ancora fortunati”, perché poteva andare molto peggio, e tutti i giorni può andare molto, molto peggio.

Come saprete, ho pubblicato libri sul mondo dell’energia e dei trasporti e, per un caso della vita, ho un parente che per decenni ha condotto autocisterne con prodotti pericolosi, con la regolare certificazione ADR per il trasporto di queste sostanze: ritengo d’avere titolo per parlarne con cognizione di causa.

Sgombriamo subito il campo dalla vicenda di Bologna: l’autista s’è distratto per pochi attimi, niente di così trascendentale, aveva già 10 ore di lavoro sulle spalle al momento dell’incidente, e le ore massime di guida sono 9: per giungere a destinazione ne mancavano ancora tre-quattro. 13 ore di guida? E le norme del Codice? Ah, già…ma i dischi “taroccati” sono la regola, non l’eccezione, se non c’è anche la corruzione…

Sapere se è stata una chiamata, un video su Wathsapp od altro ancora non serve: una attimo di distrazione può capitare a tutti ed a lui, poveraccio, è costato la vita.

Nel caso dell’incidente ferroviario di Viareggio, invece, la causa fu identificata in un difetto di fusione (una “bolla” d’aria) presente nell’assale che aveva ceduto, innescando così il deragliamento del treno.

Paradossalmente, il carico (del camion e del treno) era di GPL – e dunque non rientrava nel novero dei derivati del petrolio destinati all’industria chimica, giacché il Gas Petrolifero Liquefatto è un semplice prodotto della distillazione frazionata – mentre il camion tamponato era carico di un solvente (non meglio precisato), il quale s’è infiammato nell’impatto, innescando poi la vera e propria “bomba” del GPL.

L’industria petrolchimica può fornire sia prodotti semplici (gas, benzina, kerosene, gasolio, ecc) oppure prodotti omogenei per singola molecola (ad es. n-propano, isobutano, ecc) e questi ultimi prendono il nome di “intermedi”, poiché – in genere – destinati all’industria chimica generale, dalle vernici alle materie plastiche, dai medicinali al sacchetto di plastica che usate al supermercato.

Semplificando, il petrolio greggio è molto simile ad una complessa costruzione con il comune gioco del Lego: compito delle raffinerie petrolchimiche è di separare i pezzi da due, da quattro, da otto, rettangolari o quadrati, circolari oppure ellittici. I quali, raggruppati così in universali omogenei, prendono il via verso l’industria chimica generale. Il paradosso, è che – magari – un’industria farmaceutica compra la stessa sostanza (intermedio) di un’industria delle resine e, ovviamente, il prodotto finale – dopo differenti reazioni – è diverso.

Questa è la “forza” dell’industria moderna: produrre, in modo prevalentemente automatizzato, da sostanze uguali una panoplia infinita di prodotti, soltanto mutando le quantità ed i tipi di reattivi (intermedi) usati.

E le industrie sono disposte sul territorio come una manciata di coriandoli gettata al vento, collegate fra di loro con lunghe “stelle filanti”, ossia le vie di comunicazione: terrestri, marittime, aeree: per l’Italia, è un problema disperante.

Perché Conte ha detto “ci è ancora andata bene”? Poiché l’incidente si è verificato in un’area con grandi spazi – anche se già parzialmente urbanizzata – che ha consentito lo “sfogo” delle enormi pressioni e temperature registrate nell’incidente.

E se fosse capitato fra Genova-Voltri e Genova-Nervi? Trenta chilometri d’autostrada che corre in galleria oppure in mezzo alle case? Proprio accanto agli enormi silos petrolchimici del retroporto di Genova? A quanto si sarebbe fermata l’asticella dei morti: decine, centinaia di migliaia? Mezza Genova sarebbe bruciata: ma anche a Napoli non si scherza, a Venezia-Marghera, nella stessa Milano ed in mille altri luoghi.

La via più sicura per simili trasporti è quella marittima e fluviale: corrono lontano dai centri abitati e sono circondate dall’acqua.

In Germania, circa il 30% dei trasporti interni è su via fluviale: in Italia, nel primo dopoguerra, il trasporto fluviale era di 16 milioni di tonnellate, oggi raggiunge a malapena il milione di tonnellate, un’inezia.

Il problema – agghiacciante – è come far circolare 150.000 autocisterne ogni anno sulla rete autostradale, oppure sulla ferrovia, o ancora (meglio) da un porto all’altro. Attenzione: quelle 150.000 autocisterne non comprendono il normale rifornimento di benzina e gasolio, poiché quelli non sono intermedi, bensì prodotti diretti della distillazione frazionata!

E il fuoco, l’esplosione, non sono l’unico rischio: circolano sulle autocisterne milioni di tonnellate di prodotti altamente tossici o velenosissimi – pensiamo ai derivati cianidrici, usati nell’industria delle materie plastiche, dei collanti e delle vernici – i quali, se liberati al suolo, evaporano e possono uccidere in silenzio, senza che ce ne rendiamo conto.

Il Governo sta riflettendo se estendere la normativa dei trasporti eccezionali anche ai prodotti chimici pericolosi, ma è proponibile?

Come ben saprete, un serio trasporto eccezionale non può essere una burletta con semplici limiti di velocità: deve essere preceduto e seguito da un’autovettura che lo segnali. Vi immaginate non solo l’incremento dei costi, ma il conseguente intralcio alla circolazione? Con, in aggiunta, l’innescarsi di mille sorpassi con relativi pericoli?

Il Governo si trova alle prese con un problema enorme: da un lato le pressioni delle lobbies del trasporto su gomma, dall’altro il pericolo, sempre incombente, di disastri di queste proporzioni.

Ci sono soluzioni?

Le soluzioni sono di breve, medio e lungo periodo, non può essere diverso, giacché troppi anni di ritardi ci hanno portati a questo punto morto.

Il breve periodo

Un primo, semplice mezzo per diradare gli incidenti sulle autostrade risiede sugli interventi in materia di velocità e di tempi, poiché il trasporto su gomma deve il suo grande successo al non rispetto di tutte le normative: dal Codice della Strada ai contratti di lavoro, fino alle normative sull’immigrazione, soprattutto in termini di comprensione della lingua italiana ed inglese.

Ci vogliono autovelox che registrino la velocità effettuata ed inviino, automaticamente, un sms all’azienda interessata con la sanzione comminata: se la sanzione non viene pagata telematicamente nel volgere di 5 giorni lavorativi, scatta il fermo del mezzo. Per i mezzi esteri, nel medesimo caso, il fermo scatterebbe all’ingresso del territorio italiano: se possibile, anche prima, per non creare inutili aggravi all’azienda.

Ogni mezzo che trasporta simili sostanze deve essere munito di GPS (credo che già lo sia) il quale dovrebbe essere inviato alla centrale nazionale del traffico, unitamente al codice/i relativo all’autista/i.

In questo modo, se immesso nella rete satellitare, allo scadere delle 9 ore di guida il sistema fornirebbe automaticamente un allarme su quel mezzo, con l’ordine (via sms) di fermarsi nel volgere di 15 minuti, pena sanzione pecuniaria e sulla patente di guida: sono certo che gli autisti sarebbero più attenti nel fermarsi per tempo, in un luogo non deserto come una piazzola autostradale. Partenza, una volta trascorse le ore necessarie al riposo: in genere, il giorno seguente.

In caso di comportamenti truffaldini – invio di dati falsi, ad esempio – la sanzione sarebbe penale e comminata alla dirigenza dell’azienda.

Altro, nel breve periodo, non si potrebbe fare: però, almeno l’emergenza, sarebbe superata. In egual modo, si dovrebbero controllare i tempi di lavoro del personale ferroviario.

Il medio periodo

Nel medio periodo si dovrebbe agire su tre direttrici:

a) accelerare la transizione verso la trazione elettrica, perché questo comporterebbe una sensibile diminuzione dei rifornimenti di prodotti petroliferi, che sono pur sempre infiammabili e/o esplosivi. Una “stagione” d’alcuni anni di “rottamazioni” veramente convenienti per chi compra un’auto elettrica (costi, risparmi sulla tassazione, ecc) che potrebbero essere finanziati anche con contributi europei. Parallelamente, accelerare la posa di condotte elettriche più consone per il rifornimento elettrico sulle autostrade.

b) rivedere le scelte politiche degli ultimi anni per quanto riguarda gli standard di sicurezza ferroviari, per poter fare affidamento su un sistema su rotaia che, se attentamente e regolarmente attuato, abbassa notevolmente il rischio di incidenti: assali che si spezzano perché non sono stati debitamente controllati, oppure rotaie rabberciate col fil di ferro non devono più esistere. Perché la grande officina di Foligno è stata quasi rottamata? Perché i treni “comuni” ed i merci sono oramai dei ferrivecchi ambulanti?

c) Allo stesso modo, porre sotto la lente d’ingrandimento la rete degli ispettori del Registro Navale (RINA) e della Guardia Costiera, i quali – anche se con solerzia ti fanno la multa su una barca da diporto per una lampadina bruciata – chissà perché, quando si tratta di grandi navi (e grandi lavori, grandi costi…ecc…capito mi hai?) non sempre risultano all’altezza. Perché le grandi navi comportano anche grandi rischi: vedi la Haven, bruciata ed affondata nel 1991 al largo di Genova, che poco prima di giungere a Genova aveva ricevuto l’assenso alla navigazione (la “revisione”) dal RINA, mi pare a Messina.

Una volta rimesso ordine in questa materia, si potrebbero “accorciare” le tratte su gomma/ferro creando degli hub per lo scarico di queste sostanze più vicini alla consegna od al consumo. Anche i porti di media grandezza potrebbero entrare in questo “circuito” di cabotaggio costiero, il quale solo all’apparenza può apparire complesso, perché le economie di scala che si otterrebbero limitando al minimo le tratte terrestri compenserebbero ampiamente qualche incremento di rotta. E consentirebbero una forte riduzione dei rischi.

Il lungo periodo

Come si fa a pensare in termini di “lungo periodo”, in un Paese dove le maggioranze parlamentari si formano sulla base di vaghe comunità d’intenti e, spesso (in passato), condizionate da piccoli ed agguerriti partitini formatisi “alla bisogna”, ossia espressioni del lobbismo più deciso a farsi valere?

Questo è il vero problema, inutile girarci attorno: poi, le soluzioni ci sono.

La soluzione principale è togliere gran parte del trasporto su gomma e deviarlo sulla ferrovia o, meglio, sull’acqua.

A questo proposito, perché non porre fine all’infinito tormentone (iniziato da Mussolini nel 1941) del canale navigabile di Milano? Ad oggi, ne sono stati costruiti circa 12 Km (da Cremona) poi…tutto si è fermato, in un tripudio di liti e di carte bollate. Quindi un nuovo progetto: costo, 2 miliardi dei quali la metà finanziata dall’UE.

Ma, in Italia – nella stessa Italia dove ti seppelliscono interi camion di rifiuti e poi ci piantano sopra l’insalata – se progetti di scavare il letto di un fiume per consentire alle navi fluviali di passarci, ti saltano addosso le associazioni degli agricoltori, poi cacciatori e pescatori, quindi i cicloturisti, le associazioni ambientaliste, Province, Regioni…per terminare un canale che toglierebbe, con una sola nave fluviale, 84 TIR la volta dalle strade? C’è da darsi i pizzicotti. Da non credere.

Non aggiungo altro: il canale è lì, basta terminarlo: potrebbe giungere, oltre che a Milano, fino a Pavia, a breve distanza dal sistema produttivo piemontese. Con la risistemazione del canali veneti, il Nord Italia sarebbe servito da un’infrastruttura non inquinante (le navi, già oggi, possono andare a metano e, in futuro, con i motori elettrici), che passerebbe lontano dalle case e che scodellerebbe – molto vicino ai luoghi di produzione/consumo – una serie infinita di prodotti, fra i quali quelli pericolosi. L’Italia peninsulare potrebbe utilizzare una cinquantina di porti secondari – da Imperia a Monfalcone – per i quali basterebbe costruire un terminal nelle acque territoriali, a poche miglia dalla costa, mediante il quale caricare/scaricare liquidi e gas. Troppo difficile? Oneroso? Per niente: anzi, alla fine ci sarebbero anche dei risparmi di scala.

La “vulgata” dei dirigibili, poi, è tutt’altro che una “vulgata”: è un sistema serio, pensato una ventina d’anni fa dai tedeschi, proprio per le consegne di materiali molto ingombranti e pesanti – i carichi eccezionali, ma anche quelli pericolosi – direttamente dal “cortile” di uno stabilimento ad un altro.

C’era il progetto del Cargolifter – che poteva sollevare 160 tonnellate (il carico di 5 TIR) – ma il progetto non andò avanti per la mancanza di fondi, segno che “qualcuno” aveva premuto sulle banche affinché stringessero i cordoni della borsa.

Premettendo che la tecnologia odierna si basa sull’Elio – e non sull’infiammabile Idrogeno – è stupefacente notare come questa tecnologia nacque proprio in Italia e in Germania: il dirigibile norvegese Norge – che conquistò il Polo Nord – era, in realtà, l’ex dirigibile N1 di proprietà della Regia Marina, venduto ai norvegesi.

Oggi, con le attuali tecnologie, non sto a dilungarmi su cosa si potrebbe fare: addirittura, un simile aeromobile non necessiterebbe nemmeno di pilotaggio, giacché potrebbe essere radiocomandato (con le precauzioni del caso) direttamente da terra. Rivestito di pannelli fotovoltaici flessibili, non necessiterebbe nemmeno d’essere rifornito.

Qualcosa si fa, alcune piccole aziende producono piccoli dirigibili per la videosorveglianza – e, per questi compiti, sono economici, sia per i costi e sia per la manutenzione – ma, per passare al trasporto di merci vero e proprio, ci vorrebbero investimenti. Che “qualcuno” blocca.

Come potrete notare, in sole cinque pagine ho riassunto un vademecum per ovviare ad una serie di problemi, attualizzati dal disastro di Bologna. Ovviamente, già oggi (dopo soli 3 giorni), una vicenda che poteva diventare una strage di ben altre proporzioni è scomparsa da tutti i giornali mainstream, ma state tranquilli: se si continuerà a non fare nulla, un giorno non molto lontano tornerà a materializzarsi sotto i nostri occhi. Speriamo non troppo vicino.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2018/08/a-quando-il-prossimo-disastro.html

9.08.2018

Banca Etruria, tribunale Firenze: “Consob sapeva tutto”

firstonline.info 9.8.18

La Corte d’Appello di Firenze dà torto alla Consob di Vegas sul crack Etruria e annulla le sanzioni agli ex amministratori della banca per supposte carenze informative del prospetto legato all’aumeneto di capitale del 2013

La Corte di Appello di Firenze ha annullato le sanzioni inflitte lo scorso anno dalla Consob a ex sindaci ed amministratori di Banca Etruria per le supposte mancanze informative contenute nel prospetto informativo dell’aumento di capitale eseguito nel 2013 per rafforzare il patrimonio della banca aretina. A differenza di quanto sostenuto dall’authority di vigilanza, quando quest’ultima autorizzò la pubblicazione del prospetto informativo sull’aumento di capitale era pienamente consapevole dello stato di difficoltà in cui versava la banca. E, senz’altro, il quadro informativo divenne del tutto completo all’inizio del 2014 – è scritto nella sentenza della corte d’appello fiorentina presieduta dal giudice Edoardo Monti e di cui è stato relatore il magistrato Domenico Paparo – quando la commissione acquisì i documenti delle ispezioni compiute nei mesi precedenti dalla Banca d’Italia. Soltanto dopo molto tempo, nel 2016, quando erano abbondantemente trascorsi i 180 giorni previsti dall’ordinamento per avviare un iter sanzionatorio, la Consob – all’epoca presieduta da Giuseppe Vegas – si decise ad agire avviando un procedimento che si concluse con la delibera sanzionatoria.

Il procedimento sanzionatorio, di cui si è molto discusso anche a fine 2017 nell’ambito della commissione parlamentare sulle crisi bancarie, era stato avviato dalla commissione di vigilanza che sosteneva di essere stata informata soltanto nel 2016 di tre documenti provenienti dalla Banca d’Italia. Due di questi però, quelli più importanti – è stata la tesi difensiva esposta dall’avvocato Renzo Ristuccia e sostanzialmente fatta propria dai magistrati – erano perfettamente a conoscenza dell’autorità fin dalla fine del 2013. Quanto al terzo, relativo ad una nota della Banca d’Italia del 24 luglio 2012, era espressione di un “confronto interlocutorio” tra la stessa vigilanza bancaria e l’istituto aretino successivamente superato dagli eventi. Di “ben altro spessore e rilievo” erano gli altri due documenti, di cui la Consob ebbe notizia direttamente da via Nazionale che, in ossequio al protocollo d’intesa tra le due autorità, dava conto dell’esito “in prevalenza sfavorevole” dell’ispezione condotta nei mesi precedenti.

In sostanza – hanno osservato i magistrati – “essendo Consob venuta a sapere dalla Banca d’Italia il 6.12.2013 che Banca Etruria era sull’orlo del commissariamento a meno che non si fondesse con una banca più grande delle due l’una: o si riteneva (o quantomeno si sospettava) che il prospetto pubblicato pochi mesi prima non avesse dato contezza di ciò e quindi sarebbe stato falso e fuorviante (come in effetti la Consob è venuta a contestare nell’ottobre del 2016) ma allora Consob doveva cominciar subito l’indagine; oppure si accertava che il prospetto aveva rappresentato correttamente al pubblico degli investitori la situazione economica della banca emittente, ma allora non si poteva irrogare alcuna sanzione”.

Cognato di Renzi e fratelli, Il Fatto Quotidiano: ‘L’indagine rischia lo stop’

silenziefsita.it 9.8.18

A causa della riforma Orlando, buona parte” dell’indagine della Procura di Firenze sul cognato di Renzi, Andrea Conticini, sposato con sua sorella Matilde, e i fratelli Alessandro e Luca “con l’accusa di riciclaggio rischia di diventare carta straccia“.

Lo riporta Il Fatto Quotidiano, che spiega: “la nuova legge prevede che il reato di appropriazione indebita sia procedibile solo per querela delle parti offese”.

Il giornale diretto da Marco Travaglio ricostruisce la dinamica dei fatti:

“Ricevevano generose donazioni da Unicef, Fondazione Pulitzer e altre onlus americane ed australiane per finanziare attività benefiche nei confronti dei bambini africani. Ma invece di spedire quei soldi in Eritrea, Burundi o Sierra Leone attraverso la Play Therapy Africa, sostiene la procura di Firenze, li giravano sui loro conti bancari. Lo avrebbero fatto con circa 6,6 dei 10 milioni di dollari ricevuti”.

“I pm Luca Turco e Giuseppina Mione” si legge sul Fatto “in base alle rogatorie internazionali, hanno ricostruito l’entità e i giri delle somme dirottati prima sui conti personali e poi impiegate, sostengono, per investimenti immobiliari in Portogallo e in altri Paesi esteri”.

Ieri La Repubblica ha parlato nuovamente della vicenda, che era stata resa nota nel 2016 da La Nazione e di cui aveva parlato Marco Lillo sul Fatto Quotidiano.

Repubblica spiega che “quel che è emerso dalle indagini della Guardia di finanza e dalle rogatorie all’estero disposte dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal sostituto Giuseppina Mione è tuttavia piuttosto allarmante”.

Andrea Conticini, gemello di Luca e marito di Matilde Renzi, sorella dell’ex presidente del consiglio, scrive Repubblica, “è indagato per riciclaggio, per gli acquisti, a nome del fratello Alessandro, di quote di tre società: la Eventi 6 della famiglia Renzi, la Quality Press Italia e la Dot Media di Patrizio Donnini e di sua moglie Lilian Mammoliti, legati ai Renzi. Queste operazioni risalgono al 2011. Alla Eventi & sono arrivati 133 mila euro, alla Quality Press Italia 129 mila, alla Dot Media 4 mila”.

Il taglio al fondo per le periferie, spiegato

Il post.it 9.8.18

Il governo ha deciso di bloccare per due anni 1,6 miliardi di euro destinati a riqualificare le aree degradate (e l’opposizione per sbaglio ha votato a favore)

Il governo ha deciso di bloccare per due anni più di un miliardo e mezzo di euro destinati a progetti di riqualificazione delle periferie, un fondo che era stato approvato dai governi Renzi e Gentiloni. L’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI)  ha criticato duramente la decisione definendola un «furto» e decine di sindaci, compresi alcuni appartenenti alla Lega, hanno protestato.

La decisione di sospendere il fondo è stata presa lunedì 6 agosto quando il Senato, con il parere favorevole del governo, ha approvato all’unanimità un emendamento al cosiddetto “decreto milleproroghe”. Anche il PD e Liberi e Uguali hanno votato a favore dell’emendamento, nonostante il piano fosse stato approvato dai precedenti governi di centrosinistra. Per spiegare l’errore, alcuni senatori del PD hanno definito l’emendamento “involuto” e “truffaldino” (il testo, che potete trovare qui, sembra in realtà abbastanza chiaro, un dettaglio confermato al Post da diversi esperti della materia). Per diventare definitivo l’emendamento dovrà essere confermato dalla Camera alla ripresa dei lavori parlamentari il prossimo settembre.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha negato completamente l’episodio e ha dichiarato: «Non abbiamo bloccato i fondi per le periferie, i fondi alle periferie sono sbloccati da quell’emendamento». Non è vero, come dimostra il testo dell’emendamento dove si legge che le «convenzioni» relative al bando per la riqualificazione delle periferie sono «differite all’anno 2020». Significa che  le “convenzioni”, che non sono altro che i “contratti” con cui il governo si impegna a dare ai comuni il denaro necessario a realizzare i progetti approvati, rimarranno bloccati fino al 2020.

Il denaro che sarebbe dovuto andare agli interventi sulle periferie è stato spostato verso un’altra voce di bilancio con cui lo stato vuole finanziare un intervento che permetterà ai comuni di utilizzare gli avanzi di bilancio bloccati dal “patto di stabilità”. Quest’anno i comuni si attendevano entrambi gli interventi: il finanziamento per i progetti di riqualificazione delle periferie e, contemporaneamente, lo sblocco degli avanzi di bilancio (una misura simile era stata già varata dai governi precedenti, quindi era doppiamente attesa). Il fatto che gli stanziamenti previsti per la prima siano stati usati per coprire parte della seconda è stata una completa sorpresa per i comuni e rischia di causare molti problemi.

Il fondo che è stato sospeso dall’emendamento nasce da un bando approvato dal governo Renzi nel 2016 a cui potevano partecipare comuni e città metropolitane presentando progetti per riqualificare aree periferiche degradate. Alla fine del 2016 il governo pubblicò la graduatoria dei 120 progetti selezionati. I primi 24 vennero immediatamente finanziati con 500 milioni di euro, i restanti 96, che costavano un totale di 1,6 miliardi di euro, furono invece finanziati nella seconda metà del 2017.

L’emendamento approvato lunedì ha sospeso per due anni questa seconda tranche di finanziamenti, lasciando invece inalterata la prima. Per i comuni coinvolti si tratta di un grosso problema. Al Post risulta ad esempio che alcuni comuni (come quello di Arezzo) abbiano già iniziato i lavori previsti dal piano. Molti altri hanno già speso il denaro necessario a realizzare la progettazione degli interventi, una procedura che tra l’altro è costosa e complessa e prevede gare d’appalto per affidare i lavori (il governo ha annunciato che queste spese saranno rimborsate). I progetti, inoltre, sono co-finanziati da investitori privati e da altri enti locali, che in tutto avevano già promesso di investire circa due miliardi di euro aggiuntivi per i diversi progetti. La sospensione del fondo rischia di spingere i privati a ritirarsi, rendendo quindi inutile l’intera progettazione già realizzata, che resterebbe sprovvista di coperture.

Tra i progetti a rischio ci sono quelli da 18 milioni di euro del comune di Milano, quelli da 58 milioni di euro del comune di Catanzaro e quelli da 40 milioni per la città metropolitana di Genova e per il comune di Messina, oltre a molti altri. I tagli sono stati contestati da sindaci e amministratori locali e regionali del PD, di Forza Italia, del Movimento 5 Stelle e della Lega, come il sindaco di Terni. Il presidente dell’ANCI, il sindaco di Bari Antonio Decaro, ha definito l’emendamento un “furto con destrezza” a danno dei comuni.

La sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, esponente del Movimento 5 Stelle, ha invece difeso l’emendamento con un lungo comunicato stampa in cui scrive, tra le altre cose, che il governo è intervenuto per «dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 74 del 2018». Secondo Castelli, la sentenza stabilisce che i progetti per i quali il governo aveva già sottoscritto le convenzioni dovevano essere nuovamente valutati per stabilire se «abbiano davvero una funzione di rilancio per le periferie». In realtà, la sentenza citata da Castelli riguarda tutt’altro argomento. Deriva da un ricorso della regione Veneto che lamentava come una serie di fondi venissero utilizzati anche in ambiti di competenza delle regioni, ma senza che queste ultime venissero consultate. Tra questi fondi rientrava anche quello previsto dalla prima tranche di finanziamento ai comuni, quella che non è stata toccata dall’emendamento. Non rientra nella sentenza invece la seconda tranche, quella rimandata al 2020. Al Post risulta comunque che le richieste della regione Veneto siano state soddisfatte e che i lavori per i progetti della prima tranche procedano regolarmente.

Le ragioni che hanno spinto il governo ad approvare l’emendamento rimangono poco chiare. Alcuni sostengono che il finanziamento del piano periferie sia stato bloccato per mancanza di fondi: non c’erano risorse disponibili per finanziare sia il piano che lo sblocco degli avanzi di bilancio, così il governo ha deciso di privilegiare quest’ultimo. Secondo alcuni esponenti del PD si tratta di una misura punitiva nei confronti dei comuni guidati dal centrosinistra, che sarebbero la maggioranza dei 96 che hanno presentato piani per ottenere i finanziamenti.

LE METASTASI LETALI DEL ‘68 di Marco Santero.

scenarieconomici.it 9.8.18

Nello splendido romanzo di Camilleri “la gita a Tindari” oltre a toccare il mostruoso traffico di pezzi di ricambio umani che la tecnologia ha innescato dilatando la durata della vita per vecchi decotti ma benestanti o ricchi che in cliniche faraoniche, discrete, spesso sconosciute possono farsi cambiare a piacimento organi vari per prolungare “contro-natura” la loro vita a discapito di quella dei “donatori” non “tracciati” in questi circuiti privati.

Ma all’inizio del romanzo Camilleri descrive anche, in modo magistrale, i sessantottini che inneggiavano contro lo stato, le banche, il sistema politico, salvo poi diventarne i vertici che per un ricco “piatto di lenticchie” hanno svenduto le terga degli odiati cittadini italiani. Si perché nei “rivoluzionari” da salotto ovviamente “figli di papà” ha sempre regnato, come tutto il mondo comunista, l’odio per le masse che non si lasciavano sedurre dalle “teologie” comuniste.

Il tutto splendidamente tratteggiato nella figura del “carlomartello” di turno:

“IMPICCHEREMO I NEMICI DEL POPOLO CON LE LORO CRAVATTE”

“LE BANCHE SERVONO SOLO PER ESSERE SVALIGIATE”

CANNE, DROGA E VITA SREGOLATA COME SISTEMA DI VITA E SPACCIATE PER LIBERTA’, della serie creo l’inferno sulla Terra e lo chiamo paradiso.

L’ODIO PER LA POESIA DI PASOLINI SUGLI SCONTRI DI VALLE GIULIA.

Poi descrive in modo splendido la trasformazione che li porta ai vertici del sistema attuale a tutti i livelli:

“VISTO CHE NON ERANO ARRIUSCIUTI A CANGIARE LA SOCIETA’ AVEVANO CANGIATO SE STESSI”

PERCHE’ NEL ‘68 AVEVANO SOLO FATTO TEATRO, INDOSSANDO LA MASCHERA DEI RIVOLUZIONARI UTILI IDIOTI CUI LE ELITES AVEVANO DATO L’INCARICO (INCONSCIO PER GLI UTILI IDIOTI) DI DEMOLIRE I “VALORI BORGHESI” PER APRIRE LA STRADA ALLA RIVINCITA DEL NEOLIBERISMO DALLA FINE DEGLI ANNI ‘70 E CHE OGGI STA PRESENTANDO IL TERRIBILE CONTO AL MONDO INTERO.

Nel 1978 Napolitano, allora capo gruppo alla Camera per il P.C.I. , tuonava contro i danni catastrofici che un EVENTUALE unione monetaria a livello europeo avrebbe provocato e pochi decenni dopo nomina Monti Presidente del Consiglio a capo di un governo incaricato dai potentati franco-tedeschi di saccheggiare il paese e  in particolare la sua economia e il suo enorme, succulento, risparmio privato, PER SALVARE LE LORO BANCHE ESPOSTE CON GRECIA, SPAGNA E PORTOGALLO!!

Una sintesi splendida quella di Camilleri che inquadra in modo impietoso gli ex rivoluzionari ormai vecchi che hanno permesso o addirittura diretto il nuovo sacco dei LANZICHENECCHI stranieri umiliando gli italiani e riducendone una grossa parte in miseria, bloccando addirittura le nascite “causa crisi” e povertà e fatto ripartire “alla grande” l’emigrazione delle braccia e menti migliori (sotto l’aspetto lavorativo e di intraprendenza) ad arricchire proprio gli stati che ci stavano spolpando in un disegno complessivo geniale quanto DIABOLICO.

Ma grazie alla rete internet nel giro dell’ultimo decennio, grazie all’instancabile lavoro di pochi cittadini competenti e consapevoli del disastro in corso, la verità dei fatti storici sta emergendo PREPOTENTE E ORMAI I LACCHE’ DELLA FINANZA SPECULATIVA EX RIVOLUZIONARI 68INI NON RIESCONO PIU’ A VENDERE LE LORO BALLE SERIALI.

Dopo questa incredibile e terrificante eclissi della ragione finalmente sta tornando il sole del buonsenso e della COSTITUZIONE ITALIANA rimessa al suo posto, cioè come LIBRO MAESTRO del agire politico.

Ma non bisogna pensare di aver svoltato definitivamente, c’è un paese in macerie sociali, culturali e economiche da  far ripartire e cui far vivere un nuovo miracolo economico verso la SOSTENBILITA’.

E ovviamente i residuati bellici del ‘68 non molleranno così facilmente la presa, cercheranno in tutti i modi di ostacolare, ritardare e combattere il cambiamento.

Sperando che non si giunga di nuovo all’eversione armata, ma fortunatamente quella generazione è ormai in scadenza e si avvicina velocemente alla fine del loro cerchio della vita e a botte da oltre 600.000 l’anno passano la sponda della vita reale. ACCELERANDO IL CAMBIAMENTO: chissà cosa risponderà San Pietro quando tanti dei trapassati gli dirà “a da veni’ BAFFONE”!

Sicuramente si dovrà ampliare l’ANTI-INFERNO dove piazzare tutti questi IGNAVI, che ovviamente non sono la totalità dei morti di ogni anno, ma sicuramente una grossa percentuale.

https://it.wikipedia.org/wiki/Ignavi

splendida la sintesi iniziale:

“Questi, peccatori sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere una idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte”.

ITALIA LIBERA, SANA, SOSTENIBILE, EQUA E SOPRATTUTTO DI NUOVO SOVRANA!

Marco Santero

la Marcinelle di Foggia, il depistaggio sui caporali e l’impunità degli imprenditori schiavisti

comedonchisciotte.org 9.8.18

DI GIORGIO CREMASCHI

facebook.com

Dopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di Rignano a Foggia.

Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera. Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.

Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal Mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.

I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.

I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi. Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato.

Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.

Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.

Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.

Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttattori.

I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.

 

Giorgio Cremaschi

Fonte: http://www.facebook.com

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7.08.2018

I CAVALLI MORTI DEL MONETARISMO E IL FIL ROUGE DI DE GRAUWE

orizzonti48.blogspot.com 7.8.18



Post di Arturo

Come forse saprete, è uscito da qualche tempo l’ultimo libro di una nostra vecchia conoscenza: il buon De Grauwe. In questo, e un successivo, post tenterò di fornirvene una sorta di recensione a misura di blog.

(Solo un’avvertenza: ho letto l’edizione inglese, per cui le traduzioni sono mie. Non ho voluto alterare la percezione dell’originale aggiungendo grassetti o sottolineature; mio ovviamente l’impiego dell’evidenziatore)

Partiamo subito dalla questione euro, a cui poi agganceremo gli altri temi del libro.

  1. Il giudizio è chiaro (pag. 127):

Ci sono solo due opzioni per risolvere il problema di debolezza strutturale dei governi nazionali all’interno dell’eurozona: la prima è la creazione un governo europeo, legittimato da un parlamento europeo, a cui i governi trasferiscano significativi poteri in materia fiscale. Questa forma di unione politica, fornita del potere di spendere e riscuotere tasse, potrebbe emettere il proprio debito e costringere la banca centrale a fornirle supporto finanziario. La soluzione è rendere l’Europa uno stato federale.

La volontà di realizzare un’unione politica di questo tipo in Europa è estremamente debole. Molti paesi soffrono di una seria forma di “affaticamento da integrazione”. 

Se non riusciamo a creare un’unione politica, c’è solo un’alternativa: un ritorno alle valute nazionali. Questa soluzione emergerà automaticamente perché molti paesi rifiuteranno un sistema in cui decisioni vitali sono prese da mercati anonimi e inaffidabili e funzionari irresponsabili.

Come vedete sono posizioni più drastiche, e più realistiche, dei semplici richiami “al buon senso” di qualche mese fa.

Se un rinnovato equilibrio fra Stato democratico e mercato, – che De Grauwe considera l’unica soluzione praticabile per affrontare organicamente i problemi strutturali del capitalismo rivelati dalla crisi del 2008 (lo vedremo meglio la prossima volta)-, nel caso dei paesi dell’eurozona dovrebbe tradursi in una federalizzazione, la quale, a sua volta, è riconosciuta come un’opzione priva di realismo (se mai se n’è vista una che non lo fosse), che senso ha tollerare di fatto, sotto il manto del richiamo a un fantomatico buon senso, la permanenza dello squilibrio, se non quello di rendersi complici degli interessi che vi lucrano?

Se considerate che l’edizione originale olandese del libro è del 2014 (!), trovo difficile negare che l’intervento dell’anno passato sollevi anche serie questioni di deontologia professionale. Se come minimo ci fosse qualcuno disposto a sollevarle, naturalmente.

Vediamo i termini dell’analisi, per noi peraltro abbastanza ovvi, ma che richiamerò nel (vano) auspicio che possano almeno costituire punti fermi del dibattito.

1.1 La crisi degli spread non dipende dal rapporto debito/PIL ma dall’assenza della garanzia di una banca centrale.

Il paragone Spagna – UK lascia margine a pochi dubbi:

Quando confrontiamo Spagna e Gran Bretagna osserviamo quanto segue: entrambi i paesi hanno affrontato uno shock negativo che ha prodotto un brusco aumento del debito pubblico. 

La differenza è che i mercati finanziari possono spingere lo Stato spagnolo in una crisi di liquidità e di insolvenza, mentre gli stessi mercati non posso fare altrettanto con quello inglese, che è fornito di un’arma potente, ossia la sua banca centrale che può creare denaro a volontà. I mercati finanziari possono spingere la Spagna o qualsiasi altro membro dell’eurozona alla bancarotta, ma non possono farlo con paesi come la Gran Bretagna che emettono debito nella loro valuta.

Il diverso trattamento di Spagna e Gran Bretagna praticato dai mercati finanziari durante una crisi del debito è illustrato anche dalla figura 11.2. Vediamo che durante la crisi la Spagna ha dovuto pagare interessi molto alti sui suoi titoli perché gli investitori erano stati colti dal panico e li vendevano in massa. Questo non accadeva alla GB, benché la situazione del bilancio pubblico non fosse migliore di quella spagnola. Gli investitori sapevano che i loro titoli inglesi erano sicuri, quindi non li vendevano e il tasso di interesse sui titoli del debito pubblico iniziò addirittura a scendere.” (pagg. 120-1)

1.2 Ovviamente la crisi degli spread non è stata risolta dall’austerità dei vari Monti europei, ma dal whatever it takes:

Non c’è alcun dubbio su questo punto: nel 2012 la BCE ha salvato l’eurozona dal collasso svolgendo il ruolo di una moderna banca centrale e sostenendo i governi nazionali mentre i mercati finanziari erano in preda a paura e panico.” (pag. 125).

Insomma, come diceva Kaldorla BoE onora sempre  “gli assegni emessi dal governo di Sua Maestà”, laddove gli Stati dell’eurozona hanno preso la “drastica decisione” di creare una banca centrale sollevata da quest’obbligo, ma che interviene motu proprio strapazzando la lettera dei Trattati, finché, su richiesta tedesca, non scende in campo la Corte di Giustizia a mettere i suoi austeri paletti.

Ovviamente una volta confermato che il tasso di interesse, ossia l’onere del debito, lo decide la banca centrale e non “imercati”, si porrebbero drammatiche questioni teoriche e costituzionali circa l’indipendenza di istituzioni che intervengono in modo così pesante nel conflitto distributivo (qui, soprattutto n. 5), nel caso leuropeo nell’ambito di un gioco di potere ancora più complicato, oligarchico e opaco che nel resto del mondo sviluppato (e non). Su questo però De Grauwe risulta non pervenuto. Fingiamo di sorprenderci.

Residuano due questioni.

  1. Dirà l’amico liberista: d’accordo, lo spread dipende anche dall’assenza della mamma-banca centrale, ma, se avessimo fatto i bravi bambini, imercati, severi ma giusti, non ci avrebbero punito.

Sentiamo De Grauwe (pagg. 124-5):

Abbiamo visto che la debolezza strutturale degli Stati nazionali all’interno dell’eurozona dipende, fra l’altro, dall’assenza del sostegno di una banca centrale in tempo di crisi. Ciò significa che questi governi devono accettare i diktat dei mercati finanziari, cosa che non sarebbe così negativa se questi avessero sempre ragione. L’esperienza tuttavia mostra che essi sono spesso guidati da processi collettivi che alternano ottimismo ed euforia a panico e pessimismo. Non è questa una buona guida per le politiche macroeconomiche.

E’ quindi essenziale che la BCE assuma i compiti svolti dalle banche centrali in USA e Gran Bretagna. La BCE dovrebbe essere pronta a comprare titoli di stato nei momenti di crisi, quando il mercato è in preda al panico, come nel 2010-11.

Dell’intrinseca instabilità dei mercati finanziari De Grauwe parla anche aliunde nel libro: pure su questa scoperta dell’acqua tiepida tornerò.

La bella conseguenza del vincolo esercitato dagli infallibili mercati finanziari è stata la rimozione degli stabilizzatori automatici e la necessità di rispondere alla crisi con altra crisi, cioè con l’austerità, che proprio per questo va difesa finché possibile e sennò possiamo poi sempre dire che in realtà non c’è mai stata, come han fatto Perotti ed altri.

Anche su questo De Grauwe è molto chiaro (e vorrei vedere):

Qualcuno dirà che gli spietati programmi di austerità erano necessari per “risanare” le finanze pubbliche di quei paesi. 

Così non è andata, come possiamo vedere nella figura 11.4. Più sono state profonde le misura di austerità, più è aumentato il rapporto debito/PIL. A un aumento dei tagli s’è accompagnato un aumento del rapporto. Questo è l’effetto indiretto che abbiamo notato prima: tagli di spesa producono una profonda caduta del PIL (il denominatore del rapporto debito/PIL).

Quindi il risultato delle misure di austerità (imposte dai mercati finanziari) sono stati non solo una profonda recessione e un drammatico aumento della disoccupazione ma anche un significativo aumento nel rapporto debito/PIL

La miseria che questi paesi hanno imposto a se stessi non è servita a niente: la posizione debitoria dei loro governi è peggiore che mai. Basterebbe assai meno per screditare il sistema di mercato.

(Come avrete intuito il timore di un’impopolarità politica del capitalismo è il fil rouge che percorre tutto il libro).

  1. Ultimo cavallo (morto) degli amici liberisti: l’acquisto di titoli di Stato da parte della banca centrale potrà sì forse calmare i mercati finanziari, ma la pagheranno i cittadini con l’inflazione!

Che l’inflazione non sia esattamente “la più iniqua delle tasse” ce lo ha spiegato Albertoanni fa; in questo caso però la questione è a monte: pur con tutti gli interventi della BCE, l’inflazione dove starebbe?

Riprendendo dati e conclusioni di un lavoro precedente, De Grauwe attira l’attenzione sulladivaricazione fra base monetaria e offerta di moneta:

Potete trovare qui la definizione di base monetaria, o M0, e qui quella dell’aggregato M3.

In estrema semplicità il punto fondamentale sta nella differenza fra M1 ed M0, costituita dalle riserve bancarie. Ossia la banca centrale può creare liquidità, ma “il problema è che se si è reduci da una crisi finanziaria, imprese e famiglie saranno restie a indebitarsi per spendere (anzi, si dibattono su come rientrare dai debiti): puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere, come recita una vecchia metafora. Servirebbe la politica fiscale, ma questo è un anatema nel quadro monetarista.” (S. CesarattoSei lezioni di economia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, pag. 101). E la liquidità così creata resta nelle riserve bancarie.

Insomma: “Non c’è mai stato un rischio inflazione, semplicemente perché l’offerta di moneta in mano al pubblico (famiglie e imprese) non è aumentata”. (De Grauwe, pag. 129).

In conclusione: quale sia la morale della storia, lo sappiamo da anni.

Ovviamente non possiamo aspettarci che De Grauwe tiri le stesse conclusioni, ma, almeno, che nessun elemento della sua analisi contraddica la diagnosticata incompatibilità fra moneta unica e democrazia costituzionale lo possiamo dire tranquillamente.

Rispetto ad altre considerazioni, di cui vi darò conto, si sarebbe anche potuto, (molto) in teoria, chiedere di più; tocca accontentarsi.

Indagato per autoriciclaggio il fratello del cognato di Renzi’ nell’ambito dell’inchiesta sui 6,6 milioni di dollari destinati ai bambini africani

silenziefalsita.it 9.8.18

Alessandro Conticini, 42 anni, e il fratello minore Luca, 37, che poteva operare sui conti della Play Therapy Africa e su quelli personali del fratello, sono sotto inchiesta per appropriazione indebita aggravata e autoriciclaggio. Il terzo fratello, Andrea, gemello di Luca e marito di Matilde Renzi, sorella dell’ex presidente del consiglio, è indagato per riciclaggio, per gli acquisti, a nome del fratello Alessandro, di quote di tre società: la Eventi 6 della famiglia Renzi, la Quality Press Italia e la Dot Media di Patrizio Donnini e di sua moglie Lilian Mammoliti, legati ai Renzi. Queste operazioni risalgono al 2011. Alla Eventi & sono arrivati 133 mila euro, alla Quality Press Italia 129 mila, alla Dot Media 4 mila.”

Lo riporta Repubblica.it.

I soldi – si legge su Repubblica – sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini e poi usati per investimenti immobiliari “e in misura minore (per circa 250 mila euro) per l’acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi o di persone ad essa vicine”.

Banca Carige, i piccoli azionisti si rivolgono alla Procura: «Fate chiarezza»

Francesco Ferrari ilsecoloxix.it 9.8.18

Paolo Fiorentino

Paolo Fiorentino

Genova – L’associazione dei piccoli azionisti di Banca Carige ha deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Genova sollecitando «con urgenza» un intervento della magistratura per «fare chiarezza al più presto sulle vicende emerse in questi ultimi tempi che hanno riguardato la governance della banca». «Abbiamo voluto portare all’attenzione della Procura alcuni dei passaggi più significativi dall’ultimo aumento di capitale ad oggi, inseriti nel piano industriale che avrebbe dovuto sanare il deficit patrimoniale della banca – dicono i piccoli azionisti -. Abbiamo il dovere, nei confronti di chi rappresentiamo, di reclamare che sia fatta piena luce sulle scelte all’interno dell’organo di governo della banca». Un’accusa molto pesante, quella dell’associazione, che getta un’ombra sull’operato dei vertici di Carige.

In vista dell’assemblea del 20 settembre, spiega Silvio De Fecondo, presidente dell’associazione, «non si possono effettuare scelte serene e consapevoli senza appurare la verità dei fatti su quanto successo in queste settimane». Ad oggi sono sei i consiglieri di amministrazione di Carige che si sono dimessi. Tra loro, l’ex presidente Giuseppe Tesauro e il primo azionista Vittorio Malacalza.

Ieo, Mustier entra nel cda della Fondazione Del Vecchio

Rosario Murgida finanzareport.it 9.8.18

L’ad conferma le sue intenzioni di seguire il progetto di rafforzamento varato dal patron di Luxottica per l’istituto fondato da Umberto Veronesi


Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di UniCredit, entra nel consiglio di amministrazione della Fondazione Leonardo Del Vecchio, azionista con il 18,46% dell’Istituto Europeo di Oncologia.

Mustier sarebbe stato nominato nuovo consigliere pochi giorni fa in sostituzione di Alfredo Maria De Falco, responsabile delle attività di Corporate & Investment Banking Italia del gruppo bancario milanese. Con l’ingresso nel Cda il dirigente transalpino conferma quanto affermato recentemente al Sole 24 Ore: l’amministratore delegato punta infatti a seguire da vicino quanto sta avvenendo intorno all’istituto fondato da Umberto Veronesi.

UniCredit e la Delfin di Leonardo Del Vecchio puntano infatti a rafforzare lo Ieo con un progetto da 500 milioni di euro che sembra aver creato i presupposti per uno scontro tra gli azionisti. I soci storici  Mediobanca (25,37%), UnipolSai (14,37%), Intesa Sanpaolo (7,37%), Pirelli (6,06%), Banco Bpm (5,77%) e Mediolanum (4,62%) avrebbero infatti manifestato perplessità sulle intenzioni di Del Vecchio e Mustier.

Esplode caso bonus Renzi, Salvini: ‘governo non pensa di togliere 80 euro e non vuole aumentare Iva’

 

Esplode il caso bonus 80 euro che diventa oggi anche uno degli hashtag più popolari su Twitter. Le indiscrezioni de Il Corriere della Sera e di La Repubblica sulla presunta decisione del governo M5S-Lega di rottamare il bonus di Renzi, e le smentite che arrivano da Palazzo Chigi e direttamente dal vicepremier Matteo Salvini, confondono di più i mercati sui contenuti della manovra 2019.

Il bonus del rottamato ex premer Matteo Renzi sarà rottamato anch’esso o no?

I due quotidiani Corriere e Repubblica hanno aperto le loro edizioni cartacee proprio con titoli che anticipano la fine della misura.

La Repubblica ha aperto con “Balzo dell’Iva, governo diviso. Via gli 80 euro per gli sgravi fiscali”. Mentre il titolo de Il Corriere è stato: “Via gli 80 euro per la flat tax”.

Dopo che fonti di Palazzo Chigi hanno definito le indiscrezioni fake news, Salvini ha precisato che “il governo non pensa di togliere gli 80 euro e non vuole aumentare l’Iva”.

In una nota il ministro dell’Interno ha scritto: “Lavoriamo per attuare il programma. Spiace dover rincorrere alcune indiscrezioni dei giornali, palesemente false e che servono solo per riempire le pagine dei quotidiani in agosto”.

Così il Corriere, nello specifico, ha scritto:

“Lega e Movimento 5 Stelle hanno deciso di «rottamare» il bonus Renzi degli 80 euro. Introdotto nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio, che ne fece una battaglia quasi personale con Angelino Alfano e Pier Carlo Padoan, il «premio» da 80 euro lordi mensili per i lavoratori dipendenti sotto i 26 mila euro di reddito costa la bellezza di 9 miliardi euro l’anno e finisce nelle tasche di 11 milioni di contribuenti. Nel vertice di ieri sera a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte ed i ministri economici sembra sia stata pronunciata la sentenza definitiva. Sarà azzerato, ed utilizzato per finanziare il primo modulo della flat tax per le persone fisiche, che debutterà con la Legge di Bilancio del 2019, insieme all’estensione della tassa forfettaria del 15% per le imprese”.

Ancora, il Corriere ha scritto che:

“con la flat tax, l’avvio del reddito di cittadinanza e probabilmente un primo allentamento della legge Fornero sulle pensioni, la manovra del 2019 costerebbe sulla carta circa 25 miliardi di euro, di cui metà per sterilizzare gli aumenti dell’Iva. Sul fronte delle coperture, per ora, ci sono il bonus Renzi, un paio di miliardi di altre detrazioni per le imprese che potrebbero sparire, e il gettito della «pace fiscale»”.

Tria si era espresso sul bonus Renzi nell’intervista a Il Sole, sul tema coperture. Queste, aveva detto, arriveranno con un “riordino profondo delle tax expenditures, che finora non si è fatto perchè è realizzabile solo se accompagnato da una riduzione delle aliquote generali. In questo senso bisogna applicare una versione adattata all’ottimo paretiano, in cui nessuno perde e qualcuno guadagna in un’ottica pluriennale”.

Rispondendo se in discussione entrasse anche il bonus Renzi da 80 euro, Tria aveva risposto: “Non c’è dubbio, anche per ragioni di riordino tecnico. Per com’è stato costruito, il bonus da 80 euro crea complicazioni infinite, a partire da molti contribuenti che l’anno dopo scoprono di aver perso o acquisito il diritto per cambi anche modesti di reddito”.

Oltre che da Salvini rassicurazioni sulla permanenza dei bonus sono arrivate anche dal vicepremier e ministro del Lavoro e Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che ha parlato ai microfoni di Rtl 102,5.

“I cittadini hanno un vantaggio: per saperlo basta leggere il contratto. C’è scritto che l’Iva non deve aumentare nonostante il rischio a causa dei debiti fatti da Gentiloni e Renzi col ‘buco’, cioè senza copertura. L’Iva non aumentera’: non vogliamo togliere soldi ma tagliare sprechi e favori. I cittadini devono stare tranquilli perchè le mani in tasca non gliele mettiamo”.

Oggi Il Sole 24 Ore parla di un bonus in bilico, ma non ne sancisce la fine.

Creval, riassetto in vista: Dumont chiede un nuovo cda

Rosario Murgida finanzareport.it 9.8.18

L’imprenditore francese segue le orme di Mincione in Carige e presenta a sorpresa la richiesta di rinnovare la composizione del consiglio a pochi giorni dall’ingresso tra i soci del Crédit Agricole

Denis Dumont, l’imprenditore francese titolare del 5,78% del capitale del Credito Valtellinese, abbandona la sua posizione defilata e silente per entrare a gamba tesa nella partita del futuro della banca lombarda.

Dumont ha infatti chiesto la convocazione dell’assemblea per la revoca dell’attuale consiglio di amministrazione e la conseguente nomina di nuovi consiglieri sulla falsariga di quanto chiesto, e finora non ottenuto, dal finanziere Raffaele Mincione in Carige.

La mossa dell’imprenditore transalpino non sarebbe legata a una particolare insoddisfazione per l’operato del consiglio e del management, bensì alla necessità di allineare la composizione del consiglio con il nuovo azionariato emerso dopo l’aumento di capitale da 700 milioni dei primi mesi dell’anno che vede in prevalenza la presenza di fondi come Hosking partners (5,05%) e Algebris di Davide Serra (5,28%).

In attesa che Dumont esca ancor di più allo scoperto, non va trascurato come l’iniziativa di Dumont arrivi a pochi giorni dall’alleanza siglata dal Creval con il Credit Agricole, diventato azionista con il 5% e in predicato di salire fino al 9,9% nel quadro di un più ampio accordo di bancassurance.

Per quanto non ci sia alcun legame tra i due soggetti di nazionalità francese, il destino del Creval sembra dipendere dalla Francia, in particolare in vista di quel ipotetico consolidamento che dovrebbe coinvolgere anche la banca valtellinese.

Il Cda convocato oggi per l’approvazione dei risultati trimestrali non assumerà comunque alcuna deliberazione sulla richiesta di Dumont avendo già deciso di rinviare ad altra seduta la relativa discussione. E’ probabile dunque che la riunione sia fissata dopo la pausa estiva con la convocazione dell’assemblea indicata presumibilmente per i primi di autunno. Intanto oggi è prevista la pubblicazione dei conti trimestrali. Il consenso degli analisti elaborato da Bloomberg prevede per il secondo trimestre una perdita netta di 9 milioni su ricavi per 170,7 milioni.

A Piazza Affari il titolo del Creval è ben impostato. Dopo aver aperto in rialzo dell’1,96%, guadagna, alle 9,03, l’1,37% a 0,1035 euro.

VACCINI / IL MAGO DEI PRO VAX BURIONI ORA COME ALDO MORO…

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Siamo alle comiche – o alle tragiche – finali. Un’intera pagina dedicata da Repubblica al Mago Pro  Vax, Roberto Burioni, l’Eroe dei due mondi che sta propalando al popolo bue il Verbo sull’uso super obbligatorio e super miracoloso dei vaccini. 

Stavolta la paginata del quotidiano diretto da Mario Calabresi – ormai da quasi due anni genuflessa davanti ai desiderata di Big Pharma – dedica un’intervistona al Mago dei Vaccini, con una foto emblematica: lui, il Vate, con una nastro adesivo sulla bocca, ad indicare che non ha il diritto di parola; sullo sfondo il simbolo delle Brigate Rosse. Come se si trattasse di Aldo Moro, un martire che ha dato la sua vita per il Paese. Un oltraggio. Una vergogna.

Se non ci fosse da piangere per tutti i bambini che muoiono per effetti da vaccini sbagliati – perchè non nelle giuste condizioni di salute, perchè le dosi erano troppo massicce, perchè la qualità dei prodotti era scarsa e via di questo passo – ci sarebbe solo da ridere per una fake photo che cerca solo di portare un po’ di pubblicità al Mago Silvan di sieri & provette, il cui ultimo volume è dedicato a tutti i “Somari” che in questa materia non ne capiscono niente, mentre è solo lui il Mago Merlino, con tanto di cappucci e grembiulini al seguito, visto che è iscritto al Grande Oriente d’Italia, la prima loggia nel nostro paese che a questo punto farebbe bene a prendere una netta posizione sul delicato tema: Roberto Burioni risulta iscritto al Goi con tanto di numero di tessera, luogo di nascita e data nascita? Lui, il Vate, smentisce. Ci sono due gemelli addirittura con lo stesso nome al mondo? Prodigi della genetica?

Perchè il Gran Maestro del Grande OrienteStefano Bisi, che si proclama in tutte le occasioni pubbliche a favore della trasparenza, una buona volta non scioglie l’angosciante dilemma? Burioni è massone oppure no? Non può essere, di tutta evidenza, un mezzo incappucciato: esistono solo gli “assonnati” che però restano massoni per tutta la vita, come abbiamo chiarito più e più volte. Perchè – ribadiamo – il trasparente Bisi non fa una buona volta chiarezza?  

E poi, come mai un Vate di grande spessore scientifico come Burioni, che esibisce un pedigree chilometrico, si vergogna di ammetterlo, anche davanti ai confratelli? Quale male c’è? Quale vergogna provare? E’ peggio negarlo, facendo la magra figura di un povero vigliacco.

Ma torniamo all’intervista kolossall di Repubblica che nutre una particolare simpatia per lo scienziato massone, interpellato praticamente tutte le settimane e stavolta dissimulato sotto le sembianze di uno statista del calibro di Aldo Moro, che a questo punto su rivolterà nella sua povera tomba.

Esordisce Burioni nell’intervista strappalacrime: “Mi hanno paragonato a Hitler e a Goebbels, ai satanisti e agli alieni. Ma questo fotomontaggio come prigioniero delle Br con il bavaglio e la stella a cinque stelle punte mi inquieta particolarmente”. 

E ancora, mostra il villoso petto: “Paura di questi attacchi? No, non esageriamo, non ho bisogno di una scorta, ma queste minacce squadriste generano violenza”.

Gli domanda, genuflessa, Maria Novella De Luca di Repubblica: “Il suo libro più famoso è ‘La congiura dei Somari‘. Lei afferma che la scienza non può essere democratica”. 

E il Vate: “Di scienza e di vaccini può parlare soltanto chi ne sa. Non chi si informa per un quarto d’ora su Google e poi vuol dire la sua. Facendo danni pazzeschi”.

Riteniamo che il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e il due volte candidato al Nobel Giulio Tarro, allievo di Albert Sabin, lo scienziato che ha scoperto il vaccino antipolio, non si siano formati via Google. E abbiano diritto ad un confronto con il Mago Burioni, che giudica tutti quelli i quali non la pensano una virgola come lui dei “Somari”. Ne hanno diritto, ad un simile confronto chiarificatore, soprattutto le famiglie, i genitori. 

Ora perchè il Genio Burioni non si concede, dall’alto della sua inarrivabile Scienza, ad un confronto con Montagnier e Tarro?

Perchè non mostra il suo Sapere davanti a scienziati che la pensano in modo diametralmente opposto rispetto ad un così drammatico problema, quello dei vaccini che coinvolge tutti gli italiani? 

Ha paura di qualcosa, Burioni? Ha qualche altarino da nascondere o conflitti d’interesse da tenere ben celati? Oppure cosa? Siamo in attesa di concrete risposte.     

La guerra economica ai tempi delle multinazionali

di Emanuel Pietrobon – 6 agosto 2018 lintellettualedissidente.it

L’unico modo per difendere l’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione liberista, della dittatura del libero scambio e dell’imperialismo delle grandi multinazionali è capire il funzionamento di una guerra economica.

Distruggere un paese nemico non è mai stato così semplice ed economico, nel vero senso del termine, come oggi, nell’epoca della globalizzazione eterodiretta dalle organizzazioni internazionali e dalle grandi multinazionali euroamericane. Le guerre da sempre si combattono per interessi economici, ancora prima che ideologici, dal momento che la sopravvivenza di un paese dipende dalla quantità di risorse a disposizione o potenzialmente disponibili, per mezzo di accordi commerciali o espansioni imperialistiche, funzionali alla produzione di energia, di beni di consumo, all’accumulazione di ricchezza e al consolidamento della potenza. Lo dedusse Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze, analizzando le tappe dell’evoluzione storica delle principali potenze mondiali, che l’economia è la chiave di tutto: della crescita, dell’espansione, e anche del declino e della caduta.

Recentemente è stato dato alle stampe Guerra economica: Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis e autore prolifico di libri su guerra e strategia, un libro che ripercorre le origini e l’evoluzione della guerra economica, dall’essere un corollario della guerra totale ad uno strumento di penetrazione imperialistica indipendente, spesso abilmente nascosto dietro il paravento di accordi commerciali di libero scambio tesi a distribuire fra i contraenti dei dubbiosi e presunti benefici provenienti dalla specializzazione produttiva e dalle teorie sui vantaggi formulate da certe scuole del pensiero economico.

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La fine della guerra fredda non ha comportato soltanto la caduta della divisione del mondo in blocchi, ma è stata anche affiancata da una transizione molto importante: dalle lotte geopolitiche classiche miranti all’espansione degli Stati su nuovi spazi vitali, alle lotte geo-economiche fra Stati miranti al controllo dell’economia planetaria. Gli Stati Uniti, forti della vittoria nella guerra fredda e di una posizione ancora oggi ineguagliata nello scacchiere mondiale, in quanto unica superpotenza esistente nei settori chiave delle relazioni internazionali (economia, progresso tecnologico nei campi civile e militare), hanno compreso prima di ogni altro paese l’importanza che la sfera commerciale avrebbe rivestito nell’era degli interscambi che stava profilandosi all’orizzonte all’indomani della caduta del muro di Berlino. La guerra egemonica per la spartizione delle risorse del pianeta è caratterizzata da un elevato, e pericoloso, tasso di concorrenzialità fra le economie più sviluppate e le cosiddette potenze emergenti, in primis Repubblica Popolare Cinese, Russia, India, Brasile, ma anche paesi del Sudest asiatico e africani, per un motivo molto importante: alcune risorse sono presenti ad un tasso finito ed il loro sfruttamento esclusivo, o comunque limitato a pochi attori – meglio se alleati, è garanzia del mantenimento del primato nelle produzioni e nei settori mercatistici che ne richiedono l’utilizzo.

Per quanto l’apertura di un’economia agli scambi internazionali possa risultare in accumulazione di ricchezza ed aumento di potenza, come insegnano i miracoli economici del Giappone e delle Tigri asiatiche, se adeguatamente regolamentata e piegata all’interesse nazionale, la scarsità di risorse o una condizione sfavorevole a livello di competizione internazionale, in un contesto di interdipendenza, globalizzazione e attacchi ai sistemi produttivi e ai mercati finanziari, rappresentano due elementi di una pericolosa vulnerabilità che è necessario sanare. L’insieme di questi eventi ha avuto riflessi sulla trasformazione degli Stati westfaliani, passati dall’essere dei produttori-regolatori focalizzati sull’investimento di risorse in difesa e sicurezza a dei tutori delle grandi imprese nazionali, a cui vengono devoluti sempre più aiuti per affrontare la pressione concorrenziale internazionale e per penetrare mercati strategici all’estero. La guerra economica non ha solo finalità offensive, ossia l’accapparramento di materie prime strategiche, ma anche difensive, ossia la tutela dell’occupazione e della potenza industriale, perché l’assenza di risorse ed un sistema produttivo precario pesano gravemente sulle capacità di mantenimento dell’indipendenza economica all’interno di un ordine, che sia regionale o internazionale.

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Ritornando alla lungimiranza degli Stati Uniti, Gagliano riporta titoli di nicchia, pressoché sconosciuti ai non addetti ai lavori, pubblicati da importanti analisti e politologi statunitensi nella prima metà degli anni ’90, come Head to Head di Lester Thurow, o A Cold Peace di Jeffrey Garten, mostrando come a Washington il cambio di paradigma del post-guerra fredda fosse già stato previsto e interpretato con largo anticipo rispetto al resto del mondo, comprendendo l’importanza di investire sugli accordi di libero scambio e sull’espansione nei mercati emergenti delle principali multinazionali per mantenere il proprio status egemonico senza la necessità di ricorrere alla forza. Un buon esempio di guerra economica tacita sono gli accordi commerciali siglati dagli Stati Uniti con i principali paesi del vicinato latinoamericano, basati su una logica di produzione dei benefici asimmetrica secondo la quale l’accordo viene ritenuto fruttuoso e nell’interesse statunitense solo quando passibile di generare effetti positivi per Washington e penalizzanti per l’altro contraente.

Gagliano introduce anche il concetto di patriottismo economico in riferimento alle politiche di neoprotezionismo attuate in determinati settori dai paesi sviluppati, in particolar modo da Stati Uniti ed Unione Europea, ma il cui significato sembra stia caricandosi di valenze supplementari dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, avvenuto al grido di “America First!”. La guerra fredda contro Germania e Repubblica Popolare Cinese, i principali obiettivi di contenimento geoeconomico dell’agenda trumpista, si sta infatti combattendo soprattutto sul fronte commerciale attraverso l’innalzamento di barriere tariffarie dal valore di centinaia di miliardi di dollari per anno secondo una logica di neo-nazionalismo economico. Berlino e Pechino sono partner di Washington in numerosi campi, ma allo stesso tempo sono ritenuti dei rivali per via del loro incredibile potenziale umano, economico e militare, che se, sviluppato completamente, accelererebbe il declino dell’impero americano.

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Restando sul tema Berlino-Washington, nel libro viene trattato in maniera approfondita il caso Volkswagen, meglio conosciuto come Dieselgate, costato all’impresa il pagamento di 4 miliardi e 300 milioni di dollaridi ammenda al governo degli Stati Uniti. Lo scandalo è sicuramente partito da errori commessi in sede di impresa, ma il modo in cui è stato gestito e strumentalizzato già all’epoca spinse numerosi politologi ed analisti internazionali a sospettare che dietro il comportamento statunitense si nascondessero dei motivi “altri” alla semplice punizione della casa automobilistica, ossia un monito alla Germania. La globalizzazione economica ha trasformato la guerra e gli Stati, investendo di rinnovata importanza le multinazionali, la difesa dei mercati interni e la penetrazione di quelli esteri, dando il via ad una stagione di competizione imperialistica fra le principali potenze mondiali per la conquista di territori e risorse che non conosce limiti di spazio e regole.

In questo contesto di rinnovato bellicismo – spesso e volentieri difficile da cogliere anche per un occhio esperto perché nascosto sotto le mentite spoglie di pacifici accordi di libero scambio miranti allo sviluppo e al progresso dei contraenti, o perché espresso in forma di attacchi speculativi sui mercati finanziari attribuiti a investitori isolati e spregiudicati, in realtà operanti per conto terzi – si rende utile quanto necessaria la lettura di opere illuminanti, partorite per aiutare a far luce sul caotico ordine internazionale sorto con la fine del secolo delle ideologie.

MIUCCIA E 20 MILIONI DI PRIORITÀ.

andreagiacobino.com 8.8.18

«I numeri non sono la priorità della nostra esistenza. La priorità è fare bene le cose che ci piacciono: più del business ci interessano le idee in cui crediamo». Così parla Miuccia Prada in un’intervista a “Vanity Fair” in edicola. Ma qualche dubbio sulla “non priorità” dei numeri è lecito porselo a proposito della superstilista che proprio in questi giorni sta incassando 20 milioni di euro. E’ il frutto della distribuzione di parte delle consistenti riserve della Ludo, la società di cui Miuccia è proprietaria al 100% e che detiene il 53,8% di Bellatrix che a sua volta possiede il 65% di Prada Holding (di cui l’altro 35% è del marito Patrizio Bertelli), a monte della omonima griffe quotata.

Ludo, infatti, ha chiuso il bilancio civilistico 2017 con un utile di 34,2 milioni rispetto ai 32,3 milioni di un anno prima perché la cedola proveniente da Bellatrix è salita da 37 a 39,2 milioni. Il profitto è sì stato riportato tutto a nuovo dall’assemblea soci di pochi giorni fa che ha però poi deliberato di distribuire a Miuccia parte delle riserve per un importo di 20 milioni, dopo i 10 milioni che la stilista si era già distribuita a inizio 2017. La cassaforte di Lady Prada ha nel forziere immobili per 77,8 milioni (tra cui il prestigioso palazzo veneziano Ca’ Corner che ospita la Fondazione Prada), il controllo di Bellatrix in carico per 440 milioni e un ricco portafoglio di obbligazioni che vale 140 milioni ed è amministrato da JP Morgan.