Vi spiego tutte le cose turche fra Turchia e Stati Uniti

 startmag.it 12.8.18

L’articolo dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Turchia: vittima di una crescita troppo forte, finanziata in modo non marginale a debito dall’estero, incapace di riassorbire la disoccupazione e soprattutto di sanare uno squilibrio strutturale dei conti con l’estero. E’ una crisi del tutto simile a quella spagnola del 2011, senza però avere la caratteristica di quest’ultima, determinata dall’indebitamento delle banche con l’estero usato per finanziare la bolla immobiliare. 

Il problema, ancora una volta, non sono state le finanze pubbliche in disordine: il deficit annuo non è mai andato sopra il 2,9% del pil, percentuale che sarebbe raggiunta solo quest’anno dopo essere stata sempre intorno al 2,3% sin dal 2012, mentre addirittura l’anno prima si era sfiorato il pareggio di bilancio. Anche il debito pubblico di Ankara è sempre rimasto a livelli ultra rassicuranti, secondo gli standard previsti dal Fiscal Compact: è stato ridotto costantemente a partire dal 2009, quando era pari al 43,8% del pil, per arrivare al 27,8% di quest’anno. 

Il ritmo di crescita del pil turco è stato paragonabile solo a quello della Cina: +8,5% nel 2010, +11.1% nel 2011, +4,9% nel 2012, +8,5% nel 2013, +5,2% nel 2014, +6% nel 2015, +3,2% nel 2016,  +7% nel 2017, +4,1% quest’anno. La enorme differenza con la Cina è stata rappresentata daI conti esteri, strutturalmente negativi: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti è sempre stata passiva sin dal  2002. Negli anni della crisi la situazione è continuamente peggiorata: il picco negativo fu toccato nel  2011, quando il saldo fu di -74,4 miliardi di dollari, pari al -8,9% del pil. Nonostante il miglioramento di circa un punto di pil annuo realizzato da allora fino al 2015, quando i valori si assestarono rispettivamente a – 32,1 miliardi di dollari, pari -3,7% del pil, successivamente si è verificato un nuovo trend di peggioramento, con il risultato negativo previsto per quest’anno in -49,1 miliardi di dollari, corrispondenti al -5,4% del pil. In totale, tra il 2008 e quest’anno, il saldo negativo della bilancia dei pagamenti correnti è stato di 486 miliardi di dollari, accumulando anno dopo anno una percentuale sul pil pari al 57%. 

La posizione finanziaria internazionale netta della Turchia è contestualmente peggiorata: nell’arco di un decennio, le passività totali verso l’estero sono passate da 282 miliardi di dollari del gennaio 2016 a 683 miliardi di dollari del dicembre 2017. Parimenti, si è triplicato il saldo passivo, passato da -161 miliardi di dollari a -454 miliardi. 

La crescita degli investimenti è stata tumultuosa: a partire dal 2011, la loro percentuale annua sul pil non è mai scesa al di sotto del 22%, arrivando quest’anno al picco previsto del 31,3%.Il risparmio nazionale, pur estremamente elevato essendo sempre oscillato tra il 21% ed il 26% del pil, non è stato però sufficiente a finanziarli integralmente: il differenziale è stato coperto con il ricorso ai capitali esteri che hanno fronteggiato anche il gap della bilancia dei pagamenti correnti. In totale, tra il 2008 e quest’anno, la quota di investimenti annui non coperti con il risparmio interno è stata pari nel complesso a circa il 55% del pil.

La svalutazione della lira turca non è stata in grado di compensare lo squilibrio dei conti con l’estero, ma ha alimentato l’inflazione interna Per contrastarla, sono stati aumentati inutilmente i tassi di interesse. Occorreva mettere un freno agli impieghi, non limitarsi ad aumentarne il costo.

Ora, l’Amministrazione americana ha raddoppiato i dazi sulle importazioni dalla Turchia, portandoli quelli sull’alluminio al 20% ed al 50% quelli sull’acciaio: la svalutazione della lira turca sarebbe stato uno strumento distorsivo del mercato. C’è dell’altro. La Turchia è stata, insieme all’Argentina, l’ospite d’onore all’ultima riunione dei Brics: una alleanza antitetica agli Usa. Ankara spera, o forse si illude, di ricevere un aiuto finanziario da parte della Cina per superare lo stallo della sua moneta sui mercati e la manifesta ostilità americana. 

La tensione con gli Stati Uniti è salita di continuo: di recente, a causa dell’imposizione, da parte di Washington, di sanzioni ai danni dei ministri turchi della Giustizia e dell’Interno per il caso Brunson, il pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord detenuto in Turchia dall’ottobre 2017 con l’accusa di spionaggio e terrorismo, per avere legami sia con il partito filo curdo PKK, sia con la organizzazione terroristica FETÖ, sostenuta dal predicatore islamico Fethullah Gulen, che Ankara considera responsabile del fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016. La Turchia ha replicato, imponendo sanzioni simmetriche nei confronti di due alti funzionari americani. 

L’intervento autonomo di Erdogan in Siria, a fianco della Russia nonostante qualche screzio, non è garbato agli Usa. I Peshmerga, forza militare del Kurdistan irakeno, vengono sostenuti da Washington ma combattuti da Ankara: il pericolo di una secessione territoriale è sempre stata un pericolo per l’integrità della Turchia. Parimenti, non sono piaciuti agli Usa gli ammiccamenti sul Blue Stream per portare gas russo in Europa passando per il Mar Nero. Ancor meno deve essere andata giù la preferenza espressa nello scorso mese di aprile alla fornitura di missili russi SS-20 rispetto ai Patriot statunitensi. 

A partire dal fallito colpo di stato dell’estate 2016, i rapporti si sono progressivamente deteriorati. Anche la Turchia è nella morsa di uno scontro geopolitico globale: ogni mezzo per combattersi sembra ormai divenuto lecito.