IL CASO/ Benetton, quei 12 mld di utile e il fantasma delle privatizzazioni regalate

Per capire l’affare che i Benetton, “capitani coraggiosi”, fecero accaparrandosi Autostrade occorre riandare alle privatizzazioni orchestrate sull’onda di Tangentopoli. GIANLUIGI DA ROLD

Alessandro e Luciano Benetton (LaPresse)Alessandro e Luciano Benetton (LaPresse)

Lo Stato ha certamente commesso molti peccati, forse a partire dall’unità d’Italia del 1861, ma è difficile affermare che di fronte alle inadeguatezze della pubblica amministrazione e della burocrazia italiana si siano contrapposti e tuttora si contrappongano, in questo Paese, una grande industria privata condotta da “capitani coraggiosi”, come diceva alla fine del secolo scorso Massimo D’Alema, quando guidava il governo e lodava alcune privatizzazioni come quella di Telecom, che, fatta a debito, avrebbe dovuto far venire i brividi nella schiena anche ai più incalliti neoliberisti.

La tragedia di Genova, un lungo ponte che crolla, afflosciandosi come carta, provocando morte, distruzione e dolore, non è questa volta l’espressione solo dell’inefficienza dello Stato. Su quel ponte confluivano quattro autostrade e la struttura attraversava una parte della città. Il ponte “scomparso”, come altri 3mila chilometri di autostrade italiane, fanno parte di un autentico impero privato, quello dei Benetton, e portano inevitabilmente a ripensare alla “corsa alle privatizzazioni” che ha caratterizzato un’intera stagione politica, quella degli anni Novanta in concomitanza con Tangentopoli.

L’impresa pubblica era allora considerata, per antonomasia, inefficiente e corruttrice per conto dei partiti, anche se era costituita dall’Iri, che aveva salvato l’Italia nella crisi del 1929 e aveva promosso lo sviluppo italiano nel secondo dopoguerra. Poi arrivò anche l’Eni (anche questa impresa pubblica molto “discussa”) un colosso che assicurò energia, il combustibile della produzione, il servizio fondamentale per l’industria e per le case degli italiani. Il controllo energetico e l’erogazione capillare non erano nei programmi dei grandi proprietari italiani, che avevano già stipulato patti, forse anche bozze di contratti, con le famose “Sette sorelle”.

Quella stagione politica del 1992 è stata caratterizzata da una strana “voglia assoluta di giustizia e onestà”, limitatamente però dagli anni 1989 al 1992, perché tutto quello che era capitato prima era stato, “nottetempo”, con un voto discutibile in commissione, legato a una sanatoria, amnistiato. Nessuno prima si era lamentato. I “fiumi” di denaro che erano arrivati dal nemico sovietico venivano dimenticati e non si giustificarono nemmeno i più giustificabili soldi che erano arrivati dagli alleati americani.

L’altro aspetto di quegli anni, oppure la conseguenza della voglia di onestà, sono appunto le privatizzazioni, teorizzate in alcune stanze del potere (soprattutto estero) e pubblicizzate in seguito a  Davos e in una doppia assemblea sul panfilo reale “Britannia” proprio nel 1992.

La prima assemblea del “Britannia” fu pubblica e stabilì relazioni nazionali e internazionali; la seconda assemblea fu riservata e, con la “benedizione” di Beniamino Andreatta e del suo “amico di pendolino” Romano Prodi, venne stabilito che le privatizzazioni dovevano essere seguite, messe a punto e organizzate da banche estere, preferibilmente banche d’affari americane.

Mediobanca, la nostra grande banca d’affari, non fu invitata sul “Britannia” e non partecipò né alla prima né, tanto meno, alla seconda assemblea. Polemicamente in una relazione il delfino di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi, disse: “Non porto scarpe da yacht”.

In fondo le privatizzazioni furono la rivincita di alcuni analisti e teorici stravaganti dell’economia italiana.

La parte laica della finanza e dell’economia italiana privilegiò sempre la piccola e media impresa diffusa, difendendo con i denti solo un nocciolo di grande impresa purtroppo inefficiente. Cuccia, che fece compilare dal suo ufficio studi la mappa delle piccole e medie imprese italiane, quando si riferiva alla grandi imprese (lanciò un attacco incredibile alla grande impresa nel 1978, nella relazione annuale di Mediobanca) sentenziò che aveva dovuto sempre fare “le nozze con i fichi secchi”. Era inevitabile, ma doveroso secondo il “dottore”.

Seguiva in questo la visione di Alberto Beneduce, che era rimasto sgomento di fronte all’ignavia dei grandi industriali italiani per non volersi assumere la responsabilità di riprivatizzare la telefonia italiana; seguiva Raffaele Mattioli, il quale si chiedeva dove investivano “tutti quei soldi” che guadagnavano gli industriali italiani privati. Lo ha ripetuto fino all’allontanamento dalla sua Banca Commerciale per una manovra di Emilio Colombo e Giulio Andreotti, che imposero il piduista Gaetano Stammati alla presidenza della Comit. Lo stesso Cuccia era entrato nel mirino dopo essersi rifiutato di salvare finanziariamente Michele Sindona.

Sono ricordi del passato, ma che affiorano nella memoria della corsa alle privatizzazioni.

Un grande giornalista economico del Corriere della Sera, Marco Borsa, scrisse un grande libro sui grandi industriali italiani, definendoli “Capitani di sventura”. Un uomo di sinistra, riformista ed eretico del Pci, come Giorgio Amendola, definiva seccamente questi imprenditori “borghesia stracciona” e organizzava, per primo in Italia, un convegno sul ruolo della piccola e media impresa italiana (Monza 1970).

Con questo retroterra, noto e stranoto, nessuno ha affatto voglia di partecipare all’attuale guerra di sciacallaggio che si sta consumando in questi giorni intorno al ponte di Genova e nessuno vuole il linciaggio della famiglia Benetton, fatto inaudito per come è condotto da ambienti dentro e fuori dal governo. Ma ci vorrebbe un accertamento preciso delle responsabilità e il ripensamento di scelte industriali fatte in grande fretta per “abbracciare il nuovismo” del libero mercato. Si diceva così!

Non si può improvvisare una politica industriale secondo i canoni di moda, abbandonando tutto il retroterra culturale e manageriale di quelli che sono stati i grandi “imprenditori” di Stato dell’Italia del dopoguerra e anche di prima della guerra. E forse sarebbe bene andare a comprendere come sono stati impiegati, anche dai manager solerti della Benetton, i soldi derivati dalla privatizzazione della concessione sulle autostrade e dall’aumento vertiginoso dei pedaggi.

Quando si gestisce, anche privatamente, un settore di pubblica utilità, occorre una doppia attenzione e forse i guadagni vanno misurati e calibrati con criterio. Perché, di fronte a una simile tragedia, che colpisce anche l’economia italiana, non si fa una commissione d’inchiesta (stiano tranquilli i magistrati, non si propone per Tangentopoli) sulle privatizzazioni? Si dice ad esempio che oggi gli utili dell’impero Benetton siano di 12 miliardi di euro. Quanto è destinato al monitoraggio per la sicurezza delle infrastrutture autostradali?

In fondo, il tutto chiarirebbe la storia della privatizzazione delle autostrade. Si dice che, tra le privatizzazioni, almeno due assicurarono plusvalenze incredibili. Con Infostrada, il benemerito Carlo De Benedetti comprò per meno di 700 miliardi di lire un settore chiave della telefonia e vendette a Mannesmann, dopo tre anni, per oltre 14mila miliardi di lire. Qualcuno aprì gli occhi sbalordito? Non ci risulta.

Si dice che la famiglia Benetton si assicurò la concessione delle Autostrade per meno di 900 miliardi di lire, ma dopo incassò 4mila miliardi di lire per la vendita degli autogrill. Vero, falso, montato? Ci si spieghi bene e non si dica che “questo è il mercato”, perché la risposta diventerebbe imbarazzante. Così come il silenzio di quegli anni e la gran cassa di sciacallaggio selvaggio di questi anni.

Ma infine, c’è qualcuno che vuole mettere in discussione questa politica economica “nuovista”, che ha portato nel giro di venti anni a una crisi catastrofica e a una sciagura come quella del ponte di Genova?