SPILLO/ Euro e Tria, per l’Italia la vera ripresa resta una chimera

Le recenti dichiarazioni del ministro Tria e l’atteggiamento del Governo di cui fa parte sembrano non lasciare molte speranze su un cambiamento dell’economia. GIOVANNI PASSALI

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Le recenti dichiarazioni del ministro Tria continuano a lasciare perplessità sulla logica e sulla realizzabilità delle sue intenzioni. La logica l’ho già denunciata in precedenti articoli, poiché se si continua a operare all’interno dei limiti del deficit (Tria ha addirittura parlato di riduzione del debito, come tanti altri suoi predecessori), allora si capisce che per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza verranno tagliati altri settori e così recuperate le risorse finanziarie adeguate. Ma così vuol anche dire che per i contribuenti di fatto non cambierà nulla. Invece la realizzabilità dipende precisamente dai vincoli che questo Governo si sta autoimponendo, cioè in generale i vincoli di bilancio e in particolare il vincolo della permanenza nell’euro. Questo vuol dire che, mancando in ogni caso la flessibilità del cambio, la presunta sostenibilità delle operazioni finanziarie proposte dipende dalle condizioni internazionali, rispetto alle quali non vi può essere un effetto di flessibilità dato da un cambio che non c’è e quindi tali condizioni internazionali incideranno sui nostri conti.

Per fare un esempio concreto, se l’Ue in risposta ai dazi Usa dovesse imporre dei propri dazi sul settore automobilistico, questo potrebbe avere degli effetti positivi sulla produzione auto della Germania in particolare, con un rialzo dell’euro che finirebbe per pesare in modo massiccio sulle nostre esportazioni.

In altre parole, sostenere la permanenza nell’euro vuol dire sostenere la permanenza di vincoli e condizioni che si chiamano debito al 60%, deficit al 3% e importanza del valore dello spread. L’incompatibilità di questi vincoli con la crescita è nota ed evidente a tutti. Nota per la scienza economica ed evidente a tutti per i dati da questo periodo di crisi economica in cui servirebbe la crescita ma il rispetto dei vincoli non l’ha permessa, sia in Italia che all’estero. Tutto ciò è noto ed evidente soprattutto a economisti del calibro di Borghi e Bagnai, presenti nella compagine di Governo. E su questo punto l’imbarazzo dello stesso Tria è evidente. In una recente intervista a Il Sole 24 Ore ha dichiarato: “Bisogna separare posizioni euroscettiche sul piano accademico, come quelle di Bagnai, con il fatto che la linea ufficiale del Governo non mette in alcun modo in discussione la nostra permanenza nell’euro”. Non so sinceramente cosa ne possa pensare un elettore di Bagnai, ma credo proprio che lo abbia votato per portare nel Governo le sue posizioni euroscettiche e per mettere in discussione la nostra permanenza nell’euro.

L’adesione all’euro vuol dire anche adesione a un’ideologia mercatista che mette il (presunto) libero mercato al primo posto, in ogni caso e in ogni condizione. Questa ideologia, ovviamente contraria a ogni forma di dazio, anche quando questo potrebbe essere utile e necessario, provoca poi delle situazioni paradossali. Come quelle riscontrate recentemente con i dazi Usa, che hanno fatto gridare allo scandalo e a fosche previsioni economiche i media di mezzo mondo. La realtà dei dati, fin troppo ovvia per la scienza economica vera, è ora sotto gli occhi di tutti: il Pil Usa è cresciuto del 4,1%. Questo dovrebbe spazzare via ogni catastrofismo derivante dall’imposizione dei dazi (che Trump in fondo ha applicato in modo prudente e intelligente, in settori chiave e con impatto immediato sul Pil).

Ma il modello americano non è certo da prendere come esempio. Si tratta sempre di un modello incentrato sul libero mercato, dove i più forti diventano più forti, i più ricchi diventano più ricchi e i poveri sempre più poveri. Anche il recente record di capitalizzazione di Apple, che ha appena superato i 1.000 miliardi di dollari, è un segno negativo in questa stessa direzione.

C’è poco da festeggiare anche per i recenti dati in leggero miglioramento sul fronte dell’occupazione in Italia (10,8%), poiché allo stesso tempo sono aumentati gli inattivi, arrivati al 12%, un record in Europa. Allo stesso modo c’è poco da festeggiare per il dato della disoccupazione in Grecia, per la prima volta sotto il 20% dall’inizio della crisi (è al 19,5%) poiché a fronte di circa 900 mila disoccupati vi sono addirittura 3 milioni e 200 mila inattivi.

Dicevo che uno scossone all’estero potrebbe provocare una crisi interna: un esempio è proprio quello che sta accadendo in Turchia, dove la moneta locale è in continuo calo nel mercato dei cambi, ma ultimamente questa discesa si accentuata sia per la situazione di instabilità politica, sia per i dazi paventati da Trump. Il problema si sta riflettendo su diverse banche, soprattutto italiane e spagnole, esposte per prestiti complessivi pari a 250 miliardi. E così pure Unicredit si trova a pagare il conto salato di questa situazione destabilizzante, a ulteriore riprova che il modello di libero mercato senza regole non funziona e non può funzionare.

Nel persistere a difendere la nostra permanenza nell’euro e nel negare ogni esistenza di un “piano B”, il nostro Governo rischia di essere come l’ultimo soldato giapponese, ancora pronto a combattere per una patria che ha già perso la sua guerra. Le parole di Tria sulla priorità del contenimento del debito riecheggiano quelle di Padoan. Il suo staff al ministero è lo stesso del Governo precedente. Questo sarebbe il Governo del cambiamento?