Ultim’ora, Di Maio: niente più soldi all’Ue se la Commissione europea non interviene sulla redistribuzione dei migranti della nave Diciotti. Bene così

Giuseppe Palma scenari economici.it 23.8.18

Rispondendo ad una domanda postagli da una giornalista sulla questione della nave Diciotti e dei circa 150 migranti a bordo, il vicepremier e ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha risposto che il governo è compatto, aggiungendo che “se l’Unione europea si ostina con questo atteggiamento, se domani dalla riunione della Commissione europea non esce nulla e non decidono nulla sulla nave Diciotti e sulla redistribuzione dei migranti, io e tutto il Movimento 5 stelle non siamo più disposti a dare 20 miliardi all’ Unione europea”.

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Una dichiarazione nell’interesse nazionale che mette in primo piano la prevalenza del principio sacrosanto della sovranità nazionale, nel pieno rispetto della formula prevista dalla legge per il giuramento dei ministri (“nell’interesse esclusivo della Nazione“).

Bene così. Il governo è unito e Salvini non è solo!

Giuseppe PALMA

Rimini, CL, opere e affari

Il pensiero forte.it 22.8.18

A fine agosto è il tempo dell’incontro annuale di Comunione e Liberazione. L’estensore di queste note conobbe CL, all’università, senza aver mai neppure udito il nome di Don Giussani. Militante di destra con tutte le difficoltà dell’epoca, era naturale la simpatia per quelle ragazze (erano in maggioranza donne) che sfidavano la violenza delle legioni rosse. Leggemmo poi i libri di Don Gius e quello che ci piacque fu soprattutto il fatto di considerare l’incarnazione come un “evento”, Dio che irrompe nella storia, ne cambia il corso, restituisce all’uomo il suo destino eterno. Gesù, nel messaggio di Giussani, era vero Dio pur rimanendo uomo, con i limiti, le sofferenze, perfino le arrabbiature dei mortali.

Tanta strada è passata sotto i ponti, adesso non riusciamo più a simpatizzare per i ciellini. Nel tempo, ci pare che siano accadute due pessime cose. Da un lato, la burocratizzazione, il potere, la struttura che si fa fine a se stessa.

L’altro difetto ci pare quello di avere sposato in toto la scelta antropologica. Si vive con e per gli uomini, si devono compiere le buone opere, ma si finisce col perdere di vista l’essenziale, ovvero la fede in Dio. Ci pare che anche CL abbia ceduto a una religiosità blanda, umanistica, che lascia sullo sfondo il destino delle anime.

Da giovani non ci piaceva il nome dell’associazione, lo ritenevamo una delle tante declinazioni della modernità, specie quel sostantivo, liberazione, equivoco e abusato. Oggi siamo interdetti dinanzi al potere, all’occupazione di spazi, dentro e fuori la Chiesa, che sarebbe meritoria se il protagonista fosse Dio, anziché le ambizioni, gli affari. Tante vocazioni, fortunatamente, ha suscitato CL, ma la sensazione è che troppi abbiano utilizzato l’organizzazione come ascensore per carriere nella gerarchia, nella politica, nell’economia. E’ un giudizio sommario, dal di fuori, l’apparenza può ingannare, ma non del tutto.

Ci riferiscono che dove mette piede, Cl tende a dividere il mondo tra “loro” e “gli altri” e occupare spietatamente ogni spazio. Lo spirito settario non è nuovo, né è prerogativa ciellina. Siamo uomini e abbiamo tutti limiti e vanità. Ciò che turba è vedere in controluce nelle organizzazioni di fede gli stessi difetti di tutti gli altri. Gli apostoli seguirono Gesù perché aveva parole di vita eterna, non perché promettesse carriere.

CL fu magnifica per anni, contendendo concretamente lo spazio, nella scuola, nella società, nel lavoro, all’ateismo liberale e collettivista. Ci pare che adesso sia diventata un’organizzazione come le altre: una struttura autoreferenziale, interessata al potere. A Rimini sono approdati in molti negli anni, ma non tutte le anime presenti in Italia vi hanno trovato cittadinanza. Privilegiato una volta l’asse con Forza Italia, un’altra con Prodi, poi con la novità Renzi, ma di anno in anno più lontani dal cuore ferito del popolo italiano.

Abbiamo letto i messaggi di augurio delle autorità. Quello di Jorge Mario Bergoglio non stupisce né interessa: il consueto invito a costruire ponti e abbattere muri, da girare alla famiglia Benetton e alla sue campagne “united colors”. Colpisce l’invito del cattolico Mattarella, di scuola gesuita e rappresentate di quei poteri forti che erano nel mirino di CL. “Affermare la propria identità non consiste nell’innalzare le barriere del pregiudizio e della contrapposizione irriducibile.” In attesa di far conoscere in che cosa consista l’identità, a partire da quella religiosa che dovrebbe stargli a cuore, cucina la solita minestra da refettorio contro razzismo e xenofobia, uno stanco pistolotto politicamente corretto per dovere d’ufficio. Non ci pare che Don Giussani gradisse essere alla moda o compiacere il mondo.

Poi c’è la consueta diatriba sulla frase guida del Meeting. Stavolta ci sembra davvero fuorviante. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice.” Confessiamo la nostra ignoranza, ma non capiamo. Al di là del richiamo alla felicità, più vicino alla costituzione americana che al messaggio religioso, tra le forze che muovono la storia dominano la violenza, il denaro, il consumo, i gruppi di potere, tutti anticristiani, nessuno interessato alla felicità umana, se non nella forma ingannatrice dell’Anticristo.  

L’uomo di fede deve diffondere speranza, ma il tema di Rimini ci pare un ottimismo sciocco, la preoccupazione di essere fedeli alla linea dei poteri dominanti. In fondo, non è che la normalità, da quando la Chiesa e le sue organizzazioni parallele si sono distanziate da Dio. Il merito di CL, per anni, fu di insistere sull’evento prodigioso di un Dio che si fa uomo. Temiamo che a Rimini abbiano tirato i remi in barca, edificando templi all’uomo che si fa Dio, nel nome di un’equivoca felicità. Speriamo di avere torto.

Rimini, CL, opere e affari

Il pensiero forte.it 22.8.18

A fine agosto è il tempo dell’incontro annuale di Comunione e Liberazione. L’estensore di queste note conobbe CL, all’università, senza aver mai neppure udito il nome di Don Giussani. Militante di destra con tutte le difficoltà dell’epoca, era naturale la simpatia per quelle ragazze (erano in maggioranza donne) che sfidavano la violenza delle legioni rosse. Leggemmo poi i libri di Don Gius e quello che ci piacque fu soprattutto il fatto di considerare l’incarnazione come un “evento”, Dio che irrompe nella storia, ne cambia il corso, restituisce all’uomo il suo destino eterno. Gesù, nel messaggio di Giussani, era vero Dio pur rimanendo uomo, con i limiti, le sofferenze, perfino le arrabbiature dei mortali.

Tanta strada è passata sotto i ponti, adesso non riusciamo più a simpatizzare per i ciellini. Nel tempo, ci pare che siano accadute due pessime cose. Da un lato, la burocratizzazione, il potere, la struttura che si fa fine a se stessa.

L’altro difetto ci pare quello di avere sposato in toto la scelta antropologica. Si vive con e per gli uomini, si devono compiere le buone opere, ma si finisce col perdere di vista l’essenziale, ovvero la fede in Dio. Ci pare che anche CL abbia ceduto a una religiosità blanda, umanistica, che lascia sullo sfondo il destino delle anime.

Da giovani non ci piaceva il nome dell’associazione, lo ritenevamo una delle tante declinazioni della modernità, specie quel sostantivo, liberazione, equivoco e abusato. Oggi siamo interdetti dinanzi al potere, all’occupazione di spazi, dentro e fuori la Chiesa, che sarebbe meritoria se il protagonista fosse Dio, anziché le ambizioni, gli affari. Tante vocazioni, fortunatamente, ha suscitato CL, ma la sensazione è che troppi abbiano utilizzato l’organizzazione come ascensore per carriere nella gerarchia, nella politica, nell’economia. E’ un giudizio sommario, dal di fuori, l’apparenza può ingannare, ma non del tutto.

Ci riferiscono che dove mette piede, Cl tende a dividere il mondo tra “loro” e “gli altri” e occupare spietatamente ogni spazio. Lo spirito settario non è nuovo, né è prerogativa ciellina. Siamo uomini e abbiamo tutti limiti e vanità. Ciò che turba è vedere in controluce nelle organizzazioni di fede gli stessi difetti di tutti gli altri. Gli apostoli seguirono Gesù perché aveva parole di vita eterna, non perché promettesse carriere.

CL fu magnifica per anni, contendendo concretamente lo spazio, nella scuola, nella società, nel lavoro, all’ateismo liberale e collettivista. Ci pare che adesso sia diventata un’organizzazione come le altre: una struttura autoreferenziale, interessata al potere. A Rimini sono approdati in molti negli anni, ma non tutte le anime presenti in Italia vi hanno trovato cittadinanza. Privilegiato una volta l’asse con Forza Italia, un’altra con Prodi, poi con la novità Renzi, ma di anno in anno più lontani dal cuore ferito del popolo italiano.

Abbiamo letto i messaggi di augurio delle autorità. Quello di Jorge Mario Bergoglio non stupisce né interessa: il consueto invito a costruire ponti e abbattere muri, da girare alla famiglia Benetton e alla sue campagne “united colors”. Colpisce l’invito del cattolico Mattarella, di scuola gesuita e rappresentate di quei poteri forti che erano nel mirino di CL. “Affermare la propria identità non consiste nell’innalzare le barriere del pregiudizio e della contrapposizione irriducibile.” In attesa di far conoscere in che cosa consista l’identità, a partire da quella religiosa che dovrebbe stargli a cuore, cucina la solita minestra da refettorio contro razzismo e xenofobia, uno stanco pistolotto politicamente corretto per dovere d’ufficio. Non ci pare che Don Giussani gradisse essere alla moda o compiacere il mondo.

Poi c’è la consueta diatriba sulla frase guida del Meeting. Stavolta ci sembra davvero fuorviante. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice.” Confessiamo la nostra ignoranza, ma non capiamo. Al di là del richiamo alla felicità, più vicino alla costituzione americana che al messaggio religioso, tra le forze che muovono la storia dominano la violenza, il denaro, il consumo, i gruppi di potere, tutti anticristiani, nessuno interessato alla felicità umana, se non nella forma ingannatrice dell’Anticristo.  

L’uomo di fede deve diffondere speranza, ma il tema di Rimini ci pare un ottimismo sciocco, la preoccupazione di essere fedeli alla linea dei poteri dominanti. In fondo, non è che la normalità, da quando la Chiesa e le sue organizzazioni parallele si sono distanziate da Dio. Il merito di CL, per anni, fu di insistere sull’evento prodigioso di un Dio che si fa uomo. Temiamo che a Rimini abbiano tirato i remi in barca, edificando templi all’uomo che si fa Dio, nel nome di un’equivoca felicità. Speriamo di avere torto.

Crack di Stato

Il pensieroforte.it 22.8.18

La A10 Autostrada Fiori da Genova a Ventimiglia corre per 158,7 Km  fino al confine con Macron, da lì prosegue per Aix-in-Provence, culla  di  Paul Cézanne. Sono le 11.35 del 14 agosto, un nubifragio s’batte sul capoluogo ligure, testimoni dicono d’ un fulmine assassino schiantatosi sulla struttura, ma non è lui l’orco del ponte Morandi nel tratto sul torrente Polcevera.  E’ il più alto viadotto d’Europa, detto per celia o somiglianza  il ponte di Brooklyn, lungo oltre un chilometro (1.182 m) viaggia da Sampierdarena a Comigliano.

Nodo vitale di Genova Ovest, collega l’autostrada da/per Milano, arteria d’enorme traffico merci su gommato, lavora solitario in simbiosi col porto. Progettato dall’ing. R. Morandi, di cui porta il cognome, nei mitici anni ’60, fu  realizzato dalla Società italiana Condotte d’Acqua tra il 1963 e il 1967 anno della sua inaugurazione alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat con l’alza Barbera. Il viadotto genovese ha due fratelli, il primogenito nacque in Venezuela a Maracaibo, un ponte lungo 8,6 Km, il terzogenito è in Libia a Wadi al-Kuf , inaugurato nel ’72. Il venezuelano, nel ’64, prese una sonora capocciata da una petroliera di 36.000 t, la porzione lesa fece splash in acqua causando 7 morti, fu un errore umano, non un “cedimento strutturale”.

Questa tipologia d’opera ha un nome tecnico: ponte strallato che vuol dire  sospeso, la struttura  dell’impalcato è sostenuta da una serie di “stralli”, tiranti ancorati ai piloni a cavalletto, ciò permette grandi luci delle campate evitando file di pilastri. Per curiosità storica il primo ponte strallato fu costruito in Pennsylvania sul fiume Jacobs Creek nel 1802, brevetto di James Finley.

Nel crollo del Morandi genovese si vede il pilone ruotare poi precipitare  nel torrente, colpa delle gambe o di uno strallo che si è strappato provocando asimmetria di carico con conseguente spinta letale della campata sul pilone. Ipotesi, soltanto ipotesi tanto più che da maggio, dicono, fossero in atto opere di manutenzione rinviate a ottobre per gli stralli. Ma il chiacchiericcio mediatico alza un polverone fitto a caccia degli “untori”, opinionisti, ingegneri dai pareri opposti, Politecnici, economisti, politici affannati, tutti cercano colpevoli di una tragedia che conta decine di vittime innocenti, dispersi, feriti, oltre 600 sfollati, ed in più la pugnalata secca all’aorta genovese.

Sul banco d’accusa la Società Autostrade per l’Italia, impacchettata in  Atlantia del gruppo Benetton, con ricavi da capogiro nel 2017, responsabile della gestione del viadotto, possiamo immaginare già la guerra di periti, avvocati, un braccio di ferro che durerà mille anni. Demagogia di pancia ha contraddistinto le dichiarazioni di Governo del tipo stracciare subito la concessione. Poi ci si fanno due conticini accorgendosi che sarebbe un bagno di miliardi su un atto di affidamento con scadenza 2038! T

rasparenza vorrebbe che si mettessero sul tavolo carte e firme in calce perché ci sono responsabilità politiche con tanto di nomi e cognomi, a partire dal secondo Governo Prodi nel 2007 ed a seguire Renzi, ma si sa che la sinistra ha memoria cortissima, solo di parte, quando tocca a lei “non ricorda”, tiene gli scheletri negli armadi, se è spalle al muro farfuglia di sciacallaggio invocando solidarietà sugli eventi. Anche quelle interrogazioni in Senato al Ministro Delrio con le quali si chiedevano interventi sul pont sono cadute nel dimenticatoio, forse per crisi d’astinenza da  digiuno pro ius soli. Ma anche i pentastellati ambientalisti non ricordano d’ aver manifestato contro la gronda, la bretella che aspetta da ben  trent’anni d’essere realizzata. I giorni scorreranno, i riflettori si spegneranno per accendersi su qualche altra tragedia di un Paese di cristallo (trema il Molise), Genova resterà con la colonna vertebrale spezzata.

Lo Stato si è sciolto, in questi anni, nell’acido delle privatizzazioni con costi altissimi per i cittadini, ricavi usurai dei beneficiari delle concessioni, con residenze fiscali in paradiso, l’unica via seria del cambiamento ha un nome: nazionalizzazione, dalle banche, alla sanità alle infrastrutture il resto sono chiacchiere pelose da talk show.

Crollo del ponte Morandi: privatizzazioni, austerità e ambientalisti sul banco degli imputati

Movisol.org 23.8.18

Sono diverse le concause della tragedia di Genova, ma la principale ha un nome: Britannia (foto). Fu sul panfilo della Regina Elisabetta, il 2 giugno 1992, che furono prese le decisioni che portarono alle dissennate privatizzazioni degli anni successivi, guidate da due personaggi che quel giorno erano sul panfilo di Sua Maestà britannica: Beniamino Andreatta e Mario Draghi. Il primo fu responsabile della liquidazione dell’IRI, decisa a tavolino con l’accordo Andreatta-Van Miert, e il secondo fu messo a capo del Comitato Privatizzazioni da dove, per un decennio, diresse la svendita degli asset bancari e industriali prima di diventare, nell’ordine, manager di Goldman Sachs, governatore di Bankitalia e presidente della BCE.

Sarà l’inchiesta a stabilire l’esatta dinamica del crollo del Ponte Morandi, ma ormai sembra certo che sia stato uno strallo a cedere. Proprio quello la cui sostituzione la concessionaria Autostrade per l’Italia aveva appaltato con procedura d’urgenza lo scorso maggio, decidendo però di far partire i lavori solo dopo l’estate. Perché quel ritardo? Forse per non perdere l’incasso dei picchi di traffico del periodo delle vacanze estive?

Se così fosse, la responsabilità dell’impresa che fa capo alla famiglia Benetton sarebbe schiacciante. Certo è che un concessionario pubblico avrebbe probabilmente anteposto la sicurezza degli utenti alle prospettive di guadagno. E invece anche dopo il crollo c’è stato qualcuno che si è preoccupato delle perdite degli azionisti.

Il secondo imputato è la politica di austerità e tagli al bilancio che ha fatto crollare gli investimenti pubblici. La rete viaria e le infrastrutture italiane sono vecchie e maltenute. Non si costruisce più dagli anni Ottanta. È tempo di lanciare un vasto programma di ammodernamento e costruzione di nuove infrastrutture viarie e ferroviarie secondo linee strategiche che vadano a innestarsi nel programma cinese della Belt and Road (Nuova Via della Seta). Genova è un caso emblematico: scelta come uno dei terminali della Via della Seta Marittima, la città con il suo porto ha aderito con entusiasmo a questa prospettiva, affidando le speranze di un rilancio economico al potenziamento del porto e soprattutto delle infrastrutture retrostanti. Il crollo del Ponte Morandi renderà inutilizzabile la A10 tagliando i collegamenti del porto per lunghi mesi.

E questo ci porta al terzo imputato: gli ambientalisti. La famosa “Gronda”, l’anello autostradale che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul ponte Morandi – forse impedendone il crollo – è stata bloccata da dieci anni per l’opposizione ambientalista cavalcata dal partito democratico e dai pentastellati. Gli ambientalisti contestano anche il Terzo Valico, il collegamento ferroviario veloce e “capace” tra Genova e i Corridoi 3 e 5 delle TEN (Trans European Networks), un’opera essenziale se si vuole fare della “Superba” un terminale della Belt and Road. Il discorso si allarga alla Torino-Lione, senza la quale il Corridoio 3 non decolla e la merce da e verso la Francia rimane su strada.

Il Ponte Morandi era un ponte malato. Gli esperti avevano lanciato l’allarme temendone il crollo, suggerendo metodi di controllo moderni che sembra non siano stati applicati. In una dichiarazione pubblicata sul sito movisol.org, il famoso costruttore e insegnante di ponti Enzo Siviero osserva che “le tecniche di indagine, controllo e monitoraggio, pur essendo largamente utilizzate, necessitano ancora di significative implementazioni”. In una nota rivolta all’EIR, Siviero ha suggerito per la ricostruzione del viadotto sul Polcevere, di demolire ciò che resta del Ponte Morandi e “costruire un ponte strallato ovvero, per motivi ambientali, forse meglio estradossato, in acciaio, utilizzando le fondazioni esistenti. Un progetto più o meno pronto o da adattare lo si trova facilmente. Con la capacità produttiva delle ditte di carpenteria metallica che abbiamo in Italia e con una gestione commissariale forte in 6-8 mesi si potrebbe riaprire”.

L’arroganza non paga il pedaggio. La Cdp per salvare i Benetton: dopo il danno la beffa. Le azioni crollano: per Atlantia è colpa del Governo. E spunta l’idea del bancomat di Stato che paga per tutti

Gaetano Pedulla’ la notizia giornale.it 23.8.18

La società che controlla le nostre autostrade, Atlantia, ieri ha perso in Borsa quasi il 4%. Dal 14 agosto la caduta del titolo si aggira intorno al 40%, bruciando miliardi di euro. Un danno innegabile per gli azionisti, abituati solo a guadagnare da questa gallina dalle uova d’oro, il cui asset portante è la concessione di un pezzo rilevante delle autostrade italiane a condizioni ridicole per il concedente, cioè lo Stato. Per il Consiglio di amministrazione la colpa di tutto potrebbe essere del premier e degli esponenti politici che hanno messo in dubbio l’affidamento alla controllata dei Benetton, fatto a suo tempo da governi compiacenti, e non il crollo di un ponte con 43 morti, decine di feriti, centinaia di sfollati e l’ennesima figuraccia mondiale dell’Italia, sempre più percepita come un Paese arretrato e pericoloso. Solo così si possono spiegare le conclusioni a cui è arrivato il Cda della holding a capo di Autostrade nell’ennesimo comunicato da incorniciare e studiare nelle università come esempio della peggiore comunicazione possibile.

Nel documento diffuso al termine del board, si è infatti arrivati a minacciare lo Stato, i giornali e chiunque esprima valutazioni sconvenienti al gruppo. Il Consiglio – è stato scritto – ha “avviato la valutazione degli effetti delle continue esternazioni e della diffusione di notizie sulla società, avendo riguardo al suo status di società quotata, con l’obiettivo di tutelare al meglio il mercato e i risparmiatori”. Scopriamo così che il gruppo della galassia Benetton rispetta la libertà di opinione, la Costituzione e le Istituzioni tanto quanto quei passaggi della concessione autostradale che la obbligavano a garantire una manutenzione stradale sufficiente a scongiurare quello che è successo a Genova. Un segnale di poca lucidità, persino nell’ipotesi sempre più probabile di una strategia mirata a far partire un contenzioso legale ed economico con il Governo che ha deciso di rendere giustizia alle vittime e revocare o annullare la concessione.

Manager nel pallone – Se un giorno la società di Castellucci prova a “conquistare” l’opinione pubblica e i favori della politica promettendo 500 milioni e la costruzione di un nuovo ponte a proprie spese, il giorno dopo fa inviperire tutti, mostrando un’arroganza che nella sua posizione non può proprio permettersi. Reazioni sconnesse che si spiegano con la poca abitudine a fronteggiare un Governo che non si genuflette e un’onda popolare perfettamente d’accordo con la fine di questa pappatoia a discapito cello Stato che sono le concessioni date in modo folle in passato. Un furore che rischia di far buttare il bambino con l’acqua sporca, e anziché bloccare le sole concessioni scandalosamente favorevoli ai privati, riapre un dibattito sulla nazionalizzazione di tutte le attività economiche affidate dal pubblico ai privati. Attività che in molti casi hanno creato profitto per tutti, a cominciare da uno Stato che raramente ha dimostarto di saper fare l’imprenditore. Basti ricordare le perdite miliardarie di molti carrozzoni ai tempi dell’Iri e delle famigerate partecipazioni statali.

Via alla propaganda – Chi gode da anni del privilegio di guadagnare moltissimo grazie a beni pubblici ottenuti in gestione a prezzi stracciati, è chiaro che adesso non ci sta a farsi togliere il giocattolo. E per questo si sta gonfiando la macchina della propaganda, con interventi in tv e sui giornali già concilianti sul ruolo di chi aveva per contratto la responsabilità di tenere in sicurezza il ponte caduto nel capoluogo ligure. In alternativa si soffia sulle divergenze di idee tra i ministri dei Cinque Stelle e Lega, nella speranza che le due forze politiche rompano davvero e a decidere della concessione cara ai Benetton venga poi qualcun altro. Uno scenario comunque complesso, per il quale è necessario prevedere da subito anche altre vie d’uscita, a partire dal piano B in Italia buono per tutte le occasioni: mettere ogni cosa in conto dello Stato. Questo piano lo abbiamo appena visto con il dibattito sulla rete della Telecom, candidata ad essere venduta a una società con il cappello pubblico, così da abbattere con il prezzo riscosso l’enorme debito presente sul bilancio dell’ex monopolista dei telefoni. Per questo genere di operazioni c’è stato anche nel recente passato un bancomat sempre disponibile: la Cassa Depositi e Prestiti. Di qui la trovata appena emersa nell’entourage dei Benetton: perchè non continuare ad utilizzare la Cdp con le stesse modalità di sempre, facendole comprare Atlantia? In questo modo si avrebbe un effetto simile alla nazionalizzazione, ma con un risultato paradossale: invece di far pagare i Benetton continueremmo a coprirli di soldi. Sono geniali questi capitalisti.

Ilva sempre più nel caos. Di Maio: “È stato commesso il delitto perfetto. Nella gara c’è pochissimo di regolare

Redazione la notizia giornale.it 23.8.18

“Su Ilva abbiamo trovato il delitto perfetto, con una gara che hai dei vizi, ma sappiamo che il tempo stringe, i sindacati devono parlare con Mittal”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, in conferenza stampa. “Il delitto perfetto è stato commesso dalla Stato non dal privato” ha aggiunto Di Maio “e noi al tavolo Mittal-sindacati ci saremo sempre, se ci sono i presupposti noi riconvocheremo il tavolo. Sia chiara una cosa: io non smetto di indagare e di considerare quello che hanno fatto i precedenti governi“.

Immediata è arrivata la risposta dell’ex ministro per lo Sviluppo Carlo Calenda: “Se la gara è viziata annullala. Potremmo se ci fosse qualcuno interessato e le altre fesserie del genere che ci stai propinando da mesi, dimostrano solo confusione e dilettantismo””, ha scritto su Twitter criticando anche altri passaggi dell’intervento del ministro.

A chiedere a Di Maio di prendere una decisione anche il segretario della Fim Cisl Marco Bentivogli: “Siamo a due settimane dalla scadenza della proroga dei commissari data dal ministro Di Maio. Fino ad ora è stata fatta solo confusione. Il ministro ha dato contemporaneamente ragione a chi vuole chiudere l’Ilva e a chi la vuole rilanciare ambientalizzata. Non abbiamo nessun pregiudizio sull’operato del ministro e del suo dicastero, chiediamo solo -ha aggiunto Bentivogli – di decidere perché è da maggio che la trattativa si è interrotta. Abbiamo atteso troppi mesi di scaricabarile, i lavoratori non attenderanno ancora per molto tempo. Basta campagna elettorale. Se ci sono criticità gravi annulli la gara altrimenti è fumo e confusione utile solo alle prossime elezioni. La fabbrica è senza manutenzione e pericolosissima”.

Addio Draghi a Bce: Merkel scarica Jens Weidmann, il falco che secondo Borghi farebbe a pezzi l’Europa

23/08/2018 16:46 di Laura Naka Antonelli FinanzaOnline.com

Così il presidente della Commissione bilancio della Camera: Weidmann “non sarebbe una buona scelta per l’Italia per il suo atteggiamento rigorista”.

Corsa alla presidenza della Bce: la cancelliera tedesca Angela Merkel ha deciso di scaricare Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank, fino a qualche settimana fa considerato il più probabile a prendere il posto di Mario Draghi? Stando a quanto riportato da Handelsblatt, sembrerebbe proprio di sì.  Non per motivi personali, quanto piuttosto per considerazioni di natura politica.

A scadere, alla fine del 2019, non è infatti solo il mandato di Draghi. Nello stesso periodo, concluderanno il loro mandato anche il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il numero uno del Consiglio europeo, Donald Tusk. E, secondo un funzionario del governo Merkel, “più che la Bce la priorità di Merkel è la Commissione europea“.

Contattati da Reuters, sia la Bundesbank che un portavoce del governo Merkel hanno preferito non commentate. Tuttavia, fonti vicine alla cancelliera avevano riferito di recente che era troppo presto determinare le priorità tedesche tra i vari cambi di guardia.

Anche perchè, a decidere chi ricoprirà la posizione più alta della Commissione europea, per esempio, sono i due principali gruppi politici del Parlamento europeo, la cui composizione potrebbe cambiare in modo radicale, dopo le elezioni del prossimo maggio.

Reuters fa notare in ogni caso che un ostacolo alla nomina del falco tedesco Jens Weidmann potrebbe essere rappresentato dal governo italiano, viste le dichiarazioni proferite lo scorso mese da Claudio Borghi, presidente della Commissione bilancio della Camera.

Borghi ha di fatto lanciato un alert verso la metà di luglio, affermando in un’intervista a Reuters che le idee rigoriste di Weidmann potrebbero portare l’Europa allo sfacelo.

Weidmann “non sarebbe una buona scelta per l’Italia per il suo atteggiamento rigorista”, ha precisato il deputato leghista, spiegando che “sono le politiche restrittive sulla moneta e l’economia che potrebbero portare l’Europa allo sfacelo”.

In quell’occasione Borghi ha mostrato di apprezzare il lavoro di Mario Draghi, che lascerà la Bce nel novembre del 2019:

“Atteggiamenti più garantisti sul debito ci hanno invece dato una mano quando l’euro era in fase di dissoluzione. Draghi lo ha tenuto insieme”.

Sicuramente, un falco della portata di Jens Weidmann a capo della Bce non sarebbe una buona notizia per l’Italia. Weidmann ha più volte criticato le varie misure varate da Draghi per salvare l’euro e per mettere in sicurezza i paesi periferici dell’Eurozona.

Se lo spread BTP-Bund è sceso, negli ultimi anni, il merito è stato soprattutto delle parole proferite dal banchiere italiano, (famose le frasi “l’euro è irreversibile”, e “Whatever It Takes”) e dei vari interventi che ancora Draghi ha lanciato per tutelare l’Eurozona, come il bazooka monetario del Quantitative easing. Bazooka monetario che si avvia alla sua fine. Oggi sono arrivate anche le previsioni di Moody’s su quando avverrà il primo rialzo dei tassi da parte della Bce.

Pm Genova: “ponte Morandi da demolire”/ Ultime notizie, soldi Autostrade a sfollati: sequestro cellulari Aspi

Niccolò Magnani il sussidiario.net 23.8.18

Ponte Morandi Genova, ultime notizie: oggi incontro Regione-Autostrade per messa in sicurezza o abbattimento. Non ci sono indagati, il tema ricostruzione: Fincantieri si propone

La Guardia di Finanza questa mattina, durante le perquisizioni nelle sedi italiane di Autostrade, ha requisito e sequestro 15 telefoni cellulari di dirigenti della società, con annessi dati contenuti nelle sim. Secondo quanto riportato dall’Ansa, non sono invece stati requisiti video dato che già in precedenza erano stati prelevati su ordine della Procura di Genova. È invece stata interamente sequestrata la corrispondenza tra Aspi e Mit in merito al completo fascicolo sul Ponte Morandi. Secondo quanto riportato invece nelle ultime ore dalla stessa Autostrade per l’Italia, sono cominciati i primi versamenti economici alle famiglie sfollate sotto il viadotto crollato la scorsa settimana: «questa mattina sono stati versati dalla società i contributi economici alle prime 25 famiglie coinvolte nell’emergenza causata dal crollo del viadotto Polcevera. A beneficio di queste famiglie, che si erano rivolte nelle giornate di ieri e dell’altro ieri ai due Punti di contatto allestiti da Autostrade per l’Italia presso il Centro Civico Buranello e la Scuola Caffaro, sono stati disposti stamane dalla società bonifici con valuta 24 agosto».

CDP, “CONFRONTO SU POSSIBILI AIUTI”

Nelle passate ore si era parlato di 10-12 persone i cui nomi sarebbero finiti nel registro degli indagati per il crollo del ponte Morandi a Genova. Notizia prontamente smentita nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi dal procuratore Francesco Cozzi che, come riporta l’Ansa ha spiegato: “Ho letto sulla stampa che 10-12 persone sarebbero state iscritte nel registro degli indagati: questo non corrisponde al vero”. Già ieri era stata annunciata l’acquisizione della documentazione da parte della GdF che avrebbe agito su richiesta della Procura presso gli uffici della sede di Autostrade per l’Italia ma questa potrebbe non essere l’unica acquisizione, ha aggiunto Cozzi che ha però precisato: “Allo stato non c’è stata da parte nostra nessuna richiesta di incidente probatorio”. Lo stesso procuratore ha poi ribadito la pericolosità del ponte e in particolare il grave stato di degrado del moncone Ovest, proprio lì dove i vertici di Fincantieri e Cassa depositi e prestiti si sono riuniti. L’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, come riferisce Il Fatto Quotidiano, si sarebbe fatto avanti sostenendo: “Siamo qui per confrontarci con la Regione e il Comune e per capire in quale modo il Gruppo può dare sostegno finanziario per le imprese e le infrastrutture”. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

BOIARDO CHI MOLLA! – GROS PIETRO, DA OMBRA DI PRODI A MR TELEPASS – AL VERTICE DELL’IRI, SU MANDATO DI MORTADELLA INAUGURÒ LE SVENDITE DI STATO. DUE ANNI DOPO LA CESSIONE DI AUTOSTRADE AI BENETTON ASSICURANDO LORO PROFITTI DA CAPOGIRO (CIRCA 8 MILIARDI IN 8 ANNI), ENTRÒ IN ATLANTIA COME PRESIDENTE. CACCIATO DAI VENETI, CAMBIÒ CASELLO ACCASANDOSI CON I RIVALI GAVIO. L’ULTIMA POLTRONA DORATA È IN BANCA INTESA

dagospia.com 23.8.18

Carlo Cambi per La Verità

gian maria gros pietro beniamino gavioGIAN MARIA GROS PIETRO BENIAMINO GAVIO

Ha un omonimo del Quattrocento, minore francescano che censurava i facili costumi delle donne e del suo tempo: un moralista! Il frate in questione è tal Pietro dei Gros. A cambiare l’ ordine dei fattori a volte qualcosa cambia. Ecco Gros Pietro di cognome e Gian Maria di nome.

Professore di economia aziendale, di professione presidente di tutto. In segreto magari è anche terziario francescano, di certo è cresciuto all’ ombra delle sacrestie democristiane: il suo mentore era Carlo Donat Cattin, il suo vettore la Cisl.

Torinese del 1942, era una delle teste d’ uovo della corrente democristiana di sinistra industrialista opposta alla corrente dossettiana incarnata da Beniamino Andreatta e che ha avuto come braccio armato Romano Prodi. I due, Prodi e Gros Pietro, hanno viaggiato di conserva e il torinese con la sua faccia da parroco che profuma di borotalco è stato il succhiaruote del bolognese che lo portò alla presidenza dell’ Iri nel 1997.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Nel 1999 vendette Autostrade ai Benetton, nel 2002 diventò presidente di Atlantia dove è rimasto fino al 2010, assicurando agli industriali veneti profitti da capogiro, circa 8 miliardi in 8 anni, allungamenti di concessioni come ad esempio quella per la Livorno-Civitavecchia, autostrada inesistente per la quale però ricevono un bonus sui pedaggi per gli investimenti futuri e molto incerti.

Gros Pietro, ancorché riciclatosi come banchiere, è l’ ultimo grande boiardo di Stato, una specie che abita il Jurassic park dell’ economia, ma che fa un gran comodo ai «prenditori» che se ne stanno all’ ombra di Confindustria. Dotato d’ intelletto fino, ha sempre fatto credere di avere doti evangeliche: puro come una colomba, scaltro come un serpente.

BAZOLI GROS PIETRO MESSINABAZOLI GROS PIETRO MESSINA

Se Prodi ha scelto di stare sotto i riflettori della politica, Gros Pietro ha optato per le prebende dei consigli di amministrazione. Chiunque abbia un conto corrente con Intesa San Paolo e le sue infinite ramificazioni locali dovrebbe sapere che è il presidente del Consiglio di amministrazione della più potente banca italiana che lo retribuisce con circa 900.000 euro all’ anno.

Ma è stato praticamente tutto e il contrario di tutto.

Ha presieduto l’ Eni, fatto parte del Cnel e per il Cnr, si è occupato delle politiche industriali del Paese. Prima ha incoraggiato l’ industria di Stato anche in funzione di ammortizzatore sociale: da Taranto a Bagnoli arrivando alla Sme, Gros Pietro ha sempre magnificato l’ Iri. Poi però quando Prodi lo ha voluto nel comitato privatizzazioni, si è sperticato a favore della necessità di vendere il patrimonio pubblico per approdare all’ euro.

gian maria gros pietroGIAN MARIA GROS PIETRO

Da ricercatore diceva che il Paese ha un grave deficit infrastrutturale, da presidente di Federtrasporti e di Autostrade disse che non si poteva fare di più. Ma il florilegio di Gros Pietro è la dichiarazione, da presidente dell’ Iri, che avrebbe superato in privatizzazioni sia Francia che Germania portando all’ Italia 100.000 miliardi di lire e poi svendette Autostrade per meno di 6,7 miliardi di euro, consentendo ai Benetton di pagarla a rate e sostanzialmente facendo indebitare Autostrade con un’ operazione che tecnicamente si chiama leveraged buyout .

ROMANO PRODIROMANO PRODI

Ma una ragione, come abbiamo visto, c’ era. Oggi siede nel board dell’ Abi, è presidente di Stm (da cui ricava circa 360.000 euro), la cassaforte di famiglia dei Gavio, i terzi più potenti concessionari di autostrade d’ Europa: 4.100 chilometri «protetti» dai governi di centrosinistra e dalle omologhe amministrazioni piemontesi.

Gros Pietro ha un debole per le corsie, soprattutto quelle preferenziali. Da presidente dell’ Iri ha venduto, nel 1999, alcune autostrade ai Benetton e dopo due anni è diventato presidente di Atlantia e quando ha lasciato, nel 2010, si è accasato con i suoi conterranei Gavio, anch’ essi beneficiari del gran lavoro di lobby fatto da Gros Pietro che da quel momento è noto nell’ ambiente come Mr Telepass. Quando i Benetton gli dettero il benservito non la prese benissimo.

GIOVANNI CASTELLUCCIGIOVANNI CASTELLUCCI

Sospettò che ci fosse dietro Romano Prodi, suo ex sponsor, continuando una lite cominciata quando il «Bologna» era presidente del Consiglio. In verità i Benetton, amici della sinistra delle buone azioni, quelle di Borsa, hanno scaricato Gros Pietro perché dovevano fare posto ad altri rampanti: in particolare a Giovani Castellucci, un marchigiano di Senigallia e dunque gabelliere per costituzione. Dice il proverbio «meglio un morto in casa che un marchigiano all’ uscio», ricordando quando erano esattori del Papa, e Gros Pietro lo ha imparato a sue spese perché con Castellucci – uscito di scena da Atlantia anche Vito Gamberale – si è fatta la tanto agognata fusione con Abertis.

la famiglia benetton su vanity fairLA FAMIGLIA BENETTON SU VANITY FAIR

Oltre a quelle preferenziali il nostro colleziona anche le corsie presidenziali. È al vertice dall’ università di Confindustria Luiss e di un’ altra decina di consigli di amministrazione. Uno in particolare è interessante: Nomisma. È il think thank creato a Bologna da Romano Prodi e dopo la furiosa litigata che ha tenuto divisi i due professori democristiani nessuno ha capito come mai Gros Pietro abbia preso in mano la leva del comando in Strada Maggiore.

Evidentemente deve essere riuscito a restaurare il ponte con il Professore che nel 2006 era crollato per colpa di un’ autostrada. Era il 2006 e Gros Pietro stava agendo in tutti i modi per fondere Atlantia con Abertis, che possedeva le autostrade spagnole oltre ad una fortissima presenza in America latina, dove i Benetton volevano arrivare.

GIORGIO NAPOLITANO PREMIA CON LA MEDAGLIA DORO GIANCARLO ELIA VALORIGIORGIO NAPOLITANO PREMIA CON LA MEDAGLIA DORO GIANCARLO ELIA VALORI

A fare da prologo il fatto che Autogrill – ogni rustichella che mangiate ingrassa i trevigiani e ora forse vi verrà più facile fare una deviazione per andare in trattoria o partire riforniti da casa – avesse conquistato la rete di «ristoranti» autostradali in Spagna. Antonio Di Pietro, allora ministro delle Infrastrutture e Trasporti, si mise di traverso e Prodi premier non riuscì a spianare la strada al suo ex amico e pupillo Gros Pietro. Che per tutta risposta accusò il governo di miopia e protezionismo. C’ era in ballo anche il suo stipendio da un milioncino di euro.

Quattro anni dopo i Benetton lo hanno scaricato e hanno proseguito verso la fusione con Abertis.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Che a Gros Pietro ha creato anche il rinfocolarsi di un’ antica inimicizia: quella con Giancarlo Elia Valori che era presidente di Autostrade quando venne privatizzata. Valori ha una rete interazionale di rapporti e rappresenta la faccia opposta a Gros Pietro: la sua rivincita l’ ha avuta perché oggi se ne sta in fondazione Abertis facendo da mediatore tra i Benetton e Florentino Peres.

Ai Benetton, però, Gros Pietro – anche se non riuscì a chiudere con Abertis – ha portato in dote il decadere del veto d’ ingresso nell’ azionariato di Autostrade di costruttori (Il presidente del Real Madrid lo è) e di produttori di veicoli, la blindatura della concessione e soprattutto ha tolto all’ Anas il potere di controllo. È l’ argomento forte dei Benetton in questo momento contro il premier Giuseppe Conte che gliela vuole revocare.

A chiudere il cerchio della mirabile carriera di Gros Pietro mancava il credito. Ed eccolo finalmente al posto di Giovani Bazoli, il deus ex machina della finanza cattolica per mezzo secolo e il contraltare di Enrico Cuccia nella stagione d’ oro del capitalismo familiare.

Fondazioni, testacoda in Autostrade

Lo spiffero.com 22.8.18

Ma quali finanziamenti ai partiti! È negli enti ex bancari che si consuma il rapporto incestuoso tra politica e affari. I casi di Crt e CrCuneo: acquisto di azioni Atlantia e poltrone nei cda. Ma gli investimenti ora sono a rischio e i vertici dovranno chiarire

Come occupare altre caselle importanti e remunerate? Semplice, passando dal casello. Devono averlo capito in fretta in quei centri di potere (economico e, non di meno, politico) che sono le fondazioni di origine bancaria. Perché se oggi, dopo la tragedia di Genova e i riflettori puntati sulla società alla quale il Governo vuole revocare la concessione, è il rapporto tra la politica e i signori delle autostrade a sollevare dubbi e animare polemiche, c’è un altro non meno forte legame, peraltro certificato dai bilanci e confermato da più di un nome che occupa, appunto, le caselle che contano. Non che sia, questa, l’alternativa o cosa diversa rispetto alla politica: l’annosa e irrisolta questione del peso che essa continua ad avere nelle casseforti del territorio non fa che fornire un’ulteriore immagine: quella di una corsia preferenziale nel suo rapporto con chi gestisce la rete autostradale, fornita proprio dalle fondazioni. La vicenda di Autostrade per l’Italia è, sotto questo profilo, un caso da manuale.

Nulla di illegittimo, figurarsi di illegale. Semmai, l’ennesimo caso di quel rapporto incestuoso tra politica e affari che connota il nostrano “capitalismo di relazione”, fondamento di tante fortune imprenditoriali e di speculari carriere nelle istituzioni. Nel prospetto dell’Acri, la potente associazione delle fondazioni presieduta da Giuseppe Guzzetti si legge, tra l’altro, che “le risorse utilizzate per le erogazioni filantropiche sono tratte dagli utili generati dagli investimenti dei loro patrimoni. Solo parte di questo è investito in attività bancarie, il resto è in gestioni e in altri investimenti di medio-lungo termine (…) ci si riferisce qui agli investimenti in fondi per l’housing sociale, per l’innovazione delle piccole e medie imprese, per la ricerca tecnologica o per le infrastrutture; ma anche a quelli in aziende operanti in settori strategici come le municipalizzate, le autostrade, gli aeroporti”.

Insomma, le fondazioni nelle autostrade ci entrano per ricavare utili da devolvere poi sul territorio. Ma solo per questo? E, sull’altro fronte, i concessionari non hanno forse interesse ad avere nei loro board figure che proprio per il loro ruolo spesso nient’affatto estraneo alla politica, ma anche di gestori di bancomat dei territori possono risultare in qualche modo utili? Per non dire che, per il ruolo di soci nelle rispettive banche, presso le quali sono aperte importanti linee di credito, le fondazioni rappresentano un atout prezioso per la gestione dei flussi di finanziamento. 

Sul primo punto, ovvero gli investimenti di parti di patrimonio in azioni delle concessionarie, in questi giorni le casseforti locali, come due delle principali in Piemonte, sono scivolate dietro al tonfo in Borsa del titolo Atlantia, la società controllata dalla famiglia Benetton che possiede l’88% di Autostrade per l’Italia. Al punto che, al netto delle rassicurazioni, nelle prossime settimane i vertici potrebbero essere chimati a dar conto di scelte non sempre condivise.

La Fondazione CR Cuneo che al 31 dicembre dello scorso anno risultava possedere azioni per 49 milioni 995mila euro ha accusato una perdita del 20%, trica e branca una decina di milioni. Perdita appena mitigata dal rimbalzo di ieri a Piazza Affari. E non sono certo bruscolini quelli che nel crollo del titolo ci ha rimesso la assai più grande Fondazione CR Torino che di Atlantia possiede il 5,06 del pacchetto azionario, praticamente lo stesso peso del fondo statunitense Blackrock (5,12%). Per via XX Settembre è stato un salasso: nel “giovedì nero” la botta è pesata oltre 260 milioni.

Saranno pure perdite limitate come fanno sapere dai piani alti delle fondazioni, e che non intaccano il patrimonio, ma certo quello che è accaduto sui mercati nei giorni scorsi un dubbio sull’opportunità di investimenti con un discreto margine di rischio rispetto, banalmente, a titoli di Stato lo fa sorgere. Ma è una certezza a fugarlo: dietro quelle partecipazioni ci sono sempre poltrone.

La Fondazione Crt investe in Atlantia e designa nel consiglio della holding controllata dai Benetton il suo segretario generale Massimo Lapucci, subentrato al suo predecessore Angelo Miglietta. Nel cda di Autostrade per l’Italia, invece, troviamo un consigliere del Fondazione di via XX Settembre, l’avvocato Massimo Bianchi ad occupare la poltrona su cui si era seduto in precedenza un altro del board di via XX Settembre ovvero Antonio Fassone. Per Bianchi, un passato da presidente della Provincia di Alessandria, si prospetta un futuro prossimo venturo da numero uno della Fondazione CrAlessandria.

Non nel cda di Aspi, ma nel collegio sindacale, siede il presidente della Fondazione Cr Cuneo Giandomenico Genta, in precedenza consigliere di Crt, uomo assai vicino al suo collega torinese Giovanni Quaglia, peraltro approdato da pochi mesi alla presidenza della Asti-Cuneo. E proprio la vicenda delle concessionarie, secondo alcune voci raccolte negli ambienti delle fondazioni, potrebbe risultare un ostacolo sul probabile cammino di Quaglia verso la presidenza di Acri, ulteriore approdo per l’ex presidente della Provincia di Cuneo su cui punterebbe per il subentro a Guzzetti, il suo amico da sempre Fabrizio Palenzona, ovvero l’uomo che più di altri simboleggia e incarna lo storico legame tra il mondo delle fondazioni e quello delle autostrade di cui presiede l’associazione dei concessionari, l’Aiscat. Nel cui collegio sindacale, tra gli altri, figura anche Quaglia. Insomma, tutti i big presenti, passsati e futuri delle fondazioni, transitano dal casello. Col telepass di Furbizio.

La figlia di Almirante: «In Salvini vedo entusiasmo mio padre, ma non ci sono più politici come lui»

Alessandro Leproux sprynews.it 22.8.18

Esattamente trent’anni e tre mesi fa ci lasciava una delle figure politiche che più e meglio di altri ha segnato il secolo scorso per innate qualità e uno spiccato senso di responsabilità nella visione e nella gestione della cosa pubblica. Giorgio Almirante è stato un leader naturale, una guida per molti, rispettato e ammirato anche, e se non più, dai suoi avversari politici. Un fiume in piena quando dava prova delle sue capacità oratorie, inarrestabile quando si trattava di prendere una posizione e di difenderla. Un faro che ha saputo fare da eco, e nello stesso tempo da scudo, alla fase forse più critica che la destra italiana abbia mai attraversato, ovvero la transizione dal periodo fascista a quello repubblicano, con la demonizzazione che ne è conseguita di tutto ciò che certi valori tradizionali rappresentavano. Un uomo coraggioso e desideroso di condividere e partecipare, ma soprattutto un uomo di una pasta che sembra essersi estinta dal panorama politico nazionale. Con il suo esempio e la sua vena di genuinità, corroborata da una notevole caratura culturale, il suo nome e quello del Movimento Sociale Italiano sono andati per anni di pari passo come un’unica cosa. Lungimirante, anche quando realizzò la necessità di una nuova figura nel direttorio che sapesse voltare pagina col passato e rilanciare a livello nazionale il movimento e i valori fondanti che esso mirava a diffondere. La sua eredità, motivo di stimolo per ritrovare nella politica quegli obiettivi di difesa e promozione della collettività e del suo prosperare, è stata negli anni anche ostacolo per figure di ben diversa statura, evidentemente offuscate da un’ombra ancora così imponente e ricordata trasversalmente da tutta la scena istituzionale. A trent’anni dalla sua dipartita, chi meglio di Giuliana De’ Medici, figlia di Giorgio Almirante e di Raffaela Stramandinoli, conosciuta ai più come Donna Assunta Almirante, segretario della fondazione Almirante, poteva rendere testimonianza dell’operato di una colonna portante della destra tradizionale e fornirci un raffronto tra lo scenario odierno e quello da lui vissuto e indirizza

Signora De’ Medici, partendo da un fatto di attualità come il disastro del crollo del ponte Morandi a Genova, crede che tornare indietro a una gestione pubblica delle infrastrutture viarie sia una soluzione?

«Il problema non è di così facile risoluzione. Non basta parlare di privatizzazioni sì o privatizzazioni no. Certamente questo contratto di concessione, che sembra essere addirittura secretato in molte sue parti, quando fu stipulato con Autostrade per l’Italia presentava una predisposizione troppo sbilanciata in favore del privato. Non sono in linea di massima contraria alla gestione privata, ma occorre fare le cose in nome dell’equità. Sicuramente il pubblico non è molte volte in grado di gestire determinati servizi in piena efficienza, ma deve necessariamente avere un suo tornaconto, in termini di beneficio per la collettività e anche di carattere economico. Non può esserci una remissione su tutta la linea. Ma soprattutto da parte dell’investitore deve esserci la garanzia del rispetto dei termini contrattuali, in particolare se si parla di sicurezza ed efficienza. Lo Stato con occhio vigile deve assicurarsi che quanto stipulato venga portato a compimento. Se quanto paventato in questi giorni, circa una elusione dei controlli e della manutenzione da parte del gestore verrà comprovato dalla Magistratura, sicuramente ci sarà bisogno di un gesto forte. Considerato anche quanto costa per gli italiani usufruire delle Autostrade tragedie come queste lasciano allibiti. Le responsabilità andranno accertate quanto prima e occorreranno le giuste punizioni»

Leggendo poi dati recentemente sotto gli occhi di tutti, la gestione privata delle autostrade frutta degli utili considerevoli che consentono un’adeguata manutenzione e gestione dell’infrastruttura

«A prescindere dalla questione economica, c’è un impegno che la società ha stipulato con lo Stato ed è a quello che bisogna adempiere. Che i soldi ci fossero o meno, poco importa. Se non ci sono le condizioni per proseguire, in piena onestà bisogna fare un passo indietro»

Alla luce di questa sua considerazione, rispetto all’epoca in cui suo padre calcava la scena politica, c’è stato un abbandono e un progressivo disinteresse nei confronti del pubblico, visto più come un dovere piuttosto che come parte fondante della collettività stessa?

«Questo è sicuramente vero. Si è perso il senso della collettività e del dovere nei confronti dello Stato e di tutto ciò che è di tutti. Ricordo negli anni passati di aver lavorato col senatore Maceratini, il cui padre, mi raccontava, durante gli anni del fascismo o subito dopo, che in occasione di una nuova assunzione al Ministero, accompagnava il nuovo impiegato per presentargli il nuovo ambiente lavorativo e per ultima cosa gli lasciava una matita, con l’impegno di dargliene una nuova soltanto quando lui gli avesse riportato il “mozzicone” esaurito. È un esempio semplice, ma che evidenzia un rapporto con la cosa pubblica del tutto estraneo agli sprechi a cui assistiamo quotidianamente. Si gestiva un Ministero come si gestisce casa propria, con cura e affetto e senso di responsabilità»

In questo senso il Movimento Sociale Italiano ha da sempre combattuto una campagna in favore della trasparenza, è da lì che lei ha attinto nella sua formazione politica?

«Se ben ricorda ai tempi dell’Msi c’erano dei motti, come ad esempio “Noi saremo i carabinieri nella pubblica amministrazione”. L’interesse e l’appartenenza erano fondamentali per fare politica. E in effetti se si guarda per esempio al processo di Mani Pulite, noi come Msi fummo l’unico partito in Parlamento che non fu scalfito dall’inchiesta, per stessa recente ammissione di Di Pietro. Ognuno di noi dovrebbe recuperare un po’ di quello spirito che purtroppo si è andato via via perdendo»

Quale può essere una strada a ritroso per ritrovare quell’attenzione smarrita?

«Un esempio forse banale può essere il fatto che ormai non si insegna nemmeno più nelle scuole l’educazione civica. Ai miei tempi quella semplice ora settimanale conferiva già un attaccamento e instillava nelle menti dei giovani la cultura del pubblico e del rispetto di ciò che appartiene alla collettività, oltre a conferire delle prime nozioni sull’ordinamento statale. Oggi questo non c’è più. Leggiamo con tristezza di turisti di ogni dove che si permettono di fare in Italia cose che mai si sognerebbero nemmeno di tentare nei loro Paesi. Purtroppo l’incuria e il disinteresse che abbiamo si ripercuotono e vengono percepiti come una tolleranza verso tutto e tutti»

Parlando di politica attuale, come giudica i primi due mesi scarsi di governo e la natura di questa, almeno inizialmente, improbabile alleanza?

«Sicuramente è un’alleanza particolare, però sembrano essere riusciti a trovare un punto di incontro. È molto presto per giudicare un operato così breve, ma le premesse sembrerebbero buone. Salvini sembra star continuando a fare quanto promesso e se dovesse proseguire su questa strada ben venga. Se riuscissero a tradurre in realtà quanto prospettato, in particolare con l’abbassamento delle imposte e la flat tax, per rispondere alle esigenze di quella parte produttiva del Paese che è al momento in ginocchio, si potrebbe già dare un primo giudizio positivo, indipendentemente dal colore politico che rappresentano. Aspettiamo comunque ancora un po’ di tempo per tirare realmente le somme»

Tralasciando la caratura dell’uomo politico, nella presa e nel modo di rapportarsi con le persone, rivede in Matteo Salvini qualcosa di Giorgio Almirante?

«In tutta onestà è un paragone ardito per i differenti livelli culturali e di epoca. L’unica cosa che sicuramente posso riscontrare e che li accomuna, è la voglia di Matteo Salvini di stare con le persone, qualità che l’ha di sicuro premiato, perché assai rara da riscontrare. Questo suo incessante entusiasmo e l’instancabilità di certo lo accomunano a Giorgio Almirante. Per il resto vedo parecchie differenze e non riscontro quell’eleganza che contraddistingueva il modo di fare politica di Almirante in altre figure politiche attuali. Non voglio certo fare paragoni sminuenti per nessuno, semplicemente il livello degli uomini politici di un tempo era ben diverso da quello odierno»

In cosa difetta rispetto a prima la figura politica oggi diffusa?

«Probabilmente oltre all’estrazione sociale, in termini di bagaglio culturale, pesa la mancanza di un percorso politico definito. Le persone che sono arrivate ai vertici degli ultimi anni non sempre hanno fatto quella carriera, quella gavetta necessaria. Almeno nel Movimento Sociale un tempo si passava dall’essere consigliere comunale, a entrare alla Regione e infine in Parlamento. Un percorso che in qualche maniera forgiava le persone, assistite anche dalle “scuole di partito”, che davano una linea da seguire. Oggi diversi leader sono persone che si sono avvicinate alla politica da pochissimo, molte con un’esperienza pari a zero o con al massimo una legislatura alle spalle. Basta guardare a uno degli innumerevoli discorsi pubblici di Giorgio Almirante per rendersi conto che un modo di fare, un linguaggio politico fatto anche di maniere e di garbo si è completamente estinto»

Non esiste quindi secondo lei, al netto di tutti gli schieramenti politici, un erede naturale di Giorgio Almirante?

«Direi di no. Sicuramente in Giorgia Meloni rivedo molte caratteristiche essenziali a una figura di spicco. Oltre a essere una donna in gamba, ha fatto la sua gavetta e sta portando avanti le sue idee con forza e determinazione, ma se dovessi dire se ha preso in mano l’eredità di Almirante in tutta onestà direi di no. Anzi molto spesso nella linea politica di Fratelli d’Italia c’era l’intenzione di discostarsi dal passato e forse non c’è sempre stata la voglia di riceverla questa eredità. Un fatto che ho riscontrato in tutte le esperienze politiche sorte dopo l’Msi. Da Alleanza Nazionale in poi c’è sempre stata la volontà di mantenere certe distanze con l’origine»

Un’eredità forse troppo ingombrante per qualcuno?

«Sicuramente questo ha contribuito, unita a una sorta di eterna ricerca di “verginità” rispetto all’Msi. Un senso di colpa che qualcuno si è addossato, sia rispetto all’esperienza fascista rivendicata dai precedenti vertici sia a un bisogno di apparire estranei a vicende percepite in maniera sensibilmente mutata dall’opinione pubblica di allora. Per la verità lo stesso Almirante, quando favorì l’elezione di Gianfranco Fini a segretario di partito, aveva percepito la necessità di una figura che si discostasse dal passato per non subire le accuse che erano invece rivolte a lui e alle precedenti gestioni. Purtroppo questa intenzione è stata recepita in maniera sin troppo radicale dalle “nuove leve”, che hanno completamente rinnegato le precedenti esperienze»

Una presa di posizione che, alla lunga, non sembra per altro aver favorito a livello di gradimento dell’elettorato

«Direi di sì, più in Fratelli d’Italia che in Alleanza Nazionale, che ha comunque avuto il suo exploit, questo completo discostarsi dai valori fondanti della destra tradizionale è penalizzante. Vedo invece da parte della base, più legata ai valori della destra, una profonda critica e un distacco verso questa linea politica. Probabilmente se avessero più attenzione a riguardo anche i risultati sarebbero migliori»

C’è ancora rimpianto, nelle figure più vicine ad Almirante, per la decisione di aver affidato le sorti del partito a Fini, visti gli esiti che ne sono conseguiti?

«Sicuramente rispetto all’Msi di Almirante i tempi erano ben diversi e un’evoluzione era giusta ed auspicabile. Il problema di Fini è che con la sua scorrettezza morale ha poi distrutto una comunità umana. Inizialmente credo abbia avuto una giusta condotta, portando il partito a degli ottimi risultati, dopodiché resta un mistero cosa sia scattato nella sua mente per portarlo ad essere una persona completamente diversa da quella che conoscevamo. Quello che abbiamo di fronte oggi è senza dubbio un altro Fini che a causa, io penso, di un delirio di onnipotenza si è completamente lasciato prendere la mano, evidentemente non memore della vita fortunata che ha condotto, in cui tutti, in primis Almirante che l’ha fatto diventare giornalista professionista e poi segretario di partito, gli hanno spalancato le porte senza ostacoli. Ha creduto di poter andare avanti da solo senza i suoi compagni di viaggio e da lì in poi è stato un tracollo generale perché al di là degli errori di valutazione politica non si è comportato in maniera limpida e trasparente, macchiandosi e macchiando il partito di condotte su cui ancora la Magistratura si sta esprimendo»

Come giudica la vicenda, sicuramente rocambolesca, del passo indietro voluto dal sindaco Raggi in merito all’intitolazione di una via a Roma per Giorgio Almirante, nonostante la giunta avesse già votato favorevolmente?

«Ritengo l’intera vicenda davvero ridicola. Se pensa che l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o l’attuale Sergio Mattarella ci hanno inviato messaggi di apprezzamento nel giorno in cui noi come fondazione ricordiamo alla Camera dei Deputati la figura di Giorgio Almirante, vedere poi una Raggi qualsiasi mettere un veto a questo provvedimento, per altro con le motivazioni addotte, rasenta davvero il ridicolo. Innanzitutto voglio dire basta con questa storia ormai vetusta dell’appartenenza al fascismo, Almirante è un personaggio pubblicamente riconosciuto per la sua mole istituzionale, un protagonista della scena politica sempre presente e corretto con tutti. Trovo assurdo il comportamento del sindaco di Roma, per altro dopo che la sua giunta si era già espressa in merito, e si evince che davvero non sapesse di cosa parlava. Comincio a pensare che quando Vespa l’ha intervistata (Porta a Porta, Rai1 del 14 giugno 2018, ndr) e lei ha dato quelle risposte non fosse davvero a conoscenza di chi fosse Giorgio Almirante, fatto che se fosse realmente vero darebbe un’idea dell’ignoranza del sindaco Raggi. Un capo di una città che versa in delle condizioni come è Roma dovrebbe avere altre priorità che quella di mettere bocca su un’iniziativa simile. Sembra una Cenerentola, scesa dal mondo delle nuvole dove vive in attesa del principe azzurro che la prenda e la porti via. E speriamo che ciò avvenga quanto prima per il bene della città. Chi ha un minimo di cultura politica dovrebbe riconoscere alla figura di Almirante qualità di cui i suoi stessi avversari politici gli hanno dato atto. Purtroppo però, e continuo a ripeterlo, il primo a macchiarsi di questa colpa è stato l’ex sindaco Gianni Alemanno, che ha condotto l’intera campagna elettorale dicendo di voler intitolare una via ad Almirante non appena messo piede in Campidoglio, eppure dopo sembra essersene miseramente scordato»

Come fondazione Almirante, oltre alle ricorrenze e alle celebrazioni, ci sono attività già in essere o che pensate di poter promuovere?

«A settembre riprenderemo con un’attività che è in crescita. Posso dirle in anteprima che abbiamo dato vita a un’associazione detta “Amici della fondazione Giorgio Almirante” che permetterà di avere una formula associativa. Lanceremo la possibilità di associarsi e dunque avere delle prerogative rispetto ai non associati e di avere un carattere nazionale di maggiore presenza sul territorio, per un riscontro e un rapporto più diretto con le persone. Abbiamo poi intenzione di intensificare le manifestazioni in tutta Italia che già stiamo portando avanti in modo da unificare le varie iniziative sparse su tutta la Penisola e poterle ricondurre ad unico e più ampio discorso. Stiamo poi revisionando il nostro sito internet che integreremo con un nuovo blog, in modo di poter dialogare con tutti i nostri amici e affiliati. Ci piacerebbe poi ricostituire una scuola di partito con conferenze e riunioni riservate a un numero ristretto di persone per cercare in ogni modo possibile di essere vicini alle persone. Continueremo inoltre la nostra opera di recupero e catalogazione di tutto il materiale e i documenti inerenti alla storia politica di Giorgio Almirante. Nonostante siano passati trent’anni dalla sua morte, l’eredità che ha lasciato è duratura e il suo ricordo indelebile»

IL GENOCIDIO DELLA NAZIONE GRECA

Controinformazione.info 22.8.18

di  Paul Craig Roberts

La copertura politica e mediatica del genocidio della Nazione greca è iniziata ieri (20 agosto) con l’Unione Europea e altre dichiarazioni politiche che annunciano che la crisi greca è finita. Ciò che intendono è che la Grecia è finita, morta e sepolta. È stata sfruttata fino al limite e la carcassa è state gettata ai cani.

350.000 greci, principalmente giovani e professionisti, sono fuggiti dalla Grecia morta. Il tasso di natalità è molto inferiore al tasso necessario per sostenere la popolazione rimanente. L’austerità imposta al popolo greco dall’UE, dall’FMI e dal governo greco ha comportato una contrazione dell’economia greca del 25%.

Il declino è l’equivalente della Grande Depressione americana, ma in Grecia gli effetti sono stati peggiori. Il presidente Franklin D. Roosevelt ha attenuato l’impatto della massiccia disoccupazione con la legge sulla sicurezza sociale ed altri elementi di una rete di sicurezza sociale come l’assicurazione sui depositi ed i programmi di lavori pubblici, mentre il governo greco, seguendo gli ordini del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea, ha peggiorato l’impatto della disoccupazione spogliando la rete di sicurezza sociale.

Tradizionalmente, quando un Paese sovrano, sia per corruzione, cattiva gestione, sfortuna, o eventi imprevisti, si trovava nell’incapacità di ripagare i suoi debiti, i creditori del Paese annotavano i debiti al livello che il Paese indebitabile poteva pagare.

Con la Grecia c’è stato un cambio di rotta. La Banca Centrale Europea, guidata da Jean-Claude Trichet ed il Fondo monetario internazionale hanno stabilito che la Grecia doveva pagare l’intero ammontare di interessi e capitale sui suoi titoli di stato detenuti da banche tedesche, olandesi, francesi e italiane.

Come è stato realizzato?

In due modi che hanno entrambi gravemente aggravato la crisi, lasciando la Grecia oggi in una posizione molto peggiore di quanto lo fosse all’inizio della crisi quasi un decennio fa.

All’inizio della “crisi”, che sarebbe stata facilmente risolta abbattendo parte del debito, il debito greco era il 129% del prodotto interno lordo. Oggi il debito greco è pari al 180% del PIL.

Perché?

Alla Grecia è stato prestato più denaro per pagare gli interessi ai suoi creditori, in modo che non avrebbero dovuto perdere un centesimo. Il prestito addizionale, chiamato “salvataggio” dai media finanziari di stampa, non fu un salvataggio della Grecia. Fu un salvataggio dei creditori della Grecia.

Il regime di Obama ha incoraggiato questo piano di salvataggio, perché le banche americane, in attesa di un salvataggio, avevano venduto credit default swap sul debito greco. Senza un piano di salvataggio, le banche americane avrebbero perso la loro scommessa e pagato l’assicurazione di default sui titoli greci.

Inoltre, alla Grecia è stato richiesto di vendere i suoi beni pubblici agli stranieri e di decimare la rete di sicurezza sociale greca, riducendo le pensioni ad esempio, al di sotto del reddito di sussistenza e tagliando così radicalmente le cure mediche che le persone muoiono prima di poter ricevere un trattamento.

Se la memoria serve, la Cina ha acquistato i porti marittimi greci. La Germania ha comprato l’aeroporto. Varie entità tedesche ed europee hanno acquistato le compagnie idriche municipali greche. Gli speculatori immobiliari hanno acquistato isole greche protette per lo sviluppo immobiliare.

Questo saccheggio della proprietà pubblica greca non andò a ridurre il debito che era dovuto dai greci. Andò, insieme ai nuovi prestiti, a pagare gli interessi.

Il debito, più grande che mai, rimane valido. L’economia è più piccola che mai come lo è la popolazione greca che sostiene il debito.

La dichiarazione che la crisi greca è finita è solo la dichiarazione che non è rimasto nulla da cavare dal popolo greco per l’interesse delle banche straniere. La Grecia sta affondando velocemente. Tutte le entrate associate ai porti marittimi, agli aeroporti, ai servizi municipali e al resto della proprietà pubblica che è stata privatizzata con la forza ora appartengono agli stranieri che ritirano il denaro dal Paese, spingendo così ulteriormente giù l’economia greca.

Grecia, distribuzione di viveri…

I greci non solo hanno avuto il loro futuro economico rubato. Hanno anche perso la loro sovranità. La Grecia non è una Nazione sovrana. È governato dalla UE e dall’FMI. Nel mio libro del 2013, The Failure of Laissez Faire Capitalism, nella Parte III, “The End of Sovereignty”, ho descritto chiaramente come è stato fatto.

Il popolo greco è stato tradito dal governo di Tsipras. I greci avevano la possibilità di ribellarsi ed usare la violenza per rovesciare il governo che li vendeva ai banchieri internazionali. Invece, i greci hanno accettato la propria distruzione e non hanno fatto nulla. In sostanza, la popolazione greca ha commesso un suicidio di massa.

La crisi finanziaria mondiale del 2008 non è finita. È stata spazzata sotto il tappeto della massiccia creazione di denaro da parte delle banche centrali statunitensi, europee, britanniche e giapponesi. La creazione di moneta ha superato di gran lunga la crescita della produzione reale e ha spinto i valori delle attività finanziarie al di là di ciò che può essere sostenuto dalle “condizioni sul terreno”.

Come vada a finire questa crisi resta da vedere. Potrebbe portare alla distruzione della civiltà occidentale. Cane mangia cane? Dopo la Grecia, saranno l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Francia, il Belgio, l’Australia, il Canada, fino a quando non ne rimarrà nessuno?

La totalità del mondo occidentale vive di bugie fomentate da potenti gruppi di interesse economico che servono i propri interessi. Non ci sono media indipendenti tranne online, e questi elementi vengono demonizzati e gli viene negato l’accesso. I popoli che vivono in un mondo di informazioni controllate non hanno idea di ciò che sta accadendo a loro. Pertanto, non possono agire nel loro interesse.

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Articolo originale di Paul Craig Roberts:

Traduzione di Costantino Ceoldo – Pravda freelance

A Leggere tra le Righe, i Capi dell’Economia Globale ci dicono Esattamente …

Come don Chisciotte.org 23.8.18

DI MICHAEL SNYDER

TheEconomicCollapse

A volte, quando qualcuno dice NO con fermezza, è una prova schiacciante che tutto va definitivamente per storto. E quando le cose cominciano a impazzire veramente  “quello che si dice” spesso è l’esatto contrario della verità. Negli ultimi giorni abbiamo letto molti titoli preoccupanti e abbiamo visto un gran caos nel mercato finanziario globale, ma le autorità continuano ad garantirci che tutto andrà bene.  Se non che … noi abbiamo già vissuto gli stessi identici comportamenti poco prima della grande crisi finanziaria del 2008, quando Ben Bernanke, Presidente della Federal Reserve, insisteva sul fatto che non ci sarebbe stata nessuna recessione, Poi siamo precipitati nella peggior recessione economica dopo la Grande Depressione. Nella nostra società, dobbiamo credere che stiamo vivendo di nuovo la stessa situazione del gran-rifiuto su quello  che ci attende, oggi, nel 2018?

Permettetemi di fare qualche esempio su recenti affermazioni dei leader economici globali e su che cosa invece intendessero dire veramente …

 Elon Musk: CEO della Tesla Motors: “We are definitely not going bankrupt.”

   Traduzione: “Andremo sicuramente in bancarotta.” 

Tesla è una società che dovrebbe valere 51 miliardi di dollari, ma la realtà è che sta a zero. Ha perso enormi quantità di denaro per anni, e ora è finalmente arrivato il giorno della resa dei conti. Una grave crisi di liquidità ha costretto l’azienda a ritardare i pagamenti e a chiedere enormi sconti ai fornitori, e molti di questi fornitori ora temono che Tesla sia sull’ orlo del collasso

In particolare, un recente sondaggio  – inviato in forma privata da una prestigiosa associazione di fornitori per auto ai massimi livelli, ed apparsa sui WS –  ha rilevato che 18 dei 22 intervistati ritengono che Tesla costituisca un rischio finanziario per le loro aziende.

Nel frattempo, a conferma del rapporto del mese scorso che dice che Tesla fa sempre più affidamento sul capitale circolante netto, e in particolare ritarda i pagamenti per mantenere una certa liquidità, diversi fornitori hanno detto che Tesla ha cercato di allungare i termini di pagamenti e chiesto sconti importanti e, in certi casi, i pubblici registri mostrano che i piccoli fornitori negli ultimi mesi hanno dichiarato di non essere stati pagati per i servizi forniti a Tesla.

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Mark Cuban : Squalo Miliardario : “I’ve got a whole lot of cash on the sidelines.”

Traduzione: “Credo che il mercato azionario stai sull’orlo del baratro.”

Mark Cuban non è stupido. Come Warren Buffett, nuota dentro una enorme mare di soldi e aspetta che i prezzi delle azioni tornino nella media del lungo termine. E quando “succede qualche cosa”, Cuban ricorda che è “pronto, disponibile e capace”  a fare anche mosse audaci …

Lunedì scorso l’imprenditore miliardario Mark Cuban ha dichiarato  alla CNBC di disporre di molto più denaro-cash del solito perché è preoccupato per il mercato azionario e per i livelli di indebitamento degli Stati Uniti.

“Credo che sto perdendo qualcosa sui dividendi di quattro titoli azionari, due a  breve termine e poi su  Amazon e su Netflix. Ho parecchi soldi in contanti” –  ha detto Cuban al “Fast Money Halftime Report.” – .” [Sono] pronto, disponibile e capace se si muove qualcosa e vale la pena di  “investire”.

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Deutsche Bank: Bisogna che i  nostri impiegati “take every opportunity to restrict non-essential travel” per tagliare le spese.

Traduzione:  Siamo sull’orlo dell’abisso e bisogna risparmiare fino all’ultimo centesimo in questo momento.

Chi legge i miei articoli sa già quanto io sia stato estremamente duro con la Deutsche Bank. La più grande banca d’Europa è in pericolo, e questa ultima mossa è una prova in più che ha i giorni contati

Dimenticate i giorni in cui si viaggiava in prima classe per incontrare i clienti: la Deutsche Bank, che ha subito notevoli sconvolgimenti nel suo management  nell’ultimo anno, sta dicendo ai suoi dipendenti di prendere l’autobus solo se è necessario.

Nell’ultimo schiaffo dato ai dipendenti della banca, in una nota inviata dal CFO della Deutsche, Bank James von Moltke, la più grande banca europea – anche se non per capitalizzazione di mercato – ha esortato i suoi dipendenti a “limitare qualsiasi viaggio non essenziale” fino alla fine dell’anno, aggiungendo che “con il vostro aiuto, raggiungeremo i nostri obiettivi di riduzione costi”.

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Giancarlo Giorgetti Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio : “I hope that the quantitative easing program will go forward.”

Traduzione:  Se la BCE non compra più le nostre obbligazioni, il sistema finanziario italiano salta. 

L’Italia sarà quasi certamente il fulcro della prossima crisi finanziaria europea, e la verità è che la UE non avrà abbastanza soldi per mettere in salvo l’Italia quando crollerà.

Quindi gli italiani hanno disperatamente bisogno che la BCE continui a comprare i loro bond, e il nuovo governo italiano sembra averlo capito molto bene

Il Sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha detto che spera che il programma di QE  della Banca Centrale Europea sarà esteso per aiutare a proteggere il paese dagli speculatori finanziari.

L’Italia ha anche bisogno di essere credibile per riuscire a proteggersi, ha detto Giorgetti in un’intervista al quotidiano Il Messaggero, dove ha dichiarato che, dopo il disastro del ponte di Genova, il paese potrebbe chiedere all’Unione europea di  aumentare la disponibilità per spese extra.

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Ma segnali di guai in vista continuano a esplodere anche negli Stati Uniti. La guerra commerciale sta portando a enormi dazi da pagare, per tutte le imprese di tutte le dimensioni, e a volte è l’America rurale a esserne maggiormente colpita.

Per esempio, l’incombente chiusura della  Element Electronics di Winnsboro, nella Carolina del Sud, paralizzerebbe del tutto quella comunità …

I televisori  prodotti nello stabilimento sono realizzati con componenti importati dalla Cina, e i dazi da pagare rendono il loro assemblaggio un lavoro in perdita, ha detto la compagnia, che sta combattendo per ottenere una  esenzione, ma intanto si sta  anche preparando a chiudere i battenti.

Winnsboro è una zona della contea di Fairfield, dove un terzo della popolazione vive in condizioni di povertà. La disoccupazione tra i suoi quasi 23.000 abitanti è la seconda più alta dello stato e, malgrado qualche casuale rallentamento, la popolazione, per tutto il secolo scorso, è diminuita costantemente.

“Diventerà una città fantasma”, ha detto Herbert Workman, che vive a Winnsboro. Ormai di questi tempi e alla nostra età, abbiamo imparato ad essere ottimisti e questa può essere una buona cosa.

Ma arriva un momento in cui l’ottimismo cieco ci fa perdere contatto con la realtà, e molti credono che abbiamo già superato questa soglia.

 

Michael Snyder  è uno scrittore sindacalizzato a livello nazionale, personalità dei media e attivista politico. È editore di  The Most Important News e autore di altri quattro libri tra cui The Beginning Of The End  e Living A Life That Really Matters.

Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com

Link : http://theeconomiccollapseblog.com/archives/if-you-read-between-the-lines-global-economic-leaders-are-telling-us-exactly-what-is-coming

20.08.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario