Debito pubblico, la via cinese e russa, il piano pro famiglie italiane. Chi si ferma è perduto

Gianfranco Polillo startmag.it 22.8.18

Il commento di Gianfranco Polillo su iniziative e progetti in cantiere nel governo sul debito pubblico italiano

C’è grande movimento sotto quella montagna, che è rappresentata dal debito pubblico italiano. La fine del quantitative easing pone problemi che fino a ieri l’Italia non aveva. O aveva in misura limitata. Basti guardare agli andamenti degli spread. Poco mossi nei primi mesi dell’anno. In rapida ascesa con l’avvento del nuovo governo. Frutto della sua mancata sintonia con il mondo finanziario: si dirà. E questo, in parte, è vero, almeno a giudicare dalle recenti parole di Luigi Di Maio, che ha lanciato il suo guanto di sfida contro quest’entità – i “poteri forti” – evanescente.

Ma se si guarda al merito delle questioni, i problemi hanno una ben diversa portata. Si chiamano: inasprimento della politica monetaria della Fed ed, appunto, fine del quantitative easing. Che continuerà in forma ridotta, ma che comunque un impatto negativo non potrà non averlo per un Paese, come il nostro, che ogni anno deve rinnovare i suoi titoli per diverse centinaia di miliardi di euro.

Ed allora che fare? Cercare, innanzitutto, forme “non convenzionali” di finanziamento. Si spiegano così i contatti di Giovanni Tria con il governo cinese. O il guardare alla Russia di Putin, da parte di Paolo Savona. Sullo sfondo, l’esile speranza di un intervento specifico della Bce, al di fuori degli schemi previste dalle procedure dell’Omt (Outright monetary transactions) e dei relativi condizionamenti.

In un carnet già così denso, si inserisce la proposta appena avanzata da Armando Siri, deputato della Lega e sottosegretario alle Infrastrutture, di riservare alle famiglie particolari emissioni di titoli del debito pubblico italiano. Si tratterebbe di bond con una cedola leggermente più alta e un trattamento fiscale privilegiato. Avrebbero il pregio di far concorrenza ai depositi bancari, garantendo al risparmiatore, specie per depositi superiori ai 100 mila euro, una copertura assicurativa maggiore. Per i relativi possessori non scatterebbero, infatti, le procedure del “bail in”, in caso di dissesto della banca.

Non sarebbe una mossa risolutiva, visto che i bot people sono da tempo scomparsi. Ma comunque un segnale di attenzione nei confronti delle famiglie italiane. Più complicato, invece, il calcolo di convenienza per le banche. Alcune sarebbero penalizzate, dalla contrazione dei propri clienti. Altre invece potrebbero scaricare sulle famiglie parte dei titoli finora tenuti in pancia. Quindi, in definitiva, una soluzione possibile. Anche se, prima di esprimere un giudizio articolato, sarà necessario aspettare il provvedimento legislativo preannunciato.

Tutto questo attivismo, per quanto positivo, non deve tuttavia far perdere di vista quale deve essere l’obiettivo primario del Governo. Quello di individuare una politica economica che punti, al tempo stesso, sullo sviluppo ed il contenimento del debito. Le condizioni per realizzare un simile obbiettivo ci sono. Basta saperle cogliere con il necessario rigore e nel rispetto dei tempi. Che non sono quelli della burocrazia, ma del mercato.

Se questo obiettivo sarà conseguito, si potrà sostenere il confronto con tutti i soggetti interessati: a partire dalla Commissione europea e dalla Bce. Allora eventuali finanziamenti aggiuntivi da parte della Russia o della Cina non saranno altro che l’attivazione di normali canali di interscambio. Ma se questo non dovesse essere il risultato finale, non potranno certo essere le famiglie italiane a poter svolgere un ruolo di supplenza.

Che cosa sta succedendo (e perché) a Btp e spread

Michelangelo Colombo startmag.it 22.8.18

Subbuglio per un articolo del Financial Times sul debito pubblico italiano e sulle vendite che fanno registrare sempre più i titoli di Stato italiani. Fatti, numeri, commenti e approfondimenti.

L’ARTICOLO DEL FINANCIAL TIMES

Prosegue la fuga degli investitori esteri dai titoli di Stato italiani. A giugno l’ammontare di Btp detenuti da investitori stranieri e’ sceso di 38 miliardi di euro dopo i 34 miliardi di euro di titoli scaricati a maggio. A sottolinearlo è il Financial Times, citando dati della Banca Centrale Europea, e sottolineando che la cifra rappresenta un record storico.

L’ANALISI DEL DATO

“Sospettavamo che fosse proseguita la vendita di debito italiano a giugno da parte di investitori stranieri, ma il dato e’ significativamente più alto di quello che ci aspettavamo”, ha detto all’Ft David Owen, capo economista per l’Europa di Jefferies Financial Group. Al tempo stesso, precisa il quotidiano di Londra, le banche italiane sono state quelle che hanno fatto più incetta di titoli di Stato nel secondo trimestre dell’anno, con acquisti per oltre 40 miliardi di euro, la cifra più alta dal picco della crisi dei debiti sovrani.

CHE COSA SUCCEDE ALLO SPREAD

Lo spread tra Btp e Bund gira nuovamente in rialzo. Alle 14 odierne, il differenziale di rendimento è risalito a 264 punti base col tasso sul decennale del Tesoro al 2,97%.

IL COMMENTO DI POLILLO

Perché le oscillazioni dello spread? E perché le vendite dei Btp: “Se si guarda al merito delle questioni, i problemi hanno una ben diversa portata – ha scritto su Start Magazine l’editorialista esperto di economia e politica economica e finanziaria, Gianfranco Polillo – Si chiamano: inasprimento della politica monetaria della Fed ed, appunto, fine del quantitative easing. Che continuerà in forma ridotta, ma che comunque un impatto negativo non potrà non averlo per un Paese, come il nostro, che ogni anno deve rinnovare i suoi titoli per diverse centinaia di miliardi di euro.

L’OPINIONE DI BRUNETTA

Il primo commento politico dopo l’articolo del quotidiano britannico è stato dell’ex ministro Renato Brunetta, economista ed esponente di Forza Italia: “Tutti gli analisti della City di Londra sono concordi nel ritenere che la maxi fuga di capitali dall’Italia sia causata dal crollo reputazionale che l’Italia ha subito con l’avvento del governo giallo-verde, per effetto delle sue caratteristiche di populismo, sovranismo e anti-europeismo, e ritengono che la volatilità dello spread persisterà anche nelle prossime settimane”. Inoltre, il fatto che le banche italiane, nel secondo trimestre del 2018, abbiano aumentato i loro acquisti netti del debito italiano per più di 40 miliardi di euro, “non è una buona notizia, dal momento che il forte calo del valore dei BTP riduce il valore patrimoniale del portafoglio titoli detenuti dalle stesse banche, obbligandole ad effettuare forti svalutazioni e ad accantonare maggiori rischi per perdite, riducendo così la loro profittabilità”.

L’INTERVISTA DI SAVONA

“Vi e’ un tentativo dei gruppi dominanti sconfitti alle elezioni del 4 marzo – dichiara Savona a L’Unione Sarda – di causare una crisi del nostro debito pubblico, per far fallire l’esperimento del Governo in atto. Hanno messo in campo tutti i mezzi e gli opinion leader al loro servizio per propiziare l’evento, senza indicare le alternative simili a quelle che ho indicato io”.

Anche per ovviare a una potenziale crisi di fiducia del debito pubblico italiano, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, si accinge ad andare in Cina per illustrare la solidità economica e finanziaria dell’Italia. E due giorni fa il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, ha evocato un interesse di fondi russi per il nostro debito. Iniziative che hanno provocato dibattito e critiche (qui il corsivo di Michele Arnese sulle polemiche bizzarre dal sottofondo geopolitico tra fatti, commenti, indiscrezioni e scenari).

GLI AUSPICI DI LA MALFA

“E’ un dato di fatto che le preoccupazioni per le prospettive dell’Italia  esistono  dal primo giorno in cui si è formato il Governo. Né esse possono essere considerate manifestamente infondate e liquidate come semplici attacchi contro la libertà degli italiani di scegliere il proprio futuro”, ha scritto oggi l’economista ed ex ministro Giorgio La Malfa su Start Magazine, invitando il premier ad accelerare i tempi della manovra anche per rassicurare i mercati: “La sola risposta utile  è anticipare la presentazione della manovra economica prevista per ottobre rendendo noto al più presto il quadro economico finanziario – la cornice – entro la quale verranno definiti i singoli punti del programma. Mentre i singoli contenuti della manovra possono essere definiti in autunno, bisogna che sia noto al più presto qual è il quadro finanziario che l’Italia sottoporrà all’Europa. Essenzialmente si tratta di indicare a quale crescita del reddito nazionale il Governo punti nel prossimo triennio; quali saranno i saldi del bilancio dello Stato nel corso del periodo; quali gli effetti attesi della politica economica che verrà seguita su quella variabile cruciale per la stabilità finanziaria che è il rapporto fra il debito pubblico e il reddito nazionale”, ha scritto La Malfa su Start Magazine.

Il racket della NATO in Italia… Un ponte troppo lontano

Finian Cunningham controinformazione.org 21.8.18

l catastrofico crollo del ponte in Italia ha provocato proteste sulle infrastrutture fatiscenti del Paese e su come mettano a rischio la vita delle persone. Ma la domanda che il pubblico in Italia e in Europa dovrebbe porsi è: perché i loro governi spendono decine di miliardi di dollari sul militarismo della NATO, trascurando le infrastrutture civili vitali?

Quando l’iconico viadotto dell’Autostrada Morandi è crollato questa settimana a Genova, con un bilancio di 41 vittime, il consenso tra i media e pubblico italiani è che il ponte fu un disastro annunciato. Quasi 200 metri della sezione sopraelevata dell’autostrada che attraversa un fiume, case e un’area industriale crollò mentre decine di auto e camion passavano.

Testimoni scioccati descrissero la scena come “apocalittica” mentre i veicoli precipitavano per 40 metri insieme a cemento e ferro sul terreno sottostante. All’assenza della dovuta manutenzione viene attribuita il crollo del ponte. Le condizioni meteorologiche al momento erano indicate come piogge torrenziali e fulmini. Ma difficilmente spiegano perché un intero viadotto autostradale sia oscillato e schiantato.

Il Ponte Morandi fu costruito 51 anni fa, nel 1967. Due anni fa un professore d’ingegneria dell’Università di Genova avvertì che il viadotto doveva essere completamente sostituito poiché la struttura era seriamente deteriorata. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il disastro avrebbe potuto essere evitato se le autorità avessero intrapreso azioni adeguate, piuttosto che svolgere lavori di riparazione frammentari negli anni.

I resoconti dei media italiani dicono che l’ultimo è il quinto crollo di ponte nel paese negli ultimi cinque anni, secondo la BBC. Ora il governo italiano chiede un’indagine nazionale su strade, tunnel, ponti e viadotti per valutare la sicurezza pubblica, tra i timori che altre infrastrutture siano soggette a crolli mortali.

Quello che dovrebbe essere questione di urgenza pubblica è il motivo per cui l’Italia aumenta la spesa nazionale per gli aggiornamenti e gli appalti militari invece delle rirorse civili. Come tutti i membri europei dell’alleanza NATO, l’Italia è sotto pressione degli Stati Uniti per aumentare le spese militari. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto del bilancio della NATO una priorità, arringando gli Stati europei ad aumentare le loro militari al 2% del prodotto interno lordo (PIL). Trump ha addirittura raddoppiato la cifra al 4%.

Ministra Trenta con Stoltenberg e Mattis

La domanda di Washington agli alleati europei precede Trump. In un vertice della NATO nel 2015, quando Barack Obama era presidente, tutti i membri dell’alleanza accettarono la pressione degli Stati Uniti per una maggiore allocazione dei budget per raggiungere l’obiettivo del 2%. La presunta minaccia dell’aggressione russa fu citata più e più volte come ragione principale per l’aumento delle spese per la NATO.

Le cifre mostrano che l’Italia, come con altri Paesi europei, ha aumentato drasticamente la spesa militare annuale dal vertice del 2015. La tendenza al rialzo inverte un declino decennale. Attualmente l’Italia spende circa 28 miliardi di dollari all’anno in ambito militare. Ciò equivale solo all’1,15 per cento del PIL, molto al di sotto dell’obiettivo richiesto dagli Stati Uniti del 2 per cento del PIL.

Ma la cosa inquietante è che la ministra della Difesa italiano Elisabetta Trenta avrebbe dato assicurazioni al consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, che il suo governo era impegnato a raggiungere l’obiettivo NATO nei prossimi anni. Gli attuali dati si traducono approssimativamente nel raddoppio del bilancio militare annuale dell’Italia.

Protesta contro le guerre della NATO

Nel frattempo, il pubblico italiano ha dovuto sopportare anni di austerità economica, di tagli alle spese sociali e alle infrastrutture civili. Il nuovo governo di coalizione di Roma che comprende Lega e Movimento cinque stelle ha chiesto un’inversione nelle politiche di austerità e promesso di aumentare gli investimenti pubblici. I suoi leader, come il viceprimo ministro Matteo Salvini, hanno anche espresso, a volte, una visione tiepida della NATO. Dopo il disastro del ponte, il governo della coalizione populista ha rinnovato la richiesta per maggiori investimenti nei servizi pubblici.

Tuttavia, perché la ministra della Difesa italiana assicura che il Paese aderirà alle richieste di Washington di aumentare il budget della NATO? La ministra Trenta, del Movimento cinque stelle, afferma che il suo governo rimane impegnato ad acquistare 90 aerei da combattimento F35 di nuova generazione statunitense.

Le cifre aggregate mostrano che l’Italia ha speso circa 300 miliardi negli ultimi dieci anni in campo militare. L’esborso del decennio precedente fu ancora più alto in dollari, prima del crollo finanziario del 2008. Eppure il governo italiano, nonostante l’appello populista, pianifica ancora più risorse alle forze armate nei prossimi anni per soddisfare l’ultimatum di Washington dell’obiettivo del 2% del PIL della NATO.

Una cifra che sembra del tutto arbitraria e aborrente alla luce dei bisogni sociali urgenti e delle infrastrutture pubbliche trascurate. Se i ponti autostradali italiani collassano, il futuro della sicurezza pubblica appare ancora più cupo quando la maggior parte dell’economia del Paese viene deviata per soddisfare le pretese della NATO guidata dagli Stati Uniti. Inoltre, tale dilemma non si limita all’Italia. Tutti i membri europei della NATO sono stati messi in riga da Washington per espandere in modo significativo i bilanci militari. Il presidente Trump ha scioccato gli Stati europei come “opportunisti” che campano della “protezione americana”.

Trump molestava la Germania affinché aumenti il budget militare. Dopo tutto ciò, anche gli europei sembrano reagire. Al summit annuale della NATO tenutosi il mese scorso a Bruxelles, il segretario generale norvegese Jens Stoltenberg affermava che i membri non statunitensi avevano aumentato i bilanci militari nazionali del totale di 40 miliardi di dollari in un anno. La crudele ironia è che lo scorso anno i pianificatori della NATO si lamentarono del fatto che le infrastrutture europee, strade, tunnel e ponti necessitavano di aggiornamenti significativi per facilitare il trasporto delle forze militari in caso di guerra con la Russia.

L’implicazione era che i governi europei avrebbero dovuto aumentare le spese nazionali per le reti dei trasporti civili proprio per facilitare i requisiti militari della NATO. Ciò equivale a un parassita che brama altro sangue dall’ospite. Le infrastrutture europee sono già in rovina in gran parte a causa dell’austerità economica imposta dalla sproporzionata spesa per il militarismo della NATO. In un momento in cui il bisogno pubblico di investimenti sociali è acuto, i governi europei obbediscono agli ordini di Washington di aumentare le spese finanziarie per sovvenzionare il complesso militare-industriale statunitense. Si suppone che tale folle spesa mantenga i cittadini europei al sicuro dalle minacce russe.

Chiaramente, tuttavia, la vera minaccia per i cittadini europei è il modo in cui Washington e il suo racket della NATO dissanguano l’Europa delle risorse finanziarie, che invece dovrebbero essere spese per costruire strade, ponti e altre infrastrutture sicuri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Atlantia: Gdf in sede a Genova (Milanofinanza.it)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di Francesca Gerosa (Milanofinanza.it)

La Guardia di Finanza sta effettuando sequestri di atti nella sede di Atlantia e Autostrade per l’Italia a Genova, nell’ambito dell’inchiesta della procura del capoluogo ligure sul crollo del ponte Morandi dello scorso 14 agosto, che ha provocato 43 vittime. E’ quanto ha riferito il procuratore aggiunto di Genova, Paolo D’Ovidio, all’agenzia Reuters.

Dopo il crollo del viadotto sul Polcevera, la procura di Genova ha aperto un’indagine, a oggi senza indagati, che ipotizza i reati di attentato colposo alla sicurezza dei trasporti, omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Secondo quanto appreso dall’Ansa non sarebbero imminenti le acquisizioni di testimonianze dei componenti della commissione ministeriale: Roberto Ferrazza, che la presiede, e Antonio Brencich.

I Pm vogliono prima procedere con la raccolta di atti e iniziare a esaminare la documentazione. Quindi, ci vorrà ancora qualche giorno prima che i due tecnici vengano sentiti. Intanto il moncone est di ponte Morandi è pericolante e deve essere abbattuto o messo in sicurezza al più presto, come ha noto la struttura commissariale per l’emergenza che ha ricevuto una relazione tecnica dalla commissione ispettiva del ministero guidata dall’architetto, Ferrazza. La struttura commissariale ha scritto al ministero e concessionaria per avviare gli interventi necessari.

“Occorre sicuramente demolire il moncone nei tempi più brevi possibili, uno per garantire sicurezza anche se oggi l’area è evidentemente sgomberata e dunque nessun essere umano corre alcun rischio, due perché senza la demolizione non riparte la ricostruzione”, ha confermato il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, dal Meeting di Cl.

“E’ arrivata questa notte la relazione della commissione che parla dell’ala Est di Levante del ponte con alcune criticità”, ha aggiunto. “Ne abbiamo parlato già stanotte e stamattina con il prefetto. Quell’area è già comunque sgomberata e nessuno vi accede per nessuna ragione, per cui non vi sono motivi di allarme ma questo comporterà alcune decisioni e alcune determinazioni urgenti già nelle prossime ore”.

Il crollo ha provocato la morte di 43 persone, mentre i feriti ancora ricoverati in ospedale sono sette. Complessivamente 553 persone sono state sfollate dagli edifici che si trovavano proprio sotto il ponte e la Regione Liguria ha assicurato che entro fine novembre tutte le 251 famiglie potranno entrare in nuovi appartamenti nei quartieri limitrofi.

Continua, intanto, a dividere l’ipotesi di nazionalizzare la concessione autostradale che attualmente è in mano ad Atlantia . “Lo Stato spesso non ha dimostrato di essere più efficiente del privato, lo Stato spesso ha dimostrato di essere più costoso a spese dei cittadini e del privato”, ha affermato Toti, negando che si stia creando un “fronte del Nord” contro la nazionalizzazione, semplicemte crede che si stia creando “un fronte di chi, ricordandosi del passato, sa quali danni hanno prodotto in questo Paese le nazionalizzazioni e vuole trovare soluzioni a problemi che sono giusti. La risposta della nazionalizzazione è sbagliata”.

Anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è contrario. La “collaborazione tra pubblico e privato è assolutamente necessaria”, ma “serve un riequilibrio tra le competenze”, ha detto, ritenendo dunque fondamentale il rapporto tra pubblico e privato, ma ci deve essere un riequilibrio “perché se prima c’era uno statalismo opprimente oggi il pubblico è di inferiorità rispetto al privato”, ha spiegato Fontana. “Il privato oggi detta le regole e subisce il pubblico. Non sono sulla nazionalizzazione, ma occorre un riequilibrio tra le diverse competenze”.

Infatti “è inaccettabile che un privato guadagni dal bene pubblico e che il pubblico non controlli su quanto fa il privato. Se il privato non è capace di farlo magari con fatica ricomincerà a farlo il pubblico, tentando di dare risposta ai cittadini. Credo che sia necessario ripartire da una riscrittura di tutte le regole, anche quelle che sottendono a pubblico e privato. La concessione non è qualcosa che una volta affidato chi si è visto si è visto; il pubblico deve essere sempre presente”, ha proseguito, suggerendo di delegare certi controlli a livello federale “perché più vicini sono i controlli e più sono efficaci” ha detto Fontana, commentando la proposta del governatore della Liguria Toti di inserire gli enti locali nelle commissioni di controllo delle concessioni autostradali. “Un coinvolgimento degli enti locali”, ha concluso, “potrebbe essere una cosa positiva”.

E’ ancora in corso il cda di Atlantia sul crollo del ponte Morandi all’indomani del consiglio di ammnistrazione della controllata, Autostrade per l’Italia, che ha condiviso la prima lista di iniziative (per una stima preliminare di 500 milioni di euro finanziati con mezzi propri) già annunciata nel corso della conferenza stampa di sabato a Genova. Il titolo Atlantia , in rialzo nella prima parte dela mattinata, ora ha virato al ribasso in borsa.

red/cce

(END) Dow Jones Newswires

August 22, 2018 08:14 ET (12:14 GMT)

Tentati dallo Stato imprenditore. Un disastro pagato già caro. Monta la voglia di nazionalizzare gli asset pubblici. Pochi però ricordano gli sprechi di quando avevamo l’Iri

22 agosto 2018 di Gaetano Pedullls la notizia giornale.it

Un viaggio nel passato come solo la politica italiana sa fare. Il dibattito aperto sulla possibile nazionalizzazione delle autostrade dopo il disastro di Genova, ci riporta agli anni dell’ingresso nell’euro e anche prima, quando il nostro Paese dovette dare un taglio con l’Iri e le perdite miliardarie accumulate ogni anno dallo Stato che faceva (molto male) l’imprenditore. Per legare i nostri destini economici a Germania, Gran Bretagna e Francia, mettendoci con l’esclusione di Londra sotto lo scudo della moneta comune, fummo costretti ad adottare misure per ridurre il debito pubblico già all’epoca insostenibile, cedendo la zavorra maggiore ai privati che se ne sarebbero voluti fare carico. Poi sappiamo com’è finita. Una politica poco lungimirante e sicuramente compiacente si imbarcò con una serie di boiardi sul panfilo Britannia, e in una spartizione durata tre giorni di navigazione concordò con le grandi banche d’affari internazionali e pochi volponi di casa nostra cosa sarebbe stato ceduto e cosa no.

Una roulette che – guarda caso! – disse male al nostro ministero del Tesoro, a cui rimasero in mano i grandi carrozzoni delle Ferrovie, dell’Anas, del trasporto locale, ecc. mentre le galline dalle uova d’oro finivano in parte o interamente sul mercato. Privatizzazioni come quella della Sip, poi diventata Telecom, e delle autostrade attraverso le concessioni, gridano ancora vendetta per la ricchezza bruciata da tutta la collettività a fronte dei guadagni stratosferici realizzati da pochi fortunati. All’inizio quel trasferimento di asset industriali dall’inefficienza della gestione statale alla decantata efficienza dei privati trovò giustamente adesione in gran parte dell’opinione pubblica. Solo la Sinistra – per sua natura statalista – storceva il naso, salvo poi firmare i contratti con le condizioni per lo Stato peggiori della storia.

Nomi e cognomi – Dietro il regalo della Telecom, che fruttò centinaia di miliardi di lire di soli interessi alle banche americane e inglesi finanziatrici degli imprenditori bresciani guidati da Roberto Colaninno resta per sempre il nome di Massimo D’Alema, mentre il dono persino più ricco delle autostrade – finite sotto il controllo di una famiglia che vendeva magliette – è opera di Romano Prodi. Non c’è bisogno dei nostri posteri per conoscere la sentenza di chi ci ha guadagnato tanto – i privati – e di chi ci perso molto di più – lo Stato –. Oggi nel gioco dell’oca di un Paese abituato a fare un passo avanti e due indietro, si torna dunque a rimpiangere quei tempi, quando è ormai chiaro che non fu sbagliato privatizzare, ma fu sbagliatissimo privatizzare nel modo in cui fu fatto, procedendo con liberazioni parziali in alcuni settori e la difesa del monopolio pubblico in altri, mentre negli accordi tra Stato e privati il primo era sempre incredibilmente il contraente debole. Solo così si spiega l’incongruenza tra i guadagni stellari dei concessionari o di chi comprava i beni pubblici in svendita e le briciole accettate da chi deteneva la proprietà, cioè tutti noi attraverso la creazione di debito pubblico su cui paghiamo ancora gli interessi. Le autostrade, per capirci meglio, le ha pagate lo Stato, non certo i Benetton.

Regali scandalosi – All’epoca si pensò che in un giusto equilibrio, alla fine ci avrebbero guadagnato tutti. Ma in realtà le cose non sono sempre andate così, considerando che alcune delle tante privatizzazioni furono un successo, con benefici considerevoli per chi vendeva e per chi comprava. Nei casi più eclatanti, come quello delle autostrade – appunto – i privati vollero però strafare e oggi perciò fa un po’ ridere chi si scandalizza per i dividendi miliardi incassati dai Benetton e dagli altri azionisti a fronte dei pochi trasferimenti alle casse pubbliche e delle manutenzioni fatte tanto bene da non aver impedito la tragedia del ponte Morandi sul capoluogo ligure. Questo giornale da anni denuncia l’asimmetria reddituale tra la parte concedente e i concessionari, ma anche il nostro rumore nulla ha potuto di fronte alla grancassa dei grandi giornali e delle televisioni collegate in mile modi (come ad esempio la pubblicità) agli interessi di chi immancabilmente incassava. Il risultato è che adesso, con il boato del ponte caduto giù più forte di tutto, è partita un’onda che rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Se è infatti doveroso annullare o revocare la concessione ad Atlantia, non è altrettanto saggio pensare che lo Stato si rimetta a fare il casellante. Cosa che non sa fare, come ieri hanno rilevato pure i governatori Toti e Zaia. Meglio fare nuove gare da cui emergano i privati che faranno bene il loro mestiere pagando allo Stato il dovuto, e non pochi spicci.

La Verità: ‘Perché Renzi difende i Benetton. A libro paga di Autostrade il consulente di Delrio’

silenziefalsita.it 22.8.17

Matteo Renzi grida al giacobinismo e preannuncia querele” per chi collega il crollo del Ponte Morandi al Pd, “ma forse l’ex premier è uno dei meno titolati a parlare”.

Lo scrive oggi su La Verità Giacomo Amadori, che spiega: “durante il suo governo” l’ex premier “scelse come consigliere per le questioni legate ai trasporti e alle infrastrutture proprio un consulente dei concessionari”.

Si tratta dell’avvocato Maurizio Maresca, “un uomo che ha attraversato da protagonista stagioni politiche molto diverse” e che è “uno storico consulente dell’Aiscat, l’Associazione delle società concessionarie di autostrade e trafori, al 70 per cento rappresentata da Autostrade per l’Italia”.

Maresca fu ingaggiato da Aiscat “per combattere la riforma proposta dall’allora ministro Antonio Di Pietro”. In un’intervista Maresca disse: “Come avvocato ho seguito le cause che tutti i concessionari autostradali hanno promosso contro il governo per la decadenza delle concessioni”

Poi “Renzi – racconta Amadori – scelse questo docente legato a doppio filo con i gestori per razionalizzare il sistema autostradale”.

Di più: “Nel giugno del 2017 il ministro Graziano Delrio lo ha inserito nella ristrettissima struttura di missione che ha negoziato la proroga delle concessioni autostradali con la Commissione europea, in cambio di un calmieramento delle tariffe”.

Interpellato da La Verità, Maresca ha affermato di non essere stato contattato da Autostrade per lo scontro che ci sarà con il governo sulle concessioni.

“Benetton si rifugia sullo yacht” Così resta lontano dalle accuse

 – Mar, 21/08/2018 il giornale.it

Dopo il crollo del ponte di Genova, il gruppo Benetton è finito nel mirino per le responsabilità (da accertare) di società Autostrade. E Gilberto resta a largo sullo yacht

Non sono giorni facili per la famiglia Benetton. Dopo il crollo del ponte di Genova, il gruppo è finito nel mirino per le responsabilità (da accertare) di società Autostrade per l’Italia controllata proprio dai Benetton.

Ma in queste giornate calde di accuse, Gilberto Benetton, come riporta la Verità avrebbe preferito rifugiarsi sul suo yacht di 49 metri. Da qui la sua assenza al pranzo di famiglia il giorno di Ferragosto proprio mentre a Genova si contavano i morti della tragedia.

Il panfilo di Benetton navigherebbe in queste ore nelle acque della Sardegna, ben lontano dai rumori delle polemiche e delle accuse che stanno travolgendo la famiglia. Un portavoce della Edizione, la holding della famiglia ha fatto sapere, sempre a La Verità che il manager “ha diritto di fare le ferie dove vuole anche se, vista la situazione, è sempre molto operativo e presente per seguire la vicenda del ponte”. Intanto il Nanook, così si chiama lo yacht di Benetton, per il momento resta a largo con i supi nove marinai di equipaggio. La famiglia intanto attende il Cda di Autostrade che si terrà oggi per capire qual è la strategia da seguire su questa vicenda. Il governo per il momento fa muro. Il premier Conte ha ribadito la linea che porta alla revoca della concessione e si prepara alla battaglia legale annunciando “contromosse”. Insomma il duello tra l’esecutivo e Autostrade è solo all’inizio. La pace a largo per Benetton potrebbe finire presto…

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Il file segreto di Banca Popolare di Vicenza sugli “scavalcati” dai vip sfuggito a Consob, Il Fatto: 8.000 richieste, solo 630 “accontentati”

Di Rassegna Stampa vicenzapiu.com 22.8.18

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Tra fine 2013 e ottobre 2014 a una direzione territoriale lombarda della Banca Popolare di Vicenza arrivarono 65 ordini di vendere un totale di 43.543 azioni BpVi. L’ufficio avrebbe dovuto trasmettere subito le domande degli azionisti alla direzione generale, deputata ad attivare le procedure di riacquisto attraverso il Fondo azioni propriedella banca o a incrociare gli ordini di vendita con altre richieste di acquisto. Ma in 34 casi i documenti furono inviati dalla Lombardia al Veneto con un ritardo medio di 60 giorni lavorativi dalla data di ricezione e, in sette casi, oltre 100 giorni dopo.

L’ordine di vendere un pacchetto di appena 101 azioni, ricevuto il 20 dicembre 2013, fu trasmesso a Vicenza il 17 settembre 2014: erano passati 194 giorni lavorativi.

I dati sono contenuti in un foglio excel creato da funzionari lombardi della banca, che Il Fatto ha visionato e che potrebbe contribuire a chiarire la vicenda degli “scavalcati“. Si tratta delle migliaia di soci della Vicenza i cui ordini di vendita di azioni BpVi furono rinviati per avvantaggiare altri azionisti. Il documento interno, rimasto sconosciuto all’ispezione della Consob sulla banca terminata il 25 febbraio 2016 con un verbale di 366 pagine e migliaia di allegati, dimostra l’esistenza di un primo anello locale nella catena di irregolarità condotte da BpVi sulle proprie azioni tra il 2012 e il 2015. L’unico file excel sulle vendite di azioni BpVi sinora noto era quello dell’ufficio Gestione operativa soci (Gos) della direzione generale, l’unità che preparava le pratiche per ottenere l’autorizzazione dal comitato soci e dal cda. Secondo la Consob quel documento era “l’unico strumento di registrazione elettronica delle richieste sulle azioni BpVi” e “svolgeva di fatto il ruolo di un vero e proprio ‘registro ordini‘ ma risultava “connotato da un elevato grado di incertezza e rischio operativo, in quanto qualunque addetto del Gos” poteva “effettuare l’inserimento dei dati sul file, alimentato manualmente su base giornaliera e modificato in ‘sovrascrittura’ senza alcuna archiviazione periodica o backup“. La Vicenza inoltre non rilasciava al cliente copia dei moduli di vendita delle azioni “con conseguente impossibilità di attestare correttezza e tempistica dei dati, in particolare per quanto riguarda la data dell’ordine“, scrive la Consob.

In realtà, dunque, esistevano invece altri file interni che registravano gli ordini sulle azioni BpVi. Per la banca questo era un fronte caldissimo: dopo un primo aumento di capitale da 100 milioni nel 2013, nel 2014 la Popolare organizzò altre due operazioni di rafforzamento patrimoniale, una da 608 milioni tra il 12 maggio e l’8 agosto e un’altra da 300 milioni (che ne raccolse appena 102) che terminò il 19 dicembre. Le adesioni a questi aumenti sono elencate nello stesso file contenente gli ordini di vendita visionato dal Fatto. Una coincidenza non casuale perché proprio in quel periodo, come scrive la Consob, la banca si trovava “nell’urgenza di dover gestire contemporaneamente due necessità di segno opposto: la crescente richiesta di disinvestimento della clientela da soddisfare utilizzando il Fondo azioni proprie e quella di ‘svuotarlo’ per rispettare i nuovi vincoli normativi in vigore dai primi mesi dell’anno“. I vertici BpVi facevano scattare così la “campagna Svuotafondo” che, per la Consob, violò “la stessa norma interna che vietava alla banca di intraprendere azioni commerciali nei confronti della rete di vendita riguardanti le proprie azioni“.

Fu questo sistema a consentire alla Popolare presieduta da Gianni Zonin di dare la precedenza a 630 azionisti “privilegiati” nella corsa a vendere le azioni BpVi (illiquide e non quotate) quando queste erano ancora valutate all’iperbolica cifra di 62,5 euro. Un valore determinato non dal mercato ma da perizie commissionate dal cda e approvate dagli stessi azionisti. A questi “amici degli amici” fu concesso di rivendere alla banca un milione di azioni recuperando 62,5 milioni e scavalcando gli ordini di vendita di altre migliaia di soci, che non riuscirono a cedere i titoli prima del loro tracollo. BpVi sospese l’operatività in azioni proprie a marzo 2015 e il 25 giugno 2017 i titoli di questi soci finirono azzerati dalla liquidazione della banca insieme a quelli di altri 108mila investitori. Anche la conta degli “scavalcati” resta ancora un mistero: il 7 marzo 2017 la banca ne ha riconosciuti ufficialmente “meno di 500” ma altre fonti ne calcolano 8mila.

Un sistema reso possibile anche dal controllo serrato dei dipendenti. Alla Pop Vicenza, infatti, i dipendenti che non remavano nella direzione imposta dai vertici, anche a spese di clienti e soci, finivano male: le pressioni sulla rete di vendita erano asfissianti, le intimidazioni arrivavano a qualsiasi livello. In una riunione dell’ottobre 2014 nella direzione generale un manager “fece presente che i numeri sugli aumenti di capitale in corso erano diversi rispetto alle proprie evidenze“. Intervenne un dirigente “che con tono alterato affermò ‘cosa stai dicendo. Se ci fosse qui Sorato (l’allora direttore generale, ndr) saresti già a casa’“, scrive la Consob. Non mancavano i delatori: dall’inchiesta penale emerge un’email, inviata il 27 gennaio 2015 alla segreteria del presidente Zonin, nella quale alcuni bancari segnalarono i nomi di “incapaci” e “incompetenti” da cacciare. Ne sa qualcosa un bancario lombardo che negli anni ha presentato a BpVi esposti, reclami e segnalazioni da whistleblower sulle irregolarità riscontrate: nonostante le leggi di tutela, la banca lo ha demansionato, richiamato, sanzionato e infine licenziato. La causa è in corso e anche la nuova proprietaria, Intesa Sanpaolo, non cede mentre Banca d’Italia si dice incompetente.

di Nicola Borzi, da Il Fatto Quotidiano

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi e non solo. Ecco chance e rischi per le banche italiane

startmag.it 22.8.18

fintech

L’approfondimento di Francesco Ninfole per Mf/Milano finanza, con scenari reali e potenziali delle principali banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi e non solo

Ci sono pochi dubbi tra gli operatori: l’anno prossimo inizierà una stagione di aggregazioni che potrebbe cambiare il volto del settore bancario. Ma resta ancora incerto il modo in cui le banche italiane si presenteranno all’appuntamento. Questi mesi saranno perciò decisivi. Saranno perlopiù prede o potranno giocare la partita con i concorrenti europei? Dipenderà innanzitutto da loro: le banche dovranno completare i piani raggiungendo gli obiettivi di pulizia dei bilanci, ma soprattutto di ritorno a una redditività soddisfacente. Non sarà facile, considerando le sfide tecnologiche e regolamentari.

GLI OBIETTIVI DEI FONDI NEL CAPITALE DELLE BANCHE

I fondi, sempre più presenti nell’azionariato delle banche, hanno un atteggiamento pragmatico: sono disposti a restare negli istituti se i target di rendimento sono raggiunti, senza guardare troppo al lungo termine. Altrimenti vendono, innescando una maggiore volatilità sui mercati rispetto a quanto avveniva in passato.

LE VARIABILI CHE POSSONO PENALIZZARE LE QUOTAZIONI DELLE BANCHE

Tuttavia le valutazioni bancarie in borsa, come si è visto in più occasioni, non dipendono solo dai bilanci degli istituti. In molte fasi di stress, al contrario, i timori degli investitori (giustificati o no) prendono il sopravvento e i fondamentali sono l’ultimo aspetto a essere guardato. Ci sono soprattutto due variabili in grado di penalizzare le quotazioni delle banche. In prima battuta il rischio Paese.

I RISCHI DI ANNUNCI EQUIVOCI

In questo ambito il governo ha una grande responsabilità. Le tensioni della seconda metà di maggio hanno mostrato che proposte avventate possono innescare volatilità: un rischio ben più pericoloso e più immediato di eventuali bocciature sui conti da parte dell’Ue. Il 15 maggio sono state diffuse le indiscrezioni sul contratto di governo, che includeva una richiesta di cancellazione dal debito di 250 miliardi. Da allora lo spread si è impennato (da 130 a 303 punti a fine maggio) e allo stesso modo l’indice del settore bancario è precipitato (da 12.500 punti a 9.600 di fine maggio). In quei giorni il governo non si era ancora formato e veniva messa in discussione l’appartenenza dell’Italia all’euro.

LA CONFORTANTE INVERSIONE DI ROTTA

Oggi la situazione è migliorata. È nato il governo Conte, che ha escluso più volte l’uscita dalla moneta unica. Lo spread è sceso fino a quota 238, ma resta su livelli elevati rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. Anche il Ftse Bank è risalito ma è rimasto sotto quota 10 mila. Le attuali capitalizzazioni rispetto a quelle del 15 maggio sono ancora inferiori del 20% per Unicredit, del 22% per Intesa Sanpaolo, del 17% per Banco Bpm, del 25% per Ubi. Si tratta di uno sconto significativo, superiore al calo delle grandi banche europee nello stesso periodo.

L’ANDAMENTO DEI CONTI PUBBLICI

I valori di mercato indicano che, svaniti i timori più estremi sull’euro, resta l’incertezza sull’andamento dei conti pubblici italiani. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha mostrato prudenza, anche se gli investitori sanno che dovrà fare i conti con le richieste di 5 Stelle e Lega su reddito di cittadinanza e flat tax, senza considerare le risorse da trovare per disinnescare l’aumento dell’Iva. Per Tria il sentiero è quindi ancora più stretto rispetto a quello del predecessore Pier Carlo Padoan. Inoltre il ministro dovrà vivere in uno scenario senza più il Quantitative easing della Bce: il programma di acquisti di titoli, seppur varato per far salire l’inflazione, ha avuto l’effetto di frenare la volatilità sui titoli di Stato.

IL DOSSIER DEBITO PUBBLICO

Il cammino di riduzione del debito rimarrà perciò sotto la lente degli investitori. A cascata il rischio percepito sul Paese influenzerà tutti i mercati, non solo quelli dei bond governativi. Grandi aziende hanno già rinviato collocamenti. Per gli istituti di credito, che sul mercato dovranno anche raccogliere una significativa quantità di titoli rischiosi e costosi (potenzialmente sottoponibili a bail-in), il legame è ancora più diretto.

LA PRESSIONE FRANCO-TEDESCA SUGLI NPL

L’altro elemento in grado di condizionare le valutazione delle banche è la pressione franco-tedesca sui crediti deteriorati. La regolamentazione e la supervisione incidono sui prezzi di borsa: oggi i non performing loans sono considerati il male assoluto, mentre i titoli illiquidi sono giudicati acqua fresca. Questo può danneggiare o favorire interi sistemi bancari.

L’INTESA MERKEL-MACRON

Proprio quando è apparsa sconfitta l’idea di Danièle Nouy, presidente della Vigilanza Bce, di un calendario di smaltimento degli stock di npl (simile a quello deciso per i nuovi npl con l’addendum), è arrivata l’intesa di Meseberg tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Germania e Francia hanno indicato un obiettivo di riduzione degli npl secondo soglie prefissate, a cui vincolare i successivi passi avanti nell’Unione bancaria e l’anticipo prima del 2024 dell’Esm come backstop per il fondo di risoluzione nelle crisi bancarie.

LE DIMENTICANZE CHE AGEVOLANO LE BANCHE TEDESCHE E FRANCESI

Nel testo non c’è invece alcun riferimento agli attivi illiquidi che abbondano nelle banche francesi e tedesche: ne hanno per 2.700 miliardi. La roadmap di Meseberg è stata respinta nell’Eurosummit del 29 giugno. Ora bisogna evitare nuovi attacchi da Berlino e Parigi: innanzitutto per impedire una condivisione dei rischi squilibrata tra Paesi; in secondo luogo perché una stretta solo sugli npl può colpire soprattutto le banche italiane in borsa. A tutto vantaggio di potenziali acquirenti esteri. In tal senso gli appetiti più chiari sono quelli francesi.

IL RISIKO POTENZIALE

Da tempo si parla di un’integrazione tra SocGen e Unicredit, Bnp Paribas ha Bnl e Credit Agricole dopo Cariparma ha recentemente comprato tre casse. In futuro i gruppi francesi potrebbero valutare nuove acquisizioni, soprattutto se capitassero occasioni. Gli investitori esteri hanno un ruolo fondamentale e positivo per operazioni di mercato a prezzi equi. Va evitata invece una svendita dovuta a pressioni politiche o ad autogol sul fronte interno.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Yanis Varoufakis: altro che salvataggio della Grecia. Da leggere

Fabio Lugano scenari economici.it 22.8.18

Cari amici,

Quando si dice che la missione della Trojka è finita, ma in realtà proseguirà sino al 2060, torna in campo con un’intervista al Bild tedesco Yanis Varoufakis.

Prima di proporvi un estratto dell’intervista , due dati per vedere come  festeggiano i greci :

PIL pro capite

PIL complessivo

Paghe lavoratori dipendenti:

Debito pubblico:

Quindi la Grecia sta festeggiando la fine del governo della trojka e penso stappino lo champagne, oppure  lo stapperebbero, se ci fosse ancora qualcosa da stappare. Del resto la Troika se ne va perchè non ci sono altro che macerie.

Ciò detto ecco l’intervista di Varoufakis, che potete leggere per intero, in inglese, sul Bild.  Curiosa sa scelta di utilizzare un giornale tedesco, ma le cose stanno cambiando anche in Germania. Ora un breve estratto, in italiano :

BILD: Signor Varoufakis, la grecia è fallita 10 anni a. Dove è la Grecia ora, dopo tre programmi di salvataggio, 270 miliardi di euro in prestiti e due tagli del debito?

Varoufakis:  Allo stesso punto di prima, nello stesso buco nero, ed affondiamo sempre di più ogni giorno. Una ragione fra le altre è che le richieste per il taglio del debito stanno impedento investimenti e consumi

BILD: Ma pensiamo che ora la Grecia possa stare sui suoi piedi e che possa essere lasciata dalla troika, il 20 agosto…

Varoufakis: Coas è cambiato in realtà ? I debiti pubblici non si sono ridotti, ma innalzati. Abbiamo solo più tempo per ripagare il debito cresciuto: lo stato è ancora fallito, i cittadini sono diventati più poveri, le società ancora falliscono ed il nostro PIL è calato del 25%…..

BILD: il tuo vecchio capo ed amico, il capo del governo Alexys Tsipras, la trojka, il governo tedesco, la UE, tutti puntano ad un avanzo di bilancio del XY per cento. Stanno mentendo tutti? 

Varoufakis: Il surplus è reale, non è una bugia. Comunque è stampato nella carne e nel sangue che lo stato estrae da un settore privato morente. Appare chiaro che sia un crimine contro la logica, non un salvataggio o un successo. Mostrano statistiche di miseria più che di successo. Hanno cambiato le regole così possono dire che il salvataggio della Grecia è un successo. Se non funziona, prova con il martello più grande. Non è solo contro la logica, è un crimine contro il popolo degli stati UE, dal Portogallo alla Germania

BILD: Chi ha mentito

Varoufakis: tutti loro! Il governo greco , il FMI, la BCE, tutti. E voi tedeschi siete stati ingannati dalla signora Merkel, due volte. La prima volta quando è entrata nel Bundestag per il primo pacchetto di salvataggio ed ha detto che era un atto di solidarietà verso la Grecia, quando i soldi erano destinati alle banche francesi e tedesche che , contro ogni logica, avevano prestato i soldi alla nostra oligarchia.

BILD: prima del 2002 la Grecia ha mentito per entrare nell’euro con statistiche falsate. Ora , dopo tutti questi anni di salvataggio, dovrebbe finalmente rispettare i criteri dell’euro, giusto ?

Varoufakis: Ah , sicuramente no! Prima di tutto pensa veramente che la UE e Berlino siano stati ingannati dalle statistiche greche? Lo hanno sempre saputo. erano conniventi nella manipolazione statistica dell’italia perchè i politici avevano realmente bisogno che l’Italia entrasse. La Grecia entrò sulla base della stessa manipolazione intenzionale delle regole. Regole che non potevano essere rispettate e che sono impossibili da rispettare ora. Chiudere un occhio fu una concessione che l’allora cancelliere Kohl fece a al presidente francese Mitterrand per il suo via libera alla riunificazione della Germania. Wolfgang Schaeuble era presente e lui e la Bundesbank sapevano che non avrebbe funzionato. Ed è rimasto sulle sue posizioni”.

BILD: Lei e Wolgang Schaeuble site stati in opposizione nei mesi decisivi del 2015, quando la sua nazione era vicina a lasciare l’euro. Scheuble appoggiava l’uscita con miliardi in aiuti, cosicché la Grecia potesse riadattarsi all’euro e, ad un certo punto, rientrare o andare avanti per la sua strada. Col senno di poi, aveva ragione?

Varoufakis: Per lo meno non aveva completamente torto, ma quello che voleva veramente dire era: andatevene, via dall’euro. Lui ci voleva fuori per sempre e se non ha funzionato è perchè vide che con l’Italia, si avvicinava una catastrofe molto più grande. Che senso ha cacciare qualcuno pagando una grande quantità di denaro, per un breve periodo di tempo? Non ci sarebbe stata poi nessuna ragione per tornare ad un euro mal costruito e che sarebbe costoso per la Grecia.

BILD: Se potesse scegliere, in quale governo entrerebbe: quello del suo vecchio amico Alexis Tsipras o di Schaeuble?

Varoufakis: Nessuno dei due , ma se mi chiede di chi mi fidi di più, la mia risposta è chiara: Wolfgang Schaeuble.

BILD : Perchè ?

Varoufakis: In tutto questo tempo lui è stato l’unico che ha detto almeno una parte della verità. Io credo alle cose che mi ha detto privatamente, anche se non era sempre la stessa cosa che diceva in pubblico ai tedeschi. Ha sempre mantenuto la sua parola con me.

BILD: E la signora Merkel?

Varoufakis: Mai, mi è sempre sembrata senza aspirazioni e visione. Lei passerà alla storia come il politico che ha avuto quasi tutte le possibilità per unire l’Europa e portarci nel futuro e implementare le riforme, ma poi lei ha fallito nell’approfittare dell’occasione storica, e poi non mi fido di lei in generale”.

…..

BILD: Schaeuble le ha mai detto quello che pensasse del terzo pacchetto di aiuti in discussione nel 2015?

Varoufakis: Si

BILD : E…?

Varoufakis: MI disse che era contrario e che non lavorava in questo modo. Ecco perchè appoggiava l’idea che lasciassimo l’euro. Pensava lo stesso dell’Italia, ma pensava , e qui si sbagliava, di poter tenere la Francia nell’euro, anche se la sua posizione non era buona.

L’intervista termina con una risposta alle accuse di non aver perseguito gli evasori fiscali greci forniti dalla lista ottenuta dai servizi segreti tedeschi. Varoufakis risponde affermando che aveva pronta, per queste persone “Un’offerta che non potevano rifiutare” con una sanzione ridotta, al 15%.  Dopo essere stato licenziato il suo programma di recupero è stato messo da parte da Tsipras che, oggettivamente, ha protetto gli oligarchi greci.

Autostrade, Travaglio: ‘L’altroieri, al Meeting di Rimini, si è temuto il peggio’

silenziefalsita.it 22.8.18

Nel suo editoriale di oggi Marco Travaglio racconta un episodio accaduto qualche giorno fa al Meeting di Rimini che ha come protagonista Maria Stella Gelmini, capogruppo di FI alla Camera ed ex ministro dell’Istruzione nel IV Governo Berlusconi.

Il direttore del Fatto Quotidiano scrive che Gelmini, parlando al meeting del disastro di Genova e della concessione ad Autostrade, “con l’aria etimologicamente spensierata di chi non ha pensieri, se n’è uscita con una gravissima affermazione: ‘L’accertamento delle responsabilità è compito della magistratura’”.

Travaglio osserva che queste dichiarazioni hanno generato “terrore misto a panico”, che si può comprendere soltanto considerando alcuni aspetti come, ad esempio – spiega tra il serio e il faceto Travaglio – il fatto che in 39 edizioni dalla kermesse di Comunione e Liberazione “nessuno aveva mai osato nominare la magistratura senza insultarla”.

Inoltre il Meeting di Rimini è sponsorizzato da almeno dieci anni da Autostrade per l’Italia, la concessionaria di proprietà dei Benetton che gestisce circa il 50 per cento della rete autostradale italiana e il ponte crollato a Genova.

Il giornalista, dopo aver passato in rassegna alcune “circostanze”, prosegue raccontando che non appena la Gelmini “ha proferito quelle spericolate parole, dal tavolo dei relatori s’è scatenato il fuggifuggi generale avviato dall’ex ministro Delrio”, il quale non riesce a prendere sonno da quando è crollato il Ponte Morandi “nel terrore che qualcuno accerti le sue responsabilità nella proroga della concessione senza gara ad Autostrade o negli allarmi ignorati sul ponte cadente”.

Travaglio conclude spiegando che il “terrore misto a panico” provocato dalle esternazioni della Gelmini è però infondato in quanto “la poveretta intendeva semplicemente difendere Autostrade e i retrostanti Benetton dalle accuse del governo e dal ritiro della concessione”.

Leggi l’articolo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano…

Vi racconto la vera storia politica e finanziaria che cela il Ponte Morandi e Autostrade

Lodovico Festa startmag.it 22.8.18

L’analisi di Lodovico Festa, saggista ed editorialista

La tragica vicenda del ponte Morandi di Genova, al di là delle polemiche spicciole, può, se affrontata con il necessario respiro, contribuire a capire la dimensione complessa dei problemi della storia della nostra Italia repubblicana.

Il ponte crollato in sé sembra quasi rappresentare la sintesi (per la sua arditezza e monumentalità) della fase del grande sviluppo degli anni ’50, e (per le sue fragilità strutturali ormai pienamente disvelate) della fase dei grandi sogni pasticciati degli anni ’60.

Le meravigliose imprese pubbliche e private degli anni ’50 sono frutto anche di un solido potere fondato sulla Dc dell’Eni, dell’Iri, della programmazione dello sviluppo industriale e garantito anche dagli ultimi nittiani (Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, parte di Bankitalia) che vollero guidare un’autonoma crescita nazionale senza arrendersi al liberal-azionismo piemontese che considerava l’Italia (troppo cattolica) un soggetto da commissariare dall’alto e dall’estero. Le coraggiose ma sfortunate riforme del centrosinistra (ben simbolizzate dal ponte Morandi) poggiavano su visioni mirabolanti ma con progetti dalle basi politiche, sociali e istituzionali non sufficientemente solide per affermarsi concretamente con la conseguente lunga crisi degli anni ’70 e un’altra stagione, quella degli anni ’80, ricca di obiettivi in sé giusti ma privi anch’essi dell’adeguata forza (e lucidità) per prevalere.

E arriviamo così agli anni ’90 quando la crisi del nostro Stato si consuma e si esplicita innanzi tutto grazie alla surroga che la magistratura, prima quella milanese poi quella più legata all’Fbi, esercita sulla politica e grazie soprattutto alla rinuncia delle forze “costituenti” risparmiate dalla mattanza giustizialista (ex Pci ed ex sinistra Dc) a impegnarsi a ricostruire istituzioni adeguate alla “nuova stagione”, quella che incuberà vicende tipo il ponte Morandi.

Alla fine il potere decisivo che ha determinato la “fase” post ‘ 92 è stato quello del Quirinale. La presidenza della Repubblica era stata pensata dalla nostra Costituzione anche come organismo di compensazione tra il Parlamento (un po’ troppo spesso condizionato dal più forte partito comunista dell’occidente) e il sistema di alleanze internazionali (innanzi tutto gli Stati Uniti ma senza dimenticare il Vaticano).

Esaurita la sua funzionalità atlantica, la figura del capo dello Stato ha assunto, ma senza più la razionalità determinata dalle logiche della Guerra fredda, un ruolo analogo rispetto all’Unione europea. E così mentre la Germania e la Francia (legittimate a essere ben più “sovraniste” rispetto agli altri stati membri della Ue) hanno avuto capi di Stato, banche centrali, e corte costituzionali che vigilavano e vigilano sugli interessi e i diritti nazionali, l’Italia ha avuto capi di Stato, banche centrali, corte costituzionali che troppo spesso sono parsi concentrare la loro attenzione essenzialmente nel difendere gli interessi (e i diritti) nazionali tedeschi e francesi.

Tutto ciò ha avuto bisogno di un’ideologia, in continuità con il citato liberalazionismo piemontese, ben espressa da Carlo Azeglio Ciampi (ma sostanzialmente assunta da tutti gli inquilini del Quirinale post ’92) secondo il quale l’italiano era un popolo inadatto a essere troppo autonomo e andavano ingabbiato da vincoli rigidi gestiti da popoli (e stati) meglio organizzati. Ha avuto bisogno di un mito (alimentato nella stagione di fine anni ’90) per cui la finanza globale e l’Unione europea avrebbero risolto tutti i problemi della politica, dell’economia e della società. E ha potuto contare su una particolare base sociale: sostanzialmente quella che si può definire la nostra borghesia vendidora ( la definizione classica sarebbe borghesia compradora, ma Giulio Sapelli l’ha rititolata così per spiegare più chiaramente l’elemento essenziale dei suoi comportamenti) che ha avuto come espressione centrale una personalità (peraltro tentativi diversi e analoghi sono stati messi in atto anche da altri: ultimo Matteo Renzi e la sua cricca splendidamente definita da Rino Formica “a chilometro zero”) come quella di un Romano Prodi pienamente in grado per esperienze, formazione, relazioni, rete di sue società, di intrecciare obiettivi simil-affaristici, alienazione di interessi nazionali e propaganda politica sull’efficacia e sulla moralità di simili scelte, agendo peraltro anche sull’insieme della scena globale. Ma lasciando il suo segno fondamentale in Italia: dalle banche alle telecomunicazioni, dal petrolio agli armamenti, con quella perla che è la privatizzazione alla Menem-Eltsin-Prodi (altra definizione di Sapelli) che sono le autostrade vendute ai Benetton.

Privatizzazioni che appunto come nell’Argentina di Carlos Menem e nella Russia di Boris Eltisn non hanno generato public company, seri nuovi mercati, un completo sistema di autorità vigilanti, nuova decisionalità nazionale, coordinamento tra finanza nazionale e sviluppo industriale come i Cuccia e i Mattioli nel Secondo dopoguerra fecero in parte rilanciando la nostra industria privata, o come le scelte di Margaret Thatcher o analoghe di partiti moderati scandinavi, bensì hanno dato vita a posizioni di rendita, ad asimmetriche influenze straniere ( i francesi hanno acquisito poderose posizioni di controllo nella finanza e nell’industria italiana mentre hanno impedito che venisse acquisita persino la Danone), a un intreccio affaristico-politico in sé deleterio ma perdipiù strutturalmente subalterno a sistemi di influenza straniera.

Il risultato di questa fase 1992- 2018 largamente pilotata (grazie anche alla fragilità politica di personalità come Silvio Berlusconi) dai presidenti della Repubblica è stato uno sfacelo dello Stato simile a quello del ponte Morandi: con il risultato che alla fine pure la sinistra e un certo centro politico (i cantori del “corso” vendidore) sono finiti senza voce perché tentare di fare i piccoli gollisti senza uno stato come quello francese o i merkelliani senza la centralità della Germania sul vecchio continente, è peggio che sbagliato, è ridicolo. La speranza nel progresso infinito è evidentemente in crisi.

La borghesia vendidora ha venduto così tanto da aver indebolito molto le sue risorse politiche. Resta il teorema degli italiani incapaci di amministrarsi e che devono dunque arrendersi a essere colonizzati: un programma (gestito oggi dal cosiddetto fronte repubblichino/repubblicano) non privo di efficacia ma difficile da esplicitare (la prospettiva di diventare un popolo di camerieri e giardinieri è perseguibile ma non razionalizzabile) che può finire per caderti addosso proprio come un “ardito” viadotto.

Per qualche mese ( e se regge una sponda americana) forse resterà un’alternativa possibile a questa pur solida pulsione alla resa (e alla disgregazione): la borghesia produttiva minore (artigiani e piccola e media impresa) ha trovato il modo per rappresentarsi (pur con molte contraddizioni) nella Lega, il popolo degli abissi (millenial disperati, protesta senza proposta innanzi tutto del sud, arrabbiati di vario tipo anche altoborghese) si è espresso attraverso il grillismo, la cui peraltro capacità di articolare un programma ha le stesse probabilità di realizzarsi di quelle che ha un gatto di sopravvivere in una tangenziale.

In qualche modo, comunque, il fallito tentativo giolittiano di allargare le basi sociali dello Stato italiano ai liberi e forti di Luigi Sturzo e alle plebi socialiste (peraltro organizzate intorno a un solido nucleo intellettuale e operaio su cui per un buon periodo regge l’egemonia di Filippo Turati) pare riproporsi oggi sia pure con ben minore rigore politico culturale rispetto all’inizio del ‘900. Il problema sarebbe trasformare questa occasione (in sé – come si è detto- non priva di rilevanti aspetti precari) anche in un serio processo costituente: riprendendo il tema del presidenzialismo perché i tempi moderni richiedono una verticalizzazione del potere, organizzando un quadro istituzionale che garantisca insieme lotta a corruzioni e mafie ancora esorbitanti senza replicare però quelle surroghe alla magistratura che -come è ormai evidente- hanno corroso il nostro Stato liberaldemocratico.

Vi è poi la questione della riforma di un’Unione europea giunta alla fase “Cacania” di decadenza finale ben rappresentata dal Jean-Claude Juncker. Ma decisiva è anche la riforma federalista dello Stato italiano: questo punto, che peraltro si intreccia anche alla moria di viadotti di cui il ponte Morandi rappresenta l’episodio più clamoroso, richiede una riflessione a sé che conto di affrontare successivamente.

Senza l’orizzonte di una nuova fase costituente che dia una prospettiva alla borghesia seriamente (anche se molto timidamente) nazionale e a quei settori di cultura socialista che non si sono arresi ( o non vogliono più arrendersi) alla vastamente diffusa borghesia vendidora (con contorno di ampi e miserevoli resti dell’establishment che fu), temo che il day by day del governo Conte non abbia molte prospettive. E sarà bene che chi ha meno di 70 anni, si metta a studiare il tedesco se non il mandarino.

Carige, che cosa faranno Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali

Michele Arnese startmag.it 22.8.18

Che cosa succederà alla decisiva assemblea del 20 settembre di Carige? Quale posizione assumeranno i fondi rappresentati anche da Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali? Quante liste saranno presentate, tre o quattro? Come saranno composte le alleanze fra i soci? E quali saranno le rispettive squadre per il futuro board?

Sono le principali domande che si pongono in queste ore addetti ai lavori, investitori, azionisti e dipendenti di Banca Carige squassata da una serie di dimissioni a raffica di consiglieri di amministrazione e di botta e risposta in particolare tra l’azionista forte della banca, la famiglia Malacalza, e il capo azienda, l’ad Paolo Fiorentino, sempre più ai ferri corti. Mentre per alcuni analisti sulla banca aleggia anche lo spettro di una potenziale risoluzione.

A sostegno di Fiorentino si piazza il socio scalpitante, il finanziere Raffaele Mincione, che cerca di tessere la tela non sono all’interno dell’istituto di credito ma anche in vista di un merger con un’altra banca. Prospettiva che cerca di sventare la famiglia Malacalza.

Ecco comunque le ultime novità con ricostruzioni, numeri e scenari.

CHE COSA FARA’ L’ASSEMBLEA DI CARIGE

L’assemblea di Banca Carige del 20 settembre è chiamata a revocare l’attuale consiglio, sfiduciato, seppur per ragioni opposte, sia dalla famiglia Malacalza che da Raffaele Mincione, e ad eleggerne uno nuovo.

CHE COSA PREVEDE LO STATUTO

Lo statuto di Carige prevede che l’assemblea, a cui spetta la nomina del presidente, fissi la composizione del cda tra un minimo di sette a un massimo di quindici membri. L’assegnazione dei posti in consiglio avviene su base proporzionale con il sistema dei quozienti. Un fattore che rende meno scontata la conquista del cda da parte di Malacalza, nonostante il suo maggior peso azionario.

LA DECISIONE DI ASSOGESTIONI

I primi ad uscire allo scoperto sono stati i fondi di Assogestioni, che hanno presentato una lista di minoranza sostenuta con il 2,9% del capitale da Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Anthilia. Capofila è Giulio Gallazzi, già consigliere e presidente pro-tempore di Carige. Con lui i fondi, che puntano a normalizzare una governance conflittuale così da permettere al management di curare le fragilità della banca, hanno candidato il notaio Angelo Busani e la commercialista Sonia Peron. Le liste dovranno essere depositate entro la mezzanotte del 26 agosto.

LE MOSSE DI MINCIONE E MALACALZA

Se Mincione presenterà l’attuale ad Paolo Fiorentino per una conferma come capo azienda, tiene come da tradizione le carte coperte Malacalza Investimenti, che invece intende dare il ben servito al banchiere, con cui è da tempo ai ferri corti. Mincione dispone ufficialmente del 5,4% del capitale, la famiglia piacentina del 20,5%. Entrambi potrebbero però aver arrotondato le posizioni, con il finanziere romano che può salire fino al 9,9% e la holding di Vittorio Malacalza che è stata autorizzata dalla Bce ad arrivare fino al 28%.

LE MANOVRE DI INTESA E GENERALI CON MINCIONE

I pronostici sono favorevoli a Mincione, ma l’esito della partita è tutt’altro che scontato. Ha scritto Mf/Milano Finanza: “A fare la differenza saranno gli investitori istituzionali, che valuteranno con estrema attenzione la qualità delle liste, a partire dai candidati alla presidenza. Se infatti la prospettiva di una normalizzazione della governance e di una rapida fusione gioca a favore della proposta di Mincione, difficilmente soggetti come Intesa Sanpaolo e Generali appoggeranno il finanziere senza una forte garanzia esterna. Garanzia che potrebbe arrivare soltanto dal nome del capolista”.

L’ASSE VOLPI-SPINELLI

Una quarta lista potrebbe essere presentata da Gabriele Volpi, secondo azionista di Carigecon il 9,9% e possibile ago della bilancia in cda. “Noi siamo sempre stati con la lista di Volpi, abbiamo sempre fatto la lista insieme e faremo una lista insieme” ha detto Aldo Spinelli, titolare di poco meno dell’1% del capitale. Ma i giochi sono aperti e diversi azionisti non hanno ancora preso posizione: “stiamo valutando la situazione sotto tutti gli aspetti”, ha detto Francesco Berardini, presidente di Coop Liguria, titolare dell’1,8% del capitale.

IL COMMENTO DI MF/MILANO FINANZA

La situazione insomma è ancora fluida e l’attuale statuto di Carige non aiuta la creazione di una governance stabile: “Il sistema di voto proporzionale – ha commentato oggi Mf/Milano Finanza – rende infatti molto difficile la nascita di una maggioranza all’interno del board, che in caso di testa a testa rischia di precipitare ancora una volta nell’ingovernabilità. Ecco perché il voto dei fondi sarà decisivo per dirimere la partita”.

L’ANALISI DI BUSINESS INSIDER ITALIA

Restano preoccupanti le condizioni economiche e finanziarie di Carige, scrive Carlotta Scozzari di Business Insider Italia che da tempo segue con attenzione le vicende della banca ligure: “Per riempire il nuovo ‘buco’ patrimoniale ci vogliono altre cessioni e 200 milioni di obbligazioni subordinate”.

Di Battista al Pd: ‘Si deve andare diritti con la revoca delle concessioni autostradali’

Silenziefalsita.it 21.8.18

In un post su Facebook nel quale si rivolge ai dem, Alessandro Di Battista sostiene che bisogna “andare diritti con la revoca delle concessioni autostradali”.

“Non ti piace il 5 stelle? Legittimo,” chiede l’ex deputato rivolgendosi ad un immaginario interlocutore del Pd – ma esattamente cosa non ti piace dell’idea di tornare ad essere proprietari delle nostre autostrade? Cosa c’è di sbagliato nel togliere le concessioni a chi si è arricchito in modo vergognoso a discapito delle tasche e spesso anche della vita di quei cittadini che con le loro tasse hanno permesso la costruzione della rete stradale?”.

“Ci ho pensato molto” continua “e ho capito che quel che non ti piace è che a proporre la nazionalizzazione delle autostrade sia stato proprio il MoVimento 5 stelle. Questa è la ragione della tua avvelenata frustrazione“.

Ancora: “Avresti voluto che questa posizione l’avesse assunta il partito erede di Berlinguer, ma quel partito non esiste più e Berlinguer si sta rivoltando nella tomba”.

L’esponente 5Stelle domanda poi dove porti tutto questo. E risponde: “A restare suddito. Non di un partito o dei Benetton, ma della tua stessa chiusura mentale”.

S”e ciò nuocesse soltanto a te me ne starei zitto,” prosegue “ma tale atteggiamento non nuoce soltanto a te: nuoce al Paese intero. Un Paese che ha urgente bisogno di riprendersi fette di sovranità, ma a te questa parola non piace più. ‘Sovranità’ è una parola presente nella Costituzione, ma tu ormai la rigetti. Perché a rispolverarla è stato il 5 stelle”.

Anche se fai finta di non essere d’accordo,” conclude Di Battista, “anche se pare che per te il mercato conti più degli esseri umani, la finanza più della Politica, il prezzo dell’oro più del sudore degli uomini. Si deve andare diritti con la revoca delle concessioni autostradali. Punto. Anche se tale intransigenza ormai ti fa paura perché non sei più abituato. Fortunatamente per milioni di italiani l’intransigenza è tornato ad essere un valore. Oggi più che mai”.

LA GRECIA CE L’HA FATTA, FINE BAIL-OUT. TSIPRAS STA RESUSCITANDO I MORTI

Comedonchisciotte.org 22.8.18

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Uno legge un titolo di giornale, come sul The Guardian di Londra, 1 gennaio 2017, e pensa: calma, sarà poi vero? Dopotutto è solo un giornale. Il titolo era:

Pazienti che potevano vivere stanno morendo”. Sottotitolo: “La Sanità greca si è disintegrata. Atene ostinatamente insiste con le Austerità che costringono il sistema sanitario a bastonare i più deboli”.

Uno poi legge le dichiarazioni di Michalis Giannakoz che dirige la Federazione Panellenica dei dipendenti ospedali pubblici, e pensa: e se è un’opinione interessata, quindi di parte? Eccola:

I nostri ospedali sono diventati pericoli pubblici”.

Ma quando è l’OCSE a scrivere questo, uno inizia a sentirsi a disagio:

Dall’anno della crisi globale, il 2009, la spesa greca per paziente si è ridotta di 1/3, ma addirittura nel 2014 si rileva che la spesa pubblica generale nella Sanità greca si è dimezzata, sono stati licenziati 25.000 medici e personale e le forniture ospedaliere oggi mancano di farmaci, guanti, garze e persino lenzuola”. (immaginate sale chirurgiche e oncologie in quelle condizioni, nda)

Nel dicembre del 2016 sulla porta dell’ufficio dello (svenduto prezzolato traditore della Grecia sovrana, nda) Alexis Tsipras, i dimostranti appesero questo cartello: Il Ministero della Sanità ha traslocato a Bruxelles.

Il paradosso persino troppo orribile da contemplare è che mentre le Austerità UE + FMI facevano crollare del 25% il PIL greco, ovviamente sempre più cittadini perdevano accesso alle cure e si precipitavano nei Pronto Soccorso di strutture già ‘sprofondate in Sudan’, dove, scrive sempre l’OCSE, talvolta gli infermieri non si disinfettano le mani perché… proprio non c’è il sapone. Ma per 2.500.000 greci non è più esistita neppure l’opzione del Pronto Soccorso.

Uno poi decide che prima di dire che il bail-out UE+FMI della Grecia distrutta dall’euro dovrebbe costituire fascicoli per un processo alla International Criminal Court dell’Aia per tentato genocidio, uno vuole proprio essere certo, e fa l’errore di leggersi non i link di Google, ma ciò che pubblica la Torre d’Avorio dell’autorevolezza scientifica internazionale.

Uno allora scorre le righe di “Le Austerità hanno devastato la Sanità greca” dalla Medical School della Washington University: “Dal 2010 al 2016 (gli anni del bail-out, nda) la mortalità in Grecia è triplicata (dal 5,6% del periodo 2000 al 2010, al 17.7% 2010-2016). Ciò è scioccante perché è triplicata rispetto al resto della UE, dove invece la mortalità sta calando”. E peggio: “E’ risultato che le cause dei decessi anormalmente aumentati sono patologie che un normale Sistema Sanitario poteva prevenire, non fosse stato per i drastici tagli”. In altre parole: questa marea di vittime ci ha lasciato le penne non perché hanno aumentato il fumo o guidavano senza cintura, ma perché a Bruxelles si è detto “Nel vostro libro contabile noi vogliamo vedere –10 + 10 = 0, poi quei cadaveri non sono problema nostro”.

Uno allora prima di rispondere a Gentiloni, che oggi fa “chapeau” a Tsipras, si ricorda che la più autorevole rivista medica del Pianeta, il The Lancet, già nel 2014 aveva denunciato le Austerità come un genocidio dei deboli in Grecia, e uno torna a vedere se il The Lancet ha per caso scritto altro nel 2018. Ed ecco:

Epidemia di tubercolosi fra i neonati greci” –

Balzo di suicidi direttamente correlati alle Austerità” –

La mortalità anzi tempo degli over 70 non trova nessuna motivazione accidentale o per comportamenti a rischio, e ricalca esattamente lo smantellamento del Sistema Sanitario greco col governo di Alexis Tsipras” –

Le donne in Grecia hanno sofferto il peggior aumento di mortalità nel Paese, mentre nel resto d’Europa le donne al contrario vivono più a lungo”.

E, in conclusione, gli studiosi ci lasciano questo:

Assieme alla Grecia e Cipro, altre nazioni della UE, fra cui la Spagna, il Portogallo, l’Italia e l’Irlanda, sono state costrette alle Austerità o hanno ricevuto i bail-out, misure che hanno danneggiato i loro Sistemi Sanitari… In Irlanda il tasso di suicidio fra i maschi è aumentato di più del 50%… Questo studio rivela che quando si raffrontano i tassi di mortalità regolati sulle fasce d’età in questi Paesi, si trovano vari gradi di peggioramenti ovunque, col peggio visto in Portogallo, Cipro e Grecia”. Cioè: quelli del Pareggio di Bilancio ci stanno ammazzando, non solo rovinando noi e i nostri figli. Nel codice penale si chiama Omicidio, in vari gradi.

Ora Tsipras può festeggiare, ha stappato una bottiglia, fatto cin-cin con Paolo “chapeau” Gentiloni, e ha iniziato a zappare per resuscitare tutti quei morti. Eh certo! Ora hanno sul libro contabile – 10 + 10 = 0, la formula che fa miracoli, resuscita i morti. (In Italia nel 2014 abbiamo avuto 67.000 decessi in più sull’anno precedente, chissà perché. “Chapeau” Gentiloni?)

 

Paolo Barnard

Fonte: http://www.paolobarnard.info

Link: https://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2103

21.08.2018