1. L’EX CAPO DEL FISCO PRIMA HA INDAGATO SUI BENETTON,POI E’ DIVENTATO UN LORO MANAGER 2. BEFERA CURO’ IL “PATTEGGIAMENTO” PER IL RIENTRO DAL LUSSEMBURGO DI UNA SOCIETÀ CREATA PER “MINIMIZZARE LE TASSE SUGLI UTILI FATTI COI PEDAGGI” – DOPO ESSERSI DIMESSO DALLE AGENZIE FISCALI,DIVENTA COORDINATORE DELL’ ORGANISMO DI VIGILANZA DI ATLANTIA

dgospia.com 26.8.18

Daniele Martini per il Fatto Quotidiano

beferaBEFERA

C’ è un fatto importante che lega da anni il gruppo Benetton ad Attilio Befera, per un decennio e fino al 2014 il signore del fisco italiano come capo dell’ Agenzia delle Entrate ed Equitalia. E che poi, abbandonate le tasse, è diventato uno dei dirigenti più alti in grado di Atlantia, holding del gruppo Benetton da cui dipende Autostrade per l’ Italia. Il fatto in questione è del 2012, riguarda proprio faccende tributarie ed è stato rivelato dall’ Espresso: Benetton pagò 12 milioni di euro al fisco e rimpatriò Sintonia, la holding della famiglia che aveva sede in Lussemburgo per evitare ulteriori indagini sulla holding stessa. I Benetton finora avevano fatto credere che quel rimpatrio era dovuto a ragioni prettamente economiche.

beferaBEFERA

La storia parte da un’ indagine della Guardia di Finanza di Milano che spulciando i conti Benetton aveva scoperto un caso di estero vestizione, cioè che la holding lussemburghese della famiglia “era una società di comodo creata per minimizzare le tasse sugli utili prodotti in Italia attraverso i pedaggi autostradali”. Per chiudere la partita e forse per evitare ulteriori guai, il gruppo Benetton patteggiò un pagamento con l’ Agenzia delle Entrate.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

Befera a quei tempi era contemporaneamente capo di Equitalia (la riscossione) e dell’ Agenzia (gli accertamenti fiscali) e c’ è da presumere abbia trattato direttamente lui tutta la partita considerato che di mezzo c’ era una faccenda assai delicata, con cifre di rilievo e con implicato uno dei più influenti gruppi economici nazionali.

La chiusura di contenzioni così pesanti prevede di solito una dose di discrezionalità da parte del fisco al momento del confronto con il contribuente ritenuto infedele o comunque fuori dalle regole.

Dopo essersi dimesso due anni dopo dalle Agenzie fiscali, Befera è passato con i Benetton acquisendo un incarico di fiducia: coordinatore dell’ Organismo di vigilanza di Atlantia, ufficio che “vigila sul funzionamento, l’ efficacia e l’ osservanza del modello di organizzazione, gestione e controllo in riferimento al modello 231”, cioè il Codice etico.

beferaBEFERA

Befera era legato da mille fili al centrosinistra e nel gruppo Benetton ora emerge per importanza nel drappello di manager pescati dagli imprenditori veneti in quell’ area, da Francesco Delzio capo delle Relazioni esterne a Simonetta Giordani, entrambi cresciuti intorno a Enrico Letta, la seconda diventata sottosegretario ai Beni culturali nel suo governo. Befera proviene dall’ area comunista del centrosinistra che nelle faccende fiscali aveva come nume tutelare Vincenzo Visco. Nel suo ufficio di direttore dell’ Agenzia delle entrate al settimo piano del palazzo sulla via Cristoforo Colombo a Roma Befera intratteneva gli interlocutori con alle spalle bene in vista una foto che lo ritrae in compagnia di Ugo Sposetti, dirigente storico del Pci e tesoriere del partito. Quando era ancora un semplice bancario di Efibanca, tentò pure la carriera di dirigente nel sindacato Cgil allora diretto da Angelo De Mattia, il quale sarebbe poi diventato direttore alla Banca d’ Italia e braccio destro del governatore Antonio Fazio.

impero della famiglia benettonIMPERO DELLA FAMIGLIA BENETTON

beferaBEFERA

A metà degli anni Novanta del secolo passato entrò nella agguerrita pattuglia del Secit, gli ispettori del fisco tra cui spiccava Salvatore Tutino per un breve periodo assessore comunale a Roma con la sindaca Raggi. Una volta diventato il deus ex machina del fisco, Befera cominciò a strizzare l’ occhio pure al centrodestra, versione Gianni Letta, frequentando da vicino il lettiano Antonio Mastrapasqua, il presidente Inps poi costretto alle dimissioni per una scandalo collegato alla sanità laziale.

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Il M5S, la Lega e le balle di Jacopo Iacoboni

silenziefalsita.it 26.8.18

Jacopo Iacoboni, l’autore della fake news su Beatrice Di Maio, scrive su Twitter che un articolo di oggi di Silenzi e Falsità è il “certificato di matrimonio tra i due ambiente (sic), la cellula guida del M5S e la cellula guida della Lega”.

Nell’articolo “incriminato” riportiamo con un virgolettato il post pubblicato su Facebook da Matteo Salvini dopo che è stata diffusa la notizia che lui è indagato dalla Procura di Agrigento.

La nostra colpa, secondo Iacoboni, è di aver riportato questa notizia “in maniera totalmente filoleghista”.

La verità è che noi, al contrario di certa Stampa, riportiamo notizie vere e non fake news. E, come riportiamo le dichiarazioni di Salvini, riportiamo anche quelle di Renzi, Berlusconi, Martina, Boschi, Anzaldi, Calenda, di Confindustria che attacca il governo Conte o di Saviano contro lo stesso Salvini.

Iacoboni, ossessionato dalla teoria del complotto grillo-leghista-putinian-trumpiano, ha perso la connessione con la realtà.

Forse non sa neanche più da dove viene, visto che dopo la formazione del governo Conte lo scorso 1 giugno, tra una rosicata e l’altra, ha iniziato a scrivere strani tweet in ucraino.

E non smette di diffondere false notizie. Nel suo tweet, infatti, scrive anche che Marcello Foa, il giornalista indicato da M5S e Lega come presidente Rai e bocciato dalle opposizioni, collabora con Silenzi e Falsità.

È una balla diffusa dai giornaloni. E l’abbiamo già smentita.

A quando la prossima?

“Accoglienza”: non c’è nel dizionario del ministro indagato

26 agosto 2018

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Per introdurre la buona notizia dello sbarco dalla Diciotti dei migranti sequestrati per dieci giorni in condizioni di precarietà disumana, scegliamo le parole del ministro degli esteri albanese Bushati, al governo in un Paese “minore”, molto meno ricco del nostro: “Italia! Non possiamo sostituire l’Europa, ma siamo qui, sull’altra sponda di un mare dove una volta eravamo noi gli Eritrei che soffrivano per giorni e notti nel mezzo del mare, aspettando che l’Europa si svegliasse. Ieri l’Italia ci ha salvato e oggi siamo pronti a dare una mano”. L’Albania ospiterà una quota dei profughi della Diciotti e il gesto di solidarietà accresce il sentimento di vergogna del governo italiano che li ha segregati. Nessuna sorpresa se la vicenda si è conclusa per effetto del cerchio di ostilità intorno al vice ministro leghista e delle indiscrezioni sull’iniziativa della procura di Agrigento che lo indaga per sequestro aggravato. Il colpo di grazia al Ce l’ho duro valpadano è lo ha dato la decisione degli ispettori sanitari di sbarcare diciassette migranti, undici donne vittime di sevizie e stupri, sei uomini malati (scabbia, tubercolosi). “In questi casi”, è la motivazione, “non serve il placet del Viminale”. Nel frattempo montava il dissenso anti Salvini. Il suo estremo tentativo di assalto: “Mi sembra meschino prendersela con dei funzionari (del suo ministero, interrogati) quando c’è un ministro che si prende la responsabilità di dire no”. La procura ne ha tenuto conto e infatti lo indaga per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio.

Abituale exploit controproducente dell’Incompiuto vice premier grillino. Ricorda un suo tweet del 2013: “Alfano indagato per abuso d’ufficio, si dimetta in cinque minuti”. Salace risposta del Pd Anzaldi: “Ora che indagato è il suo alleato Salvini, e per sequestro di persona, arresto illegale, quanti minuti chiede Di Maio perché lasci il Viminale?” Il vice premier a trazione pentastella nicchia: “Resti al suo posto”

E’ dichiarazione di guerra. Il Ce l’ho duro leghista attacca con la solita violenza la magistratura e l’Europa “Ente inutile a cui è tempo di tagliare i finanziamenti”. L’analogia con precedenti tentativi di colpi di Stato deve davvero preoccupare la democrazia di questo Paese con la sinistra in crisi.

Disagio 5Stelle. Il Movimento deve conciliare la posizione di equidistanza dall’operato della magistratura con gli obblighi di alleanza con la Lega, ma al suo interno sono palesi i mal di pancia. Sganga sta con Fico: “Non possiamo restare sulle posizioni di chi pensa all’immigrazione come una questione di contabilità”. Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: “La posizione di Salvini non è degna sotto il profilo umano di un Paese civile e di uno Stato di diritto come il nostro”. Il parlamentare Aldo Penna: “I centocinquanta migranti trattenuti sulla nave della nostra Guardia Costiera hanno avuto tutto il diritto di poter accedere alle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiati politici”. La senatrice Paola Nugnes: “Non c’è nessuna emergenza migranti, le ipotesi di chiusura dei porti, di respingimenti o eventuali revisioni, addirittura dei trattati di Ginevra, non sono nel contratto di governo”. Dissenso pentastellato anche nei confronti dell’incontro di Salvini del 28 Agosto con il premier ungherese Orban, leader dei Visegrad, i superfalchi europei sull’immigrazione.

Il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Vella si è dimesso: “«Non mi è possibile tollerare come medico, di presiedere un ente di salute pubblica in questo momento in cui persone vengono trattate in questo modo sul nostro territorio, dove esiste un sistema universalistico di garanzia della salute”

In poche righe

Uno a me, uno a te. Lega e 5Stelle sono in piena spartizione di incarichi, come ai bei tempi di DC e Psi. Il programma Rai “La prova del cuoco” è affidata alla Isoardi, fidanzata di Salvini e per compensazione bipolare si assume come co-conduttore tale Lo Cicero, mancato assessore pentastellato, ignorando i suoi precedenti di omofobo e razzista. Chiede alla Rai Anzaldi, Pd, commissione di vigilanza se sarà rispettato il tetto di 240mila euro. Ma poi, c’è forse un retroscena di dubbi sulle qualità della Isoardi come erede della Clerici?

Banca Carige, Volpi e Mincione vicini all’accordo / RETROSCENA

GILDA FERRARI – 

Genova – Hanno atteso l’ultimo giorno disponibile per scoprire le carte in vista del rinnovo del cda della banca, ma la tattica c’entra solo fino a un certo punto

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Genova – Hanno atteso l’ultimo giorno disponibile per scoprire le carte in vista del rinnovo del cda della banca, ma la tattica c’entra solo fino a un certo punto. Gabriele Volpi e Raffaele Mincione renderanno pubbliche oggi, domenica 26 agosto, le rispettive mosse, al termine di quarantotto ore di lunghe e non sempre facili trattative. La cosa che appare certa, secondo fonti vicinissime ai due soci di Carige, è che il patron dello Spezia Calcio (accreditato al 9,08% e già alleato di Aldo Spinelli, titolare di un altro 0,75%) e il finanziere romano con base a Londra (in possesso ufficialmente del 5,42% del capitale, ma in salita verso il 9,9%), avrebbero trovato un’intesa per contrastare l’ascesa della famiglia Malacalza, che oggi controlla il 23,95% della banca ma che è autorizzata Bce a raggiungere quota 28%. Volpi e Mincione, come è noto, per diversi mesi si sono reciprocamente ignorati.
Poi, il 10 luglio, in un’intervista al Secolo XIX, l’annuncio del finanziere: «Non ho ancora incontrato Volpi, ma intendo farlo prima dell’assemblea. Mi sembra doveroso nei confronti di un socio così importante». I contatti tra i due si sono materializzati solo negli ultimi giorni. Venerdì pomeriggio indiscrezioni, smentite dai fatti, davano per certa la chiusura del “patto”; i colloqui sono proseguiti in realtà per tutta la giornata di ieri, fino al sostanziale raggiungimento dell’accordo che sarà reso noto oggi. Probabile che i due decidano di presentare una lista unica, o che un azionista appoggi la lista dell’altro, in entrambi i casi con il sostegno di Spinelli. A quel punto ago della bilancia diventerebbe Assogestioni, l’associazione degli investitori che ha già presentato la lista dei propri candidati (Giulio Gallazzi, Angelo Busani e Sonia Peron) ma il cui orientamento sarà decisivo per stabilire gli equilibri all’interno di Carige.

***

L’entità del pressing sul titolo della banca, intanto, è fotografato dai numeri degli scambi degli ultimi tre mesi: se a giugno le vendite di azioni Carige erano ammontate a circa 33 milioni di euro, a luglio sono salite a 57 milioni, per impennarsi a 67 milioni nei primi 24 giorni di agosto.
Non solo. I contratti siglati nelle prime tre settimane di agosto sono stati 9.225, mentre il mese precedente erano stati 11.053: meno operazioni, dunque, ma più “corpose” per una banca che capitalizza meno di mezzo miliardi di euro. Segno – come fa notare una fonte finanziaria – che su Carige potrebbe essersi concentrata l’attenzione «di alcuni fondi, o di soggetti privati interessati ad avere un ruolo nella prossima composizione del cda». «E non sono affatto da escludere colpi di scena a ridosso del 15 settembre», giorno in cui la situazione azionaria della banca sarà “cristallizzata” in vista dell’assemblea, convocata cinque giorni dopo. Se oggi è impossibile prevedere le mosse dei principali soci di Carige, una delle poche certezze riguarda il rischio, sempre più concreto, che il prossimo board rispecchi fedelmente la spaccatura fra le diverse “correnti” che popolano la banca. Una situazione di potenziale instabilità che il mercato guarda con forte apprensione.

Alfano, nuovo eroe di Repubblica

silenziefalsita.it 26.8.18

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Le contorsioni di Repubblica sono speculari a quelle del Giornale di Berlusconi e Sallusti.

Triste fine quella di Repubblica, un tempo un giornale rispettato e credibile, che oggi canta in coro insieme al Giornale di Sallusti, ieri il nemico (utile) oggi il sodale (indispensabile).

Andate a vedere la homepage di Repubblica e de Il Giornale e confrontatele.

Proverete di primo acchito, forse, stupore, ma subito dopo disgusto.

I due giornali gareggiano a spararla più grossa contro il Governo Conte.

Ovviamente non possono non differenziarsi almeno un pochino.

Infatti Il Giornale apparentemente sembra proteggere Salvini, distinguendolo da Di Maio e Conte, mentre, sempre apparentemente, Repubblica sembra attaccare Salvini, ma il vero obbiettivo, per entrambi i giornali, sono Di Maio e Conte. Insomma il vero obbiettivo è indebolire il Governo del Cambiamento.

E cosa fa Repubblica? Si arrampica letteralmente sugli specchi.

Indecorosamente, senza ritegno, senza rispetto per sé, rinunciando del tutto a qualcosa che fosse anche solo una parvenza di deontologia professionale.

Mette sullo stesso piano Salvini con Alfano, utilizzando una notizia del 2016 e accusando Di Maio di usare due pesi e due misure per due fatti che, secondo dei tweet riportati strumentalmente da Repubblica, dovrebbero avere lo stesso trattamento.

Di Maio, secondo gli utenti di twitter ripresi dal giornale di De Benedetti, come ha chiesto le dimissioni di Alfano così dovrebbe fare anche con Salvini e lo sfidano, <ahref=”https: http://www.repubblica.it=”&#8221; politica=”” 2018=”” 08=”” 25=”” news=”” salvini_indagato_di_maio_tweet_alfano_dimissioni-204928410=”” ?ref=”RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-L”” rel=”noopener” target=”_blank”>provocatoriamente, a farlo.</ahref=”https:>

Ma andate a vedere per quale ragione è stato allora indagato Alfano così come la notizia è stata riportata da Repubblica e come, sempre nello stesso articolo tenta di prenderne le difese.

Ora tutti oggi sapiamo per quale ragione, invece, è indagato Salvini e andate a vedere il diverso trattamento riservato a Salvini rispetto ad Alfano.

Semplicemente vomitevole sia l’accostamento di Salvini ad Alfano se non altro per contesti diversi, che l’accusa travestita da pretesa di rispetto della ‘par condicio’ di berlusconiana memoria rivolta a Di Maio da quegli utenti di twitter pescati da Repubblica evidentemente non a caso.

Però, ciò che Repubblica e Il Giornale non possono scrivere, è che non vedono l’ora di mettere insieme quello che resta del PD e di FI con la Lega, addomesticata senza Salvini, ma con i voti che lui è stato capace di raccogliere alle elezioni del 4 marzo scorso e di incrementare, almeno potenzialmente, dopo.

Senza i voti di Salvini, infatti, se non ci sarà un vero e proprio colpo di Stato, non sarà possibile tirar fuori uno straccio di governo che ottenga la fiducia alle camere.

Se poi si andasse ad elezioni, molto, ma molto peggio, per loro.

Sul Movimento 5 Stelle poi non c’è partita e non è manco lontanamente solo pensabile utilizzarlo a proprio piacimento.

Tutte le manovre di palazzo, imboscaste, insomma tutto l’armamentario solitamente utilizzato in questi anni da Napolitano e compagnia, sono completamente inefficaci.

Ne sono consapevoli, perciò vedono nella Lega l’unico punto debole della maggioranza che esprime e sostiene il Governo Conte.

Sono convinto che anche in questa loro convinzione sono in errore, ma tant’è.

Contro i 5 Stelle, effettivamente, non è montabile nessuno scandalo che abbia un minimo di parvenza, non è pensabile dividerlo al suo interno e tutti i tentavi di coinvolgere in qualche maniera Roberto Fico a questo fine sono illusori e fanno ridere.

Roberto Fico ama il Movimento, ma se anche – per la sfortuna che sembra colpire i presidenti della Camera dei Deputati, l’ultimo dei quali a esserne stato vittima è stato Fini e che ha sfiorato la Boldrini salvatasi miracolosamente last minute per una manciata di voti – si avventurasse, per imprevedibile impazzimento, ad andare contro la creatura che ha contribuito a far nascere, rimarrebbe tristemente solo.

Come un generale senza esercito.

E così sarebbe rinnegato sia da coloro che ora gli vogliono bene, sia da quelli che ora strumentalmente lo lusingano, ma che senza pietà lo abbandonerebbero al suo destino se non si rivelasse utile ai propri disegni di distruzione del Movimento 5 Stelle, forte, libero e indipendente come è ora.

Ma il Movimento, come amava ripetere Gianroberto Casaleggio e come sempre ripete Beppe Grillo, è una comunità.

Perciò ci possono essere sensibilità diverse, si possono fare errori di imprevidenza, ma si marcia compatti come un solo uomo.


 

Trump sta spingendo Germania e Russia a mettersi Insieme?

comedonchisciotte.org 26.8.18

DI  TOM LUONGO

tomluongo.me

Summit?  Questo non è un Summit? Solo quattro chiacchiere tra amici.

Il fascino del tour fatto da Vladimir Putin in Germania e in Austria lo scorso fine settimana è un segnale significativo del cambiamento che verrà.

Secondo gli Stati Uniti e per la stampa europea, Putin è solo a un passo o due dalla reincarnazione di Hitler e questo serve soprattutto a mantenere l’ordine istituzionale post Seconda Guerra Mondiale. Ma Putin non è altro che una persona implacabilmente paziente che va avanti nella sua linea diplomatica, anche quando i leader europei, come la Merkel, trattano male sia lui che la Russia. La Merkel, dopotutto, è il principale portavoce e alleato politico di The Davos Crowd che crede di governare il mondo.

La condotta del suo Ministero degli Esteri guidato da Sergei Lavrov è sempre in perfetto equilibrio tra schiettezza e diplo-speak. Quindi, sono rimasto sorpreso nel vedere le foto ufficiali di un suo incontro con la Merkel, che lo ritraggono in una luce positiva. Putin vestito in blu chiaro e grigio, la Merkel in verde, una fontana sullo sfondo e loro che si guardano negli occhi, come in una bella chiacchierata domenicale. Se non lo sapessi, penserei che stanno pensando di tirare fuori le foto dei nipotini, beh, almeno quelle dei nipoti di Putin.

Il modo di presentare le cose è importante e questa immagine racchiude quello che entrambe le parti volevano comunicare. Questo incontro è l’inizio di un cambiamento-in-meglio nel rapporto tra Germania e Russia.

E la domanda è perché?

La risposta più ovvia è la pressione messa su entrambi i paesi da Donald Trump per effeto delle sanzioni e dei dazi ed il loro interesse comune per il gasdotto Nordstream 2.

Ma questo incontro è andato ben oltre, specialmente dopo che il Ministro degli Esteri della Merkel, Heiko Maas, ha coraggiosamente proclamato che l’Europa ha bisogno di un’alternativa al sistema dei pagamenti elettronici internazionali, SWIFT, per mantenere in vita il commercio globale, perché gli USA stanno continuando ad armare il dollaro USA.

Gli Stati Uniti hanno appena sequestrato altri $ 5 miliardi di dollari agli “oligarchi russi” utilizzando il Credit Suisse come loro braccio armato.

Ancora una volta, la domanda è: perché?

Perché la Merkel avrebbe permesso a Maas di fare questa dichiarazione pubblica e perché questa notizia ha avuto una eco internazionale tanto forte su The Financial Times?

Perché la Merkel si scambia false occhiate dolci con Putin che, come Trump,  rappresenta una minaccia esistenziale al mantenimento del suo ruolo politico  e che, inoltre, è quello che ha in mano il pendolo che può allontanare dal globalismo?

Se l’obiettivo di Trump, come presentato da gran parte della stampa europea  (e come dice QUI Gilbert Doctorow),  è di riconquistare una completa sottomissione dell’Europa al dominio americano, allora questa mossa sembra controproducente.

Lo SWIFT e la Giustizia?

Lo SWIFT è la leva principale su cui poggia gran parte del potere USA per imporre le sanzioni, perché è per mezzo dello SWIFT che si possono tracciare le transazioni, bloccare i pagamenti e applicare le multe. Il fatto che nulla di tutto ciò sia strettamente legale è assolutamente irrilevante nel gioco della politica del potere.

Banche come il Credit Suisse non possono funzionare se non hanno accesso allo SWIFT.

Quindi devono cedere alle pressioni. Ecco perché la risposta dei leader dell’UE all’uscita di Trump dal JCPOA è stata molto più cortese che mordace. Perché le misure messe in atto per proteggere le imprese europee dalla rappresaglia USA, non hanno nessun peso in rapporto ai miliardi di perdite che si profilerebbero per le stesse imprese.

Un esempio: La francese Total ha un accordo multimiliardario con l’Iran per le esplorazioni petrolifere .

La risposta della Merkel?  $18 milioni in aiuti all’Iran per i danni subiti. E’ difficile pensare ci sia equità, vero?

E’ qualcosa che mina essenzialmente la credibilità di una UE, che si mostra senza denti e, nel caso del presidente dell’Unione europea Donald Tusk, incapace a difendere un governo che non è appoggiato da The Davos Crowd e che Trump non considera assolutamente.

Quindi, di nuovo, la domanda è: perché?

Tutto sembra una incredibile contraddizione, a volte persino per un osservatore stanco e cinico come me. Fino a quando non ci si ferma un momento e si cerca di guardare da una prospettiva più grande per farsi la domanda più importante di tutte.

Quali sono i veri obiettivi di Trump?

E’ bello avere degli Obiettivi

Ne ho già parlato in passato. Il vero obiettivo di Trump è la distruzione dell’ordine istituzionale del secondo dopoguerra che, nella sua mente, sta dissanguando il tesoro degli Stati Uniti con enormi disavanzi commerciali.

E questo in una parola significa … NATO.

L’obiettivo di Trump è la dissoluzione della NATO. La vuole smantellata perché provoca la fuga massiccia della base di capitale USA. Costruire armi e mantenere basi militari in Europa è costoso e ora quei soldi servono qui, negli USA, e lui lo sa.

Anche solo un semplice accenno ha provocato in The Davos Crowd  sintomi di apoplessia. Per cui subito dopo  Helsinki  tutti sono impazziti. Da qui, la spinta a mettere Trump sotto tiro con la Stormy Freaking Daniels. È tanto patetico.

A giugno scrissi che l’uscita di Trump dalla JCPOA faceva parte della sua strategia per far leva e cambiare i rapporti esistenti tra gli Stati Uniti e la Germania.

The Davos Crowd  ha bisogno di questo accordo per mantenere il sogno di riportare il potere del mondo dagli Stati Uniti in Europa, mantenendo basso il presso dell’energia iraniana e in vigore il conflitto tra Israele-Arabia Saudita contro l’Iran e fomentando il caos globale, pur di evitare che la Russia torni ad essere un paese ricco.

È tutto necessario che per farci credere che abbiamo bisogno della NATO per proteggerci dall’inevitabile attacco russo, che prima o poi dovrà arrivare, dopo tutte le provocazioni. E questo che permette  di lasciar scorrere il denaro attraverso le banche e i lobbisti mentre gli Stati Uniti restano a secco, dovendo pagare le spese per tutto il complesso dell’industria-militare.

Il problema è che quello che ci raccontano è tutta mondezza. E malgrado questa implacabile Russia che insiste, fin da prima che Trump fosse eletto, gli americani vogliono la pace con la Russia, non la guerra.

La Polonia e i Paesi baltici sembrano bambini che fanno i capricci perché “la Russia minaccia di aggredirli”.

Questo è il motivo per cui Trump sta facendo pressione anche sulla Turchia, perché sa bene che l’Europa sarenne molto vulnerabile per una implosione della Turchia. Turchia e Germania sono partner commerciali importanti e la maggior parte dell’esposizione valutaria della Turchia è di proprietà delle banche europee, cosa che rende, come ho già detto, la bomba del debito turco, come un Ground Zero.

Quindi la domanda finale è questa.

Questo era il vero obiettivo di Trump fin dall’inizio? È questo l’argomento di cui Trump e Putin hanno discusso a porte chiuse a Helsinki?

La leva della NATO

Trump sta lavorando per assicurarsi un riavvicinamento tra Germania e Russia, facendo leva sulla NATO e attaccando le fondamenta dell’economia tedesca?

La Merkel, da parte sua, si è indebolita così tanto con la sua politica sull’immigrazione e con il suo forte approccio al dissenso che questo vorticoso week-end con Putin si è risolto più a suo vantaggio, politicamente, che non a vantaggio di Putin?

Il fatto è che se la Merkel vuol mantenere il potere con la sua debole coalizione, a guardare i sondaggi,  sembra giunto il momento di cambiare direzione. E se questo significa fare le fusa con la Russia, allora così sia.

La Merkel continuerà a giocare la sua bella partita su Crimea e Ucraina, mentre Putin parlerà direttamente al popolo tedesco sulla fine della crisi umanitaria in Siria, per far comprendere che la minaccia di altri immigrati sta per finire.

Questa però non è la posizione dichiarata della Merkel e mina gli obiettivi di George Soros sulla distruzione della cultura europea e a questo punto, come riuscirà la Merkel a continuare a parlare senza dover tradire la sua vera fede politica?

E questo il punto è ciò che rende le implicazioni di questo Summit-che-Non-c’è-stato tanto interessante.

E se questo è davvero il punto, il futuro del mondo sta tutto sulle elezioni di medio termine e sul fatto se Trump sarà o non sarà incriminato per rapporti sessuali con un paio di pornostar.

Però, mi fa un po’ schifo scriverlo.

 

Tom Luongo

Fonte: https://tomluongo.me

Link: https://tomluongo.me/2018/08/23/trump-pushing-germany-russia-together/

23.08,2018

In nome del popolo italiano?

di Andrea Romani – 26 agosto 2018 lintellettualedissidente.it

Dimenticare la tragedia di Genova indagando Matteo Salvini non pare una soluzione esattamente democratica.

crivendo tempo fa sulla tragedia di Genova, covavamo intimamente il sospetto che tutto il tran-tran mediatico sarebbe presto scomparso in favore di un nuovo spin: troppe le responsabilità emerse dalle macerie fumanti, molteplici i nomi eccellenti e le infime vergogne. Il ponte Morandi, per paradosso, poteva costituire uno spartiacque tra il prima e il dopo, evidenziando le connivenze che per venticinque anni hanno permesso a una banda di maiali di prosperare politicamente svendendo tutto lo svendibile a quattro straccioni bravi solo a leccare i deretani e foraggiare a miliardi di pubblicità la fulgida stampa borghese.

Pensavamo, per pessimistico abito mentale, che contro lo sterco puzzolente del profitto nemmeno quaranta e più morti innocenti potevano nulla. Purtroppo abbiamo avuto ragione. Bastava infatti l’ennesimo fatto di immigrazione per far calare una cappa di silenzio sulle rovine- superare l’omertà della trimurti corsera-repubblica-stampa era già difficile, ma i nostri campioni della penna son sempre pronti a superarsi- e gettare sulla pubblica opinione il delirante affaire Diciotti.
Beninteso, a noi del fatto in sé non importa nulla. La stanchezza supera di molte spanne lo sdegno di vedere le solite anime belle mobilitarsi per un selfie accogliente e solidale, le trite e ritrite polemiche su chi-resta-umano, sul nazismo risorgente e sul fariseismo in servizio permanente effettivo. Insomma, dell’ennesima manifestazione pelosa e meschina di umanismo da salotto volentieri soprassediamo.

Preme invece sottolineare, ricollegandoci a Genova e al neofeudalesimo dei monopoli privati, il triste spettacolo della magistratura, dimostrazione palese di come i rapporti di forza si tramutino sempre in manifestazioni di arbitrio, lontane anni luce dall’alto e purtroppo etereo concetto di giustizia. Ecco allora che un procuratore della Repubblica indagare a furor di stampa un ministro degli Interni per sequestro di persona e arresto illegale, imputandogli capi d’accusa gravi sulla base di valutazioni esclusivamente politiche e non penali. Espressione, quel magistrato, di un sistema giudiziario che dopo 12 giorni dalla strage ligure ancora non ha indagato nessuno, nonostante dati incontrovertibili dimostrino come Benetton e allegra compagnia abbiano puntualmente dimenticato di investire in manutenzione, impegnati com’erano- li si perdoni- a organizzare eleganti grigliate a Cortina e contare a miliardi i profitti di rendita.

Un governo di maggioranza, che trova finalmente origine dal consenso degli italiani, non va bene ai padroni del vapore.

Assistiamo ancora una volta al classico paradosso della “giustizia” borghese, braccio esecutivo del grande capitale privato, per cui è punibile soltanto ciò che va contro un dato sistema di dominio di classe e di sfruttamento dello stato ad usum privatum. Allorché sull’altare dell’euro furono sacrificati milioni di lavoratori dalla piangente Fornero nessuno fiatò, così come non ricordiamo fascicoli aperti per gli evidenti legami di una certa parte politica con nazioni straniere- di converso sui belfagorici troll del Cremlino abbiamo avuto indagini degne di Montalbano-, e via discorrendo potendo citare migliaia di casi in cui l’apparato giudiziario “non vide e non volle vedere”. Niente di sorprendente, per chi ritiene ancora le istituzioni politico-sociali una espressione dei rapporti di forza economici. Né, si badi, vogliamo fare di tutta l’erba un fascio: coraggiosi esempi di dignità civile ci sono stati e ci sono, basti pensare al procuratore Zuccaro aggredito quasi fosse un millantatore o alla procura di Trani in grado di denunciare la speculazione finanziaria propedeutica al golpe del 2011.

Due esempi controcorrente, non a caso impallinati da certa stampa, che ricordano ancora la funzione di garanzia democratica della magistratura. E il fattore-informazione e il fattore-giustizia, infatti, sono sempre parte di quel problema titanico che è la tenuta delle istituzioni democratiche di fronte all’assalto del capitalismo finanziario. Se, occorre ricordarlo, la democrazia o è sociale secondo Costituzione o non è, la difesa della stessa dovrebbe ribadire colpo su colpo alle offese provocate dai monopoli padronali, dall’invadenza oppressiva di istituzioni sovrannazionali, da tentativi infami di utilizzare poveri disperati come piede di porco per deprimere ancora il tenore di vita e i diritti sociali degli italiani. La giustizia, insomma, dovrebbe essere al servizio del popolo italiano agendo in nomine suo contro chiunque attenti alla sua libertà e ai suoi sacrosanti diritti civili e sociali.

Senza un tale vincolo di fiducia, quando anzi il rapporto si ribalta in favore di potentati privati, gauleiter europei e parti politiche totalmente sfiduciate dagli elettori, tutto diventa possibile, financo l’arbitrio più sfacciato di fronte al quale anche la pazienza del santo, presto o tardi, si consuma per divenire rabbia sacrosanta, risposta proletaria a chi piega tutto, perfino la lettera della legge, all’insaziabilità dell’oro.

La piovra finanziaria

di Marco Cedolin – 20/08/2018 ariannaeditrice.it

Già nel 2008, quando pubblicai “Grandi Opere”, dal quale è tratto questo breve passaggio, risultavano più che mai chiari gli intrecci fra gli interessi della famiglia Benetton, il mondo bancario, gli organismi dello Stato, la comunicazione mainstream ed i grandi poteri finanziari. In 10 anni sono forse cambiati i nomi dei fondi d’investimento ed è aumentata la quantità delle partecipazioni, ma la sostanza purtroppo è rimasta inalterata.

Smantellare piovre di questo genere non è certo una cosa facile, ma se non si agisce in questo senso è praticamente impossibile sperare di andare da qualsiasi parte….

 

“La famiglia Benetton, attraverso la finanziaria “Sintonia”, controlla

il pacchetto di maggioranza di “Autostrade s.p.a.”33, che è al primo

posto fra i costruttori e gestori di autostrade a pedaggio in Europa, ma

al tempo stesso “Autostrade s.p.a.” è fra gli azionisti di riferimento di

IGLI – insieme ai gruppi “Gavio”, “Techint” e “Efibanca” – con una

quota di partecipazione del 20%. IGLI, con quasi il 30% delle azioni, è

l’azionista di maggioranza di “Impregilo”, che risulta fra i principali

soggetti impegnati nella costruzione del TAV. 

Sempre attraverso la

finanziaria di famiglia “Sintonia”, Benetton è fra gli azionisti – insieme

alla famiglia Romiti e al fondo Clessidra – di “Gemina Holding”,

che controlla “Aeroporti di Roma s.p.a. e, ancora per mezzo di “Sintonia”, partecipa con il 24% alla “Sagat s.p.a.”, società che gestisce gli aeroporti di Torino e di Firenze. Benetton, inoltre, attraverso l’altra

finanziaria di famiglia “Edizioni Holding”, partecipa con il 32,71% a

“Eurostazioni s.p.a.” insieme ai gruppi “Pirelli” e “Caltagirone”.

“Eurostazioni” con il 40%, insieme alle Ferrovie dello Stato con il 60%,

gestisce “Grandi Stazioni s.p.a.”, che si occupa della gestione e della

riqualificazione delle 16 maggiori stazioni ferroviarie italiane e di 3

importanti scali ferroviari della Repubblica Ceca. Sempre per mezzo

di “Edizioni Holding”, Benetton possiede anche quote del capitale del

gruppo editoriale multimediale RCS.

Il caso della famiglia Benetton ci aiuta a comprendere come il sistema

delle scatole cinesi consenta a interessi apparentemente inconciliabili

fra loro di convivere serenamente all’interno del bengodi legato alle

grandi opere, senza badare alle contraddizioni. “Benetton” è un gruppo

nato nel settore dell’abbigliamento, oggi risulta fra i principali gestori

di autostrade, ma partecipa attivamente anche alla costruzione del

TAV, che – nelle intenzioni di chi ne è promotore – dovrebbe contribuire

a ridurre il traffico autostradale; contemporaneamente, gestisce scali

aeroportuali a fianco dei Fondi di gestione del risparmio e grandi stazioni

ferroviarie in collaborazione con le Ferrovie, che dovrebbero esse-

re il principale “concorrente” della sua attività in ambito autostradale

proprio insieme alle linee aeree; inoltre vanta partecipazioni azionarie

in uno dei principali gruppi editoriali e multimediali italiani, RCS, il cui

“atteggiamento” mediatico non potrà che essere di favore nei confronti

delle grandi infrastrutture autostradali, ferroviarie e aeroportuali.

~ Economia delle grandi opere ~

181

33. Dati ufficiali tratti dal sito del “Gruppo Benetton”.

Il ponte e i miliardari multiculturalisti

di Petra Reski – 25/08/2018 ariannaeditrice.it

In questi tempi di smarrimento le certezze ci confortano. È il caso della narrazione della dinastia miliardaria e multiculturalista Benetton come di una famiglia perbene che dopo il crollo del ponte Morandi a Genova è costretta a subire l’attacco dei brutti e cattivi partiti populisti italiani. Questa narrazione è stata ripresa puntualmente e alla velocità della luce dai media tedeschi. Meno male. Altrimenti mi sarei preoccupata.

L’analisi dei più autorevoli media tedeschi sull’Italia

Il premio per la celerità spetta a Tobias Piller, corrispondente economico da Roma della FAZ, il quale già nel giorno della disgrazia non solo era certo, così ha affermato, che il ponte è sempre stato un sorvegliato speciale, ma anche che la responsabilità del crollo sia da attribuire, dopotutto, al Movimento 5 Stelle, noto per il suo stop ai progetti infrastrutturali.

A quel punto anche DER SPIEGEL, per non essere da meno, ha dichiarato che “i populisti non riescono a tenere la bocca chiusa” perché devono “innanzitutto individuare i responsabili e poi massacrarli”. Per poi rincarare la dose con un altro articolo: “Perché il governo italiano condanna la famiglia Benetton”.

Tuttavia si sono guardati bene dal riportare anche l’informazione, non meno importante, che i Benetton hanno destinato ogni anno sempre meno fondi alla manutenzione delle autostrade da loro gestite e che la costruzione della Gronda, criticata dal Movimento 5 Stelle genovese è un altro progetto della famiglia Benetton . Per la sua realizzazione l’allora Ministro dei trasporti Delrio promise alla dinastia di imprenditori, per tutta risposta, di prolungare la concessione dell’autostrada fino al 2042, incluso il pagamento di un risarcimento da 6 miliardi di euro nel caso in cui al loro posto fossero subentrate altre imprese. Di fronte a così rosee condizioni contrattuali è logico aspettarsi uno scarso interesse per la manutenzione di un vecchio ponte.

Anche la Süddeutsche Zeitung ha ritenuto di dire la sua e ha tuonato: “Lo stato contro i Benetton. Il governo populista di Roma attacca la famiglia di industriali. È diventata famosa con la moda, oggi gestisce autostrade e ha esperienza nell’ambito della pubblicità politica”- (“pubblicità politica”, ops).

Il sostegno degli amici

I Benetton saranno stati certamente contenti di leggere tutti questi messaggi di solidarietà, erano così sotto shock che hanno avuto bisogno di due giorni interi prima di decidersi a dichiarare il loro cordoglio per i defunti. A proposito di tempismo: dopo il crollo anche i media italiani hanno impiegato giorni orima di nominare  i Benetton come gestori di Autostrade per l’Italia/Atlantia e come tali responsabili del tratto di autostrada in questione. Repubblica è riuscita a dedicare alla disgrazia ben undici pagine senza fare neppure una volta il nome Benetton. (Non è un caso dopotutto che nel consiglio di amministrazione della società autostradale dei Benetton sieda una signora, Monica Mondardini, che fa parte anche del cda di GEDI, il gruppo editoriale cui fanno capo Repubblica, l’Espresso e La Stampa. Un piccolo conflitto di interessi, sia detto per inciso).

Nemmeno dai più importanti telegiornali era possibile aspettarsi che il nome Benetton venisse pronunciato. È un’omissione che ovviamente non sorprende se si considera che i media italiani (devo dirlo un’altra volta?) gravitano tutti, ad eccezione di un unico caso, attorno alla grande coalizione  Forza Italia-PD che ha governato l’Italia negli ultimi 25 anni e con cui la famiglia di imprenditori ha collaborato proficuamente sin dagli inizi.

Prima i maglioni, poi i palazzi

 Una stretta collaborazione che ha visto i suoi frutti non solo a Venezia dove i Benettonhanno potuto scegliersi i pezzi della torta da loro più ambiti, motivo per il quale la città lagunare è chiamata anche Benettown. Nelle loro mani non è finito solo il Fondaco dei Tedeschi, ma anche la stazione ferroviaria, con tanto di ponte incluso nel pacchetto regalo: tuttavia il ponte che conduce alla stazione dei Benetton  è stato presentato dal “sindaco filosofo” Cacciari come un regalo ai veneziani da parte dell’architetto spagnolo Calatrava, un affarone al costo di 3,6 milioni di euro. Sciaguratamente l’architetto aveva sbagliato a fare i calcoli, il ponte mostrava problemi di staticità e alla fine è costato ai contribuenti italiani 11,6 milioni di euro. Questo solo a titolo informativo.

Nel corso degli anni infatti i Benetton sono stati impegnati a coltivare i rapporti con il potere politico, per un certo periodo tramite donazioni ai partiti, allo state attuale elargendo denaro alle fondazioni che orbitano intorno ai partiti. Peraltro i Benetton non nutrono alcuna riserva nei confronti della Lega: per il suo esponente, allora candidato presidente alla Regione Veneto, Luca Zaia si sono fatti carico della comunicazione della campagna elettorale del 2010, tramite il think-tank di famiglia Fabrica, iniziativa che non piacque affatto al suo storico ideatore, il fotografo Toscani.

Tutto l’impegno profuso dai Benetton a sostegno della classe dirigente è stato ripagato nel migliore dei modi: non da ultimo con la concessione di metà dell’intera rete autostradale italiana che solo nell’ultimo anno ha fruttato un volume di 3,9 miliardi di euro, di cui 2,9 miliardi di utili. Un affare niente male.

Il bancomat dei Benetton

Tuttavia i benefici non vengono investiti nella manutenzione o nell’ammodernamento delle autostrade, ma nell’acquisto dell’aeroporto di Nizza, di quote del più grande gestore della rete autostradale spagnola e della società che gestisce l’Eurotunnel: le autostrade si sono trasformate nei bancomat dei Benetton.

E tutto ciò grazie a clausole bizzarre contenute nei contratti che sono state concordate nel corso degli anni ’90 con i Benetton e che, per esempio, in presenza di infrastrutture costruite prima del 1967 non prevedono alcun piano di manutenzione da parte della società concessionaria. Per il ponte di Genova vale questo tipo di clausola. E non solo questa: ogni volta che il tratto di autostrada necessita di controlli, gli ingegneri sono di parte, nominati e retribuiti dalla società e mai esperti imparziali. Per di più il contenuto esatto dei contratti stipulati tra i Benetton e lo Stato italiano è secretato.

Okay, non voglio tediarvi ancora a lungo, carissimi lettori, con questioni di legislazione amministrativa e di edilizia italiana. Voglio solo farvi capire che la realtà dei fatti in Italia non è così semplice come viene rappresentata dai più autorevoli media tedeschi.

Quando è stato reso noto che avrebbero potuto revocare la concessione ai Benetton, le azioni della loro società autostradale Atlantia sono crollate.

Traduzione dal tedesco di Stefano Porreca

SALVINI INDAGATO PER LA DICIOTTI: IL PIU’ GRANDE BOOMERANG PER LA PIDDINITA’

 scenarieconomici.it 26.8.18

Ieri, quasi in contemporanea sono arrivate due notizie strettamente legate fra di loro: lo sbarco degli immigrati irregolari dalla Diciotti e la notizia dell’indagine sul ministro degli Interni per “Sequestro di persona” ed “Abuso in atti d’ufficio”. Qualche esponente della Piddinità, stato dell’anima che non ha nulla a che fare con la sinistra, ma che è l’espressione di chi vive nel più totale privilegio e molto spesso parassitando lo stato, starà festeggiando: una vittoria ottenuta tra l’altrof acendo dimenticare lo scandalo di Autostrade per l’Italia, la tragedia del Ponte Morandi, e tutti i regali fatti alla classe impreditiorial-fighetta “De Noartri”, quelli che fanno fallire le banche e delocalizzano le aziende o colonizzano violentemente.

Invece questo è stato un enorme risultato politico per il Leader della Lega. Non ci credete? bene, pensateci:

  • Ha messo in chiaro come non si possa fare i furbi sulle entrate in Italia, messaggio soprattutto rivolto verso Malta;
  • Ha spiegato in modo pratico alla Guardia Costiera, il cui comandante ammiraglio Pettorino è stato nominato da Gentiloni, che andare a caccia di migranti per il Mediterraneo può avere delle conseguenze. Comunque Pettorino DEVE essere rimosso, a meno che il Governo non voglia volontariamente circondarsi di ufficiali e funzionari infidi;
  • Ha messo in palese evidenza l’inconsistenza dell’Unione Europea ed il suo menefreghismo assoluto sui problemi dell’Italia. Voleva metterlo in luce in modo assoluto? Lo ha fatto , alla fine collocando parte degli immigrati in paesi EXTRA UE che però hanno buoni rapporti con noi, tornando ad una politica estera autonoma;
  • Ha riunito tutto il Piddume in un luogo solo, a testimoniare la propria inutilità, il proprio parassitismo sociale, quando tre italiani si sono suicidati per motivi economici, senza che loro neppure se ne accorgessero;
  • Ha mostrato plasticamente come una parte della Magistratura sia politicamente non solo inclinata, ma sia proprio il braccio armato di Piddinia. Non ha atteso che lo cercassero, li ha apertamente sfidati, contando sull’appoggio popolare assoluto, proprio nel giorno in cui veniva arrestato un gambiano, recidivo per lo stupro ad una quindicenne;
  • Ponendosi personalmente responsabile per le decisioni ha compiuto tre atti politicamente forti, prendendosi la responsabilità delle proprie decisioni (vedete un Alfano al suo posto? Ricordate il caso di  Alma Shalabayeva), tutelando subito i suoi sottoposti nella scala gerarchica e portando subito a roma l’eventuale indagine, al tribunale dei Ministri, disarmando Agrigento;
  • Ha focalizzato e preparato l’opinione pubblica allo scontro, che sia interno, nel caso di nuove elezioni, o esterno, verso l’Unione Europea,  vera matrigna della nostra situazione. Ora la situazione è chiara , evidente, a chiunque, perchè c’è da un lato il popolo italiano e dall’altro una classe eteroguidata e servile vrso un potere esterno e distruttivo;
  • Ha fatto uscire allo scoperto ForzaPD, con Miccichè volgarmente all’attacco e Tajani totalmente prono all’Unione ed incapace di fornire una risposta politica.

Se questa è una sconfitta per Salvini è la più bella sconfitta, quella più utile, della sua carriera politica, in una guerra che è appena incominciata.

Ponte Morandi, Benetton vendetta popolare: “A Cortina quando li vedono…

Come abbiamo tristemente appreso dalle cronache degli ultimi giorni, sono i Benetton i responsabili della poca manutenzione del Ponte ed è per questo che la gente reagisce così

Benetton hanno sicuramente delle responsabilità circa il crollo del Ponte Morandi. La gente lo sa ed è per questo che reagisce in questo modo quando li vedono a Cortina.

Benetton, l’odio delle gente

Non è mai giusto reagire con odio e rancore dopo una tragedia, ma i Benetton ormai devono farsene una ragione: il loro nome porterà sempre tracce del sangue delle vittime del crollo, questo è qualcosa che nessuno potrà cambiare. Il crollo del Ponte Morandi li ha trascinati nel fango.

I loro titoli, la loro faccia è stata permanente sfregiata dal quel crollo. A Cortina d’Ampezzo, erano soliti passare le vacanze la famiglia Benetton, ma ora sarà ancora così?

La reazione della gente dopo il crollo

Dopo il caos mediatico che ha fatto crollare a picco il loro nome, adesso è la gente che si scaglia contro di loro in una sorta di vendetta popolare. E’  Repubblica a raccontare il clima che si respira intorno ai potentissimi imprenditori del cui impero fa parte anche Autostrade per l’Italia, la società responsabile del crollo del ponte Morandi.

In questa tragedia hanno perso la vita 43 persone lo scorso 14 agosto ed è difficile digerire questa tragedia. Il motivo principale è che anche dopo la tragedia il loro atteggiamento è risultato essere irrispettoso nei confronti delle vittime.

I commenti ai bar

Nella zona dove si trova la loro villa i commenti della gente sono molto forti:

“Manco so’ andati ai funerali, manco hanno avuto il coraggio di prendersi li fischi”

Altri dicono:

Sono una tribù di figli e qualcuno potevano mandare. Non l’hanno fatto”.

Un odio che si respira anche a Treviso o a Ponzano Veneto, le altre “città” dei Benetton.

Giuliana, la sorella di Gilberto e Luciano, lamenta a Repubblica:

“inseguita da occhiate e sfottò lungo corso Italia”.

Fedeli nel CDA della Fondazione Agnelli al posto di Marchionne

Redazione Contropiano controllano.org 25.8.18

Carriere fulminanti che la dicono lunghissima sulla classe dirigente, i servi delle imprese e la “caratura” di certi sindacalisti.

Di Valeria Fedeli si sapeva poco fin quando non è stata investita dell’incarico di ministro della Pubblica Istruzione, Ricerca e Università nel governo Gentiloni. Gli addetti ai lavori l’avevano conosciuta come segretaria nazionale dei tessili Cgil per molti anni, in cui il settore è stato progressivamente smantellato (chiusure e delocalizzazioni), senza che il sindacato da lei diretto muovesse un dito per fermare il disastro; o almeno provarci.

Poi era stata eletta senatrice con il Pd, nominata vicepresidente del Senato, posto lasciato per quello di ministro.

Aveva sollevato scandalo il fatto di aver sostanzialmente “taroccato” il proprio curriculum di studi, vantando una laurea inesistente e persino un diploma di scuola superiore di natura incerta. Vederla a capo della ricerca e dell’università era certamente uno choc per chiunque avesse a cuore la qualità della formazione dell nuove generazioni.

Ora che anche sua carriera politica – dopo quella sindacale – è finita, risorge a nuova vita.

Un incarico più onorifico che di vero potere, che presumibilmente assicura ricchi gettoni di presenza e un’aura di internità ai poteri che contano.

Scrive infatti Orizzonte Scuola:

Valeria Fedeli, ex ministro dell’Istruzione, farà parte del Cda della Fondazione Agnelli: lo scrive “Il Tempo”.

John Elkann ha scelto la Fedeli come erede del posto vuoto lasciato da Sergio Marchionne nel CDA, che al momento è formato dalla vicepresidente Tiziana Nasi, da Anna Agnelli, da Tancredi Campello della Spina e da Gianluigi Gabetti, da Giorgio Barba Navaretti, Francesco Profumo e Salvatore Rossi.

La decisione sarebbe però è stata presa prima della morte di Marchionne con il via libera dell’Antitrust, causa l’incarico come ministro dell’Istruzione fino a poche settimane prima della candidatura, per evitare il conflitto d’interessi.

Non conosciamo le ragioni o i meriti che abbiano convinto gli Agnelli ad affidarle uno dei posti che occupava Sergio Marchionne. Ma di sicuro non devono essere legati alla sua pervicacia nella “difesa dei lavoratori”, dell’istruzione pubblica, di docenti e studenti.

Anzi…

Viganò: ‘Vertici Chiesa sapevano di abusi sessuali McCarrick. Papa Francesco si dimetta’

silenziefalsita.it 26.8.18

viganò-papa-francesco

Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, accusa i vertici della Chiesa di non essere intervenuti nonostante sapessero degi abusi sessuali del cardinale Theodore McCarrick, che è stato uno degli elettori di Papa Francesco. Per questo, secondo Viganò, il Santo Padre dovrebbe dimettersi.

In un articolo per “La Verità”, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, Viganò ha scritto:

“Sin dal 2006 i vertici della Chiesa sapevano degli abusi sessuali del cardinale Theodore McCarrick. Papa Benedetto XVI era intervenuto, confinandolo nel silenzio. Ma la protezione della lobby gay, potentissima in Vaticano, gli ha consentito di diventare uno degli elettori di Papa Francesco. Io stesso, 5 anni fa, ho informato Bergoglio della condotta di McCarrick, ma senza esito. Ora che le sue turpitudini sono conclamate, il Papa deve dare l’esempio e dimettersi”.

Le dichiarazioni di Viganò arrivano proprio nel giorno in cui il Papa si trova in visita in Irlanda, nella quale uno dei temi all’ordine del giorno è proprio proprio la pedofilia.

L’arcivescovo ha aggiunto:

“In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, Papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro”.

“Era poi evidente” ha affermato “che a partire dalla elezione di papa Francesco McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in curia e negli Stati Uniti ed il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l’amministrazione ai tempi di Obama. Così si spiega che come membri della Congregazione per i Vescovi il papa sostituì il Cardinale Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Cupich fatto subito cardinale”.


 

BENETTON, BENETTOFF – DA CORTINA A PONZANO VENETO, TUTTI, DOPO IL CROLLO DEL PONTE MORANDI, VOLTANO LE SPALLE AGLI INDUSTRIALI CHE CONTROLLANO ‘AUTOSTRADE’ – “MANCO SO’ ANDATI AI FUNERALI, MANCO HANNO AVUTO IL CORAGGIO DI PRENDERSI I FISCHI” – GIULIANA BENETTON INSEGUITA DA OCCHIATE E SFOTTO’ A CORTINA – LA SOCIETÀ PAGHERA’ 1,5 MILIONI ALLE FAMIGLIE COSTRETTE AD ABBONDANARE LA PROPRIA CASA

dagospia.com 25.8.18

Brunella Giovara per la Repubblica

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

Qui davanti alla meraviglia solenne delle Dolomiti, con le Tofane ombreggiate dalle nubi e sul finire delle vacanze di ricchi molto invidiati, si potrebbe immaginare che la famiglia Benetton trovasse riparo e persino ristoro, dall’ onda rancorosa dopo il disastro di Genova, e l’ immediato crucifige sui social. Ed è invece piuttosto sorprendente scoprire che l’ onda è arrivata fin qui, nel potenziale paradiso dove hanno casa da decenni, e che il rancore nuovo si aggiunge a malumori antichi.

Del resto, questa è la moda corrente in Italia, lo spirito dei tempi avvelenati che cerca il castigo pubblico, anche in un posto di vacanze splendente come è Cortina. Così, i Benetton esperti di moda pagano la fama, la gloria di imprenditori del primo Made in Italy, e per di più i successi internazionali, quel negozio aperto da spavaldi a New York sulla Madison, nel 1980, e le campagne etiche, e di sinistra, impegnate su integrazione, gay, guerre, Aids, politica, immigrazione e molto altro ancora. Il bersaglio ideale, vien da dire, e non sono i soli.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Ieri il bersaglio è stato Giuliana Benetton, inseguita da occhiate e sfottò a bassa voce lungo il corso Italia, ma lei è passata avanti indifferente, le mani dietro la schiena e una borsina a tracolla, la treccia nerissima – quella che piacque tanto a Andy Warhol, le fece il ritratto nel 1986 – che ondeggia sulla giacca blu intessuta di lamè. Una donna di 81 anni che guarda le vetrine, ma questo non la salva dalle male parole.

E verso l’ ora dell’ aperitivo, quando i turisti si siedono nei bar e si materializza una Ferrari nera inutilmente rombante, nella solita Cortina vip e pettegola i clienti del Café Royal – per lo più romani e ciociari – commentano ancora i fatti di Genova con disprezzo, «manco so’ andati ai funerali, manco hanno avuto il coraggio di prendersi li fischi».

Non sono amati, i Benetton, forse non lo sono mai stati, in Veneto.

In più, la famiglia sta simpatica a pochi ampezzani, qui hanno belle dimore e terreni di pregio, ma questo non li aiuta, quindi la faccenda del ponte Morandi ha generato addirittura scandalo e sdegno come un nuovo Vajont, «sono una tribù di figli e qualcuno potevano mandare.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

Non l’ hanno fatto». Il governatore Zaia ha poi dato la linea: «Credo che nelle prime ore dopo il disastro la situazione sia stata gestita male dalla famiglia Benetton», peraltro già maghi del marketing, quelli del prete che bacia la suora, dei ragazzi bianchi neri e gialli sempre abbracciati, United colors of. Da assenti, a Genova hanno fatto un passo falso che forse non sanno ancora come rimediare.

Nati poveri, poi miliardari, ora accusati del peccato di ignavia, con l’ aggravante di una grigliata il 14 sera, mentre a Genova si scavava per tirare fuori i morti, in un ristorante – il Toulà, o il Villa Oretta, o il Tivoli – dove si celebrava il compleanno del cognato di Gilberto Benetton, con discoteca e musica che rimbalzava sulla montagna, lamentano gli ampezzani. E a Ferragosto, pranzo di famiglia qui nella frazione Coiana, sul prato davanti alla casa di Giuliana, dove si commemorava la scomparsa di due loro morti recenti, Carlo Benetton, 77 anni, e Fioravante Bertagnin, marito di Giuliana.

E gli altri morti? Un primo comunicato gelido e tardivo, firmato da Edizione, la holding della famiglia, con il “cordoglio alle famiglie delle vittime, la vicinanza ai feriti” eccetera, poche righe. Un secondo, il sabato dei funerali di Stato, più tiepidamente vicino “a ogni persona che abbia conosciuto e amato coloro che oggi non ci sono più”. Ma nessuno, della dinastia dei golf colorati e poi delle autostrade – o Dynasty, dati i cattivi rapporti all’ interno della tribù – ha avuto l’ impulso di scendere a Genova. Non la prima generazione, Gilberto, Luciano, Giuliana.

YACHT NANOOKYACHT NANOOK

Non la seconda, almeno quelli che sono entrati nel business, come Alessandro figlio di Luciano, o Sabrina figlia di Gilberto, o Franca Bertagnin figlia di Giuliana, né Christian figlio di Carlo. Perciò se anche qualcuno ricorda che «in fondo sono azionisti di minoranza relativa, in Autostrade» e quindi non sono i padroni, ma di certo i più conosciuti e addirittura celebri, la stirpe industriale e pop fondata nel 1965 a Ponzano Veneto esce mesta da “un evento che ci ha colti di sorpresa”.

spot benetton con i migrantiSPOT BENETTON CON I MIGRANTI

Stupisce comunque quel disprezzo antico – quasi astio – che fa dire a molti che i Benetton non sono veri signori, forse perché nati nella Marca un tempo povera, in pianura e non qui, nell’ aristocrazia delle montagne, dove anche una siepe (piantata dai giardinieri di Giuliana) ha fatto arrabbiare molti locali, tanto che qualcuno vuole protestare in Comune, «rovina la prospettiva dei prati, ma loro si comportano come paròn, non la toglieranno mai». Ai paròn non si perdona niente, in un posto dove molti clienti pagano in contanti gli alberghi e le cene, e nessuno dice beh. L’ attico di Carlo Benetton, «pagato 5 milioni di euro, ovvero 33mila al metro quadro», ricorda un commerciante con negozio sul corso.

luciano benetton e oliviero toscaniLUCIANO BENETTON E OLIVIERO TOSCANI

La villa di Alessandro, intatta nei legni e nelle finestre, ma dentro tutta rifatta. Un divano rosa confetto nella casa di Teresa, ex moglie di Luciano, molto criticato. La siepe di Giuliana. Lo yacht di Gilberto, attualmente ormeggiato a Viareggio, si chiama My Nanook e batte bandiera inglese, e anche questo non va bene. Troppi troppi soldi, e troppe invidie, a cascata. E anche la leggenda dei due maglieristi geniali, come prima di loro solo i Missoni: oggi sembra dispiacere che qualcuno all’ epoca abbia avuto l’ idea di un maglione giallo – il primo, confezionato da Giuliana per Luciano – che ha cambiato il modo di vestire di una generazione, quando i pullover erano solo blu, o grigi, e poi delle altre. Perciò tocca scendere in basso, verso Treviso, nel quadrilatero che comprende i punti cardinali della famiglia.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Villa Minelli, sede della Fondazione Benetton, bianca e splendente, con una sede operativa sotterranea creata da Tadao Ando, c’ era un progetto per una riqualificazione del parco e della viabilità, con pista ciclabile annessa, è finita in una zuffa di paese e alla fine Luciano ha lasciato perdere: “Ritiriamo l’ offerta”. E la fabbrica, a Castrette di Villorba, firmata da Tobia Scarpa, con guglie e tiranti che ricordano il ponte di Brooklyn, e per suggestione anche il Morandi.

impero della famiglia benettonIMPERO DELLA FAMIGLIA BENETTON

Poco lontano, l’ altra villa già dei Pastega Manera, restaurata nei Novanta da Ando e trasformata nella sede di Fabrica, dove si faceva Colors e c’ era Oliviero Toscani, e dove oggi sembra tutto sbarrato, forse stanno studiano come rimediare “all’ ingenuità”, dice un trevigiano che invece li ama, di non essere corsi subito a Genova, di non averci messo la faccia, come nella foto famosa che vede i quattro fratelli in camicia bianca e sorridenti, ai bei tempi.

Infine, bisogna entrare a Treviso, e fermarsi davanti alle Gallerie delle prigioni, l’ ultimo dei punti cardinali di famiglia, proprio davanti al duomo, e ultimo grande restauro, una ex galera asburgica che custodisce la collezione di arte contemporanea, ma anche lì, a volte il proprio paese risponde meno bene che New York, tanto per dire. Anni fa, quando Luciano ritirò la sponsorizzazione alla squadra di rugby, spiegò «ma qui sembra che non gliene freghi niente», di sport e di arte. E però, a Leonardo Del Vecchio che gli diceva «ma perché non ti trasferisci a Milano, Milano è la piazza giusta, fai come me», lui rispose ma no, «a me piace scendere dall’ ufficio e camminare per Calmaggiore, a me piace così».

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

2. AUTOSTRADE PAGA 1,5 MILIONI

Da corriere.it

Autostrade per l’Italia ha versato finora 714mila euro di contributi economici per le primissime necessità a 74 famiglie di Genova, costrette ad abbandonare la propria abitazione a causa del crollo del viadotto Polcevera, e questa cifra salirà a circa 1,5 milioni di euro lunedì mattina, quando andranno in pagamento gli ulteriori 90 nuovi bonifici già predisposti. Lo annuncia la società in una nota specificando che la somma si aggiunge ai 500 milioni che la società ha deciso di stanziare per la città.

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Perché serve una salutare frustata di investimenti. Lo dice pure il Club Ambrosetti

 startmag.it 26.8.18

borsa investimenti

L’articolo di Gianfranco Polillo che chiosa uno studio del Club Ambrosetti

Compito del Club Ambrosetti, grazie ad un sistema di indicatori appositamente predisposti e di specifici algoritmi, è anche quello di testare l’imponderabile. Quel sentiment del mercato, da cui dipendono le decisioni più immediate dei principali operatori economici. Il panel di supporto è formato da circa 350 persone: imprenditori, dirigenti di imprese italiane e multinazionali, amministratori delegati e vertici operativi. Un campione più che rappresentativo dalle cui decisioni deriva gran parte dell’evoluzione economica del Paese. Per dare sistematicità alle rilevazioni, in grado di costruire un cruscotto permanente, l’indagine è ripetuta con cadenza trimestrale. Offrendo, così, uno spaccato di carattere sistemico.

L’ultima istantanea è in perfetta sintonia con le previsioni avanzate dai principali istituti italiani ed internazionali. Segnala l’affievolirsi della spinta propulsiva dell’economia italiana, le cui distanze rispetto al resto dell’Eurozona sono destinate ad ampliarsi ulteriormente. Sempre che la situazione internazionale, tra spinte protezionistiche e crisi valutarie striscianti, non peggiori ulteriormente. Si confermano, pertanto, le ultime previsioni di Moody’s, in attesa di conoscere quale sarà il suo verdetto finale sul rating del debito italiano, una volta varata la manovra di bilancio.

Le indicazioni a sei mesi data, parlano di un leggero aumento dell’occupazione, concentrata soprattutto nel Nord. Grazie alla buona dinamica delle esportazioni. Dato quindi di natura più congiunturale, che non strutturale. Che scalfisce appena quell’11,2 per cento, che rappresenta lo zoccolo duro della sofferenza sociale. Con uno scalino, rispetto al 2008, che resta ancora del 5 per cento. La coda velenosa delle politiche sostanzialmente deflazionistiche di questi ultimi anni. Del resto se gli investimenti non riprendono, secondo le indicazioni fornite, è difficile prevedere una sostanziale inversione di tendenza.

Il ristagno di questi ultimi è, per così dire, certificato. Gli indicatori sono in ulteriore calo: dal 31,3 al 23,9 per cento. Il valore più basso dal 2016. Si spera solo in un blocco temporaneo, piuttosto che sulla loro definitiva cancellazione. Le conclusioni del Club Ambrosetti sono così riportate da Il Sole 24 ore: “l’export era e rimane un driver di crescita e il successo delle nostre imprese all’estero si riscontra anche nel surplus commerciale pari a 48 miliardi di euro nel 2017. Tuttavia questo successo non è sufficiente a riallineare la crescita italiana a quella media dell’area euro che rimane superiore. Occorre quindi agire sulla domanda interna per ampliare gli effetti della crescita, utilizzando gli spazi che esistono per realizzare gli investimenti in settori ad elevata produttività e con spillover positivi sul sistema economico.”

É una tesi che noi stessi, insieme ad un pugno di altri economisti (troppo piccolo per contrastare la retorica del solo rigore) abbiamo sostenuto da tempo. Con poco successo, viste l’alone di incertezza che caratterizza la politica del Governo. Meglio, comunque, essere fiduciosi. Pensare di riproporre, nel marasma politico italiano, la linea degli ultimi Governi, è tentare di rimettere indietro le lancette dell’orologio. E considerare il responso delle ultime elezioni una sorta di parentesi (do you remember Croce ed il fascismo) dalla quale poter (illudendosi) prescindere.