Matteo Salvini indagato formalmente sulla situazione delle navi migranti

theguardian.com 25.8.18 Lorenzo Tondo

Il deputato italiano PM permette ai migranti sull’Ubaldo Diciotti di sbarcare, dopo essere stato posto sotto inchiesta sulla loro detenzione

Il vice primo ministro italiano ha ceduto il passo al destino di oltre 100 rifugiati e migranti costretti con la forza su una nave di salvataggio ancorata, dopo essere stati formalmente sottoposti a indagini per possibili detenzioni illegali e rapimenti.

L’Ubaldo Diciotti è attraccato da lunedì al porto siciliano di Catania, inizialmente con 177 migranti a bordo. Matteo Salvini, che è anche ministro degli interni del paese, aveva detto che nessuno avrebbe potuto lasciare la barca fino a quando non avesse ricevuto garanzie che altre nazioni europee avrebbero preso la maggior parte di loro.

Dopo l’annuncio di sabato sera dell’inchiesta formale, Salvini ha finalmente dato il permesso ai rimanenti 134 migranti a bordo dei Diciotti di sbarcare. Il governo italiano ha annunciato che l’Albania ne prenderà in 20, mentre l’Irlanda prenderà 25 migranti. La chiesa italiana ha detto che avrebbe preso il resto per “porre fine a questa situazione drammatica e sofferenza”, ha detto un portavoce della Conferenza episcopale d’Italia.

Qualche giorno dopo lo stallo, Salvini aveva permesso a un gruppo di 27 bambini che viaggiavano da soli di sbarcare, e sabato i medici hanno identificato 16 persone bisognose di cure mediche immediate, alle quali è stato anche permesso di lasciare la nave. Due di loro hanno avuto possibili sintomi di tubercolosi.

Tuttavia, ciò ha lasciato 134 persone a bordo della nave, che è lunga meno di 100 metri. I pubblici ministeri hanno annunciato sabato sera che stavano indagando su Salvini, un populista di estrema destra, per aver tenuto in ostaggio tutti i 177.

L’Italia sembrava essere in violazione della Convenzione europea sui diritti umani, secondo la quale qualsiasi richiedente asilo detenuto per più di 48 ore dovrebbe essere rilasciato e avere l’opportunità di presentare domanda per lo status di rifugiato.

Un’inchiesta sulla detenzione dei passeggeri sulla nave è stata lanciata mercoledì, da Luigi Patronaggio, procuratore capo di Agrigento, che ha visitato la nave e interrogato i suoi passeggeri. I magistrati si sono recati a Roma il venerdì per interrogare Salvini, i membri del suo staff e almeno due alti funzionari nel ministero dell’interno.

I pubblici ministeri hanno lentamente lavorato verso i più alti livelli della struttura di comando del ministro. All’inizio, il magistrato non ha escluso di mettere in discussione lo stesso Salvini, ma dopo le interviste con il suo staff, i pubblici ministeri hanno deciso che non era necessario, hanno riferito fonti al Guardian.

Ho sentito i pubblici ministeri chiedere i miei dettagli. Ecco qui. Sono nato a Milano, il 9 marzo 1973, a Milano. Sono pronto e orgoglioso di essere arrestato perché sto combattendo per difendere il confine italiano “, ha scritto Salvini su Facebook quando è emersa la notizia dell’inchiesta.

La crisi di Diciotti è iniziata il 15 agosto, quando la nave ha salvato 190 persone da una barca sovraffollata al largo dell’isola italiana di Lampedusa. Tredici sono stati evacuati per cure mediche di emergenza, e dopo che la barca è stata respinta dalle autorità maltesi, è stato autorizzato ad attraccare in Sicilia. Tuttavia, Salvini disse che non avrebbe permesso a quelli a bordo di sbarcare fino a quando non fu assicurato che tutti “sarebbero andati altrove”.

Ho sentito i pubblici ministeri chiedere i miei dettagli. Ecco qui. Sono nato a Milano, il 9 marzo 1973, a Milano. Sono pronto e orgoglioso di essere arrestato perché sto combattendo per difendere il confine italiano “, ha scritto Salvini su Facebook quando è emersa la notizia dell’inchiesta.

La crisi di Diciotti è iniziata il 15 agosto, quando la nave ha salvato 190 persone da una barca sovraffollata al largo dell’isola italiana di Lampedusa. Tredici sono stati evacuati per cure mediche di emergenza, e dopo che la barca è stata respinta dalle autorità maltesi, è stato autorizzato ad attraccare in Sicilia. Tuttavia, Salvini disse che non avrebbe permesso a quelli a bordo di sbarcare fino a quando non fu assicurato che tutti “sarebbero andati altrove”.

Diciotti, cosa rischia penalmente Salvini

tipi.it 25.8.18

Nonostante sia un ministro, Salvini risponde comunque di fronte alla giustizia per eventuali reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Ma solo ad alcune condizioni

Sul caso della nave Diciotti, bloccata da giorni al porto di Catania senza che i quasi 150 migranti a bordo possano sbarcare, tre procure siciliane hanno aperto delle indagini. salvini dic

Oltre al procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che mercoledì 22 agosto è salito a bordo della Diciotti per un’ispezione, stanno indagando anche le procure di Catania e di Palermo.

Sabato 25 agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato formalmente indagato dai procuratori di Agrigento per l’inchiesta sui migranti bloccati da giorni a bordo della Nave Diciotti.

L’indagine sul caso Diciotti (qui tutte le ultime news) non è così più a carico di ignoti, ma al contrario esplicitamente contro Salvini. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, e il sostituto Salvatore Vella, invieranno ora il fascicolo al tribunale dei ministri di Palermo.

Le ipotesi di reato per cui Salvini è stato indagato sono: sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Tra gli indagati c’è anche il capo di gabinetto del ministro.

La procura di Catania ha aperto un fascicolo di ‘atti relativi’: accertamenti preliminari per vedere se siano ipotizzabili reati e che potrebbero poi portare alla apertura di un’inchiesta vera e propria.

Invece la dda di Palermo ha aperto un fascicolo per associazione a delinquere “finalizzata al traffico di migranti” e associazione a delinquere “finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Infine, le ipotesi di reato che, secondo quanto dichiarato da Patronaggio, sta valutando la procura di Agrigento, sono: trattenimento illecito, arresto illegale e sequestro di persona.

Il trasbordo dei migranti dalle motovedette della Guardia costiera alla Diciotti è avvenuto vicino Lampedusa e questi reati sono sottoposti a “continuità territoriale”, per cui la competenza spetterebbe alla procura di Agrigento.

L’indagine, attualmente, è contro ignoti. Ma se si dovrà risalire a chi ha dato l’ordine di vietare lo sbarco dalla nave, si arriverà probabilmente al Viminale e a Matteo Salvini.

Il ministro stesso si è apertamente assunto la responsabilità della scelta, dicendo: “Perché aprire un’inchiesta contro ignoti? Io mi autodenuncio, sono qua, sono ministro dell’Interno e ritengo mio dovere difendere la sicurezza e i confini del nostro paese”.

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Matteo Salvini

Mercoledì

Pare che per la nave Diciotti, ferma nel porto di Catania, la Procura stia indagando “ignoti” per “trattenimento illecito” e sequestro di persona.

Nessun ignoto, INDAGATE ME!

Sono io che non voglio che altri CLANDESTINI (questo sono nella maggioranza dei casi) sbarchino in Italia.

Se mi arrestano, mi venite a trovare Amici?😁

#arrestatemi

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Ma quali conseguenze penali rischia il ministro Salvini?

Nonostante sia un ministro, Salvini risponde comunque di fronte alla giustizia per eventuali reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Ma solo ad alcune condizioni.

L’articolo 96 della Costituzione stabilisce infatti che: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.

Secondo le due leggi che disciplinano la materia (la legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1 e la legge n. 219 del 1989) un’eventuale indagine sull’operato del ministro dell’Interno diventerebbe subito di competenza del “Tribunale dei ministri”.

Questa espressione non è citata dalla Costituzione o dalla legge, ma che è usata comunemente per indicare quella composizione particolare del tribunale ordinario che è competente per i cosidetti “reati ministeriali”.

Tribunale dei ministri

Il Tribunale dei ministri non è una corte speciale, ma una sezione specializzata del tribunale ordinario.

È competente per i reati commessi dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri nell’esercizio delle loro funzioni, i cosiddetti “reati ministeriali”.

Il Tribunale dei ministri è costituito presso il tribunale del capoluogo del distretto di corte d’appello competente per territorio dove il reato ministeriale è stato commesso.

Ad esempio, se la competenza territoriale fosse riconosciuta alla procura di Catania, il Tribunale dei ministri si formerebbe presso il tribunale ordinario di Catania, che è capoluogo del distretto di corte d’appello competente.

Il Tribunale dei ministri è un collegio composto da tre membri effettivi e tre supplenti, estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio nei tribunali del distretto che abbiano da almeno cinque anni la qualifica di magistrato di tribunale o abbiano qualifica superiore.

È presieduto dal magistrato con funzioni più elevate, o, in caso di parità di funzioni, da quello più anziano.

Si rinnova ogni due anni ed è immediatamente integrato in caso di cessazione o di impedimento grave di uno o più dei suoi componenti.

Entro novanta giorni dal ricevimento degli atti, compiute indagini preliminari e sentito il pubblico ministero, il Tribunale dei ministri deve scegliere se archiviare l’indagine o procedere.

Nel primo caso, il tribunale dispone l’archiviazione con decreto non impugnabile.

In caso contrario, trasmette gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al presidente del ramo del Parlamento competente. Nel caso di Salvini, che è membro del Senato, gli atti verrebbero trasmessi a Maria Elisabetta Alberti Casellati.

L’autorizzazione a procedere

L’articolo 96 della Costituzione già citato prevede che sia necessaria l’autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza del ministro (se questo non è un parlamentare, la competenza spetta al Senato.

Il procedimento è il seguente: il presidente del ramo del Parlamento competente invia gli atti trasmessi dal Tribunale dei ministri alla giunta per le autorizzazioni a procedere, in base al regolamento della Camera stessa.

La giunta riferisce all’assemblea della Camera competente con una relazione scritta, dopo aver eventualmente sentito i soggetti interessati.

Entro 60 giorni dalla consegna degli atti al presidente della Camera competente, l’assemblea si riunisce e può “a maggioranza assoluta dei suoi componenti, negare l’autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia  agito  per  la  tutela  di  un  interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente  interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”.

Se invece l’assemblea concede l’autorizzazione, rimette gli atti al Tribunale dei ministri affinché continui il procedimento.

C’è un’altra importante norma che si applica durante i procedimenti per reati ministeriali.

Gli inquisiti, infatti, non possono essere sottoposti a misure limitative della libertà personale, a intercettazioni telefoniche o sequestro o violazione di corrispondenza ovvero a perquisizioni personali o domiciliari senza l’autorizzazione della Camera competente, salvo che siano colti nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. salvini diciotti conseguenze penali

Dal momento che Salvini è uno dei leader della maggioranza parlamentare, sembra al momento del tutto improbabile che – ammesso che si arrivi a chiedere l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti – il Senato la approvi a maggioranza assoluta.

Trattenimento illecito

La cosidetta “direttiva rimpatri” (direttiva 2008/115/CE) disciplina le norme e le procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.

Ammesso che i migranti a bordo della nave Diciotti non abbiano diritto alla protezione internazionale – elemento che, al contrario di quanto suggerito da Salvini, è tutto da provare – e siano quindi irregolari, lo Stato italiano potrebbe adottare delle misure privative della libertà personale nei loro confronti, trattenendoli in un luogo. salvini diciotti 

Si tratta di una particolare forma di detenzione amministrativa legata alle condizioni che autorizzano l’ingresso o il soggiorno del cittadino straniero nel territorio dello Stato.

Questo trattenimento, però, è previsto solo allo scopo di preparare il rimpatrio. Nel caso della Diciotti, i migranti a bordo non hanno ancora avuto modo di chiedere asilo e dunque il loro trattenimento, se effettuato in nome di questa direttiva, sarebbe illecito.

Arresto illegale

L’arresto è un provvedimento temporaneo di limitazione della libertà personale, che viene disposto dalla polizia giudiziaria a carico di “chi viene colto nell’atto di commettere il reato” o di “chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”. salvini diciotti 

Lo scopo è impedire che il reato venga portato a conseguenze ulteriori e assicurare l’autore alla giustizia. L’arresto deve comunque essere convalidato dall’autorità giudiziaria entro 96 ore.

Nel caso della Diciotti, l’arresto non è avvenuto da parte della polizia giudiziaria. Inoltre non c’è stata alcuna convalida da parte dei giudici.

Sequestro di persona

L’articolo 605 del codice penale, che prevede il reato di sequestro di persona, stabilisce che: “Chiunque priva taluno della libertà personale, è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni”.salvini diciotti 

La pena può arrivare fino a dieci anni se è commessa “da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni” e fino a 12 anni se il fatto “è commesso in danno di un minore”.

Nel caso della Diciotti, fino alla sera di mercoledì 22 agosto a bordo della nave erano trattenuti anche 27 minori, che poi sono stati fatti sbarcare.

Conclusione 

Matteo Salvini, in quanto leader della Lega, uno dei partiti di maggioranza e membro della coalizione di governo, non rischia praticamente nulla, perché difficilmente il Senato – che è la sua Camera di appartenenza – approverebbe l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

Ipoteticamente quindi, solo se il Movimento Cinque Stelle rompesse con la Lega e sconfessasse Salvini, l’assemblea avrebbe i voti per autorizzare il tribunale a procedere nei suoi confronti.salvini diciotti conseguenze penali

Nonostante il suo hashtag #arrestatemi, Salvini sa benissimo di godere dell’immunità e di non poter essere arrestato senza l’autorizzazione della sua Camera di appartenenza. Forse per questo il ministro dell’Interno è così sicuro di sé.

Leggi anche: Salvini denunciato per istigazione all’odio razziale

Pezzi di merda: fenomenologia dell’odio nell’Italia di Salvini

Giorgio Cattaneo libreidee.org 25.8.18

Succede questo: a proclamarsi paladini dell’uomo dalla pelle scura, oggi, sono i killer politici dell’uomo dalla pelle chiara – quelli che gli hanno tolto tutto, in Europa, dopo aver abbondantemente depredato anche l’Africa, trasformandola in una terra desolata da cui scappare. Così i naufraghi salvati in mare da una nave della Guardia Costiera italiana diventano prigionieri, letteralmente  torturati dal vero Uomo Nero, il Ministro della Paura che usurpa la poltrona del Viminale. Ha un problema, l’Uomo Nero, anzi due: non può fare quello che vorrebbe, e che ha promesso agli elettori – tagliare le tasse – e in più deve rispondere di un risarcimento colossale imposto al suo partito dal potere giudiziario. Un risarcimento così anomalo, e così enorme, da ridurre praticamente a zero la possibilità di sostenere qualsiasi attività politica, e quindi di continuare a esistere, come partito. Chi ha paura dell’Uomo Nero? La cosiddetta Europa: quella che impedisce che le tasse vengano abbattute, che le pensioni italiane siano dignitosamente rimpinguate, che giunga un reddito provvisorio ai senza-lavoro. Di questo sono ostaggi, i naufraghi della nave Diciotti: di un’ingiustizia infame, compiuta da Bruxelles.

Negli ultimi tre anni, si apprende, l’Italia ha accolto la quasi totalità dei 700.000 migranti sbarcati sulle sue coste. Il resto d’Europa non li vuole. Deve tenerseli, per forza, l’Uomo Nero. Al quale però non si concede – in cambio – di abbassare le imposte, alzare le pensioni, distribuire un reddito di cittadinanza. “Pezzi di merda”, li qualifica senza giri di parole il filosofo televisivo Massimo Cacciari – ma attenzione: l’insulto non è affatto rivolto ai mostri dell’Unione Europea, i fanatici del rigore, gli affamatori della Grecia, i devastatori dell’Italia, i predoni delle autostrade che poi crollano. Su quelli, tuttalpiù, sono piovute fumose analisi, formulate in italiano forbito. L’espressione brutalmente gergale è invece indirizzata agli insensibili criminali che osano trattenere un centinaio di africani, giovani adulti, a bordo di un natante della Guardia Costiera ormeggiato in un porto siciliano. Tra i “pezzi di merda” più autorevoli, se non altro per il ruolo istituzionale che riveste, è il vicepremier Di Maio, il primo a esprimere – sotto forma di minaccia aperta, alla buon’ora – la possibilità di sospendere i finanziamenti miliardari che l’Italia è tenuta, dai trattati, a versare alla burocrazia Ue.

Mentre i filosofi incendiano le strade, già lastricate di furore e di violenza, di odio squadristico e mediatico contro l’insolente governo che gli italiani – quei farabutti – hanno osato votare e ora sostanzialmente approvano, maledetti loro, uno dei due consoli che reggono l’esecutivo Conte arriva dunque ad avvertire i cosiddetti partner europei: attenzione, la corda potrebbe spezzarsi. Si comincia ventilando l’indicibile – la renitenza contributiva – e così ci si infila su un sentiero che potrebbe portare addirittura là dove fino a ieri sarebbe stato impensabile trovarsi: cioè di fronte allo spettro dell’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, finalmente presentata per quello che è – una cricca di tecnocrati imbroglioni, al soldo della peggiore oligarchia speculativa. Questo è un paese in cui il presidente della Repubblica, parlando con l’allora premier incaricato, lo ha cortesemente (ma irritualmente) invitato a passare a salutare il governatore della Banca d’Italia, l’esimio Ignazio Visco, super-banchiere convinto – al pari del tedesco Günther Oettinger, o del connazionale Carlo Cottarelli, di scuola Fmi – che saranno “i mercati”, in futuro, a “insegnare” agli italiani come votare, pena la scure dello spread, nel caso ripetessero l’errore imperdonabile di premiare gli sciamannati 5 Stelle o, peggio, l’Uomo Nero, cioè l’illuso che voleva il professor Paolo Savona al ministero dell’economia e un principe del giornalismo indipendente come Marcello Foa alla presidenza della Rai.

Scherziamo? Siamo impazziti? L’ultima presidente della Rai, Monica Maggioni, è ora presidente della sezione italiana della Commissione Trilaterale, mentre la collega Gruber – quella che ospita frequentemente il noto filosofo, talora affetto da coprolalia – è saldamente ospite dei gagliardi passacarte messi assieme dal conte Étienne Davignon e dall’imperatore David Rockefeller, riuniti per la prima volta nel lontano 1954 all’hotel de Bilderberg a Oosterbeek, in Olanda. Lo stesso Visco, che governa Bankitalia (di proprietà di banche private) è il pupillo di Mario Draghi, che nel 1992 salì a bordo del panfilo Britannia e oggi governa la Bce (di proprietà di banche private). Draghi risulta essere un membro autorevolissimo dello stesso club che annovera tra i suoi eletti il presidente emerito Napolitano e il francese Jacques Attali, l’uomo-ombra di Macron: prontissimo, tramite l’obbediente Tajani, ad attivare il network sotterraneo dimostratosi capace di indurre Berlusconi a venir meno alla parola data al  “vomitevole” Salvini, sulla nomina di Foa. Tutto è partito dall’Eliseo, cioè dal vertice politico del paese che, oggi anno, depreda 14 Stati africani portandogli via l’equivalente di 500 miliardi di euro, costringendo i loro giovani a imbarcarsi verso le nostre coste.

Qualcuno spieghi, ai migranti soccorsi dalla Diciotti, che non possono fidarsi dell’uomo bianco che si finge loro amico. “Timeo Danaos et dona ferentes”: i greci mi fanno paura anche quando portano doni, dice Laocoonte, nell’Eneide, di fronte al Cavallo di Troia appena giunto davanti alle mura della città assediata. Se solo i giornalisti avessero fatto il loro dovere, accusa il Premio Pulitzer americano Seymour Hersh, in questi anni avremmo avuto meno guerre, meno stragi, meno vittime, perché quasi tutte le guerre, così come l’opaco terrorismo stragista, sono state organizzate a tavolino, dalla stessa élite bugiarda, agitando false prove per demonizzare leader che riteneva scomodi. L’hanno potuto fare, sempre, grazie alla connivente reticenza dei giornali, delle televisioni. Lo stesso si può dire dell’intellighenzia nazionale “embedded”, quella che oggi – tra appelli rabbiosi (e schizzi di sterco) – si permette il lusso di criminalizzare l’Uomo Nero, ignorando deliberatamente i crimini mostruosi dell’oligarchia-fantasma che ha declassato il paese, condannandolo al declino dopo averlo svenduto, pezzo su pezzo, fino a farlo crollare come il ponte di Genova. Un’Italia alla frusta, amputata della sua sovranità e taglieggiata dai finti ragionieri di Bruxelles. Eppure, nel paese a cui la Francia impedisce di eleggere il presidente della televisione di Stato, ci si scaglia selvaggiamente contro il ministro che “sequestra” i migranti su una nave.

Il crollo delle dittature è spesso preceduto da violenze inconsulte. In Romania, Nicolae Ceaucescu ordinò alla Securitate di sparare nel mucchio, al primo accenno di ribellione popolare. E il satrapo Siad Barre, a lungo padrone della Somalia grazie anche al provvido sostegno post-coloniale italiano, non esitò a ordinare alla polizia di mitragliare il pubblico dello stadio che aveva osato contestarlo. Si dirà che siamo in Italia, dove vige la legge semiseria della “bolla di componenda”, sintetizzata dal genio letterario di Camilleri: ogni conflitto si trasforma in una tempesta in un bicchier d’acqua, se alla fine tutti si portano a casa la loro fetta di torta. Si dirà che il cosiddetto governo gialloverde, quello dell’Uomo Nero, sta esasperando la crisi dei migranti solo per aprire un fronte alternativo da cui attaccare Bruxelles, cioè il super-potere che gli vieterà di mantenere le promesse fatte agli elettori il 4 marzo, pena il ricatto dell’incursione finanziaria sul costo del debito pubblico di un paese reso vulnerabilissimo, come gli altri dell’Eurozona, dall’assenza di una moneta sovrana con la quale difendersi dal racket dei signori della Borsa. Sia come sia, lo spettacolo cui si è costretti ad assistere rivela qualcosa di estremamente inedito: mentre giornali e intellettuali lanciano ogni giorno scomuniche furenti, anatemi  rabbiosi e palle di letame, gli elettori osservano con attenzione le mosse del loro governo, il primo esecutivo – nella storia ingloriosa dell’Ue – completamente sgradito da Bruxelles.

Big Food vorrebbe farvi credere che l’obesità è dovuta alla mancanza di esercizio fisico e non al cibo spazzatura

come don Chisciotte.org 25.8.18

MARTHA ROSENBERG

counterpunch.org

Secondo il New York Times, nel 2017 c’erano in tutto il mondo 700 milioni di persone obese, di cui 108 milioni di bambini. In Brasile, la multinazionale Nestlé manda dei venditori porta a porta per rifilare ai clienti il suo cibo spazzatura ricco di calorie e concede loro un mese intero per pagarlo. La Nestlé chiama gli agenti di vendita del suo cibo spazzatura, anch’essi degli obesi, “micro-imprenditori.”

Big Food [l’insieme delle multinazionali dell’alimentazione] considera le nazioni in via di sviluppo alla stregua di “mercati emergenti,” per compiacere Wall Street e i propri azionisti, forse perché nei paesi ricchi il far ingrassare la gente e renderla dipendente dal cibo spazzatura ha ormai raggiunto il limite massimo.

Sostituire nei paesi poveri le diete locali con fast food, merci conservate e bevande zuccherate è immorale per moltissimi motivi. Oltre a causare obesità, diabete, malattie cardiovascolari, patologie croniche e carie dentale, il cibo spazzatura fa sì che l’agricoltura di sussistenza locale venga soppiantata dal mais OGM e dalla soia. Anche alcune organizzazioni filantropiche, come la Bill & Melinda Gates Foundation, si sono bevute la narrativa di Big Food sugli OGM che “nutrirebbero il mondo.” In pratica, gli OGM inondano di pestidi le coltivazioni dei paesi in via di sviluppo e inquinano le loro acque.

Lo sfruttamento dei poveri da parte della Nestlé risale ormai a più di quarant’anni fa, quando era riuscita a convincere le madri dei paesi in via di sviluppo a rifiutare il proprio latte, l’unica cosa che le madri povere potessero dare ai loro figli, per passare a quello artificiale. Secondo le organizzazioni di protesta, i bambini, nelle zone povere dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina muoiono proprio perché le loro madri li alimentano all’occidentale, con il latte in polvere.

Il Times, in un suo articolo sull’influenza delle multinazionali alimentari in Brasile, afferma cheil maggior finanziatore dei candidati al Congresso era stato, nel 2012, il gigante della carne brasiliano JBS, che aveva offerto 112 milioni di dollari ai vari candidati.” (JBS aveva acquisito nel 2007 la Swift & Company, in ordine di grandezza la terza azienda degli Stati Uniti nel trattamento della carne di manzo e di maiale, e macella la stupefacente cifra di 51.400 capi di bestiame al giorno). Nel 2014 la Coca Cola aveva speso in Brasile 6,5 milioni di dollari in contributi elettorali e McDonald 561.000 dollari.

Alcuni anni fa, la Reuters aveva riferito che la Pan American Health Organization, l’Ufficio Regionale per le Americhe della World Health Organization, aveva ricevuto centinaia di migliaia di dollari e “linee-guida sull’obesità” dalle aziende del cibo spazzatura e delle bevande zuccherate. Non c’è da meravigliarsi se queste indicazioni si focalizzano sull’esercizio fisico e trascurano il marketing aggressivo sui bambini. Si è forse meravigliato qualcuno se la Coca Cola è diventata la prima azienda messicana di bevande gasate, quando il suo ex-presidente ed ex-direttore generale era anche il Presidente del Messico, Vicente Fox?

La Coca Cola si è assicurata un’enorme influenza presso le istituzioni scientifiche. Dà fondi all’American Heart Association, all’American Lung Association, all’American College of Cardiology, all’American Academy of Pediatrics e all’Harvard Medical School & Partners in Health. Elargisce donazioni alle maggiori università, alle associazioni ricreative e di fitness e a quelle che si prendono cura delle minoranze etniche, i cui membri sono fra i più esposti all’obesità.

La Coca Cola contribuisce anche alla stessa CDC (Centers for Disease Control and Prevention) attraverso la CDC Foundation, creata dal Congresso nel 1992 per incoraggiare i “rapporti” fra l’industria e il governo.

Anche la stampa ne risente. L’anno scorso, il British Medical Journal aveva parlato dell’influenza occulta che la Coca Cola esercita sui giornalisti medico-scientifici tramite contributi a conferenze stampa, comprese quelle organizzate dalla prestigiosa National Press Foundation di Washington, D.C. Non c’è da meravigliarsi quindi se si sente dire, non solo dalle figure professionali medico-governative, ma anche dai giornalisti che “l’obesità è causata dalla mancanza di esercizio fisico” e non dalla Coca Cola.

(Nota: una volta ero stata invitata da Big Food ad una presentazione alla stampa, con tutte le spese pagate, di alcuni allevamenti di polli in Colorado, e poi dis-invitata dopo la pubblicazione del mio articolo).

Nel suo film del 2014 “Fed Up,” Katie Couric mostra come il governo degli Stati Uniti esorti le persone a mangiare nel modo giusto, mentre, allo stesso tempo, le spinge a consumare gli stessi alimenti che le faranno ingrassare e come le mense scolastiche siano state ormai comprate da Big Food. Il film rivela come le aziende avicole, saccarifere e di altri comparti alimentari abbiano completamente rovesciato la linee-guida del Rapporto McGovern del 1977 (che raccomandavano alla popolazione di mangiare meno cibi ricchi di grassi e di zuccheri),  calpestando così le indicazioni del Senatore McGovern.

Nel 2006 Big Food aveva triofato in modo simile. Di fronte alle raccomandazioni alimentari della Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite (WHO), che erano simili a quelle del Rapporto Mc Govern, l’allora Segretario per gli Health and Human Services (HHS), Tommy G. Thompson, era volato di persona a Ginevra e aveva avvertito la WHO che, se quelle linee-guida fossero rimaste in vigore, gli Stati Uniti avrebbero fatto mancare il loro supporto finanziario alla WHO. Certo, il sostegno dell’agricoltura per il governo degli Stati Uniti è molto più importante della salute dei suoi cittadini.

L’estate scorsa, il New York Times aveva rivelato gli effetti devastanti del cibo spazzatura, dell’obesità e del diabete sulla popolazione povera dell’Appalachia, la maggior parte della quale ha un’assistenza sanitaria minimale o addirittura mancante. “La popolazione dell’Appalachia è più malata di quella del Centro America,” fa notare il Dr. Joseph Smiddy, un volontario della sanità in Virginia. “Nell’America Centrale mangiano riso e fagioli e vanno dappertutto a piedi. Non bevono Mountain Dew e non mangiano dolci. Non hanno un’epidemia di obesità e di diabete.” Naturalmente stava parlando delle zone [dell’America Centrale] non invase dalla Nestlé, dalla Coca Cola e da McDonald’s.

A Chicago c’è stata, l’anno scorso, una battaglia feroce sulla tassa “un penny-per-oncia” che era stata imposta sulle bibite zuccherate. L’industria delle bevande ha speso più di 1,4 milioni di dollari in spot televisivi per cercare di far eliminare la tassa e ha vinto. L’industria ha tramutato il desiderio di bere bibite ad alto contenuto calorico, causa di obesità, diabete e carie dentaria, in una “scelta del consumatore.” Le maggiori sostenitrici del ritiro della tassa erano state le comunità povere di Chicago, quelle più colpite dalle bevande zuccherate e dai “deserti alimentari,” [i quartieri] dove è difficile trovare cibo di buona qualità.

Una persona che ingerisca le normali 2000 calorie giornaliere dovrebbe ricavarne solo 200 dagli zuccheri, l’equivalente di una bibita da16 once [473 ml.]. Comunque, la maggior parte degli Americani consuma almeno il doppio della quantità raccomandata e solo poche persone che hanno “l’abitudine alla bibita” ne bevono una al giorno. Alcuni ammettono di aver sviluppato dipendenza.

Una volta, con il termine “zucchero” si intendeva lo zucchero di canna o quello da barbabietola. Ma, dal 1980, i produttori di bevande zuccherate hanno preferito usare lo sciroppo di mais ad alto tenore di fruttosio (HFCS) e sono stati poi imitati dalla maggior parte delle più grandi aziende di produzione e trasformazione alimentare. Le restrizioni commerciali messe in atto dai paesi esteri per proteggere le produzioni locali hanno, di fatto, reso ancora più dispendioso l’uso dello zucchero, anche perché gli agricoltori americani, grazie alle sovvenzioni agricole e alle sementi OGM, producono enormi quantitivi di mais. L’HFCS è anche più economico da produrre, immagazzinare e trasportare.

L’HFCS è stato associato all’obesità, al diabete, ai danni epatici, ai problemi di memoria ed anche ad una possibile contaminazione da mercurio, ma questo non significa che i dolcificanti artificiali siano meglio. Gli incrementi nell’assunzione di aspartame, che si trova nella Diet Coke, e del sucralosio, che è presente nella Pepsi One, sono correlati ad un aumento delle persone ritenute obese, come riportato dallo Yale Journal of Biology and Medicine.

Big Food spende milioni per pubblicizzare il cibo spazzatura ai consumatori ed altri milioni per dir loro che non è per questo che sono grassi, C’è qualcuno che ci crede?

Martha Rosenberg

Fonte: counterpunch.org

Link: https://www.counterpunch.org/2018/08/24/big-food-wants-you-to-believe-obesity-is-caused-by-lack-of-exercise-not-junk-food-and-the-spin-is-working/

24.08.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Rimini: CL, opere o affari?

di Roberto Pecchioli – 25/08/2018 ariannaeditrice.it

A fine agosto è il tempo dell’incontro annuale di Comunione e Liberazione. Lo chiamano meeting, e già questo non ci piace, convinti che una delle ragioni della decadenza nazionale sia la colonizzazione culturale cui si è assoggettata. Chi scrive è ancora credente per due ragioni: la grazia immeritata della fede, dono gratuito dell’Altissimo e la lontananza da ogni movimento e associazione religiosa. Cresciuto nel culto di Don Bosco, i cui salesiani dettero un’educazione e un mestiere al proprio padre, l’estensore di queste note conobbe CL verso i vent’anni, all’università, senza aver mai neppure udito il nome di Don Giussani. Militante di destra con tutte le difficoltà e i drammi dell’epoca, era naturale la simpatia per quelle ragazze (erano in maggioranza donne) che sfidavano l’egemonia – e la violenza – delle legioni rosse. Leggemmo poi i libri di Don Gius e quello che ci piacque fu soprattutto il fatto di considerare l’incarnazione come un “evento”, Dio che irrompe nella storia, ne cambia il corso, restituisce all’uomo il suo destino eterno. Gesù, nel messaggio di Giussani, era vero Dio pur rimanendo uomo, con i limiti, le sofferenze, perfino le arrabbiature dei mortali.

Tanta strada è passata sotto i ponti, adesso non riusciamo più a simpatizzare per i ciellini. Grande il fondatore, splendida la loro creatura editoriale, Il Sabato, che dette voce per anni a chi voce non aveva, nel coro assordante. Nel tempo, ci pare che siano accadute due pessime cose; ne parliamo sussurrando, non conosciamo a sufficienza la realtà, soprattutto ci è sconosciuto l’interno della creatura del prete di Desio. Da un lato, la burocratizzazione, il potere, la persistenza degli aggregati, la struttura che si rafforza, diventa armatura e si fa fine a se stessa. Un fenomeno comune, ma assai grave laddove l’ispirazione è quella di agire a gloria di Dio. La Compagnia delle Opere, le aziende, le cooperative, l’entrata a vele spiegate nella sanità e in mille altri affari, cioè nel profitto, qualche scivolone pesante di uomini di vertice come Formigoni.

L’altro difetto, forse siamo gli unici a rammaricarcene, ci pare quello di avere sposato in toto la linea che viene chiamata scelta antropologica. Si vive con e per gli uomini, si devono compiere le buone opere, ma si finisce col perdere di vista l’essenziale, ovvero la fede in Dio e nel destino finale della creatura uomo. Simonpietro rispose a Gesù che lo interrogava in un momento di difficoltà della piccola comunità dei Dodici: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” (Giovanni, 6,68). Ecco, ci pare che anche CL abbia ceduto a una religiosità blanda, umanistica, che lascia sullo sfondo il destino delle anime.

Da giovani non ci piaceva il nome dell’associazione, lo ritenevamo una delle tante declinazioni della modernità, specie quel sostantivo, liberazione, equivoco e abusato. Oggi siamo interdetti dinanzi al potere, alla struttura, alla vera e propria occupazione di spazi, dentro e fuori la Chiesa, che sarebbe meritoria se il protagonista fosse Dio, anziché l’uomo, le ambizioni, gli affari. Tante vocazioni, fortunatamente, ha suscitato CL, ma la sensazione è che troppi abbiano utilizzato l’organizzazione come ascensore per carriere nella gerarchia, nella politica, nell’economia. Ripetiamo: è un giudizio sommario, molto dal di fuori, l’apparenza può ingannare, ma non del tutto.

Ci riferiscono che dove mette piede, Cl tende a dividere il mondo tra “loro” e “gli altri” e occupare spietatamente ogni spazio. Lo spirito settario non è nuovo, né è prerogativa ciellina, naturalmente, e si può capire un certo spirito da primi della classe. Siamo uomini e abbiamo tutti limiti e vanità. Ciò che turba è vedere in controluce nelle organizzazioni di fede lo stesso spirito, gli stessi difetti, i medesimi obiettivi di tutti gli altri. Gli apostoli seguirono Gesù perché aveva parole di vita eterna, non perché promettesse carriere e successo mondano.

Don B. è il prevosto della cattedrale di una diocesi piccola ma importante nella storia di CL. Antico consigliere nella giunta di un mai rimpianto sindaco ciellino, nella prima messa festiva dopo la tragedia del ponte di Genova ci ha tremendamente deluso. Nella sua omelia ha ricordato le tante volte che è transitato sul viadotto, riflettendo sul fatto che egli è salvo, a differenza di tanti sventurati, e ha concluso affermando che la ragione è una: deve continuare “a fare del bene”. Non dubitiamo delle sue intenzioni, ma ci è sembrata un po’ povera come meditazione spirituale e più ancora come vocazione religiosa. Continuiamo a ritenere che il ruolo dei consacrati sia diffondere la fede e, come si diceva una volta, portare le anime a Dio. Il bene si deve compiere, a partire delle opere di misericordia corporale, ma nel nome di Dio. Si chiama carità e non esaurisce la vita.

CL fu magnifica per anni, contendendo concretamente lo spazio palmo a palmo, nella scuola, nella società, nel lavoro, all’ateismo liberale e collettivista. Ci pare che adesso sia diventata un’organizzazione come le altre: una struttura autoreferenziale, interessata al potere, ondivaga nelle alleanze. A Rimini sono approdati in molti negli anni, ma non tutte le anime cattoliche, politiche e culturali presenti in Italia vi hanno trovato cittadinanza. Privilegiato una volta l’asse con Forza Italia, un’altra con Prodi, poi con la novità Renzi, ma di anno in anno più lontani dal cuore ferito del popolo italiano.

Abbiamo letto i messaggi di augurio delle autorità. Quello di Jorge Mario Bergoglio non stupisce né interessa: il consueto invito a costruire ponti e abbattere muri, da girare alla famiglia Benetton e alla sue campagne “united colors”. Uno sbadiglio in più. Colpisce l’invito del cattolico “democratico” Mattarella, di scuola gesuita e rappresentate di quei poteri forti che al tempo del Sabato erano nel mirino di CL. “Affermare la propria identità non consiste nell’innalzare le barriere del pregiudizio e della contrapposizione irriducibile.” In attesa di far conoscere in che cosa consista l’identità, a partire da quella religiosa che dovrebbe stargli a cuore, cucina la solita minestra da refettorio contro razzismo e xenofobia, uno stanco pistolotto politicamente e cattolicamente corretto per dovere d’ufficio. Non ci pare che Don Giussani gradisse essere alla moda o compiacere il mondo.

Poi c’è la consueta diatriba sulla frase guida del Meeting. A volte provocatoria, talora arcana o urticante, stavolta ci sembra davvero fuorviante. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice.” Confessiamo la nostra ignoranza, ma non capiamo. Al di là del richiamo alla felicità, più vicino alla costituzione americana che al messaggio religioso (la felicità è di questo mondo?), tra le forze che muovono la storia dominano la violenza, il denaro, la sete di dominio, il consumo, i gruppi di potere, tutti unanimemente anticristiani, nessuno interessato alla felicità umana, se non nella forma ingannatrice dell’Anticristo.

Occorre mantenere la fiducia, l’uomo di fede deve diffondere speranza, ma il tema di Rimini ci pare un po’ troppo facilone, un ottimismo sciocco, la preoccupazione di essere fedeli alla linea dei poteri dominanti. In fondo, non è che la normalità, da quando la Chiesa e le sue organizzazioni parallele si sono distanziate da Dio, quest’idea indigesta e poco moderna. Il merito di CL, per anni, fu di insistere, dall’interno del mondo, della storia, sull’evento prodigioso di un Dio che si fa uomo. Temiamo che a Rimini abbiano tirato i remi in barca, edificando templi all’uomo che si fa Dio, nel nome di un’equivoca felicità. Speriamo di avere torto. Per il resto, affari: business, as usual.

United Colors of Money

di Luigi Copertino – 25/08/2018 ariannaeditrice.it

Il centrodestra è ormai soltanto un mero strumento elettoralmente tattico. Esso risponde ad un nome senza più sostanza. Nominalismo allo stato puro. Nel centrodestra sono attualmente costrette a convivere una corrente apertamente conservatrice, incarnata da Forza Italia, ed una corrente sovranista a forte vocazione social-nazionale, incarnata da Lega e Fratelli d’Italia.

La prima corrente crede nel primato dell’offerta ed auspica politiche di austerità, deflattive, contenimento salariale, flessibilità del lavoro e tagli alla spesa pubblica anche se produttiva. Questa corrente conservatrice del centrodestra, che non a caso occhieggia al PD renziano, è prona al potere dell’eurocrazia, nella più totale dimenticanza del defenestramento subito da Berlusconi per imposizione di Bruxelles nel 2011, onde impedire l’emergenza già allora anti-mercatista e sovranista dell’ex ministro Tremonti (nonostante la sua politica di tagli alla spesa).

L’illusione dell’anima conservatrice del centrodestra è la stessa di tutti i conservatorismi liberisti ossia quella per la quale l’austerità sarebbe espansiva e la chiave per la crescita economica. Ma senza una domanda forte – ossia buoni salari e sostegno al reddito di lavoratori autonomi e dipendenti mediante politiche di spesa pubblica – la produzione industriale resta nei magazzini a testimoniare il fondamento mitologico della vantata “centralità dell’impresa”.

I lavoratori precarizzati e non tutelati risparmiano e non consumano. In assenza di domanda anche gli imprenditori non investono. Lo aveva perfettamente compreso, negli anni ’30 del secolo scorso, Henry Ford. Nell’interesse della sua fabbrica di automobili, egli capì che avrebbe dovuto pagare i suoi impiegati ed i suoi operai in modo sufficiente affinché essi potessero comprare le stesse auto che costruivano con il proprio lavoro. Non si trattava, evidentemente, di carità o di spirito di solidarietà sociale ma soltanto di un prosaico ragionamento utilitarista. Un ragionamento tuttavia che coglie la questione sicché non si comprendono affatto le ridicole reazioni di Boccia, presidente della nostra Confindustria, al cosiddetto “decreto dignità”. Un decreto che si è limitato soltanto a tenuamente reintrodurre qualche minima tutela del lavoro e non già il tanto ingiustamente vituperato articolo 18.

Come mai quel che un capitalista americano del secolo scorso, come Henry Ford, aveva facilmente compreso è oggi tanto estraneo al paradigma culturale dei nostri imprenditori, un paradigma che quindi dovrebbe essere cambiato anche nel loro stesso interesse? Quel che gli imprenditori dovrebbero tornare a comprendere è che le politiche  dal lato dell’offerta falliscono puntualmente e portano alla recessione. E’ la domanda che crea l’offerta, non il contrario. Per quanto l’offerta possa stimolare la domanda, ad esempio mediante la pubblicità, se i lavoratori non hanno reddito a sufficienza l’offerta resta nei magazzini.

A differenza della corrente conservatrice del centrodestra, il sovranismo – nonostante l’equivoco monetarista della flat tax, un residuato bellico conservatore infiltratosi nei suoi programmi – si mostra keynesiano come i suoi economisti di riferimento: Claudio Borghi, Alberto Bagnai, Paolo Savona, Antonio Maria Rinaldi. Il sovranismo difende la domanda interna, la sovranità monetaria, tutela il lavoro autonomo e dipendente, mette in discussione l’impianto ordoliberale e tedesco dell’UE. Il sovranismo avversa la separazione della Banca Centrale dallo Stato e vuole una rinnovata convergenza tra politica fiscale e politica monetaria.

Ed allora quale casa comune può ancora sussistere tra conservatorismo liberista e sovranismo? Non a caso su “La Verità” del 20.08.2018 l’ex sindaco, berlusconiano, di Milano, Gabriele Albertini, in un’intervista, ha riesumato, quale via alternativa al governo giallo-verde, il “Patto del Nazareno” ossia l’unione tra i liberali moderati del vecchio centrodestra e quelli del PD renziano che ha avuto il merito di marginalizzare la sinistra massimalista. Questo Patto, per Albertini, dovrebbe nascere quale alternativa al sovranismo e su una base programmatica già nota (e vecchia), ricomprendente liberalismo, economia sociale di mercato (ossia l’ordoliberalismo teutonico) e le radici giudaico-cristiane dell’Occidente in uno scenario che vedrà contrapposti globalismo, nel quale il patto politico sognato da Albertini è arruolato, e sovranismo. Più o meno quel che, dall’atra parte, va dicendo il piddino Calenda che invoca un “partito dei competenti”. La politica, lo sappiamo, è sempre anche mediazione ma, nel caso in cui il centrodestra restasse, sebbene solo formalmente, unito quella tra conservatorismo e sovranismo, a quanto pare, a detta degli stessi conservatori liberisti, è una evidente separazione in casa.

Ci permettiamo, innanzitutto, di osservare che, in vero, quelle occidentali sono radici più giudaico postbibliche che ebraico-cristiane, essendo la Cristianità pre-occidentale una realtà storica alquanto diversa dall’Occidente attuale ed essendo il giudaismo postbiblico cosa diversa da quella universalizzazione del vero ebraismo che è il Cristianesimo. Ma il punto più rilevante è nella convergenza, qui si ha ragione Albertini, tra liberali di Forza Italia e liberali del PD. Liberalismo come pensiero unico trasversale agli schieramenti formali dei partiti. Il deputato del PD Luigi Marattin, che in questi giorni si è scatenato sul web con toni truculenti contro il governo giallo-verde, intervistato su Tg Sky ha ricordato, con enfasi ed approvazione acritica, che negli anni ’90 in tutti i Paesi occidentali c’è stato il passaggio dallo Stato gestore allo Stato meramente regolatore, sicché parlare oggi di “nazionalizzazioni” sarebbe contro il senso della storia.

E’ incredibile che esista ancora qualcuno che crede al “senso della storia”. Quel che però Marattin non dice è che non sta scritto da nessuna parte, se non nella narrazione liberista alla quale egli aderisce, che il pubblico sia sempre e comunque meno efficiente e meno trasparente del privato. In Austria le infrastrutture sono a gestione pubblica, funzionano bene e con costi sostenibili. L’Asfinag, la società pubblica austriaca che gestisce la rete autostradale, è organizzata secondo il modello “Iri”, inventato, come diremo più avanti, proprio da noi italiani e le tariffe, assolutamente convenienti per l’utenza, coprono l’intero costo di gestione comprese le manutenzioni, senza bisogno di ricapitalizzazioni statuali. Nella Germania ordoliberista, al contrario, proprio in questi giorni, a seguito dei fatti di Genova, è divampata la polemica sullo stato di totale abbandono della rete viaria tedesca ceduta in concessione ai privati. I tedeschi lamentano la mancanza della presenza pubblica e di investimenti pubblici.

La questione Stato/mercato è insieme fondamentale e relativa. Il sistema della “concessione amministrativa” non è nuovo nella storia istituzionale degli Stati moderni e certo non è una invenzione postmoderna. Lo scrivente, nella sua attività professionale, nel decennio ’90, è stato responsabile delle procedure di concessione amministrativa di alcuni servizi comunali a domanda individuale. Si trattava di una casa di riposo per anziani e di una piscina che l’ente locale era stato costretto a chiudere a causa dei tagli ai trasferimenti statali che avevano reso insostenibili i costi di tali servizi a tariffe “sociali”. Per riaprirli l’unica strada, in assenza di risorse finanziarie pubbliche, era la concessione amministrativa ai privati, naturalmente mediante gara. La concessione trasferisce al privato l’esercizio di pubbliche funzioni sotto controllo e vigilanza pubblica ma i ricavi tariffari diventano il compenso per l’investimento privato e quindi non entrano più nella casse dell’erario. Le restrizioni di finanza pubblica, iniziate negli anni ’80 a seguito del divorzio tra Tesoro e Bankitalia, erano finalizzate a togliere servizi al pubblico per privatizzarli o almeno per consentire il subingresso in concessione dei privati. Naturalmente le rette che le famiglie furono chiamate a pagare per l’assistenza degli anziani, nella casa di riposo comunale concessa al privato, non furono più “sociali”, così come anche le tariffe per l’utenza della piscina pubblica. Il privato, infatti, non avrebbe risposto se il controllo e la vigilanza fosse stata, oltre una certa misura, incidente sulla tariffazione. Una analoga gara per la concessione del cinema comunale, che prevedeva a carico del concessionario anche i lavori di ristrutturazione dello stabile chiuso da tempo, andò deserta proprio perché i margini di profitto erano risicati.

In linea di principio, quindi, lo Stato può anche lasciare la gestione ai privati per riservarsi soltanto la regolazione dei servizi ed il controllo ma deve essere chiaro a tutti che così esso rinuncia ai proventi. Tuttavia, come ricordava nell’intervista Marattin, spesso l’ente pubblico, a causa del mancato turn over delle necessarie professionalità (sempre in nome del contenimento della spesa, d’obbligo per Stati senza più padronanza dei meccanismi di creazione monetaria), non è in grado di esercitare i previsti controlli. Nel caso delle concessioni autostradali, i controlli, pare, sono stati affidati agli stessi concessionari (in tal modo controllori d sé stessi), proprio perché negli organici pubblici mancano ingegneri e tecnici.

La questione che però Marattin ha eluso è quella del primato del Politico sull’Economico. Una cosa è dare in concessione una casa di riposo o una piscina, altra è dare in concessione la rete autostradale nazionale e le infrastrutture di una nazione. Qui sono in gioco valori molto più alti che non la mera efficienza o il contenimento dei costi. Qui sono in gioco direttamente la sovranità di uno Stato, il quale privandosi della gestione delle infrastrutture nazionali si rende dipendente dal capitale finanziario oggi oltretutto apolide e transnazionale. Quindi il passaggio dallo Stato gestore allo Stato regolatore, che tanto entusiasma Marattin, comporta la sostanziale perdita di sovranità popolare, con conseguente deficit di democrazia, in favore del profitto del Capitale. Che questa perdita di sovranità sia magnificata da un deputato che si reputa di sinistra è davvero, questo sì, un chiaro “segno dei tempi”. Anche perché, come diremo tra breve, proprio l’Italia ha nella sua storia un grande esempio di ottimale funzionamento dello Stato gestore.

Nonostante gli entusiasti del “privato è bello”, come Albertini e Marattin, i fatti sembrano tuttavia dare ragione al sovranismo. Dopo un trentennio di invadente neoliberismo, di liberalizzazioni e privatizzazioni ampiamente perorate ed attuate dalla sinistra filo-capitalista, con la crisi economica il vento ha iniziato a cambiare nonostante le forti resistenze globaliste ed eurocratiche. Anche se Mario Monti, riformando l’articolo 81, è riuscito ad imporre nella nostra Costituzione, originariamente ispirata ad una concezione keynesiana, il pareggio di bilancio, è però ormai evidente a tutti che l’austerità, raccomandata dalla Troika (FMI, UE, BCE), è ovunque fallita.

Anche in Grecia, nonostante i comunicati trionfalistici di questi giorni sulla fine del programma di risanamento. La Grecia ha finito di ripagare le banche francesi e tedesche, verso le quali i suoi governi socialisti e conservatori hanno lasciato che i cittadini ellenici si indebitassero per acquistare le esportazioni franco-germaniche. Ma Atene, per pagare i debiti pregressi, ha acceso altri esosi prestiti con FMI e BCE. Che andranno comunque ripagati in futuro, perché i salvataggi con nuovo debito – quello che piace ai creditori usurai –, a differenza dell’annullamento del debito, servono a perpetuare lo stato di perenne rischio di insolvenza ossia a mantenere la vittima alla mercé del parassita finanziario. Il salvataggio della Grecia è avvenuto nel disfacimento di qualsiasi carattere sociale dello Stato, definanziato per pagare i debiti ai mercati. Il presunto risanamento della Grecia è’ avvenuto tutto sulle spalle di lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati, la cui condizione non è affatto migliorata, anzi è tragicamente peggiorata.

La sottomissione della Grecia al “memorandum”, imposto dalla Troika, sta lì a dimostrare che la via europeista della sinistra radicale di Tripas si è risolta in una tragica utopia. Fin quando il coltello, ossia la sovranità monetaria, è dalla parte del manico nella mani dell’eurocrazia germanofila, nessuna speranza hanno la nazioni, in particolare quelle la cui economia è fragile come la Grecia. Ma questo ineguale rapporto di forza costituisce un rischio che incombe anche sul governo “populista” giallo-verde di una nazione pur economicamente salda come l’Italia, se tale governo non riesce a ribaltare le regole attuali in sede europea.

A Ferragosto in Italia, mentre i ponti, un tempo costruiti e gestiti dall’IRI, crollavano per mancanza di manutenzione non effettuata dai concessionari privati, abbiamo scoperto che le privatizzazioni e le liberalizzazioni lungi da offrire servizi più efficienti, come la narrazione liberista ci raccontava negli anni ’80 e ’90, sono servite soltanto a produrre ingenti utili per i capitalisti di turno come la famiglia Benetton, azionista di maggioranza della concessionaria privata Autostrade per l’Italia.

Una concessionaria tanto cara alla sinistra “United Colors” che, infatti, a suo tempo le regalò i gioielli di Stato. Accade quando Romano Prodi e Gian Maria Gros Pietro, “prodiano” di ferro, quali presidenti dell’IRI svendettero il patrimonio industriale di Stato al capitalismo apolide ed a quello nazionale ma cosmopolita. Prodi e Gros Pietro, che non a caso hanno goduto di prestigiosi incarichi presso Goldman Sachs e Autostrade per l’Italia (ossia i Benetton), non fecero altro che eseguire il piano concordato, con le banche d’affari anglo-americane, tra gli altri da Mario Draghi, all’epoca Direttore del Tesoro, il 2 giugno 1992, sul panfilo “Britannia” di proprietà di Sua Maestà Britannica, ancorato al largo di Civitavecchia.

In quei mesi, tra primavera ed estate 1992, George Soros aveva scatenato una attacco speculativo contro la lira, che di lì a poco sarebbe stata costretta ad uscire dallo Sme, proprio allo scopo di spingere l’Italia alla svalutazione monetaria in modo che il prezzo di vendita – o meglio, di svendita –  del patrimonio industriale pubblico al capitalismo internazionale (il quale ricomprendeva anche la gran parte del capitalismo nostrano che aveva sposato i dogmi globalisti) sarebbe stato estremamente favorevole ai privati e, certo, non così interessante per lo Stato italiano.

Poco dopo l’incontro al largo di Civitavecchia, nel luglio dello stesso anno, il governo fu affidato a Giuliano Amato, “dottor sottile” e professore della confindustriale Luiss, che era della squadra dei privatizzatori globalisti.

Giuliano Amato era stato per anni consulente e braccio destro di Bettino Craxi quando questi spingeva per una Italia “moderna” ossia laicizzata. Lo abbandonò, senza clamorose rotture, quando il “Bettino nazionale” virò politica in favore di una concezione a suo modo sovranista, che si ispirava al “socialismo tricolore” ovvero risorgimentale (quello, per intenderci, proudhoniano di un Carlo Pisacane, federalista e mazziniano di sinistra), dando, per primo, avvio allo sdoganamento del partito “anti-costituzionale”, ossia il Msi, erede del fascismo sociale e repubblicano, nel quale egli sapeva albergavano forze culturalmente ed idealmente legate al socialismo risorgimentale.

Quando Craxi fu coinvolto in Tangentopoli – una operazione politica, come giustamente ricorda oggi Diego Fusaro, per smantellare lo Stato imprenditore e sociale, più che una operazione giudiziaria – non a caso Giuliano Amato restò del tutto immune da qualsiasi inchiesta della magistratura.

Intanto all’opinione pubblica, con la complicità dello stesso mediasystem che anche oggi è portavoce del globalismo anti-sovranista, si fece credere che (s)vendendo il patrimonio statale si sarebbe abbattuto il debito pubblico. Il quale invece continuò a crescere per via degli alti interessi che lo Stato, in assenza, dal 1980, di una Banca Centrale monetizzatrice del bilancio statale, deve pagare ai mercati per finanziarsi.

Onde acquietare l’opinione pubblica fu scatenata una campagna di stampa contro il cosiddetto “panettone di Stato” ridicolizzando il fatto che l’IRI possedesse imprese come la Motta e l’Alemagna. Si evitava però di rammentare agli italiani i motivi per i quali l’IRI producesse anche i panettoni.

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale fu creato dal socialista e massone (convertitosi in vecchiaia alla fede cattolica) Alberto Beneduce, con l’avvallo e l’appoggio di un altro antico e impenitente socialista ossia Benito Mussolini, allo scopo di salvare l’economia italiana dalle disastrose conseguenze della grande depressione del 1929.

Beneduce ben sapeva che la borghesia nazionale, sin dall’unità d’Italia, era sempre stata al soldo delle banche private perché non aveva capitali propri né era stata in grado di accumularli in settant’anni. Questa dipendenza aveva creato imprenditori incapaci alla loro funzione nazionale e per questo egli chiese ed ottenne da Mussolini anche la Legge Bancaria del 1936 (che sarà abrogata dal solito Giuliano Amato tra il 1990 ed il 1993) mediante la quale il sistema creditizio fu pubblicizzato in modo che l’imprenditoria italiana potesse finanziarsi da banche pubbliche o sotto stretto controllo pubblico. In mancanza di imprenditori capaci, quindi, lo Stato, negli anni ’30, intervenne sussidiariamente e nazionalizzò molte industrie  mettendo così le basi dell’economia mista che consentì il decollo industriale italiano del secondo dopoguerra (il cosiddetto “miracolo economico”, le cui radici storiche affondano negli anni del regime fascista).

L’idea magistrale di Beneduce fu quella di creare una holding a totale capitale pubblico ma gestita con i metodi privatistici, ad iniziare dalle alte competenze del management prescelto e dalla sottoposizione della industrie risanate alla normale disciplina civilistica. Le aziende irizzate, dopo il primo salvataggio con capitale pubblico, dovevano, in linea di principio, fare utili come una qualsiasi azienda privata e reggersi autonomamente sul mercato, senza contare su eventuali ricapitalizzazioni statali. In caso di fallimento avrebbero dovuto portare i libri contabili in tribunale, salvo l’eventuale salvataggio “interno” ossia con la devoluzione, se possibile, degli utili in surplus dalle aziende IRI in attivo.

La gestione privatistica che Beneduce volle per l’IRI e le sue aziende era esattamente il contrario della gestione burocratica e pianificatrice delle conduzioni “stataliste”. Nessuna “pianificazione sovietica” e nessuna interferenza ministeriale. Queste ultime purtroppo, nella forma della lottizzazione partitocratica, arrivarono a partire dagli anni ’70 creando i presupposti dei problemi finanziari dell’IRI sui quali poi Romano Prodi, Giuliano Amato e Mario Draghi fecero leva per disfarsene.

Quando, nel dopoguerra, Enrico Mattei, con l’appoggio di Alcide De Gasperi, inventò l’ENI, anche in tal caso sul troncone dell’Agip di epoca fascista, per evitare la dipendenza energetica dell’Italia del cartello oligopolista delle multinazionali petrolifere anglo-americane (le “sette sorelle”), imitò l’esempio di Beneduce e fece dell’ENI una holding pubblica a gestione privatistica.

Il successo dell’IRI, tuttavia, non fu dovuto soltanto al fatto che si trattava di una società pubblica gestita come una società privata. Il suo successo fu dovuto soprattutto al fatto che, ad iniziare dallo stesso vecchio socialista risorgimentale Alberto Beneduce, l’intero management era costituito, inizialmente, da uomini non solo altamente competenti, dal punto di vista tecnico e professionale, ma animati da autentica fede nella “religione della Patria”. Un clima spirituale mazziniano e risorgimentale era quello che Beneduce impresse e pretese dai suoi uomini.

Si trattava, quindi, senza dubbio, di una spiritualità aliena dalla fede tradizionale degli italiani, ossia il Cattolicesimo, con il quale lo stesso regime fascista era venuto a patti all’atto della Conciliazione (dimostrando una possibile via, rimasta poi inattuata, di riconversione religiosa) e, tuttavia, era comunque una “spiritualità” capace, per quanto metafisicamente priva di un fondamento  sicuro e stabile, di vivificare la “missione nazionale” che Beneduce ed i suoi uomini si erano assunti, con l’appoggio, ripetiamo, di Mussolini.

I capitalisti italiani degli anni ’30 furono felici, onde evitare il fallimento e la galera, di abbandonare alla mano pubblica le loro industrie decotte, a causa del fatto che nel capitale di quelle industrie i soci di maggioranza erano le grandi banche private a loro volta sull’orlo del collasso conseguente al Venerdì Nero di Wall Street del 1929. In realtà la speranza dei nostri capitalisti era quella che, passata la bufera e risanate le industrie a spese dello Stato, si tornasse poi alla riprivatizzazione e quindi alla restituzione ai privati, magari a prezzi convenienti, delle imprese “irizzate”.

Nonostante che la tentazione della riprivatizzazione serpeggiasse in alcuni ambienti del regime – quelli di provenienza “fiancheggiatrice” votati alla monarchia borghese dei Savoia – le industrie risanate restarono in mano pubblica, anche nel dopoguerra. Questo per due motivi: la filosofia nazionale che ispirò l’intera operazione e la mancanza di una classe imprenditrice non solo capace di amministrare industrie, molte delle quali vitali, ma soprattutto devota alla nazione per vocazione storica e culturale. I grandi imprenditori italiani, infatti, invocano il patriottismo soltanto quando si tratta di ottenere prebende e protezioni statali.

Qui stanno le principali ragioni che presiedettero alla nascita in Italia dello Stato imprenditore, un modello che ci fu invidiato da Roosevelt e che fu imitato da tutti gli Stati occidentali nel dopoguerra. L’ampliamento delle infrastrutture nazionali, negli anni del “miracolo economico”, fu realizzato dall’IRI o sotto stretta sua supervisione. L’“autostrada del sole”, costruita dall’IRI con capitali pubblici e l’apporto minoritario dei capitali privati della Fiat e della Pirelli, fu inaugurata con tre mesi in anticipo rispetto ai termini contrattuali previsti dal capitolato d’appalto.

Orbene, se è vero che, nel 1992, al momento dello smantellando dell’IRI, imposto dai mercati finanziari transnazionali e devotamente attuato dalla sinistra filo-capitalista, lo Stato possedeva anche le imprese dolciarie, le quali ben potevano tornare ai privati laddove si fossero trovati imprenditori capaci di far crescere quelle imprese, ossia imprenditori convinti del proprio ruolo nell’economia reale e non meri “faccendieri” o “delocalizzatori” esperti in “commercio di imprese”, è tuttavia altrettanto vero che, mediante l’IRI, lo Stato controllava imprese strategiche come quelle autostradali, infrastrutturali, aereoportuali, energetiche, le acciaierie. Imprese che nessuno Stato veramente sovrano può sognare di abbandonare al mercato, interno o globale, senza metter in conto di perdere la propria sovranità. Ed erano esattamente queste imprese, non certo la Motta o l’Alemagna, a far gola alle banche d’affari anglo-americane con le quali i nostri politici e tecnici dell’epoca, “traditori della Patria”, si intrattennero sul panfilo Britannia davanti a Civitavecchia.

La svendita della Patria avvenne negli anni nei quali, dopo la fine dell’Unione Sovietica, i cantori della “fine della storia” e della “guerra giusta” (la prima guerra del Golfo fu del 1991) avevano messo in scena il concerto del “pensiero unico”: privatizzazioni, liberalizzazioni, globalizzazione. Creare un artificiale clima mondialista ed antisovranista era strumentale alla globalizzazione dei capitali. La sinistra, vittima ed erede del malinteso internazionalismo marxista, vide nel globalismo mercatista l’insperata ideologia di sostituzione dopo la fine invereconda del comunismo sovietico.

Ecco perché gli storici del futuro scopriranno che a cavalcare l’onda globalista e privatizzatrice, negli anni ’90, sono stati proprio gli esponenti ex comunisti o ex catto-comunisti, come D’Alema, Bersani, Prodi, e che in questa estate 2018 una vecchia voce della sinistra radicale come Radio Popolare ha difeso a spada tratta, contro la presunta xenofobia del governo “populista”, i Benetton, non certo del tutto esenti da responsabilità nell’incuria che ha causato il dramma del ponte Morandi a Genova mentre i loro profitti crescevano a dismisura. Da “Radio Popolare” a “Voce del Padrone” in nome dell’anti-razzismo: un esito antropologicamente interessante, non c’è che dire.

L’antirazzismo, che in sé è cosa giusta e sacrosanta, in realtà è oggi strumentale alle strategie del capitale transnazionale ed apolide. Una strategia che tende a confondere agli occhi dell’opinione pubblica, magari con l’avvallo delle gesta xenofobe di qualche imbecille di turno, l’odioso e inconsistente concetto di “razza” con quello di nazione, cercando di nascondere che la nazione è innanzitutto storia ed identità culturale e che queste, ossia le identità storiche e culturali, sono sempre dinamiche e soggette a contaminazioni inter-culturali nel corso dei secoli, senza che per questo venga meno, in sé, il senso di giusta appartenenza, quell’Amore di Patria che non è odio per l’altro da sé ma solo equilibrato rispetto di sé.

Del resto gli storici del futuro potranno scoprire anche che lo stesso era già accaduto nell’ex Unione Sovietica all’atto del passaggio dal comunismo al capitalismo più selvaggio. Ad appropriarsi delle imprese di Stato furono le grandi famiglie della Casta, della Nomenklatura di Partito, i cui esponenti si trasformarono in “oligarchi” in affari con i predatori capitali occidentali. Gli oligarchi svendettero l’economia nazionale pur di conseguire o conservare una quota di potere. Poi arrivò Putin e, anche lui in nome di una rinnovata fede nella Patria russa (nel suo caso armonica con la Fede cristiana ortodossa), mise il morso e le briglia agli oligarchi. Naturale che per il nostro mediasystem, al soldo dei “mercati”, Putin è un dittatore. La sua colpa? Non lasciar mano libera al capitale transnazionale.

Chi scrive ha l’età per ricordare come, negli anni ’90, mentre l’onda privatrizzatrice e globalista, insieme a quella euro-monetaria, montava coloro che osavano alzare critiche, sospetti e dubbi erano civilmente e mediaticamente proscritti, ridotti a paria del pensiero, messi alla pubblica gogna quali “complottisti”, “euroscettici”, “negazionisti”, “revisionisti” e via dicendo. Una sorte che è capitata anche a numi tutelari dell’intellighenzia, come Luciano Gallino o Paolo Savona o Ida Magli, mica solo a gente alla Giulietto Chiesa o alla Maurizio Blondet, non accreditati nei salotti buoni della stessa intellighenzia ma non per questo meno perspicaci e puntuali dei primi.

Adesso, quando gli effetti nefasti delle false promesse millenaristiche di pace e benessere universali del globalismo si sono ampiamente manifestati, i fatti danno ragione ai proscritti di un tempo. Ma l’intellighenzia, padrona del discorso e soprattutto delle tribune mediatiche, non si arrende, non vuole arrendersi, esattamente come la nomenklatura sovietica che preferì mandare tutto alla malora piuttosto che ammettere il vicolo cieco della via imboccata nel 1917-18.

La lezione che John Maynard Keynes – le cui dottrine economiche sono vietate nell’Europa ordoliberale ed in Italia dall’articolo 81 della Costituzione come riscritto da Mario Monti – resta ancor oggi del tutto valida. Lasciare mano libera al capitale, credere che il libero mercato sia capace di spontanea armonia ed equità, privatizzare anche quanto è per natura proprio dello Stato (che non è solo regolatore ma ha anche una propria sfera economica naturale di gestione diretta: lo riconosceva persino un liberale quale Luigi Einaudi), porta al disastro sociale, alla sudditanza nazionale, al peggioramento dei servizi nell’ottica del “meno costi, maggior profitto”.

Per esperienza professionale, l’autore di queste considerazioni ha ben presente quanti errori sono capaci di compiere uomini politici incompetenti, privi di senso della Polis ed attenti solo alla propria carriera elettorale. Di cattedrali nel deserto, che sono senza dubbio sprechi di pubblico denaro, ne abbiamo molti esempi. Ma resta comunque vero che quella del mercato efficiente ed efficace per principio, più del pubblico, è soltanto una mitologia che i recenti fatti, dalla crisi esplosa nel 2008 al ponte Morandi di Genova, si stanno incaricando di demolire.

Lo Stato può essere efficiente quanto e forse anche più del privato come l’esempio storico dell’IRI di Beneduce, prima che la partitocrazia ne invadesse il campo, sta lì a dimostrare. Ma, come abbiamo ricordato, alla base del successo dell’impresa pubblica creata da Beneduce e Mussolini stava una etica discendente da una “spiritualità” che, sebbene metafisicamente spuria e quindi alla lunga incapace di reggere, dava a chi operava il senso di una più alta missione a scopi di bene comune. In fondo tutto dipende dal cuore dell’uomo. La secolarizzazione ha ucciso anche quella laica spiritualità e nel conseguente vuoto nichilista è emerso il nudo potere dell’“imperialismo internazionale del denaro” (Pio XI, Quadragesimo Anno, 1931).

United Colors of Money, per l’appunto!

Quale sarebbe l’interesse sul debito pubblico italiano nel caso di uscita dall’Euro? Alcune ipotesi

 scenari economici.it 25.8.18

Fare valutazioni su quello che potrebbe essere il tasso di interesse sul debito pubblico dell’Italia in caso di uscita dall’euro non è semplice. L’eventuale tasso risultate verrebbe ovviamente a dipendere da una serie di fattori complessi, di non facile valutazione in questo momento quali;

  • i tassi sui mercati internazionali;
  • le politiche espansive delle banche centrali;
  • l’andamento economico internazionale;
  • la politica mondiale;

tutti fattori sui quali s possono fare delle mere ipotesi. Ciò che possiamo fare è confrontare l’Italia con paesi aventi economia significative, dimensionalmente non troppo discoste dalla nostra , e che sia dal punto di vista politico sia monetario, pur avendo vicende non semplici, non siano neanche in situazioni di estrema confusione. Tanto per capirci i richiami a paesi come il Venezuela, la cui economia non è industriale, ma basata esclusivamente sul petrolio, o lo Zimbabwe, che ha devastato la propria economa con la cacciata dei proprietari bianchi e quindi una politica dissennata, è fuori luogo ed adatto ad una polemica, per rimanere in tema , per i peggiori bar di Caracas.

Un elemento essenziale nella nostra esamina è che il debito sia soprattutto, se non esclusivamente , espresso in moneta nazionale. Se ciò non accade la politica economica e quella monetaria non hanno effetto sul debito tramite i processi inflazionistici e le operazioni sul mercato aperto. Quindi niente Argentina, che comunque ha una struttura economico/produttiva molto diversa dalla nostra. Proprio la stessa Argentina ci mostra come il volume del debito sia secondario: il debito pubblico di Buenos Aires è pari al 57,1% del PIL, inferiore, ad esempio, rispetto alla Finlandia , Irlanda ed Austria e poco diverso da quello dei Paesi Bassi, ma, nonostante questo, l’Argentina h un problema di debito e viene spesso citata, a sproposito.

Inoltre non considereremo paesi dell’area euro, che comunque detengono, vicini a noi, i record del debito.

Potremmo notare che se il limite per far parte dell’euro è che il debito sia il 60% del PIL, l’Euro è di per se illegittimo in quanto la media del debito dei paesi dell’area euro è del 84,4%, per cui la moneta dovrebbe, per coerenza, sciogliersi. Questo per dire come tutto il costrutto dell’euro sia diventato una sorta di rudere a neppure trent’anni dalla nascita.

Nella nostra valutazione ora affrontiamo alcuni casi indicandone il debito/PIL, la bilancia della Partite Correntim per comprendere la situazione della moneta nazionale, inflazione, il debito e il tasso di interesse sui titoli a 10 anni. Il valore delle partite correnti è importante per capire l’andamento della valuta sui mercati internazionali, cioè la sua spinta potenziale a rivalutarsi o svalutarsi . L’inflazione serve per comprendere il valore del tasso di rendimento reale di un titolo di stato.

 

ITALIA

Partite correnti :

 

Inflazione:

Debito PIL 131,8%.  Rentimento 10Y 3,15%. Rendimento Reale, 1,65%.

 

USA

Partite correnti

Inflazione

Rapporto Debito PIL 105%. Rendimento 10Y  : 2,81      Rendimento reale: -0,09

 

REGNO UNITO

Partite Correnti:

Inflazione:

Rapporto debito PIL 85,3%.  Rendimento titolo a 10 anni: 1,28%      Rendimento reale : -1,22%.

 

POLONIA

Partite correnti

Inflazione

Rapporto debito PIL 50,6%         Interesse titolo 10 Y: 3,15%                         Interesse reale : 1,15 %

 

SINGAPORE

Saldo delle partite correnti

 

Inflazione

Rapporto Debito PIL: 110,6%           Rendimento titolo 10Y 2,38%         Rendimento Reale: 1,78%

 

GIAPPONE

Bilancia delle partite correnti

Tasso di Inflazione

Rapporto debito PIL : 253%      Rentimento titoli a 10Y: 0,1                      rendimento reale titoli -0,5%

 

 

COREA DEL SUD

Bilancia delle partite correnti

Inflazione

Rapporto debito PIL 38%.              Rendimento 10Y : 2,38%                               Rendimento Reale : 0,88%

 

 

TAILANDIA

 

Saldo delle partite correnti

Inflazione

Rapporto debito PIL 41,8                         Rendimento Titoli 10Y  2,653%                      Rendimento reale : 1,145%

 

Potremmo continuare con il Canada , che ha un rendimento reale negativo dello 0,75%. Insomma in una situazione normale , con un’economia mediamente avanzata ed un debito in moneta propria, il range va dallo -1,22% del Regno Unito al +1,78% di Singapore. Tutto sommato, dovendo fare una valutazione personale, direi che il tasso di interesse reale del debito italiano si verrebbe a collocare sui dintorni della Polonia, che da un lato ha un debito minore rispetto al nostro, ma, dall’altro, presenta una situazione di partite correnti meno positiva, con una potenziale tendenza quindi alla svalutazione verso una possibile nuova valuta italiana, quindi con un rendimento fra l 1% e 1,2% in termini reali, che comunque ci posiziona ad un livello più elevato di Canada, USA e Regno Unito. La dimensione sia assoluta sia sul PIL del debito appare poco rilevante, quanto invece è più importante la capacità del la Banca Centrale di controllare il tasso di interesse sul debito. In questo momento ritengo che la nostra posizione di vaso di coccio fra i vasi di ferro nordici all’interno nella UME penalizzi il nostro debito, data la scarsa efficacia dell’azione della BCE nel medio periodo, essendo la stessa distribuita non in base all’offerta del debito stesso, ma al PIL dei vari paesi. La BCE nella propria azione del QE si p comportata   un po’ come se, nel distribuire del cibo fra dei bambini , favorisse non i più affamati, ma i più grassi, riuscendo a scontentarli tutti.

 

Crollo Genova, Benetton: festa e grigliata a Cortina il giorno dopo la strage

 

Pubblicato il 18 ago 2018

La famiglia Benetton avrebbe presenziato a una festa a Cortina d’Ampezzo il giorno dopo la strage di Genova. “Un party organizzato per una novantina di invitati sul prato di una villa in località Cojana” scrive Maurizio Tortorella sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, La Verità.

Demolizione ponte Morandi a settembre/ Ultime notizie Genova, Rixi: “mix microcariche esplosive e smontaggio”

Genova, ponte Morandi ultime notizie: caos in commissione Mit, via Ferrazza e Brencich dopo “scandalo verbale”. Il viadotto sarà demolito: Autostrade ha 5 giorni di tempo per decidere come

Genova, crollo ponte Morandi (LaPresse)Genova, crollo ponte Morandi (LaPresse)

Arrivano nuovi aggiornamenti sulla demolizione del ponte Morandi di Genova. Come evidenziato da Repubblica, il sottosegretario alle Infrastrutture e ai trasporti Edoardo Rixi ha annunciato: “Per i primi di settembre, direi entro la prima settimana, potremmo iniziare la demolizione di ponte Morandi”, mentre per quanto riguarda le tempistiche “questo dipende dalla tecnica che verrà usata e da quanti cantieri in contemporanea si riesce ad aprire. Penso comunque che si vada verso un mix tra l’utilizzo di microcariche esplosive e smontaggio”. Infine, ha sottolineato sulla ricostruzione dell’opera: “Il tempo della ricostruzione è legato a quello della demolizione. L’obiettivo è agire, quindi, in tempi piuttosto rapidi, procedendo con più cantieri contemporaneamente. In particolare la parte ovest, può essere ‘aggredita’ in più punti in contemporanea. Questo consentirebbe di accelerare i lavori di demolizione, il che è funzionale anche alla ricostruzione, perché in un anno e qualche mese vogliamo sia pronto il nuovo ponte. Vogliamo che sia ricostruito senza riutilizzare nulla della struttura precedente”. (Aggiornamento di Massimo Balsamo)

DEMOLIZIONE A AUTOSTRADE? MAGISTRATI NON CONVINTI

Sono trascorsi dieci giorni dalla tragedia di Genova e ormai è stato deciso che i monconi del Ponte Morandi dovranno essere demoliti, perché pericolanti. Tuttavia, secondo quanto riporta Il Secolo XIX, ci sarebbe qualche perplessità, da parte della Procura del capoluogo ligure, che sta indagando su quanto accaduto, sul lasciare che sia Autostrade per l’Italia, che pure si è offerta di ricostruire il ponte, a procedere alla demolizione. Infatti, Aspi è tra i soggetti su cui si sta indagando e dunque sarebbe opportuno che non mettesse le mani sul luogo dove si è compiuta la tragedia. Intanto i lavori di rimozione delle macerie sono stati fermati per l’allerta meteo scattata in Liguria. Fino alle 24:00 “sul Polcevera non solo non si lavorerà ma ci saranno una serie di attività di protezione specifiche”, ha fatto sapere Giovanni Toti, commissario delegato all’emergenza, nonché Presidente della Regione Liguria. (aggiornamento di Bruno Zampetti)

DEMOLIZIONE PONTE MORANDI, ECCO COME SI PROCEDERÀ

Il ponte Morandi di Genova, o quel che ne resta, verrà abbattuto, anche se quando e con quali tecniche è difficile prevederlo. Per cercare di fare un po’ di chiarezza, Quotidiano.net ha interpellato Ivan Poroli, ingegnere nonché coordinatore della commissione tecnica di Nad, associazione italiana demolitori. «Ci sono tre scenari possibili – racconta in merito alla demolizione del viadotto – l’esplosivo è quel che viene in mente a tutti, la soluzione che si vede in tv. Ma oggi ci sono anche tecniche diverse: escavatori radiocomandati o martinetti idraulici, per indurre un crollo controllato. Si potranno usare più metodologie insieme, perché ogni pezzo di ponte ha la sua storia». Poroli sottolinea come l’iter per le demolizioni in Italia sia molto lungo a causa dei soliti cavilli burocratici, «In condizioni normali – spiega – per trovare l’esplosivo e posizionarlo, ci vogliono dai 30 ai 90 giorni. Tutto dipende dalla prefettura. Poi c’è da mettere in conto un lavoro preliminare: bisogna praticare i fori, posizionare le cariche. Operazioni che richiedono almeno qualche settimana». Insomma, il Morandi starà “su” ancora per un bel po’, almeno fino alla fine di settembre/inizio ottobre. Di certo sarà un fatto senza precedenti: «Un ponte strallato in cemento precompresso a mia memoria non è mai stato demolito – conclude l’esperto – al suo interno ha elementi metallici che sono tesi. Potrebbero esserci colpi di frusta e liberazione di energia non facilmente prevedibile. Quindi una proiezione di cemento anche a distanze importanti». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

PRESSIONE SU TONINELLI

Un componente dimissionario e l’altro attualmente sollevato dall’incarico. Monta sul Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, la pressione da parte delle opposizioni dopo che in pratica la Commissione nominata proprio dal Mit per indagare sulle cause del crollo del Ponte Morandi a Genova perde due pezzi non da poco, ufficialmente per ragioni di opportunità politica e di conflitto di interesse, dato momento che del verbale redatto ad aprile 2018 in cui veniva chiesto un parere in merito alla ristrutturazione facevano parte gli stessi Antonio Brencich e Roberto Ferrazza. Il primo, in una nota, ha voluto spazzare comunque il campo da qualsiasi illazione spiegando che le dimissioni sono una scelta propria: “Ho deciso il passo indietro con serenità e di mia iniziativa, per permettere alla Commissione di lavorare con serenità” fa sapere Brencich, mettendo a tacere possibili dietrologie e ribadendo di non avere ricevuto pressioni da nessuno. Differente la posizione invece di Ferrazza, il cui incarico è stato revocato dagli stessi vertici del MIT per ragioni di opportunità. Dal canto suo, lo stesso dicastero presieduto da Toninelli ha ringraziato Brencich “per il lavoro fin qui svolto”, elogiandole la professionalità e poi annunciando che a subentrargli nella suddetta commissione sarà Alfredo Mortellaro. (agg. di R. G. Flore)

PD ALL’ATTACCO DI TONINELLI

Il Partito Democratico attacca il Ministro Toninelli per il caos generato nella Commissione Mit: non tanto il “defenestramento” di Ferrazza, quanto piuttosto l’aver scelto le stesse persone che da mesi lavoravano sul ponte Morandi e non sono riuscite ad impedire la tragedia. «Toninelli sulla vicenda del crollo di ponte Morandi ha dimostrato totale inadeguatezza: prima dichiara che la Gronda è un’opera da rimettere in discussione, poi nomina una commissione d’inchiesta senza verificare le attività pregresse svolte dagli stessi membri, infine li rimuove senza ammettere di avere sbagliato. Il tutto rimanendo rigorosamente in vacanza mentre 177 persone vengono prese in ostaggio a Catania e Genova sta vivendo con il crollo del ponte la più grande tragedia degli ultimi decenni», scrive la parlamentare Raffaella Paita, ex candidata alla Regione Liguria per il Centrosinistra. Nel frattempo monta un’altra polemica, questa volta sul fronte pedaggi e dunque contro Autostrade per l’Italia: la famiglia Benetton ha mantenuto la promessa di rendere gratuito il pedaggio nella rete urbana di Genova proprio per venire incontro ai disagi per merci, tir e privati nel passare all’interno degli ingorghi provocati dal crollo del Morandi. Il problema è che, spiega il Giornale, vi sono diversi automobilisti provenienti da zone limitrofe a Genova che hanno denunciato di avere pagato il pedaggio: tradotto, l’Autostrada ligure è gratis ma solo per chi entra ed esce dai caselli genovesi (da Genova Pra’ a Genova Aeroporto e da Genova Bolzaneto a Genova Ovest ed Est ), per chi viene da fuori (ovvero quasi tutti, specie per camion e tir) il pedaggio è ancora in pagamento.

PERCHÈ FERRAZZA E BRENCICH NON SONO PIÙ NELLA COMMISIONE

Ma perchè Brencich e soprattutto Ferrazza sarebbero stati “tolti” dalla Commissione Mit (il primo, va detto, si è  dimissionato da solo, ndr) dopo le polemiche di questi giorni? Per cercare di capire meglio cosa stia succedendo, gli organi di stampa rilevano i contenuti del Comitato Tecnico delle Opere Pubbliche, diretto proprio da Ferrazza, solo qualche mese fa: «Indagini sperimentali e monitoraggio appaiono completi ma si rilevano alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo e in particolare il metodo Sonreb-Win è scientificamente ormai ritenuto fallace»; in questo passaggio, sottolinea il Secolo XIX, forse sta il vero motivo della revoca di Ferrazza dalla Commissione Mit. In quelle stesse conclusioni il Comitato parlava di elementi altamente discutibili per quanto riguarda «la stima della resistenza del calcestruzzo e mette in evidenza che non vien precisato il tipo di tassello per il test di pull out che serve per sondare la resistenza del calcestruzzo». All’interno di quella lista di esperti e ingegneri che presentavano ad Autostrade i problemi relativi al Morandi diversi mesi prima del crollo, facevano parte anche Msssimiliano Giacobbi, di Spea Engineering (società del gruppo Atlantia) e Paolo Strazzullo, proprio di Autostrade per l’Italia.

FERRAZZA: “MIT NON MI HA COMUNICATO NULLA”

Fa ancora molto discutere la decisione del Ministro Tonineli di “decapitare” la Commissione ispettiva sul Ponte Morandi, specie perché il diretto interessato pare che non abbia ancora ricevuto alcuna comunicazione dallo stesso Mit: «Anch’io vorrei cercare di capire. Ma prima di parlare dovrei ricevere una comunicazione del ministero, cosa che ancora non c’è stata», ha spiegato Roberto Ferrazza, fino a ieri il presidente della Commissione Mit oltre che provveditore delle opere pubbliche di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta. Oggi Ferrazza parteciperà ad una riunione in prefettura «con una disposizione d’animo aperta e serena sia pure con un ruolo che è messo in discussione se non revocato». Se i motivi della revoca di quel ruolo sono da cercarsi nelle polemiche sorte sulla presenza di diversi uomini della Commissione diversi mesi prima del crollo proprio nei board che avrebbero dovuto decidere in merito per una manutenzione – ovvero avrebbero dovuto intimare Autostrade per l’Italia a svolgere i controlli necessari – è anche vero che Toninelli al momento non ha comunicato la sua decisione a chi avrebbe dovuto essere il primo ad esserne informato. Brencich invece ha spiegato così, ai colleghi di Genova, le sue dimissioni: «ragione di opportunità. Lo volevo fare già quattro giorni fa. Su questa vicenda si è alzata una questione politica, con la quale non ho nulla a che fare. Quindi, per ragioni di serietà, mi sono dimesso».

DECAPITATA COMMISSIONE MIT: VIA FERRAZZA E BRENCICH

È caos completo, a soli 10 giorni dalla tragedia del ponte Morandi crollato a Genova, nella commissione del Ministero delle Infrastrutture: in pratica ieri sera il Mit ha “decapitato” la parte direttiva della stessa, pensionando anzitempo il presidente Luigi Ferrazza e accettando le dimissioni (imposte o spontanee, non lo sapremo mai) dell’ingegnere e docente Antonio Brencich, quello stesso che diversi anni fa allarmò i genovesi spiegando che il viadotto Morandi era “malato”. La nota del Ministro Toninelli spiega in maniera asettica, come giusto che sia, la decisione che però appare molto più roboante di quanto sembra: «il ministro Danilo Toninelli allo stesso tempo – ovvero dopo le dimissioni presentate da Brencich – ha dato mandato per la revoca dall’incarico di presidente della stessa commissione per l’architetto Roberto Ferrazza, secondo ragioni di opportunità in relazione a tutte le istituzioni coinvolte in questa vicenda. Contestualmente – conclude il Ministero – sarà a breve aggiunto all’organico della commissione ispettiva del Mit Alfredo Principio Mortellaro. Dirigente del Consiglio superiore dei lavori pubblici». I due facevano parte di quelle riunioni nello scorso febbraio in cui si parlava già dello stato di corrosione e pericolosità del Morandi, come svelato dall’Espresso nei giorni scorsi, e probabilmente le polemiche in merito che ne sono scaturite e la possibilità che entrambi vengano sentiti dalla Procura di Genova durante il piano importantissimo di ricostruzione ha portato il Mit ha decidere per la “decapitazione” delle due cariche.

LE DENUNCE DELLE VITTIME

Intanto ieri è stato il giorno importante (qui tutti i dettagli) del vertice Regione-Autostrade, dove il Commissario Toti ha ottenuto dai vertici di Aspi una promessa sul piano di demolizione (o messa in sicurezza, sarà ancora da stabilire): «Il Ponte Morandi lo abbatteremo sicuramente: non tutto nello stesso momento, ma secondo quanto verrà stabilito in più riprese. […] L’intero ponte sarà demolito, ma non è detto che venga usato l’esplosivo. E qualora venisse usato non sappiamo dire come impatterà sulle abitazioni sottostanti» ha spiegato il Governatore ligure ieri sera in conferenza stampa con il Sindaco Bucci. Come invece riporta il Secolo XIX, inizia a prendere forma una bozza delle nomine di costituzione di parte civile, giunte ieri sulla scrivania del sostituto procuratore Massimo Terrile: «In questo momento ci interessa solo un’indagine rapida e completa che permetta di ottenere giustizia per la morte dei nostri cari. Su quell’auto c’era mio nipote, suo padre e sua madre: una famiglia intera», sono le parole della famiglia Robbiano, con nonna e zia del piccolo Samuele (morto sul Morandi assieme a mamma Ersilia e papà Roberto, ndr) che rivendicano giustizia. « I magistrati ipotizzano almeno centoncinquanta solo tra i parenti delle vittime tra cui anche alcuni stranieri. A queste vanno aggiunte anche altre persone che possono aver subito gravi danni dal crollo», riportano i colleghi del Secolo, in attesa che Comune e Regione decidano in merito al costituirsi parti civili nel processo sulla strage genovese.

Atlantia, membro del cda della società compra azioni dopo il crollo del Ponte Morandi

silenziefalsita.it 25.8.18

atlantia-cda-azioni-ponte-morandi

Franco Bechis sul Corriere dell’Umbria ricostruisce la vicenda dell’acquisto di azioni di Atlantia, holding della famiglia Benetton che controlla Autostrade per l’Italia, da parte di un membro del cda della società, il professor Bernardo Bertoldi, nei giorni successivi al crollo del Ponte Morandi a Genova.

“La mattina del 16 agosto scorso” racconta Bechis “un consigliere di amministrazione del gruppo Atlantia, la holding dei Benetton che controlla la società Autostrade, mette in pratica un’idea che deve essergli frullata per la testa tutto il giorno di Ferragosto”.

Si tratta, per l’appunto, di Bernardo Bertoldi, da anni consigliere del gruppo.

Il professore, immaginando che il valore delle azioni di Atlantia si sarebbe assottigliato, e che probabilmente sarebbe stato difficile revocare la concessione ad Autostrade e, nel peggiore dei casi, l’azienda avrebbe ottenuto un lauto indennizzo, ha acquistato migliaia di azioni.

Tra le 7,57 e le 7,59 del 16 agosto scorso – spiega il giornalista – “il consigliere di amministrazione di Atlantia acquista in 3 tranche (una da 5 mila, una da 2.500 e una da 800) in tutto 8.300 azioni della società da lui amministrata al prezzo medio di 17,5613 euro per azione impegnando così 145.758 euro”.

Dopodiché, anche la madre di Bertoldi procede con l’acquisto:

“Appena fatti i suoi acquisti il professore cede il comando alla madre, che, fra le 8 e le 8,08 del mattino, acquista in due tranches più o meno equivalenti altre 5.200 azioni della società al prezzo medio di 17,91 euro (un po’ più care), impegnando così altri 93.132 euro,” scrive ancora Bechis.

Queste operazioni hanno fruttato alla famiglia di Bertoldi circa 20 mila euro.

Alla fine il professore, dopo che il caso è stato sollevato dal Corriere dell’Umbria, ha deciso di dare la somma guadagnata in beneficienza.

Lo ha fatto sapere lo stesso Bechis su Facebook:

“Per chi si fosse perso questo piccolo capitolo del gruppo Benetton nelle ore successive alla caduta del ponte, ecco dal Corriere dell’Umbria la storia di un consigliere di Atlantia che subito dopo compra in borsa al minimo i titoli della società. E pizzicato da noi sulla speculazione il giorno dopo garantisce che i guadagni li darà in beneficienza…”