LA CRISI DELLA TURCHIA SPIEGATA FACILE (di Fabio Dragoni ed Antonio Maria Rinaldi)

 scenarieconomici.it 11.8.18

Premessa doverosa: lo Stato non è come un’azienda o come una famiglia e quindi come tali non può essere gestito. Ma nel momento in cui si finanzia in valuta estera (e quindi al di fuori del suo controllo) deve necessariamente sottostare ad equilibri di bilancio in tutto e per tutto simili a quelli delle imprese e dei consumatori che non hanno il privilegio del monopolio nell’emissione della valuta e che quindi devono necessariamente procurarsi quest’ultima (guadagnandola e prendendola a prestito) prima di utilizzarla.

Terminata l’introduzione abbiamo tutti gli strumenti per comprendere in cosa veramente consista la crisi della Turchia che turba risparmiatori ed investitori di tutto il mondo. Liquidiamo come semplici stupidaggini tutti gli accostamenti che politici ed osservatori nostrani hanno voluto avanzare in queste ore accostando la crisi di Ankara a ciò che potrebbe accadere in Italia qualora ci riappropriassimo della nostra sovranità monetaria. Al di là del condividere con la Turchia il nome della nostra precedente moneta tutte le similitudini finiscono qui.

Quella della Turchia è la tipica crisi di un paese emergente che si è finanziato in valuta estera. Principalmente euro o dollari. Il perché un paese in via di sviluppo sia costretto a finanziarsi in moneta estera è abbastanza facile da capire. Anche volendo intraprendere un poderoso programma di investimenti pubblici per dotare la propria economia di tutte le necessarie infrastrutture (strade, porti, aeroporti, ferrovie, scuole, ospedali ecc), il paese emergente dovrà necessariamente rivolgersi ad imprese soprattutto straniere. Se infatti avesse un tessuto produttivo e manifatturiero capace di soddisfare queste esigenze il paese in questione non sarebbe più emergente per definizione e potrebbe quindi pagare le imprese appaltatrici con la valuta nazionale. Ma così non essendo servono necessariamente monete straniere con cui remunerare le imprese chiamate a lavorare. Prestiti in valuta che devono necessariamente essere remunerati con altrettanta valuta straniera che il debitore potrà –anzi dovrà- recuperare esportando più di quanto importa ovvero indebitandosi ulteriormente in valuta ma con ciò non risolvendo il problema alla radice. La Turchia (governo e settore privato) ha un debito estero di quasi 470 miliardi stando alle ultime rilevazioni del governo di Erdogan a fronte di un PIL di circa 850 miliardi. Una cifra che sembrerebbe apparentemente non preoccupante se si considera che l’Italia ha un debito estero di quasi 1.900 miliardi a fronte di un PIL grosso modo uguale. Ma giudicare la sostenibilità del debito estero sulla base del reddito è fuorviante. Un Paese, ancorché non sia un’azienda, deve infatti rimborsare il proprio debito estero sulla base degli introiti di valuta estera. Occorre quindi guardare al saldo delle partite correnti (su cui gioca un ruolo determinante la bilancia commerciale) così come in un’impresa occorre guardare al margine operativo lordo (ciò che residua prima di ammortamenti, svalutazioni, interessi e tasse) per valutare la sostenibilità dell’indebitamento finanziario. Ebbene dal 2008 al 2017 mentre l’Italia ha cumulato un deficit complessivo di 60 miliardi di dollari (che diventano però +122 miliardi se si considera il periodo 2011-2017) la Turchia ha raggiunto invece la cifra di quasi 440 miliardi. Più o meno l’entità del suo attuale debito estero. Ecco spiegato il debito estero della Turchia che a differenza di un Paese come l’Italia non può invece contare su un surplus della bilancia dei pagamenti significativo come avvenuto a partire dal 2011.

E qualora l’Italia sperimentasse una significativa svalutazione della propria valuta (come avvenuto negli ultimi giorni per la Turchia che doveva disperatamente vendere lire contro dollari per onorare il debito in scadenza) non potrebbe che gioirne dal momento che già oggi, con una moneta artificialmente forte come l’euro, vanta un surplus commerciale di oltre 50 miliardi. E che la svalutazione non sia affatto una iattura per il commercio estero lo conferma il fatto che Trump con un tweet ha annunciato un aumento dei dazi sulle merci turche che grazie alla svalutazione sarebbero “troppo competitive”.

Bene ora che “il morto è nella bara” occorre chiedersi a quale possibile destino andrà incontro la Turchia visto che ad oggi non è chiaramente in grado di onorare il suo debito estero. Noi intravediamo tre possibili scenari che possono anche parzialmente sovrapporsi:

Scenario 1. La solita cura stile FMI fatta di austerità e tagli per abbattere i consumi e frenare l’import e quindi correggere la bilancia commerciale per recuperare la valuta estera necessaria a rimborsare il debito. Ne più né meno le manovre di “distruzione della domanda interna tramite il consolidamento fiscale” a suon di tagli e tasse candidamente rivelate dall’allora premier Mario Monti alla CNN. Pagheranno i cittadini turchi ed in un Paese particolarmente delicato per gli equilibri geopolitici del continente gli effetti potrebbero essere tragici ed imprevedibili.

Scenario 2. Default selettivo. La Turchia smette di pagare i creditori. A rimetterci sarebbero soprattutto le banche spagnole, francesi, tedesche ed italiane che si sono non poco esposte con Ankara. Anche qui gli effetti possono essere devastanti ma più facilmente prevedibili.

Scenario 3. La Turchia riesce a cavalcare la svalutazione per imprimere una svolta al proprio export a patto di avere un tessuto produttivo reattivo e comunque negoziando nel brevissimo termine una moratoria sul proprio debito estero necessaria a dare il dovuto respiro alla propria economia. Ed ovviamente Trump permettendo con conseguente ulteriore riavvicinamento della Turchia alla Russia di Putin. In tutto questo emerge la più totale assenza ed inconsistenza dell’Europa che su questa partita sarà semplice spettatore pagante. Come del resto è inconsistente tutta la sua dottrina basata sulla demonizzazione del debito pubblico che nessuna indicazione può dare in merito allo scoppio di future crisi finanziarie dal momento che quello turco è addirittura inferiore al 30%.

 

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