Cosa manca oggi in Italia

intraprendente.it 17.8.18 Giovanni Sallusti

Presto detto: un partito liberale vero, thatcheriano e reaganiano, che guardi all’azione trainante per il mondo libero degli Usa sotto Trump, che attacchi il Leviatano interno e quello continentale. Per non rassegnarci alla scelta tra l’establishment farlocco di Juncker e Mattarella e la rivoluzione farlocca di Salvini e Di Maio

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In quest’Italia manca un partito liberale vero, né parolaio né caricaturale, né la riproposizione sotto forma di farsa di quel circolo di ottimati che fu il Pli in un’era storica in cui gli ottimati sono oggettivamente nemici della libertà, né il trascinamento indefinito di quella Bisanzio tragicamente ludica e monoriferita che è la lunga nottata di Arcore, altrimenti nota come Forza Italia. E, soprattutto, nulla che abbia a che fare con l’inganno supremo dei nostri tempi, quello dei “liberali” avvezzi a definire tale l’attività di presidio acritico di burocrazie iperdirigiste e a tratti sovietiche (genere Unione Europea, per intenderci) o di oligolopoli tecnofinanziari che vivono esattamente là dove riescono a uccidere il libero mercato. Per inciso, quest’ultimo (sotto)tipo umano del falso liberalismo è esattamente quello che in queste ore è entusiasta del governo Cottarelli, un’operazione sporchissima proprio perché prende il nome di un professionista serio e preparato e lo macella coinvolgendolo in uno sfregio aperto alle libere determinazioni degli elettori e del Parlamento. Qualcosa che poteva concepire solo una vecchia vestale cattocomunista come Mattarella

Ma torniamo al punto, ché il governo Cottarelli sarà al massimo una colonna sonora estiva, la necessità di un movimento liberale sta diventando un tarlo endemico della Repubblica. Ma cosa accidenti vai cercando, direte. Molto semplicemente, qualcosa come i Tories inglesi o i Repubblicani americani. Qualcosa, o qualcuno, che muova dall’equazione della libertà. Più spazio possibile al diritto naturale dell’individuo, meno spazio possibile allo Stato (ma quello che occorre, sostanzialmente difesa esterna e sicurezza interna, occorre fino in fondo, e invece ad oggi è l’unico ramo secco del pachiderma pubblico italiota). La scelta di campo non trattabile e nemmeno edulcorabile a colpi di Welfare State sull’unico modello economico che abbia garantito sviluppo duraturo e comprovato all’umanità, il libero mercato. Il salvataggio del liberalismo dalla sua nemesi suadente, l’ideologia liberal. No moltiplicazione cervellotica di supposti diritti collettivi, no religione dell’eutanasia o dell’omosessualmente corretto, no imposizioni nazistoidi ai genitori sulla vita e il fine-vita dei figli, ma poche parole d’ordine, quelle, metastoriche e connaturate all’uomo in quanto uomo. Vita, libertà, proprietà. John Locke, sempre e comunque, il liberalismo lavora per sottrazione perché difende il nocciolo di libertà che ognuno di noi è, chi aggiunge e inizia a scomodare i doveri sociali o perfino la redistribuzione dei profitti è un marxista che non ha il coraggio di proclamarsi tale, quindi pericolosissimo. Un liberalismo thatcheriano, normale e radicale, che proclami forte l’ovvietà per cui questa Unione Europea, questa sentina di regolamentatori compulsivi e di tassatori vagamente brilli, è un nemico, ne-mi-co. Un liberalismo impietoso anche e soprattutto con le derive interne, ovviamente, pronto ad affrontare la selva oscura della spesa pubblica con l’unico strumento di politica economica utile oggi in Italia, l’ascia. Un liberalismo sincero con se stesso sulla questione fiscale, pronto non ai minuetti sui decimali dell’Iva, ma a far precipitare la pressione fiscale dall’immorale 45% (ma quella effettiva è ben oltre e arriva a succhiare anche l’ultimo respiro dell’impresa) a meno della metà, a fare qualcosa di reaganiano, di trumpiano, a scioccare il Paese col coraggio dei principi e i suoi apparati con la forza delle decisioni. Un liberalismo, infine, conscio della propria anomalia, che si chiama Occidente, e disposto a difenderla soprattutto di fronte a minacce mortali, un liberalismo che non degeneri nei suoi contrari, il multiculturalismo collaborazionista che spalanca confini e porte agli importatori della sharia e l’innamoramento fatale per autocrati, dittatori, ex colonnelli del Kgb, massacratori della libertà a vario titolo. Un liberalismo di battaglia, non relativista, eccezionalista, ancorato a Ronnie che vinceva la Guerra Fredda e a Maggie che ammoniva il nuovo Soviet con sede a Bruxelles, pronto a riconoscere l’eccezione virtuosa costituita oggi dall’azione di nuovo assertiva e trainante per il mondo libero degli Usa con la presidenza Trump e dall’istinto conservatore inglese che ha sfanculato gli euroburocrati al grido di Brexit, perché pronto a riconoscere il vero nemico di oggi, il volto contemporaneo del totalitarismo: il politicamente corretto. E quindi, scorrettezza integrale, rottura degli schemi, né con la Merkel né con Putin, con l’unica rivoluzione possibile. Meno tasse, meno burocrazia, meno interventismi economici ed etici, meno Stato, a maggior ragione quando assume le sembianze del mega-Stato continentale.

Esiste oggi in Italia un partito così, conservatore, repubblicano e liberista? No, con ogni evidenza. È possibile? Non lo so. È necessario? Se non vogliamo rassegnarci alla scelta tra l’establishment farlocco di Juncker e Mattarella e la rivoluzione farlocca di Salvini e Di Maio, sì. Io non mi rassegno.