La banca nazionale nelle mani del dittatore

LORETTA NAPOLEONI caffe.ch 12.8.18

I rischi della politica monetaria imposta da Erdogan
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Durante la campagna presidenziale, Recep Tayyip Erdogan si è più volte scagliato contro la “lobby dei tassi di interesse” sostenendo che gli elevati tassi  piuttosto che frenare contribuiscono alla crescita dell’inflazione e promettendo di esercitare un maggior controllo sulla politica monetaria turca. Tutto ciò ha contribuito alla caduta della lira turca e all’aumento dell’inflazione che è arrivata al 15 per cento annuo. Di conseguenza il disavanzo delle partite correnti ha sfondato quota 6 per cento del Pil.
La strategia economica di Erdogan è semplice: allentare i cordoni della borsa, inondare i mercati con credito a basso costo e sponsorizzare progetti di costruzione sfrenata e di mega-infrastrutture. A tal fine il presidente si è appropriato con decreto presidenziale del diritto di nominare il governatore della banca centrale, i deputati e i membri del comitato di politica monetaria per un mandato di quattro anni. In questo modo ha completato la politicizzazione della banca centrale.
A sostegno di questa strategia, Erdogan mostra i dati della crescita economica, nel 2017 la Turchia è cresciuta del 7,4 per cento, cioè ad un tasso più alto di quello riportato dall’India e dalla Cina. Ma gli economisti controbattono  che la natura della crescita è deviante perché guidata dal consumo e dagli stimoli del governo, tutto ciò ha causato il surriscaldamento dell’economia.
L’impatto dell’erdoganomics sul settore produttivo è negativo. Sebbene molte aziende stanno ancora crescendo, i margini di profitto si stanno riducendo e la svalutazione della lira pesa sul debito in valuta delle aziende. Turk Telekom, una grande azienda di telecomunicazioni, ad esempio, ha annunciato all’inizio di agosto una perdita nel secondo trimestre di quasi 1 miliardo di lire proprio a causa dell’impennata nel costo del debito in valuta estera. Yildiz Holding, proprietaria dei cioccolatini Godiva e dei biscotti McVitie, uno dei numerosi conglomerati di alto profilo, ha chiesto di ristrutturare il debito per gli stessi motivi. Il debito esterno del settore privato è di 300 miliardi di dollari.