ALITALIA/ Cdp, Eni, Fs, Boeing e Delta: la “pazza idea” per risanare la compagnia

Alitalia ha certamente migliorato la propria situazione e potrebbe fare un salto di qualità importante con un piano cui sta lavorando il Governo. SERGIO LUCIANO

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Ve la ricordate l’Alitalia? Quella che stava fallendo? Beh, è terza la compagnia aerea più puntuale d’Europa, dopo Iberia e Austrian Airlines. E sotto la gestione commissariale, instaurata per scongiurare il fallimento, ha generato anche un capitale circolante positivo per 94 milioni di euro. Da gennaio a giugno 2018, l’84% dei voli Alitalia è atterrato puntuale secondo la speciale classifica redatta dal sito specializzato e indipendente Flighstats. Meglio di British Airways (82%), Lufthansa (80%) e Air France (78%) – e della low cost EasyJet (78%). A livello mondiale, Alitalia è decima davanti ai tre principali player statunitensi: Delta Air Lines (82%), American Airlines e United Airlines (80%). Molto meglio degli anni scorsi.

È su queste basi – che si devono alla gestione dei commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari – che il governo giallo-verde ha deciso di non vendere più – sarebbe stata ovviamente una penosa svendita – gli asset della compagnia al “meno-peggior” offerente (in pole position la Lufthansa), ma di nazionalizzarla, statalizzarla. Schiere di economisti liberisti e consulenti di grandi gruppi finanziari privati sono pronti a stracciarsi le vesti per lo scandalo. Ma l’idea governativa è che Alitalia debba e possa essere un ingranaggio importante nella strategia di sviluppo dell’incoming turistico in Italia e della stessa immagine complessiva del Paese nel mondo, a patto ovviamente di non perdere più.

L’idea del Governo è di far intervenire dunque, al momento in cui il prestito-ponte di 900 milioni dovrà essere restituito, una cordata capeggiata dalla Cassa depositi e prestiti – o anche direttamente dal Tesoro dello Stato – e composta anche dalle Ferrovie, dall’Eni, dalla Boeing e dalla Delta Airlines come partner strategici. Le Ferrovie, per le evidenti sinergie commerciali che andrebbero sviluppate integrando, sulla terraferma e a livello commerciale, le tratte internazionali con i collegamenti ferroviari; l’Eni, per assicurare una linea di forniture di carburante preferenziale se non prezzi per efficienza; la Boeing, per permettere di acquistare, anche qui con le modalità agevolate tipiche di un rapporto tra parti correlate, 15 nuovi aerei da lungo raggio; e con la Delta, per sviluppare i collegamenti con il Nord America. Probabilmente al proprio interno Alitalia dovrebbe generare una low cost cui affidare il corto raggio, nelle tratte sensate.

Al vertice, un management di grandi capacità, verosimilmente lo stesso Gubitosi – che tra i tre commissari è quello che ha gestito effettivamente la compagnia in questi mesi – affiancato magari da competenze commerciali nuove. Su questa base è ovvio che la compagnia recupererebbe quella credibilità internazionale come partner commerciale che in questi mesi, commissariata, non ha potuto avere, senza per questo – miracolo nel miracolo – essere tagliata fuori dalle negoziazioni e senza per questo deteriorare le proprie performance.

Si parla poi di agevolare la rinascita costituendo un’altra – sarebbe l’ennesima – bad company dove far confluire parte del personale di terra, ma non con l’intento di chiuderla, bensì di risanare anch’essa, con la specializzazione. Un piano velleitario? Anche no, sulla scorta degli ottimi risultati commissariali. Ma capaci di suscitare il solito vespaio di polemiche. Anche perché c’è un esercito di persone che c’ha provato e non c’è riuscita, a risanare Alitalia. E che – come si dice a Roma – “rosicherebbero” non poco, constatando l’altrui successo.

Turchia e Lira ed Atomica. Le news non è economica, ma politica (Spoiler: i problemi economici ci sono da mesi ne scrivemmo a giugno)

 SCENARIECONOMICI.IT 11.8.18

 

Cari amici,

chi segue Scenari Economici ha letto sulla situazione economici della Turchia per almeno un paio di volte negli ultimi tre mesi. Mentre altri non riescono ad uscire dalle banalità, spesso stupide , della cronaca a SE cerchiamo di alzare la testa e dare uno sguardo in lontananza. Poi ci sono li gnomi che vanno in TV a dire vaccate, e permettetemi questo francesismo, offensivo per l’utile mammifero produttore di latte, ma veramente si sono sentite, o lette, cose che fanno dubitare del genere umano.

Fatta questa premessa riaggiorniamo i grafici della Turchia e vediamo cosa è cambiato negli ultimi giorni. Questi sono gli articoli originali di luglio

Turchia: deficit gemelli e carry trading portano giù la lira turca

https://scenarieconomici.it/turchia-deficit-gemelli-e-carry-trading-portano-giu-la-lira-turca/embed/#?secret=d8PTV592ox

e di giugno

Perchè l’Argentina e la Turchia non sono il Brasile….. (e neanche l’Italia)

https://scenarieconomici.it/perche-largentina-e-la-turchia-non-sono-il-brasile-e-neanche-litalia/embed/#?secret=4kEx21z22Z

 

Vediamo un po’ di dati freschi. L’andamento generale non è cambiato da come lo avevamo descritto a giugno-luglio. C’è stata un’accelerazione negli ultimi giorni di carattere politico, perchè le motivazioni della crisi degli ultimi giorni sono più politiche che economiche.

Ora il trend degli ultimi 10 mesi era per la svalutazione, ed economicamente non è cambiato molto, mentre il cambiamento è dal punto di vista politico, molto importante, ed avvenuto negli scorsi giorni. Prima aggiorniamo le questioni economiche, che non sono variate, e poi affrontiamo la vera emergenza, che è politica.

La Turchia presenta un forte disavanzo delle partite correnti, praticamente quasi mai positive negli ultimi 5 anni.

 

C’è stato un leggero miglioramento perfino a maggio, ma il saldo resta negativo.

Anche la componente commerciale della bilancia delle partite correnti è negativa, La turchia non riesce, ancora, ad avere un vantaggio sufficiente dalla propria svalutazione.

L’esportazione maggiore della Turchia è di carattere minerario, l’Oro (dati OCSE, 12 miliardi usd). Gli altri principali export riflettono l’Import, e caratterizzano il sistema industriale fragile e caratterizzato da “Fabbriche cacciavite”, in cui sfrutti solo il basso coto del lavoro per assemblare pezzi prodotti da altri. Se l’export è dal settore primario l’effetto della svalutazione è minimo. Non è che si trova più oro perchè hai svalutato…..

Ciò premesso vediamo che la Turchia, almeno dai dati ufficiali, non fa spese folli. Potrebbe entrare nella UE e magari  Cottarelli ne sarebbe fiero:

Delizia per gli austeri è perfino il debito… 28% del PIL.

Se passiamo a considerare la crescita, beh, tanta invidia:

Certo che il reddito pro capite comunque è in crescita, e parliamo dell’espressione in dollari , non in lire turche.

 

L’inflazione è esplosa, a questo punto:

La Banca Centrale di Ankara ha aspettato un po’ troppo ad alzare i tassi: la bilancia delle partite correnti negativa , commerciale negativa, la crescita fortissima ed un limitato, ma presente, deficit governativo comunque indicavano un’economia cresciuta troppo, con una politica monetaria troppo rilassata che aveva fatto esplodere le importazioni di un sistema industriale non ancora sufficientemente sviluppato. Alla fine la Banca Centrale Turca è intervenuta sui tassi, ma troppo tardi.

Quindi le cause del problema della Lira Turca sono sempre le stesse:

  • deficit gemelli, soprattutto di Partite correnti;
  • deficit di bilancia commerciale senza sistema industriale adeguato;
  • carry trade, dovuto alla svalutazione prevedibile, che rende semplice prendere in prestito in lire ed investire in valuta estera;
  • il tutto condito da motivazioni di carattere politico che, fino a luglio, hanno impedito l’effettuarsi di una politica monetaria restrittiva.

Ora una breve comparazione con l’Italia, solo per smetterla di sentire  vaccate su Italia Euro etc. vediamo le partite correnti italiane ed il tasso di inflazione core italiano.

Le partite correnti italiane sono positive, soprattutto per la componente della bilancia commerciale. Potremmo parlare del nostro sistema industriale, della composizione dell’export, ma non è questo il tema.

Poi l’inflazione è meno di un quindicesimo rispetto a quella turca, ed il nostro sistema economico è tutto, tranne che surriscaldato:

Poi capite perchè mi arrabbio: sento gente che si chiama, e fa chiamare “Economista” e spara vaccate incredibili, vergognose per la loro intelligenza. Io non mi scandalizzo per nulla,  se non per la malafede.

 

A luglio la Banca Centrale era intervenuto aumentando il tasso di interesse overnight, e questo avrebbe portato finalmente ad una soluzione di una parte dei problemi. Quindi nel medio termine ci sarebbe stata una risistemazione delle  partite correnti, soprattutto perchè il carry trading sarebbe stato molto meno conveniente. Purtroppo si sono inserite le motivazione, ben più gravi di carattere politico. Dopo lo “Strano Golpe” del 2016 Erdogan ha incolpato Fethullah Gulen, predicatore musulmano con ampio seguito in Turchia ma che vive negli USA, protetto dal governo Questo, insieme ad una serie di contrasti in, praticamente ogni campo, ha portato ad un conflitto diretto fra Washington ed Ankara.  Cerchiamo di riassumere le clausole del contrasto:

  • Fethullah Gulen ed il suo ruolo nel “Golpe”;
  • l’acquisto del sistema missilistico russo S-400, cosa che ovviamente non va bene nè al sistema industriale -militare USA, nè alla NATO, che non pul permettersi lo scambio di informazioni strategiche militari con Mosca;
  • il ruolo duplice, se non triplice, in Siria, dove la fazione Curda è appoggiata da Washington, ma combattuta militarmente da Ankara;
  • i contrasti con Italia e Cipro per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale fra Cipro e la Siria, che hanno portato ad un blocco, con mezzi militari, delle esplorazioni (caso SAIPEM);
  • i contrasti con la Grecia e gli USA per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nell’Egeo;
  • i contrasti militari con la Grecia per cattura di due soldati greci da parte dei turchi;
  • un pastore USA , Andrew Brunson, in arresto preventivo… per 600 giorni;
  • le sanzioni USA su acciaio ed alluminio raddoppiate;
  • la minaccia di un gruppo di deputati turchi di violare la base NATO di Incirlik ed arrestare un gruppo di ufficiali USA ;
  • la Turchia avrebbe un programma nucleare che, partendo da una base pacifica , potrebbe portare anche ad evoluzioni militari, come rivelato da ex membri del parlamento.

Le ultime due notizie sono particolarmente preoccupanti perchè la ase aerea NATO di Incirlik vede depositate almeno 10 bombe nucleari tipo B61 a caduta gravitazionale, niente di avanzato, ma abbastanza da costituire una grossa minaccia per i suoi vicini. Attualmente le bombe sono sotto controllo americano, ma, come avete appena letto, ci sono spinte ad occupare la base NATO che le custodisce, mente gli USA fanno partire aerei carichi di mezzi e di attrezzature nel tentativo di evacuarla. Dieci bombe nucleari possono essere un buon deterrente per minacciare i nemici della Turchia. Quali? Non l’Iran o la Russia, con cui attualmente ha buoni rapporti, ma l’Iraq, soprattutto la parte curda, anche se ora la leadership del Kurdistan iracheno ha buoni rapporti con Ankara, la Siria, ed i paesi europei, Grecia e Cipro in primis, che , pur essendo parte della NATO, sono anche nel controllo delle ricchezza naturali, che Erdogan vede come di propria spettanza.

In questa situazione si sta assistendo ad una possibile inversione delle alleanze, ma, nel considerare questa situazione, dobbiamo valutare alcuni fattori:

  • la popolazione turca è ancora in massima parte favorevole a Erdogan per la sua politica islamista, per il controllo dei media e per l’evidente crescita nella ricchezza dei cittadini che abbiamo visto con il PIL reale pro capite. L’inflazione è un problema secondario;
  • la Grecia e Cipro non hanno capacità militari sufficienti, anche grazie alla stupida politica di austerità, per opporsi all’aggressività turca. L’appoggio delgi USA e di possibili alleati europei è, per questi paesi, essenziale;
  • gli USA potrebbero chiudere Incirlik e spostare la base in Cipro o in Grecia, entrambe paesi NATO più affidabili;
  • l’Italia ha legami stretti con questi paesi di carattere politico economico e culturale. Sicuramente Trump ha parlato di questo problematico equilibrio con Conte a Washington il 30 luglio.

Il problema turco non è quella specie di farsa che in TV viene messa in atto da mezzi economisti, ma è un vero e proprio enorme problema politico e militare, prima che economico. La Germania non può e non riesce a sganciarsi da Erdogan, come mostrato dalla recente vicenda degli immigrati. La Francia è chiusa in un autodistruttivo egoismo. Solo l’Italia, con l’aiuto degli USA , può riprendere il suo tradizionale, potremmo dire millenario, ruolo di guardiana del mediterraneo anche orientale. Questo richiederebbe una politica seria e coraggiosa, della maggioranza e dell’opposizione. Per ora si assiste ad una indecente farsa, può questa situazione cambiare? Purtroppo le persone sono spesso troppo piccole per alzare lo sguardo.

1. ”CARO DAGO, IERI ERO A STROMBOLI E MONTEZEMOLO HA SALTATO LA FILA PER LA NAVETTA DAVANTI A DECINE DI PERSONE IMBUFALITE. ALLE NOSTRE RIMOSTRANZE, LE FIGLIE CI HANNO APOSTROFATI CON IRRIPETIBILI EPITETI. A QUEL PUNTO, TUTTI GRILLINI PER UNA NOTTE, LA FOLLA SI FA POPOLO E TROVA LA CONSUETA ILARITÀ DI FRONTE AL POTENTE, ORMAI IN BRAGHE DI TELA. QUANDO MIO FIGLIO MI HA CHIESTO PERCHÉ CI FOSSE PASSATO DAVANTI, GLI HO RISPOSTO…” 2. SCRIVE A DAGOSPIA GUIA CORDERO DI MONTEZEMOLO, FIGLIA DI LUCA: ”LE NAVETTE DELL’OSSERVATORIO SONO PRIVATE, E NE AVEVAMO PRENOTATA UNA CON GIORNI D’ANTICIPO” 3. LA 17ENNE AGGIUNGE: ”QUEL SIGNORE POTEVA FARE COME NOI. MENZIONARE QUALCUNO CHE NON C’È PIÙ COME MARCHIONNE, PER COMMENTI INFELICI, È DEPLOREVOLE. LUI NON SA CHE…”

dagospia.com 11.8.18

VIDEO

1. MONTEZEMOLO CI E’ PASSATO DAVANTI PER LA NAVETTA, LE FIGLIE CI HANNO INSULTATO

Lettera di Claudio Corbino, in vacanza a Stromboli

montezemolo a stromboliMONTEZEMOLO A STROMBOLI

“Stromboli, osservatorio.

Il noto locale isolano è  raggiungibile solo da un sistema di navette predisposto dal locale medesimo. È lo stesso locale poi che assicura anche il rientro, secondo un ordine prefissato: a ciascuno viene assegnato un numero progressivo. Non dovrebbero poter nascere equivoci.

montezemolo a stromboliMONTEZEMOLO A STROMBOLI

Ieri, 10 agosto mi trovavo con un gruppo di 12 persone ( tra i quali due bambini e qualcuno non più proprio giovanissimo) a tentar di “rimirar le stelle” e attendevo con un certa impazienza, dovuta a ritardi accumulati nei trasferimenti per mancanza di navette, di essere prelevato secondo il turno che nel frattempo mi era stato assegnato.

Ma ad un tratto ecco la sorpresa: davanti a noi si materializzava Luca Cordero di Montezemolo, accompagnato dalla propria famiglia e più impaziente di noi. Tanto era la di lui irrefrenabile impazienza che il Nostro, complice il servizio transfer del locale, si imponeva come primo, a dispetto del proprio turno, e si impossessava della prima navetta disponibile, in barba all’ordine assegnato.

MONTEZEMOLO A STROMBOLIMONTEZEMOLO A STROMBOLI

Nel frattempo il disservizio ai trasporti di cui sopra, aveva creato una certa folla, di alcune decine di persone, in attesa del proprio momento per discendere all’isola e che guardava attonita all’incredibile scena.

Credendo trattarsi di banale equivoco, noi poveri mortali abbiamo fatto presente che c’era un turno e che era il nostro momento, ma l’avv. Montezemolo, tomo tomo e cacchio cacchio, si appropriava della “nostra”  navetta e di lì non si schiodava più. Vana si dimostrava ogni nostra civile rimostranza, abile solo a scatenare le ire delle figlie del Nostro le quali ci apostrofavano con irripetibili epiteti non degni del presunto blasone.

montezemolo a stromboliMONTEZEMOLO A STROMBOLI

Ed ecco che anche il Nostro barcolla fino a rompere il silenzio e dire benevolo “Se uno di voi vuole scendere con noi, può farlo”. No, caro avvocatopresidente, il punto è un altro: lei ha superato la fila, da bravo italiano medio all’estero, e non funziona così. O almeno, non dovrebbe…

“Aveva ragione Marchionne… ” chioso io tra il delirio delle irrefrenabili figlie. A quel punto, tutti grillini per una notte, la folla si fa popolo e trova la consueta ilarità di fronte al potente, ormai in braghe di tela: “morto di fama!” Grida qualcuno ponendo fine alla tenzone. Anche io ero lì con i miei figli, e ho provato sincero imbarazzo per lo spettacolo degradante che Montezemolo ha offerto ai suoi.

E a mio figlio piccolo che mi ha chiesto “papa’ perché quel signore è passato davanti” , ho risposto “perché è molto anziano e bisogna avere rispetto per i vecchi” .

Anche se, aggiungo adesso, non si capisce bene quali meriti certuni abbiano guadagnato per atteggiarsi a sultani di un paese, al declino del quale hanno, per lo meno, partecipato con un qualche indiscutibile merito.

2. LA REPLICA DELLA FIGLIA DI MONTEZEMOLO: AVEVAMO PRENOTATO LA NAVETTA GIORNI PRIMA

Gentile Redazione di Dagospia,

GUIA CORDERO DI MONTEZEMOLOGUIA CORDERO DI MONTEZEMOLO

Ho avuto il piacere di leggere la lettera da voi pubblicata oggi. Ci terrei a farvi presente, e far presente al signore e la sua famiglia, che le navette dell’Osservatorio sono un servizio privato. Per questo motivo, avevamo prenotato giorni prima una vettura privata che ci avrebbe portato e riportato dall’Osservatorio, e questa cosa poteva essere stata fatta benissimo anche dai signori che si sono lamentati non era un servizio riservato a noi esclusivamente, ma bensí a chi aveva prenotato prima. Detto ciò, le affermazioni del signore come “aveva ragione Marchionne” sono del tutto fuoriluogo, dato che, menzionare una persona che purtroppo non c’è più per fare commenti infelici è deplerevole.

E per inciso, è ancora peggio sentire questi commenti uscire dalla bocca di chi, è del tutto ignorante in questo argomento dato che dubito fortemente abbia mai conosciuto personalmente ne Marchionne ne tantomeno mio padre. Trovo anche patetico fare commenti su quello che nostro padre ci ha insegnato dato che è il primo che ci ha sempre insegnato a rispettare tutti. In questo caso, è stato un errore di chi non conosce la legge, e non sa che i servizi PRIVATI, è in aggiunga prenotati da tempo, non possono essere sottoposti alla stessa legislazione di quelli PUBBLICI.

il ristorante l osservatorio STROMBOLIIL RISTORANTE L OSSERVATORIO STROMBOLI

Detto ciò, nel caso vogliate correggervi, potete contattare il titolare del ristorante, e l’autista delle navette, i quali saranno più che felici di raccontarvi il vero accaduto.

In fede

Guia Cordero di Montezemolo

stromboliSTROMBOLI

 

Fondi europei. Chi ci sta rimettendo?

Stefano Porcari contropiano.org 11.8.18

Il Wall Street Journal è andato a spulciare i dati sull’erogazione e la distribuzione dei fondi europei tra i paesi membri e delle aree all’interno degli stessi, soprattutto per cercare di scoprire quali siano i motivi della crescente ostilità verso la tecnoburocrazia di Bruxelles in diversi paesi che alimenta i “movimenti populisti”. Secondo i dati raccolti dal Wsj, riportati da Wall Street Italia, sarebbero quasi mille miliardi di euro quelli investiti dal 2000 a oggi, con lo scopo di aumentare la “coesione sociale interna allla Ue” e aiutare ad includere le aree meno sviluppate dell’Unione Europea.

I fondi di coesione, secondo quanto stimato dal Wall Street Journal, hanno messo in campo uno stanziamento di fondi che, ai valori attuali, supera quello del Piano Marshall adottato per aiutare la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Ma i tempi, le condizioni storiche e le priorità in Europa sono cambiati radicalmente dal dopoguerra a oggi e soprattutto dal dopo guerra fredda.

Per gli stati europei più ricchi, è evidente che l’esborso netto possa diventare ragione di malcontento: fra i maggiori contribuenti netti dei fondi di coesione in testa ci sono Germania, Francia, Regno Unito e Italia (secondo grafico in basso). La conseguenza imprevedibile è che i paesi più favoriti dai fondi europei, siano oggi quelli dove è più forte l’antieuropeismo, cioè i paesi dell’Europa dell’est.

La Polonia è, di gran lunga, la prima economia che fra 2014 e 2020, ha ricevuto e riceverà più fondi: oltre 60 miliardi. Spiccano in classifica, poi, la Repubblica Ceca, l’Ungheria (addirittura terza nel periodo 2008-2017), la Slovacchia. Si tratta dei Paesi dell’Europa dell’est che manifestano apertamente la propria contrarietà alle politiche migratorie europee. Ma anche all’interno degli stessi paesi ricchi del nucleo centrale, se l’analisi passa a una dimensione regionale, il fatto di ricevere molti fondi europei non aiuta la popolarità dell’Ue.

“Il maggior beneficiario dei fondi di coesione dell’Ue nella Francia continentale è il Nord-Pas-de-Calais, un tempo potenza industriale del carbone, dell’acciaio e dei tessuti” scrive il Wsj, “ma in parlamento è rappresentato da Marine Le Pen, che aveva proposto alla Francia un referendum sull’uscita dall’Ue”.

In Italia, Salvini ha parlato di un saldo negativo di sei miliardi tra quanto versato e ricevuto dal nostro Paese nei confronti dell’Unione Europea. Secondo i dati della Commissione europea si tratta di un’affermazione abbastanza imprecisa, mentre secondo quelli della Corte dei Conti – che usa una diversa metodologia – l’imprecisione è assai più lieve: la media degli ultimi sette anni sarebbe di 5,3 miliardi l’anno, quasi quanto affermato da Salvini.

Nella Relazione annuale della Corte dei Conti pubblicata a dicembre 2017 e dedicata a “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari”, vengono analizzati i flussi finanziari tra Italia e Unione Europea nel 2016, sulla base dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato.

E qui le somme della Corte dei Conti divergono da quelle rese disponibili dalla Commissione Europea Nella relazione si legge che queste, “non tengono conto di alcune differenze di contabilizzazione sul lato dei versamenti al bilancio europeo, né delle somme che non transitano per la tesoreria, sul lato degli accrediti. Per quanto riguarda questi ultimi, va detto, infatti, che non tutte le somme erogate a beneficiari italiani transitano per la tesoreria statale” (p. 34).

Ad ogni modo, per il 2016, la Corte dei Conti rileva 14,775 miliardi versati a favore dell’Ue e 10,075 miliardi ricevuti dal nostro Paese. Dunque un saldo negativo di 4,7 miliardi, mentre per la Commissione Europea i versamenti totali erano di 13,9 miliardi e le somme ricevute dall’UE a 11,5, con un divario e un saldo negativo per l’Italia più ridotto.

Nel 2015 la somma dei contributi europei versati dall’Italia è stata di 11 miliardi e 613 milioni, a cui va aggiunto il miliardo e 689 milioni di dazi sulle merci provenienti importate dall’Italia e provenienti da fuori Ue. Sul totale dei soldi incassati con i dazi, ogni Paese trattiene il 25% per compensare le spese di raccolta.

E poi c’è il miliardo e 125 milioni proveniente dall’Iva: lo 0,3% del gettito che ogni Paese incassa va, infatti, alla Ue. Il rimborso al Regno Unito consiste nella suddivisione tra i Paesi membri di quell’importo che il Regno Unito è autorizzato a non versare e che corrisponde al 66% della differenza tra quanto il Regno Unito stesso versa e riceve. Poi è arrivata la Brexit e tutto questo meccanismo è stato completamente rivisto.

L’unico dato certo è che la ripartizione “ di scopo” dei fondi europei per il prossimo periodo è stata revisionata profondamente: meno fondi per la coesione sociale, più fondi per la Difesa e le spese per la sicurezza. E’ un cambiamento di paradigma significativo.

Saviano condannato per Gomorra

silenziefalsita.it 11.8.18

saviano-condannato

“Per non aver rettificato il passaggio del libro ‘Gomorra’ in cui si legge che Vincenzo Boccolato, in realtà imprenditore incensurato che vive all’estero, fa parte di un clan camorristico con un ruolo non marginale in un traffico di cocaina, Roberto Saviano e la Mondadori Libri sono stati condannati a versare in solido 15 mila euro allo stesso imprenditore diffamato e già risarcito con 30 mila euro quattro anni fa per via di una sentenza diventata definitiva”.

Lo riporta l’ANSA citando una nota dei legali di Boccolato, Alessandro Santoro, Sandra Salvigni e Daniela Mirabile.

Il provvedimento – spiega l’ANSA – è stato depositato tre giorni fa ed è stato firmato dal giudice della prima sezione civile di Milano Angelo Claudio Ricciardi.

“In sostanza – prosegue l’articolo dell’ANSA – Saviano e la casa editrice di Segrate, che dovranno anche pagare le spese processuali, come si evince dall’ordinanza, nonostante la precedente condanna hanno ritenuto di continuare a ristampare la stessa edizione, dal 28 novembre 2013, data della sentenza di primo grado, al gennaio 2016, senza depurarla delle espressioni diffamatorie”.

Le riedizioni del libro di Saviano, secondo il giudice, con il passaggio ‘incriminato’, devono essere considerate un “nuovo illecito diffamatorio” con “caratteristiche del tutto analoghe a quelle già accertate in sede civile” in quanto non è stato “tempestivamente provveduto all’adozione delle necessarie precauzioni a tutela della reputazione del Boccolato”.

Le precauzioni, conclude l’ANSA, “consistono nell’eliminare le affermazioni ritenute ‘dannose’ sotto il profilo patrimoniale e non patrimoniale per l’imprenditore o aggiungere una postilla per informare i lettori della sentenza di condanna di qualche anno fa”.


 

Il Senato va in ferie, il taglio ai vitalizi può attendere. Tutto rinviato a settembre. Ma il Consiglio di Stato ha tolto ogni alibi

di Antonio Pitoni lanotiziagiornale.it 11.8.18

Senato

A zittire i soloni del vitalizio e dei diritti acquisiti ci ha pensato, infine, il Consiglio di Stato. Che, investito della questione dal Senato, dove il taglio del privilegio più odiato dagli italiani ancora langue, ha chiaramente stabilito che basta una semplice delibera del Consiglio di presidenza per mettere mano – sebbene entro certi limiti – ai ricchi assegni pensionistici che negli anni gli oggi ex parlamentari si sono auto-attribuiti. Il tutto, ovviamente, mentre chiedevano e imponevano continui sacrifici ai comuni cittadini. Ergo: per riscrivere le regole non servono leggi, tantomeno costituzionali, ma un semplice regolamento. Proprio come quello che, negli anni Cinquanta, introdusse lo sfacciato privilegio. Insomma, il parere licenziato dal massimo organo della giustizia amministrativa da un lato ha  promosso il metodo seguito alla Camera, dove proprio con una delibera dell’Ufficio di presidenza dal 12 luglio scorso il taglio è diventato realtà. Dall’altro ha tolto ogni alibi al Senato, che ora non ha più scuse per rinviare il taglio.

Staremo a vedere. Ma resta, in ogni caso, una domanda. Basterà che anche Palazzo Madama si metta al passo di Montecitorio per archiviare una volta per tutte la vergogna dei vitalizi? Solo in parte. Restano, infatti, ancora due sacche residue di privilegio che neppure la delibera già approvata a Montecitorio ha cancellato. Innanzitutto l’età pensionabile degli ex parlamentari che rimane fissata a 65 anni (con un mandato) e a 60 (con almeno due) contro i 66 anni e 7 mesi dei comuni cittadini a partire da quest’anno. In secondo luogo, il privilegio nel privilegio del cosiddetto cumulo: un comune cittadino non può cumulare due pensioni; se ha versato i contributi in due enti previdenziali diversi nell’arco della carriera lavorativa, per andare in pensione dovrà procedere alla ricongiunzione (spesso peraltro onerosa) dei contributi e percepirà un unico assegno. L’ex parlamentare, invece, può cumulare il vitalizio non solo ad altri vitalizi (regionale o europeo) ma anche alla normale pensione costruita con i contributi versati per la sua attività lavorativa. In molti, grazie all’ulteriore scandalo dei contributi figurativi, si sono costruiti la pensione civile mentre erano in Parlamento. Sarebbe curioso sapere quanti ex parlamentari che oggi gridano al golpe per la mannaia che si è in parte – giustamente – già abbattuta sui loro vitalizi hanno usufruito anche di questo ulteriore privilegio incassando di fatto due, e in alcuni casi addirittura tre, pensioni.

Renzi: “Pagherò mutuo con risarcimento danni”

Adnkronos.com 10.8.18

Renzi: Pagherò mutuo con risarcimento danni

(Fotogramma)

Prendiamola sul ridere, dai, che forse è meglio così. Dopo i sacchetti di plastica, le Lamborghini di Ibiza, i servizi segreti in Consip, i finti fratelli portaborse, le cugine imprenditrici, la pagliacciata ‘dell’aereo di Renzi’ arriva adesso – tenetevi forte – la vicenda dei bambini africani”. L’ex segretario del Pd, Matteo Renzi annuncia querele su Facebook, riferendosi all’indagine della Procura di Firenze – resa pubblica nel 2016 dal quotidiano La Nazione – su Andrea Conticini, cognato dell’ex premier, indagato con i fratelli per riciclaggio di denaro proveniente da alcune associazioni umanitarie.

“Un’indagine aperta da ben due anni su un fratello del marito di una mia sorella per presunte irregolarità (presunte), nel suo lavoro di dirigente della cooperazione. Prove? Dopo due anni di indagini non risultano, le vedremo al processo. Ma tanto basta solo evocare la vicenda per andare sui giornali oggi – esattamente come due anni fa – con un’altra condanna: quella dei titoli a effetto. E con i social che sputano sentenze”, rimarca l’ex leader dem.

Vedremo che cosa diranno le sentenze. Anche quelle per risarcimento danni perché essere buoni va bene, ma – aggiunge Renzi – il mutuo di casa lo pagheremo con i risarcimenti”.

“Sono in grado di svelarvi la prossima mossa, ciò che accadrà alla ripresa. Dopo i sacchetti di plastica, l’aereo di stato e i bambini africani a settembre mi accuseranno anche di essere stato – udite, udite – il vero mandante del mostro di Firenze“, ironizza l’ex premier. “E qualcuno magari ci crederà pure. Oppure diranno che non ero io, ma sicuramente c’era un mio lontano cugino che passava da quelle parti. Del resto – continua – sono pure stato eletto in quel collegio!”.

Qualcuno prima o poi si farà delle domande su come sia possibile questa campagna di falsità continua. Ma il tempo è galantuomo, basta non avere fretta. E noi non l’abbiamo. Vi auguro buone vacanze, amici. Godetevi San Lorenzo, la notte dei desideri. E quando stasera cadrà una stella esprimete un desiderio positivo anche per chi ci insulta: si stancheranno loro, si stancheranno prima di noi. Perché noi siamo più forti delle loro bugie, del loro rancore, del loro odio”, conclude il senatore dem.

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mi piacerebbe sapere chi sono o chi e’ quella banca che concede un mutuo cosi grosso davanti a cause azionate per risarcimento danni – forse tutti gli italiani piacerebbe sapere chi e’ questo istituto di credito “cosi generoso”

Unicredit e le banche a picco La Borsa soffre e l’Italia trema

 – Sab, 11/08/2018 ilgiornale.it

Il Financial Times: Bce preoccupata per l’esposizione verso Ankara. L’istituto guidato da Mustier cede il 5%

Mina turca su Unicredit. A sette anni dalla crisi greca torna sulla finanza europea, e in particolare sulle banche, il rischio contagio.

E ad accendere un faro sull’esposizione alla fragile economia di Ankara non sono solo i numeri il crollo delle Borse e dei titoli ma anche, secondo il Financial Times, la Bce, che sarebbe «preoccupata» per il possibile effetto domino. Indiscrezioni, non commentate dall’Eurotower, che sono state l’innesco del più classico dei venerdì neri, con Unicredit falcidiata da un -5% a Piazza Affari). L’istituto ha pagato caro il fatto che nel bilancio 2017 sono iscritte attività in lira turca per complessivi 18,2 miliardi tra attività, passività e derivati.

«Il rischio principale – spiega Claudia Segre, presidente Global Thinking Foundation sta nel probabile imminente downgrade del rating della Turchia e nell’alleanza suggellata con la banca Yapi Kredi», la quarta del Paese con 788 sportelli e 365 miliardi di lire turche di asset (circa 53 miliardi di euro), di cui l’istituto italiano possiede il 40,9%. Controllata che, secondo gli analisti di Goldman Sachs, «sarebbe quella messa peggio in termini di capitalizzazione rispetto agli altri grandi gruppi del Paese». Nel corso del primo semestre il contributo di Yapi Kredi al conto economico di Unicredit è stato di 183 milioni (+28% nel secondo trimestre a cambi costanti, ma -3,4% per effetto della svalutazione della lira turca). Si tratta di meno del 2% dei ricavi del gruppo. Unicredit, che ha anche una piccola esposizione in titoli di Stato di Ankara (circa 165 milioni), ha spiegato agli analisti che una svalutazione del 10% della lira turca «avrebbe un impatto di circa 2 punti base sull’indicatore patrimoniale Cet1». Una situazione delicata, dunque, che dovrà essere maneggiata con cura dall’ad Jean-Pierre Mustier visto che la società di piazza Gae Aulenti non ha intenzione di fare dietrofront. «Yapi Credi è una banca molto buona e il nostro investimento è di lungo termine», ha spiegato il cfo del gruppo, Mirko Bianchi, qualche giorno fa. Anche perché Yapi Kredi è valutata, a valore di libro, 2,5 miliardi, ma il valore attuale di mercato è di 1,1 miliardi. Unicredit non balla comunque da sola nella crisi turca. Alla fine del 2017, le banche italiane erano esposte per 16,8 miliardi di dollari. E non sono solo queste a fare affari con Erdogan.

Più in generale, la crisi turca sta mettendo a rischio un florido interscambio commerciale con l’Italia, lo scorso anno quinto partner di Ankara con 1.418 aziende coinvolte per un business di 19,8 miliardi di dollari (+11,1% sul 2016): 11,3 miliardi in esportazioni e 8,5 miliardi in importazioni. A tessere le fila molte big: Pirelli, da 50 anni presente nel Paese, che ha concentrato nello stabilimento di Izmit la produzione di due milioni di pneumatici industriali l’anno; Fca, che opera da decenni nello stabilimento di Bursa-Tofas (Instanbul) ed «è alle prese ricorda Segre con una difficile transizione manageriale» dopo aver registrato, già nel 2017, una frenata sul mercato auto turco del 4,5% a 722.759 unità. E ancora Leonardo, tramite Alenia Aermacchi, coinvolta nella produzione di 30 F-35 (con opzioni per altri 70 aerei).

Tanti, poi, i progetti italiani infrastrutturali nel Paese: come quelli di Salini Impregilo (due autostrade, un impianto idroelettrico, l’alta velocità) e Astaldi, che ha da poco realizzato il terzo ponte sul Bosforo. E ancora Azimut, Cementir, Recordati, Reno de Medici. Tra le grandi non quotate Barilla, che ha rilevato negli anni 90 la pasta Filiz in Turchia, e Ferrero che ha sette stabilimenti di lavorazione.

Cottarelli ed il ruolo nella questione greca. I documenti

 scenarieconomici.it 11.8.18

 

 

Dato che sia Cottarelli sia Blanchard sono molto restii a rivelare il loro ruolo nella questione greca, e dato che sembra vogliano ripetere lo stesso frame con l’Italia, ci siamo permessi di andare a cercare qualche documento ufficiale sulla questione. Nulla di segreto, tutta roba ufficiale messa a disposizione del pubblico e già conosciuta.

Il documento più interessante sulla questione greca è il report del Indipendent Evaluation Office del FMI; cioè l’ufficio che effettua l’auditing sulle operazioni del FMI. Abbiamo già specificamente trattato questo tma in precedenza, ma ci torneremo sopra in futuro perchè il tema dei moltiplicatori fiscali viene lì trattato in modo approfondito e specifico, facendo notare come i moltiplicatori utilizzati dal FMI nella valutazione della politica fiscale fossero completamente errati, pari ad un quinto di quanto verificato in seguito. Comunque vediamo quale è stato il cottarellico ruolo nella vicenda. Lo trovate a pagina 23 del report:

 

Third, the IMF remained divided on the merits and risks associated with debt restructuring. While the majority of IMF staff increasingly came to support debt restructuring, some key senior officials continued to take the position that the sovereign debt was sustainable. In September 2010, FAD published a paper arguing that, for “today’s advanced economies,” including “peripheral” euro area countries, “default would not be in the interest of the citizens” (Cottarelli and others, 2010).

Terzo, il FMI rimase diviso sulle conseguenzed i rischi legati ad una ristrutturazione del debito. Mentre la maggioranza dello staff del FMI era in modo crescente a supporto della ristrutturazione del debito, alcuni funzionari senior in posizioni chiave continuavano ad affermare che il debito fosse sostenibile. Nel settembre 2010 il FAD pubblico un paper affermando che, per “le economie avanzate di oggi”, incluse quelle “Periferiche” dell’area euro “Il default non è nell’interesse dei cittadini (Cottarelli ed altri 2010)”

 

Il Paper in questione lo trovate facilmente nel sito FMI, ma non aspettatevi molto.  Le motiviazioni sono deboli, alcune delle quali contestate nel medesimo report del IEO, come , ad esempio la sua fobia per i moltiplicatori elevati, o la sopportabilità di avanzi primari enormi.

Le scelte di Cottarelli influenzarono quelle del FMI di non insistere in un maggior taglio immediato del debito e lasciarono gravato lo stato greco di un fardello che non poteva sopportare. Comunque si dovettero effettuare due tagli del debito, e nel 2017 il FMI richiese un terzo taglio del debito, che non venne concesso. Insomma le affermazioni di Cottarelli si rivelarono completamente erronee ed impedirono di affrontare in modo immediato la crisi in modo efficiente ed efficace. Invece che risolvere il tutto il 12-24 mesi si è proseguito con una specie di lenta agonia che non è ancora terminata. Considerare l’Euro o le economia anche periferiche al di fuori delle regole dell’economia è stato un errore clamoroso, che viene ripetuto anche ora. IL problema non è errare, ma perseverare nell’errore, in una politica che si è dimostrata errata. Questa è la grande colpa dell’economista.

Venerdì nero per Ryanair

tvsvizzera.it 10.8.18

Circa 400 voli cancellati e disagi per decine di migliaia di viaggiatori nel pieno delle vacanze estive. È il bilancio del nuovo sciopero “europeo” dei piloti di Ryanair che, a poche settimane di distanza dallo stop del 25 luglio che ha coinvolto diversi Paesi tra cui l’Italia, sono tornati ad incrociare le braccia per chiedere aumenti di stipendio e migliori condizioni di lavoro ad una compagnia che solo dal dicembre scorso, dopo essersi rifiutata per 30 anni, ha accettato di riconoscere i sindacati.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/10-08-2018-lo-sciopero-di-ryanair?id=10767617&startTime=0.000333&station=rete-uno

Lo sciopero ha interessato per 24 ore Germania, Belgio, Svezia e Irlanda, dove la compagnia ha cancellato 400 voli. Mentre in Olanda, anch’essa coinvolta dalla protesta, la low cost irlandese è riuscita a sostituire tutti i piloti olandesi in sciopero con colleghi di altre nazionalità, e quindi i voli sono stati tutti confermati.

Germania la più colpita

La Germania è stata il Paese più colpito, con 250 voli a terra e circa 55 mila passeggeri coinvolti. In Belgio sono 104 i voli cancellati e 14 mila i passeggeri coinvolti: a Bruxelles, nello scalo di Charleroi, una trentina di piloti ha organizzato anche un sit in, esponendo cartelli con su scritto “Ryanair in sciopero, Ryanair deve cambiare”.

Qualche ripercussione si è avuta anche sugli scali italiani, con cancellazioni nelle basi della low cost: 5 voli sono rimasti a terra a Ciampino su 44 partenze programmate dal vettore irlandese, altri 14 voli cancellati (per Bruxelles, Düsseldorf e Berlino) a Orio al Serio.

Avvertenze ai conumatori

Ai consumatori l’associazione italiana Codacons ricorda che “i passeggeri hanno diritto per legge non solo al rimborso del biglietto, ma anche alla compensazione pecuniaria in caso di volo cancellato o di ritardo nell’arrivo a destinazione, fino ad un massimo di 600 euro”.

La prima volta

È la prima volta che i piloti della compagnia irlandese scioperano contemporaneamente in così tanti paesi. Si spera di dare una spinta alla vertenza per il rinnovo dei contratti di lavoro. Le richieste dei dipendenti non riguardano solo aumenti salariali, ma anche un miglioramento delle condizioni. Molti non sono assunti a contratto e questo significa ad esempio che devono pagare di tasca propria le uniformi e che non hanno diritto a giorni di pausa in caso di matrimonio o di lutto. I collaboratori esigono che vengano applicate le rispettive leggi nazionali e non quelle irlandesi, che garantiscono meno diritti.

Già due settimane fa, la mobilitazione degli assistenti di volo aveva portato alla cancellazione di 600 voli in Spagna, Portogallo, Belgio e Italia, colpendo circa 100 mila passeggeri.

Gilardoni (Bocconi): “Non fare le opere pubbliche previste costa 530 miliardi”

| di  firstonline.info

INTERVISTA AD ANDREA GILARDONI, docente della Bocconi e fondatore dell’Osservatorio sui Costi del Non fare nelle infrastutture – “Il dibattito di questi giorni sulle opere pubbliche è un po’ lunare e le forze politiche devono assumersi le loro responsabailità sulle opere pubbliche senza nascondersi dietro un uso distorto dell’analisi costi-benefici” – Che cosa significherebbe rinunciare alla Tav e alla Tap – Il caso Brebemi – VIDEO.

Gilardoni (Bocconi): “Non fare le opere pubbliche previste costa 530 miliardi”

Andrea Gilardoni, docente della Bocconi e fondatore e animatore dell’Osservatorio sui Costi del Non fare sulle opere pubbIiche, sollecita da anni una svolta per le infrastrutture e la fo con la forza dei numeri, basati sull’applicazione scientifica dell’analisi costi-benefici. Che non sarà il vangelo ma è pur sempre un punto di riferimento cruciale. Soprattutto perchè è valsa a chiarire un punto essenziale: fare  le opere pubbliche costa (e talvolta troppo), ma non farle costa ancora di più. Se il Governo di oggi e di domani rinunciasse a realizzare le infrastrutture già previste dalle leggi e dalle norme nazionali ed europee, il costo per l’Italia sarebbe abnorme: 530 miliardi di euro da qui al 2035. Naturalmente l’analisi costi-benefici non spiega tutto ma, come manda a dire Gilardoni nell’intervista rilasciata a FIRSTonline, di cui è anche socio fin dalla nascita, non può diventare un paravento di comodo per le forze politiche che sulla infrastrutture devono mettere la faccia e assumersi fino in fondo le loro responsabilità. E sarà interessante, dopo le polemiche di questi giorni su Tav e Tap, vedere cosa diranno le forze politiche al convegno che su questi temi l’Osservatorio di Gilardoni ha organizzato alla ripresa politica a Roma, il 12 settembre, proprio davanti alla Camera dei deputati.

Professor Gilardoni, nella primavera scorsa il suo Osservatorio sui Costi del Non fare ha quantificato in ben 530 miliardi di euro il costo che l’Italia dovrebbe accollarsi da qui al 2035 se non si facessero le opere pubbliche già programmate e già previste dalle leggi vigenti: può spiegare come si è arrivati al calcolo di una somma così abnorme?

“Su questi temi ci stiamo lavorando da quasi tre lustri. L’idea è semplice ma certamente forte: se un progetto infrastrutturale al netto dei costi è destinato a creare benessere e ricchezza, non farlo genera un costo-opportunità per la collettività, una sorta di tassa occulta. Il Costo del Non Fare punta a stimare quanta ricchezza si perderebbe se nulla si facesse nei prossimi 16 anni. Per fortuna, qualche infrastruttura la realizziamo… Negli scorsi 15 anni abbiamo messo a punto una metodica che si basa sull’ Analisi Costi-Benefici (ACB) che abbiamo applicato a una serie di infrastrutture nel settore energetico (elettricità, gas, rinnovabili, ecc.), della mobilità dolce e non (strade, autostrade, ferrovie, ecc.), nella Banda Ultralarga, del servizio idrico. Oggi l’Analisi Costi-Benefici è di moda, ma credo che ad essa vada data il giusto peso. Basti pensare che non c’è un solo valore della ACB che sia certo al 100%: tutti dati prospettici, soggetti a indeterminatezza, assunzioni, stime soggettive. Ma ne parleremo al convegno annuale dell’Osservatorio in Sala Capranichetta a Roma il prossimo 12 settembre”.

Cosa intende dire esattamente? Buttiamo a mare l’Analisi Costi-Benefici proprio adesso anche che il Ministro grillino delle InfrastruttureToninelli invoca come riferimento assoluto alle decisioni?

“Guardi, per noi l’Analisi Costi-Benefici, fin da tempi non sospetti, costituisce un elemento centrale ed imprescindibile. È di grande aiuto, ma bisogna farla bene e in modo indipendente. Essa aiuta a mettere a fuoco gli impatti, a ipotizzare la rilevanza economica e sociale ma anche ambientale dell’opera, serve nel processo decisionale anche per modificare l’infrastruttura affinchè meglio risponda alle istanze. Ma la decisione alla fine è sempre politica e qui i politici non si devono tirare indietro”.

In questi giorni i Cinque Stelle hanno messo in discussione tutti i principali progetti di opere pubbliche, dalla Tav alla Tap e dalla Pedemontana al Terzo Valico Valico: se questi progetti, molti dei quali in stato di avanzata realizzazione, dovessero interrompersi quale sarebbe il costo economico e finanziario per il nostro Paese?

“Direttore, non mi coinvolga in un dibattito un po’ lunare ove sono stati sparati numeri spesso a caso citando Analisi Costi-Benefici vecchie, non contestualizzate, spesso fatte da chi ha anche altri interessi !! Ogni situazione ha sue peculiarità e non si può generalizzare. Le opere si devono inquadrare in un contesto di strategia-paese che è il vero punto da considerare. Circa i costi economici e finanziari, interrompere delle opere avviate è normalmente molto oneroso, poiché si sommano investimenti fatti e non utilizzati, opportunità perse di sviluppo economico e sociale (ma spesso anche ambientale), più revoche di finanziamenti e anche sanzioni e risarcimenti danni. Insomma, si fa in fretta a raggiungere le decine di miliardi di costi. Ma io non penso che i Cinque Stelle siano così folli da volere veramente abbandonare le opere in discussione; vogliono forse riguardarle a fondo e su questo non si può dare loro completamente torto…

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Le obiezioni che gli avversari delle maggiori opere pubbliche avanzano riguardano i costi del fare e il fatto che, specie nelle ferrovie, i costi in Italia sono mediamente tre volte più alti quelli di altri Paesi europei: come si spiega questa anomalia ? Colpa dell’orografia o della diffusa corruzione?

“Orografia, reperti storici e corruzione – lo abbiamo visto anche di recente a Roma con la Metro C – hanno un ruolo centrale nell’aumentare i costi (e i tempi). Ma anche gli oneri compensativi alle amministrazioni e alle popolazioni “danneggiate” dall’infrastruttura hanno un rilievo anche del 10-15% del costo dell’opera. In più, una certa tendenza alla megalomania e alla scelta delle soluzioni più onerose (magari anche perché più sicure); cosa che ovviamente non dispiace alle imprese costruttrici. In tal senso bisogna continuare la ricerca della sobrietà, oggi possibile anche grazie a tecnologie più economiche; in certi casi si è ridotto il costo dell’infrastruttura del 50% o anche di più. Ad esempio, le Ferrovie dello Stato hanno fatto un lavoro in tal senso che porterà a risparmi di miliardi, ma è solo un esempi tra molti. Circa la corruzione, essa può certamente spiegare certi forti aumenti dei costi: è il meccanismo della varianti in corso d’opera che determina la possibilità di caricare oneri addizionali. Qui la soluzione è spendere di più nella fase di progettazione dell’opera e poi appaltarla senza possibilità di varianti, cioè chiavi in mano. Ma guai a fermare tutto criminalizzando il settore e introducendo lacci e lacciuoli che impediscono lo sviluppo. Oggi sappiamo come è possibile ridurre i costi, consapevoli anche che altrimenti l’opera non si fa”.

In soli 8 anni l’Alta Velocità è già satura e così accadde, in pochi anni, anche per l’Autostrada del Sole…

“Ecco, questi sono due casi in cui l’impatto delle infrastrutture, nel complesso fortemente positivo, non era stato previsto da tutti, e molti erano i detrattori delle iniziative, troppo costose, inutili. La volontà politica ha prevalso. Ma io ho davanti agli occhi il caso recente della Brebemi che sembrava essere un fallimento totale (o forse qualcuno voleva farlo credere) e che oggi è già una delle prime autostrade italiane con effetti straordinariamente importanti sulla mobilità locale, regionale e anche nazionale. Ma anche sulla occupazione (si pensi alle importanti imprese globali che localizzano le attività grazie all’opera) e sull’ambiente. Insomma, difficile prevedere dinamiche che si sviluppano in decenni (tali sono gli usi di queste opere) fortemente condizionate da eventi imprevedibili. Ecco perché la visione politico-strategica per le grandi opere deve essere dominante, certo affiancata da Analisi Costi-Benefici credibili”.

Al di là dei costi, che effetti avrebbe sull’Italia e sulla modernizzazione del Paese lo stop della Tav e quello della Tap?

“TAV e TAP sono due cose completamente diverse. Rinunciare alla TAV significherebbe una minore integrazione nel sistema logistico su ferro europeo con rischi di parziale emarginazione dell’Italia; circa la TAP la rinuncia equivarrebbe a una fonte in meno di approvvigionamento di gas della cui rilevanza tuttavia si potrebbe discutere”.

Che ripercussioni ha la realizzazione delle infrastrutture in programma sulla crescita economica e sullo sviluppo dell’occupazione?

“Non necessariamente enormi ripercussioni, anche se sarebbe grave bloccarle. Ma il tema infrastrutturale non si limita ai grandi progetti; anzi, vi sono centinaia di progetti minori o piccoli, più agevolmente realizzabili, con impatti nel complesso assai rilevanti anche sul piano occupazionale locale. Poi vi è il tema della modernizzazione di infrastrutture datate ma ancora fondamentali (reti gas, rete idrica, ecc.). E poi, ancora, le nuove tecnologie che sono destinate in tempi non lunghi ad avere impatti straordinari: internet of things, autoveicoli senza guidatore, autostrade dedicate a tali autoveicoli, smart cities, smart grids, e potrei continuare. Questo dibattito sulle grandi opere mi sembra perciò un po’ superato e preferirei che si orientasse sul vero futuro delle infrastrutture. Cosa che faremo nel seminario del 12 settembre”.

Come s’è visto anche in occasione della bocciatura delle Olimpiadi di Roma, c’è una parte del Paese che non vuole le opere pubbliche e una forza politica (i Cinque Stelle) che interpreta e si fa carico di questo orientamento di paura: cosa si può fare per allargare la condivisione delle nuove infrastrutture e per sostituire i pregiudizi con decisioni chiare, trasparenti e razionali?

“Ormai sappiamo bene come va gestito un progetto infrastrutturale. Quali sono le condizioni di attuazione, come si fa a coinvolgere le popolazioni e le pubbliche amministrazioni, quali sono le fasi critiche, come si fa a finanziarle. E sappiamo bene anche che è la qualità del sistema politico-amministrativo che sta alla base delle realizzazioni. Gli interessi coinvolti sono sempre molti e delicati da gestire; ma accanto a stakeholders oppositivi, vi sono numerosi che invece sono favorevoli e che spesso costituiscono una maggioranza silenziosa”.

Come scrivere un libro senza impazzire

The AtlanticStati Uniti internazionale.it 10.8.18

(Kupicoo/Getty Images)

Alcuni mesi fa ho promesso ad alcune brave persone di New York che avrei, molto presto, scritto un libro.

Da allora ho fatto varie cose.

  • Ho chiamato mia madre ridendo.
  • Ho chiamato mia madre piangendo.
  • Ho pensato di cambiare la mia biografia su Twitter, poi ci ho ripensato.
  • Ho pensato di scrivere un’email a tutti i miei fidanzati e mentori per far sapere loro che sono una bugiarda, poi ci ho ripensato.
  • Ho fatte approfondite ricerche su tre diversi software per la scrittura di testi lunghi, salvo poi scoprire che preferisco il primissimo che ho provato.
  • Ho fatto approfondite ricerche su vari tipi di penne tedesche, salvo poi scoprire che preferisco le buone vecchie Paper Mates.

Adesso mi rimane da fare una sola cosa: scrivere quel che ho da scrivere.

A tale scopo, mi sono consultata di recente con alcuni esperti di produttività per capire come sia possibile che le persone – gente come me, spero – siano in grado di concludere grandi progetti a lungo termine, nei tempi previsti e, idealmente, con il minimo indispensabile supporto psichiatrico.

Consigli preziosi
Mi sono rivolta a Laura Vanderkam, autrice di vari libri, molti dei quali sull’arte di portare a termine le cose (vedendo la mia copia di Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire di Sheryl Sandberg, mi mostra il suo libro I know how she does it (So come ci riesce: come le donne di successo sfruttano al meglio il loro tempo). Ogni 18 mesi o al massimo ogni due anni esce un suo nuovo libro, ma la maggior parte del lavoro di scrittura avviene in sei mesi, mi spiega. Dopodiché si occupa delle correzioni e della promozione del libro. E in tutto questo trova il tempo di scrivere il suo blog, preparare podcast, parlare durante eventi pubblici e viaggiare. Ah, dimenticavo: ha quattro figli, rispettivamente di undici, otto, sei e tre anni.

Mi dice che la sua vita domestica la aiuta a rimanere produttiva. Si occupa dei bambini solo durante alcune ore e quindi “la mia creatività è costretta a scioperare durante quelle ore”, spiega.

Per quanto riguarda specificamente i progetti di scrittura, il suo consiglio è di “scrivere velocemente, correggere lentamente”. Il suo obiettivo è scrivere un capitolo alla settimana e, all’interno di tale settimana, di scrivere il nucleo centrale del capitolo il lunedì e il martedì. Questo significa che spesso produce fino a quattromila parole al giorno. Poi il mercoledì e il giovedì sono riservati alle correzioni, mentre il venerdì è un giorno di “recupero”, una rete di protezione se prima non fosse riuscita a rispettare le attese di alta produttività. La chiave è scrivere una prima bozza davvero pessima, e poi riscriverla con estrema cura.

La mia meravigliosa creatura fatta di parole nascerà solo tra qualche mese

“Quando scrivi un sacco… Sai che la prima cosa che scriverai non sarà perfetta”, dice. “Scriverai tantissime cose che non arriveranno alla versione finale”, compresi alcuni appunti tra virgolette come ‘inserisci qui questa cosa’. Poi si potranno migliorare le cose, ma trasformare una qualsiasi cosa in qualcosa di meglio è molto più semplice che trasformare il niente in qualcosa”.

Che sollievo! Le orrende frasi che vedo sul mio schermo non sono davvero i miei scritti, bensì i miei piccoli embrioni di libro, con tanto di coda e minuscole braccine. La mia meravigliosa creatura fatta di parole nascerà solo tra qualche mese.

Che cosa non bisogna fare? Secondo Vanderkam, aspettare fino all’ultimo momento. Peraltro, se finisci presto, puoi prenderti una pausa dal tuo lavoro e tornare a guardarlo con occhi (più) riposati.

Non che comunque riusciresti a staccarti più di tanto. Joseph R. Ferrari, psicologo presso la DePaul University, mi ha spiegato che la maggior parte delle persone solo occasionalmente perde tempo. “I procrastinatori cronici”, spiega Ferrari, sono solo il 20 per cento della popolazione, e l’unico modo per aiutarli è la terapia.

Personalmente, non so se faccio parte di quel 20 per cento, ma sottopormi a una speciale terapia antiprocrastinazione mi sembra esattamente il genere di cose che farei, appunto, per procrastinare. Potrei anche rimettere ordine sulla mia scrivania, un’azione che invece, a quanto pare, potrebbe dare i suoi frutti. In uno studio che Ferrari ha recentemente realizzato con i suoi colleghi, il livello di disordine delle persone risultava essere un indicatore delle loro tendenza a rimandare le cose.

I miti da sfatare
A volte, tuttavia, mi metto a pulire perché non mi sento nel giusto “umore” per scrivere. Ma l’umore non conta quando si tratta di portare a termine le cose, come ha dichiarato al Washington Post nel 2016 Timothy Pychyl, professore alla Carleton University di Ottawa. “Devo ammettere che raramente ne ho voglia, ma il fatto che ne abbia voglia o meno non è importante”, ha spiegato. Un altro mito è quello della necessità di avere un bel po’ di tempo per poter davvero mettersi a fare qualcosa. Il professore e autore di testi sul mondo imprenditoriale Adam Grantnoto per la sua produttività, spiega che a volte sfrutta persino gli otto minuti tra un incontro e l’altro per dare avvio a un nuovo progetto.

Cominciare a lavorare, come altre piccole vittorie, potrebbe essere l’unica cosa di cui ho bisogno. Linda Houser-Marko, ricercatrice in psicologia presso la Johnson O’Connor Research Foundation ha condotto uno studio nel quale ha rilevato che è meglio misurare i propri progressi quando si realizza un grande progetto in termini di piccoli e incrementali “sotto-obiettivi”, che si tratti del capitolo di un libro o di una sezione più piccola di una tesi, invece che in termini di obiettivi più ampi. La cosa è particolarmente utile quando si è in difficoltà, ha scoperto. “Gli obiettivi di ampio raggio ci appaiono forse più significativi, ma quelli più limitati sono più utili quando s’incontrano degli intoppi o quando non si fanno i progressi desiderati”, mi ha spiegato.

La scrittura in piccole dosi
Anche Vanderkam sottolinea l’importanza di raggiungere piccoli obiettivi. “Se scomponi in piccole parti il lavoro che devi realizzare, diventerà difficile credere che provi così tanta resistenza nello scrivere”, è il suo consiglio. Puoi anche dirti che l’unica cosa da fare è scrivere cento parole (le email che ci siamo scritte per fissare la nostra chiamata erano di circa cento parole, mi fa notare). L’unica cosa è che alla fine dovrai fare la stessa cosa ottocento volte.

Parlando con Vanderkam, scrittrice di best seller e dominatrice del tempo, mi sono sentita improvvisamente intelligente e capace, non una persona che apre Instagram perché semplicemente è troppo pigra per mettere da parte il suo telefono.

“Se hai scritto degli articoli da ottocento parole in un giorno”, mi assicura Vanderkam, “in sei mesi avrai comunque già scritto un libro. Basta che ne scrivi una piccola parte, e poi un’altra ancora, e così via”.

O almeno, è così che fa lei.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.

 

Centro Fiduciario Carige, restituiti 4 milioni a Berneschi

Matteo Indice ilsecoloxix.it 10.8.18

 

Berneschi

Berneschi

Genova – Giovanni Berneschi, ex presidente di Banca Carige, nonché ex numero due dell’Abi, l’Associazione Bancaria italiana, secondo il tribunale di Genova «è un personaggio da film», un padre-padrone che si sente superiore «al diritto» e «disprezza» le tasse, oltre a dispensare consigli su come “taroccare” documenti retrodatandoli di 40 anni: lo scrivono i giudici Riccardo Crucioli e Silvia Carpanini nelle motivazioni sul filone bis delle indagini che quattro anni fa travolsero l’istituto.

Nello stesso tempo, però, alcuni reati sono prescritti e gli stessi giudici restituiscono a Berneschi 4 milioni di euro sequestrati nell’ambito dell’inchiesta che aveva coinvolto anche la moglie

Il Centrodestra va in frantumi. Lega da sola al voto in Abruzzo. Il Carroccio scarica Forza Italia alle Regionali dopo le tensioni su Viale Mazzini

lanotiziagiornale.it 11.8.18

Matteo Salvini Lega Ius soli

Tanto tuonò che piovve. “La decisione è presa. In Abruzzo la Lega correrà da sola. Chi ci ama ci segua e andiamo a vincere…”. L’annuncio via Facebook del coordinatore regionale del Carroccio, Giuseppe Bellachioma, suona il rompete le righe nell’alleanza di Centrodestra.

Ognun per sé – La prima scossa di un terremoto politico che dall’Abruzzo rischia di propagarsi a macchia di leopardo nel resto d’Italia. Insomma, alea iacta est. La fase due della temuta opa ostile del Carroccio su Forza Italia è partita. Evocata nei giorni scorsi da Matteo Salvini in persona dopo lo scontro sulla presidenza della Rai, innescato dal gran rifiuto di Silvio Berlusconi di appoggiare in commissione di Vigilanza la candidatura di Marcello Foa, caldeggiata proprio dalla Lega. Il casus belli che l’ha propiziata. Insieme alle dimissioni del senatore-governatore (incompatibile), Luciano D’Alfonso, dopo 154 giorni incollato alla doppia poltrona, che porteranno l’Abruzzo al voto anticipato, probabilmente già entro l’anno, trasformando la Regione del centro Italia in una sorta di laboratorio politico nazionale. Così dopo l’ultimo warning lanciato dal leader della Lega una settimana fa (“Se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di Centrodestra possa fare politica con la Lega”), la seconda fumata nera, stavolta in Cda Rai, sul nome di Foa ha scatenato la rabbia del Carroccio. “Se la vicenda non si ricompone prevedo un trasloco di massa da Forza Italia al Carroccio”, confida a La Notizia, un autorevole esponente azzurro abruzzese. Per ora, la replica ufficiale di Forza Italia è affidata alle parole del coorinatore regionale del partito di Berlusconi, Nazario Pagano: “Non ci muoviamo dalla nostra posizione, non esiste un Centrodestra competitivo che non sia unito. Noi pensiamo di proseguire il percorso unendo le liste di Centrodestra, intendo Udc, Fratelli d’Italia, liste civiche, e ci auguriamo che la Lega, dopo le vacanze d’agosto, possa riflettere e ripensarci, altrimenti si fa un favore a M5S e Centrosinistra”.

Rapporti mutati – Ma il clima tra i berluscones abruzzesi è tutt’altro che sereno. “Bisogna mettersi in testa che i rapporti di forza all’interno del Centrodestra sono cambiati – prosegue l’esponente regionale di Forza Italia -. C’è ancora spazio per ricomporre la frattura con la Lega? Credo di sì, a patto che si cambi registro, cominciando a dare il via libera alla nomina di Foa, un ex dipendente di Berlusconi, alla presidenza Rai: una bocciatura inspiegabile agli occhi dei nostri elettori”. Si prevede un’estate rovente. Per non parlare dell’autunno.

M5S: ‘Ci avete beccato, vogliamo abolire l’ordine dei giornalisti’

silenziefalsita.it 11.8.18

ordine-dei-giornalisti

“Non l’avevo detto a nessuno, ma avete scoperto il nostro grande segreto. Dunque confesso: il MoVimento 5 Stelle vuole abolire l’Ordine dei Giornalisti“.

Così il pentastellato Vito Crimi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria, in un post sul Blog delle Stelle.

“Ero certo – ha scritto Crimi – che le 300.000 persone scese il piazza nel 2008 per invocare l’abolizione dell’Ordine fossero passate inosservate… e pensavo che nessuno si fosse accorto, l’anno seguente, della nascita di un Movimento sancita proprio su questo tema così complesso e delicato… speravo poi che nessuno ricordasse i miei primi disegni di legge presentati nel 2013, che prevedevano proprio l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, e che il dibattito in Aula nel 2014 durante la legge di riforma delle modalità di sostegno all’editoria fosse caduto nel dimenticatoio”.

“Ma ieri (7 agosto, ndr), finalmente, – ha proseguito – il mistero è stato svelato. E dopo 10 anni alcuni ‘giornalisti’ (le virgolette non sono casuali) hanno scoperto che sì, forse potrei avere questa idea in testa”.

Il sottosegretario ha spiegato che avrebbe potuto presentare subito proposta di abolizione dell’Ordine dei Giornalisti ma ha preferito incontrare i vertici dell’Ordine per sentire le loro ragioni ed, eventualmente, accogliere un “loro percorso di autoriforma”.

Questa autoriforma, ha continuato Crimi, dovrà però essere “in grado di rispondere alle tante criticità sollevate sulla necessità che esista un albo dei giornalisti, un organo che possa decidere chi può scrivere notizie e chi no”.

L’esponente 5Stelle ha scritto poi che qualcuno ha parlato di “minacce” da parte sua. In realtà – ha spiegato – lui “è sempre al fianco della libertà di stampa per avviare quelle riforme che non sono mai state realizzate” e “si batte per riconoscere loro compensi degni e dignità alla professione, per la tutela delle fonti, per la difesa dalle diffamazioni temerarie e tanto altro”.