La macroeconomia e il voto italiano

Margherita Russo – Agosto 23, 2018 vocidallestero.it

Proponiamo con piacere la traduzione di un articolo apparso su INET Blog, di grande attualità per il nostro paese. Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, rispettivamente assegnista di ricerca e professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Economia dell’Università di Roma Tre, ci invitano a fare un passo indietro ed esaminare le cause macroeconomiche che hanno portato alla vittoria dell’attuale coalizione di governo, tenendo d’occhio anche le sfide che attendono i partiti di governo nei prossimi mesi.

 

 

 

Di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, 6 agosto 2018

 

 

Per comprendere l’ascesa della Lega e del Movimento Cinque Stelle basta dare un’occhiata agli indicatori economici.
I risultati delle elezioni del 2018 in Italia – con il successo del Movimento Cinque Stelle, l’importanza relativa acquisita dalla Lega Nord, e il netto calo con conseguente disgregazione del Partito Democratico – hanno attirato molta attenzione all’estero e forse anche suscitato qualche sorpresa. Il carattere anti-euro e anti-austerità di gran parte della retorica pre-elettorale dei due partiti al potere è stato vicino a provocare una crisi istituzionale nel Paese e ha generato le reazioni, tra l’irritato e l’arrogante, di vari leader e commentatori europei.

 

 

In questo breve contributo non è nostra intenzione fare un’analisi sociologica né politica del voto, per la quale non abbiamo competenze, ma fornire alcuni dati sulle tendenze macroeconomiche e sulla disuguaglianza e la distribuzione del reddito nell’ultimo decennio, oltre a ulteriori informazioni sui fatti antecedenti alla crisi del 2008. In questo modo pensiamo di poter aiutare a chiarire alcuni equivoci e facilitare una migliore comprensione del perché la maggioranza degli italiani abbia votato chiaramente contro “riavere la stessa cosa”, per quanto capire a favore di cosa abbiano effettivamente votato potrebbe essere meno chiaro.

 

 

Non ci soffermeremo sulla questione scottante e complessa dell’immigrazione, che è comunque centrale nel dibattito politico interno in Italia e in altri paesi europei e allo stesso tempo rivela così apertamente la disunione europea e l’incapacità di unire gli sforzi per affrontarla. Tuttavia, riteniamo che le informazioni riportate di seguito possano indicare che, anche senza tenere conto dell’immigrazione, i problemi economici e sociali siano tali da indirizzare in buona parte la politica italiana nella stessa direzione e misura. In altre parole, riteniamo che la preoccupazione per l’immigrazione non sia necessariamente la ragione principale della svolta politica in Italia. Piuttosto, è un segnale che in Italia, come in altri paesi europei, le politiche di austerità, la deregolamentazione del mercato del lavoro e il crescente tasso di povertà non sono compatibili con un clima che consenta una gestione civile e ordinata dei flussi migratori, nonché  la loro integrazione.

 

Il Double Dip dell’Italia e le sue conseguenze

 

La crisi del 2008 ha colpito duramente l’economia italiana, come si può vedere nella figura 1; eppure il crollo iniziale non è stato maggiore di quello della Germania.

 

 

Figura 1-PIL in termini reali dell’Italia (in miliardi di euro a valore costante).

 

 

 

Fonte: OECD Economic Outlook.

 

 

Entrambi i paesi hanno un grande settore manifatturiero, notoriamente più sensibile alle fluttuazioni dei mercati rispetto al settore dei servizi. Dopo la crisi c’è stata una ripresa iniziale, ma è stata interrotta dalla “crisi dello spread” europea (ovvero, caduta dei prezzi e aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici italiani e di altri paesi “periferici” nei mercati finanziari) e il successivo avvio di politiche di austerità più pesanti, che hanno causato un calo delle spese correnti e degli investimenti pubblici (come documentato dalle figure 2-5) e un aumento delle entrate fiscali complessive di 18 miliardi di euro nel periodo 2011-2013, soprattutto a causa dell’aumento della tassazione indiretta. Come conseguenza di tali misure, il PIL ha subito un forte calo (-73 miliardi di euro reali, vale a dire -4,5 punti percentuali), nonostante una discreta ripresa delle esportazioni. La produzione industriale è scesa molto più del PIL: è scesa di un quarto tra il 2007 e il 2009, ha poi recuperato 7 punti nel 2010-11, ma successivamente è diminuita nuovamente e nel 2015 era ancora leggermente inferiore al livello del 2009.

 

 

Figura 2-Spese correnti del governo italiano, compresa la spesa per gli interessi (in miliardi di euro a valore costante).

 

 

Fonte: OECD.Stat (COFOG).

 

 

Figura 3-Investimenti pubblici italiani (in miliardi di euro a valore costante).

 

 

 

Fonte: OECD.Stat (COFOG).

 

 

Figure 4 e 5-Spesa corrente del governo italiano secondo la funzione (in miliardi di euro a valore costante).

 

 

 

 

 

Fonte: OECD. Stat (COFOG).

La disoccupazione complessiva, pari al 6,2% nel 2007, è cresciuta dall’8,4% toccato nel 2010 al 12,4% nel 2013, ed è attualmente appena inferiore all’11%. La disoccupazione giovanile (quella tra i 15 e i 29 anni) è aumentata di oltre 10 punti (figura 6) in due anni, tra il 2011 e il 2013, a causa della combinazione del calo del PIL e della riforma delle pensioni. Quest’ultima, rinviando il pensionamento dei lavoratori dipendenti, ha impedito il ricambio fisiologico della forza lavoro, e quindi ha ridotto drasticamente le opportunità per i lavoratori più giovani di entrare nel mondo del lavoro a sostituire gli anziani in uscita per pensione. La stessa riforma ha anche causato un aumento della disoccupazione tra i lavoratori anziani che hanno perso il lavoro durante la crisi. Ci sono circa 500.000 disoccupati di età superiore ai 50 anni (la maggior parte dei quali ha grandi difficoltà a trovare un impiego), oltre tre volte quanti ce ne fossero nel 2006.

 

 

Oltre ad aumentare la disoccupazione e ridurre il PIL e il reddito a disposizione delle famiglie, le politiche di austerità colpiscono anche i servizi pubblici e lo stato sociale. In particolare, il Servizio sanitario nazionale e l’istruzione pubblica, che si possono considerare i due pilastri principali del sistema di welfare universale italiano. Il primo ha subito una riduzione del 7% in termini reali tra il 2011 e il 2013, mentre il secondo ha visto un calo progressivo delle risorse a più lungo termine, con una perdita reale del 20% tra il 2007 e il 2015. Ciò ha anche comportato, tra le altre cose, enormi riduzioni del sostegno finanziario concesso agli studenti universitari meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito, nonché grandi difficoltà per giovani altamente qualificati nell’ottenere posti di lavoro nell’istruzione pubblica e nei sistemi di ricerca. E questo nonostante la spesa pubblica italiana in questi settori specifici e nel suo complesso (compresi tutti i servizi e la protezione sociale), pro capite e in percentuale sul PIL, sia attualmente, e sia sempre stata, inferiore a quella di altri paesi europei di comparabili dimensioni e livello di sviluppo. Anche gli investimenti pubblici sono diminuiti drasticamente durante il periodo di austerità, con ricadute visibili sul mantenimento degli edifici pubblici e delle infrastrutture.

 

 

Ma, si potrebbe obiettare, queste misure erano necessarie per frenare l’alto rapporto debito pubblico/PIL, che si diceva fosse alla base della “crisi dello spread”, ed infatti è così che il messaggio è stato fatto passare. Al contrario, come era in effetti prevedibile, le politiche di austerità hanno causato un aumento del rapporto debito/PIL (figura 7), riducendo il reddito nazionale (il denominatore di quel rapporto) e, di conseguenza, le entrate fiscali.

 

 

Figura 7-Rapporto debito pubblico/PIL dell’Italia.

 

 

 

Fonte: Ameco.

In altre parole, l’Italia è un esempio vivente del fatto, oggi ampiamente riconosciuto anche dagli economisti tradizionali [1], che i consolidamenti fiscali possono avere effetti “perversi” persistenti sul rapporto debito/PIL, specialmente quando l’economia è in recessione e i moltiplicatori fiscali sono particolarmente alti. Secondo altre interpretazioni della crisi, le previsioni dei mercati finanziari che la Banca centrale europea (BCE) non sarebbe intervenuta sul mercato dei titoli pubblici a causa del suo peculiare statuto hanno avuto un ruolo importante nell’emergere della crisi diffusa e hanno quasi causato il fallimento dell’euro, dovuto alla persistente inerzia da parte della BCE. Ad ogni modo, è stato il cambiamento di rotta della BCE, non l’austerità, a porre fine alla crisi.

 

In realtà, l’austerità ha causato, e causa ancora, una crescente fragilità nell’economia italiana, non solo a seguito dell’aumento del rapporto debito pubblico/PIL, ma anche della riduzione della capacità produttiva nel settore manifatturiero e delle difficoltà nel settore bancario (cfr. Giacchè, 2017). Per quanto riguarda quest’ultimo, la crisi dell’economia reale ha causato un aumento del carico dei crediti in sofferenza nelle banche italiane. Queste ultime in generale erano meno implicate delle banche tedesche e francesi in rischiose speculazioni sul mercato finanziario, ma più attive nel  fornire credito alle famiglie e alle piccole e medie imprese, che rappresentano una quota molto ampia del settore manifatturiero italiano. Le famiglie e le imprese hanno entrambe subito forti perdite a causa delle due crisi menzionate sopra: la prima causata dalla crisi finanziaria internazionale, la seconda dalle politiche di austerità. Per questo la fragilità del settore bancario, oltre ad essere un problema di per sé, tende anche a causare persistenti difficoltà nell’accesso al credito da parte delle famiglie e, ancora più significativamente, delle imprese.

 

 

Nonostante una moderata ripresa negli ultimi tre anni, il PIL reale, l’occupazione (misurata in unità di lavoro standard) e la produzione industriale rimangono molto inferiori ai valori pre-crisi (dal 2007 al 2017, -5,25%; -4,63%; 24,39%, rispettivamente) [2].

 

 

Se guardiamo al lavoro e alla distribuzione del reddito, l’Italia ha subito a partire dagli anni ’90 una serie di “riforme” relative ai contratti salariali e di impiego e alla (de)regolamentazione del mercato del lavoro. L’ultimo di questi, approvato nel 2015, ha eliminato tutte le protezioni legali ancora esistenti contro licenziamenti individuali ingiustificati (cioè senza alcuna motivazione disciplinare o economica), ad eccezione di una compensazione monetaria relativamente limitata. In aggiunta a ciò, il continuum delle riforme ha consentito un utilizzo crescente di contratti “atipici” e di breve durata. Questi ultimi rappresentano attualmente il 16% della forza lavoro dipendente totale e il 40% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni, mentre i lavoratori a part-time involontario ammontano a 2,6 milioni.

 

 

I salari reali sono rimasti invariati da molto tempo: secondo i dati dell’OCSE, i guadagni lordi medi in termini reali da lavoro dipendente sono attualmente di quasi l’1% al di sotto del livello del 2008 e solo del 3% superiori a quelli del 1990. Il reddito medio annuo lordo dei lavoratori a parità di potere d’acquisto in Italia è attualmente inferiore (pari a 36.700 dollari) rispetto a Francia (43.800) e Germania (47.600), e il terzo più basso nell’Eurozona dopo Portogallo e Grecia. La povertà assoluta è cresciuta e nel 2017 riguarda cinque milioni di persone (8,3% dei residenti); mentre la povertà relativa, che ammonta al 15% della popolazione, è diffusa non solo tra i disoccupati ma anche tra i lavoratori, in particolare quelli che hanno a carico due o più figli. La combinazione di alta disoccupazione, bassa retribuzione e lavori precari ha causato, soprattutto tra i giovani italiani, ma non solo, incertezza, mancanza di prospettive e difficoltà a realizzare una vita individuale e familiare indipendente.

 

Tendenze prima del 2008

 

Un’analisi a lungo termine della stagnazione dell’economia risulta complessa.

 

 

A differenza di altri paesi “periferici” in Europa, l’Italia non ha vissuto un precedente “boom” trainato dal debito in seguito all’unificazione monetaria. Mentre paesi come la Grecia e la Spagna hanno beneficiato, seppur temporaneamente, di una crescita (per quanto destabilizzante) derivante da ingenti afflussi di capitali dai paesi core europei, che a loro volta hanno finanziato l’aumento dell’indebitamento del settore privato e la crescita sostenuta della domanda interna, processi simili non si sono materializzati in Italia. Sebbene il debito delle famiglie private sia aumentato anche in Italia, soprattutto dopo il 2008, rimane ancora molto al di sotto di quello della maggior parte degli altri paesi europei.

 

 

Tuttavia, la situazione era tutt’altro che ideale ancora prima della crisi, ma la causa non è da ricercare nella mancanza di misure di austerità, ma piuttosto in una tendenza politica che, dopo il 2008, si è solo, ma drasticamente, intensificata.

 

 

Già prima dell’inizio dell’euro, nei primi anni ’90, nell’ambito del suo obiettivo di convergenza verso l’unificazione monetaria, l’Italia ha perseguito politiche fiscali di avanzo primario del bilancio pubblico, che è continuato fino ad oggi, con la sola eccezione del 2008 (il rapporto debito pubblico/PIL si è ridotto di circa 20 punti tra il 1990 e il 2007). Di conseguenza, la dinamica della spesa pubblica è stata da allora molto più moderata di quella sperimentata dalla Germania o dalla Francia (cfr. figura 8).

 

 

Figura 8-Spesa pubblica totale in termini reali (indice, 1991=100).*

 

 

Fonte: nostra elaborazione su OCSE.Stat, Economic Outlook n. 102 – Novembre 2017. *La spesa totale si riferisce alla spesa corrente più la spesa per investimenti (al lordo dei pagamenti di interessi se non diversamente specificato).

 

 

Queste tendenze, combinate con il peggioramento della distribuzione del reddito, la stagnazione dei salari e l’apprezzamento del tasso di cambio reale, in particolare nei confronti della Germania, hanno causato una stagnazione della domanda aggregata e, di conseguenza, una stagnazione della crescita della produzione e quindi della produttività. Molti studi hanno infatti documentato sia in generale, sia con riferimento specifico ai dati italiani, la validità della legge di Kaldor-Verdoorn, cioè che la crescita della produttività, in particolare nel settore manifatturiero, è in larga misura endogena e dipende dal crescita complessiva dell’economia (Millemaci e Ofria, 2014). Uno dei motivi è la dipendenza degli investimenti privati – che hanno ovviamente un ruolo molto importante nell’aggiornamento dei beni strumentali e della tecnologia – dalla crescita della domanda aggregata (Girardi et al., 2018).

 

 

Infine, va sottolineato che gli italiani, in netto contrasto con la retorica prevalente secondo la quale avrebbero vissuto “al di sopra delle loro possibilità”, non hanno mai beneficiato di un sistema di spesa e di welfare pubblico davvero generoso. Nel complesso, la spesa pubblica pro capite, sia al netto che al lordo degli interessi, è sempre stata inferiore a quella di paesi avanzati comparabili, tra cui Francia e Germania (cfr. figura 9).

 

 

Figura 9-Spesa pubblica pro-capite in termini reali (al netto e al lordo degli interessi).

 

 

 

Fonte: nostra elaborazione su OCSE.Stat, Economic Outlook n. 102 – Novembre 2017.

 

 

Le origini dell’elevato debito pubblico non sono dovute a una spesa eccessiva; e – nonostante le entrate fiscali soffrano di un problema strutturale di evasione da parte dei lavoratori autonomi e delle imprese – le origini dell’elevato debito pubblico devono essere principalmente ricercate in un periodo di tempo specifico e relativamente breve, e nelle scelte fatte dalle autorità monetarie. Fu infatti durante gli anni Ottanta che l’Italia vide un raddoppio del rapporto debito pubblico/PIL, come conseguenza di tassi di interesse reali molto alti, che causavano un effetto valanga sul debito pubblico. Tassi di interesse così elevati servivano a sostenere l’obbligo a mantenere un tasso di cambio fisso all’interno dell’Unione economica e monetaria (UEM) tramite l’afflusso di capitali dall’estero, a fronte di un più alto tasso di inflazione rispetto ad altri paesi europei, che comportava un apprezzamento reale e il peggioramento della bilancia commerciale. Questa politica, tuttavia, non riuscì a impedire l’attacco speculativo e la svalutazione della lira italiana nel 1992, con la successiva uscita temporanea dal sistema di cambi fissi. In aggiunta a ciò, secondo alcune interpretazioni, la Banca d’Italia, attraverso tassi di interesse così elevati, mirava a sostenere i rendimenti delle banche nazionali, in modo che fossero in grado di fronteggiare una più intensa concorrenza internazionale nel settore finanziario. A prescindere dalle motivazioni, tuttavia, il punto è che, a partire dai primi anni ’90, la preoccupazione di ridurre il peso del debito pubblico non implicava la necessità di una riduzione dell’eccessiva spesa pubblica, ma piuttosto lo scarso contributo del settore pubblico allo stimolo della domanda e alla crescita a livello macroeconomico rispetto ad altri paesi europei, nonché il basso coinvolgimento del settore pubblico (rispetto ad altri paesi industriali) nel fornire infrastrutture e servizi moderni e il sostegno pubblico agli investimenti e all’innovazione tecnica, che finiva col contribuire agli scarsi risultati complessivi in termini di crescita della produttività.

 

 

Conclusioni
Il triste quadro della situazione sociale ed economica italiana contribuisce a spiegare il recente voto italiano. Che si consideri giusta o sbagliata la scelta fatta dagli elettori, il messaggio principale è che la maggioranza della popolazione vuole un cambiamento rispetto al passato. Ciò non implica necessariamente che esista una chiara consapevolezza diffusa su ciò che sta accadendo. L’informazione nei media italiani su tutto ciò che riguarda la vita economica è insufficiente e standardizzata, generalmente tesa al sostegno dell’austerità e della deregolamentazione, e della tesi per cui i problemi del paese sono l’inefficienza, la corruzione e le spese eccessive, o almeno mal pianificate, da parte del settore pubblico. Ma quale che sia la comprensione dei problemi attuali a livello intellettuale, i cittadini sanno per esperienza diretta quali sono le loro difficoltà e i loro problemi. Sia il Movimento Cinque Stelle che la Lega hanno raccolto i voti di milioni di lavoratori della classe operaia e della classe media (in molti casi già elettori del Partito Democratico), e le loro campagne elettorali includevano molte promesse di un radicale cambiamento rispetto all’austerità (il Movimento Cinque Stelle si concentrava sull’attuazione di un ampio sistema di sostegno al reddito per i disoccupati e le persone a basso reddito, e su ulteriori investimenti pubblici nel Sud, mentre la Lega sottolineava una riduzione dell’imposizione fiscale mediante una “flat tax”; entrambe le parti inoltre concordavano sulla necessità di rivedere la legge sulla riforma delle pensioni del 2011 per renderla meno gravosa) e anche rispetto ad ulteriori liberalizzazioni del commercio internazionale. Non è chiaro se e fino a che punto manterranno ciò che hanno promesso. Ma, come già accaduto con il presidente del Consiglio Matteo Renzi alcuni anni fa, a meno che l’attuale governo non riesca a rispondere ai bisogni di una larga fetta del proprio elettorato e dimostri di attuare cambiamenti tangibili in termini di opportunità di lavoro, salari più alti, protezione sociale e investimenti pubblici in servizi e infrastrutture, il consenso attuale rischia di scomparire rapidamente. Tuttavia, anche senza tener conto delle reali intenzioni originali dei partiti ora al governo, le pressioni delle istituzioni europee e dei “mercati finanziari”[3] hanno già suscitato numerose dichiarazioni da parte dei membri del governo italiano, e in particolare del ministro per l’Economia, che ribadiscono la volontà di rispettare le regole di bilancio, il che a sua volta limiterebbe significativamente gli spazi di azione per affrontare i problemi appena elencati. D’altra parte, le iniziative del leader del Movimento Cinque Stelle e del ministro del Lavoro, volte a ridurre moderatamente la deregolamentazione del mercato del lavoro, stanno incontrando feroci critiche e opposizione da parte dell’associazione nazionale dei datori di lavoro (Confindustria). Ma la posta è molto alta: se il governo attuale perde consenso popolare ed elettorale, sia i grandi capitalisti sia gli elettori difficilmente torneranno a forze politiche moderate e liberali come il Partito Democratico o Forza Italia di Berlusconi, e le tensioni all’interno dell’UE e nella zona euro probabilmente continueranno a deteriorarsi.

 

 

 

Bibliografia
DeLong, J. B., Summers, L. H., Feldstein, M., & Ramey, V. A. (2012). Fiscal policy in a depressed economy [con commenti e discussione]. Brookings Papers on Economic Activity, 233-297.

Ciccone, R. (2012). Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici, in Oltre l’austerità, MicroMega.

Fatás, A., & Summers, L. H. (2018). The permanent effects of fiscal consolidations. Journal of International Economics, 112, 238-250.

Nuti, D. M. (2013). Perverse Fiscal Consolidation, Sbilanciamoci.info, 11. Versione italiana.

Millemaci, E., & Ofria, F. (2016). Supply and demand-side determinants of productivity growth in Italian regions. Structural Change and Economic Dynamics, 37, 138-146.

Giacchè, V. (2017) The Real Cause of the Italian Bank Bailouts and Euro Banking Troubles, https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/the-real-cause-of-the-italian-bank-bailouts-and-euro-banking-troubles

Girardi, D., Paternesi Meloni, W., & Stirati, A. (2017). Persistent effects of autonomous demand expansions. INET working paper No 70.

 

 

Note
[1] Si vedano DeLong et al. (2012) e Fatàs and Summers (2018); per un’analisi non mainstream, si vedano Ciccone (2012) e Nuti (2013).

[2] Il PIL reale era di circa 1,683 miliardi di euro nel 2007 e di 1,543 nel 2017 (OCSE), le unità di lavoro standard sono passate da 25,125 milioni a 23,962 (Istat) e l’indice di produzione industriale da 118,8 a 95,5 (Ameco).

[3] “I mercati finanziari”, naturalmente, sono tutt’altro che una serie di piccoli investitori anonimi, ma possono essere guidati dalle azioni intraprese da un numero relativamente piccolo di grandi istituzioni finanziarie; a sua volta questi saranno molto sensibili alle tensioni con le Istituzioni europee e in particolare all’atteggiamento della Banca centrale europea, poiché da ciò dipende la “rischiosità” (caduta dei prezzi o ridenominazione) dei titoli pubblici italiani e la relativa debolezza delle banche italiane che possiedono una grande percentuale di queste ultime.

PONTE DI GENOVA / I DUE OPPOSTI PARERI DEL DIRIGENTE MINISTERIALE

 

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

GIALLO ILVA / ORA ANCHE QUI SPUNTA UN SEGRETUCCIO DI STATO…

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

BENETTON, DI PIETRO, POMICINO / CONCESSIONI AUTOSTRADALI, ATTENTI A QUEI TRE

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Ultima chiamata per salvare le piccole imprese Italiane!

Dario Polini scenari economici.it 24.8.18

In generale voglio essere ottimista, quindi spesso pubblico articoli che esortano i giovani all’avvio di nuove iniziative economiche in settori che considero buoni o in crescita sulla base dei dati che derivano dalla mia attività professionale quotidiana, tuttavia riscontro a livello emotivo molto pessimismo e delusione.

Infatti negli ultimi anni, complice la grave crisi economica che ha diminuito in modo considerevole la domanda interna e i profitti (ammesso che ce ne siano!), una politica con poca attenzione verso le Pmi  e una tassazione troppo elevata  rendono la situazione molto difficile.

Prima di addentrarmi in un’analisi specifica vorrei, far notare che oltre ad una politica fiscale di aiuto già annunciata con interventi importanti come la pace fiscale o la mini flat tax (e altri interventi in programma), è necessario avviare una politica efficace si sviluppo economico!

Sono sicuro che il governo attuale ha a disposizione i migliori tecnici presenti in Italia che sapranno studiare ed attuare le risolutive politiche economiche per far ripartire la domanda interna ed aiutare il mondo delle piccole imprese. Una svolta importante può essere una minore “centralità” delle stato Italiano verso le politiche economiche di sviluppo, lasciando più spazio ai nostri amministratori locali che vivono ogni giorno a contatto con le realtà e sanno o possono intervenire in modo concreto. Abbiamo visto come molti bravissimi amministratori locali, pur con risorse limitate, sono riusciti ad aiutare le imprese sul proprio territorio.

A ciò si aggiunge la necessità di riforma che tenda ad una burocrazia più semplice e più immediata da attuare che non generi degli ostacoli alle aperture o allo sviluppo delle iniziative economiche.

Tornando all’analisi della situazione economica attuale, non è delle migliori, anzi da addetto ai lavori dico che non va bene per niente!

In Italia ci sono centinaia di migliaia di piccole imprese artigiane, partite iva , commercianti che stanno cercando, non come si faceva una volta, di fare impresa per generare un profitto, ma di sopravvivere!

Il tessuto imprenditoriale Italiano è caratterizzato da sempre da una miriade di piccoli imprenditori che si impegnano e si sacrificano con capacità che hanno portato a sviluppare dei prodotti di qualità eccezionale che caratterizzano il made in Italy. Dietro a queste realtà ci sono poi una molteplicità di piccole attività legate al commercio o alla fornitura di servizi, che vivono grazie al settore stesso (indotto).

Pensiamo anche al settore alimentare: è proprio l’inventiva, la tradizione, la qualità, l’impegno che hanno portato la cucina Italiana ad essere una delle più varie e la più apprezzata del mondo! Faccio poi presente che delle società multinazionali che oggi sono molto conosciute e caratterizzano il made in Italy nel mondo sono nate come piccoli laboratori artigianali.

Un piccolo imprenditore subito dopo l’apertura si trova con una miriade di spese anticipate, problemi di liquidità, burocrazia, adempimenti anticipati oltre le normali difficoltà tecniche ed economiche legate alla creazione del giro d’affari e spesso si sente lasciato solo o addirittura nemico delle istituzioni.

Parlando invece di chi l’impresa l’ha già creata e cerca di sopravvivere, se si continua con politiche economico fiscali improntate all’attuale “pilota automatico” già impostato (fiscal compact), il rischio che nei prossimi anni chiudano o falliscano molte altre piccole imprese è concreto! Anzi , rischiamo che degli interi settori storici Italiani vadano a scomparire come già successo per alcune lavorazioni specializzate nel tessile (e questi artigiani non riaprono più).  E’ importante sottolineare che i settori spesso caratterizzano l’economia di un’intera zona, qui in Lombardia ad esempio abbiamo tanti distretti industriali e artigianali localizzati, ma in Italia ce ne sono tanti; una crisi quindi rischia di generare dei seri problemi di depressione, povertà e livello sociale in una determinata zona un tempo ricca ed attrattiva.

Tutto ciò non è accettabile e con gli interventi politico economici auspicati il mio augurio è che il prossimo autunno possa esserci veramente una svolta e finalmente una ripresa!

M5S: ‘Applausi Genova uno spartiacque, immagine plastica della svolta avvenuta il 4 marzo’

silenziefalsita.it 24.8.18

Quanto avvenuto rappresenta uno spartiacque. L’immagine plastica della svolta avvenuta il 4 marzo e del Governo del Cambiamento”.

Lo scrive il Movimento 5 Stelle in relazione agli applausi dei cittadini ai membri del governo ai funerali delle vittime della tragedia del crollo del ponte Morandi.

“Bene ha fatto Rocco Casalino, nel suo ruolo di portavoce del presidente del consiglio, – spiegano i 5Stelle in una nota pubblicata sul proprio blog ufficiale – segnalare a dei giornalisti un fatto così rilevante”.

Era un suo dovere farlo, – aggiungono – anche considerando che molti di quegli stessi giornalisti avevano chiesto di sapere se Di Maio e Conte sarebbero entrati da ingressi laterali, aspettandosi probabilmente una qualche protesta. Perchè molti di loro erano pronti a dedicare titoloni in prima pagina e aperture qualora ad essere fischiati fossero stati i membri del Governo. Da qui anche la legittima provocazione di Casalino: ‘Sono curioso di leggere i giornali domani’”.

“Il mainstream mediatico” prosegue la nota del M5S “ha provato a nascondere e minimizzare, oppure a mettere il silenziatore a quegli applausi e a quei fischi”.

“Quegli applausi” però – continuano i pentastellati – “non possono essere nascosti perchè rappresentano la speranza, e la rinnovata fiducia verso il futuro e verso le Istituzioni” ed è “un paradosso che chi è stato accusato di antipolitica faccia tornare nei cittadini la fiducia nella Politica”.

Quanto ai fischi levatisi ai funerali, il M5S osserva: “non erano indirizzati a Martina in quanto tale, ma al Pd e a tutto il sistema di potere, di interessi corporativi, di lobby che per anni hanno difeso e rappresentato all’interno delle Istituzioni. Quanto è avvenuto ha fatto crollare in un secondo il castello di sabbia costruito dal Pd e veicolato dalla stampa che addebitava al MoVimento 5 Stelle una responsabilità per il crollo del ponte Morandi che chiaramente il MoVimento non ha e non poteva avere”.

Ex ministri, senatori e amici. Così ha retto la rete Benetton. Da Cirino Pomicino fino a Mastrapasqua. Tutti hanno ancora ruoli nelle concessionarie

Stefano Sansonetti la notiziagiornale.it 24.8.18

Nel 1992, quando l’Iri venne trasformato in società per azioni, lui era ancora ministro del bilancio. Parliamo di quella stessa Iri che, qualche anno dopo, avrebbe inaugurato la cessione di Autostrade alla famiglia Benetton, oggi nel mirino per il crollo del Ponte Morandi sulla A10 e la sua pesantissima dote di 43 vittime. Ma ancora oggi, a 26 anni di distanza da quella trasformazione che fu la base per la grandi svendite di Stato, Paolo Cirino Pomicino è ancora inseritissimo nelle rete di potere della famiglia di Ponzano Veneto. Per dire, non tutti sanno che l’ex andreottiano di ferro attualmente è presidente della Tangenziale di Napoli, la concessionaria dell’omonima infrastruttura controllata al 100% da Atlantia, holding dei Benetton. Così come a molti sembra sfuggire che lo stesso Cirino Pomicino è tutt’ora vicepresidente di Autostrade Meridionali, altra concessionaria che per il 58,9% fa capo alla famiglia e che gestisce l’A3 Napoli-Pompei-Salerno. E che dire della Società italiana per il traforo del Monte Bianco? Partecipata da Autostrade (51%), Anas (32,12%), Regione Valle d’Aosta (10,6%), Cantone e Città di Ginevra (6,24%), è presieduta nientemeno che dal notaio astigiano Aldo Scarabosio, ex senatore di Forza Italia prima e Pdl poi.

Gli altri – Ma nel Cda della stessa società è stato riciclato anche Marco Bonamico, ex Ad della società pubblica Sogei, all’epoca nelle grazie dell’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti, e del suo ex consigliere politico, Marco Milanese. Tornando poi alle Autostrade Meridionali, può essere di interesse svelare che nel collegio sindacale siede Antonio Mastrapasqua, un tempo molto vicino a Gianni Letta, ex presidente dell’Inps e già collezionista di una serie impressionante di poltrone. E il medesimo Mastrapasqua è inserito anche nel collegio sindacale di un’altra concessionaria della galassia Benetton, ovvero quella Società Autostrada Tirrenica che gestisce la A12 Livorno-Civitavecchia e che fa capo per il 99% ad Atlantia. Si tratta soltanto di alcuni esempi. Ma osservare come vecchi arnesi della prima repubblica ed ex manager pubblici siano stati recuperati nelle varie società satellite, aiuta a capire perché negli ultimi 20 anni i Benetton abbiano agito indisturbati con l’avallo del mondo politico. Un rapporto fatto di “do ut des”, come quando l’allora Governo guidato da Silvio Berlusconi nel 2008 si oppose alle cessione di Alitalia ad Air France-Klm coinvolgendo nel capitale l’armata Brancaleone dei cosiddetti “cavalieri bianchi”. In particolare fu l’allora Ad di Intesa Sanpaolo, il futuro ministro Corrado Passera, a mettere su il piano Fenice che portò all’ingresso nella compagnia dei vari Benetton, Riva (quelli dell’Ilva), Marcegaglia, Gavio (altri signori delle concessioni autostradali) e così via. Tutta gente che faceva e fa affari anche, se non soprattutto, con lo Stato. Ecco perché Benetton & Co., negli anni, hanno avuto tanta voce in capitolo. Ma ora la storia potrebbe cambiare.

Savona lo ammette: speculazione possibile. E rilancia piano B: ce l’ha anche Merkel

24/08/2018 13:19 di Laura Naka Antonelli finanzaonline.com

Il ministro fa capire che probabilmente il dado è stato ormai tratto, sottolineando che il 4 marzo, giorno delle elezioni politiche che hanno portato al governo l’asse M5S-lega, “c’è stata …

Speculazione finanziaria sempre più realtà, sempre meno spettro: a credere a un attacco all’Italia è anche il ministro degli Affari europei Paolo Savona, pomo della discordia tra l’asse M5S-Lega e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Fu proprio l’ipotesi di Savona numero uno del dicastero dell’Economia a provocare la grave crisi istituzionale di fine maggio, quando fu a rischio la stessa formazione di un governo politico, dopo le elezioni del 4 marzo scorso. Troppo euroscettico, secondo molti, con quel suo piano B di uscita dall’euro, si diceva.

In realtà Savona, in un’intervista a La Stampa, rivendica ora il diritto di avere un piano B: “Il piano B lo hanno tutti gli Stati, anche la Germania, nonostante le smentite della Merkel. Perchè scandalizzarsi?”.

Detto questo, una cosa è averlo, “un’altra è pensare che serva uscire dall’euro – rassicura – Io non sono un folle”.

Ora la speculazione può colpirci, ammette il ministro:

“C’è la possibilità che si scateni una speculazione finanziaria – dice, intervistato dal giornalista Nicola Lillo – per colpa degli italiani o del governo? Non mi interessa, ma l’evento può accadere“.

L’attacco potrebbe essere sferrato nell’arco delle prossime settimane, quando l’esecutivo presenterà la manovra per il 2019: una manovra che potrebbe contenere misure molto costose, come flat tax e reddito di cittadinanza, e che potrebbe dunque far sussultare gli operatori dei mercati finanziari.

Per questo, Savona indica che “il governo si deve preparare e trovare una soluzione”. Per questo, aggiunge il ministro, “sono andato a parlare di questo con Mario Draghi e con altri, non con i russi (come sembrava in base a recenti indiscrezioni). Ora il ministro Tria è in Cina per discutere. Un governo serio cerca di parare questa eventualità”.

Ma Savona fa anche capire che probabilmente il dado è stato ormai tratto, sottolineando che il 4 marzo, giorno delle elezioni politiche che hanno portato al governo l’asse M5S-lega, “c’è stata una rivoluzione” e Bruxelles ne deve prendere atto.

Il ministro non ha inoltre certo accantonato del tutto il piano di investimenti da 50 miliardi che aveva proposto, al fine di portare la crescita del Pil italiano fino al 2%.

“Inizialmente parlavo in generale di investimenti, poi quando ho visto che per quelli pubblici ci sono difficoltà, mi sono informato con aziende con aziende come Eni e Terna” che, puntualizza la Stampa, avrebbero nei loro piani un totale di 34 miliardi di investimenti privati, che potrebbero spingere la crescita dal 2019, insieme agli investimenti pubblici, come spiegato lo scorso sabato a Il Sole 24 Ore.

Elliott, Kkr, Cerberus, Amber: ecco i piani dei fondi esteri in Italia

Franco Locatelli firstonline.info 24.8.18

Kkr vorrebbe acquistare la Magneti Marelli da Fca – Dopo la conquista della maggioranza di Tim e del Milan, il fondo Elliott fa tremare il mondo della finanza – Cerberus punta soprattutto sull’acquisto degli Npl delle banche ma tiene d’occhio Alitalia mentre Amber vuol dare battaglia nella Popolare di Sondrio

L’ultima notizia riguarda la Magneti Marelli e chiama in causa il fondo americano Kkr, quello che trent’anni fece scalpore con la più grande operazione di leverage buyout degli anni Ottanta conquistando Nabisco, il colosso di cookies e snack del New Jersey. Oggi molti investitori internazionali, per nulla convinti della politica economica del Governo Cinque Stelle-Lega, sono propensi ad abbandonare l’Italia o a ridurre la loro presenza. L’hanno già fatto nei mesi scorsi vendendo a piene mani i Btp e suscitando mille apprensioni nel ministro del Tesoro. Ma non è un processo a senso unico: per fondi che se ne vanno, altri continuano a tenere l’Italia e le sue imprese sotto tiro e ogni volta che si muovono i fondi attivisti, quelli che non puntano solo a investire in una società ma anche a ristrutturarla e cambiare governance, il mondo degli affari trema.

KKR

Malgrado Kkr sia considerato da tutta la comunità finanziaria un fondo molto aggressivo, la sua attenzione per Magneti Marelli, l’azienda di componentistica del gruppo Fca che già il compianto Sergio Marchionne pensava di mettere sul mercato, non è tra i casi che suscitano allarme. Anzi, il contrario: Kkr vuol comprare la Magneti attraverso la giapponese Calsonic Kansei e Fca è pronta a trattare ma sul tavolo di John Elkann ci sono anche altre alternative e, alla fine, tutto dipenderà dal prezzo.

ELLIOTT

Semmai qualche brivido, in questa torrida estate, hanno suscitato le voci che, malgrado le smentite, attribuiscono al fondo americano Elliott l’intenzione di entrare in Mediobanca con l’occhio alla sua preziosa partecipazione in Generali, soprattutto dopo che l’ad di Unicredit Jean-Pierre Mustier non ha sciolto le riserve sul rinnovo o sull’uscita del suo gruppo dal patto di sindacato di Piazzetta Cuccia.

Ma la determinazione di Elliott – che quest’anno ha lanciato in Europa ben 10 operazioni che valgono il 30% del mercato – s’è vista in primavera quando ha rapidamente scalzato Vivendi dalla guida di Tim e ha cambiato la maggioranza del colosso telefonico, salvo ridurre la sua partecipazione con un complesso sistema di call e put, del quale la stabilità di Tim continua a farne le spese, con perdite non irrilevanti dei piccoli soci. E non c’è da meravigliarsi che il nuovo tonfo di ieri in Borsa di Tim sia da mettere in relazione ai continui movimenti che investono il suo capitale e anche alle indiscrezioni che spingerebbero Elliott alla resa dei conti con l’ad Amos Genish per sostituirlo con Luigi Gubitosi, che è già nel cda della compagnia telefonica.

Ma, dopo il successo in Tim, Elliott – che non ha smentito le voci circolate sul mercato a luglio di uno suo presunto interesse anche per il colosso britannico delle tlc, Vodafone – s’è fatto conoscere dal grande pubblico italiano quando, nelle scorse settimane, ha preso in mano le redini del Milan, subentrando allo squattrinato e inaffidabile cinese Li, che ha perso un sacco di soldi, e portando alla presidenza del club calcistico una vecchia volpe come Paolo Scaroni, già ad di Enel prima e di Eni poi.

CERBERUS

Più tranquillo ma non per questo meno dinamico è invece l’orizzonte del fondo americano Cerberus, nel quale da qualche mese è entrato con un importante ruolo di senior advisor per l’Europa l’ex direttore generale di Unicredit, Roberto Nicastro. In una recente intervista al Sole 24 Ore, Nicastro ha confermato che l’attenzione principale di Cerberus va al mercato degli Npl, di cui il fondo è il maggior acquirente in Europa, ma anche alle banche (specie in vista di un loro ulteriore consolidamento anche in Italia) e perfino alle compagnie aeree. Ci sarà un ritorno di fiamma per Alitalia per la quale Cerberus è già stato in cordata con Air France e Easyjet? “Cerberus – ha dichiarato Nicastro – ha al suo attivo la ristrutturazione di Air Canada, che poi è stata rivenduta e quindi conosce bene il settore. Su Alitalia valuteremo assieme al consorzio quando ci sarà chiarezza sulla nuova procedura”.

AMBER

Una presenza attiva in Italia è anche quella del fondo Amber, fondato dal finanziere franco-armeno Joseph Ourghourlian, che dopo la battaglia in Parmalat e in Ei Towers, oggi concentra le sue mire sulla Banca Popolare di Sondrio, dove ha una quota del 5% e dove spera di giocare un ruolo meno marginale in occasione della trasformazione in spa.

Per i fondi attivisti e per la finanza italiana si annuncia dunque un autunno caldo  e presto se ne vedranno delle belle.

L’impero suicida

come don Chisciotte.org. 24.8.18

DMITRY ORLOV

cluborlov.blogspot.com

Ci sono un sacco di comportamenti, esibiti dalle persone che gestiscono le leve del potere negli Stati Uniti, che sembrano strani e disomogenei. Vediamo Trump, che impone sanzioni a carico di una nazione dopo l’altra, sognando di eliminare il deficit commerciale strutturale che il suo paese ha con il resto del mondo. Vediamo che praticamente tutti i congressisti americani fano a gara nel tentativo di imporre alla Russia le sanzioni più dure possibili. La gente in Turchia, un paese di importanza fondamentale per la NATO, sta letteralmente bruciando dollari americani e spaccando iPhones per ripicca. Di fronte ai nuovi sistemi d’arma russi e cinesi, in grado di neutralizzare quasi completamente il loro predominio militare mondiale, gli Stati Uniti toccano nuovi record nelle già oltraggiosamente gonfiate e palesemente inefficaci spese per la difesa. Sullo sfondo di questa frenetica mangeria negli appalti delle spese militari, in Afghanistan, i Talebani avanzano a passo lento ma sicuro ed ora controllano circa la metà del territorio e sono pronti a mettere il timbro “non valido” (una ripetizione di quanto già successo in Vietnam) sulla più lunga guerra americana. Sempre più nazioni si preparano ad ignorare o ad aggirare le sanzioni degli Stati Uniti, specialmente quelle contro le esportazioni petrolifere iraniane. Volendo dare un segnale ben preciso, il Ministro delle Finanze della Russia ha di recente definito il dollaro americano “inaffidabile.” Intanto il debito statunitense continua a galoppare verso l’alto, e il maggior compratore dei suoi titoli è un’entità (che potrebbe anche non esistere) misteriosamente chiamata “Altro.

Anche se queste sembrano manifestazioni di tendenze globali diverse fra loro, credo che si possa tranquillamente affermare che si tratta di una cosa sola: gli Stati Uniti (l’imperatore del mondo) sono sul cornicione e minacciano di buttarsi giù, mentre i vassalli dell’impero (troppi per menzionarli tutti) sono di sotto e gridano “Per favore, non saltare!” C’è da dire che molti di loro sarebbero perfettamente felici di vedere il loro imperatore saltare giù e spiaccicarsi sul marciapiede. Ma proprio qui c’è il nocciolo della questione: se questo dovesse succedere oggi, causerebbe in tutto il mondo una serie di danni collaterali politici ed economici assolutamente inaccettabili. Questo significa che gli Stati Uniti sono indispensabili? No di certo, nessuno lo è. Fare a meno di loro costerebbe però tempo ed energia e così, mentre questo processo segue il suo corso, il resto del mondo è obbligato a tenerli in vita artificialmente, a prescindere da quanto controproducente, stupido e umiliante tutto questo possa sembrare.

Quello che il mondo deve fare, e deve farlo il prima possibile, è smantellare il centro dell’impero che, politicamente, si trova a Washington e, finanziariamente, a New York e a Londra, mentre, allo stesso tempo, deve cercare di salvare il concetto stesso di impero. “Che cosa?!” potreste esclamare, “Non è l’imperialismo il male assoluto?” Beh, certo che lo è, in ogni caso, ma gli imperi rendono possibili produzioni specialistiche ed efficienti e traffici commerciali veloci e privi di ostacoli sulle lunghe distanze. Gli imperi commettono ogni genere di porcherie (fino al genocidio) ma garantiscono anche parità di condizioni per tutti e un metodo per impedire che i piccoli screzi si tramutino in conflitti tribali.

L’Impero Romano, poi l’Impero Bizantino, poi l’Orda d’Oro Tartara/Mongola, poi la Sublime Porta Ottomana, tutti quanti avevano fornito questi due servizi essenziali, libero commercio e sicurezza, in cambio di un po’ di rapine e saccheggi e di qualche memorabile caso di genocidio. L’Impero Tartaro/Mongolo era di gran lunga il più efficiente: chiedeva semplicemente lo “yarlyk”, un tributo, e schiacciava chiunque cercasse di sollevarsi oltre il livello in cui era facile schiacciarlo. L’Impero Americano è un po’ più sofisticato: usa il dollaro come arma per espropriare periodicamente i risparmi del mondo, esportando inflazione e distruggendo chiunque cerchi di sottrarsi al sistema del dollaro americano.

Tutti gli imperi seguono una certa traiettoria. Col tempo diventano corrotti, decadenti e deboli e alla fine collassano. Quando lo fanno, possono farlo in due modi. Uno è quello di sgobbarsi un periodo di decadenza lungo mille anni, come è successo all’Europa Occidentale dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Un altro è quello di essere rilevati da un altro impero o da diversi imperi alleati fra loro, come è successo dopo il crollo dell’Impero Ottomano. Potreste pensare che esista una terza via: piccole nazioni che cooperano in pace e collaborano con successo nel progettare infrastrutture internazionali che servano per il bene comune. Uno schema del genere potrebbe anche essere possibile, ma io tendo ad avere una visione cinica della nostra natura scimmiesca.

Noi arriviamo equipaggiati con un Cervello Scimmia 2.0, che ingloba alcuni programmi assai utili all’imperialismo, insieme ad alcune funzioni ausiliarie per il nazionalismo e le religioni organizzate. Su queste funzioni possiamo fare affidamento; tutto il resto non sarebbe altro che la ripetizione di un esperimento fallito o un’innovazione non testata. Certo, dobbiamo essere innovativi, ma le novità consumano tempo e risorse, e queste sono proprio le due cose di cui attualmente siamo sprovvisti. Quello che abbiamo costantemente in abbondanza sono i rivoluzionari: se dovessero comandare loro, ricordatevi del Regime del Terrore, seguito dall’ascesa di Bonaparte. Questo è ciò che succede tutte le volte.

Se pensate che gli Stati Uniti non siano un impero (uno che sta collassando) considerate ciò che segue. Il bilancio degli Stati Uniti per la difesa è maggiore della somma di quelli delle altre dieci nazioni che li seguono in ordine di grandezza, nonostante questo, gli USA non riescono neanche a sconfiggere il militarmente insignificante Afghanistan. (Questo perché una buona parte del budget della difesa viene semplicemente rubato). Gli Stati Uniti hanno qualcosa come mille basi militari, praticamente stanno presidiando tutto il pianeta, ma senza risultati visibili. Dicono di dominare il mondo intero: dovunque andate dovete pagare le imposte sul reddito americane e siete comunque sottoposti alle leggi americane. Controllano e manipolano governi in moltissime nazioni in tutto il mondo, sempre con lo scopo di tramutarle in satrapie governate direttamente dall’ambasciata americana, ma con risultati che vanno dall’infruttuoso, all’imbarazzante, al letale. Ora non riescono praticamente a fare più nulla di tutto ciò, minacciando l’intero pianeta con la loro prematura dipartita.

Quello che stiamo osservando, a tutti i livelli, è una sorta di ricatto: “Fate come vi diciamo, altrimenti niente più impero per voi!” Il dollaro americano svanirà, il commercio internazionale si fermerà, costringendo tutti a sgobbare nel fango per un millennio, impantanati in futili e interminabili conflitti con le tribù vicine. Nessuno dei vecchi metodi per il mantenimento del dominio imperiale sta funzionando; tutto quello che rimane è la minaccia di crollare e lasciare al resto del mondo un gran casino da rimettere a posto. Il resto del mondo ora ha il compito di creare in fretta una situazione in cui sia possibile assestare il colpo di grazia agli Stati Uniti in sicurezza, senza causare danni collaterali, e questo è un compito immane, per cui tutti devono cercare di guadagnare tempo.

Si parla molto di capacità militari e ci sono di continuo provocazioni politiche, ma queste sono attrazioni che diventano sempre di più dei lussi insostenibili: con questi metodi c’è molto da perdere e nulla da vincere. In pratica, tutto si riduce ad una questione di soldi. Ce n’è un sacco da perdere. L’avanzo commerciale totale dei paesi BRICS nei confronti dell’Occidente (in pratica, USA + UE) è più di un trilione di dollari l’anno. Lo SCO (un altro gruppo di nazioni non-occidentali) viaggia più o meno sulle stesse cifre. Questo è l’ammontare delle merci prodotte da questi paesi, merci per cui queste nazioni non dispongono di un mercato interno. Se l’Occidente dovesse scomparire da un giorno all’altro, nessuno comprerebbe più questi prodotti. La Russia, da sola, nel 2017 ha avuto un avanzo commerciale di 116 miliardi di dollari che nel 2018, fino ad ora, è cresciuto del 28,5%. La Cina, nel commercio con gli Stati Uniti, ha generato un avanzo di 275 miliardi di dollari. Aggiungeteci altri 16 miliardi di dollari per gli scambi commerciali con l’Europa.

Questi sono numeri grossi, ma non sono neanche lontanamente sufficienti se il progetto è quello di costruire in modo tempestivo un impero mondiale, chiavi in mano, che sostituisca gli USA+EU. Inoltre non ci sono volontari. La Russia è più che felice di essersi liberata delle sue appendici ex-sovietiche e, attualmente, sta investendo nella costruzione di un sistema di governance internazionale multilaterale, basato su istituzioni internazionali come lo SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), i BRICS e l’EAEU (Unione economica eurasiatica). Molte altre nazione sono assai interessate ad entrare a far parte di queste organizzazioni: recentemente, la Turchia ha espresso il suo interesse nel voler trasformare i BRICS in BRICTS. In pratica, tutte le nazioni post-coloniali del mondo sono state costrette a barattare un po’ della loro indipendenza di recente acquisizione, proprio ad un passo dalla vittoria. E’ improbabile che il posto vacante di Supremo Dominatore del Mondo possa interessare dei candidati adatti allo scopo.

Quello che sembrano volere tutti è un semplice, economico, cooperativo impero mondiale, senza tutta questa corruzione e con molto meno militarismo letale. Per costruirlo ci vorrà tempo e le risorse per farlo potranno venire da una parte sola: dal dissanguamento graduale di USA+EU. Per fare ciò, è necessario che la ruota del commercio internazionale continui a girare. Ma questo è proprio ciò che tutti i nuovi dazi, le sanzioni, il tintinnar di spade e le provocazioni politiche stanno cercando di prevenire: una nave carica di soia sta navigando in circolo nel Pacifico, al largo della costa cinese; putrelle d’acciao arrugginiscono sui moli in Turchia…

Ma è improbabile che questi tentativi possano avere successo. L’EU è stata troppo lenta nel riconoscere quanto dannosa sia ormai diventata la sua dipendenza da Washington, e le occorrerà ancora più tempo per trovare il modo di liberarsi, ma è evidente che il processo è iniziato. Da parte sua, Washington ha finito i soldi e siccome tutte queste pagliacciate tenderenno a far mancare il denaro ancora più rapidamente di quanto sarebbe accaduto senza di esse, quelli in procinto di perdere di più faranno di tutto per far soffrire anche i Washingtoniani e imporranno un cambio di rotta. Come risultato, alla fine tutti spingeranno nella stessa direzione: verso un lento, regolare e controllabile collasso imperiale. Tutto quello che possiamo sperare è che il resto del mondo riesca ad unirsi e a costruire almeno l’impalcatura di un rimpiazzo imperiale funzionante, per evitare di cadere in un nuovo medioevo post-imperiale.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com

Link: http://cluborlov.blogspot.com/2018/08/the-suicidal-empire.html

21.08.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Benetton: la faccia avida della moda. Il caso Patagonia

Fabio Lugano scenarieconomici.it 24.8.18

 

Cari amici,

se pensate che in qualche modo sia possibile una trattativa con Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton, che possa portare ad una soluzione in qualche modo concordata della tragedia del Ponte Morandi, mi dispace , ma penso  che siate in un grosso errore.

Per spiegarvi le motivazioni del mio personale pensiero devo aggiornavi su quanto sta accadendo dall’altra parte del mondo: in Patagonia. Negli anni 90 la famiglia Benetton acquista, con la holding Edizioni,  per  50 milioni di dollari la CTSA, che possiede 900 mila ettari di terreno, quasi tutti in Patagonia. Questa terre sono le terre ancestrali della gente Mapuche che le abita ad origine e che se era viste strappare nell’ottocento con un atto di donazione del governo argentino a dieci famiglie inglesi successivamente definito di dubbia validità. Menem quando vendette  quelle terre ne scacciò gli abitanti, i Mapuche , obbligandoli o a vivere in aree marginali ed improduttive oppure a trasferirzi forzatamente in città.

Nel 2007 una parte della comunità ha deciso di iniziare a recuperare almeno una parte dell’enorme territorio portato via dai neo conquistadores, e nel 2014 la INAI, l’agenzia per i diritti delle popolazioni indigene, ha riconosciuto i loro diritti su parte delle terre, tanto che nel 2015 si era prodotto un lento movimento per la “Recuperacion” , cioè per ristabilirsi nelle terre dei Benetton.

Naturalmente la cosa non poteva finire bene. Nel 2017 un attivista dei diritti degli indigeni, Santiago Maldonado, scompare e viene trovato dopo 78 giorno cadavere. Nel 2018 uomini della polizia e dipendenti dei Benetton , tutti armati , attaccano un insediamento dei Mapuche, sparando proiettili di piombo e di gomma, distruggono le povere abitazioni degli indios, catturano diverse persone che poi vengono picchiate in prigione e li cacciano tutti fuori, stabilendo addirittura, in modo arbitrario , un’area di 4 km di sicurezza attorno ai confini della tenuta, il tutto in barba alle decisioni della INAI.

Seriamente, pensate che i Benetton avranno qualche scrupolo nelle trattative per il Ponte Morandi ?

Alcuni link:

https://www.opendemocracy.net/democraciaabierta/saskia-fischer/mapuche-vs-benetton-un-settling-land

https://www.telesurtv.net/english/news/Argentina-Marches-For-Disappeared-Activist-Santiago-Maldonado-20180731-0021.html

https://www.telesurtv.net/english/news/Argentina-Police-Benetton-Workers-Attack-Mapuche-Community-20180504-0001.html

 

Alcune documentazioni video :

 

Ed ora un video in cui parlano anche i rappresentanti Benetton:

I Benetton sono ben a conoscenza del problema, comprati ad un prezzo assolutamente irrisorio (50 milioni), dove sono allevate pecore, 300 mila, che forniscono la lana per i vostri maglioni Benetton. La famiglia afferma che sarebbe disponibile a donare parte della terra ai Mapuche, ma la famiglia “Non ritiene di essere parte della soluzione”…….. Se non sai parte della soluzione, sei parte del problema…..

 

Si avvicina la bufera dei mercati. Tagliate le stime sulla crescita. Moody’s prepara la solita arma di ricatto dello spread. Più dura per il Governo accordarsi con la Ue e i mercati

24 agosto 2018 di Gaetano Pedulla’ la notizia giornale.it

Un temporale dietro l’altro ed ecco che arriva la tempesta. Ieri, l’attesa bufera dei mercati sull’Italia ha fatto un passo avanti con la decisione dell’Agenzia di rating Moody’s di abbassare drasticamente le previsioni sulla crescita economica per quest’anno. Il Pil, cioè la ricchezza complessiva prodotta dal Paese, non sarà più dell’1,5% maggiore del 2017, ma solo dell’1,2%. Per chi non mastica di questi numeri può sembrare una minuscola limatura, ma invece si tratta di molti miliardi di euro e soprattutto di recuperarne il mancato gettito fiscale con nuove tasse e misure recessive. Ora, chi sostiene la sovranità del nostro Stato anche rispetto alla dittatura della grande finanza, continuerà a far finta di niente, contando sulle spalle larghe di un Governo che ha già fatto abbondantemente capire a Bruxelles e alle Borse di volersi avvalere di una più ampia flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio fissati dall’Unione europea. Ma le spalle larghe e l’orgoglioso spirito di rivalsa nazionale di M5S e Lega devono fare i conti con un mostro.

Si tratta del mostro fatto da duemila miliardi di euro di debito pubblico e la necessità di rifinanziare continuamente questo gigante che ci divora. Gli ultimi dati in tal senso non sono affatto buoni. Le grandi istituzioni finanziarie che acquistano alle aste del Tesoro i nostri Bot hanno messo il freno sull’Italia, e quando da dicembre non ci sarà più la Banca centrale di Francoforte a comprarne un po’ saremo completamente in balia degli umori (e del ricatto) di chi può legittimamente decidere di non investire più su di noi. Una decisione nemmeno tanto deprecabile se pensiamo che sempre Moody’s prevede una crescita in rallentamento pure nel 2019, in linea con le stime di altri primari istituti di ricerca. Così hanno fatto per esempio il Fondo monetario internazionale e la Commissione europea – due dei pilastri di quella Troika che ha salvato la Grecia, a costo però di depredarla di tutto – ma anche le agenzie di rating Fitch e Standard & Poor’s. Queste previsioni non sono così importanti quanto l’assegnazione del rating sovrano, cioè l’indice di sicurezza sulla solvibilità di una nazione che emette titoli di debito, ma non lasciano molto sperare in un giudizio positivo a settembre, quando il ministro Giovanni Tria presenterà la nota di aggiornamento al Def (il Documento di programmazione economica), e a quel punto potrebbe arrivare il temutissimo downgrade dell’Italia, cioè un allarme di maggiore pericolo sui nostri Bot, che farà ulteriormente scappare gli investitori.

Sacrifici inutili – Siamo insomma nella classica spirale dell’economia capitalistica, dove chi sta più in difficoltà non è affossato ancora di più, nella logica cinica dei mercati. Per mettere un argine a tutto questo l’Italia era entrata con enormi sacrifici nell’euro, ha ceduto la sovranità monetaria alla Bce, si è sottoposta a regolari salassi fiscali. Scelte che sono servite a poco, tanto che adesso siamo nella situazione che vediamo. Certo – e qui è doveroso fare una precisazione – se la Banca centrale guidata da Mario Draghi non avesse piegato le resistenze di Berlino e fatto partire dal 2015 il massiccio piano di acquisto dei nostri Buoni del Tesoro, l’Italia sarebbe già saltata da un pezzo. Il guaio è che negli scorsi tre anni non abbiamo saputo approfittare di questa situazione eccezionale, e ora che il paracadute si chiude siamo persino più deboli di prima, in quanto i Paesi nostri competitor commerciali hanno sfruttato l’occasione, hanno fatto le riforme necessarie e si sono persino rafforzati rispetto a noi. Per questi motivi, e principalmente per la micidiale eredità lasciata dai governi precedenti, l’Esecutivo di Giuseppe Conte dovrà trovare un equilibrio difficile con l’Eurogruppo e la Commissione Ue. Senza piegare la testa, ma sapendo che lì ci faranno pagare tutto, dagli immigrati alla denuncia dei soprusi della Merkel e Macron.

Trump in soccorso dell’Italia, Usa pronti ad acquistare Btp dopo fine QE?

24/08/2018 10:25 di Titta Ferraro finanzaonline.com

Trump pronto a tendere la mano all’Italia. Mentre il ministro Tria si prepara per la missione in Cina nell’intento di allargare la platea di finanziatori del debito pubblico italiano, spunta l’ipotesi di un sostegno concreto da parte degli Stati Uniti all’Italia per il finanziamento del debito pubblico nel corso del 2019 quando il Tesoro dovrà collocare sul mercato titoli di Stato per circa 400 miliardi di euro, di cui 260 miliardi a media-lunga scadenza. L’Italia vuole calmierare le tensioni sui Btp cercando il sostegno di finanziatori che possano sostituire la Bce una volta che il QE si concluderà (probabilmente fine 2018)

Il presidente Donald Trump, stando a quanto riportato dal Corriere della Sera, avrebbe detto al primo ministro italiano Giuseppe Conte che gli Stati Uniti sono disposti ad aiutare il paese acquistando obbligazioni governative l’anno prossimo. L’offerta sarebbe pervenuta a margine dell’incontro con Trump alla Casa Bianca circa tre settimane fa ma Conte non ha spiegato esattamente in cosa consiste l’offerta di aiuto da parte di Trump e se effettivamente c’è la possibilità che si concretizzi.

Nell’incontro bilaterale del 30 luglio ufficialmente Trump e Conte hanno discusso di Libia, Afghanistan e gasdotto Tap, anche se Conte poi ha postato su Facebook un video in cui Trump invita a investire in Italia.

La preoccupazione che i piani di spesa e fiscali dell’Italia amplieranno il deficit di bilancio ha riportato nelle ultime settimane lo spread Btp-Bund a ridosso dei picchi toccati il 29 maggio. Il vice premier Salvini ha più volte paventato la possibilità che si sfori il 3% di deficit e il mercato non ha dato eccessivamente peso a quanto emerso dal un summit telefonico tra i vertici del governo Conte prima di ferragosto, con la conferma dell’impegno a far diminuire il livello del debito.

Oggi lo spread si muove poco in area 275 pb e rendimento del decennale al 3,1%. “Qualche giorno fa è apparsa notizia dell’audizione di Savona su possibile sostegno della Russia, ora questa di Trump. Sono notizie che non muovono i mercati perché sono solo parole e c’è poco di concreto”, asserisce Filippo Diodovich, strategist di IG.

L’umore dei mercati dipenderà quasi esclusivamente nelle prossime settimane da come si muoverà il governo sul fronte conti pubblici. “Se Di Maio e Salvini cercheranno di mantenere le loro promesse di campagna che comprendono (tra le altre cose) sgravi fiscali, l’introduzione di redditi di base e l’eliminazione degli aumenti dell’IVA, potrebbe verificarsi una violazione degli orientamenti comunitari in materia di disavanzo del 3%. Tuttavia, non crediamo che questo possa accadere”, argomenta Mondher Bettaieb, Head of Fixed Income di Vontobel AM, aggiungendo: “Vi sono diversi fattori che ci stanno guidando verso una soluzione alla crisi e potremmo già essere all’apice di un ritorno della fiducia degli investitori”.

Unicredit, nuove voci su fusione con SocGen

SN finanzareport. It 24.8.18

Per l’operazione, finora sempre smentita, Unicredit sarebbe affiancata da Daniel Bouton, senior advisor di Rothschild ed ex presidente della banca francese

Emergono nuovi rumors su una possibile aggregazione tra Unicredit e Société Générale, allungando così ulteriormente la lista delle indiscrezioni che sono state però finora puntualmente smentite. Le ultime solo pochi mesi fa.

A riportare in auge il dossier è un articolo stamani su Mf-Milano Finanza, secondo cui Unicredit sarebbe affiancata da Daniel Bouton, senior advisor di Rothschild ed ex presidente di SocGen, in qualità di consulente per l’operazione di fusione con la banca francese.

L’ipotesi completa gli intrecci di cui si parla da anni, che vedono l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier provenire dai piani alti di Socgen, mentre l’attuale presidente dell’istituto di credito transalpino è l’italiano Lorenzo Bini Smaghi, il quale solo nello scorso maggio aveva ipotizzato un consolidamento transfrontaliero lungo “l’asse Italia-Francia”.

Sul tema è ritornato recentemente anche il financial Times, anche se gli analisti hanno concluso che i tempi non sono maturi per una serie di ragioni, a partire dalle limitate sinergie possibili nel caso di fusioni cross-border.

Il titolo Unicredit comunque è fra i migliori bancari del listino principale e alle ore 11,28 segna +0,72% a 13,22 euro contro il +0,49% del Ftse Mib, mentre il Ftse Italia Banche segna +0,38%.

Jefferies, Unicredit meglio di Intesa Sanpaolo

di Francesca Gerosa

milano Finanza.it 24.8.18

Aspettando un’assoluzione”. Così Jefferies intitola un report di oggi sulle banche italiane, in cui ha tagliato il target price di Intesa Sanpaolo (-0,30% a 2,1935 euro al momento in borsa) da 2,85 a 2,50 euro, ribadendo il rating hold, e quello di Unicredit (+1,13% a 13,274 euro) da 20 a 18,40 euro, confermando il giudizio buy. La revisione dei target price riflette un ritocco al ribasso delle stime, del 4% in media per entrambe le banche, a causa di commissioni più basse nel caso di Intesa Sanpaolo e dell’effetto Turchia nel caso di Unicredit.

“Riteniamo che il caso di investimento bottom-up nel caso di Unicredit rimanga intatto, ma con i problemi top-down che dominano ci sono ostacoli nel breve termine da superare”, spiegano gli analisti di Jefferies per i quali, comunque, il downside legato al deprezzamento della lira turca è già scontato nel prezzo di Unicredit (la capitalizzazione di mercato si è ridotta di 2,5 miliardi di euro dal 6 agosto), mentre una chiarezza sulla Legge di Bilancio entro la fine di settembre potrebbe essere un fattore catalizzatore positivo. “Manteniamo su Intesa Sanpaolo il rating hold per il profilo rischio/rendimento meno interessante”, sostengono alla banca d’affari.

Un accenno anche ai rendimenti dei titoli di Stato italiani ritornati verso i recenti massimi, il che implica ulteriori venti contrari sui coefficienti patrimoniali delle banche nel trimestre fino a oggi: circa 15-20bp nel caso di Intesa Sanpaolo e Unicredit, secondo i calcoli di Jefferies. “Il nostro lavoro sulla sostenibilità del debito sovrano ha evidenziato la portata fiscale limitata con cui l’Italia può agire, ma siamo arrivati anche alla conclusione che la Legge di Bilancio 2019 potrebbe avere implicazioni di spesa meno radicali di quanto temuto. Questo agirà come un catalizzatore positivo”.

Quanto ai risultati del secondo trimestre 2018 hanno confermato, a detta degli analisti di Jefferies, che Unicredit è in una posizione migliore rispetto a molti competitor grazie al piano di ristrutturazione avviato con la guidance su costi e accantonamenti migliorata. A 0,6 volte il multiplo P/TNAV 2018 con un Rote (rendimento del patrimonio netto tangibile) al 2020 dell’8,4% Jefferies continua a vedere il titolo Unicredit fondamentalmente sottovalutato.