Autostrade, M5S: ‘I Benetton hanno lucrato indisturbati grazie a una sponda politica’

Silenziefalsita.it 21.8.18

Quello italiano è un caso unico: le nostre autostrade sono le più care d’Europa”.

Lo scrivono i 5Stelle in un post pubblicato sul proprio blog ufficiale.

I pentastellati spiegano che il crollo del Ponte Morandi ha portato alla luce uno dei “più grandi scandali del nostro Paese”, ovvero il fatto che le concessioni autostradali siano a “beneficio esclusivo di pochi gruppi industriali privati”.

In Europa funziona diversamente.

Ad esempio “in Germania, Olanda e Belgio le autostrade sono pubbliche e parzialmente gratuite”, prosegue il post del M5S, che cita il caso del governo di Berlino, che ha sanzionato con una multa di 3,2 miliardi di euro alcune società alle quali era stato dato un appalto per inserire i pedaggi per i mezzi pesanti. Queste aziende avevano tardato di 16 mesi nella realizzazione dell’opera.

In Italia invece, osservano i 5Stelle, accade esattamente il contrario: “Atlantia si è permessa per anni di non realizzare gli interventi previsti e assolutamente necessari facendo cassa a scapito dei cittadini senza che lo Stato muovesse un dito. E ora, davanti alla devastazione e ai morti, ha ancora il coraggio di parlare di perdite per gli azionisti, contratti e penali, sostenuta in questa campagna scandalosa dal Partito Democratico e da Forza Italia”.

Nel nostro Paese le autostrade sono molto più care rispetto ad altri Stati europei: “In Austria l’abbonamento alle autostrade costa 87,30 euro l’anno, in Svizzera 40 franchi (circa 38,12 euro), in Slovenia 110 euro. Con questi soldi in Italia si percorrono appena 1.200 chilometri,” aggiungono i 5Stelle, che menzionano il caso del Regno Unito, dove la gestione delle reti è stata affidata a società private tramite contratti di concessione: “A differenza dell’Italia, però, nessun segreto di Stato e soprattutto più gestori, dunque più concorrenza,” spiegano.

Quanto alla famiglia Benetton, proprietaria di Autostrade per l’Italia, che gestisce metà della rete autostradale italiana, il M5S sostiene che ha potuto “lucrare” indisturbata su un bene pubblico “perché un’intera classe politica ha offerto loro per anni una sponda politica”.

I governi precedenti, infatti, “hanno prima regalato sin Benetton e poi prorogato per periodi sempre più lunghi gran parte della rete autostradale nazionale, senza pretendere investimenti in manutenzione e una compartecipazione degli utili”.

Atlantia e l’incubo del debito

Rosario Murgida finanzareport.it 21.8.18

Sul gruppo pende la spada di Damocle del mega indebitamento da 39 miliardi che si accumulerà dopo l’acquisto del controllo di Abertis

Atlantia è ormai da giorni al centro delle attenzioni per le conseguenze del crollo del Ponte Morandi a Genova.

Da una parte il mercato teme gravi conseguenze e penalizza il titolo e dall’altra il governo rivendica possibili nazionalizzazioni, maxi risarcimenti, revoche delle concessioni. In mezzo c’è ovviamente la società con i suoi dipendenti, dirigenti e azionisti.

Lo scenario è complesso anche perchè le incognite sul destino del gruppo romano sono molteplici. E infatti il mercato sembra quasi non sapere che direzioni scegliere. A dimostrarlo è l’andamento non solo delle azioni tra crolli e tentativi di rimbalzo ma anche dei titoli di debito.

Del resto Atlantia, anche per la sua natura di società infrastrutturale, ha un peso di bond e linee di credito enorme da sostenere, soprattutto dopo aver completato l’acquisizione del controllo di Abertis in consorzio con Acs e Hochtief.

Si parla di 39 miliardi di debiti, con 15 relativi alla società autostradale iberica, su cui le agenzie di rating hanno già acceso il faro come dimostrato da Standard & Poor’s con la decisione di mettere sotto osservazione con implicazioni negative il giudizio su Atlantia e da Moody’s con l’avvertimento su un possibile declassamento in caso di revoca della concessione.

Insomma si è di fronte a una montagna che rischia di esplodere come un vulcano soprattutto se il gruppo non riuscirà aottenere risarcimenti nel caso di una revoca della concessione (la maxi penale di 15-20 miliardi prevista dai contratti stipulati dai precedenti governi). Il debito rischia di diventare in tal caso un incubo difficile da gestire per i vertici aziendali.

Ecco i rapporti incestuosi fra Autostrade per l’Italia e il passato Ministero delle Infrastrutture

Scenari economici.it 21.8.18

Nella tempesta mediatica che ha colto il gruppo Atlantia-Benetton e la comunicazione di Autostrade, c’è chi ha sottolineato come anche dopo l’ingaggio di società di consulenza esterne come Barabino e Comin & Partners la comunicazione di Autostrade resti nelle mani di Francesco Delzio.

A sottolinearlo, ritwittando una precisazione di Gianluca Comin, fondatore di Comin & Partners, è stata Giada Fazzalari: “Giornalista, calabrese. Libertaria. Capo Ufficio Stampa e Comunicazione del @PartSocialista. Portavoce di @NenciniPsi”, come si legge sul suo profilo Twitter.

Fazzalari in effetti è da anni portavoce dell’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nei governi Renzi e Gentiloni, Riccardo Nencini, che ha seguito con attenzione le concessionarie autostradali come quella del gruppo Atlantia, come si può evincere da notizie on line degli ultimi anni.

Sovente Nencini a nome del governo alle interrogazioni parlamentari. Ad esempio quattro anni fa disse alla Camera: “E’ importante sottolineare il valore strategico che il Governo continua ad attribuire agli interventi relativi al Terzo valico dei Giovi e alla Gronda autostradale di Genova, che registrano valori di investimento rispettivamente pari a 6200 e 3200 milioni di euro”. Questa fu la risposta del vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Nencini.

Fra le deleghe che Nencini aveva con il ministro Graziano Delrio rientrava la “Direzione generale per la Sicurezza stradale”, come emerge da un comunicato di marzo 2016 del Mit (ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Su Instagram, inoltre, Fazzalari di recente ha consigliato alcuni libri come alcuni scritti da Delzio, Non è una stima solo professionale quella di Fazzalari per il manager di Autostrade per l’Italia.

Infatti, come si evince da un post scriptum alla rubrica tenuta da Delzio sul quotidiano dei vescovi, Avvenire, Fazzalari è mamma di un bambino concepito con il manager di Autostrade. Titolo della rubrica di Delzio pubblicata nell’ottobre del 2016: “Lettera a mio figlio”. Ecco il post scriptum scritto dalla direzione del quotidiano, si evince:

“Appendiamo qui, con discrezione, un allegro «fiocco azzurro». Alle prime ore dello scorso 27 settembre è infatti nato Leonardo, primogenito di Giada Fazzalari e del nostro collaboratore e rubricista Francesco Delzio. Al piccolo, alla mamma, al papà e ai felicissimi nonni il benvenuto e gli auguri più caldi di tutta la famiglia di “Avvenire””.

TUTTI AMICI DI BENETTON.

Scenari economici.it 21.8.18

https://www.youtube.com/watch?v=A4JObBtUjGY

Giusto per capire il “lato oscuro” del capitalismo nostrano.

Capitani coraggiosi che non mettono un euro di suo ma scaricano tutti i costi sulle società EX PUBBLICHE “VAMPIRIZZATE” e di conseguenza sulla collettività, cioè sulle nostre, vostre, TUE TASCHE!!

Va ripensato integralmente il modello economico che solo un nuovo governo come questo LEGA – 5 STELLE può portare avanti una fortissima ripresa dell’intervento pubblico sull’economia delle strutture strategiche e sui servizi essenziali.

Ribadisco inoltre che 5 ponti  in 5 anni crollati danno la misura dell’emergenza cui l’Italia deve far fronte.

Caro governo andate a indagare sull’allargamento di Fiumicino, come ben spiegato nel video!! Appello diretto in particolare a Paragone che fu l’autore del pezzo della “gabbia”. Che ha fatto sul ponte di Genova una bella sintesi video:

https://www.youtube.com/watch?v=JOydlh9uY8Y

Inoltre smettiamo di considerare le strutture architettoniche “strane” e per questo da considerarsi “OPERE D’ARTE” da salvaguardare e addirittura pur presentando problemi enormi sia strutturali che gestionali  ne viene pensata la demolizione PER POI RICOSTRUIRLO UGUALE!!

ROBA DA NEURO, mi viene (per conoscenza e personale interessamento) l’esempio del complesso scolastico superiore “Concetto Marchesi” di Pisa che fu anche preso ad esempio da Report come struttura assurda e degradata.

La “creatività” degli architetti SI DEVE FERMARE DAVANTI A FUNZIONALITA’, SICUREZZA E COSTI ACCETTABILI, PUNTO E A CAPO.

MAI PIU’ STRUTTURE VISIONARIE e ASSURDE MA PRATICITA’, ECONOMIA E BUON SENSO.

Il ponte Morandi ne è un esempio, dato che i tiranti precompressi in cemento armato furono un brevetto del Morandi stesso, ma solo Venezuela e Libia ne costruirono uno (oltre a quello di Genova), poi per i problemi di quello Venezuelano e il velocissimo degrado dei tiranti d’acciaio dentro le travi di cemento armato non fu mai più usato in tutto il mondo come sistema costruttivo e questo vorrà pur dire qualcosa.

Come spiegato in questo video da un tecnico esperto in materia:

https://www.youtube.com/watch?v=xRFKzSSh9g0

Italia libera, sana, equa, sicura, sostenibile e soprattutto sovrana.

Marco Santero

MARCO MORI – COME SI RICONQUISTA L’INDIPENDENZA E LA SOVRANITÀ: LA PRECONDIZIONE È L’EUROEXIT.

Politicamentescorretto.info 21.8.18

Direttamente dalle bozze in preparazione del mio nuovo libro, “Stati Uniti d’Europa, morte di una Repubblica”, pubblico questo articolo che spero sia uno spunto di riflessione, anche per comprendere la mia posizione duramente critica verso un  governo che ha abbandonato ogni velleità di uscita dall’euro, ipotesi contemplata oggi solo in caso di eventi esterni che facciano crollare la moneta unica, eventi di cui in realtà non vi è traccia alcuna.

Buona lettura.

Esiste una precondizione indispensabile ed irrinunciabile per portare l’Italia fuori dalla situazione di apnea economica in cui versa, situazione che inevitabilmente ci porterà a cedere ulteriore sovranità ed accettare, nostro malgrado, la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Tale evento rappresenterà il raggiungimento dell’obiettivo che gli ambienti deviati del potere economico si sono da tempo prefissati al fine di scongiurare ogni possibile rigurgito democratico in Europa, rigurgito che vedono come una minaccia in quanto potrebbe limitarne il potere.

Solo attuando la precondizione dell’euroexit sarà possibile tornare alla piena attuazione del modello socio economico fatto proprio dalla Costituzione Repubblicana del 1948, che poi significa, in parole povere, restituire dignità e consapevolezza a tutto il popolo italiano.

L’euro è uno strumento di coercizione che da ormai quasi vent’anni condiziona le nostre esistenze ed il solo modo per ripartire è liberarsene immediatamente. Parlo di precondizione infatti perché, va ribadito per l’ennesima volta, dentro l’euro è impossibile l’adozione di qualsivoglia provvedimento legislativo che possa invertire la rotta rispetto al pilota automatico che Bruxelles ha inserito a nome e per conto delle élite finanziarie internazionali che rappresenta. Le norme giuridiche hanno reso eterna l’austerità e non esistono scorciatoie per liberarsene, tantomeno è possibile o ipotizzabile aprire una trattativa con i nostri carcerieri.

Infatti come sappiamo in caso di mancato rispetto delle regole BCE è in grado di far saltare letteralmente il banco in pochi giorni chiudendo la liquidità a qualsivoglia paese dell’eurozona. Se la liquidità viene chiusa si ha una tremenda conseguenza diretta: diventa impossibile, da parte dello Stato, addirittura il pagamento di stipendi, pensioni e di quanto necessario per il funzionamento dei servizi pubblici essenziali. Senza ottenere liquidità dai mercati, attraverso lo strumento della vendita di titoli di Stato, l’Italia avrebbe un immediato problema di cassa e l’afflusso di tale liquidità dipende dalle politiche della Banca Centrale che decidendo di non comprare i titoli eventualmente rimasti invenduti può metterci in ginocchio in pochi giorni.

Tale azione, come abbiamo visto, è stata paventata contro l’Italia, come una minaccia di stampo mafioso ed in modo eclatante, sia nei giorni dell’avvento del Governo Monti, sia al momento dell’inserimento del pareggio in bilancio in Costituzione e ovviamente resta sul piatto in ogni situazione, ogni qualvolta, il Governo di turno, ventili misure potenzialmente espansive, anche solo per non veder evaporare il proprio consenso elettorale. Dal punto di vista strettamente giuridico, ogni legge che prevede nuove spese, deve indicare le relative coperture finanziarie, ciò peraltro era vero anche prima della nota riforma dell’art. 81 Cost. e dunque da prima dell’inserimento del pareggio in bilancio in Costituzione.

L’art. 81 Cost., ultimo comma, già nel 1948 disponeva:

Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

Tuttavia in precedenza tale dizione non era una follia come lo è oggi visto che era possibile ricorrere sia all’indebitamento, ovvero lo Stato poteva indicare che le coperture sarebbero state ottenute attraverso l’emissione di nuove obbligazioni alienate sui mercati o acquistate dalla nostra banca centrale, sia a nuove emissioni monetarie. L’ultimo episodio in tale logica e condivisibile direzione, fu l’emissione delle cinquecento lire cartacee volute da Aldo Moro. In sostanza non era obbligatorio trovare le coperture attraverso nuove tasse o tagli alla spesa, dunque era possibile fare politiche espansive, ovvero immettere nel sistema economico più moneta di quanta se ne fosse drenata attraverso la tassazione.

Oggi in particolare, in forza dei vincoli di bilancio imposti dai trattati europei e della normativa d’attuazione del pareggio in bilancio (Legge n. 243/12), che esclude che lo Stato possa finanziarsi senza ricorrere ai mercati, e dunque battendo moneta, qualsivoglia politica espansiva è impossibile. Governo e Parlamento possono dunque portare avanti unicamente una sorta di gioco delle tre carte. Vuoi ad esempio evitare l’aumento dell’IVA o ridurre le accise sui carburanti? Benissimo prima devi verificare il costo economico di tale scelta e reperire le risorse attraverso una nuova tassa o tagli alla spesa. Lo stesso dicasi se si volesse introdurre una “flat tax”, il calo di entrate andrebbe compensato immediatamente con altre entrate o tagli alla spesa.

Rimanendo nell’euro dunque il Paese non può migliorare in alcun modo la sua situazione ed anzi, l’inevitabile processo di contrazione della produzione industriale dovuto alla riduzione della domanda interna e il crollo del settore manifatturiero continueranno, rendendo giorno dopo giorno più complessa l’uscita dall’euro. In parole povere uscire dall’euro, anche solo un paio di anni fa, sarebbe stato più facile di quanto lo sia oggi, appunto perché nel frattempo continuiamo a perdere produzione. Mentre la moneta è uno strumento alternativo al baratto per scambiare beni e servizi, dunque è un’invenzione umana del tutto virtuale e sostituibile con qualsiasi altra convenzione, la produzione è invece un fatto reale.

Avere o meno da mangiare non dipende dal denaro ma dal fatto che qualcuno abbia lavorato per portare quel cibo sulla nostra tavola, un concetto di un’ovvietà disarmante, ma in tempi di follia collettiva, ampiamente dimenticato. Pertanto ogni giorno in cui un Governo ci trattiene in questa gabbia, oltre che commettere un grave fatto illecito, costituisce un riduzione della possibilità di liberarci in futuro e in ogni caso aumenterà la durata del periodo di sofferenza, assestamento e transizione che conseguirebbe all’exit. Rimanendo nell’euro non è neppure possibile prendere tempo per preparare un’efficace strategia d’uscita. Nulla può essere fatto nel mentre per recuperare produzione o per tentare di ridurre la dipendenza economica dell’Italia da altri Paesi, sempre perché appunto, non è possibile fare interventi di spesa pubblica atti a mettere insieme un piano industriale che renda più semplice l’exit.

In sostanza solo attuata l’uscita si potrà iniziare a lavorare, prima è impossibile.

A quel punto gli scenari potenziali saranno sostanzialmente due e si dovrà lavorare prevalentemente a vista. L’abbandono della zona euro dell’Italia potrebbe causare il crollo della zona euro stessa, questo sarebbe lo scenario migliore poiché il nostro Paese conserverebbe la possibilità di commerciare liberamente con l’estero per ciò di cui abbiamo bisogno nell’immediatezza. In questa ipotesi la ripresa economica sarebbe sostanzialmente coincidente con il momento dell’uscita dall’euro e non vi sarebbero scossoni di sorta.

Ma c’è anche l’ipotesi peggiore, assolutamente possibile e che anzi io purtroppo ritengo più realistica, ovvero quella che l’UE non crolli affatto con l’uscita dell’Italia. La banca centrale europea infatti è assolutamente in grado di gestire anche una simile tempesta. La bancacentrale, l’ho detto e ridetto, crea moneta dal nulla senza alcun limite quantitativo e dunque può attuare tutti i provvedimenti che rendano possibile per gli altri Stati rimanere nell’euro. Senza contare che sostanzialmente tutti i governi europei sono, chi più, chi meno, condizionati dal potere economico, che spesso ha addirittura determinato l’ascesa di un leader politico al posto di un altro e gestito l’alternanza tra maggioranza ed opposizione infiltrando entrambe. Pertanto non è assolutamente certo che nel momento di difficoltà determinanti governanti strettamente legati ad ambienti finanziari di stampo eversivo decidano di tutelare gli interessi del proprio popolo anziché quelli dei mercati.

Ecco che se si verificasse l’ipotesi peggiore, il motto per l’euroexit dovrà appunto essere “sperare nel meglio, ma prepararsi al peggio”, l’Italia dovrà sopravvivere con le proprie gambe dovendo rapidamente puntare, attraverso un massiccio piano industriale di ampie nazionalizzazioni, ad una sostanziale autarchia economica. Tale piano industriale dovrebbe essere nel cassetto delle forze politiche già da tempo, non averlo fatto sarebbe assolutamente da folli irresponsabili, ma è pacifico che esso non può essere minimamente implementato dentro l’euro, neppure a livello embrionale.

Peraltro anche se non si verificasse lo scenario peggiore, vuoi perché l’UE appunto collasserà, vuoi perché troveremo altri patners commerciali attraverso nuovi accordi bilaterali, l’Italia dovrà comunque, per sicurezza nazionale, fare in modo di non dipendere più in alcun modo, nel prossimo futuro, dalle importazioni in settori vitali per la sopravvivenza dello Stato stesso e dunque in definitiva della sua popolazione. Uno Stato che dipende da altri in tali aspetti è inevitabilmente dipendente, ricattabile ed in definitiva non è sovrano. I settori di interesse nazionale, che determinano la stessa sopravvivenza del paese e dunque in cui l’autarchia potenziale deve essere al 100% sono i comparti: alimentare, sanitario ed energetico.

Dobbiamo altresì essere in grado di costruirci in autonomia le nostre infrastrutture, ma questo è già oggi realtà per fortuna. In tali settori quindi l’autarchia, appunto quantomeno potenziale, dovrà essere cosa fatta, senza se e senza ma, nel minor numero di anni possibili. Le politiche attualmente in corso sono opposte ed ovviamente sono politiche imposte da Bruxelles e dal dogma della libera circolazione delle merci e delle persone, della libertà di stabilimento, tutti concetti trasformati in norme giuridiche nei trattati europei e che avevano al centro proprio l’evaporazione delle sovranità nazionali attraverso la forzata interdipendenza economica in aspetti essenziali per la vita.

In sostanza se l’Italia un domani importerà beni voluttuari, nulla quaestio. Come sappiamo in questi casi, se un Paese subisse danni dall’invasione di un prodotto straniero potrebbe, qualora necessario, per tutelare interessi superiori (in particolare l’occupazione ovviamente), introdurre dazi per renderlo meno appetibile. Vogliamo un prodotto particolare francese ma la diffusione di tale prodotto in modo capillare danneggerebbe i nostri lavoratori? Bene i cittadini saranno liberissimi di comprarlo, ma solo pagandolo molto di più di tutti i prodotti locali, questo ne limiterà inevitabilmente la diffusione evitando danni alle imprese autoctone. Ma tale libertà economica non può mai essere tollerata dove c’è in gioco la sopravvivenza stessa della nazione. Senza cibo, senza energia o senza farmaci, si muore. Senza l’Audi o l’Iphone no e non è detto che la felicità complessiva della popolazione ne risenta.

Ovviamente l’impostazione autarchica dovrà determinare anche la fine delle politiche volte alla massiccia esportazione dei nostri prodotti all’estero. Non possiamo pensare di diventare indipendenti e poi pretendere che i vicini ci lascino esportare tutto senza reagire, questa linea di condotta fallimentare porta al conflitto tanto quanto lo portano le politiche mercantiliste oggi in essere. Nel nuovo assetto socio economico, assetto costituzionalmente orientato, i consumatori delle nostre imprese dovranno essere i cittadini italiani, grazie alla loro ritrovata capacità di spesa.

Chi continua a vedere male l’autarchia può forse essere convinto attraverso questo ulteriore ragionamento. Il favore all’interdipendenza economica si basa sull’assunto, fallace, che essa, rendendo uno Stato dipendente dal vicino, lo si obblighi all’integrazione. Quando tutti saranno fortemente integrati la pace sarà garantita o addirittura confluiranno in un solo Stato, che poi è ciò che sta accadendo oggi in Europa. In realtà l’attuale schema non vede gli Stati collaborare in un’ottica solidale e di reciproco interesse ma si basa, sempre per norma, sulla “forte competitività”. Ovvero l’interdipendenza viene così spinta al punto, attraverso l’imposizione di politiche di austerità, che l’unico modo che ha una nazione di sopravvivere, diventa quello di forzare la vendita dei propri prodotti all’estero, condizione che richiede in primis un prezzo conveniente, estremamente conveniente, specialmente laddove anche il tuo vicino applica politiche di austerità.

La sola cosa che rende i prezzi più competitivi è purtroppo la contrazione dell’occupazione, sia in termini salari, sia in termini di numero assoluto di occupati, che avviene sempre più spesso attraverso l’automatizzazione della produzione. Avete per caso visto nei “fast food” spuntare colonnine automatizzate per le ordinazioni che sostituiscono gli addetti? Bene è uno degli esempi di ciò che vi sto raccontando. A stipendi più bassi corrisponde poi un crollo della domanda interna, ma la maggiore appetibilità dei tuoi prodotti sui mercati esteri. Il Paese che si inizia a rifornire di un tuo prodotto vedrà però le imprese autoctone, che facevano la stessa cosa, soffrire e subirà una perdita di posti di lavoro che lo spingerà, in una logica di libero mercato, a suo volta ad abbattere i prezzi per riacquisire le posizioni di competitività perdute.

Mario Monti ve lo ricordate nella storica intervista alla CNN al tempo in cui era al Governo: “stiamo distruggendo la domanda interna per acquisire posizione di maggiore competitività”. In questo schema di sacrificio collettivo della domanda interna è dunque evidente che la competizione sulle esportazioni porta verso un conflitto tra Stati e non verso la pace. Se ciascuno producesse prevalentemente per i suoi cittadini non si verificherebbe invece alcun conflitto. Limitando gli scambi a ciò che davvero risulta indispensabile, oppure estremamente attraente in quanto magari innovativo, e contemporaneamente aumentando il potere d’acquisto interno dei tuoi cittadini la pace è assolutamente garantita. La sola forma di integrazione astrattamente possibile è quella che si ottiene con il benessere. Dunque se anche l’integrazione dovesse essere considerata un valore a prescindere, essa si potrà attuare solo con politiche espansive di potenziamento della domanda interna e non di competizione al ribasso sull’export.

Peraltro neppure in un mondo in cui esistesse un solo Governo centrale si attuerebbero politiche mercantiliste. La produzione, anche meramente per un fatto logistico, sarebbe sempre posta vicino, o comunque il più vicino possibile, al luogo di consumo, poiché i trasferimenti di merci e materiali sarebbero semplicemente uno spreco inutile di risorse reali e sarebbero limitati al solo trasporto di alcune materie prime che magari non sono distribuite equamente su tutto il pianeta (anche se pure questo aspetto ormai sta mutando in forza delle nuove tecnologie, sia estrattive che produttive). Così anche in un mondo così accentrato i cittadini non migrerebbero da regione a regione in cerca di un lavoro, ma resterebbero nelle proprie zone di origine, azione che porterebbe ulteriore benessere e felicità, dato che non obbliga a spezzare i legami affettivi che si creano nel tempo nei luoghi in cui si nasce e si cresce.

In questo contesto l’interdipendenza economica tra regione e regione, anche dinnanzi ad un governo unico mondiale, sarebbe assai limitata e assolutamente residuale. Dunque a maggior ragione l’Italia non può rinunciare alla precondizione necessaria a mettere fine alla crisi, appunto l’euroexit, per paura delle scelte autarchiche che in conseguenza dovrà prendere, perché la riconversione del proprio tessuto produttivo in funzione delle esigenze del territorio che si deve soddisfare, è un’ovvia caratteristica di ogni civilizzazione e sarebbe appunto esistente anche se vi fosse un governo mondiale.

Ma appunto la produzione non potrà mai essere impostata e localizzata correttamente finché resteremo schiavi di una moneta che non possiamo emettere. Da qui avrete anche capito il mio atteggiamento fortemente critico verso l’attuale governo giallo/verde. Chi non ha intenzione di uscire dall’euro immediatamente è infatti non solo inutile al Paese, ma è profondamente dannoso.

Avv. Marco Mori, CasaPound Italia, autore de “Il Tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, disponibile on line su ibs.

Fonte: http://www.studiolegalemarcomori.it/si-riconquista-lindipendenza-la-sovranita-la-precondizione-leuroexit/

Il Wall Street Journal ha già trovato una nuova occupazione ai commissari della Troika indicando l’Italia

Politicamente scorretto.it 21.8.18

Il 20 agosto segna, si fa per dire, la fine del commissariamento della Grecia da parte di Banca Centrale Europea, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, la famigerata Troika che ha ridotto sul lastrico milioni di greci imponendo una cura da cavallo al Paese più debole del sud europeo.

Da domani i commissari faranno le valige, valige piene del bottino ottenuto negli anni attraverso una lunga stagione di shopping che non ha risparmiato nessun settore dell’economia greca, dai trasporti, al sistema bancario, dalle industrie, alla previdenza, alla sanità. Lasciano un Paese devastato. La disoccupazione interessa oggi oltre due milioni di greci su una popolazione che non supera di molto i dieci milioni; il valore degli assegni pensionistici è crollato di oltre il 50%, gettando nella miseria più nera centinaia di migliaia di famiglie che sulle pensioni degli anziani campavano; i salari sono i più bassi d’europa e lontani anni luce da quelli dei Paesi che dello shopping più hanno beneficiato. Un lucido e spietato cannibalismo intra europeo praticato senza scrupoli e senza esitazioni.

Ma l’autorevole Wall Street Journal ha già trovato una nuova occupazione ai commissari della Troika indicando esplicitamente l’Italia come la prossima vittima da azzannare e a cui succhiare il sangue fino all’ultima goccia. Preparato il terreno con il lento, neanche tanto, ma inesorabile aumento dello spread – uno degli strumenti di tortura privilegiato dai vampiri della Troika – ecco profilarsi un intervento simil greco che rimetta in ordine, di nuovo!, i conti italiani. Ovviamente l’avvertimento del WSJ arriva mentre si mette mano alla scrittura, questa volta vera e non favoleggiata, della nuova legge di stabilità che ad ottobre dovrà essere inviata per il placet all’Unione Europea. Come dire, attenti giovanotti a quello che scrivete, noi siamo pronti ad intervenire.

E sarà allora che sarà chiaro a tutti che il famigerato pilota automatico entrerà in funzione anche con il “governo del cambiamento” e che le chiacchiere a vanvera della campagna elettorale, e quelle in libertà che anche oggi riempiono le pagine dei quotidiani italiani rimarranno chiacchiere da bar e agli italiani toccherà di nuovo fare i conti con l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea pronte, con il Fondo Monetario Internazionale, a tornare in campo nel campionato tricolore.

Qualcuno proverà a parlare, come fatto in questi tragici giorni, della necessità di allentare i vincoli europei, allentare non rompere, ma nessuno vuole prendere il toro per le corna e, ad esempio, togliere dalla Costituzione Italiana quel mostro politico e giuridico rappresentato dall’articolo 81 modificato praticamente all’unanimità dal precedente parlamento, con cui si è introdotto il pareggio di bilancio che blocca ogni spesa non coperta dalle entrate e cosi facendo impedendo al Paese di decidere in proprio dove destinare le risorse, anche in presenza di esigenze improvvise o di esigenze di rilancio e sviluppo di settori strategici, o semplicemente per migliorare la qualità della vita della gente comune.

Non c’è assolutamente da prendere alla leggera la premonizione di uno dei più importanti ed ascoltati quotidiani al mondo, se non ci si accontenterà di rimanere sudditi, la punizione sarà severissima.

Che altro serve per mantenere, noi, viva l’ipotesi della rottura della gabbia dell’Unione Europea? Abbiamo in campo gli strumenti, le raccolte di firme per due leggi di iniziativa popolare sull’articolo 81 e per consentire ai cittadini italiani di pronunciarsi tramite referendum sull’adesione all’Unione Europea come già fatto nei maggiori paesi europei. Basta praticarli.

Fonte L’Antidiplomatico

Crollo Ponte Morandi, Autostrade offre mezzo miliardo. Conte: ‘Intanto quadruplichino la cifra’

Silenziefalsita.it 21.8.18

La somma stanziata è ben modesta rispetto agli utili conseguiti negli anni. Potrebbero intanto quadruplicarla o quintuplicarla“.

Così Giuseppe Conte rispondendo alla domanda su cosa pensi dei 500 milioni di euro offerti da Atlantia per le vittime e la ricostruzione del ponte Morandi a Genova in un’intervista al Corriere della Sera.

“Rimane il dato che possiamo accettare queste somme solo quale parziale risarcimento, senza alcun pregiudizio per l’avviata procedura di caducazione della concessione,” ha precisato il presidente del Consiglio.

E a chi sostiene che revocando la concessione ad Autostrade il governo mette fine allo Stato di diritto, Conte replica:

“Tra le varie corbellerie dette in questi giorni, questa le supera tutte. Noi abbiamo avviato una ‘procedura di legge’.Chi si è affrettato sui giornali a tutelare le ragioni economiche di Autostrade può stare tranquillo: quest’ultima avrà facoltà, nel corso della procedura, di replicare”.

A coloro che invocano lo Stato di diritto dove si celano mere ragioni economiche non rispondo: siamo di fronte a una evidente ipocrisia.” ha proseguito Conte “A coloro che invece pensano che l’unico obiettivo di una società sia distribuire dividendi ai propri azionisti, rispondo: siete rimasti indietro, una società deve farsi carico di una più complessa ‘responsabilità sociale’”.

Il premier afferma poi che “il governo si muoverà sempre nei binari del diritto. Esiste però anche il piano del diritto civile e amministrativo. Ed esiste la ‘Politica’ con la ‘P’ maiuscola”.

“La tutela degli interessi dei cittadini” aggiunge “è la nostra massima priorità e ricorreremo a tutti gli strumenti giuridici che l’ordinamento ci pone a disposizione per difenderlo”.

Quanto agli applausi ai funerali delle vittime della tragedia, Conte ha detto: “Il sostegno straordinario manifestato dai genovesi è un incitamento a stare loro vicino e ad evitare che queste tragedie si ripetano”.

Leggi l’intervista rilasciata dal premier Conte al Corriere della Sera

Il padre di una vittima del crollo del Ponte Morandi: ‘Mio figlio non è morto, è stato ucciso’

Silenziefalsita.it 21.8.18

Mio figlio non è morto, è stato ucciso”.

Così Roberto Battiloro, papà di Giovanni, una delle vittime del crollo del Ponte Morandi, intervenendo a In Onda su La7.

Rispondendo ad una domanda del conduttore Luca Telese, Battiloro ha affermato: “Lo Stato è stato completamente assente e ha guardato i suoi giovani morire, lasciarsi cadere giù da un ponte, senza fare nulla, senza prevenire nulla”.

“Per questo – ha continuato – io sono qui: solo per chiedere giustizia, per capire la verità. E attraverso il mio avvocato Antonio Cillo stiamo facendo tutte le mosse possibili attraverso i periti che nomineremo per sapere perché mio figlio è morto a 29 anni. Perché mio figlio è stato ucciso a 29 anni”.

“Ma questa volta – ha aggiunto Battiloro – non sarà facile insabbiare tutto come nelle altre stragi. Questa volta tutta la cittadinanza di Torre del Greco, 100mila persone, si possono guardare i like dei giovani, le lettere che vengono scritte da tutta Italia, questa volta il popolo italiano sarà vicino a tutte le vittime per poter avere una risposta”.

E ancora: “In quella strage ci poteva essere il figlio di chiunque e noi lotteremo per tutta la mia vita finché non si avrà giustizia e verità. Questa volta il patto con gli italiani lo Stato lo ha perso. Questo governo dovrà dare delle risposte, e mi auguro che lo faccia al più presto”.

Il padre della vittima ha poi ribadito che la morte di suo figlio è stata un “omicidio di Stato perché mio figlio non è morto, è stato ucciso, perché lo Stato non ha tutelato i suoi cittadini”.

“Mio figlio non correva a 200, era fermo su un ponte – ha proseguito – Sicuramente la società Autostrade sapeva che quel ponte era pericoloso. Poi non sta a me dirlo, possiamo leggere dappertutto quello che dicono gli ingegneri: il ponte era pericoloso”.

Guarda il video:

Crollo Genova, lo strazio del padre di una vittima: «Mio figlio non è morto, è stato ucciso»

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Segreto di Stato sulle concessioni ad Autostrade? Un abuso. Parola di Tricarico

Luigi Pereira startmag.it 21.8.18

Il segreto di Stato sulle concessioni autostradali? “A me pare un abuso”. Parola di Leonardo Tricarico, generale, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e ora presidente della Fondazione Icsa (Intelligence Culture and Strategic Analysis).

La questione della segretezza di gran parte dei documenti alla base delle concessioni autostradali – una delle tante anomalie delle convenzioni, come approfondito da Start Magazine – sta facendo discutere non solo giuristi e politici ma anche i settore dell’Intelligence.

ABUSO IL SEGRETO DI STATO SULLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI?

“Sono convinto – ha detto Tricarico al Giornale di Sicilia – che possa trattarsi di un abuso. Il segreto di Stato si è trasformato in un abuso per impedire la trasparenza delle procedure e l’accessibilità agli atti”, ha aggiunto Tricarico, esperto di intelligence e attualmente presidente della Fondazione Icsa, per la formazione in ambito Nato di analisti e specialisti di intelligence, a Giancarlo D’Anna, già al Tg2 e ora direttore di Zerozeronews, che lo ha intervistato per la Giornale di Sicilia.

A CHE COSA SERVE IL SEGRETO

Per Tricarico, “lo scopo primario del segreto di Stato è quello di evitare di rendere pubbliche informazioni sensibili. Per le infrastrutture, per esempio, le informazioni riguardanti la realizzazione di commesse e opere strategiche o edifici adibiti a sedi operative dei servizi di intelligence”.

LE PROCEDURE PREVISTE

Quali sono le procedure in caso di segreto di Stato? “Non si fa un bando pubblico, ma si segreta la gara bypassando le normali procedure. Principio che sancisce il diritto dello Stato a tutelare la propria sicurezza ed evitare le conseguenze che potrebbero derivare dalla diffusione di dettagliate notizie tecniche. E però questo strumento di garanzia negli anni è stato strumentalizzato e abusato. Lo sanno tutti nella comunità di intelligence, ma i retroscena sono sfuggiti alla percezione dell’opinione pubblica”, si legge sul Giornale di Sicilia (qui la versione integrale dell’intervista).

IL PARERE DEL GENERALE TRICARICO

E le concessioni ad Autostrade per l’Italia e non solo? “Non riesco davvero a capire, per quanti sforzi abbia fatto, cosa ci possa essere di tanto riservato, da coprire col segreto di Stato, nell’appaltare un servizio pubblico come le infrastrutture dei trasporti. Nonostante vi abbia riflettuto molto faccio fatica a trovare una ragione, un solo motivo, per dovere tutelare addirittura col segreto di Stato un contratto di concessione autostradale. Qualcuno dovrà spiegare e giustificare le motivazioni addotte per apporre il segreto di Stato a talune clausole. Ripeto: sono più portato a pensare ad un abuso” .

Moody’s rinvia la pagella, ma l’Italia resta sotto tiro

Ugo Bertone firstonline.info 21.8.18

L’agenzia di rating aspetta la nuova manovra di bilancio del Governo prima di pronunciarsi, ma i grandi broker sostengono che l’eventuale sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil possa far impennare lo spread fino a 470 punti base – Oggi il cda Atlantia – Trump boccia l’aumento dei tassi – In Venezuela inflazione record: 80.000 percento

“Non sono per niente entusiasta della sua volontà di alzare i tassi. No, non lo sono per niente”. Donald Trump entra così a gamba tesa sulle intenzioni di Jerome Powell e lo fa a due giorni dall’intervento che il presidente della Fed terrà al meeting di Jackson Hole, la sede scelta per annunciare le prossime mosse della Banca centrale. Ovvero il terzo aumento del costo del denaro nel 2018, giustificato dall’aumento dell’inflazione (2,9% a luglio), dal calo della disoccupazione (3,9%, ai minimi da 20 anni) e dalla salute delle aziende: nel solo secondo trimestre sono stati distribuiti nel mondo dividendi per 497,4 miliardi.

Ma a Trump questa mossa non piace perché rischia di “danneggiarci mentre stiamo vincendo la battaglia dei commerci”. Il rialzo del dollaro favorisce la “concorrenza sleale” di Cina ed Unione europea, che, a suo dire, indeboliscono volutamente le loro valute. E per quanto riguarda il prossimo incontro tra i rappresentanti Usa e i cinesi sui dazi in programma domani il presidente ha gelato l’entusiasmo: “Non mi aspetto niente di speciale”.

POWELL A JACKSON HOLE REPLICHERÀ AL PRESIDENTE

Quale sarà l’impatto della sortita del presidente? Powell, che assicura di non aver mai ricevuto pressioni dalla Casa Bianca, tirerà dritto. Lo stesso presidente ha detto nel corso di un’intervista a Reuters che giudicherà “Powell tra sette anni”, rivendicando però il diritto “a giudicare la Fed” quando vuole: “Contano i risultati, non l’indipendenza”. Ma all’interno della Banca cresce, come dimostra l’uscita di Raphael Bostic della Fed di Atlanta, il partito di chi teme che tre aumenti nel 2018 possano provocare una frenata dell’economia troppo violenta.

L’EURO RISALE SOPRA 1,15. RIPARTE LO YUAN

Le parole del presidente hanno avuto un’eco immediata. Ha perso posizioni il dollaro, mentre l’euro è risalito subito oltre quota 1,1544. Più forti stamane i movimenti sulle valute asiatiche. Il cross dollaro yen scende sui minimi dalla fine di giugno a 110,1. Lo yuan cinese si apprezza per il quarto giorno consecutivo a 6,84 su dollaro. Scende anche il cross dollaro-rupia indiana, arrivato la scorsa settimana sui massimi della storia, oltre quota 70 di cambio: stamattina siamo a 69,6.

PEPSICO SMETTE SULLE BBITE NON GASSATE

L’intervista del Presidente, diramata dieci minuti prima della fine della seduta, ha frenato il rialzo di Wall Street, fino a quel momento tonica: Dow Jones +0,35%, S&P +0,24%, Nasdaq +0,06%.

Sul fronte societario, da segnalare il nuovo record assoluto di Nike (+3%) e quello di Aestée Lauder (+3,4%), il gigante della cosmetica guidato dall’italiano Fabrizio Freda.

Il colosso delle bibite gasate Pepsico vuole acquisire per 3,2 miliardi di dollari l’israeliana Soda Stream, leader delle bibite fatte in casa.

Il calo del dollaro, combinato con l’attesa di progressi nel negoziato sui dazi ha favorito il rimbalzo dei listini asiatici, soprattutto di quelli della Cina. Indice CSI 300 dei listini di Shanghai e Shenzhen +1,9%, Hong Kong +0,5%. La Borsa del Giappone guadagna lo 0,5%.

Piatto il mercato azionario dell’India, con l’indice BSE Sensex a 38.282 punti. Citi consiglia cautela sulla Borsa di Mumbai, salita da inizio anno del 18% ed immune al tema delle guerre commerciali: in un report diffuso stanotte, i il broker conferma il suo target di medio periodo, a fine marzo il BSE dovrebbe essere 37,300 punti, un obiettivo che implica un calo di circa il 2,5%.

IL CICLONE MADURO ABBATTE LA MONETA; INFLAZIONE ALL’80 MILA %

Il petrolio Brent è poco mosso a 72,2 dollari il barile. Negli ultimi tre giorni ha sempre chiuso in rialzo. Pesa sui mercati anche il debutto surreale della nuova valutar del Venezuela: i salari salgono del 3.000%, ma l’inflazione è all’80.000%, con la prospettiva di salire oltre il milione per cento. Il presidente Maduro ha agganciato la moneta ad una sua cripto valuta, il petro.

MOODY’S RINVIA LA PAGELLA: LO SPREAD PUÒ SALIRE A 470 PB

L’Italia resta al centro dell’attenzione del mondo finanziario. L’agenzia di rating Moody’s ha deciso di rinviare la decisione su un eventuale downgrade dell’Italia. Centrali saranno la manovra 2019 del governo Conte e le scelte in tema di riforme, avverte l’agenzia, che ricorda in una nota di aver messo sotto osservazione per un eventuale abbassamento il rating dell’Italia ‘Baa2’ lo scorso 25 maggio.

A una domanda sulla possibilità di superare la soglia di deficit/Pil del 3% consentita dalle regole europee, a margine del meeintg di Rimini, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha risposto: “Io non escludo niente”, perché il collasso del viadotto sulla A10 di martedì scorso “ha dato una scossa a tutta la classe politica italiana, oltre che all’opinione pubblica, rispetto al fatto che abbiamo patrimonio infrastrutturale in grave deficit manutenzione. Inizierà una negoziazione difficile [con l’Europa], lo sappiamo, però è una negoziazione che noi intendiamo fare perché pensiamo di essere nel giusto”.

Secondo il fondo Aberdeen, in questo momento il mercato sconta per il 2019 un rapporto deficit/Pil al 2%, rispetto allo 0,8% indicato nella previsione del precedente governo. Mediamente, i grandi broker si aspettano che l’eventuale superamento del 3% spingerebbe lo spread intorno a 470 punti base, se invece si dovesse restare intorno al 3% ci sarebbe solo un modesto aumento, intorno a 300 punti base. Se invece il governo dovesse mantenersi sotto quota 2%, si potrebbe tornare intorno ai 200 punti base. Goldman Sachs ritiene che se nella legge finanziaria ci sarà spazio per le promesse elettorali, il deficit Pil salirà fino a quota 7% circa.

PIAZZA AFFARI INTERROMPE LA STRISCIA NEGATIVA

In questa cornice la Borsa di Milano ha iniziato la settimana con un rialzo dello 0,27%, a quota 20.471. Il rimbalzo interrompe un striscia negativa di sette sedute consecutive, in cui l’indice ha accumulato una perdita del 6,5%.

La prospettiva della ripresa del dialogo sui commerci tra Usa e Cina ha favorito gli altri listini, in rialzo (a differenza di Piazza Affari) lungo l’intera seduta. Brilla Francoforte (+0,99%). Bene anche Parigi (+0,65%), Madrid (+0,54%) e Londra (+0,46%).

Carta italiana in recupero sul Bund: lo spread è sceso a 270 punti, il rendimento del Btp a 10 anni a 3,02%, dal 3,09% di venerdì.

GIORGETTI FRENA SULLA CONCESSIONE DI ATLANTIA

Continua la discesa di Atlantia (-4,68% a 18,44 euro), in attesa del Cda di oggi. Il titolo che però ha chiuso la giornata sopra i minimi dopo le parole di Giorgetti: “Non vedo i termini” per una legge per revocare la concessione, ha detto il sottosegretario, aggiungendo che però “è doveroso che la convenzione venga rivista: i margini di redditività che vedo nei confronti delle convenzioni mi sembrano spropositati”. Quanto alla nazionalizzazione delle autostrade, ha spiegato di non essere “molto persuaso che una gestione diretta dello Stato sarebbe più efficiente”.

In ribasso anche i titoli che fanno capo all’altro grande concessionario, il gruppo Gavio: Sias ha perso il 4,2%, Astm il 3,6%.

FCA RIPARTE: MAGNETI PUÒ VALERE 7,6 MILIARDI

Forte rimbalzo per Fiat Chrysler (+3,21% a 14,17 euro) dopo i recenti cali che hanno spinto il titolo ai minimi degli ultimi 15 mesi, segnati venerdì scorso a 13,40 euro. Secondo Bloomberg, Magneti Marelli può valere sulla base del confronto con i titoli analoghi fino a 7,6 miliardi di dollari, debito compreso, secondo un confronto con i peer, e potrebbe ottenere un elevato merito di credito sbarcando in Borsa. Gli analisti calcolano che il fornitore di componentistica auto potrebbe generare oltre 2 miliardi di dollari in dividendi a favore di Fiat Chrysler, utilizzabili per ridurre il debito o costruire operazioni di finanza straordinaria infragruppo. In ripresa anche Ferrari (+1,52%) ed Exor (+1,99%).

VOLANO CAMPARI, SALINI E DIASORIN

In grande evidenza Campari (+2,84%) dopo aver segnato un nuovo record storico a 7,88 euro. Da inizio anno (+20%) è una delle migliori blue chip di Piazza Affari. Il trend rialzista è sostenuto dalla forza dei risultati. Campari ha archiviato il primo semestre 2018 con un utile netto rettificato pari a 104,4 milioni di euro, in aumento dell’11,6%, e una crescita organica delle vendite del 5,4%.

Tra le migliori del listino anche Salini (+5,04%). Il gruppo di costruzioni, attraverso la controllata americana The Lane , si è aggiudicata un contratto per la progettazione e costruzione della I-10 Corridor Express Lanes in California. Lane Construction Inc ha annunciato la vendita della Divisione Plants & Paving ad Eurovia SAS, società del Vinci Group, per un corrispettivo cash totale di 555 milioni di dollari.

Prende il volo Diasorin (+7,20%) dopo che Berenberg ha alzato il prezzo obiettivo a 96 da 86 euro.

Deboli le banche italiane: il paniere di settore scende dello 0,33%. Le big Intesa e Unicredit segnano un ribasso dello 0,62 e dello 0,25%.

Aedes +7,04% dopo i recenti ribassi. La società ha detto di non essere al corrente di fatti o eventi che giustifichino l’andamento del titolo della scorsa settimana.

La prima giornata di campionato, anche se con volumi decisamente ridotti, ha premiato la Roma (+0,78%), mentre la Juventus (-0,05%) è in lieve calo nonostante la vittoria sul Chievo. Lazio -3,42% dopo la sconfitta contro il Napoli.