Privatizzazione del Senatore Cappelli e ‘assalto’ ai grani antichi siciliani: al via la colonizzazione dell’agricoltura del Sud

inuovivespri.it 1.8.18

 

I vertici del CREA e della SIS oggi dicono di aver creato loro la filiera virtuosa del grano duro Senatore Cappelli. Facendo finta di non sapere che è stata la famiglia di imprenditori agricoli Accalai, in Sardegna, a rilanciare questa varietà iniziando a lavorare negli anni ’80. Esempio paradigmatico di come il Centro Nord Italia, dopo le banche, si vuole prendere anche il meglio dell’agricoltura del Mezzogiorno 

La chiamano ‘liberalizzazione’, in realtà è una ‘colonizzazione’, a tutti gli effetti, dell’agricoltura siciliana e, in generale, del Sud Italia. Un progetto cinico, portato avanti da tempo, ma che solo negli ultimi anni – che guarda caso coincidono con il centrosinistra a trazione PD alla guida dell’Italia e della Regione siciliana – ha preso forma e consistenza.

L’esempio paradigmatico è la privatizzazione della varietà grano duro Senatore Cappelli. Vicenda incredibile, ‘pilotata’ nell’ultimo scorcio del Governo nazionale di centrosinistra, con l’attuale Governo nazionale di Movimento 5 Stelle e Lega che, fino ad ora, è rimasto a guardare (agli atti, sembra incredibile!, c’è solo un’interrogazione dell’europarlamentare grillino eletto nel collegio Sicilia-Sardegna, Ignazio Corrao: poi il silenzio della Regione Sardegna, dell Regione siciliana, della Regione Puglia).

La cosa che fa impressione è lo spirito ‘coloniale’ con il quale il CREA – che pure è un organismo pubblico, visto che fa capo al Ministero delle Politiche agricole – oggi giustifica la creazione, di fatto, del monopolio sul grano duro Senatore Cappelli, varietà che fa parte della storia delle cerealicoltura del Sud Italia.

I signori del CREA e i bolognesi della SIS sostengono che sono stati loro a creare la filiera per la valorizzazione della cultivar Senatore Cappelli. Basta, però, andare sulla rete per accorgersi che la verità è un’altra.

Due anni fa – maggio 2016 – il giornale L’Unione Sarda.it – pubblicava il seguente articolo:

“A Tuili, paese della Marmilla, c’è il cuore della filiera che in Sardegna ha riportato in vita la coltivazione del grano duro Senatore Cappelli. È la Selet, una sorta di banca del seme di questa varietà di frumento, che – dopo un lungo lavoro di ricerca e selezione con l’ausilio degli esperti dell’Istituto nazionale di cerealicoltura – ha ottenuto l’esclusiva per la vendita del seme certificato. Santino Accalai, titolare dell’azienda in cui oggi lavorano anche le figlie Laura e Alessandra, iniziò questa avventura negli anni Ottanta, quando le colture di grano Cappelli erano ormai quasi scomparse”.

“Recuperai i semi a Nurri, grazie al proprietario del mulino che li trovò da un vecchio contadino”, racconta Santino Accalai.

“Oggi la filiera comprende – oltre agli agricoltori- anche mulini con le macine di pietra, panifici, pastifici, pizzerie. Tutti sotto il marchio del Consorzio sardo Grano Cappelli nato nel 2014 (presidente Laura Accalai)” (QUI L’ARTICOLO CON UN VIDEO).

Come si può leggere, in Sardegna hanno ricominciato a coltivare la varietà di grano duro Senatore Cappelli negli anni ’80.

In Sicilia invece hanno ricominciato a coltivare questa varietà negli anni ’90.

Per la cronaca, la varietà Senatore Cappelli è stata selezionata negli anni ’20 del secolo passato, ma già negli anni ’60 iniziava ad essere sostituita da varietà più produttive e di taglia più bassa per evitare l’allettamento (QUI TROVATE NOTIZIA PIU’ DETTAGLIARE SUL SENATORE CAPPELLI).

Tra l’estate e l’autunno del 2016 arriva la privatizzazione di questa varietà, a cura del Ministero delle Politiche agricole. Ribadiamo: una colonizzazione in piena regola, penalizzando chi già da anni operava con questa varietà.

Ecco un articolo pubblicato da La Nuova Sardegna, edizioni di Sassari.

Titolo:

Grano Cappelli, consorzio sardo beffato: invenduti 8000 quintali

Sommario:

Il passaggio dell’esclusiva agli emiliani blocca le vendite come varietà da semina. La Accalai: «Possibile commerciarlo solo per la macina, ma occorre fare in fretta»

Incipit dell’articolo:

“Montagne di grano duro ‘Senatore Cappelli’ invenduto: 8000 quintali. L’appello viaggia sui social: aiutateci. È il risultato dell’operazione che ha portatola bolognese SIS all’acquisizione dei diritti di certificazione sulla pregiata qualità, bloccando una filiera che solo a livello regionale conta un centinaio di aziende, ma ci sono ripercussioni anche nel settore bio nazionale”.

“Prima potevamo venderlo in tutta Italia come grano da semina – dice la giovane presidente del Consorzio sardo Grano Cappelli, Laura Accalai – era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile perché l’esclusiva l’ha vinta la SIS. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina”.

Questi sono i fatti. Proveremo a intervistare Salvatore Parlato, presidente del CREA e Mauro Tonelli, presidente della SIS.

Intanto un fatto è certo: all’impoverimento degli agricoltori siciliani si associa la ‘calata’ nella nostra Isola di soggetti che, con la Sicilia, non hanno mai avuto a che vedere.

Tonelli dice che la SIS ha investito in Sicilia. E noi gli crediamo: perché i grani antichi siciliani si possono coltivare solo nella nostra Isola o, al massimo, nelle Regioni del Sud e, grazie ai marcatori del DNA, in futuro sarà sempre più difficile spacciare ai consumatori derivati dei grani siciliani antichi fasulli.

In uno scenario in cui le truffe diventeranno sempre più difficili piombare in Sicilia e accaparrarsi i terreni dove produrre un grano duro che si vende a 80 euro al quintale, rispetto ai 18 euro al quintale del grano duro tradizionale è un grande affare.

Aria di affari da sviluppare in Sicilia ha sentito anche Oscar Farinetti, quello che passa per grande ‘esperto’ di agricoltura e che, appena un anno fa, diceva che i grani duri canadesi sono migliori dei grani duri del Sud Italia (COME POTETE LEGGERE QUI).

Com’era prevedile, dopo le banche, il Centro Nord si vuole impossessare anche dell’agricoltura del Sud Italia. Per fare questo ha bisogno di fare fallire gli agricoltori del Sud Italia: e a questo sta pensando la globalizzazione, con il grano duro canadese che sostituisce quello del Sud Italia (fino a un anno fa sfacciatamente, oggi, dopo le polemiche, sotto mentire spoglie) e con l’ortofrutta a prezzi stracciati (che in buona parte fa letteralmente schifo, in termini di qualità) che arriva da mezzo mondo.

Foto tratta da farina.click