Atlantia: Toninelli invia lettera avvio iter revoca concessione Aspi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Il mio ministero ha inviato ad Autostrade la lettera con cui prende avvio la procedura per la decadenza della concessione”.

Lo scrive su Facebook il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, precisando che “vogliamo cambiare tutto. Vogliamo farlo perché le vite umane vengono prima degli utili aziendali. Perché la sicurezza dei cittadini viene prima dei dividendi agli azionisti. A tre giorni dal tragico crollo del ponte Morandi a Genova, ci sono eroi che scavano tra le macerie, feriti che soffrono e lottano per la vita, famiglie che purtroppo piangono i propri cari. Domani, nel giorno dei funerali e del lutto di Stato, il Governo sarà al fianco di queste famiglie, con il cuore straziato di dolore. Proprio a loro, ai morti e ai loro parenti, ai feriti, ai tantissimi che sono momentaneamente sfollati, e a una città lacerata e tagliata in due, dobbiamo il nostro impegno a non arretrare di un millimetro. Il Governo va avanti per accertare le responsabilità dell’accaduto e punire i colpevoli”.

Toninelli sottolinea di aver chiesto “formalmente ad Autostrade per l’Italia di fornire entro 15 giorni una dettagliata relazione per dimostrarci se e come ha agito, in merito alla manutenzione del ponte Morandi, secondo gli oneri e gli obblighi che gli competono come ente gestore di quel tratto di autostrada. Inoltre ci aspettiamo che Autostrade si mostri collaborativa su eventuali iniziative a titolo di risarcimento danni a persone e beni, naturalmente a sue spese, come peraltro previsto dalla convenzione. Vogliamo che la città torni alla sua quotidianità. E vogliamo anche giustizia. Il sistema delle concessioni autostradali deve essere ribaltato. E il Governo del cambiamento sente in modo profondo l’importanza di questa missione”.

Infine per Toninelli “è incredibile leggere la stampa che parla di Governo diviso, tra M5S e Lega, sul trattamento da riservare ad Autostrade. E invece non fa quasi cenno alle responsabilità enormi del concessionario nella tragedia. D’altronde sono decenni che i giornali reggono il gioco a certi poteri forti, mentre i partiti ottenevano fondi da quegli stessi potentati, consentendo loro in cambio di arricchirsi enormemente a scapito dello Stato e degli italiani. Il Governo andrà avanti compatto finché i diritti dei cittadini non torneranno a essere prioritari rispetto agli interessi privati di qualcuno”.

liv

(END) Dow Jones Newswires

August 17, 2018 13:20 ET (17:20 GMT)

Crollo ponte Morandi: i vincoli europei c’entrano e come! (di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA)

Giuseppe Palma scenari economici.it 17.8.18

Articolo a firma di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero del 17 agosto 2018:

Matteo Salvini ha, molto opportunamente, dichiarato che il governo italiano non rispetterà i vincoli europei se questi «ci impediscono di spendere soldi per mettere in sicurezza le scuole dove vanno i nostri figli o le autostrade su cui viaggiano i nostri lavoratori». Era ovvio che i giornaloni cercassero subito i motivi per assolvere la Ue da quello che è successo a Genova. Due sono i motivi addotti: la gestione privata delle autostrade – per cui Stato e Ue non avrebbero alcuna responsabilità nel disastro di ponte Morandi – e i 500 miliardi di euro del famoso “piano Juncker” del 2014. Gestione privata, appunto. In effetti noi abbiamo privatizzato tutto, probabilmente siamo stati su questo i “più bravi” in Europa, ma chi ci ha chiesto di privatizzare? L’Ue: se volevamo entrare nell’eurozona dovevamo avere «meno Stato e più mercato», e così è andata. Grazie ai governi di centrosinistra presieduti da Romano Prodi e Massimo D’Alema (1996/1998/2000). È grazie a questi governi che il ponte Morandi è finito nelle mani dei privati. Ed è grazie a Delrio, ministro per le Infrastrutture del Governo Renzi, se non si è deciso di intervenire, pur essendo il ministro stato avvisato da due interrogazioni parlamentari (2015 e 2016) della gravità della situazione.

I PALETTI DI BRUXELLES

Comunque sia, è vero che la manutenzione spetta all’azienda privata concessionaria della gestione della rete autostradale, ma è anche vero che se lo Stato non fosse obbligato a rispettare i vincoli che l’Ue ci impone – su tutti il pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact, che grazie a Monti abbiamo pure inserito in Costituzione -, potrebbe intervenire direttamente nella manutenzione determinando non solo la diminuzione dei costi del pedaggio (aumentati del 44% in dieci anni), ma soprattutto garantendo una adeguata qualità del servizio e – soprattutto – della sicurezza. Certo, il privato perderebbe una fetta di profitto, ma le strade e i ponti sarebbero molto più sicuri. Legatosi invece mani e piedi ai vincoli europei, lo Stato ha dovuto lasciare la manutenzione esclusivamente in mano ai privati che, pensando a realizzare il massimo profitto, sacrificano soprattutto la sicurezza e aumentano costantemente i prezzi. Quindi l’Ue e i suoi vincoli c’entrano e come in quello che è successo! Anche perché, senza quei vincoli di bilancio, per quale motivo lo Stato dovrebbe privatizzare consentendo ai privati di arricchirsi con la gestione di un servizio pubblico di interesse strategico?

ITALIA SPOLPATA

L’altra trovata “geniale” per difendere la Ue è quella di richiamare il “piano Juncker”. Bene, quei soldi non esistono proprio. I 500 miliardi erano in realtà poco più di 300, vale a dire 3,5 miliardi di euro ogni anno per ciascuno Stato membro. Insomma, un’elemosina. Meno di un punto percentuale di Iva, anche se, a dire il vero, nel 2015 di quei 300 miliardi l’Ue ne ha messi a disposizione soli 21, neppure di nuove risorse ma presi dal bilancio Ue. Insomma, il “piano Juncker” è una cagata pazzesca. Quindi, di cosa stiamo parlando? Diciamola tutta: da quando siamo entrati nell’Ue e nell’euro non siamo più in grado di garantire né i diritti fondamentali dei cittadini, ad esempio la sanità, né la sicurezza sulle strade o nelle scuole. E da quando abbiamo ratificato il Fiscal Compact e inserito in Costituzione il pareggio di bilancio, lo Stato si è castrato della possibilità di qualsiasi tipo di intervento. Quello che sentite dire alla televisione o leggete sui giornaloni sono solo fakenews di un vecchio potere che, agonizzante, non ne vuole proprio sapere di mollare l’osso. E in effetti dell’Italia ormai, grazie ai governi euromani di centrosinistra, è rimasto solo quello: l’osso.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero del 17 agosto 2018.

Un’autostrada pubblica

comedonchisciotte.org 17.8.18

FONTE: ILPEDAMNTE.ORG

(Ri)nazionalizzare?

La tragedia del crollo del ponte Morandi ha riaperto il dibattito sull’opportunità tecnica, politica ed economica di avere affidato, a partire dagli anni Novanta, la gestione di buona parte della nostra rete autostradale a concessionari privati. Secondo alcuni, le ben note criticità di quel processo di «privatizzazione» (trattandosi di una cessione ai privati della sola gestione, non delle infrastrutture) assumono rilievo anche per la sicurezza degli utenti, sempre più minacciata da manufatti urgentemente bisognosi di manutenzioni straordinarie e rimpiazzi. Si parla dunque in questi giorni di rinazionalizzare la gestione della rete per sottrarre un servizio così delicato e centrale alla sola logica del profitto.

In punto politico, chi scrive si associa pienamente a questo auspicio, anche presumendo il massimo scrupolo e la massima integrità dei concessionari. Come ho argomentato illustrando il caso della distribuzione del gas naturale, il regime di concorrenza va applicato ai mercati di beni e servizi contendibili che non necessitano di regolazione e il cui malfunzionamento non metterebbe in pericolo l’intera collettività, non a quelli assoggettabili al solo monopolio, detti appunto monopoli naturali. Forzare il mercato in questi ultimi settori equivale in tutto a forzare lo Stato nei settori «naturalmente» vocati alla concorrenza: è una stalinizzazione al contrario dove, nei fatti, uno o pochi operatori economici privati godono delle prerogative dominanti di uno Stato senza sobbarcarsene la missione sociale e il vincolo di rappresentanza politica, distorcendo in maniera grottesca i principi di un mercato «libero» nel solco di ciò che ho descritto altrove come «socialismo dei ricchi».

I modi per rinazionalizzare un monopolio naturale non sono semplici né scontati, e non possono comunque scindersi da più ampie politiche di spesa pubblica e, ancora più a monte, da una definizione condivisa del confine di competenze e ruoli tra Stato e «mercati». Per portare un contributo concreto alla riflessione sugli aspetti operativi di questa ipotesi, illustrerò nel seguito un caso a noi vicino di rete autostradale interamente gestita dal settore pubblico.

CONTINUA QUI

Autostrade, Conte: ‘Inoltrata la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione’

silenziefalsita.it 17.8.18

Oggi il Governo, tramite la competente Direzione del Ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato a “Autostrade per l’Italia” la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione”.

Lo ha annunciato Giuseppe Conte su Facebook.

Il presidente del Consiglio ha spiegato che “il Governo contesta al concessionario che aveva l’obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte”.

“Il concessionario” ha fatto sapere Conte “avrà facoltà di far pervenire le proprie controdeduzioni entro 15 giorni, fermo restando che il disastro è un fatto oggettivo e inoppugnabile e che l’onere di prevenirlo era in capo al concessionario su cui gravavano gli obblighi di manutenzione e di custodia”.

Quanto alla notizia che Autostrade per l’Italia sarebbe disponibile a ricostruire il ponte a sue spese, il premier ha affermato:

“Se questa proposta verrà formalizzata il Governo la valuterà, ma non come contropartita della rinuncia a far valere la voce di tutte le vittime di questa immane tragedia”.

Inoltre, ha aggiunto, “se questa iniziativa di ricostruzione del ponte verrà addebitata a ‘Autostrade per l’Italia’ sarà solo a titolo di provvisorio risarcimento del danno, fermo restando che la ferita inferta alle vittime, ai loro familiari e al Paese è incommensurabile e non potrà certo essere rimarginata in questo modo”.

Conte ha anche fatto sapere che l’esecutivo adotterà “nuove iniziative, ben più rigorose di quelle pensate dai Governi precedenti” e “farà di tutto per rivedere integralmente il sistema delle concessioni e man mano che esse scadono ne approfitterà per impostare queste operazioni sulla base di nuovi princìpi e di più soddisfacenti equilibri giuridico-economici”.

“Questo Governo” ha concluso il premier “intende dare un segnale di svolta ben preciso: d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese e, quindi, i cittadini sono disposti ad affidare alle loro cure solo a patto che il lucro che ne viene ricavato sia ampiamente compensato dalle garanzie di una “assoluta tutela e sicurezza” delle vite degli utenti e di una ‘gestione realmente efficiente’ del servizio”.

Genova, Conte-Toninelli: “al via iter revoca concessione Autostrade”/ Ponte crollato, Governo “cambiamo tutto”

Revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia dopo crollo del ponte Morandi a Genova: come funziona e quanto costerebbe allo Stato la penale. L’attacco del Governo e i nodi che restano

Crollo Ponte Morandi a Genova (LaPresse)Crollo Ponte Morandi a Genova (LaPresse)

La svolta del Governo arriva in serata con l’annuncio del Premier Conte e del Ministro Toninelli: «Il governo tramite la competente direzione del ministero, ha formalmente inoltrato ad Autostrade per l’Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura», afferma una nota ufficiale di Palazzo Chigi in merito alle conseguenze della tragedia di Genova. Il Governo gialloverde dunque prosegue nella linea durissima contro la concessionaria ritenuta responsabile del crollo, ovvero proprio Autostrade per l’Italia: «il concessionario avrà facoltà di far pervenire le proprie controdeduzioni entro 15 giorni, fermo restando che il disastro è un fatto oggettivo e inoppugnabile e che l’onere di prevenirlo era in capo al concessionario su cui gravavano gli obblighi di manutenzione e di custodia. Si è diffusa la notizia che Autostrade per l’Italia sarebbe disponibile a ricostruire il ponte a sue spese. Se questa proposta verrà formalizzata il Governo la valuterà, ma non come contropartita della rinuncia a far valere la voce di tutte le vittime di questa immane tragedia», spiega in una nota il Presidente del Consiglio. Su Facebook poi il Ministro delle Infrastrutture Toninelli avanza, «ogliamo che la città torni alla sua quotidianità. E vogliamo anche giustizia. Il sistema delle concessioni autostradali deve essere ribaltato. E il Governo del cambiamento sente in modo profondo l’importanza di questa missione». FOCUS PONTE GENOVA: ULTIME NOTIZIE LIVE – CRONACA DELLA CROLLO – CHI SONO LE VITTIME

SALVINI VS PD: “MINISTRO CHE HA FIRMATO CONCESSIONE DISTRATTO O INCAPACE”

Parole di fuoco da parte di Matteo Salvini rispetto alla revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia. Il vicepremier a TgCom24 ha tuonato:”Qualcuno non ha rispettato il contratto e c’è qualche ministro precedente che ha firmato una concessione assurda ad Autostrade, dove i controllori erano i controllati che si facevano tutto in casa e dove paghi la penale non solo per i mancati utili, ma anche per i mancati pedaggi”. Il leader della Lega ha anche negato che all’interno del governo ci siano posizioni differenti: “Non c’è nessuna divisione. E’ il momento in cui ci stiamo occupando di continuare a scavare, mettere in sicurezza quel che è rimasto in piedi, dare assistenza ai feriti, alle famiglie, ai defunti, trovare una sistemazione il prima possibile ai 600 sfollati, cose importante in cui impegnati. Se uno guarda la stragrande maggioranza dei giornali e dei telegiornali c’e’ da vergognarsi, sono pieni di supposizione e sciaccallaggio: lo dico da giornalista, mi vergogno di alcuni colleghi”. Sulla firma delle concessioni in passato, Salvini ha chiosato:”Mi domando se chi ha firmato quegli atti lo abbia fatto per distrazione, incapacità o altro”. (agg. di Dario D’Angelo)

SALVINI, “NON SIAMO AL MERCATO”

Da una parte Luigi Di Maio, che ribadisce la “volontà politica” del governo di non arretrare sulla revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia. Dall’altra Matteo Salvini, che con diverse sfumature lascia intendere che in ogni caso un dialogo con la società debba essere avviato, non fosse altro per le penali miliardarie che lo Stato si ritroverebbe a pagare con ogni probabilità recedendo dall’accordo. Come riportato dall’Huffington Post, però, dopo aver individuato nelle scuse pubbliche, nella ricostruzione del ponte, nel sostegno economico agli sfollati e ai familiari delle vittime, e nello stop ai pedaggi, il giusto prezzo per una “tregua”, il vicepremier leghista ha tenuto a precisare che non si tratterà di imbastire un accordo meramente economico:”Non siamo al mercato”, per cui “se facesse quello che ha detto di fare, Autostrade farebbe il minimo del dovuto per risarcire in minima gli italiani. Ma non siamo lì a contrattare a fronte di questa tragedia. Non cerco vendetta, ma l’atteggiamento del governo sarà rigoroso”. (agg. di Dario D’Angelo)

DI MAIO E SALVINI, POSIZIONI DIVERSE?

Dopo l’annuncio-minaccia di Di Maio avvenuta ieri sera, nel Governo aleggia un generale “frenata” sull’attacco diretto contro Autostrade per l’Italia, forse pensando proprio a quelle penali che lo Stato dovrebbe pagare per contratto se dovessero essere imposte le revoche delle concessioni. Il Ministro degli Interni Salvini a margine della festa Lega a Pontida ha fatto sapere che di revoca delle concessioni «Ne parleremo più avanti, nell’immediato mi interessa ottenere fondi per il sostegno delle vittime. L’iter è partito, ma Genova non può aspettare, nell’attesa che gli avvocati e i giudici facciano il loro lavoro dobbiamo fare di tutto perché Autostrade apra il portafoglio». Come ha descritto brillantemente Nicola Porro nella sua “Zuppa” quotidiana su Facebook, il problema non è che vengano revocate le concessioni ma che si possa, anzi si debba, far pagare ad Autostrade “fino all’ultimo euro” i danni per la scarsa manutenzione fatta. Non solo, spiega Porro, «si dovrebbe far pagare anche tutto il piano di bonifica dell’area e magari anche contributi per ricostruire le case sottostanti il nuovo ponte Morandi che verrà ricostruito».

DI MAIO: “FRENARE? CHI VUOLE DOVRÀ PASSARE SUL MIO CADAVERE”

Nessun arretramento da parte del governo sulla volontà di revocare le concessioni ad Autostrade per l’Italia dopo il crollo del ponte Morandi a Genova: questo l’impegno preso dal vicepremier Luigi Di Maio, ospite a In Onda su La7, dopo che nel pomeriggio si era registrata una frenata nella maggioranza a fronte della presa di consapevolezza che recedere dall’accordo può essere complicato oltre che costoso (si parla di 20 miliardi di euro di penali). Il capo politico del M5s non pare disposto a venire a patti con soluzioni di compromesso:”Chi non vuole revocare le concessioni deve passare sul mio cadavere. C’è la volontà politica del governo: vogliamo revocare queste concessioni”, dice. Come riportato da Adnkronos, il ministro del Lavoro ha parlato a nome dell’intero esecutivo, lasciando intendere che la maggioranza su questo argomento non si dividerà:”Anche Salvini è d’accordo. C’è un impegno di tutto il governo. Non c’è Borsa che tenga o escamotage”. Di Maio ha aggiunto che da parte di Autostrade per l’Italia ricostruire il ponte Morandi “è il minimo sindacale”, rilevando che “se dovessimo dire ‘Se ci ricostruisci il ponte noi non ti revochiamo la concessione’ penso che gli italiani ci lincerebbero sulla pubblica piazza”. (agg. di Dario D’Angelo)

REVOCA CONCESSIONI COSTA 20 MILIARDI

20 miliardi di euro, o molto di più: è questa la stima fatta dall’avvocato Davide Maresca, genovese ed esperto di concessioni autostradali, raggiunto dal Messaggero per calcolare gli eventuali danni per lo stato con una revoca immediata delle concessioni ad Autostrade per l’Italia. «La disciplina è complessa, regolata dalla legge e dalla convenzione con Autostrade», spiega ancora Maresca nell’indicare i soldi che lo Stato dovrebbe versare nelle casse di Atlantia. Le possibili vie che il Governo ora può attivare sarebbero due: «decadenza della convenzione per grave inadempimento. L’inadempimento deve essere trovato e il governo deve averlo denunciato ad Autostrade», mentre la seconda strada vede, secondo Maresca, «la possibilità della revoca. Ma è qualcosa di enorme, anche da un punto di vista economico. La procedura, che per altro non può riguardare un singolo tratto, perché se revochi, revochi tutto, l’intera rete in concessione, può essere attivata se ci sono circostanze straordinarie ed eventi imprevedibili. Questo iter prevede, però, una proposta di indennizzo ad Autostrade in cui va calcolato il valore dei beni non ancora ammortizzati fino a fine concessione, ossia il 2038, più una percentuale sugli investimenti non realizzati che si aggira sul 20%. Quantificare la cifra esatta ora, è pressoché impossibile, ma meno di 20 miliardi credo sia impossibile», conclude l’esperto.

SCONTRO DI MAIO-RENZI SUL “CASO BENETTON”

Lo scontro politico non si limita alle sole concessioni da revocare (nei limiti del possibile, il che al momento resta alquanto complesso) ad Autostrade per l’Italia, ma si allarga anche alla famiglia Benetton. Fin dalle prime ore dopo il disastro di Genova, il Governo ha attaccato i gestori responsabili di quel tratto di A10 dove è crollato il ponte: ovvero proprio Autostrade e Benetton, con parole molto dure «ello Sblocca Italia nel 2015 fu inserita di notte una leggina che prolungava la concessione a Autostrade in barba a qualsiasi forma di concorrenza. Si è fatta per finanziare le campagne elettorali. A me la campagna non l’ha pagata Benetton e sono libero di rescindere questi contratti», ha ribadito questa mattina Di Maio. In un lungo post su Facebook, gli risponde per le rime Matteo Renzi che durissimo replica «Chi dice che il mio Governo ha preso i soldi da Benetton o Autostrade è tecnicamente parlando un bugiardo. Se lo dice per motivi politici invece è uno sciacallo. Chi ha sbagliato deve pagare. Dire: ‘Revochiamo la concessione’ fa aumentare i like, ma governare è più complicato».

DI MAIO, “AUTOSTRADE PER L’ITALIA SONO VERGOGNOSE”

Mentre Atlantia continua il “super-tonfo” in Borsa si accende nuovamente il livello dello scontro tra il Governo e Autostrade per l’Italia: in particolar modo, a Genova il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha attaccato «Confermo la revoca della concessione ad Autostrade», confermando la linea del Governo in merito, «non è possibile che in questo Paese si vada a morire pagando il pedaggio. Prima che il governo annunciasse il ritiro della concessione per Autostrade per l’Italia, già la Borsa aveva condannato Atlantia, proprietario di Autostrade per l’Italia. Era chiaro che chi doveva fare le manutenzioni non le aveva fatte». A livello politico e umano, Di Maio spiega che quanto detto da Atlantia e Autostrade dopo il crollo del ponte è qualcosa di assurdo e inaccettabile: «mentre stiamo ancora cercando di accertare il numero delle vittime, la salute dei feriti e lo stato delle aziende locali, Autostrade ci dice che gli spettano i proventi del contratto che gli taglieremo, questo è vergognoso. Non si può pensare anche in questi momenti al profitto», spiega il Ministro davanti alla Prefettura di Genova, prima di concludere con una promessa, «Adesso desecretiamo i contratti delle concessioni autostradali. I cittadini non lo sanno ma quei documenti sono secretati e anche noi facciamo fatica a conoscerli. Appena riusciremo capiremo i perimetri e i contorni di queste concessioni».

REVOCA CONCESSIONI AUTOSTRADE DOPO PONTE CROLLATO

L’annuncio di Conte, Toninelli e Di Maio dopo il disastro del ponte Morandi crollato a Genova è stato di quelli roboanti: «stiamo pensando alla revoca delle concessioni alla società che gestiva il tratto di autostrada interessa dal crollo», ovvero Autostrade per l’Italia. Polemiche a non finire non solo sul fronte politico – con le opposizioni che contestano al Governo di voler lanciare subito il dito contro il “primo colpevole” senza una seria analisi di responsabilità, cause e possibili colpe – ma anche sul fronte economico e finanziario. Per Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l’Italia, si preannunciano giorni di fuoco in Borsa con il titolo che perde quasi il 50% in avvio delle contrattazioni e non riesce perciò a fare prezzo a causa della iper pressione al ribasso. «L’annuncio da parte del governo del ritiro della concessione, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, è stato effettuato senza qualsiasi contestazione specifica e in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell’accaduto», spiega la Atlantia in una nota questa mattina, sottolineando come «le modalità di tale annuncio possono determinare riflessi per azionisti e obbligazionisti». Secondo Autostrade per l’Italia, in caso di decisione sulla revoca della concessione «spetta alla concessionaria il riconoscimento del valore residuo della concessione, dedotte le eventuali penali se ed in quanto applicabili».

QUANTO COSTEREBBE ALLO STATO LA REVOCA?

Proprio le penali sono il fronte più spinoso per il Governo che invece intendeva risolvere “in breve” la questione delle responsabilità sul disastro del viadotto crollato su se stesso il 14 agosto alle ore 11.50. Secondo una prima stima la revoca della concessione ad Autostrade potrebbe avvenire soltanto in caso di gravi inadempienze da parte della società e fin qui lo Stato avrebbe anche di che contestare alla gestione di infrastrutture e ponti non solo dopo la tragedia del Morandi a Genova. Come ben spiega il Sole 24 ore, i veri problemi vengono dopo: «formulare un’accusa del genere nei confronti della società dovrebbe prevedere una formulazione completa di quest’ultima realizzata dalla Struttura di vigilanza sulle concessioni autostradali (Svca) che, notoriamente, ha carenza di mezzi e personale». Non solo, le operazioni di revoca costano tra i 15 e i 20 miliardi di euro, vista la clausola imposta nel contratto fra Autostrade e Stato: «Il concessionario ha diritto a un indennizzo/risarcimento a carico del concedente in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione. L’indennizzo sarà pari ad un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino alla scadenza della concessione». Secondo Di Maio però, «Sulla revoca delle concessioni sono convinto che non pagheremo le penali»: insomma, la sfida è aperta, mentre intanto si continua a scavare per cercare le vittime e ancora si è sostanzialmente al “buio” sulle reali cause dietro all’improvviso e tremendo crollo. L’APPROFONDIMENTO DI SERGIO LUCIANO

Benetton: non solo maglioncini colorati, con un’attrazione irresistibile per autostrade e aeroporti

Matilde De Luca corrierequotidiano.it 17.8.18

Chi era convinto che Benetton fosse soltanto camicette e maglioncini colorati si sbagliava di grosso. I confini del regno della famiglia trevigiana si estendono in tutto il mondo. Ristorazione, abbigliamento, areoporti, autostrade e molto altro.

benetton
benetton

benetton

mare sporco
strada gigante
genova

Chi ancora pensa che i Benetton siano solo camicette e maglioncini colorati si sbaglia di grosso. Oggi molti sanno, purtroppo, che sono anche e soprattutto Autostrade, con un fatturato di 3 miliardi e mezzo l’anno e i pedaggi autostradali più cari d’Europa, decisi a piacimento dal Gruppo. Ma i confini del regno della famiglia trevigiana si estendono in tutto il mondo: ristorazione, abbigliamento, aeroporti, autostrade, edilizia, agricoltura, editoria e finanza. Un dato per tutti: il 50% della ristorazione degli aeroporti degli Stati Uniti fa capo al Gruppo di Ponzano Veneto

Le origini del Benetton Group risalgono al 1965 quando i fratelli Luciano, Gilberto, Giuliana e Carlo fondano l’azienda tessile di abbigliamento. L’azienda si espande rapidamente anche grazie ad una campagna pubblicitaria accattivante, sbarazzina e provocatoria ed esporta i propri capi, grazie a un esteso franchising globale, nelle più grandi metropoli del mondo già negli anni ’80, da New York a Tokio.

Nel 1981 viene fondata la holding di gruppo Ragione di G. Benetton e C. s.n.c. , che attualmente risponde al nome di Edizione Srl e si configura come il grande salvadanaio familiare, con un giro d’affari di 12 miliardi di euro e facente capo, in percentuali variabili, ai seguenti gruppi: Autogrill, il cui presidente è Gilberto Benetton, Atlantia di cui detiene il 30,25 % di azioni (quasi la metà dei tratti autostradali italiani compresa l’A10 Genova-Savona), CAI ovvero Alitalia di cui possiede il 7,5%, Gemina società che gestisce gli scali di Ciampino e Fiumicino e che solo nel 2011 ha fatturato 613 milioni di euro,Maccarese S.p.A l’Azienda agricola più grande e nota d’Italia avente un’estensione di 3200 ettari appena fuori Roma, oltre a innumerevoli partners attivi nel mondo della finanza.

I fratelli Benetton sono, come si può facilmente dedurre, tra gli uomini più ricchi d’Italia.

Nel 1998 il Benetton Group acquista, nonostante l’evidente conflitto d’interessi in quanto proprietari di una quota dell’areoporto di Fiumicino, la tenuta agricola di Maccarese per un valore -tutto sommato modesto- di 93 miliardi di vecchie lire. La tenuta, a ridosso dell’area areoportuale è oggi 100% di proprietà dell’Edizioni Holding, riconosciuta come l’impresa agricola più grande d’Italia. La Maccarese produce foraggi, carni bovine (3000 capi di bestiame), latte (11 milioni di litri l’anno) soddisfacendo ben il 10% del fabbisogno di latte della capitale. Ma lo scopo occulto dell’acquisto sta nel raddoppio, che prima o poi s’ha da fare, dell’aeroporto di Fiumicino. In questo modo una parte cospicua (e costosa per lo Stato che dovrà espropriare) della tenuta di Maccarese verrà rivenduta dai Benetton Brothers allo Stato medesimo da cui l’avevano acquistata, con il solito guadagno da far impallidire Paperon de’ Paperoni.

Stando a un inchiesta del 2002 della Gabanelli per Report, le mucche della Maccarese per sostenere i frenetici ritmi di produzione richiesti, venivano munte 22 ore al giorno e nonostante avessero a disposizione centinaia di ettari di terreno da pascolare venivano tenute in gabbie per tutta la durata della loro misera esistenza. Chi ci dice che anche ora non sia così. Sempre secondo quest’inchiesta non solo gli animali venivano sovra sfruttati: i lavoratori all’interno dell’azienda sono poco più di una settantina, prevalentemente stranieri e con un salario massimo di 30 euro giornalieri.

Oltre a ciò la Maccarese commercializza vino, grappa e olio di oliva. Le Edizioni Holding possiedono, oltre alla Maccarese S.p.A, anche la Cirio Agricola e un’immensa tenuta di 900 mila ettari in Argentina attraverso la società Compania de Terras che fattura il 10% delle rendite annue del Benetton Group e controlla un’area avente un’estensione pari alla regione Umbria.

La proprietà argentina è stata a più riprese contestata dal popolo Mapuche che ha rivendicato il diritto di tornare alla propria terra scontrandosi pesantemente con i Benetton. Il conflitto venne “risolto” nel 2002 quando l’ultima famiglia di Mapuche, ridotta alla fame e con il permesso del governo argentino, tornò a stabilirsi nel proprio territorio ormai interamente controllato dai “Colori Uniti”, i quali in tutta risposta fecero sgomberare con forza la famiglia, citandola in giudizio. Nel 2004 il caso fu chiuso con la condanna della famiglia Mapuche.

Questo processo richiamò l’attenzione pubblica e destabilizzò l’immagine del gruppo di Ponzano Veneto: come potè Benetton, che si gloria di campagne pubblicitarie multirazziali, continuare a mantenere intatta la sua immagine mentre privava un gruppo di persone della loro terra, togliendo loro l’accesso all’acqua e ai trasporti nella sua/loro proprietà?  il film italo-argentino-inglese Colours At the End of The World, di Ale Corte, vincitore dell’EcoVision Film Festival 2009, per chi fosse interessato, racconta proprio questa triste storia. Ma non finisce qui.

Nel febbraio 2003, a ridosso della guerra in Iraq, fece scalpore la notizia apparsa su “ La Repubblica “, in base alla quale la nave italiana “Strada Gigante”, posseduta da una società di trasporti partecipata dalla famiglia Benetton, trasportava materiale bellico per conto dell’esercito britannico (“ La Repubblica “, 27 febbraio 2003). Buon viso a cattivo gioco, i fratelli veneti seminano terra bruciata ovunque passano, accumulando introiti.

In un Bollettino AGCM” (n. 46 del 29 novembre 2004) l’Edizione Hoding\Autostrade S.p.A è stata multata per irregolarità nelle gare d’appalto per le aree di ristoro. Venne favorita Autogrill, controllata in larga parte dai Benetton. La multa ammontò a 6,7 milioni di euro.

Dove potrà mai tenere tutti questi soldi la milionaria azienda? La risposta è ovvia: paradisi fiscali. Da Lussemburgo alla Corea del Sud, all’Isola di Man in Inghilterra. La stessa Tribuna di Treviso in un articolo dell’1 febbraio 2011 riporta la notizia della “stangata” da 2,7 milioni di euro di multa alla Benetton proprio per evasione fiscale. Spiccioli se paragonati all’immenso impero monetario posseduto dai fratelli dei colori uniti. Indicibili somme di denaro a fronte di responsabilità sociali e civili nulle.

Nel nostro paese la rete autostradale sta a Benetton come l’albero della cuccagna sta al gatto e alla volpe. A fronte di una bassa qualità delle strutture, una scarsa, scarsissima manutenzione, un elevatissima quantità di traffico su gomme, la rendita del gruppo autostradale solo in riferimento all’anno 2017 ha raggiunto quota 50% (su 3,9 miliardi di ricavi il margine lordo è stato di 2,4 miliardi ). Il sistema autostradale italiano è in assoluto il più frammentato d’Europa, gestito da lobby private di concessionari autostradali e dai costruttori che spesso sono loro emanazione.

Sebbene i pedaggi siano in continuo aumento, l’occupazione del settore è in costante calo, tant’è che tutti ci siamo resi conto della scomparsa dei casellanti sostituiti da macchine robotiche. Ma almeno in quest’ambito possiamo affermare che il Benetton Group, pur avendo enormi responsabilità, non è il solo ad essere colpevole. Una politica di privatizzazione e svendita dei settori pubblici su larga scala e su molteplici fronti, come quella italiana, fa sì’ che si generino simili conflitti e controversie. Da anni lo Stato privatizza le aziende, le quali da private cominciano a guadagnare perdendo interesse per la tutela del bene pubblico, operando a rischio zero con in cambio enormi rendite.

Ma le istituzioni dove sono? Perchè non si attuano punizioni severe e rigidi controlli?

La risposta è semplice: sia le concessioni (più che altro cessioni vere e proprie, vista la durata spesso pluridecennale) che gli appalti derivano, a vari livelli, da “vicinanza” politica. Che interesse avrebbero i politici che -per pura simpatia, per carità- hanno assicurato a gruppi come quello in questione proventi colossali, a mettere in discussione, con una commissione d’inchiesta parlamentare, sia pure pilotata, o, peggio, con denunce di inadempienza o passaggi di carte alle Procure, una spontanea, umana simpatia scaturita dal cuore? Che ha gli stessi colori arcobaleno, guarda caso, delle campagne pubblicitarie ideate da Oliviero Toscani?

Ponte Morandi, i rapporti tra Pd e Autostrade dei Benetton: cosa faceva Simonetta Giordani per Enrico Letta

liberoquotidiano.it 17.8.18

Sui rapporti (e i soldi) tra Benetton e Pd è scattata la battaglia del fango tra Luigi Di Maio e Matteo Renzi quando le macerie del ponte Morandi di Genova erano ancora fumanti e si scavava per cercare di salvare qualche altra vittima del crollo. Uno spettacolo per certi versi penoso, ma che non cancella i rapporti pericolosi tra i vertici dem e Autostrade per l’Italia, controllata appunto dalla Atlantia dei Benetton.

Dagospia lancia nell’arena un paio di nomi pesanti, legati entrambi all’ex premier Enrico Letta, l’uomo che alla vigilia di Natale 2013 ha firmato a Palazzo Chigi la modifica della concessione ad Autostrada per l’Italia. Il primo è quello di Simonetta Giordani, pr di Autostrade promossa proprio da Letta al governo e piazzata, poi, da Renzi nel cda di Ferrovie. Oggi è tornata in Atlantia, capo delle relazioni istituzionali. C’è poi il caso di Francesco Delzio, co-fondatore del think tank lettiano VeDrò. Ora è vicepresidente e capo relazioni esterne di Atlantia e di Autostrade per l’Italia.

 

ENRICO LETTA RISPONDE A DAGOSPIA: ”ENTRAI NELLA SPAGNOLA ABERTIS A FINE 2016 E NE SONO USCITO QUANDO L’OPERAZIONE CON ATLANTIA È DIVENTATA DEFINITIVA, A MAGGIO 2018, PROPRIO PER EVITARE QUALUNQUE CONFLITTO DI INTERESSI”. OHIBÒ, MA VISTO CHE ABERTIS NEL 2016 COMPRÒ LA MAGGIORANZA DELL’AUTOSTRADA A4, PRIMA DELL’OPA DEI BENETTON E DEL SUO INGRESSO, NON C’ERA ANCHE LÌ UN CONFLITTO D’INTERESSI?

dagospia.com 17.8.18

Riceviamo e pubblichiamo:

Su Dagospia sono oggi oggetto di ricostruzioni del tutto false rispetto alle quali chiedo cortesemente la seguente rettifica.

Sono entrato nel Consiglio di Abertis alla fine del 2016 quando questa era una società spagnola, e prima che venisse ventilata l’ipotesi di OPA da parte italiana. Da Abertis sono uscito, dimettendomi volontariamente, e dandone pubblica notizia nel maggio scorso, esattamente quando è cambiata la proprietà con l’ingresso di Atlantia.

ENRICO LETTA CONFERENZA STAMPA A PALAZZO CHIGIENRICO LETTA CONFERENZA STAMPA A PALAZZO CHIGI

Questo perché, proprio per evitare al massimo possibili conflitti di interesse con le mie precedenti funzioni, ho scelto, una volta lasciato il Parlamento, di esercitare attività professionali fuori dall’Italia. È quindi vero proprio il contrario rispetto ai conflitti di interesse di cui, omettendo di raccontare i fatti appena descritti, mi si accusa impropriamente.

ABERTISABERTIS

Dago-risposta: Ringraziamo il professor Letta della precisazione. Avevamo scritto che era entrato nel cda Abertis mentre era in corso l’Opa di Atlantia (aprile 2017), e invece era lì già dalla fine del 2016. Quindi, ricapitolando, dopo l’annuncio della scalata è rimasto nella società spagnola per più di un anno, in attesa dell’ok delle autorità europee. Arrivato questo fatidico e scontato ”sì”, ha lasciato Abertis ”per evitare conflitti d’interesse con le mie precedenti funzioni”.

Solo una domanda: ma se un ex premier e più volte ministro rischia un conflitto d’interessi perché lavora per un’azienda straniera con forti interessi economici in Italia, come mai si è accomodato nel cda di Abertis anche se questa nel settembre 2016 aveva comprato il 51% di A4 Holding, ovvero la maggioranza assoluta delle italianissime A4 Brescia-Padova e A31 Valdastico (poi sarebbero salite all’85%, sempre mentre lei era nel cda)? Forse riconosce che il conflitto di interessi sarebbe stato più grave con le Autostrade dei Benetton? E come mai?

MAGGIO 2016: ABERTIS COMPRA IL 51% DI A4 HOLDING (POI NEL 2017, SEMPRE CON LETTA NEL CDA, SALIRÀ ALL’85%)

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/10/autostrade-la-spagnola-abertis-compra-la-maggioranza-della-a4-brescia-padova-e-della-a31-per-quasi-600-milioni-di-euro/2712475/

MAGGIO 2017, CON LETTA BEN SALDO IN CDA: SI SALE ALL’85%

https://www.trend-online.com/ansa/abertis-sale-all-85-34di-a4-holding-272882/

abertisABERTISgilberto benettonGILBERTO BENETTONAUTOSTRADE PER L ITALIAAUTOSTRADE PER L ITALIA

 

Crollo ponte, Bankitalia autorizza controllo manuale banconote in banche liguri

 

Musk nei guai, scatta indagine SEC su tweet delisting Tesla. Lui intanto è in preda allo stress: il peggio per me deve arrivare

 

E’ scattata, come da attese, l’indagine della Sec circa il tweet del 7 agosto scorso quando Elon Musk annunciò l’intenzione di valutare il delisting di Tesla da Wall Street. La Sec, il corrispettivo statunitense della nostra Consob, era comunque già in azione sul dossier Tesla in merito alle numerose e potenzialmente “ingannevoli” indicazioni circa i problemi di produzione della Model 3. secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, a sollevare più di un dubbio nella Sec è stata la discrepanza fra gli annunci sulla produzione della Model 3 e gli effettivi problemi nelle consegne.

Musk nel corso di un’intervista al New York Times rimarca di non essersi pentito del tweet scritto una settimana fa in cui annunciava l’intenzione di togliere Tesla da Wall Street. A una settimana dal tweet che ha provocato un balzo del titolo Tesla, Musk ha detto di aver scritto il tweet incriminato mentre si dirigeva verso l’aeroporto con la sua Tesla Model S e nessuno ha recensito il tweet prima di postarlo. Circa l’indicazione di un prezzo di delisting a 420 dollari per azione, Musk ha detto che intendeva offrire un premio di circa il 20 per cento rispetto ai valori a cui il titolo scambiava di recente, che sarebbe stato di circa $ 419 e così ha deciso di arrotondare a $ 420, un numero che è diventato il codice per la marijuana (“Ma non avevo fumato, l’erba non aiuta la produttività”, precisa Musk).

L’amministratore delegato ha inoltre rimarcato che la base di tale affermazione è stata la conversazione con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, che per primo a inizio 2017 ha espresso interesse ad aiutare a portare la società privata. Il consiglio di amministrazione di Tesla ha chiarito nei giorni scorsi di non aver ricevuto una proposta formale da Musk, né ha raggiunto alcuna conclusione in merito all’opportunità o alla fattibilità di dell’operazione. In tal senso è stato costituito un comitato speciale che valuterà tale progetto di delisting.

 

Musk tra insonnia e superlavoro, ma non molla il timone

L’istrionico  numero uno di Tesla ha parlato anche dei problemi dell’ultimo anno che è stato “il più difficile e doloroso” della sua vita  con periodi in cui rimaneva in azienda per 3-4 giorni consecutivi e ritmi di lavoro infernali e a volte prende Ambien (forte farmaco contro l’insonnia) per riuscire a dormire.. Musk ha detto che lavora 120 ore a settimana, a costo di non festeggiare il proprio compleanno. “Ci sono stati momenti in cui non lasciavo la fabbrica per tre o quattro giorni di fila – ha detto durante l’intervista – . Questo è davvero venuto a scapito di vedere i miei figli e vedere amici”.  Secondo Musk, dal punto di vista operativo, per Tesla, il peggio è passato, ma “per quanto riguarda la mia sofferenza personale, il peggio deve ancora arrivare”.

Musk non ha però intenzione di rinunciare al suo duplice ruolo di presidente e amministratore delegato. Il New York Times rimarca che sono in corso tentativi per trovare un dirigente che aiuti a togliere un po ‘di pressione a Musk.

 

Space X potrebbe contribuire a finanziare uscita da Wall Street

Spunta poi la possibilità che SpaceX, società aerospaziale che fa capo a Elon Musk, intervenga per finanziare l”offerta per il delisting di Tesla da Wall Street. Lo riporta il New York Times citando persone che hanno familiarità con la questione. A inizio settimana Musk ha affermato che il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha espresso diverse volte il proprio sostegno, anche solo due settimane fa, ma i colloqui sono ancora in corso con il fondo e altri investitori. Il New York Times riporta che un’altra possibilità in esame è che SpaceX contribuisca a finanziare la privatizzazione di Tesla acquistando una quota di Tesla.


 

Lo Stato deve ricominciare a fare il suo mestiere, che è, prima di tutto, quello di riprendere il controllo totale del sistema monetario e fiscale, in modo da avere le risorse per gestire le attività di fornitura dei “servizi pubblici essenziali” e per finanziare lo sviluppo delle attività economiche strategiche.

Non bisogna essere dei geni, basta fare ad esempio come la Germania, dove è pubblico più del 50% del suo sistema bancario, con il quale non solo acquista un parte del suo debito pubblico, risparmiando sugli interessi, ma finanzia anche le imprese tedesche a tassi agevolati.

Oppure adottare uno strumento di pagamento a valenza fiscale come il SIRE, che permetta di finanziare l’economia senza fare debito, nè pagare interessi, quindi senza violare i Trattati Europei. Per approfondimenti https://comedonchisciotte.org/in-tv-la-pura-e-semplice-verita-e-rivoluzionaria/.

A questo punto, risolto il problema dei soldi e del debito pubblico, dobbiamo rivedere tutto il sistema di erogazione dei servizi pubblici essenziali, che non devono essere organizzati secondo il principio aziendale del maggior utile e minor costo, ma secondo il principio costituzionale del fine sociale e dell’interesse generale.

La nostra Costituzione è molto chiara in proposito, perchè non solo dichiara nel suo Art.1che “la sovranità appartiene al popolo“, ma definisce esattamente le finalità dell’attività economica pubblica e privata, assegnando allo Stato gli strumenti per tutelare l’interesse generale :

Art.41 – L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Art.43 – A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Quindi il Governo M5S e Lega non ha più scusanti, se davvero vogliono seguitare a definirsi populisti, devono cominciare a dimostrarlo nei fatti più consistenti. Hanno cominciato bene con la sovranità territoriale ma devono ancora compiere passi decisi verso la sovranità monetaria e fiscale.

Le dichiarazioni di Giuseppe Conte, di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini all’indomani del crollo del ponte Morandi a Genova lasciano ben sperare, ma sono solo tre stuzzichini prima del pasto principale. Stiamo ancora aspettando la realizzazione di quanto promesso nel Contratto per il Governo del Cambiamento, in particolare le banche pubbliche e una versione evoluta dei Minibot, che devono e possono diventare una vera e propria moneta di stato a valenza fiscale, come il SIRE.

Ma dovete anche riconsiderare l’ipotesi di consolidamento del debito pubblico detenuto da Banca d’Italia, come inizialmente previsto nelle prime bozze del contratto, e dichiarare i Titoli di Stato utilizzabili per il pagamento delle tasse alla scadenza, in modo da evitare le speculazioni al ribasso.

Senza questi provvedimenti, è facile prevedere che l’Italia sarà facile preda dei ricatti e delle ritorsioni dei mercati finanziari.comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-keynes_frase

Dobbiamo ricostruire questo meraviglioso paese, che ha un immenso patrimonio storico, artistico e culturale. Inoltre abbiamo abbondanza di forza lavoro e materiali, siamo dotati di operosità e creatività, abbiamo un settore produttivo tra i primi al mondo e il denaro finalmente si può creare con un clic del computer … non mi vorrete mica raccontare ancora la storiella che mancano i soldi ?!?!?

Non vorrei dover scomodare ancora John Maynard Keynes …

Prossimo appuntamento

comedonchisciotte controinformazione alternativa 2018 09 15 bologna riforma del sistema monetario navile bo

Appuntamento a Bologna il 15 settembre 2018 alle ore 16,00, nella Sala Centofiori di Via Gorki n.16, spiegheremo come possiamo attivarci in modo che ognuno di noi possa promuovere il cambiamento positivo di noi stessi e della società. Ammessi solo cittadini consapevoli e risoluti.

Per chi viene da fuori Bologna in treno o in aereo, stiamo organizzando il servizio navetta per l’andata e ritorno dalla stazione o dall’aeroporto fino al luogo dell’evento, per prenotazioni, informazioni o altro, scrivere a moneta.positiva@gmail.com.

La moneta sarà di proprietà dei cittadini e libera dal debito.

Fabio Conditi

Presidente dell’associazione Moneta Positiva

http://monetapositiva.blogspot.it/

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

16.08.2018

Guerra di spie tra Gran Bretagna e Unione Europea nei negoziati sulla Brexit

Sergio Cararo contropiano.org 17.8.18

Una clamorosa guerra di spie sarebbe in corso tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea nel corso dei negoziati sulle conseguenze della Brexit. Secondo il quotidiano britannico Telegraph, agenti segreti britannici avrebbero messo sotto controllo i colloqui privati del gruppo di negoziatori UE sulla Brexit nella speranza di ottenere informazioni sensibili. L’accusa viene mossa dalle autorità europee nei confronti di Londra.

I sospetti sono sorti dopo che i rappresentanti britannici delle trattative sulla Brexit sono riusciti a ottenere documenti sensibili poche ore dopo che erano stati presentati a un incontro di alto profilo dei funzionari UE il mese scorso. A riferire delle possibili violazioni è una fonte interna all’UE, che ne ha parlato al Telegraph.

Secondo il Telegraph la pesante accusa è stata scatenata dalla perdita di documenti della Ue altamente sensibili poche ore dopo che erano stati presentati ai massimi funzionari dell’Unione Europea.

Alla vigilia della riunione con il primo ministro britannico Theresa May, i negoziatori della Brexit dell’UE hanno presentato una serie di slade dalle quali emergeva che consentire al Gran Bretagna di divergere dal regolamento europeo sui servizi, rimanendo però strettamente allineata sui regolamenti delle merci, costerebbe molto caro all’UE, circa l’8-9% del PIL .

Misteriosamente, alcune ore dopo che le slade erano state condivise tra i rappresentanti europei, i funzionari britannici di alto rango erano già al telefono con i funzionari della UE chiedendo che la loro pubblicazione venisse cancellata.

Ciò ha spinto Sabine Weyand, braccio destro del capo negoziatore della Ue Michel Barnier, a dire che “non si poteva escludere” che l’intelligence britannica avesse spiato le loro riunioni. “Tempi selvaggi davvero” commenta il corrispondente europeo del Telegraph.

I negoziatori di Londra il 16 agosto, sono tornati a Bruxelles, per intavolare trattative sempre più delicate. I colloqui tra Ue e Gran Bretagna sono arenati da mesi e il tempo stringe: la deadline per trovare un’intesa è fissata a marzo 2019, ma l’Ue vuole che il Regno Unito avanzi una proposta dettagliata e concreta sei mesi prima, in modo da dare tempo ai parlamenti dei 27 paesi membri della Ue di ratificare gli accordi.

Le questioni che nel breve periodo sembrano essere difficilmente risolvibili sono quella dell’unione doganale e del confine irlandese.

I dubbi delle autorità europee sullo spionaggio britannico ai danni dei funzionari della Ue sono iniziati quando a un vertice del Consiglio Europeo del 13 luglio scorso, Michel Barnier, uno dei membri del team dei negoziatori Ue sulla Brexit, ha fatto presente le “anomalie” registratesi. Durante la riunione del gruppo di lavoro del Consiglio Ue sull’Articolo 50, il membro del team negoziale Sabine Weyand ha detto ai colleghi che “non è da escludere” che l’intelligence inglese sia riuscita a spiare i funzionari durante i loro incontri.

Genova, Travaglio sui Benetton: ‘Giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade’

silenziefalsita.it 17.8.18

Ora che, con soli due giorni di ritardo, giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade – Benetton – ovviamente per difenderlo dalle proditorie calunnie per il ponte autostradale crollato a Genova“.

Lo scrive Marco Travaglio nel suo editoriale di oggi 17 agosto intitolato “United Dolors”.

Il direttore del Fatto Quotidiano ricorda i “trionfi imprenditoriali” della casata trevigiana, “fin da quando trasformavano gli ovini in maglioni, o usavano bimbi bianchi, gialli e neri per ridurre il razzismo e incrementare il fatturato”.

Li trovavamo, continua Travaglio, “sulle copertine dei rotocalchi per parrucchieri, che li ritraevano in posa in magioni principesche, sempre molto sorridenti, in smoking, le mani sinistre nelle tasche delle giacche, circondati di marmocchi ma soprattutto cani e gatti”.

Sulla concessione delle Autostrade alla famiglia Benetton Travaglio osserva: “Nessuno spiegò perché mai un bene pubblico, costruito con le tasse dei cittadini, dovesse fruttare miliardi a un privato, né cosa c’entrassero col cemento e l’asfalto quei simpatici tosatori di pecore e fabbricanti di maglioni”. Ma, aggiunge, “si sa, alle privatizzazioni non si comanda, e soprattutto non si domanda. Specialmente se i beneficiari elargiscono qualche aiutino per le campagne elettorali dei partiti che, appena vanno a governo, si sdebitano aumentando le tariffe autostradali senza badare troppo a dettagli tipo gl’investimenti previsti dal contratto. E se, dal tavolo dei loro banchetti, ogni tanto cade qualche boccone dritto in gola ai giornaloni e alle tv sotto forma di pubblicità”.

“Questo forse spiega perché, – conclude Travaglio – dopo il crollo epocale di Genova, stampa e tg non riuscivano proprio a ricordare il nome del concessionario che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Ponte Morandi e che, mentre si cercavano cadaveri, feriti e superstiti fra le macerie, favoleggiava di ‘costanti monitoraggi’”.

Leggi l’articolo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano…

CARLO MESSINA ANCORA NON RISPONDE – CHI HA PERSO LA SCOMMESSA FINANZIARIA CON Bridgewater- UN CEO CHE GUADAGNA 4.053 MILIONI DI EURO DEVE DARE UNA RISPOSTA ALL’ AZIONARIATO E AI SUOI CLIENTI SPECIALMENTE QUELLI ACQUISITI DALLE BANCHE VENETE AD UN EURO. ATTENDIAMO …ANCORA PER POCO.

COSA DICEVA CARLO MESSINA – CEO INTESA SAN PAOLO IL 28 FEBBRAIO 2018 SUL FONDO ”- CHI HA VINTO LA SCOMMESSA?

(Agf)

AGF

Italia non considerata rischio da investitori esteri, dice Messina (Intesa)

MILANO (Reuters) – L’Italia non viene considerata un rischio dagli investitori esteri e l’hedge fund Usa Bridgewater è sulla via sbagliata.

E’ il pensiero del ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, intervistato da Handelsblatt.

“Molti investitori vedono l’Italia come una opportunità di investimento, specie gli investitori Usa. Continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell’economia italiana”, dice Messina.

Bridgewater, che ha aperte posizioni corte sulle banche italiane, “penso sia sulla strada sbagliata. Al momento Bridgewater perde soldi con le sue scommesse al ribasso. Nella mia opinione, ci sono molte opportunità per le banche italiane. Non solo per la ripresa dell’economia ma anche per l’alto livello dei depositi”, aggiunge riferendosi al prevedibile aumento dei tassi.

Inoltre, “anche se la Bce riduce il suo programma di acquisti di bond, non prevedo una particolare pressione sul mercato italiano”.

A una domanda su un possibile approdo alla presidenza Bce del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, Messina risponde: “abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per l’Europa, non per un singolo paese. Mi soddisfa ogni soluzione che ponga enfasi sulla crescita e Mario Draghi ha fatto un lavoro molto buono”.

E alla considerazione che Bundesbank non sia esattamente famosa per la promozione della crescita, Messina replica: “ma nonostante ciò la Germania raggiunge uno dei più alti tassi di crescita in Europa. E’ importante trasformare problemi in opportunità di progresso. L’Europa non potrà crescere se cresce un Paese soltanto”.

 

 

DAGOSPIA.COM 16 LUGLIO 2018

 

BRIDGEWATER OVER TROUBLED WATER – IL FONDO SPECULATIVO DELL’ITALOAMERICANO RAY DALIO CHIUDE LA SUA SCOMMESSA CONTRO L’ITALIA: DOPO LE ELEZIONI POLITICHE IL SUO ”SHORT-SELLING” SUI TITOLI DEL NOSTRO PAESE VALEVA OLTRE 3 MILIARDI. PIAZZA AFFARI ERA ANDATA A PICCO CON L’INCERTEZZA POLITICA DEL DOPO-ELEZIONI, POI HA RECUPERATO, E NON È CHIARO QUANTO ABBIA GUADAGNATO BRIDGEWATER…

 

Gianluca Paolucci per ”la Stampa

BridgewaterBRIDGEWATER

Bridgewater Associates chiude la sua scommessa contro l’ Italia. Il fondo speculativo salito alla ribalta a inizio anno per una maxi scommessa sul ribasso di Piazza Affari arrivata ad un controvalore di circa 3 miliardi starebbe infatti chiudendo le sue posizioni. Lo spiegano fonti di mercato dopo che nei giorni scorsi le rilevazioni Consob sulle posizioni nette corte avevano registrato il passaggio sotto allo 0,5% in una serie di titoli pesanti di Piazza Affari.

Mercoledì il fondo è sceso sotto allo 0,5% in Prismyan, Bper e Intesa Sanpaolo, uno dei titoli maggiormente capitalizzati della Borsa Italiana dove era arrivato a detenere posizioni corte fino all’ 1,35% del capitale.

Le scommesse sul ribasso sulle azioni italiane da parte di Bridgwater sono partite nell’ ottobre scorso. Il picco si è avuto tra febbraio e marzo, quando le posizioni corte sono arrivate ad un controvalore di circa 3 miliardi e hanno interessato 18 titoli.

RAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATERRAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER

Tra la fine di maggio e l’ inizio di giugno la scommessa di Bridgewater valeva ancora oltre 1,3 miliardi di euro.

A fine giugno era invece sceso sotto allo 0,5% di Eni ed Enel, le due posizioni più pesanti nel paniere scelto da Bridgewater per la sua scommessa contro l’ Italia. In marzo, dopo le elezioni, la posizione corta su entrambi i titoli era superiore all’ 1,2% del capitale per un controvalore di circa 1,4 miliardi di euro solo per questi due titoli.

Attualmente Bridgewater resta esposta al ribasso su Unicredit e Banco Bpm, per percentuali di capitale di poco superiori allo 0,5%.

Difficile dire quanto il fondo, uno dei più grandi hedge fund del mondo, possa aver guadagnato con questa operazione. Non si conosce infatti la struttura dell’ operazione, spiegano ancora fonti di mercato, né le coperture dell’ esposizione.

È possibile, si spiega, che alle posizioni corte corrispondano posizioni «lunghe», ovvero scommesse di segno opposto per le quali non esiste obbligo di comunicazione.

RAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER jpegRAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER JPEG

Qualche giorno dopo le elezioni italiane, la responsabile della ricerca di Bridgewater, Karen Karniol-Tambour, in una intervista Bloomberg Tv aveva spiegato che «la percezione che il pubblico ha riguardo alle nostre scommesse è estremamente ingannevole. Noi prendiamo posizioni su un’ intera gamma di mercati e poi le rendiamo operative attraverso un’ intera gamma di strumenti, e tutto quello che viene reso noto è, in realtà, una sottocategoria molto, molto piccola di quegli strumenti di quei mercati dove ci viene richiesto di essere trasparenti».

Fino a questa operazione però Bridgewater non era mai stato particolarmente attivo sulle blue chip italiane, secondo i dati Consob elaborati da La Stampa.

L’ indice Ftse Mib di Piazza Affari ha chiuso ieri a 21.790 puntii, poco sotto il livello di inizio anno. A metà maggio era arrivato a 24.297 punti, per poi scivolare sopra i 20.000 punti a fine mese, in seguito alla fase d’ incertezza politica che ha caratterizzato la nascita del governo Lega-Cinquestelle.

PAOLO SAVONA GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINIPAOLO SAVONA GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: