Deutsche Bank-Commerzbank: ritornano rumor su fusione che farebbe nascere colosso da 2 trilioni di euro

 

Sono anni che circolano indiscrezioni su una possibile matrimonio tra le due banche più grandi della Germania. La domanda ora non sarebbe più se la fusione si farà, ma quando.

Deutsche Bank-Commerzbank, fusione finalmente all’orizzonte?  Sono anni che circolano indiscrezioni su una possibile matrimonio tra le due banche più grandi della Germania. L’ipotesi è stata rilanciata oggi, di nuovo, dal Financial Times, che ha scritto, sulla base delle osservazioni arrivate da diversi esperti di base a Francoforte, che la domanda non è più se la fusione tra i due istituti ci sarà o meno, ma quando ciò avverrà. Con quasi 2 trilioni di euro di asset totali, una fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank darebbe vita alla terza banca europea, dopo HSBC e BNP Paribas.

Sono state tra l’altro le stesse dichiarazioni del numero uno di Deutsche Bank, l’amministratore delegato Christian Sewing, a fomentare le speculazioni sulla realizzazione di un tale scenario. Sewing ha infatti affermato che “l’urgenza di avere veri campioni (bancari) in Europa dipende da una unica regolamentazione in Europa, dalla presenza di un unico mercato finanziario”. Sewing ha aggiunto di ritenere che il processo di consolidamento sia destinato ad aumentare in modo considerevole.

Il ceo non ha rilasciato comunque commenti sui rumor che continuano a circolare sul futuro di Deutsche Bank, aggiungendo piuttosto che “l’Europa non ha bisogno del maggior numero di banche possibili, ma prima di tutto ha bisogno di banche forti”.

Fusioni tra banche europee saranno prima o poi inevitabili, se si considera che la necessità di unire le forze, in un contesto caratterizzato ancora da bassi tassi di interesse e, anche, di forti multe che spesso colpiscono gli istituti, unire le forze viene considerato in alcuni casi vitale.

Gli esperti ricordano il caso della banca spagnola Santander che, nel giugno del 2017, decise di acquistare la rivale domestica Banco Popular dopo l’aut aut della Bce, che aveva chiaramente detto che quest’ultima “era sul punto di fallire o sarebbe probabilmente fallita”.

Proprio qualche giorno fa, sono tornati inoltre protagonisti i rumors su una fusione tra UniCredit e SocGen.

MORTI SOSPETTE / UN TIR TRAVOLGE NOVI, CENSORE DI BENETTON & C.

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Un incidente, un brutto incidente. La vittima è Emiddio Novi, una carriera al quotidiano il Roma di Achille Lauro a Napoli, un giornalista di destra-destra, poi diventato senatore tra le fila di Forza Italia.

E’ morto nel suo paese natale, un piccolo centro pugliese, travolto da un automezzo addetto alla raccolta dei rifiuti che faceva marcia indietro. Una dinamica davverso singolare. 

Riporta alla mente due gialli, mai risolti e ben presto archiviati dalla magistratura. La fine del numero uno delle Ferrovie Lorenzo Necci, l’uomo di tutti i segreti delle FS e non solo, il quale mentre procedeva a lenta andatura in bicicletta tra le campagne venne travolto da un’auto. Si è mai saputo niente su quella dinamica? Niente, buio pesto. Tutto messo a tacere. 

Due anni fa, invece, uno dei pm più impegnati alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli sul fronte dei traffici della monnezza tossica e milionaria, Federico Bisceglia, perse la vita in un incidente ancora più enigmatico. Procedeva lungo la Salerno Reggio Calabria e la sua auto sfondò il guard rail urtando con violenza. Mezz’ora prima c’era stata la segnalazione di un incidente, ma in senso inverso. Lui perde la vita ma una signora che viaggiava in auto esce illesa, viene ricoverata per due giorni all’ospedale di Salerno e pare che niente abbia mai dichiarato a verbale circa la dinamica dell’incidente. Boh. Pensate che qualche amico togato abbia aperto su quella ‘strana morte’ del collega un fascicolo e poi datogli seguito? Se mai è stato aperto, è stato subito richiuso. Logico? 

Stesso copione, c’è da starne certi, per Novi.

Sul web, però circolano non poche notizie, ovviamente oscurate da media ufficiali, da quella carta stampata che diventa sempre più carta straccia. 

Ecco cosa c’è scritto in un post del senatore 5 Stelle Elio Lannutti, presidente onorario di Adusbef, l’associazione nata a tutela dei risparmiatori: “Il presidente Iri che fu l’esecutore per vendere le Autostrade ai Benetton era stato Gian Maria Gross Pietro, un distinto signore che si preoccupava per il suo futuro. Lasciata l‘Iri fu assunto dai Benetton, con 1 milione di euro netti al mese”.

Qualche giorno prima lo stesso Novi aveva scritto un più articolato post, titolato “Il Compagno Benetton”.  Eccone, di seguito, alcuni stralci.

“Insaziabili questi Benetton, più guadagnavano meno spendevano per la manutenzione delle autostrade che avevano avuto in regalo dal centrosinistra”.

“In pieno delirio di privatizzazione comprano dall’Iri la catena GS con i soldi delle banche e subito la rivendono guadagnandoci 4.500 miiardi di lire”. 

“Fantasiosi questi Benetton. Prodi, Ciampi, Amato s’erano impegnati con Bruxelles e soprattutto con francesi e tedeschi per smantellare l’IriMassimo D’Alema li prende in parola e nel 1999 decide di privatizzare la rete autostradale di proprietà dell’Iri e quindi ancora dallo Stato. Bussano a Banca Intesae gli viene aperto. Chiedono un piccolissimo prestito che in euro è di 8 miliardi e l’ottengono. Con questi soldi comprano autostrade. Per due, tre anni la manutenzione è quasi inesistente. Con i soldi rastrellati ai caselli e l’aumento delle tariffe restituiscono i soldi a Intesa”. 

“Le Autostrade sono una zecca che produce moneta sonante. I Benetton semifalliti come imprenditori del tessile-abbigliameno hanno diversificato e incassano tanti di quei soldi da diventare investitori globali. Con i soldi guadagnati con una gestione finanziaria e non industriale della rete autostradale exIri Benetton diventano soci degli spagnoli Abertis e comprano il 50 per cento della rete”. 

“Insaziabili questi Benetton. Con una redditività del 25 per cento decidono di tagliare le spese di manutenzione. Nel 2016 ottengono una proroga quarantennale con un emendamento aggiunto all’ultimo minuto dal governo alla Finanziaria. La banda Ranzi è capace di tutto. I predecessori non sono da meno. I contratti che riguardano i concessionari delle autostrade vengono secretati”.

“E la trasparenza del mercato, la concorrenza, la terzietà della politica, l’occhiuta vigilanza del commissario per la concorrenza di Bruxelles? Tutto fumo, chiacchiere e distintivo”.

“Questa banda di malavitosi merita un decreto del governo che spazzi via la benevolenza di Tar e magistratura civile corrotta. E che faccia capire a opposizioni e potere mediatico che la ‘fortuna’ sta abbandonando i Benetton e quelli come loro”. 

Novi non riuscirà a vedere questo sperabile – ma secondo noi difficilmente raggiungibile in tempi ragionevolmente brevi – scenario di ‘trasparenza’ e galere aperte per i ladri di Stato. Ma ce lo auguriamo con tutta la nostra forza.   

L’Asti-Cuneo “s’ha da fare”, Costa quel che costi

lospiffero.com 29.8.18

Replica stizzita del Governo a Chiamparino e Gariglio: “Il completamento dell’autostrada non è in discussione, stiamo lavorando per migliorare il progetto”. E l’ex ministro di Mondovì chiede ai Gavio di assumersi l’onere senza ulteriori contropartite

L’Asti-Cuneo non è in pericolo e, indipendentemente dalle decisioni che il Governo assumerà sulle concessioni, verrà completata. «I cittadini della Granda hanno diritto a vedere ultimata l’opera ed hanno anche diritto di conoscere i responsabili dei ritardi, conoscere quanto si è speso finora, conoscere perché il concessionario chiede molti più soldi di quelli previsti dalla convenzione e chiede allo Stato di allungare la concessione su un’altra autostrada per finire i lavori, conoscere chi ha scritto e sottoscritto una convenzione decisamente sfavorevole per il pubblico», afferma Enrico Costaparlamentare di Forza Italia. «Il ministro Toninelli non ha messo, la pietra tombale sulla Cuneo-Asti – spiega contestando l’allarme lanciato dal collega del Pd Davide Gariglio – piuttosto ha lasciato intendere che è bene fare chiarezza circa il fatto che sia o meno dovuto al concessionario un corrispettivo ulteriore rispetto alla convenzione, consistente nel prolungamento di un’altra concessione».

Una modalità, quella individuata, che non convince l’ex ministro di Mondovì. «È giusto riconoscerlo? È un regalo?», si chiede, optando per una soluzione concreta nell’interesse dei piemontesi. «Penso che sia giusto badare al sodo e poiché riteniamo che il concessionario abbia ottenuto molto dallo Stato, riteniamo giusto che si faccia carico di ultimare la Cuneo-Asti senza “se” e senza “ma”, senza corrispettivi ulteriori rispetto a quanto concordato nella convenzione, né in denaro, né in natura (allungamento di altre concessioni). Ogni altro percorso porterebbe a tempi lunghi, lunghissimi, forse eterni». Insomma, il Gruppo Gavio dovrebbe farsi carico del completamento caricandosi tutti gli oneri: «È disponibile il concessionario a partire subito e realizzare l’opera, come da contratto? È disponibile a tendere una mano ad una terra che da anni attende un’opera essenziale, oppure vuole far prevalere, anche ora, la logica dei sostanziosi profitti e delle carte bollate?», conclude Costa.

Una posizione che trova ampio riscontro nel Governo. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, infatti, oggi ribadisce che «non è mai stata messa in discussione da questa Amministrazione la realizzazione dell’autostrada Asti-Cuneo e che il Ministero sta lavorando a un’ottimizzazione del progetto che garantisce significative economie, senza alterare o compromettere lo sviluppo del tracciato originario e senza in alcun modo sollevare dubbi sulla volontà di completamento dell’opera». Lo si legge in una nota del dicastero retto da Danilo Toninelli che così replica alle dichiarazioni del governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. «Il Ministero ora sta lavorando alla soluzione migliore dal punto di vista progettuale e finanziario – afferma Toninelli – se però l’intento del Partito democratico non è quello di realizzare l’opera nel minor tempo possibile ma anche nel modo migliore, ma è solo quello di prorogare la concessione ai padroni delle autostrade, dovrebbe dirlo chiaramente», prosegue polemicamente. «Ricordiamo che nel febbraio 2014, l’allora Ministro Lupi del Governo Renzi ha promesso il termine delle tratte ancora mancanti e dei tunnel programmati in tempi brevissimi, con uno stanziamento di 500 milioni di euro finché nel 2016 il Ministero si è rimangiato il progetto di traforo della collina di Verduno, dopo aver dovuto ammettere che si trattava di una soluzione insostenibile e di uno spreco immenso di denaro pubblico», conclude il ministro: «Ma le pressioni non ci toccano e se Chiamparino vuole continuare a fare propaganda faccia pure. Io dal canto mio continuo ad occuparmi della soluzione migliore per i problemi dei cittadini, e del completamento della Asti-Cuneo dopo 20 anni di chiacchiere».

Affermazioni, secondo Gariglio, tutt’altro che rassicuranti: «Toninelli mente sapendo di mentire. La project review – ricorda il parlamentare Pd, membro della Commissione Trasporti della Camera – è già stata fatta dal precedente governo, che ha cambiato il progetto originario, che prevedeva la costruzione di un tunnel sotto la collina di Verduno, optando per una soluzione superficiale molto meno costosa». Per finanziare il completamento i governi della scorsa legislatura «hanno convenuto con l’Unione europea un sistema di proroga quadriennale della concessione della Torino-Milano con contestuale avvio di gara pubblica (qui la grande novità)per il rinnovo della concessione dell’autostrada e sistema tangenziale torinese. Prendiamo atto che il sistema di proroga della concessione, pensato dai governi di centrosinistra, nonè ritenuto congruo dal nuovo Governo del Cambiamento (in peggio). Bene, è loro diritto». A questo punto, però, occorre capire «con quali modalità, tempi e fonti di finanziamento il ministro Toninelli intenda realizzare l’opera».

L’ex segretario del Pd piemontese polemizza anche con il collega Costa di cui, ironicamente, afferma di apprezzare il “suggerimento”. «Da ministro dei precedenti governi di centrosinistra non era riuscito a far costruire l’opera gratis dagli attuali concessionari, ci auguriamo abbia maggior fortuna oggi, da parlamentare di opposizione. Se però, disgraziatamente, il gruppo Gavio non dovesse accettare il suggerimento dell’on. Costa, allora diventa indispensabile conoscere gli intendimenti del ministro. Ma per ora si conferma, ancora una volta, reticente».

 

Il problema è il debito, o una politica monetaria sbagliata? Lo capirete molto presto (ma continuate seguire sempre i guru in TV.. stile Cottarelli)

 scenari economici.it 29.8.18

Quando sentite parlare  in TV gli Economisti “Mainstream”, che passano il proprio tempo a truccarsi per dire banalità e che spesso non hanno neanche la laurea in economia, o la laurea in generale, sentirete una litania de “Il debito è alto”, “Come faremo a piazzare i nostri titoli ” etc etc. Perchè in tutto il mondo c’è solo un problema: il debito italiano, tutto il resto, debito privato in primis, è irrilevante.

Pare che non sia così.. o meglio che sia sono una fetta della verità. Torniamo al problema dei paesi in via di sviluppo. La Turchia è nella cronache ma tutti stanno pagando la stretta monetaria partita dalla FED e proseguita con la BCE, e la pagano molto male perchè una caratteristica di questi paesi è di avere dei debiti spesso limitati (tra 50 ed 80 per cento del PIL), ma in valuta estera , quindi, quando i paesi in cui è espressa la loro valuta iniziano a fare un po’ di restrizione monetaria, vedono saltare bilanci e valute perchè non possono trovare la valuta necessaria sui mercati internazionali, a prezzi decenti. Argentina Docet. Ed infatti….

Colombia peso

Real Brasiliano

Peso messicano

Rand Sudafricano

Paesi diversi, sistemi economici diversi, situazioni politiche diverse, eppure tutti nell’ultimo mese a picco. Il mondo non è ancora abbastanza “Dedollarizzato” per non far sentire la scarsità.

Torniamo all’Europa. Ricordate che il problema è il Debito pubblico… ma solo perchè i paesi europei NON HANNO UNA BANCA CENTRALE come c’è in USA, UK Giappone, Corea del Sud, Tailandia, Singapore etc etc. Però il problema è quello del debito privato, o meglio del CREDITO PRIVATO: se questi paesi in via di sviluppo non trovano dollari o euro, come faranno a pagare i propri creditori? Io accetterei dei Pesos Colombiani, se accompagnati da una buona Aqua Ardiente, ma dubito che questo vada bene per tutti i creditori.

Quali banche in Europa sono esposte verso i paesi in via di sviluppo?

La Spagna è esposta verso: Argentina, Turchia , Brasile, Colombia , Messico, Cile, Sud Africa ed Indonesia per il 160% del Patrimonio netto bancario….. Solo questi paesi potrebbero far saltare il sistema bancario spagnolo, e questo è curioso ed ironico, perchè la stretta monetaria è voluta non solo dalla FED , ma anche dalla BCE, per cui la BCE può far saltare, anche se in modo indiretto, un paese che è parte del board. Non trovate ironico questa sorta di enorme karma bancario?  Certo, non avere una banca centrale è un problema un po’ per tutti.

Altro mito è che l’Italia, in questo momento, stia crescendo meno di tutti in Europa. Quasi giusto , ma non giusto, c’è chi cresce meno.

La Francia europeista, efficiente, buona, “Competente” per natura, antipopulista, cresce ancora meno della cattiva Italia populista, anche se i populisti sono appena arrivati e non hanno ancora fatto nulla di veramente populista. La Francia ha un debito al 97% del PIL alto, ma più basso del nostro. Non ha avuto problemi di spread, eppure cresce meno di noi, ma il problema è lo spread, il problema è il debito pubblico… oppure il problema è non fare una politica fiscale in assenza di una politica monetaria…

Chissà …

 

 

Genova, Intesa Sanpaolo cancella i mutui nella zona rossa colpita dal crollo del ponte Morandi

silenziefalsita.it 29.8.18

intesa-san-paolo-mutui-ponte-morandi

Genova – Intesa Sanpaolo ha diffuso un comunicato stampa nel quale si legge che l’Istituto è pronto “a cancellare i mutui nella zona rossa colpita dal crollo del ponte Morandi e a supportare con altri interventi le famiglie e le imprese della zona rossa”.

Per tanto la banca ha stanziato un plafond di 4,5 milioni per la “remissione unilaterale dei mutui prima casa degli immobili che verranno dichiarati inagibili”.

Inoltre sarà possibile “la sospensione di 12 mesi gratuita e volontaria dei finanziamenti a privati e imprese”.

A disposizione di famiglie e imprese è previsto anche un plafond di 50 milioni per finanziamenti per ricostruzione e ripristino delle strutture danneggiate.

Per di più i “minori che hanno perso uno o entrambi i genitori beneficeranno di una polizza vincolata fino al raggiungimento della maggiore età che prevede un capitale garantito di 100 mila euro se hanno perso un genitore e 200 mila euro se sono mancati entrambi i genitori”.

Queste cifre aumenteranno per chi “completerà il percorso di studi fino al conseguimento della laurea, fino a un massimo di 300 mila euro”.

Mutui cancellati nella zona rossa, il deputato M5S Sergio Battelli: ‘Spero che tutti seguano questo esempio’

Sergio Battelli, deputato genovese del M5S, ha commentato la notizia su Facebook:

“Che le persone che abitavano sotto al Ponte Morandi a Genova continuino a pagare il #mutuo per una casa che non esisterà più è assurdo. Qualcuno, finalmente, se ne è accorto ed è pronto non a sospenderli e basta ma a cancellarli definitivamente”, ha scritto.

“Spero che tutti seguano questo esempio, per una volta virtuoso, e facciano a breve lo stesso,” ha concluso Battelli.

Crollo Ponte Morandi, Perché gli sfollati dovrebbero continuare a pagare il mutuo?

In un post pubblicato stamane riportavamo che gli sfollati che avevano contratto un mutuo per acquistare una delle case sottostanti al Ponte Morandi sono tenuti all’obbligo di restituzione, che è “indipendente rispetto alla perdurante esistenza del bene che si è acquistato con la somma anticipata dalla banca. Per questo motivo il mutuatario rimane obbligato a provvedere al pagamento delle rate di mutuo anche nell’ipotesi di perimento totale del bene immobile,” come spiegato da Aldo Bissi, collaboratore di Ridare, portale di Giuffrè Francis Lefevbre che affronta tematiche relative a risarcimento del danno e responsabilità civile.

Per scongiurare tale situazione possono però intervenire gli istituti bancari e/o il governo.

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Un bel gesto del Gruppo Intesa San Paolo – mi auguro che lo stesso gesto venga utilizzato anche per tutte le persone delle Banche Venete nel breve.

Atlantia: Di Maio, vuole partecipazione Stato per salvarsi in Borsa

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Castellucci dice no alla nazionalizzazione ma che va bene una partecipazione dello Stato: prima avete fatto questo guaio e poi volete una partecipazione per salvarvi in Borsa? Non è questo il nostro obiettivo: il nostro obiettivo è far sì che se si paghi il pedaggio non si rischi di morire”.

Lo ha affermato il vice premier Luigi Di Maio nel corso della sua visita al Cairo, aggiungendo che i ministri che hanno firmato le convenzioni con le concessionarie autostradali “devono pagare di tasca propria. Dicono che così si scoraggiano gli investitori esteri, ma conosco tanti investitori esteri che non hanno mai avuto contratti con un rendimento assicurato del 7%. Il nostro obiettivo principale è revocare la concessione, fare in modo che i ministri che hanno firmato quei contratti capestro paghino e ricostruire il ponte in sicurezza”.

“Per me è complicato dire alle famiglie delle vittime che il ponte lo ricostruirà chi lo ha fatto crollare – ha aggiunto – Secondo me il ponte lo deve ricostruire un’azienda di Stato, come Fincantieri, che può essere sostenuta da Cdp, possiamo far costruire pezzi del ponte alla Fincantieri di Genova”.

rov

(END) Dow Jones Newswires

August 29, 2018 09:17 ET (13:17 GMT)

Intesa Sanpaolo, Unicredit e Cdp si lanciano nel business delle farmacie con F2i

Michele Arnese startmag.it 29.8.18

Che ci azzecca il fondo F2i specializzato in infrastrutture con le farmacie? Poco, forse nulla.

Ma non hanno risposto così, evidentemente, i vertici del fondo stesso.

Infatti la sgr partita nel 2007 che “opera – come dice la dizione ufficiale che si legge sul sito – investimenti nel settore infrastrutture” sta per comprare alcune farmacie e parafarmacie.

Eppure la missione della società è quella di effettuare investimenti “in settore di rilevanza strategica per lo sviluppo infrastrutturale del Paese”.

Quali sono questi settori? Eccoli, come da elenco ufficiale che si legge sul sito della società guidata dall’amministratore delegato Renato Ravanelli: “Aeroporti, autostrade, distribuzione del gas, servizi idrici integrati, TLC, energie rinnovabili, servizi pubblici locali e infrastrutture sociali”.

Ecco, forse la farmacia rientra fra i servizi pubblici locali.

Di sicuro avranno pensato questo i vertici della società di gestione del risparmio che ha come soci Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro), Intesa Sanpaolo, Unicredit, i francesi di Ardian, la cinese Cic, fondazioni bancarie e casse di previdenza.

Tutti azionisti felici di puntare – al prezzo di 120 milioni di euro – sulle farmacie della società Farmacrimi. o.

Infatti, secondo quanto ha svelato oggi Rosario Dimito sul quotidiano Il Messaggero, il fondo F2i è in dirittura d’arrivo per rilevare 13 farmacie e 12 parafarmacie del gruppo controllato da Vincenzo Crimi che, sarebbe, secondo quanto scrive il Messaggero, il fratello di Rocco Crimi, esponente di primo piano di Forza Italia e già tesoriere del movimento di Silvio Berlusconi.

I negozi sono concentrati a Roma e a Milano in punti centrali o nevralgici (vicino alle stazioni Termini e Tiburtina a Roma, ad esempio).

“La svolta di F2i avviene sulla scia degli effetti della liberazione del settore e dalla redditività assicurata dal comparto (30%)”, scrive Dimito.

Avanti tutta nel settore medico-farmaceutico, dunque, per il fondo infrastrutturale che fu avviato da Cdp.

D’altronde F2i ha di recente rilevato il gruppo medico Kos attivo nell’assistenza socio-sanitaria (che ha 83 strutture in Italia) con la Cir dei De Benedetti.

GIALLO UNIPOL / A BREVE NEWS SUL RINVIO A GIUDIZIO DI CIMBRI & C.

28 agosto 2018

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

E’ iniziato il conto alla rovescia per Unipol. E sono ore di trepidante attesa per l’amministratore delegato di Unipol Sai, Carlo Cimbri e del presidente del gruppo, Pierluigi Stefanini.

Dopo tre anni di indagini sulla super discussa e intricatissima fusione tra la big delle assicurazioni Unipol e quella dell’ex re delle polizze Salvatore Ligresti, Sai-Fondiara, e dopo una estenuante attesa durata due anni per la perizia redatta da Fabrizio Dezani e Enrico Stati, ora il pm della Procura di Torino, Marco Gianoglio, ha tutte le carte e i documenti in mano. Ha avuto il tempo di studiarli e ha appena notificato alle parti la chiusura indagini.

Significa che la situazione è ormai cristallizzata, in qualche modo chiara pur nella sua estrema complessità e che adesso il pm ha solo due scelte avanti a sé: chiedere il rinvio a giudizio degli imputati o archiviare il tutto. Secondo ambienti forensi torinesi e anche secondo le prassi giudiziarie, la chiusura indagini, soprattuttto dopo un così lungo periodo di ‘gestazione’, prelude alle richieste di rinvio a giudizio.

Nella vicenda sono coinvolti altri tra funzionari e dirigenti. Roberto Giay, ex amministratore delegato di Premafin Finanziaria; Fabio Cerchiai, presidente del cda di Milano Assicurazioni; Vanes Galanti, ex numero uno del cda di UnipolAssicrazioni. In più rischiano di andare a processo un ex componente della Consob e un advisor.

Carlo Cimbri

Le accuse sono molto pesanti e si riassumono in una parola: aggiotaggio. Oltre alla maxi documentazione cartacea, il pm Gianoglio si è potuto servire anche di intercettazioni telefoniche effettuate tra il 2014 e il 2016.

Cosa sarebbe successo, in realtà? In vista del matrimonio, sarebbero stati alterati i valori dei beni preziosi e dell’argenteria che ognuna delle due famiglie portava in dote. Uscendo di metafora, sono stati falsati i valori di concambio, alterando quelli delle azioni in pancia alle due sigle. In questo modo sarebbe stato letterlamente ingannato il mercato, fornendo notizie fasulle a chi investe in Borsa.

A questo punto, da alcuni mesi Unipol tiene in stand by le principali operazioni in corso. Soprattutto l’aumento della sua partecipazione in BPER, l’importante Banca Popolare Emiliano Romagnola di cui Unipol possiede fino ad oggi il 19 per cento. Lo scopo è quel della maggioranza azionaria, entrando quindi a vele spiegate nel mondo creditizio in sempre più veloce evoluzione a base di aggregazioni e fusioni pesanti. Unipol ci aveva tentato anni fa mettendo in piedi Unipol Banca, operazione andata in flop: comunque Unipol ha provveduto a ripulirla di tutta quella ‘monnezza’ finanziaria che oggi viene tecnicamente chiamata NPL, un tempo sofferenze oppure crediti incagliati.

Vedremo allora a breve se resterà o no incagliata nelle maglie della giustizia anche la posizione del timoniere e patròn di UnipolSai, Carlo Cimbri.

SOROS PAPERS III: Europee 2014: come la Open Society ci spia su Twitter

di Francesco Galofaro, Politecnico di Milano marx21.it 17.8.18

Con questo articolo Marx XXI prosegue la pubblicazione degli approfondimenti sui Soros papers. Questa volta ci occupiamo di un documento riservato della Fondazione Open Society che mostra come la lobby di Soros abbia speso 6 milioni di dollari per intervenire nelle elezioni europee del 2014. Il documento fa parte di un dossier pubblicato da DC Leaks, purtroppo non più on-line. Come sempre riportiamo in nota l’indirizzo al quale ci è stato possibile reperirlo [1]. A quanto ci risulta il documento è passato inosservato alla stampa italiana nonostante sia pubblico dal 2016.

Come spendere sei milioni di dollari per orientare l’opinione pubblica europea

In occasione delle scorse elezioni europee del 2014, la Open Society Initiative for Europe (OSIFE) ha finanziato progetti per più di 6 milioni di dollari a oltre 90 organizzazioni partner appartenenti agli Stati europei più diversi allo scopo di influenzare le elezioni europee. A provarlo, la lista dei progetti e delle organizzazioni non governative finanziate, completa degli ambiti territoriali di intervento e dei referenti. Trattandosi di un dossier molto corposo, dedicherò questa terza parte al problema della manipolazione dell’informazione operata dalla fondazione open society, rimandando alle prossime uscite alcune considerazioni più generali sul modus operandi della lobby di Soros.

La manipolazione dei media

A prima vista, il meccanismo è trasparente: si tratta di borse (grants) attribuite alle ONG sulla base di progetti presentati alla fondazione. In realtà nel loro insieme i progetti lasciano intravvedere un obiettivo molto meno chiaro: il tentativo di manipolare i mezzi di comunicazione di massa e più in genere l’opinione pubblica. Cosa si intende per manipolazione? La normale propaganda elettorale operata da partiti e movimenti politici non può essere certamente considerata una “manipolazione”, in quanto fa parte delle regole della competizione elettorale. Quando leggo il volantino di una forza politica, mi è ben chiaro chi mi si rivolge e a quali scopi. Tuttavia, la maggior parte delle iniziative che leggiamo nel documento nascondono il reale emittente della campagna e i suoi motivi; associano messaggi politicamente orientati a inviti più generici alla partecipazione al voto; nascondono il messaggio elettorale sotto le mentite spoglie del questionario, dell’indagine scientifica o del gioco; invadono la privacy degli utenti per profilarli. Vediamo subito gli esempi più eclatanti.

Spiare gli utenti di Twitter

A p. 5 scopriamo il progetto Mobilizing the vote through social media in 2014. Ecco lo scopo del progetto, nella descrizione del proponente (la traduzione è mia): «rendere disponibili strumenti per i social media alle organizzazioni della società civile in tutta Europa, in modo che possano mobilitare le persone in modo più efficace per votare alle elezioni europee del 2014. Demos produrrà strumenti e tecniche, ad esempio software open source, utilizzabili per analizzare i dati di Twitter in tempo reale, al fine di consentire agli intervistatori di aumentare i partecipanti ai gruppi target. Questi strumenti saranno resi disponibili online gratuitamente. Demos formerà anche difensori (advocates) e gruppi della società civile interessati alla partecipazione civica e politica attraverso una serie di workshop di due giorni in Francia, Grecia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito». Il progetto è stato finanziato con 130 mila euro.

Chi ha tentato di profilarci

Il progetto è presentato da DEMOS, una sigla inglese che si auto-definisce un cross-party think-tank, un “gruppo di esperti trasversale” e che offre servizi di consulenza su temi come “leadership etica”, analisi dei social media e strategie per combattere la radicalizzazione [2]. Se gli strumenti per profilare gli utenti di twitter e targetizzare la campagna di persuasione sono davvero stati realizzati, l’organizzazione se li è tenuti stretti: non sono comunque disponibili sul sito, dove troviamo invece molti rapporti di analisi della comunicazione su twitter, oltre a una guida a criptovalute e blockchain per l’amministratore pubblico [3] piuttosto significativa per comprendere l’orientamento dell’organizzazione.

EUVOX: un progetto del Parlamento europeo

Cospicui finanziamenti riguardano la realizzazione di applicazioni per il web. Ad esempio, 25mila dollari sono stati spesi per un gioco di ruolo interattivo rivolto ai giovani disinteressati alla politica. Tra gli altri progetti, 117 mila dollari sono stati stanziati per la realizzazione di EUVOX, uno strumento per consigliare gli elettori circa il voto (al momento non più online). Si tratta di una delle innumerevoli applicazioni che ci pongono una lista di domande sui temi più importanti delle elezioni, e poi ci posizionano nel panorama elettorale. L’applicazione, sviluppata da Kieskompas [4], era accessibile da tutti i Paesi europei. Ulteriori 22.250 dollari sono stati stanziati per pubblicizzare quest’app su Facebook, e 15.000 dollari sono andati a finanziare una riunione, definita “di alto livello”, dove presentare una ricerca sui dati raccolti sugli utenti. Un dettaglio importante: oltre alla fondazione Open Society, EUVOX è stato co-finanziato dal Direttorato generale per le comunicazioni del Parlamento europeo [5].

Decidere l’agenda politica

Possiamo chiederci che influenza abbiano davvero sulle decisioni di voto le VAA (Voter Advicer Application, “programma consigliere dell’elettore”) come Euvox. Ad esempio, quello proposto da Repubblica per le elezioni del 2018 era particolarmente rozzo, visto che addirittura mancavano liste come Potere al Popolo [6]. Occorre considerare che questi strumenti, senza suggerirci che posizione prendere in merito ai temi su cui ci chiedono di schierarci, fissano tuttavia la graduatoria dei problemi da dibattere: in questo modo, questioni come la sanità pubblica o i diritti del mondo del lavoro, assenti o quasi dai questionari, passano in secondo piano. E’ un effetto sociale dei media noto come agenda setting [7].

Mappe politiche arbitrarie

A maggior ragione, allora, la scelta – arbitraria – degli assi che collocano forze politiche ed elettori in una mappa diviene uno strumento che serve ai propositi dei committenti. Ad esempio, troviamo “fiducia-sfiducia nelle istituzioni” nel caso di Repubblica, mentre nel caso di EUVOX è stato usato un asse “eurofili-euroscettici”. Se, ad esempio, quest’ultimo asse fosse stato usato da Repubblica per la propria VAA, la mappa dei Partiti non avrebbe certamente visto Forza Italia accanto alla Lega, ma notevolmente più vicina al PD. In questo modo la vicinanza o lontananza dei partiti tra loro e la relativa posizione dell’elettore può cambiare significativamente. Suggerire all’elettore che Forza Italia e la Lega hanno posizioni vicine, o che – al contrario – Forza Italia e PD sono molto simili non è indifferente. Se ne conclude che gli assi non danno una rappresentazione “oggettiva” dell’elettore, ma attribuiscono un’interpretazione alle elezioni, costruendo il significato dei comportamenti di voto.

Un sistema integrato di comunicazione

Se cerchiamo EUVOX su un motore di ricerca, ci imbattiamo in un cospicuo numero di pagine che ce lo consigliano caldamente. Dove nasce una passione tanto disinteressata? E’ presto detto. Tra gli altri siti, troviamo New Europeans [8]. Se consultiamo il nostro documento, scopriremo che il sito ha ricevuto 48.558 dollari dalla Fondazione per produrre contenuti multilingue che stimolino la partecipazione al voto dei cittadini europei immigrati nel Regno Unito. Euvox – oltre a un insieme di altri siti finanziati da Soros – è consigliato anche dalla European Women’s Lobby [9], che ha ricevuto 98.465 dollari per selezionare il primo gruppo di undici leader donne appartenenti a minoranze da addestrare nei campi del populismo, comunicazione, risposta a commenti sessisti e da candidare al parlamento europeo per le elezioni venture. La rete di media nuovi e tradizionali costruita dalla Open society ha dimensioni impressionanti: ci proponiamo nella prossima puntata dell’inchiesta di ricostruire puntualmente il “sistema Soros” di manipolazione dell’informazione.

La manipolazione degli elettori

Dedico lo spazio conclusivo di questa puntata ad alcune considerazioni su EUVOX e sulla profilazione di Twitter. Ricordo che Cambridge Analytica è stata per mesi nell’occhio del ciclone per un progetto del tutto paragonabile a quello finanziato da Open Society Foundation. Certamente il budget di Cambridge Analytica era superiore, ma gli scopi sono gli stessi: realizzare una profilazione efficace (nel nostro caso addirittura in tempo reale) per meglio “targetizzare” (mi scuso per l’orribile barbarismo) i messaggi in cui si concretizza l’azione persuasiva del committente. Target, ovvero bersaglio, è il vocabolo che da sempre rende bene l’idea del modo in cui alcune discipline della comunicazione considerano l’interlocutore e più in generale l’essere umano.

Un discorso solo superficialmente diverso vale per EUVOX, che non agisce a nostra insaputa ma ci chiede di rispondere a un insieme di domande e in cambio ci posiziona in una mappa di forze politiche. Dietro la manipolazione pseudo-scentifica qui rinveniamo un meccanismo di un certo interesse semiotico. La privacy è un concetto recente. Comprenderne l’importanza implica l’acquisizione di una consapevolezza. In realtà ci fa piacere essere osservati e giudicati: un tempo, era una funzione svolta dagli Dei; oggi dagli algoritmi. Il soggetto risulta costantemente infantilizzato rispetto a un “Padre” di ordine trascendente, dall’intelligenza misteriosa e di difficile comprensione In questo modo, Euvox ci assoggetta a una struttura più ampia che conferisce ordine e senso al nostro agire di elettori.

Una manipolazione intenzionale

Ci terrei a sottolineare che non intendo pronunciarmi circa la reale efficacia di queste tecniche – una verifica puntuale è un problema di discipline come la statistica o la sociologia della cultura. Quel che vorrei provare è l’intenzionalità della manipolazione. Sia EUVOX sia il progetto DEMOS cercano di sfruttare le nostre vulnerabilità reali o presunte sotto un profilo psicologico. Si tratta di una tecnica ben nota, che qui si ripresenta a noi nella sua versione contemporanea. Come scrive Chomsky, «i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti […] Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli non conosca se stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su se stessa [10]».

Dove trovare la prima e la seconda parte dell’inchiesta

Fin qui abbiamo analizzato approfonditamente la ‘guida del lobbista’ della fondazione, che scheda 226 eurodeputati, definiti di provata o probabile affidabilità, tra i quali 14 italiani [11]. Il lettore troverà la prima parte dell’inchiesta a questo indirizzo. La seconda parte è disponibile qui.

NOTE

[1] https://www.scribd.com/document/343846323/European-Election-Portfolio-Review-Annex-i-Ee14-Project-List-of-All-Elections-Related-Grants-3?secret_password=m3V6G7QksxsGSFvjnXa4#download&from_embed

[2] https://www.demos.co.uk/demos-projects/

[3] https://www.demos.co.uk/research-area/casm/

[4] http://www.kieskompas.nl/en/

[5] http://www.fuds.si/sites/default/files/research_profile_sass_0.pdf

[6] Ringrazio Alessandro Pascale per la segnalazione: http://www.repubblica.it/politica/2018/02/07/news/partitometro_gioca_e_scopri_che_elettore_sei-188194311/
[7] Cfr. Mauro Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Milano, Bompiani, XI ed. 1994.

[8] https://neweuropeans.net/article/275/which-party-should-i-vote.

[9] https://www.womenlobby.org/European-elections-coming-up-some-useful-websites?lang=en

[10] N. Chomsky, “Le dieci regole per il controllo sociale”, in Media e potere, Lecce, Bepress, 2014.

[11] Abbiamo trovato il documento a questo indirizzo: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf (visitato il 30 luglio 2018).

SOROS PAPERS I: Come la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

di Francesco Galofaro – Politecnico di Milano marx21.it 2.8.18

Con questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers. Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. La nostra inchiesta parte dal Parlamento europeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014. Nei prossimi numeri ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Fondazione Open Society, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

La fonte

DC Leaks è un sito noto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016 [1], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell’agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della fondazione Open Society. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico. Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da una intranet utilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione [2], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower) interna all’organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

I temi trattati

Qualunque sia l’origine dei dati, essi sono dunque autentici. Divisi per continenti, comprendono materiale su l’offerta di aiuto di Soros alla Clinton per gestire la crisi albanese del 2011; sulla politica della fondazione riguardo a Israele; gli sforzi per suscitare critiche verso coloro che propongono una linea dura contro il radicalismo islamico [3]. Nel momento in cui scrivo queste righe il sito DC Leaks non è più online [4]. In ogni caso è ancora possibile ritrovare alcuni tra i documenti relativi alla Open Society, se si sa come cercarli. Nelle note rinvio agli indirizzi dove li ho reperiti e ne metterò una copia a disposizione della redazione di Marx XXI.

I 14 eurodeputati italiani coinvolti

Nei giorni scorsi si è sparsa la notizia su quotidiani cartacei e on-line: stando a un documento riservato della Open Society Foundation, il miliardario George Soros può contare su 226 deputati del Parlamento europeo. E poiché il totale dei deputati è 751, si tratta evidentemente di un gruppo politico di una certa importanza. Tra gli “affidabili” 14 sono italiani: 13 appartenenti al PD (Benifei, Cofferati, Cozzolino, Del Monte, Gentile, Gualtieri, Kyenge, Morgano, Mosca, Panzeri, Pittella, Schlein, Viotti) e 1 all’Altra Europa per Tsipras (Barbara Spinelli). Gli articoli giornalistici non approfondiscono ulteriormente la questione; a una lettura attenta, è chiaro che copiano l’uno dall’altro e raramente rimandano alla fonte, la quale peraltro non è più disponibile. Per questo motivo si è reso necessario ricercare i documenti originali e verificare quanto c’è di vero in questa storia.

La guida del lobbista

Il documento cui facciamo riferimento consta di ben 177 pagine [5]. La prima parte è un’utile e dettagliata introduzione all’articolazione del Parlamento, dei gruppi politici che lo compongono, delle commissioni e dei temi di cui si occupano i singoli parlamentari. La seconda parte scheda i componenti affidabili, nome per nome.

Come funziona

Poniamo il caso che Simon De Augiana, giovane lobbista rampante, sia incaricato da Soros di perorare la causa del libero movimento di capitali tra gli stati. Il ragazzo è nuovo a Bruxelles e disorientato di fronte alle centinaia di deputati sconosciuti provenienti dai Paesi più disparati. Per sua fortuna, la fondazione Open Society lo ha fornito della guida. A p. ix apprenderà che il Comitato per gli affari economici e monetari (ECON) possiede le competenze che cerca (politiche economiche e monetarie, libera circolazione dei capitali, sistema monetario e finanziario internazionale, tasse, servizi finanziari, attività finanziarie della Banca europea per gli investimenti). Segue un elenco di 39 parlamentari affidabili, divisi per ruolo: presidente, vicepresidente, coordinatori, membri, sostituti. Poiché il nostro giovane punta in alto, consulta immediatamente la scheda del presidente, ovvero Roberto Gualtieri, italiano, appartenente al gruppo parlamentare S&D (Socialisti e Democratici). A p. 64 scoprirà che Gualtieri è nel Parlamento dal 2009, è uno storico e un professore universitario coinvolto da vicino nel recente rinnovamento del suo partito, che ha portato a un importante guadagno di popolarità. I suoi interessi vanno agli affari costituzionali, all’integrazione europea, agli affari monetari ed economici, al meccanismo di stabilità, agli affari esteri ecc. Il giovane potrà inoltre leggere una sezione di “note caratteristiche” che specificano come Gualtieri sia una delle voci più autorevoli del gruppo S&D, eletto in una delle posizioni più strategiche del Parlamento Europeo. Seguono ovviamente i suoi contatti, telefono, mail, posta, twitter. A questo punto il nostro lobbista avrà capito che Gualtieri è proprio l’uomo che fa per lui. Tuttavia, per scrupolo, consulta la scheda di un altro italiano nella lista, ovvero Andrea Cozzolino. Così viene a sapere che ha un diploma di scuola secondaria, è coinvolto in organizzazioni giovanili comuniste dal 1970, con responsabilità dal 1983. E’ stato consigliere regionale dal 2000, mentre dal 2005 è stato assessore regionale per l’agricoltura e l’industria. E’ deputato europeo dal 2009. I suoi interessi vanno all’utilizzo strutturale di fondi, la salute, la geopolitica del mediterraneo, il conflitto israelo-palestinese. Decisamente, si direbbe un profilo meno rilevante per gli scopi del nostro giovane lobbista, e poi nell’ECON Cozzolino non è che un sostituto. Pertanto, il nostro Simon decide di risparmiare le energie e concentrarsi su Gualtieri, e di ricorrere a Cozzolino, connazionale e compagno di gruppo politico, solo nel caso la via diretta fosse per qualche motivo sbarrata.

Cosa vuol dire “affidabile”?

Che cosa significa il fatto di trovare il nome di un deputato in questa guida? Gualtieri, Cozzolino e Spinelli sono sul libro paga di Soros? La risposta è no. L’introduzione spiega ai lobbisti come comportarsi nei confronti delle persone schedate. Si tratta di alleati provati o probabili. Come specifica il documento, oltre a discutere temi individuali, la Open Society mira a costruire relazioni durature e di fiducia con i parlamentari. I loro profili individuali sono stati realizzati utilizzando sia informazioni pubbliche sia “ricerche originali” – il documento non specifica come vengano realizzate queste ultime. Quindi: Gualtieri, o la Kyenge, sono affidabili, non corrotti. In passato potrebbero aver avuto contatti con la Open Foundation. Ad esempio, un’organizzazione con cui sono in contatto potrebbe aver ricevuto dei finanziamenti, secondo un meccanismo che approfondiremo nelle prossime puntate della nostra inchiesta. E’ possibile che la loro campagna elettorale sia stata finanziata da Soros, del tutto legittimamente.

Come che sia, ad avere relazioni con Soros gli eurodeputati guadagnano l’appoggio di una fondazione che, come vedremo prossimamente, è in grado di effettuare campagne di portata europea ed è dotata di una capacità di spesa pressoché inimmaginabile. Dunque, il problema non si pone in termini di illegalità, quanto piuttosto di opportunità politica. Se devi il tuo seggio a un cospicuo finanziamento o se speri in un appoggio futuro per la tua rielezione, è difficile dimenticartene quando ti viene chiesto di giudicare una proposta che riguarda gli interessi del finanziatore.

Prossimamente

La geografia politica degli eurodeputati amici di Soros. Martin Schulz. Gli strani amori tra Soros e il GUE. Le funzioni dei deputati. I rischi legati alle attività lobbistiche.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/2016_Democratic_National_Committee_email_leak
[2] http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/216382
[3] http://thehill.com/policy/national-security/291486-thousands-of-soros-docs-released-by-alleged-russia-backed-hackers
[4] http://soros.dcleaks.com/
[5] Ad esempio qui: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf

SOROS PAPERS II: Geografia politica degli eurodeputati affidabili

di Francesco Galofaro – Politecnico di Milano marx21.it 8.8.18

Con questo articolo Marx XXI prosegue la pubblicazione degli approfondimenti sui Soros Papers. Il lettore troverà la prima parte dell’inchiesta a questo indirizzo.

Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. Nella prima parte ci siamo occupati della fonte e abbiamo spiegato la tecnica usata dai lobbisti della fondazione. In questa seconda parte approfondiremo meglio la geografia politica dei parlamentari considerati affidabili dalla lobby di Soros.

Di cosa si tratta

Il nostro percorso ha preso avvio da un documento di ben 177 pagine [1] che abbiamo definito ‘la guida del lobbista’. Il documento contiene le schede di 226 eurodeputati, tra cui 14 italiani, che la fondazione considera alleati provati o probabili. In seguito a un’utile discussione con la redazione di Marx XXI ritengo di dover precisare meglio che significato abbia trovare il nome di un parlamentare in questo elenco. La grande maggioranza dei giornali italiani, infatti, ha sbattuto i nomi in prima pagina come se si trattasse dell’elenco degli iscritti della loggia P2. Non si tratta di questo: occorre tener presente il destinatario del documento, un lobbista, uno dei tanti che si muovono a Bruxelles, che ha bisogno di capire quali deputati, tra i 751 che affollano l’europarlamento, sono sensibili a un tema dato, in modo da mettere insieme una rete che possa appoggiare efficacemente una proposta di intervento. Non si tratta dunque di corrotti e neppure di persone che si sono affiliate nottetempo a un’organizzazione occulta attraverso qualche ridicolo rituale. Si tratta piuttosto di politici organici, o che han fatto un percorso comune, oppure semplicemente entrati in contatto con la fondazione o con una delle innumerevoli ONG e associazioni che compongono la capillare rete europea connessa alla Open Society, che esploreremo nella prossima puntata dell’inchiesta. Poiché il rapporto tra lobby e istituzioni europee è legale e normato dalla legge, il problema qui non è se la relazione tra un deputato e Soros sia un reato, ma se sia eticamente e politicamente opportuno perseguire alleanze tattiche o strategiche con un’organizzazione che ha sede negli USA, attività in tutto il mondo, una capacità di spesa virtualmente illimitata per perseguire i propri obiettivi, e che risponde alle idee di una persona sola.

Panoramica a volo d’uccello

Chi sono i deputati affidabili? In questo lungo catalogo, che ricorda quello delle donne di Don Giovanni tenuto da Leporello, sono rappresentate tutte le Regioni europee e tutti i gruppi: leggiamo i nomi di 36 membri del PPE; 82 membri del gruppo socialista; 7 appartengono al gruppo conservatore e riformista (euroscettico); l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa ne conta 38; perfino la sinistra radicale del GUE totalizza ben 34 amici dello speculatore ungherese multimiliardario, battendo nettamente i 29 appartenenti al gruppo dei Verdi.

Martin Schulz

Tra gli amici della Open Society Foundation è interessante il primo della lista: l’allora Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Nella sua scheda, leggiamo che è nel Parlamento dal 1994. Di professione libraio, dal ’91 ha ricoperto numerosi incarichi nel suo partito: consigliere, sindaco, capogruppo al Parlamento europeo, presidente del Parlamento dal 2012, candidato per i socialisti alla presidenza della Commissione europea. Si interessa di affari costituzionali, di governance economica, dell’economia del post-crisi, dei diritti umani e delle minoranze. Infine, leggiamo: estremamente occupato a causa delle sue responsabilità istituzionali, può tuttavia essere avvicinato per impegni di alto livello relativi alla lotta all’estrema destra, la seconda guerra mondiale, la lotta all’antisemitismo. Così, il nostro lobbista trova nella guida il suggerimento giusto per agganciare nientemeno che il presidente Schulz: il futuro candidato cancelliere alle elezioni tedesche, nel 2014 era considerato uomo di fiducia da Soros.

Le strane relazioni tra Soros e il GUE

Alcuni nomi del GUE fanno riflettere. Troviamo infatti Pablo Iglesias, fondatore di Podemos; l’attuale ministro degli affari esteri del governo Tsipras, Georgios Katrougkalos; membri del front de gauche francese, della Linke tedesca, e perfino comunisti portoghesi, ciprioti, cechi, ecc. Tutto questo può strappare un sorriso, visto che Soros è un teorico del pensiero liberale e un seguace di Karl Popper. Oppure può suscitare perplessità: una parte del GUE infatti contrasta l’espansione dell’Unione e della NATO in Ucraina; come vedremo nella prossima puntata, nei propri documenti interni la Fondazione dichiara senza mezzi termini che il proprio obiettivo è il controllo politico di quello Stato. Come è possibile che la fondazione consideri affidabili uomini che da sempre combattono questa prospettiva?

Non guardare ai nomi, ma alle funzioni

Come abbiamo scritto, il destinatario del documento è un lobbista. Per questo la guida si concentra su quello che i deputati possono fare per Soros e mette a disposizione diversi indici tematici per orientare la scelta dell’interlocutore. Facciamo un esempio: tra le schede troviamo quella di Neoklis Sylikiotis, cipriota del partito comunista AKEL e membro del GUE. La sua scheda recita: interessato nel conflitto israelo-palestinese (forti sentimenti antiliberali). Dunque, il nostro lobbista saprà che è l’uomo giusto da coinvolgere quando si tratta di ostacolare le relazioni tra UE e Israele – uno dei bersagli di Soros – ma non va considerato se il problema è quello di combattere le politiche dei dazi.

A chi rivolgersi per l’Ucraina

Così un eurodeputato comunista può essere contattato per motivi legati alla pesca, un’altro perché sensibile al problema dei diritti riproduttivi: ciascuno ha il proprio tema. Ad esempio, Jan Philipp Albrecht (Verdi) è riconosciuto come il più titolato a parlare sui problemi della protezione dei dati: se una proposta del nostro lobbista su questo tema dovesse essere fatta propria da Albrecht, l’europarlamento sarebbe certo più incline a dargli ascolto. Ma se la proposta riguardasse l’Ucraina, il nostro lobbista dovrebbe rivolgersi piuttosto a Kaja Kallas, liberale, estone, che fa parte della delegazione ai rapporti con l’Ucraina e si occupa di come liberarsi dalla dipendenza energetica verso la Russia; a Tonino Picula, crotato, socialdemocratico, la cui scheda recita: Convinto europeista, sarà centrale per le relazioni UE-Ucraina in qualità di relatore permanente del suo gruppo. Grazie alla guida, in cinque minuti chiunque è in grado di trovare la persona che fa al suo caso.

Istruzioni per l’uso

A riprova del fatto che gli eurodeputati schedati non sono dei semplici ‘impiegati di Soros’, troviamo anche note caratteristiche negative: la presidenza Brok (Popolari) del comitato affari esteri è giudicata storica (quindici anni), ma politicamente di parte; inoltre, ha lasciato una posizione di vertice al gruppo Bertelsmann solo nel 2011: un’allusione a un possibile conflitto di interessi. Come il bugiardino di un medicinale, troviamo le avvertenze e le modalità d’uso: ad esempio, di Klaus Buchner, unico parlamentare europeo di un piccolo gruppo ecologista tedesco alternativo ai Verdi, si scrive che potrebbe trovarsi isolato; la sua dipenderà dalla sua capacità di tessere alleanze.

Le funzioni degli eurodeputati italiani

Occorre resistere alla tentazione – cui han ceduto volentieri i giornalisti italiani – di porre sullo stesso piano personalità di livello, seconde file e personalità emergenti su cui la fondazione intende investire per il futuro. Può far sorridere che Barbara Spinelli sia nell’elenco degli interlocutori di Soros, visto che è stata eletta per la sinistra radicale, ma quel che davvero interessa il nostro lobbista è ciò che rappresenta: nel 2013 ha lanciato una campagna di impeachment contro Silvio Berlusconi a causa dei suoi numerosi conflitti di interesse; ha scritto molti saggi ed è figlia dell’uomo di stato europeo Altiero Spinelli. Stando alla guida del lobbista, Benifei è fortemente filo-europeo e coinvolto col Movimento Federalista Europeo, Alessia Mosca si interessa al TTIP, Gianni Pittella fa parte della Conferenza dei Presidenti, Daniele Viotti fa parte dell’intergruppo che si occupa dei diritti LGBT. Troviamo anche investimenti su eurodeputati considerati, a torto o a ragione, emergenti. Così, leggiamo che Sergio Cofferati è una “voce in ascesa” nel suo gruppo politico; o che Elena Ethel Schlein detta “Elly” ha lanciato il movimento Occupy PD.

Un gruppo potente

La vera preoccupazione che la guida del lobbista dovrebbe destare è la capillarità e la pervasività dei “contatti affidabili” di Soros. Dalla difesa allo sviluppo, dal commercio agli affari legali non c’è gruppo in cui non sia presente una numerosa pattuglia di parlamentari “amici”. Come abbiamo visto nella prima parte dell’inchiesta, nell’ECON Soros può contare su 39 deputati su 117 (tra membri effettivi e sostituti), ovvero il 33% della commissione; nel comitato per il commercio internazionale (INTA), la fondazione controlla potenzialmente 28 membri su 81, compreso il presidente e due vicepresidenti; nel sottocomitato per la sicurezza e la difesa 18 su 60 componenti sono persone di fiducia, compresi due vicepresidenti. In questo modo, dalla guerra all’economia alle riforme istituzionali, non c’è tema sul quale la fondazione non sia in grado di assemblare reti di consenso e per orientare le principali politiche europee.

La lobby come dispositivo della governamentalità

In Italia l’attività delle lobby non è regolamentata dalla legge, a discapito della trasparenza, e suscita infatti molte polemiche; in Europa l’attività dei gruppi di pressione di ogni genere è al contrario ben vista come instrumentum regnii. Negli anni sono stati creati numerosi registri dei lobbisti, l’iscrizione ai quali avviene su base volontaria. Il numero dei lobbisti che si occupano degli interessi di grandi aziende, delle associazioni di categoria, di temi politici (ambiente, diritti), ONG è stimato in 15.000 persone [2], a dimostrazione della grande importanza delle decisioni delle istituzioni europee e a confutare certe semplificazioni per cui il Parlamento europeo conterebbe poco. Il modello di democrazia, se così si può chiamare, adottato dall’Europa punta a una governamentalità distribuita [3] più che al modello gerarchico di sovranità che lo ha preceduto da un punto di vista storico e che presiedeva al prelievo e alla redistribuzione della ricchezza [4]. Si tratta a ben vedere di un dei tratti più tipici della filosofia politica liberale: lo Stato dovrebbe infatti lasciar posto agli interessi del privato organizzato e ridursi a svolgere il ruolo di semplice guardiano notturno della proprietà privata [5].

I rischi per la democrazia

Ci si può chiedere cosa ci sia di male nell’attività dei lobbisti e nell’intrattenere relazioni politiche con loro. In fondo, l’attività di lobby non è gestita solo da malvagie multinazionali del farmaco, ma da università, organizzazioni ambientaliste, gruppi religiosi: una rappresentazione, per quanto distorta, della distribuzione del potere nella società contemporanea. Ogni eurodeputato dovrebbe porsi la domanda: è lecito avere rapporti con una lobby, anche solo per motivi tattici o su temi specifici? Oppure l’attività di lobby come quella di Soros rappresentano una minaccia per la democrazia e per la sovranità? Avremo tempo per rispondere a questa domanda per esteso. Per quel che riguarda Soros, i rischi più evidenti sono legati alla sua attività di speculatore finanziario, basata eminentemente sul fatto di ricevere notizie in anteprima o addirittura causare eventi in grado di influenzare gli andamenti di mercato – approfondiremo questo aspetto delle attività di Soros nella prossima puntata della nostra inchiesta.

Prossimamente

Come la Open Society Foundation ha investito nove miliardi di dollari nella campagna delle elezioni europee del 2014. Chi ha finanziato e per quali scopi. La sua rete capillare negli Stati europei. La campagna contro il populismo.

NOTE

1 Ad esempio qui: https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
2 https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_di_pressione
3 Da non confondere con la nozione di governance, relativa ai processi di governo, intendo il concetto di governamentalità come la razionalità che consente ad alcune organizzazioni di espletare funzioni di governo. Perché si renda utile questa definizione deve essere giocoforza più restrittiva rispetto alla enorme estensione che il termine finisce per avere nell’opera di Foucault e a fortiori in quella dei suoi epigoni.

4 Michel Foucault, il potere psichiatrico, Milano, Feltrinelli, 2003, lezione del 21 novembre 1973.

5 Cfr. ad es. Nozik, R. Anarchia, stato e utopia. I fondamenti filosofici dello ‘Stato minimo’, Le Monnier, Firenze, 1981.

Il ponte sul fiume Guai

comedonchisciotte.org 29.8.18

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Curiose affinità, a volte, legano i titoli, non scelti per semplice assonanza linguistica, bensì per ben precise somiglianze storiche: la battaglia del Nagaland (per la quale era essenziale, alle truppe nipponiche, proprio il famoso ponte del film) fu combattuta già in territorio indiano, e le truppe giapponesi ebbero l’appoggio di parte degli indipendentisti indiani. Vinta dagli inglesi, viene ricordata come la “Stalingrado orientale”.

Ma torniamo ai nostri ponti dei guai, i quali – se, da una parte, sembrano generare una marea di problemi, sollevando tonnellate di sabbia con la quale erano stati seppelliti veri e propri crimini di stato – dall’altra scoprono nuovi orizzonti: il governo, ha affermato di voler rivedere tutto il sistema delle cessioni in appalto ai privati ed ha speso una parola pesante, “nazionalizzazioni”. Anche se, a voler esser precisi, la proprietà del sistema autostradale è ancora dello Stato italiano.

Non riteniamo che la vicenda possa intralciare, oggi, i piani dei globalisti – proprio come i giapponesi non misero in crisi l’impero inglese – ma, almeno in Italia, il problema sta venendo a galla: difatti, tutto il problema del ponte – come ho ripetuto mille volte – è soltanto, per loro, quello che non esiste più il “corridoio” fra la penisola iberica e l’Est Europa, che transitava tutto su quel macilento ponticello in cemento armato. Come ho già ripetuto, non era stato previsto per simili stress, e il risultato s’è visto. Ma andiamo per gradi, sbucciamo lentamente la mela osservando attentamente ogni strato.

Il problema nei prossimi mesi

Se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla fine del ponte, glieli toglierò subito. A meno di farlo saltare in brevissimo tempo, con una demolizione pianificata con l’esplosivo, gran parte del ponte verrà giù da solo.

Però, programmare un simile intervento non è cosa di pochi giorni: ci vuole un progetto preciso, per limitare al minimo i danni conseguenti. Bene ha fatto il Governo a sgombrare le case sottostanti (ma si costruisce un ponte sopra le case?!? Signori ingegneri, dove avevate la testa?) ed a cercare, da subito, una soluzione abitativa definitiva per gli sfollati: chi critica, ha ancora sul gobbo L’Aquila, Amatrice…e tutto il resto, fino al terremoto del Belice del 1968: la foto che osservate non è del lontano ’68, bensì dei nostri giorni.

Terremoto del Belice

Trovare una soluzione abitativa per migliaia di persone, però, non è cosa facile: le case non si costruiscono con la bacchetta magica, e vedremo come se la caveranno l’attuale Governo e le amministrazioni locali, fra le quali – pare di avvertire – ci sono già alcuni screzi, dovuti alle diverse pressioni politiche che sopportano, ma ci torneremo.

Perché il ponte Morandi verrà giù?

Perché il regime dei venti, in Liguria, non è costante ma a raffiche. Ve ne rendete ben conto su una barca a vela.

La potenza che il vento “scarica” su una vela – poniamo 10 metri d’albero – è complessivamente quella di una motocicletta di 250 cc: 20-25 Cv. Già, ma con venti deboli, chiamati brezze, al massimo 10 nodi, e la barca fa 3-4 nodi di velocità.

Quando il vento aumenta, la spinta (e la conseguente potenza) aumenta: e quando arriva una raffica di mezzo minuto a 50 nodi? La vostra, modesta “250” si trasforma in una 1.000 cc da competizione e, se l’equipaggio è esperto, la barca scivola sulle onde a 10 e più nodi, una velocità notevole per una barca a vela.

Torniamo al ponte.

I due spezzoni di ponte non sono più collegati fra di loro: il castello di carte, più o meno fragile, è ora fragilissimo, per la perdita della carta centrale, che ne faceva un corpo unico. Con raffiche a 50 nodi, i piloni vengono sottoposti ad una pressione micidiale, che dura poco, mezzo minuto, un minuto…poi, la pressione del vento cala quasi a zero, e ciò innesca un’oscillazione. Terminata l’oscillazione arriva una nuova raffica, che innesca una seconda oscillazione, che in parte si somma alla prima per l’inerzia stessa (il peso del pilone che oscilla), e la frittata è fatta. Simili situazioni meteorologiche capitano in periodi ben precisi: le cosiddette “tempeste equinoziali”, che avvengono intorno al 20 di Settembre, poi all’inizio di Novembre, come Genova ben sa.

L’esimio prof. Tedeschini – docente di qui e di là – ricorda che l’appalto per la demolizione deve essere dato in “gara europea” giacché non sussistono “situazioni di urgenza e pericolo”. Immaginiamo che l’esimio prof. Tedeschini non viva sotto un ponte, magari vicino ad un ponte, forse sull’Appia Antica. Non sanno proprio più a che santo votarsi.

Il primo passo, dunque, è quello di dare una casa a quella gente…requisirla, fornire fondi per acquistarla, oppure tramite lo IACP…qui non si deve badare a spese, e chissenefrega del 3% sul deficit: vengano signori, vengano da Bruxelles a spiegare ai genovesi perché devono passare l’Inverno nelle baracche o, peggio, nelle tendopoli. Venga, Tajani, venga lei che è italiano: non viene? Ha paura? Ha ragione ad aver paura.

Le decisioni del Governo (e di Atlantia)

 E’ normale essere basiti: per fortuna, non capita tutti i giorni che un viadotto autostradale venga giù come un mucchio di ghiaia e il Governo, sulle prime, rimase proprio basito. Ma si risvegliò in fretta: si svegliò un poco incazzato, ma non perché era venuto giù il ponte, quello che li fece più incazzare fu il silenzio dei gestori, ossia dei Benetton.

L’atteggiamento dei Benetton fu possibile circoscriverlo con poche parole “non perdere soldi in questa vicenda”. Perché?

Poiché Atlantia aveva da poco lanciato un’OPA (una proposta di acquisto) per Abertis, l’omologa società spagnola che gestisce le autostrade spagnole più alcuni tratti nelle Americhe: non dimentichiamo che Abertis ha sede a Barcellona, mentre a Santander ha sede una delle banche più potenti del mondo (al 12° posto nella classifica mondiale, quando Intesa San Paolo, la più grande banca italiana, è solo al 35° posto). Questo per dire come l’operazione fosse ardita ed altamente remunerativa (e dunque costosa).

Bisogna ricordare che, nel 2007, Benetton rischiò proprio di farsi portar via “l’osso” delle autostrade italiane da Abertis ma, con “l’aiuto” dell’allora governo Prodi, riuscì ad aggiudicarsi la gara. Meglio che resti in mano italiane, qualcuno pensò: i genovesi non sono proprio d’accordo. Però, il contendente era sempre lì, sul campo e le due società si confrontarono per la gestione di tratti autostradali in America Latina.

Che fare, si pensava a Treviso?

Se non puoi fermare un nemico…trova il modo di fartelo amico…oppure: compralo!

Così, in questi ultimi 10 anni, è iniziato un piano di “risparmio” che doveva condurre ad ammucchiare un “tesoretto” per comprare gli spagnoli. Non a caso furono sempre rinviati i lavori per aggiornare i due piloni privi di stralli esterni (mentre il primo era già stato “aggiornato” dallo Stato nel 1993)…ma sì, non crollerà…compreremo Abertis e poi si vedrà…S’è visto.

Tutta la rete italiana ha bisogno di una colossale manutenzione, poiché, per anni, l’imperativo è stato “un fiorino”, ossia il pedaggio autostradale visto come una tassa, come nel noto film di Benigni e Troisi. I documenti “sensibili” – ossia i piani di manutenzione – segreti!

Date voi uno sguardo, tutte foto recenti:

 

 

Si potrebbe continuare per pagine e pagine.

Lo stato delle autostrade italiane (e non parliamo delle strade, da quando l’ANAS non ha più avuto i proventi delle autostrade!) è degenerato: la corruzione, l’assunzione in Atlantia di manager prima statali – la secretazione degli atti!!! – ha fatto il resto.

Così, per anni, abbiamo pagato “un fiorino” affinché Benetton potesse comprare Abertis e…diventare sempre più ricco. Non s’è interessato molto del “problemino” generato a Genova – ai morti, a chi perderà la casa, anche alle difficoltà che la sua “assenza” nella manutenzione ha arrecato al primo porto italiano – no…s’è fatto vivo solo quando le azioni di Atlantia hanno iniziato a crollare in Borsa. Eh no, fate delle “comunicazioni sociali” perverse…così non si fa…mi fate perdere la possibilità d’acchiappare l’odiato rivale e diventare ancora più ricco. Alla fine, ha preferito salpare con il suo yacht: meglio stare fuori dalle acque territoriali…non si sa mai…

Il ripensamento del Governo, a questo punto, è diventato un altro: perché lasciare queste galline dalle uova d’oro in mano ai privati? Ed il ripensamento è totale, giacché qualcuno ha detto: ma…e le frequenze televisive?

Non dimentichiamo che la storia ha qualcosa di grottesco ed una parte inquietante: fra il 1984 ed il 1985 Bettino Craxi firmò la legge Mammì, ricordata da tutti come i “decreti Berlusconi”. Il grottesco è che Berlusconi era un amico e Craxi: fu, addirittura, testimone alle nozze con Veronica Lario. Il tragico è quel che avvenne dopo: un gestore di proprietà statali divenne a sua volta “principe”, e giunse alle più alte cariche dello Stato. Di quella vicenda, Vittorio Feltri ebbe a dire:

Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’, cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna.”

(Vittorio Feltri, L’Europeo 11 agosto 1990)

Si noti: Vittorio Feltri dopo pochi anni, gravitava già nell’orbita della stampa dominata dal Cavaliere.

Qui non si tratta di giudicare Berlusconi o chi altro, bensì un principio: fino a che punto può, uno Stato di diritto, recedere ai suoi compiti per affidare settori vitali al privato? Non si discute se, lo Stato, mette sul mercato un’azienda di cioccolatini, bensì beni essenziali in una società moderna: sanità, informazione, trasporti, scuola, difesa, energia, ecc.

Si noti che, nel caso di Berlusconi, non fu stabilito nemmeno un “tetto” o delle regole per le quali, un gestore di televisioni, non poteva possedere giornali: Feltri aveva ragione nel definire quel provvedimento “roba che non capita nemmeno nelle repubbliche delle banane”, poiché – dopo l’ingresso di Berlusconi – il livello dell’informazione italiana è precipitato a livelli da terzo mondo.

E le ferrovie?

Regalate a gente come Montezemolo, con il suo “Italo”, così l’alta velocità funziona bene (finché, anche lì, non capiterà qualcosa) mentre le tratte “popolari” sono diventate carri bestiame, ferrovecchio sul quale non investire un euro. Per fortuna, anche qui il nuovo governo se n’è accorto ed ha azzerato i vertici delle Ferrovie.

E gli ospedali?

Costruiti con i soldi degli italiani e poi…voilà…divenuti “strutture sanitarie” in mano a tutta una pletora di “imprenditori della sanità” che lucrano su tutto, vecchi e bambini compresi.

I risultati di tanto “svendere” quali sono stati?

Il paradosso dei paradossi è che, oggi, uno Stato messo alle corde da questa pletora di “efficienti privati” deve, per forza, rivolgersi per la ricostruzione del ponte all’unica azienda ancora statale (Fincantieri), un antico ricordo dell’IRI e di quando le aziende statali ricostruirono l’Italia. L’alternativa?

Fidarsi di aziende che hanno partecipazioni – a vario titolo – proprio con persone e società legate al gruppo Benetton, o a suoi sodali. Da Impregilo a Gavio.

E, qui, ecco che torna un nodo politico.

La Regione Liguria è governata da un uomo di Berlusconi, il Presidente Toti. Il quale, guarda a caso, nicchia: sì, però…il ponte va bene, però…Benetton ci ha dato dei soldi…

E perché ve li ha dati?

Per la ricostruzione, per le case, per l’enorme danno alla città…

E allora? Non doveva risarcire nulla?

Eh sì, ma…per adesso, fin quando non ci sono le risultanze della magistratura, almeno della commissione parlamentare…

Ecco, la posizione ambigua di Salvini: da un lato al governo con il M5S, dall’altro in “alleanza” con un fumoso centro destra, nel quale Berlusconi impera – non tanto per le percentuali di voto – quanto per il peso dei suoi ramificati rapporti che…da dove provengono?

Da quella cessione di sovranità, dai “decreti Berlusconi” di Craxi.

E’ del tutto evidente che la responsabilità del disastro è di Atlantia, ossia di Benetton: certo…concediamogli almeno 10 anni di iter giudiziario, che se la Cassazione (come ha sempre fatto) boccerà diventeranno 20, poi 30 prima di una sentenza definitiva…

E i genovesi? Che si fottano: bisogna rispettare i tempi della magistratura. Questo raccontano dalle parti del PD e da quelle di Berlusconi.

Per ora, i due ragazzi tengono…avranno il coraggio d’andare fino in fondo? Oppure, quel continuo giocherellare con roboanti affermazioni, utili soltanto a spostare qualche numeretto nei sondaggi, li farà andare a fondo?

 

Carlo Bertani

 

Fonte: http://www.carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2018/08/il-ponte-sul-fiume-guai.html

29.08.2018

 

Il Governo affossa l’Asti-Cuneo

Lo spiffero.com 28.8.18

Con la “nazionalizzazione” delle concessioni il Piemonte dovrà dire definitivamente addio al completamento dell’autostrada, eterna incompiuta. La denuncia di Gariglio (Pd): “Vanificati anni di lavoro”. Altro round del match Chiamparino-Toninelli

Tre corsie spazzate via da Cinquestelle. Dopo il durissimo attacco sferrato dal ministro Danilo Toninelli, ieri in audizione davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato, non solo contro Autostrade per l’Italia, ma comprendendo nell’invettiva tutti i concessionari, a finire nel mirino del Governo è l’altro grande operatore che gestisce gran parte della rete: il Gruppo Gavio. Sulla holding di profilo internazionale che conserva la sua testa a Tortona si addensano i rischi maggiori poiché è Gavio a contare il maggior numero di concessioni prossime alla scadenza, alcune in regime di proroga.

E come in un effetto domino, non si sa se e quanto valutato dal Governo, a “tornare nel libro dei sogni” come denuncia il deputato del Pd Davide Gariglio, sarà una delle opere più importanti e attese per il Piemonte: l’Asti-Cuneo. Il completamento dell’autostrada è infatti legato al prolungamento delle concessione a Gavio della Torino-Milano, per reperire le risorse necessarie. Se il Governo grilloleghista accelererà sulla via tracciata, come annunciato da Toninelli e dallo stesso vicepremier Luigi Di Maio, per la Asti-Cuneo sarà una fermata, molto probabilmente definitiva.

Una matassa intricata quella che stanno maneggiando al Governo, dopo la tragedia di Genova, che giorno dopo giorno sembra diventare un nodo scorsoio in cui infilare grandi opere da realizzare o ultimare – come nel caso della Asti-Cuneo – sulle quali non è un mistero che il M5S sia da sempre contrario anche quando la contrarietà viene maldestramente celata da necessità di riflessioni e valutazioni.

Lo si è compreso in maniera ancor più chiara dalle parole del ministro delle Infrastrutture ascoltato in Parlamento: più che fornire attese spiegazioni sul disastro del crollo del ponte sul Polcevera, Toninelli ha utilizzato l’audizione per trasformarla in un invettiva contro i concessionari e in un proclama del Governo sulla gestione della rete autostradale.

“I padroni delle autostrade si sono arricchiti gestendo beni che appartengono a tutti noi” ha ripetuto il ministro ricordando come gli oltre 6mila chilometri della rete siano gestiti da oltre venti società, ma i due player principali sono, appunto, Atlantia (controllata dalla famiglia Benetton) e il Gruppo Gavio. Come già accennato, la holding di Tortona è quella che ha, rispetto ad Atlantia, più tratte in concessione vicine alla scadenza o già in regime di proroga. Tra meno di un anno e precisamente il 31 luglio del 2009 scadrà la concessione per la Salt (Sestri Levante-Livorno, Viareggio-Lucca e Fornola-La Spezia), mentre il 30 novembre 2021 Gavio dovrà affrontare il rinnovo per l’Autostrada dei Fiori Savona-Ventimiglia, il 31 dicembre 2026 toccherà alla Satap Torino-Milano. Per quanto riguarda Torino-Piacenza è scaduta nel 2017 e la gestione è attualmente in proroga. E in proroga sono anche le concessioni per la Torino-Ivrea-Valle d’Aosta scaduta e in proroga, così come la A21.

“La revoca della concessione ad Autostrade procede ottimamente, ci sta lavorando il presidente Conte che è un eccellente avvocato” ha detto Di Maio aggiungendo un giudizio sugli altri concessionari che giustifica le previsioni circa lo schema su cui si muove il Governo: “realizzeremo la nazionalizzazione, una scelta obbligata: non potevamo riaffidarci a uno dei tre soggetti privati, Toto, Gavio o Benetton, perché avrebbe prevalso ancora la logica del profitto”. Una logica alla quale è legata la realizzazione di altre opere.

Sul completamento della Asti-Cuneo l’ex segretario regionale del Pd Gariglio, oggi sui banchi di Montecitorio dov’è componente della commissione Trasporti non si fa illusioni, tantomeno ne alimenta: “Le dichiarazioni di Toninelli fanno chiaramente capire che il completamento dell’autostrada Asti-Cuneo ritorna nel libro dei sogni. L’ipotesi su cui avevano lavorato Governo e Giunta regionale piemontese e su cui la Commissione europea aveva dato il suo placet, ossia il finanziamento incrociato dell’opera attraverso un prolungamento della concessione della Torino-Milano per recuperare le necessarie fonti di finanziamento degli investimenti – sostiene il parlamentare – è evidentemente incompatibile con la volontà di nazionalizzazione di tutte le concessioni autostradali annunciata ieri ufficialmente in Parlamento”.

Gariglio racconta che avrebbe voluto chiedere conto di ciò al ministro, “ma il presidente (il leghista torinese Alessandro Benvenuto, ndr), per proteggere un ministro uscito malconcio dai commissari, ha dichiarato chiusa la seduta, incurante del fatto che alle domande dei commissari non sia stata data dal ministro risposta alcuna. Interrogheremo il ministro in Aula, nei prossimi giorni, chiedendogli di manifestarci chiaramente come intende procedere per completare l’autostrada Asti Cuneo”.

Gariglio sottolinea come “non siamo partigiani di una soluzione giuridica particolare, ma ci interessa capire in quali tempi e con quali meccanismi si può dare certezza ai piemontesi del completamento dell’opera. Noi pretendiamo che il corridoio Asti-Cuneo sia completato. Dopo ieri, però, ci pare di essere tornati al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, vanificando cinque anni di lavoro”.

Sul tema delle infrastrutture e sull’atteggiamento di Toninelli interviene anche il presidente della Regione. In una nota, Sergio Chiamparino scrive: “Vivo serenamente anche senza incontrare Toninelli. Come si può vedere dalla lettera che gli ho inviato il 5 giugno scorso non ho mai chiesto al ministro un incontro sulla Torino-Lione, questo perché la Tav è un’opera che sta già realizzando e ha solo bisogno che nessuno metta il bastone tra le ruote”.

Parole, quelle di Chiamparino che confermano per l’ennesima volta il netto rifiuto ad ogni ipotesi di blocco, così come a verifiche costi-benefici sostenute anche dalla Lega. Prendendo spunto dall’accoglimento da parte del ministro dell’invito del suo omologo francese, Chiamparino osserva: Se visitando il cantiere francese Toninelli se ne convincerà, Vive la France, se non se ne convincerà, lo convinceremo noi”.

LEGGI LA LETTERA DI CHIAMPARINO A TONINELLI

Per il presidente della Regione, “però, i piemontesi aspettano risposte anche sulle altre infrastrutture, a cominciare dal completamento della Asti-Cuneo, che è poi l’oggetto della mia lettera. Se il ministro non vuole incontrare il presidente della Regione è libero di farlo, ma – avverte Chiamparino – i piemontesi hanno diritto di sapere se la soluzione raggiunta dal precedente Governo che può consentire di far partire subito i lavori per la tratta mancante, va bene oppure in caso contrario qual è la soluzione proposta da questo Governo”.

Il presidente della Regione manda a dire al ministro di trovare “il modo che preferisce per dare queste risposte. Magari accogliendo l’invito a partecipare il 28 settembre alla conferenza regionale sulle infrastrutture”.

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Intesa sempre più Accenture

lo spiffero.com 29.8.18

Dopo l’approdo ai vertici della banca dell’ex top manager Proverbio, la multinazionale della consulenza svolge un ruolo centrale nelle strategie Ict del gruppo. Il destino di Sec servizi e di Isgs. Governance sempre più milanese

Quando Intesa Sanpaolo rilevò per un euro Veneto Banca e Popolare di Vicenza scattò l’allarme ai vertici della nostra intelligence. Non si trattava di un monitoraggio di routine per i Servizi, ma della legittima preoccupazione legata a una società con sede a Padova finita anch’essa nell’acquisizione degli istituti di credito veneti da cui era controllata: la Sec servizi, un enorme sistema informatico su cui viaggiavano oltre 50mila transazioni al giorno, immagazzinate in oltre 800 terabyte.

In quel colossale database tra il 2009 e il 2013 erano finite oltre 1.600 transazioni per un valore di circa 600 milioni movimentati da Palazzo Chigi e dalle due agenzie, l’Aise e soprattutto l’Aisi, l’ex Sisde. Pagamenti e altre operazioni che, ovviamente, richiedevano la massima sicurezza, da garantire anche nel passaggio di proprietà e successivamente, visto che in precedenza qualche falla c’era stata. Intesa Sanpaolo allora in una nota assicurò di essere “impegnata nel servire al meglio la nuova clientela acquisita, assicurando elevati livelli di qualità, inclusi tutti i clienti della società consortile Sec, di cui Intesa Sanpaolo ha rilevato la quota”. La rilevanza e la delicatezza della questione era stata confermata anche dal fatto che ne occupò il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi.

Oggi Sec, circa 250 dipendenti per mesi in agitazione nel timore di licenziamenti e un ruolo meno strategico che in precedenza poiché le banche rilevate sono finite a livello informatico integrate nei sistemi di Intesa Sanpaolo, torna a far parlare di se. Per adesso sottovoce negli uffici direzionali dell’istituto di credito dove pare che in queste settimane apparentemente dedicate alle ferie si stia lavorando (anche) al futuro della società di elaborazione e stoccaggio dati.

E accanto al nome di Sec ne spunta un altro che ricorre spesso accanto a quello di Intesa e, soprattutto, di un gruppo di suoi top manager: quello di Accenture. Dalla multinazionale di consulenza e direzione strategica con sede negli Usa ma ormai operante a livello globale era arrivato il nuovo chief tecnology officier Massimo Proverbio, fino ad allora responsabile dei Financial Services della società che negli ultimi anni aveva visto crescere il proprio fatturato verso Intesa in modo esponenziale: da 54 milioni nel 2013 a 140 milioni nel 2016.

Sarebbe proprio Accenture il futuro approdo di Sec. E ad occuparsi della questione si dice sia proprio lo stesso Proverbio, insieme al responsabile del Trasformation Center della banca, Luca Bortolan, anch’egli un ex Accenture così come il direttore dell’Itc Enrico Bagnasco.

Poco o nulla filtra circa l’operazione, ma se i rumors dovessero trovare conferma tutto avverrebbe in tempi brevi, forse già entro settembre, e bypassando ogni procedura competitiva. Quanto incasserebbe Intesa? Altro mistero, appena scalfito da altre voci che vorrebbero un prezzo poco più che simbolico. Assai sostanzioso, invece, l’accordo per Accenture alla quale Intesa garantirebbe per vari anni un fatturato pari al doppio dell’attuale. I conti sono presto fatti: nel 2017 Accenture, con oltre 170 milioni di fatturato, è stato il primo fornitore della banca e a questo valore si è arrivati dopo un formidabile trend di crescita che ne ha triplicato l’ammontare in soli 4 anni.

L’impegno a garantire questo fatturato determinerebbe, sulle forniture tecnologiche della Banca, una condizione pressochè di monopolio da parte di un fornitore che negli ultimi anni è stato protagonista di progetti che non hanno brillato per efficienza, come l’Internet Banking ancora oggi poco apprezzato dalla clientela.

Un’operazione che tra alcuni di coloro che in Intesa ne hanno percepito almeno i contorni potrebbe apparire ancora più preoccupante se inserita nel contesto più generale della prevista chiusura di Intesa Sanpaolo Group Services (Isgs) per il venire meno dei vantaggi fiscali che ne avevano a suo tempo determinato la costituzione.

Alla fine del 2018 i circa 8mila dipendenti di Isgs dovrebbero essere riassorbite da Intesa Sanpaolo, ma se fossero veri gli impegni che potrebbero essere assunti su Sec, non è da escludere che possano essere dirottati ancora una volta su Accenture anche altri pezzi ben più pregiati dell’informatica, quali le componenti infrastrutturale ed applicative cuore del funzionamento di tutta la banca. Ennesima indizio di quell’osmosi tra la banca e il suo principale fornitore, così come ulteriore conferma del progressivo ridimensionamento del polo informatico torinese e del continuo trasloco di governance della banca verso Milano. A scapito di Torino dove pure c’è la Compagnia di San Paolo, azionista di maggioranza relativa di una banca che torinese lo è ogni giorno sempre di meno.

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I signori del pedaggio. Non soltanto Benetton, ecco come ai Gavio vanno miliardi regalati dallo Stato

Stefano Sansonetti la notizia giornale.it 29.8.18

Lo schema è sempre lo stesso. Prendo un po’ di ex boiardi di Stato, ex senatori ed esponenti dei soliti poteri e poterini forti, poi li piazzo nei Cda delle mie controllate per blindare gli affari con lo Stato. Vale per i Benetton, come dimostrato da La Notizia del 24 agosto scorso, ma vale anche per i Gavio, ossia la famiglia che in Italia gestisce in concessione 1.400 chilometri di autostrade, soprattutto nel Nord-Ovest. Meno famosi dei colleghi di Ponzano Veneto, i Gavio in realtà sono tra i principali beneficiari di un sistema che ha messo in mano ai privati una gallina dalle uova d’oro. E il gruppo, originario di Castelnuovo Scrivia (provincia di Alessandria) a quanto pare ha saputo essere molto riconoscente.

Gli esempi – Si prenda la loro principale holding di controllo delle concessionarie autostradali, la Astm. Qui è presidente nientemeno che Gian Maria Gros-Pietro, profilo che in questi giorni è stato intercettato da qualche giornale per i suoi trascori in Iri, da dove trattò la scivolosa questione della privatizzazione dei pedaggi, e per il suo successivo passaggio al beneficiario numero uno di quella privatizzazione, ovvero Atlantia-Autostrade. Peccato che nessuno abbia ricordato come nel frattempo lo stesso Gros-Pietro sia passato alla corte degli altri signori del casello. Ma il Cda della Astm riserva anche altre sorprese. Nell’organo, per dire, siede ancora oggi Giuseppe Garofano, detto “il Cardinale”, vicinissimo all’Opus Dei e vecchia conoscenza della finanza italiana degli anni Ottanta e Novanta. Già presidente e Ad della Montedison all’epoca di Raul Gardini, venne arrestato dopo una breve fuga dal pool di Mani pulite nell’inchiesta sulla maxitangente Enimont. Nello stesso Cda troviamo Luigi Roth, Gentiluomo di Sua Santità, già presidente di Terna, Fiera di Milano e molto legato a Comunione e Liberazione. Insomma, come inizio non c’è male. Ma passiamo a un’altra concessionaria dei Gavio, la Autovia Padana che gestisce la A21 Piacenza-Brescia. Il suo presidente si chiama Galliano Di Marco, ex numero uno del Porto di Ravenna, ma soprattutto altro ex uomo Iri e Autostrade, mondi nei quali ha gravitato dal 1988 al 2007. Il tutto a riprova del fatto che spesso Benetton e Gavio si scambiano pure gli uomini della rete di potere.

Gli altri – Ancora, nella galassia della famiglia di Castelnuovo Scrivia c’è la Sitaf, che si occupa della A32 Torino-Bardonecchia e del traforo del Frejus. In questo caso la poltrona di presidente è appannaggio di Sebastiano Gallina, già componente della direzione nazionale dall’alfaniano Ncd, considerato vicino all’ex ministro dei trasporti Maurizio Lupi. E che dire della Satap, la concessionaria autostradale che gestisce la A4 Torino-Milano? Nel Cda vanta un bello scranno Antonio Agogliati, ex senatore di Forza Italia e già componente della Commissione lavori pubblici di palazzo Madama (2002-2004). Perché alla fine, nel settore dei ricchi pedaggi, tutto il mondo è paese: per mantenere ben salda la rendita di posizione è necessario mettere a disposizione un bel po’ di posti. Ma questo modus operandi non è certo un problema, per chi poi si porta a casa maxi rendimenti al riparo da ogni concorrenza.

La beffa per gli sfollati del ponte Morandi: non hanno più la casa ma dovranno continuare a pagare il mutuo

Notizie.tiscali.it 27.8.18

Anche se non torneranno mai più nei loro appartamenti che saranno abbattuti insieme a quel che rimane del viadotto le famiglie sfollate di Genova dovranno ricominciare a pagare le rate del mutuo, se ne hanno contratto uno. Ecco perché

Oltre il danno anche la beffa: tra un anno le famiglie sfollate di Genova in seguito al crollo del ponte Morandi dovranno ricominciare a pagare le rate del mutuo, se ne hanno uno. Scaduti i dodici mesi concessi dalle banche (Unicredit e Carige), anche se non torneranno mai più nei loro appartamenti che saranno abbattuti insieme a quel che rimane del viadotto., dovranno comunque continuare a versare le rate agli Istituti di credito con i quali hanno contratto il debito.

Il mutuo

“Anche se questa situazione può sembrare paradossale, giuridicamente è ineccepibile”, spiega Aldo Bissi, collaboratore di Ridare, portale di Giuffrè Francis Lefevbre che affronta tutte le tematiche in materia di risarcimento del danno e responsabilità civile. Il mutuo infatti non è altro che la restituzione di una cifra che una banca ha già consegnato a un’altra banca. “L’obbligo di restituzione è quindi indipendente rispetto alla perdurante esistenza del bene che si è acquistato con la somma anticipata dalla banca. Per questo motivo il mutuatario rimane obbligato a provvedere al pagamento delle rate di mutuo anche nell’ipotesi di perimento totale del bene immobile” continua l’esperto.

L’ipoteca sulla casa

Quando un istituto di credito eroga un mutuo, quasi sempre registra un’ipoteca sulla casa. Nel momento in cui il bene non esiste più, in questo caso perché viene abbattuto, anche la banca subisce quindi un danno, perché la garanzia ipotecaria finisce in macerie. Questo però, continua l’esperto, “non comporterebbe la liberazione del mutuatario dalla propria obbligazione: la banca potrebbe, in caso di sospensione dei pagamenti, rivalersi su eventuali altri beni del debitore o sulle sue fonti di reddito (per esempio pignorando lo stipendio)”.

L’assicurazione sul “perimento”

C’è solo un modo per evitare di pagare il mutuo per una casa che forse non ci sarà più. E’ l’aver stipulato una polizza sul “perimento” dell’immobile”, in questi caso sarà l’assicurazione a versare la cifra rimanente, liberando dall’obbligo coloro che abitavano le case sotto al ponte Morandi. Tuttavia si tratta di un’assicurazione molto rara, che in pochissimi stipulano, rivela Aldo Bissi a Repubblica . Mentre le altre polizze assicurative che tutelano entrambe le parti da eventi imprevisti non forniscono nessun aiuto nel caso specifico di Genova.

Le polizze accessorie più diffuse

La più diffusa, quella “incendio e scoppio” ad esempio è una polizza accessoria al contratto di mutuo, in cui il beneficiario della prestazione assicurata (“l’assicurato”) è la banca, e non il mutuatario (“il contraente”). Nessun aiuto neanche dall’altra polizza accessoria più diffusa, quella che copre il caso in cui il mutuante non riesca più a restituire il denaro per morte o danno alla salute che gli impedisca di continuare l’attività lavorativa.

Misure a sostegno degli sfollati

Al momento le uniche misure prese a sostegno degli sfollati prevedono solo la sospensione dei pagamenti (utenze, così come le stesse rate del mutuo). Finora banca Carige e Unicredit hanno concesso questa possibilità ai proprietari delle case danneggiate per 12 mesi. Ma si tratta, appunto, di una misura a tempo: scaduto l’anno bisognerà tornare a pagare le rate a meno che il Governo non approvi una misura che prevede l’annullamento dei mutui. Una decisione straordinaria che, semmai, dovrebbe essere presa di concerto con l’Abi o con le banche dirette interessate.

Toninelli: “Case a sfollati entro metà novembre”

Intanto il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli in audizione alle commissioni VIII riunite di Camera e Senato ha annunciato che “le prime famiglie hanno già ricevuto un alloggio e secondo il cronoprogramma tutte le persone sfollate avranno un’abitazione entro metà novembre”. In questo modo le famiglie che hanno perso la casa se da una parte dovranno continuare a pagare il mutuo almeno avranno un tetto sopra la testa.

B.Carige: Tesoro prova a sfilarsi, su mercato quota Sga (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Per il suo peso nell’azionariato, la Sga avrebbe tutta la forza per rivelarsi l’ago nella bilancia nella partita per il futuro assetto azionario di Carige: in teoria, scrive il Sole 24 Ore, perchè non è da escludere che la società controllata dal Mef alla fine rimanga fuori dai giochi, e non tanto per un’astensione dalla partita assembleare, ma più per un’uscita secca dall’azionariato della banca.

Il Tesoro, spiega il quotidiano, ha infatti in animo di mettere in vendita la partecipazione, pari al 5,4%. Il cantiere sarebbe aperto da tempo, visto che la partecipazione in Carige è formalmente inserita tra quelle smobilizzabili. Ma nelle ultime settimane il dossier avrebbe preso più consistenza, complice il rialzo del valore azionario della banca. La società di gestione degli npl ha in carco la partecipazione a 0,008 euro per azione, a fronte di un valore attuale di borsa di Carige pari a 0,0093 euro. Per la controllata del Tesoro ci sarebbero insomma già oggi le condizioni finanziarie per vendere il pacchetto sul mercato e registrare una plusvalenza, ma si tratterebbe di un guadagno virtuale: l’acquisto di Sga è avvenuto a quota 0,01 euro per azione, il prezzo a cui ha sottoscritto la sua quota nell’ambito dell’aumento di capitale da 560 milioni dello scorso novembre.

Se invece alla data dell’11 settembre, deadline per registrare le azioni da portare in assemblea, Sga dovesse ritrovarsi azionista di peso della banca, dovrebbe decidere a chi consegnare la dote dei suoi voti. Un’ipotesi è di sostenere Assogestioni, che potrebbe così avere la forza di portare due o addirittura tre rappresentanti nel board. Non è neppure da escludere che Sga appoggi uno dei due principali contendenti per il controllo della banca, ovvero la famiglia Malacalza da una parte e il blocco formato dal finanziere Raffaele Mincione dall’altra.

rov

(END) Dow Jones Newswires

August 29, 2018 02:54 ET (06:54 GMT)