VIA DA VEGAS! – LA CONSOB ERA A CONOSCENZA DAL 2013 DELLA SITUAZIONE ECONOMICA DI BANCA ETRURIA: LA CORTE D’APPELLO DI FIRENZE DÀ RAGIONE A BANKITALIA E SMASCHERA L’OPERATO DELL’AUTORITÀ SOTTO LA PRESIDENZA VEGAS – ANNULLATE LE SANZIONI A EX SINDACI E CONSIGLIERI: LA TESI DIFENSIVA DELLA CONSOB SBUGIARDATA DAI DOCUMENTI DI VIA NAZIONALE

dagospia.com 10.8.18

Francesco Spini per “la Stampa”

vegasVEGAS

La Corte d’ Appello smaschera la Consob dell’ era Giuseppe Vegas, annulla le sanzioni inflitte un anno fa a ex sindaci e consiglieri di Banca Etruria e dà indirettamente ragione a Banca d’ Italia.

In nove pagine di sentenza la Corte d’ Appello di Firenze dimostra come l’ assunto della Consob con cui aveva giustificato il ritardo dell’ avvio del procedimento sanzionatorio per le carenze informative nel prospetto informativo dell’ aumento di capitale del 2013, non avesse fondamento. L’ inchiesta era partita solo nel 2016, ben oltre quindi i 180 giorni previsti dalla legge, a quasi tre anni dai fatti.

STS HITACHI CONSOBSTS HITACHI CONSOB

Consob ha sempre sostenuto che «la constatazione delle ipotesi di violazione contestata è stata possibile solo in base agli elementi informativi scaturiti e documentati negli atti che sono stati acquisiti in data 12 maggio 2016».

Si tratta di tre documenti della Banca d’ Italia che illustravano lo stato di sostanziale dissesto della banca. Ma la Corte scrive che «la tesi difensiva della Consob», peraltro sostenuta a tutti i livelli, perfino nelle audizioni parlamentari nella commissione Casini (Vegas disse che le sintesi trasmesse da Via Nazionale erano incomplete), «non trova riscontro nei documenti».

protesta dei risparmiatori davanti banca etruria 7PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 7

È dimostrato, secondo i giudici, che «ben prima» del 12 maggio 2016 «Consob era sicuramente venuta a conoscenza di documenti di Banca d’ Italia inerenti la situazione economico-patrimoniale» di Banca Etruria.

Due dei tre documenti di Bankitalia, i più importanti – secondo la tesi difensiva del’ avvocato Renzo Ristuccia e accolta dai magistrati – erano a conoscenza di Consob fin dalla fine del 2013.

VEGAS E CASINIVEGAS E CASINI

Una prima nota di via Nazionale che lamentava tra l’ altro «la carente funzionalità dell’ organo amministrativo, privo di competenze specifiche, l’ inadeguata azione della direzione generale, la limitata incisività ed indipendenza delle unità di controllo interno hanno determinato l’ insufficiente reattività strategica della banca…» è stata ricevuta il 6 dicembre del 2013: lo dimostra il timbro di ricezione e la richiesta, del medesimo giorno, che Consob invia a Banca Etruria di «emettere un comunicato stampa per dare notizia al pubblico dei profili di criticità emersi dalla verifica ispettiva della Banca d’ Italia». Comunicato poi emesso il giorno successivo.

protesta dei risparmiatori davanti banca etruria 11PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 11

Un altro timbro, sempre del 6 dicembre 2013, certifica la ricezione di una nota riservata di Via Nazionale in cui si specifica con chiarezza che la banca «non è più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento».

maria elena boschi banca etruriaMARIA ELENA BOSCHI BANCA ETRURIA

L’ autorità di mercato, insomma, sapeva fin da fine 2013 l’ ex banca popolare era sull’ orlo del commissariamento a meno che non si fondesse con una banca più grande. E sapendo questo «delle due l’ una- notano i giudici- : o si riteneva (o quantomeno si sospettava) che il prospetto pubblicato pochi mesi prima non avesse dato contezza di ciò e quindi sarebbe stato falso e fuorviante», come poi Consob contesterà nel 2016, «ma allora Consob doveva cominciar subito l’ indagine; oppure si accertava che il prospetto aveva rappresentato correttamente al pubblico degli investitori la situazione economica della banca emittente, ma allora non si poteva irrogare alcuna sanzione».

fotomontaggi maria elena boschi e banca etruria 9FOTOMONTAGGI MARIA ELENA BOSCHI E BANCA ETRURIA 9

Fatto sta che di fronte alla richiesta dei cinque ricorrenti (l’ ex presidente dei sindaci, Massimo Tezzon, gli ex sindaci Paolo Cerini, Gianfranco Neri, Carlo Polci e il consigliere Andrea Orlandi) la Corte d’ Appello annulla la delibera della Consob e le conseguenti sanzioni. Condanna l’ autorità al pagamento delle spese processuali e a una discreta figuraccia.

Troll Russi, Twitter e la Costante Esigenza di Identificare un Nemico Pubblico

comedonchisciotte.org 10.8.18

DI MICHELE PUTRINO

medium.com

In questi giorni l’intero giornalismo mainstream si è scatenato alla notizia che, forse, i russi si fossero messi a influenzare il pensiero politico degli italiani attraverso la creazione di finti account su Twitter. Un allarmismo esagerato e risibile se non fosse che dietro si nasconde qualcosa di molto serio.

Twitter: il social dell’élite

In pochi tra i giornalisti e i politici se ne rendono conto ma per il grande pubblico Twitterè solo il nome di un social spesso citato in TV e nulla più. Sì perché, come l’ultima indagine condotta da We Are Social in collaborazione con Hootsuite dimostra, Twitter non solo è il social network che, nel mondo, è di gran lunga meno usato rispetto a Youtube, Facebook e Instagram ma, in Italia, si trova addirittura dietro a Google+, social di cui molte persone ignorano addirittura l’esistenza! Eppure il caso “troll russi” è scoppiato proprio a causa di eventi accaduti su Twitter. Ora, immaginando che il lettore sia già a conoscenza di questa storia, passo subito ad analizzare la questione.

Considerando che è semplicemente ridicolo pensare che 1500 tweet possano seriamente influenzare la politica italiana e che questi nulla hanno a che fare con il governo russo — come ha dimostrato la rivista Wired — sorgono spontanee due domande. La prima è: visto che Twitter è così poco influente sul grande pubblico, perché tutta questa ossessione per quello che accade su quel social? La seconda invece è: e perché esiste questa costante esigenza di identificare come nemici i russi? Alla prima domanda è facile rispondere: perché essendo molto attivi su Twitter soltanto giornalisti e politici, questi si alimentano a vicenda fino a cadere nella classica illusione di credere che tutto il mondo si trovi lì. Già perché, come qualsiasi esperto di comunicazione sa bene, noi amiamo e riconosciamo solo ciò che è simile a noi e che, a sua volta, ci riconosce. Di conseguenza diventa estremamente palese il fatto che ad alimentare il caso “troll russi su Twitter” siano stati proprio alcuni politici e giornalisti che hanno prontamente riportato il caso sui grandi media mainstream, nella convinzione che ciò che riguarda Twitter sia grave. Un errore grave non soltanto perché fa vedere:

  1. l’estrema non-conoscenza del sistema comunicativo contemporaneo da parte di alcuni politici e giornalisti;
  2. che la strumentalizzazione di questi tweet “sospetti” è partita da chi è abituato a vedere Twitter come social principale e non certamente da qualche struttura statale o privata che ha conoscenze professionali tali da non commettere certamente questi errori da principianti;
  3. tentando di attaccare una controparte politica o ideologica attraverso questi metodi, si spinge il grande pubblico a guardare con sospetto queste notizie che ruotano intorno al “mondo” Twitter. Sì perché il principio del “rifiuto ciò in cui non mi riconosco” vale anche per la gente comune, che è la maggioranza; e dato che Twitter non appartiene ai più, inevitabilmente la maggioranza tenderà a non “assorbire” questo tipo di notizie ascoltando, invece, chi gli parla “direttamente” attraverso un social a loro più vicino (come accade, ad esempio, con gli esponenti di Lega e M5S con Facebook).

La Russia, nemico pubblico di progressisti e globalisti

Insomma, in estrema sintesi, è abbastanza palese che dietro al tentativo, parecchio maldestro, di far scoppiare il caso “troll russi” su Twitter ci siano alcuni politici e giornalisti che vedono con terrore il fatto che questa nuova visione politico-culturale, che si sta diffondendo rapidamente e che rifiuta la visione progressista e globalista che ha regnato incontrastata gli ultimi decenni, possa affermarsi definitivamente. E, dato che la Russia, ormai da decenni, si è posta come “missione” il respingere questa visione progressista e globalista e, quindi, a difesa della visone tradizionale della vita, va da sé che la Russia diventa, per i così detti “poteri forti globalisti”, il nemico pubblico numero uno. Inoltre, questa situazione va a soddisfare un’esigenza psicologica fondamentale per i popoli, e cioè quella di avere un nemico pubblico da combattere.

Nella regola numero tre del mio ebook La mente dello stratega scrivevo:

Avere un nemico è necessario: consente di concentrare le forze verso una ben determinata direzione e, così facendo, aumenta l’efficacia dell’azione. Inoltre, questo orientamento delle proprie forze fa sentire sani e incredibilmente vivi. […] Per sentire la vita è necessario il contrasto. Senza contrasto, infatti, sarebbe impossibile anche camminare. E il nemico, nella vita, è il necessario contrasto che ti permette di avanzare.

Quale miglior nemico, dunque, della Russia e dei russi? Nell’immaginario collettivo occidentale, infatti, dopo decenni e decenni di Guerra Fredda in cui tutto ciò che proveniva dalla Russia era descritto e rappresentato come “mostruoso”, questa immagine “negativa” è rimasta più o meno inevitabilmente impressa. E oggi la parte progressista della politica occidentale sta provando in tutti i modi a riattizzarla con l’obiettivo di spegnere l’ultima sacca di resistenza tradizionale e far proseguire, con le buone o con le cattive, in ogni modo il progressismo. Ecco quello che si nasconde dietro alle vicende come quella dei “troll russi”.

Si sta combattendo un’enorme guerra ideologica a carte coperte: prendetene coscienza.

 

Michele Putrino, Esperto in Leadership e Comunicazione

Fonte: https://medium.com

Link: https://medium.com/@ItPutrino/troll-russi-twitter-e-la-costante-esigenza-di-identificare-un-nemico-pubblico-c7e3c4a6019c

8.07.2018

Monarchia Universalis

alcesteblog.blogspot.com 7.8.18

05

Certe questioni andrebbero adagiate sul lettino dell’anatomista; spesso, però, si preferisce un coltello da squartatore.

La questione della globalizzazione, a esempio. Sarebbe bene eliminare questo termine, ormai usurato da vani e opposti estremismi.
Le parole vanno e vengono.

Sostituirei globalizzazione con Monarchia. Universale.

Monarchia è ciò che ci attende, al di là degli strepiti decennali che ci hanno ingannato.

Ricordo, in una tramissione di RAI3 del 1992, Milano, Italia, un neroricciuto Gad Lerner esibire sul palco, come fa l’imbonitore coi propri mostriciattoli, Maurizio Boccacci, allora guida spirituale del movimento Meridiano Zero, di matrice filofascista o parafascista (o consonante a quel che rimaneva del fascismo).

Nel 1992 si stava cucinando, almeno per l’Italia, provincia ancora opulenta, ma arretrata ideologicamente, il Mondo Nuovo a venire.

Lerner aveva il compito di introdurre, al pubblico esterreffatto dal crollo del regime post ’45, un nuovissimo dramatis personae (ovvero i soggetti che avrebbero dominato la scena sino a oggi) apprestando, al contempo, con finta premura, l’exeunt omnes di ciò che più non sarebbe servito alla Monarchia incipiente.

Da una parte si ebbe, quindi: la Lega Nord, i vagiti berlusconiani, i cattolici dialoganti all’acqua di rose, i sindacalisti con l’asso della pace sociale nella manica sinistra, i socialisti a pois rosa; dall’altra la garbata damnatio memoriae del comunismo, del fascismo e del popolarismo cattolico ovvero dei tre pilastri ideologici del secolo – un recare all’uscita della Storia che Lerner approntava con qualche salamelecchio e un furbesco accento liquidatorio grazie all’esibito anacronismo dei rappresentanti più estremi o più irriducibili.

In uno di tali caravanserragli in seconda serata comparve il predetto Boccacci, un po’ impacciato, e sicuramente emozionato nel vedersi catapultato agli onori del disonore, e buono a declamare la propria ribellione antitecnocratica, antiusuraia, antimondialista. La globalizzazione, lui, infatti, la chiamava mondialismo. Lerner lo mise, ovviamente, sui ferri roventi dell’antisemitismo, come un San Lorenzo martire, stuzzicandolo su banche, usura e compagnia cantante. L’intento era quello di ricondurlo alla zuppa fascista (a ciò che gli antifascisti credono sia il fascismo), ricca di Pound, Jünger, Mussolini, Bombacci, fagioli e patate, in modo da rassicurare l’elettore babbeo allora in incubatrice: visto? son sempre gli stessi, le minestre non cambiano, dio che noia questi fascistoni, dobbiamo liberarci da tale vecchio ordine che appesantisce il passo al nostro paese e rinnovarci con gli stivali delle sette leghe dell’apertura al mondo! La speranza sorge davanti a noi! Avanti coi referendum e la concertazione! Dopo il gelo degli anni di piombo scaldiamoci al sole del progresso!

Boccacci e il mondialismo esaurirono le comparsate in breve tempo.

Da destra si comprese poco del rischio Monarchia.

Si era ancora prigionieri di una visione angusta, ottocentesca, del potere. Si andava avanti colla benzina dell’anticomunismo.

Fu poi la volta dei compagni. Nel 2001, a Genova, il mondialismo fu ribattezzato, in pompa magna, globalizzazione. Lì si cambiava il mondo! Naomi Klein! La decrescita felice! José Bové! Slow food! Orti urbani! Bandiera arcobaleno!

Qui la storia ebbe maggior successo di vendita.

L’antiglobalizzazione a sinistra permetteva discrete tirature e vendite in crescita di fanzine, magliette e spray.

I no-global durarono almeno tre anni, poi divennero global e si limitarono a condolersi sul cadavere di Carlo Giuliani.

Anche qui si era prigionieri, tuttavia, di una credenza inscalfibile: a destra sono tutti cattivi e Bush è il più cattivo di tutti. Anche Clinton è cattivo, in fondo, ma un po’ meno.

Intanto, nel mondo reale, grazie ai referendum usa e getta di Mariotto Segni (debitamente filtrati da Sergio Mattarella) e all’inchiesta ciclonica Mani Pulite, la Repubblica era stata rifondata secondo i dettami della pace e della bontà. A Gianfranco Fini, D’Alema, Berlusconi, Bertinotti, Bossi, Buttiglione e compagnia era stato affittato una magnifica ribalta da Pulcinella su cui menare fendenti con randelli di gommapiuma. Sinistra e destra, destra e sinistra, va bene, scanniamoci pure, e mi raccomando: nel tiro alla fune tiriamo su un bel polverone. E poi il conflitto d’interessi! Le 35 ore! Le cartolarizzazioni! Tutte barzellette per distrarre una opinione pubblica che ancora credeva a tali furiose ammucchiate wrestling dove The Ultimate Warrior e The Millior Dollar Man, debitamente attizzati, si affrontavano con gran spreco di versacci e sudore, davanti a un pubblico di babbei strabuzzati, prima di farsi assieme una bella pizza ristoratrice: debitamente rimossi belletti e truci vociferazioni.

Intanto, oltre Giove e l’infinito, il potere, dietro la cortina di urla e cannoneggiamenti, masticava lentamente il boccone.

L’Utopia. La Monarchia.

Dominare il mondo riducendolo all’unità irreversibile; alla pace eterna; un mondo senza più dissensi al suo esterno poiché senza più esterno; e senza dissensi al proprio interno grazie ai nuovi ritrovati: diritti civili estremi, soppressione del passato, pornografia, legalizzazione del crimine, sdoganamento delle perversioni quali nuances della personalità, fine dell’economia statale e inizio del regno dei mercanti ubiqui, denaro digitale, assistenzialismo a doppio taglio.

Le guerre in Jugoslavia e in Medio Oriente, la pressione politica durissima contro l’Iran e i dissidenti di regime (Corea, Cuba et cetera), la liquidazione degli antichi complici e delle vecchie parole d’ordine, ormai consunte; il politicamente corretto come censura  totale; lo svuotamento controllato degli Stati nazionali. Gli Stati: eviscerati dei loro afflati socialisti (scuola, lavoro, salute) propri agli ordinamenti del dopoguerra e tenuti in vita solo per utilizzarne le bocche da fuoco repressive – fisco, magistratura e polizie – le uniche ancora effettive, in modo da tenere a bada la crescente pauperclass (e in attesa della sublimazione in un fisco, in una magistratura e in una polizia a livello centralistico: europeo; e poi mondiale).

Qui si alzò una nuova cortina fumogena.

Se da una parte ci si accapigliava fra destri e sinistri, dall’altra, in parallelo, ci si scontrava fra liberali liberisti e socialisti statalisti. I primi si dolevano dell’invadenza statale in tema di tasse e regole addebitandola ai “comunisti” regolamentatori; dall’altra si piangeva sulla scomparsa del welfare ascrivendo tale colpa al thatcherismo d’assalto.

L’oppressione fiscale (Equitalia!) e la distruzione del regime pensionistico (le riforme!), a esempio, avanzavano indisturbate sotto la stessa bandiera; i capponi della controinformazione, tuttavia, invece di individuare il quartier generale comune dell’offensiva, continuavano a beccarsi tra di loro rinfacciandosi colpe in nome di un’ideologia consunta e inesistente. Statalista! Ladro di economia! gridava il liberista con la fabbrichetta a Belluno. Affamatori del popolo! Reaganiani! urlacchiava il dirimpettaio con la pensione retributiva ministeriale.

In tale marasma non potevano mancare i Soloni: debito, diagrammi, statistiche, moneta, contromoneta, inflazione, cambio … il suk del depistaggio, ipnotico e assordante, si arricchì dei protagonisti d’un Grand Guignol esilarante fissato, nella consuetudine televisiva, in maschere simboliche da commedia dell’arte: il ribellista, il conservatore, l’alto studioso con la cattedra di Equilibrismo Dinamico Monetario all’Università di Freedonia o di Alto Intrallazzo Macroeconomico nel Centro Studi della Fondazione Ausonia, il tradizionalista, lo squatter, il reazionario, il rivoluzionario di destra, il rivoluzionario da terrazzo, il filomigrante, i chattatori compulsivi, gli svizzeri ecumenici, i bastonatori della Suburra, gl’incensieri vaticani, i prodiani dialoganti a destra, i pontieri berlusconiani col volto da manichino psicopatico.
Lo spettatore aveva una scelta infinita di guitti per non capire nulla del gioco sotteso; un gioco da bambini, semplice, semplicissimo, una verità esposta in evidenza, eppure sistematicamente ignorata: e il gioco avanzava le sue pedine, dal Vicolo Corto al Parco della Vittoria, impassibile e indisturbato.

Ormai è troppo tardi. Si può solo rimanere stupefatti della velocità del corso degli eventi. Ma anche questo è comprensibile se ricordiamo la fulminea risposta di quel personaggio di Maupassant o di Hemingway: “Come ti sei ridotto così?“, gli domandano. E lui: “Un poco alla volta. E poi tutto insieme“.
Un lavorìo di decenni, e poi tutto insieme.

La Monarchia è a un passo dalla vittoria finale. Ci sono da dirimere alcune questioni, è vero, da ultimare trattative … da tratteggiare zone d’influenza … un decennio, due … poi vivremo una notte infinita.

La dittatura edonista. La Monarchia altruista.

Mi ricordo un romanzo di James G. Ballard, Deserto d’acqua (The drowned world, 1962). Tradotto in seguito, più adeguatamente, come Il mondo sommerso.

Le calotte si sono sciolte ai Poli, la Terra è invasa dalle acque, la civiltà termina il proprio ciclo. I sopravvissuti si adattano lentamente al nuovo ambiente, ricco di una vegetazione mostruosa – giganteschi cespugli di gimnosperme, felci – e di una fauna che, lentamente, grazie al ritorno d’un clima antidiluviano, si accresce di entità anfibie triassiche che preannunciano l’era dei dinosauri: lucertole con pinne dorsali, alligatori, zanzare grandi come libellule. Un sole infuocato domina su distese d’acqua indifferenti: water, water everywhere! … tempeste termiche si gonfiano e svaporano sopra lussuosi hotel dai corridoi liberty insidiati dalla putrescenza: residui dell’edonismo turistico.

Kerans, il protagonista, si aggira fra le macerie di ciò che fu registrando la regressione dell’umanità a pulsioni primeve. I cambiamenti esterni si riflettono nell’interiorità. L’orizzonte desolato, sterminato, umido e marcescente, rotto solo dallo sciaguattio dei pelicosauri, rovista nell’animo degli ultimi uomini predisponendoli a una inevitabile regressione morale e intellettuale. Si torna a ciò che si era stati, devoluzione. Vorrei essere un paio di ruvide chele trasportate sul fondo dei mari, cantava Thomas Eliot, l’altro profeta inascoltato, mentre presagiva baluginanti immagini del Mondo Nuovo.

Per cambiare una società alle radici non occorre indottrinare i suoi componenti. Basta mutare il panorama morale e intellettuale. Gli uomini si sono adattati alle felci e alle gimnosperme del politicamente corretto di loro spontanea volontà. Equivocano tutto ciò come scelta: è questo, infatti, il demonico retaggio dello Spirito dei Tempi che aleggia in alcune epoche come un soffio avvelenato e mortifero. Si crede di agire; in realtà si è agiti dai fondali psicostorici dipinti dal sabba dei persuasori occulti. Oggi gridiamo all’accoglienza, all’apertura, all’immoralità morale per gli stessi motivi. Per questo il politicamente corretto della massa a volte s’indurisce come fanatismo: ognuno crede d’essere la espressione pura della libertà, ma quando è interrogato a fondo non può che mostrare o smarrimento (e negare l’innegabile) o una plateale arroganza. Questo il Mondo Nuovo! L’abbiamo voluto noi! Inutile mostrargli gli strappi nelle quinte, i cieli di cartapesta, i pupazzi seduti in platea; essi hanno fede: è lo Spirito dei Tempi che lo esige.

Noi Italiani viviamo ciò che gli Americani, più avanzati nella fase della distruzione umana, hanno vissuto prima di noi. È bastato importare quello stile di vita, quel deserto d’acqua, in cui già era tutta la Monarchia Edonista, e l’Italiano ha cominciato a mutare velocemente: ed eccoci qua, prigionieri di comportamenti che ci erano sconosciuti: insofferenza l’uno all’altro, solitudine, isteria, malattia mentale, stress, voglia d’escapismo, ansia di dissoluzione, tentativi di costruire, all’interno del sistema, una società alternativa, estremizzazioni di comunità chiuse, voglia di riarmo, di survivalismo.

Ma quella non era l’America come questa non è l’Italia. Sono esperimenti sociali, riuscitissimi, tanto che, senza spargere una goccia di sangue, si sono mansuefatte intere moltitudini.

 

E il progetto va avanti! Senza violenza interna. Quella va riservata solo ai residui barbari. Questione di anni, ormai.

Cambia il mondo attorno a noi e noi regrediamo con esso.

Cosa gli si può opporre? Il sistema censorio ci bracca da vicino, i rifugi prossimi sono stati sterilizzati.

Essere completamente soli, senza alcuna responsabilità verso nessuno: questa una soluzione.

Scappare sulle vette: giusto.

Vivere una doppia vita.

Relegarsi in una sparuta colonia di nostri pari, onde aspettare la morte psicologica senza troppe ansie.

Ma sono tutte variazioni sulla sconfitta.

Un sole a picco su di noi, sferzante. Nessuna ombra. L’avvento dello Zarathustra di Nietzsche, della liberazione totale dell’uomo, della trasvalutazione di tutti i valori. Quand’ombra non rendono gli alberi.

(Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta, fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità: INCIPIT ZARATHUSTRA) …

Ma il lunghissimo errore era la vita; e ciò che permetteva la vita … chiuso l’errore finisce l’antica umanità. E la nuova non sorge libera, bensì schiava e senz’anima. Iloti.

L’uomo nuovo non ha sotterfugi da opporre al potere, è lì, sul tavolo operatorio, esposto a qualsiasi gioco. La trasvalutazione dei valori c’é stata! Certo!

Ora siamo assolutamente amorali e, perciò, assolutamente impotenti. Persi nel labirinto più sottile che si conosca: il deserto.

Inutile trovarvi punti di riferimento. Una torre, un cespuglio, un albero, un sasso qualsiasi! Non ce ne sono!

Siamo liberi, non vi sono impacci!

Siamo liberi … e terrorizzati da tanta libertà tanto da anelare il nuovo guinzaglio.

Liberi di servire … 

Liberi servi è il titolo del saggio che Gustavo Zagrebelski dedica alla leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij … Dostoevskij: Cristo non vuole la pace, ma la spada. E concede la vera libertà, attraverso la porta stretta o la cruna di un ago. Ma l’uomo vuole il pane, non la vera libertà. E vuole l’autorità che glielo provveda. Meglio servire, allora, un Cristo meno esigente, un Cristo al contrario, ovvero il Grande Inquisitore, che visse nel deserto come il Maestro e lo abiurò. E ora? Come un Monarca l’Inquisitore regna sugli uomini, assicurandosene la fedeltà totale in cambio d’una manciata di granaglie.

Qualcuno fugge … o tenta di farlo … ma dove può rifugiarsi in una Monarchia ove non cala mai il sole? Come un pollo all’ingrasso nel gallinaio universale … magari qualcuno si appiatta in un angolo, per un po’ … ma il destino, alla lunga, lo segna … stia buono, il pollacchione, il Buon Pastore al Contrario pastura tutti i giorni la granaglia del reddito digitale, e assicura il ricambio dell’acqua e un minimo di pulizia, persino la rete poliziesca contro le faine … lo fa vivere insomma, senza troppi pensieri … e nessuna voglia di ribellarsi, anche perché, per ribellarsi, occorre pensare molto e perdere tutto … certo, qualche versaccio ogni tanto va emesso per far capire che si è liberi … il chicchirichì … un sommesso chiocciolìo … lo scatto breve e furente d’un pollo con le ali mozze … in una pioggia di penne e polvere … il gallo si becca con i concorrenti … un po’ d’agitazione … il Buon Pastore intanto ride e raccoglie le uova … una frittatina stasera, un arrosto con patate domenica prossima … il Buon Pastore, che dona la vita per le sue pecore … o galline, per coerenza con la metafora …

Questo il governo zootecnico, la Monarchia Universalis che da tutti verrà accettata poiché non avrà le sembianze del dispotismo, ma dell’apertura e della tolleranza.

Non ci sarà bisogno nemmeno di forzare troppo l’uniformità, almeno i primi tempi … bastando l’inflessibilità della legge universale.
Il lavoro parrà estinguersi naturalmente così come i commerci fra privati.
Poche multinazionali, che non avranno bisogno di guadagnare o di farsi concorrenza, forniranno l’adeguato pastone spirituale e fisico.

Il Grande Fratello, il Benefattore, Ford, Coordinatore Mondiale, Joh Fredersen, Pacificatore – tanti nomi ha già avuto il Monarca. Quando la distopia sembrava lontanissima ne eravamo terrorizzati; ora che è realtà vi aderiamo con quel fatalismo in cui, inevitabile, si insinua un compiaciuto servilismo.

“Caro Babbo Natale, portami una pistola, un fucile, una spada…”

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Bloomberg – Trump non riuscirà a eliminare il surplus commerciale tedesco

Di Henry Tougha – Agosto 9, 2018 vocidallestero.it

Un articolo di Bloomberg aggiorna la descrizione dello scontro, solo apparentemente sospeso, tra Stati Uniti e Germania. Quest’ultima sta continuando ad accumulare surplus commerciali e surplus di bilancio da record, senza dare nessun ascolto alle lamentele. Lo squilibrio è destinato ad aggravarsi, da un lato con l’ottima ripresa economica degli Stati Uniti, dall’altro con le divergenti politiche monetarie della Fed vs BCE (la Fed aumenta i tassi, facendo rivalutare il dollaro, mentre la BCE continua con il programma di acquisto titoli che mantiene l’euro svalutato). Lo squilibrio del tasso di cambio viene finalmente e giustamente esplicitato come un nodo cruciale della disputa.

 

 

di Piotr Skolimowski e Catherine Bosley, 09 agosto 2018

 

Il surplus commerciale tedesco sembra destinato a restare elevato, per quanto Donald Trump faccia ogni sforzo per cercare di azzerarlo.

 

Il presidente americano ha accusato la sua “patria ancestrale” – suo nonno era un immigrato tedesco – di adottare pratiche commerciali sleali e ha minacciato la Germania di imporre dazi sulle importazioni di automobili. Se intende realizzare questa minaccia entro i quattro anni del suo mandato, il tempo sta per scadere.

 

Ad ogni modo i fondamentali economici che forniscono alle produzioni tedesche un vantaggio sull’export sembrano lì per restare, e in misura non secondaria questo è dovuto anche ai tagli alle tasse e al boom economico negli Stati Uniti, di cui Trump continua a vantarsi.

 

Se l’economia va bene, la gente compra automobili e altri prodotti esteri, e questo ovviamente aiuta le esportazioni tedesche”, ha detto Carsten Hesse, economista per Berenberg, a Londra.

 

Cosa significa un deficit  “gigantesco”?

 

In maggio Trump twittava che gli Stati Uniti avevano un “gigantesco deficit commerciale con la Germania”. Nel 2017 questo squilibrio era di 50 miliardi di euro, ovvero una parte cospicua del surplus globale dei paesi europei verso il resto del mondo, pari a 244 miliardi di euro.

 

In realtà la Germania non registra un deficit annuale con il resto del mondo dal 1951 (per gran parte di questo periodo, si intendeva la Germania Ovest), né un deficit mensile dal 1991. I dati di questa settimana mostrano che il surplus per quest’anno, fino a ora, è in linea con quello del 2017, e solo di poco inferiore a quello record del 2016.

 

In aumento

 

La Germania esporta più di quello che importa – da anni.

 

 

Acquistare tedesco

 

Nel secondo trimestre l’economia statunitense è cresciuta ad un tasso su base annua del 4,1%, superando di gran lunga la Germania, con un’espansione economica guidata dlla bassa disoccupazione e dai tagli fiscali di Trump.

 

Questo ha spinto verso l’alto la spesa per i consumi, e per i consumatori che vogliono spendere per automobili di lusso la Germania è un buon fornitore. I veicoli di case automobilistiche come Mercedes-Benz, BMW e Porsche hanno rappresentato il maggior valore di esportazione l’anno scorso. La BMW ha registrato un aumento del 2,8% delle unità vendute negli Stati Uniti nel corso della prima metà del 2018. La Germania è anche un importante fornitore di macchinari, prodotti chimici e apparecchi elettrici per gli Stati Uniti.

 

Un sacco di automobili

 

Nel 2017 le automobili hanno rappresentato la prima voce tra le categorie di export della Germania verso gli Stati Uniti.

 

 

Come è stato notato dal Fondo monetario internazionale in una dichiarazione di luglio, “nel breve termine il rimbalzo della domanda globale, parzialmente guidata dallo stimolo fiscale statunitense, sosterrà le esportazioni tedesche e l’elevato surplus commerciale della Germania”.

 

Una moneta debole

 

Il Ministero del Tesoro americano ha inserito la Germania – assieme alla Cina, alla Corea del Sud, al Giappone e alla Svizzera – nella sua lista di monitoraggio dei paesi che hanno un elevato surplus commerciale, un elevato surplus di partite correnti, oppure che intervengono sul mercato valutario. Il consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro, aveva già accusato la Germania di beneficiare di un euro “ampiamente sottovalutato”.

 

La moneta unica si è svalutata di circa il 13% rispetto al dollaro nel corso degli ultimi cinque anni. Questo dato però riflette l’economia dei 19 paesi dell’eurozona. Il FMI stima che il tasso di cambio reale effettivo sia di circa il 10-20 percento più debole rispetto a quello che la Germania avrebbe con una propria moneta sovrana.

 

Non ci sono prospettive che questo vantaggio venga eroso nel breve termine, a causa del fatto che una economia statunitense più forte  implica una divergenza di politica monetaria tra Federal Reserve e Banca centrale europea, che andrebbe nella direzione di una rivalutazione del dollaro.

 

Le aspettative sono che la Federal Reserve aumenti i tassi di interesse per la terza volta in un anno, a seguito della riunione di settembre, con una ulteriore manovra anche a dicembre. La BCE non interromperà invece il suo programma di acquisto titoli prima della fine dell’anno, e si è impegnata a mantenere i tassi di interesse al livello minimo record almeno fino a tutta l’estate 2019.

 

Un ampio divario

 

I tassi di interesse USA sono destinati a rimanere più alti di quelli dell’eurozona.

 

 

Solo discorsi

 

Le minacce di Trump di imporre dazi all’Europa sono più retorica che realtà, per il momento. Lui e il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker hanno concordato, lo scorso mese, di evitare di imporre alcun dazio finché le trattative sono ancora in corso.

 

La scorsa settimana la BMW ha affermato di non voler calcolare alcun potenziale impatto dei dazi sulle proprie previsioni di bilancio fino a che la situazione non avrà avuto uno sviluppo più chiaro. La Siemens, il maggiore gruppo tecnologico europeo, ha avuto una lieve flessione negli ordinativi dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo trimestre, ma per ora non c’è stato nessun “terremoto”.

 

Juncker si è detto d’accordo a mantenere l’impegno dell’Europa di acquistare una maggiore quantità di gas naturale dagli Stati Uniti, ma ha anche detto che questo carburante è più costoso, per la Germania, rispetto alle forniture che vengono dalla Russia.

 

Gli altri surplus

 

La Germania sostiene da tempo di non poter imporre alle proprie aziende di ridurre le esportazioni o ai propri consumatori di aumentare le importazioni, come mezzo per ridurre il surplus commerciale. Questo però non vuol dire che non ci sia soluzione. Il FMI ha raccomandato al governo tedesco di usare “l’intero spazio di manovra fiscale” a disposizione per aumentare la produttività, aumentare l’offerta di posti di lavoro e incoraggiare gli investimenti, poiché questo avrebbe aiutato a riequilibrare l’economia.

 

Il governo sembra però concentrato più che altro sulla riduzione del debito. È preoccupato del finanziamento delle pensioni e dei servizi di cui la sua popolazione sempre più anziana avrà bisogno, e per quattro anni ha accumulato surplus del bilancio pubblico.

 

Costruirsi una riserva

 

La Germania accumula surplus di bilancio [pubblico] da quattro anni.

 

 

Molte delle scelte politiche da parte tedesca sono in qualche modo comprensibili, se si guarda la situazione interna”, ha detto Oliver Rakau, capo economista tedesco alla Oxford Economics di Francoforte. “A mio parere dovrebbero essere intraprese delle misure per ridurre il surplus delle partite correnti, anche semplicemente perché avrebbe senso spendere i soldi in più dell’avanzo di bilancio, o darli alla gente”.

SPY FINANZA/ Per l’Italia è pronto l’arrivo di un Prefetto tedesco

Il declino dell’Italia potrebbe essere a un momento decisivo. Il Governo potrebbe di fatto aprire le porte al Prefetto tedesco in diverse occasioni evocato. MAURO BOTTARELLI

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Cari lettori, vi voglio dare un consiglio, se permettete. E lo faccio dal cuore e con il cuore: fate come me, mettetevi l’animo in pace, armatevi di pop-corn e patatine e godetevi con il distacco tipico di una liberatoria ineluttabilità, la fine di questo Paese. È giusto così. Anzi, è addirittura auspicabile. Una dignitosa eutanasia politico-economica, tanto per non tirare in lungo un’agonia che sta perdendo anche i crismi della tragicità, l’epica decadente ma maestosa della “caduta degli dei” e sta letteralmente tracimando in barzelletta, oltretutto scontata e sconcia. E la politica, la tanto vituperata politica, è solo la cartina di tornasole di un degrado generale, talmente ampio, ramificato, esteso e dilagante da tramutarsi giorno dopo giorno in metastasi: vale per tutto, informazione come cultura, senso civico come coesione sociale, tenuta etica come profilo valoriale. 

Basta guardarsi attorno: aprire un giornale, guardare la tv, fare una passeggiata nel centro storico, ascoltare i discorsi al bar. Fino a poco tempo fa temevo che il Paese fosse ormai sul baratro, destinato a una titanica lotta per sopravvivere: mi sbagliavo, siamo come un golfista improvvisato e saccente che non riesce a uscire dal bunker e se la prende, nell’ordine, con mazza, pallina, vento, sabbia, green. Tutto, tranne ammettere la propria incapacità. Nell’intervista che ieri apriva IlSussidiario, Mario Sechi sintetizzava in questo modo quella che a suo modo di vedere è l’unica, possibile via d’uscita a un epilogo tragico per governo e Paese, determinato dal caos dei mercati in autunno: «Un New Deal italiano in cui Salvini e Di Maio smettono di fare campagna elettorale e mettono insieme un trust di persone pensanti con il compito di elaborare un accordo rooseveltiano coerente che unisca Nord e Sud». Mi piace pensare che in questo Paese ci sia ancora gente che sogna, però il tempo dei sogni è finito. Game over. Salvini e Di Maio non possono smettere di fare campagna elettorale, per il semplice motivo che un istante dopo sparirebbero, fagocitati dal nulla che li contraddistingue, al netto di sparate buone per rappresentanti di padelle anti-aderenti in un mercato rionale. 

Guardate solo le ultime 36 ore, un esempio disarmante di come in realtà questo governo del cambiamento sia niente più e niente meno che un governo di cialtroni. Sul Def abbiamo sentito e letto tutto e il contrario di tutto: sì all’aumento dell’Iva per finanziare la flat tax, poi no all’aumento dell’Iva. Via gli 80 euro per finanziare la flat tax, poi marcia indietro. Per carità di patria taccio su questioni come l’obbligo vaccinale o la Tav o il fondo per le periferie, semplicemente perché il solo fatto di discuterle ci qualifica per quello che siamo in realtà: un Paese in via di sviluppo. E in grave ritardo, anche. 

Scusate, ma se voi foste la Commissione Ue o la Bce (e ho citato due organismi di fatto benevoli nei nostri confronti, ben altra cosa sono gli investitori privati, i mitici “mercati”), come valutereste un operato simile, al netto di un debito monstre e di dinamiche macro di una debolezza imbarazzante? Guardate questa schermata, è tratta dall’ultimo bollettino dell’Istat: se cala la domanda estera, leggi export, siamo al palo. Morti, abbracciati al nostro zero virgola di crescita come Leonardo Di Caprio al suo pezzo di scialuppa nella scena finale di Titanic

 

E in una situazione simile (ovviamente non imputabile al Governo attuale), con oltretutto la fine del Qe alle porte (quindi con pesanti ripercussioni sul servizio del debito, visto che l’80% delle nostre emissioni l’anno prossimo dovrà essere assorbito da soggetti privati e sul finanziamento extra-bancario delle imprese più grandi che non potranno più contare su emissioni allegre acquistate da Draghi), voi pensate di uscire dallo stallo e ripartire con il reddito di cittadinanza o la scritta “Nuoce gravemente alla salute” stampata sui Gratta e vinci? Per favore, siamo seri. Qui siamo di fronte a uno snodo che renderà il 2011-2012 una passeggiata nel parco e diamo il Paese in mano a Salvini e Di Maio? Dei 5 Stelle nemmeno parlo, visto che li ritengo la versione eterodiretta e meno intelligente di Scientology, ma della Lega sì, non fosse altro perché la conosco bene, avendoci vissuto all’interno per anni come giornalista de La Padania. E posso dirvi una cosa, mai cambiata di una virgola: si tratta di un partito a tre strati, come una torta. 

Ha una leadership mediamente incapace e infarcita di arrivisti e professionisti dell’accoltellamento alle spalle, una base fideistica che vive nel culto acritico della leadership di turno, ma ha la fortuna di avere uno strato intermedio di amministratori locali – anche ai massimi livelli, come i governatori di Regione – con i fiocchi. Davvero con i fiocchi. Non a caso, sono quelli maggiormente colpiti dalle purghe dei vertici, ontologicamente allergici alle persone capaci e ai non leccapiedi del capo di turno in via Bellerio. Si fa un gran parlare, probabilmente a ragione, del presunto esodo di parlamentari e amministratori da Forza Italia proprio verso il partito di Matteo Salvini, ma nessuno si è posto il problema più grande, nessuno ha davvero voluto fare la prova del nove: chiedere a governatori, sindaci, assessori o semplici consiglieri comunali cosa pensano del reddito di cittadinanza, della messa in discussione dei piani infrastrutturali e delle Grandi Opere, del “Decreto dignità” e della sue ricadute sul piano occupazionale. 

E sapete perché? Perché per quanto possano pubblicamente difendere la linea del partito e del governo, nel chiuso dei loro uffici e dei consigli comunali, si mettono le mani nei capelli. Per una semplice ragione: a differenza di chi sta a Roma e può permettersi il lusso di discettare sul sesso degli angeli o sul superamento del Parlamento per approdare alla democrazia diretta e di massa della Rete, alternando le discussioni con l’apologia del decotto di ali di pipistrello come rimedio naturale contro il morbillo, chi sta sul territorio deve preoccuparsi di far funzionare i mezzi pubblici, la raccolta dei rifiuti, l’erogazione dei servizi primari ai cittadini. E, nei centri più piccoli, magari di sostituire le lampadine e le panchine nel parchetto. Devono faree non parlare

Ecco perché quando sento avanzare l’ipotesi di cessare la campagna elettorale permanente, mi viene da ridere: e di cosa parlerebbero, di grazia, Salvini e Di Maio? Il primo campa a colpi di tweet da 13enne, neppure particolarmente intelligente, dalla spiaggia o dai comizi, mostrandoci cosa sta mangiando o cosa sta facendo ogni 30 secondi, come mostra plasticamente questa perla pubblicata ieri e destinata a finire nei libri di storiografia politica 

Matteo Salvini

@matteosalvinimi

Brioche alla , io vado!
Per rimediare agli errori del PD e aiutare gli Italiani c’è bisogno di tanta energia…😀

 

Vi pare che il ministro dell’Interno di un Paese del G7 possa mettere in Rete una decina di idiozie simili al giorno, al netto di quanto sta accadendo nel Paese e del minimo sindacale di dignità professionale richiesta dal ruolo che ricopre? 

Il secondo, invece, vive come in Truman Show solo attraverso le dirette Facebook, grazie alle quali sappiamo anche quante volte va in bagno e se ha digerito bene il pranzo, salvo poi chiedere tempo e pazienza a chi ha l’ardire di ricordargli che, finora, parole tante ma fatti concreti pochini: insomma, tutto trasparente e in tempo reale, senza filtri oppure mediato dal buon senso, magari un po’ novecentesco, dei tempi necessari per fare le cose per bene? Ah, dilemma. Ma un dilemma utile, perché altrimenti si correrebbe il rischio di guardare in faccia la realtà. La quale, ad esempio, nel caso di Salvini ci direbbe che – proclami e tweets a parte – gli sbarchi erano già calati a livello record con Minniti al Viminale (basta pagare i libici, non ci vuole l’acume di Churchill o l’arte mediatoria di Kohl per risolvere certi problemi, vedi la ricetta europea con la Turchia per blindare la “rotta balcanica”) e, al netto delle chiacchiere, il tanto pubblicizzato direttorio con Austria e Germania è passato in cavalleria, così come il grande successo ottenuto da Conte al Consiglio europeo, quello del “su base volontaria” che ci ha relegato a ruolo di potenziale hotspot d’Europa. 

Peccato che non più tardi di ieri la Germania abbia siglato un patto per il ricollocamento con la Spagna, alla vigilia dell’incontro fra Pedro Sanchez e Angela Merkel: e se il Paese che sta pagando maggiormente in termini di sbarchi la guerra interna all’Ue e quella personale del governo contro le Ong, si riavvicina a chi vuole blindare la frontiera Nord (con la Francia già in modalità fortezza), dubito che la missione Sophia – quella che, di fatto, vede i nostri porti aperti per legge – sarà cambiata in senso favorevole all’Italia, come millantato dal Governo. Ma non è questo il problema: il problema per Salvini è passare indenne l’estate e la sua emergenza sbarchi, arrivare con i consensi alle stelle in autunno. Poi si vedrà, magari pur di non dover affrontare l’umiliazione di dover ammettere che flat tax e rottamazione della Legge Fornero non si faranno mai, troverà l’alibi per rompere e tornare all’ovile, quello nei dintorni di Monza. 

È la realtà, signori: altrove i politici fanno i fatti, qui si limitano ai tweet e i post, cavalcando l’onda lunga del populismo. Di Maio, poi, non solo ha dato vita a un decreto che è riuscito nel miracolo di mettere d’accordo – nel giudizio negativo al riguardo – chiunque abbia lavorato realmente almeno 10 minuti in vita sua, ma ha anche trasformato il tavolo negoziale sul futuro della principale industria siderurgica italiana in una sagra di Paese, a cui erano invitati tutti. Talmente intelligente, come idea, da aver spinto il sindaco di Taranto, personalità vagamente parte in causa, a disertare direttamente l’appuntamento. 

E questi dovrebbero dar vita a un New Deal, capitanando un trust di cervelli competenti? Temo sia più facile che l’Udinese compri Messi e Mbappè insieme, giusto per farli allenare ma tenendoli poi in panchina, preferendo Behrami e Lasagna. Quindi, cari lettori e amici, mettetevi davvero l’animo in pace e, paradossalmente, sperate che i mercati facciano ciò che devono fare in autunno: ovvero, liberarci da questa fase terminale e farsesca di un declino che, questo va ammesso, ha radici lontane e non va certamente imputato interamente agli ultimi arrivati al potere. Sono solo dei curatori fallimentari da film di Totò, capaci però di fare danni accessori, visto che vogliono mettere mano e becco in cose da grandi, mentre mandano in malora il Paese: vedi l’indegno spettacolo da lottizzazione vecchia maniera delle nomine negli Enti e nelle aziende a controllo pubblico. 

Qualcuno, non mi ricordo chi, disse che l’Italia è un Paese straordinario che però necessita di un prefetto tedesco per tenerlo a bada e farlo funzionare. Lo penso anch’io e, forse, stavolta ci siamo davvero. E tranquilli, perché a pensarla così, con il passare ormai delle ore e nemmeno più dei giorni, sono sempre più elettori anche della Lega, fidatevi. Perché chi lavora e deve far quadrare i conti non ha tempo da perdere con la decrescita felice e la democrazia del web degli alleati di turno: deve pagare affitto o mutuo, bollette, rette scolastiche e spesa al supermercato. Attività terribilmente noiose e borghesi per le menti illuminate della Casaleggio Associati, forse, ma che restano il fondamento di ogni società civile e Paese sviluppato. Piaccia o meno. 

Dai, abbiate pazienza ancora qualche settimana. Poi, forse, insieme al clima più fresco arriverà finalmente anche il prefetto tedesco. E, stante la realtà, sarà molto meno cattivo di quanto non vi abbiano sempre raccontato. Soprattutto se sarete così rivoluzionari da vivere compiendo quotidianamente, nel vostro piccolo, un atto che ormai in questo Paese è visto come un’attività eversiva: fare il proprio dovere. Ma, soprattutto, fare

RETROSCENA/ Le manovre di Renzi per accaparrarsi il patrimonio della Dc

In apparenza Matteo Renzi si limita a mangiare pop-corn, in realtà lavora per il suo nuovo partito. E punta al patrimonio immobiliare della vecchia Dc. VINCENZO PAOLO CAPPA

Matteo Renzi (LaPresse)Matteo Renzi (LaPresse)

In apparenza Matteo Renzi si divide tra la sua nuova vita di star televisiva e il divano su cui sta disteso coi pop corn a godersi lo spettacolo del governo gialloverde. Ma è solo un’apparenza. Dietro l’immagine rassegnata e annoiata di Matteo fervono progetti, iniziative, manovre. E come sempre nello storytelling renziano la via per arrivare ai fatti è immobiliare. Altolà, non parliamo della noiosa storia della nuova casa di Renzi a Firenze, la villa in via Tacca sotto piazzale Michelangelo, indirizzo ultra chic con vista mozzafiato sulla città. La stampa ha fatto le pulci sull’acquisto, parliamo di un milione e 300mila euro coperti dalla vendita della casa di famiglia e mutuo agevolato del Banco di Napoli della Camera. Niente di importante, tanto più che da tempo Renzi cercava la casa della maturità, e ai giornalisti era sfuggito l’acquisto quasi completato e poi sfumato nell’estate del 2016, quando ancora abitava a Palazzo Chigi: al premier era piaciuto un intero piano nella via dello shopping dietro Santa Croce, l’affare saltò per un’impuntatura del venditore; i fiorentini, si sa, non si impressionano di fronte al potere.

Ben altri sono i sogni immobiliari di mezza estate del senatore di Rignano. In questa estate da soldato semplice Renzi ha messo gli occhi su una delle leggende più esplorate dai giornalisti di prima e seconda repubblica: il patrimonio della Democrazia cristiana. Tutti pensano che Renzi voglia rifare una specie di nuova Dc insieme a Berlusconi, nessuno sa che Matteo di mamma Dc vuole una sola cosa, le centinaia di sedi ancora aperte sotto l’insegna del Partito democratico.

Da Rizzo, Stella, Gabanelli in poi tutta la stampa italiana ha esplorato il mistero del patrimonio democristiano apparentemente evaporato in una storiaccia di società serbocroate che lo avrebbero acquistato e fatto sparire nel nulla. Peccato che le sedi siano ancora tutte lì, a vista delle piazze e dei corsi delle cento città italiane in cui Fanfani pretese che la Dc avesse una sede di proprietà. Eppoi ci sono i paesi del centro Italia, dove i comunisti non fittavano locali alla Dc, e dunque pure là Fanfani impose l’acquisto della sede.

Da anni questo immenso patrimonio è tornato nella disponibilità dei democristiani di sinistra: una parte c’era sempre stata, una parte torna per la soluzione dei casi giudiziari che avevano contrapposto i popolari alle società fallite e fuggite in Croazia. Conclusione: le case sono formalmente del Ppi di Castagnetti, ancora vivo e attivo come tutti i partiti della prima e seconda repubblica; sostanzialmente queste sedi sono appannaggio del Pd, i popolari essendo stati più generosi dei Ds che le loro se le son tenute o al massimo date in affitto.

Oggi Renzi accarezza assai concretamente l’addio al Pd, ed ecco l’oggetto del desiderio: il patrimonio della Dc, e zacchete, gli basterà cambiare l’insegna davanti a tutte le sedi del Pd. Chi non lo segue si ritrova di colpo senza sede.

Basta poco a Matteo per centrare il bersaglio. I popolari nel Pd sono un tantino in ebollizione: Fioroni a casa, non rieletto nella sua Viterbo, Marini fuori gioco da tempo, Castagnetti stanco del ruolo di ambasciatore del Quirinale che si è ritagliato. Custode dei beni è tal Luigi Gilli, un notabile di Reggio Emilia noto per essere stato una specie di badante del vecchio Scalfaro. Sarebbe proprio lui l’uomo su cui Renzi punta per la grande operazione immobiliare parallela al lancio della nuova creatura demo-renziana.

Il governo gialloverde mostra le prime crepe, i pop corn sul tavolino sono finiti e il senatore Renzi freme per tornare in campo. Ma stavolta con una casa tutta sua, perciò la sta cercando e forse ne ha trovate duecento tutte insieme.

Corrado Passera: come creare un disastro e poi lucrarci sopra

Una notizia che non avrà colpito molti, tranne gli addetti ai lavori della finanza. Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte…). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.

Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie imprese alle prese con problemi storici di liquidità gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.

Non è proprio così… Uno dei primi obiettivi della nuova banca d Passera è infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.

Per capire bene di che si tratta bisgna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.

Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.

Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroca stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).

Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziament di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare…

Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.

Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.

Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.

Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato… E invee no.

Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva provocato come ministro!

Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.

Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?

Si può fare, si può fare… Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.

Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.

Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.

Gruppo Zonin, a Sampieri le bollicine del Prosecco Summer Tour

ragusanews.com 8.8.18

Dall’aperitivo iniziale fino alla festa notturna, la tappa siciliana del Prosecco Summer Tour ha regalato ai sampiruoti un’occasione speciale
https://www.ragusanews.com//immagini_articoli/08-08-2018/gruppo-zonin-sampieri-bollicine-prosecco-summer-tour-500.jpgScicli – Si è concluso tra foto, musica, bollicine di vino frizzante e tanto divertimento, l’evento organizzato dal gruppo Zonin in occasione del Prosecco Summer Tour. Il Pappafico di Sampieri è stata una delle tappe della serie di aperitivi e feste notturne con le quali la nota cantina italiana porta il gusto del suo prodotto di punta sulle più belle spiagge dello Stivale.

Il famoso locale in provincia di Ragusa ha ospitato una serata interessante, caratterizzata dai prodotti e dai colori del brand, incentrata sul Prosecco e animata con un divertente contest Instagram, che ha premiato lo scatto dell’evento con più ‘mi piace’ sul social network con una bicicletta color teal, la tonalità ufficiale di Zonin vini.

Animazione e location a tema vini Zonin
Dall’aperitivo iniziale fino alla festa notturna, la tappa siciliana del Prosecco Summer Tour ha regalato ai sampiruoti un’occasione speciale per apprezzare uno dei prodotti italiani più rinomati anche all’estero. La coreografia, completa con ‘spara-bolle’ e totem a forma di bottiglia di vino, è stata curata da Zonin per dare alla splendida location sul litorale un tocco personalizzato con i colori e le forme delle bottiglie della cantina, e ha offerto ai partecipanti diverse occasioni di divertimento.

Il concept del ‘secret message’, per esempio, ha permesso di giocare con l’inchiostro invisibile e i colori delle luci UV disposte nella ‘secret room’, un perimetro color teal decorato con il logo di Zonin. Lo staff ha dato al pubblico delle sagome a forma di bottiglia su cui i partecipanti hanno scritto dediche e messaggi invisibili, da leggere poi con le luci ultraviolette disposte nel totem e nella secret room.

La festa al Pappafico ha evidenziato l’attenzione della casa vinicola nei confronti degli eventi a tema enologico. Lo storico produttore di Prosecco ha infatti riservato negli ultimi tempi molte risorse alla promozione, mirata a evidenziare sia la qualità che la grande versatilità del suo prodotto, perfetto per un aperitivo, una cena tra amici o una festa estiva in spiaggia. Il risultato al Pappafico di Ragusa è stato un party a tema molto originale, e un’occasione speciale per degustare in spiaggia le bottiglie di una delle aziende vinicole più famose.Dal mercato enologico locale ai tour internazionali, la storia di Zonin vini
Fondata nel 1820, la cantina decolla grazie all’impegno della famiglia dedicato alla gestione delle vigne per la produzione di vino Prosecco. A partire dai primi anni ’70 il brand decide di espandersi investendo nell’acquisto di vigneti in tutta Italia e sondando le ottime possibilità offerte dai mercati esteri, che manifestano vivo interesse per il Prosecco italiano.

Una storia di successi che culmina con la recente apertura all’ingresso di un socio di minoranza nel capitale dell’azienda, un’indiscrezione che la stampa ha interpretato come un segno della volontà del marchio di continuare a crescere e investire nei mercati internazionali.Oggi il Gruppo Zonin è uno dei principali esportatori di vino italiano e cura con particolare attenzione la propria presenza presso i maggiori eventi dell’enologia internazionale e locale.

Le tappe del Summer Tour esemplificano il concetto della promozione dei vini al giorno d’oggi, con eventi mondani che rivolgono grande attenzione al momento dell’aperitivo, l’occasione più classica per apprezzare il Prosecco, sfruttando anche la grande forza dei social network come Instagram, momenti divertenti ed interessanti per amanti dell’enologia e non. Serate all’insegna delle bollicine, che hanno visto il Pappafico di Sampieri ospitare un tour che ha esaltato il gusto e la frizzantezza di un grande prodotto

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Liquidazione banche venete, da Intesa crediti per altri 572 milioni

Vvox.it 10.8.18

Intesa Sanpaolo trasferisce altri 572 milioni di crediti in bonis ad alto rischio arrivati da Bpvi e Veneto Banca alle due banche in liquidazione: 494 milioni di esposizione netta e 78 di rettifiche. Dal bilancio semestrale 2018 pubblicato ieri emerge che la banca concluderà entro la fine dell’anno l’integrazione della rete estera ereditata da Veneto Banca in Albania, Croazia, Moldavia e Romania.

Sul fronte del contenzioso con gli ex soci delle banche venete su azioni e obbligazioni subordinate, «sono state avviate o riassunte nei confronti di Intesa alcune cause», rispetto alle quali l’istituto farà valere l’estraneità e la carenza di legittimazione passiva stabilita dal decreto di liquidazione di un anno fa. Come riporta il Corriere del Veneto a pagina 10, Intesa fa anche riferimento a quanto stabilito dalla Commissione europea in materia di aiuti di Stato, «che vietano a Intesa di farsi carico di qualunque pretesa di azionisti e obbligazionisti subordinati delle ex banche venete».

(Ph.Shutterstock)