Ecco perché non ci sarà un attacco speculativo contro l’Italia come quello del 2011 di F.Dragoni e A.M. Rinaldi

scenari economici.it 30.8.18

Senza sedi, volantini e militanti. Dirigenti molti e voti pochi. Peso elettorale inversamente proporzionale alla sua potenza di fuoco. Signore e signori ecco a voi il partito dello spread che a giorni alterni preconizza ed alimenta paure in merito a possibili attacchi speculativi a suon di vendite sui nostri titoli di stato. E pure dentro al Governo c’è chi mette le mani avanti presagendo un autunno rovente. Le settimane convulse che hanno portato alla nascita del nuovo Governo hanno determinato un allargamento nel differenziale di rendimento fra BTP e BUND a 10 anni. Lo stesso comportamento sul mercato secondario della BCE non ha contribuito a placare le tensioni dal momento che nel trimestre maggio-luglio scorso ha incrementato rispetto al precedente trimestre febbraio-aprile gli acquisti di titoli tedeschi a 10 anni in misura pari ad oltre il 30% contro un +5% degli omologhi titoli spagnoli ed italiani. Ma solo per questi ultimi si è registrata una sensibile diminuzione dei prezzi con aumento dello spread fino a 280 bp. La domanda che ci poniamo è semplice: può l’Italia tornare ad essere vittima di un forte attacco speculativo come avvenuto nell’autunno del 2011con conseguente rimozione e cambio di esecutivo alla guida del Paese? La nostra risposta è no per almeno tre ordini di ragioni: una di tipo economico, una tipo geopolitico ed una di tipo politico.

Motivo numero 1. L’Italia nel 2017 ha registrato un attivonella bilancia dei pagamenti di oltre 47 miliardi di euro contro un passivo di 49 miliardi nel 2011 che si sommava a un rosso ancor più acceso di 54 miliardi nel 2010. L’Italia usciva dalla crisi del 2008 cercando di alimentare la domanda interna con una politica fiscale tenuemente espansiva. Nel biennio 2009-10 l’Italia interrompe la serie infinita di avanzi primari che dal 1990, poi ripresa nel 2011, ha portato l’Italia a cumulare un surplus prima degli interessi sul debito di oltre 700 miliardi. Risorse che sono state cioè sottratte all’economia con tasse che hanno superato la spesa pubblica. Ma il vero problema che allora voleva e doveva essere risolto erano i conti con l’estero la cui differenza fra 2011 ed oggi è di circa 100 miliardi. Mario Monti sottopose l’Italia ad una tortura fatta di lacrime (quelle della Fornero) e sangue (quello degli italiani) con il dichiarato ed esplicito intento di pareggiare i conti con l’estero piuttosto che quelli pubblici i cui saldi non hanno infatti fatto altro che peggiorare. Quale modo migliore per far smettere gli italiani di consumare beni importati dall’estero che farli smettere di spendere del tutto massacrandoli di tasse sulla casa e colpendoli nelle pensioni? Già nel 2012 gli italiani avevano così smesso di consumare che l’Italia aveva portato la bilancia dei pagamenti quasi in pareggio a circa -5 miliardi. La vera emergenza erano i conti con l’estero e non i conti pubblici come del resto Mario Monti candidamente ammise in un’intervista ormai celebre alla CNN. Ma quell’emergenza di allora oggi non c’è e lo scenario di allora appare quindi assai meno probabile. Risultato di tale aggressiva politica di austerity nel periodo nov. 2011/nov. 2012 fu un disastroso calo del PIL del 2.6%, una disoccupazione dal 9.30 al 10.80% e il rapporto debito pubblico/PIL dal 120.70 al 126.40%, dimostrando inequivocabilmente che la cura proposta da Monti fu un totale fallimento per il Paese.

Motivo numero 2. L’inquilino della Casa Bianca è cambiato. Donald Trump al posto di Barack Obama si è posto l’obiettivo di favorire il rimpatrio delle attività produttive dentro i confini USA. Per far questo non è andato troppo per il sottile. Ha disintegrato l’accordo per il libero scambio in Nord America (NAFTA) firmando una nuova intesa bilaterale con il Messico e mettendo all’angolo il Canada. Ha imposto dazi su prodotti in acciaio ed alluminio provenienti dall’Unione Europea e dalla Cina mettendo sulla graticola soprattutto Berlino il cui avanzo commerciale è in valore assoluto paragonabile a quello della Cina grazie all’euro. Un sorta di marco svalutato che beneficia del fatto che paesi deboli come Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo contribuiscono a renderne basso il prezzo rispetto al dollaro. Trump ha tutto l’interesse a veder scendere il valore del biglietto verde rispetto all’euro e si è dichiarato disponibile ad offrire un appoggio concreto all’Italia. Acquistare euro per  prendersi BTP contribuirà ad abbassare il prezzo del dollaro e gli consentirà di rafforzare la presa su un paese strategico come l’Italia alimentando inoltre le spinte disgregatrici di un’Unione Europea destinata a collassare, almeno nell’attuale configurazione, con le prossime elezioni europee del 2019. Le banche americane potranno quindi acquistare BTP a buon mercato contribuendo a mitigare la discesa dei rendimenti. Cosa che nel 2011 non era minimamente pensabile.

Motivo numero 3. Se nel 2011 nessuna forza politica aveva la ragionevole certezza di acquisire la maggioranza dei seggi in una possibile tornata elettorale anticipata, il governo giallo-verde è accreditato in tutti sondaggi di riscuotere il consenso di almeno il 60% degli elettori. Spodestarlo potrebbe quindi essere un boomerang. Qualsiasi nuovo esecutivo non potrebbe contare su una maggioranza parlamentare certa e stabile mentre si avvicinano le elezioni europee. Uno scenario politico completamente diverso rispetto al 2011.

Inoltre nella calda estate di quell’anno, in piena crisi del debito sovrano italiano, l’allora presidente della BCE, il francese Trichet, alzò per ben due volte il tasso ufficiale di sconto con la scontatissima e prevedibilissima conseguenza di gettare benzina sul fuoco mentre ora, per fortuna, c’è al suo posto Mario Draghi che nel frattempo ha concepito una operazione di stimolo monetario straordinaria come il QE. Ragionevolmente possiamo pensare che dopo aver acquistato quasi 2,500 Mld di euro in titoli proprio adesso -nel momento di maggior bisogno- tiri indietro la mano e vanifichi quanto di buono è stato fino ad ora fatto? E’ perfettamente a conoscenza che abbandonare l’Italia in questo momento significherebbe condannare a morte l’euro e c’è da giurarci che non vorrà passare alla storia come quello chi non è riuscito ad evitarlo. Proprio lui che aveva pronunciato il famigerato “whatever it takes”.

Per quanto il Partito dello Spread possa essere potente e ben corrazzato sembra essere l’equipaggiatissimo esercito americano dentro le foreste del Vietnam alle prese coi Vietcong. Come quella guerra è andata a finire tutti quanti lo sappiamo.

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi, MF 30 agosto 2018

Grecia verso il tracollo demografico Perderà un quarto degli abitanti

ANDREA MURATORE occhi della guerra.it 30.8.18

Per la Grecia la lunga notte della crisi sembra non finire mai. La giornata del 20 agosto è stata importante sul profilo simbolico, sancendo la fine della presenza di Atene nel regime di assistenza finanziaria internazionale, meno su quello sostanziale, dato che il Paese è uscito con le ossa rotte dai programmi di austerità che hanno sconvolto la sua economia e il suo tessuto sociale.

Le misure praticamente impossibili da rispettare che i memorandum hanno imposto ad Atene prevedono un regime di austerità prolungato per decenni, fino a circa il 2060. Entro quella data, un’altra, grave crisi potrebbe essersi inesorabilmente abbattuta sulla Grecia, provocando un grave pregiudizio sulla sua tenuta come Stato: la crisi del tracollo demografico.

La proiezione allarmante sulla popolazione della Grecia

Un lunghissimo e devastante inverno demografico attende ora la Grecia. Come segnala Der Spiegel: “11,1 milioni di persone vivevano in Grecia nel 2011. Nel 2015, erano 10,8 milioni. Secondo le previsioni, la popolazione sarà di 8,3 milioni di persone entro il 2050. Oggi, il 21 per cento dei greci ha più di 65 anni. Nel 2050, saranno un terzo della popolazione”.

I dati, tratti da uno studio sulla demografia europea del Berlin Institute for Population and Development, segnalano dunque l’incombere di una nuova calamità per il Paese ellenico, dato che una popolazione in costante calo e progressivamente più vecchia porta con sé numerose questioni di ordine politico, sociale ed economico.

Ekathimerini riporta i dati dell’ufficio di statistiche nazionale (Elsat), che è concorde nel segnalare una perdita di oltre 300mila abitanti nel periodo tra il 2011 e il 2015 e, addirittura, predice che nel 2080 la popolazione della Grecia sarà di soli 7,2 milioni di abitanti. Ira-Emke Poulopoulos, accademica greca basata a New York e Parigi, ha sollevato questa importante tematica in un recente saggio intitolato “La popolazione greca sotto assedio”.

La demografia è scienza complessa, che fonda le sue analisi su proiezioni di lungo termine che difficilmente possono essere lette alla luce di eventi contingenti, a meno che si tratti di calamità quali guerre ed epidemie. Tuttavia, di fronte a queste ipotesi sorge spontanea una domanda: quanto ha influito l’austerità sull’equilibrio demografico greco?

Il peso dell’austerità

Giulio Meotti ha segnalato sul Foglio come l’austerità non sia stata la causa scatenante del calo del tasso di natalità della Grecia: “Per trent’anni dopo la guerra civile all’inizio degli anni Ottanta, i valori demografici erano tra i più alti di tutti gli altri paesi europei, 2,2 figli per donna. Poi, dal 1994, il tasso di nascite si è arrestato a 1,3 figli”. 

Tuttavia, Meotti non manca di sottolineare il ruolo giocato dalla macelleria sociale imposto alla Grecia sotto forma di un incremento notevole degli aborti legati a ragioni economiche: “il numero di aborti effettuati in Grecia è aumentato del 50 per cento dall’inizio della crisi economica. Le nascite negli ospedali pubblici, nel frattempo, sono calate del trenta per cento. La Grecia è diventata fra i leader mondiali dell’aborto. Dieci anni fa, ci sono stati 200 mila aborti all’anno su una popolazione di undici milioni, mentre oggi questa cifra è salita a 300 mila”.

Nel Paese, oramai, nascono solo 90mila bambini all’anno e la contrazione demografica ha portato Melbourne ad essere la terza città greca al mondo dopo Atene e Salonicco. Un altro segnale allarmante è stato registrato nel 2015, quando per la prima volta la speranza di vita dei cittadini greci si è contratta. L’austerità ha sconvolto e gettato nella più nera miseria milioni di greci: l’impatto sulla demografia è la risultante dell’impatto sulle condizioni sanitarie, educazionali, lavorative e sociali di ognuno degli individui che sono stati toccati dalla crisi, ed è dunque logico concludere come, al di là di ogni mera statistica sul tasso di fertilità, l’austerità e la crisi economica rappresentino due problemi destinati ad autoalimentarsi.

Grecia e Bulgaria unite dal tracollo demografico

Accomunata da gravi problematiche demografiche simili a quelle sperimentate dalla Grecia è la confinante Bulgaria, per la quale si prevede una riduzione della popolazione “dagli attuali 7 milioni e 128mila abitanti (2016) a 3 milioni e 400mila, ad un tasso di 60mila persone in meno l’anno, 164 al giorno, lo spopolamento più rapido e grave del pianeta insieme a quello che subirà la Romania nello stesso periodo”, come ha scritto Emmanuel Petrobon su Opinio Juris .

L’area economicamente più debole dell’Europa si troverà dunque ad arrancare ulteriormente sulla scia dell’avanzata di un inverno demografico che si prevede destinato ad abbattersi su tutto il Vecchio Continente, ma che al tempo stesso colpirà in maniera proporzionalmente più dura quei Paesi privi delle strutture politico-economiche per potervi fare fronte. Perché una demografia sana, al di là di ogni retorica, è il presupposto necessario per la salute di ogni nazione. L’ipoteca sulla dinamicità del suo futuro. Ma pensare al futuro appare sempre più problematico per un Paese come la Grecia che oramai da otto anni convive con un presente di stenti e carenze quotidiane.

Ecco cosa non va nell’Unione bancaria europea. L’analisi (a sorpresa) di Rossi della Banca d’Italia

 startmag.it 30.8.18

La sede della Banca d’Italia, Palazzo Koch, oggi 21 ottobre a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Pubblichiamo un estratto e il testo integrale dell’intervento tenuto oggi a Modena da Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass (Istituto di vigilanza sulle assicurazioni)

L’Unione bancaria nell’area dell’euro è la tappa più recente di un lungo percorso. Il progetto europeo di integrazione e unificazione nasce nel secondo dopoguerra con una finalità insieme ambiziosa e pragmatica: ambiziosa per l’obiettivo di garantire pace e prosperità ai cittadini europei dopo secoli di sanguinosi scontri; pragmatica perché si decise di avviare il processo partendo dall’economia, anziché avventurarsi sul ben più insidioso terreno della politica. Eppure il valore politico del progetto è stato evidente sin dall’inizio; per Monnet rappresentava la sua “direzione di marcia”.

Il Trattato di Roma, di cui si è celebrato il 60° anniversario lo scorso anno, ne ha rappresentato la prima pietra miliare. L’unificazione monetaria, ripresa negli anni Novanta del secolo scorso dopo un primo abortito tentativo messo in atto alla fine degli anni Sessanta, ha segnato il conseguimento di un obiettivo ancora più ardito.

L’euro è stato adottato il 1° gennaio 1999 grazie all’impegno profuso da uomini di Stato e personalità del calibro di Ciampi, Delors, Kohl, Mitterand e Padoa-Schioppa, tutti appartenenti a una generazione che non aveva dimenticato le guerre in Europa. Si trattava di una sfida enorme, tenendo conto anche del fatto che gran parte del mondo accademico, in particolare negli Stati Uniti, riteneva il progetto sbagliato in punto di teoria economica e politicamente fragile. Tuttavia, per oltre un decennio, il bilancio dell’esperienza in termini di costi e benefici è apparso positivo.

La vera sfida per l’unione monetaria europea è sopraggiunta con la crisi del debito sovrano, all’inizio di questo decennio. Sulla scia della rivelazione di quali fossero le reali condizioni delle finanze pubbliche in Grecia, la crisi si è rapidamente trasformata in crisi di fiducia tra i paesi europei: un primo gruppo di paesi (opinione pubblica, governi e persino banche centrali nazionali) ha iniziato a temere che, in virtù della moneta unica, gli sperperi di altri paesi venissero finanziati col denaro dei propri contribuenti; un secondo gruppo di paesi accusava quelli del primo gruppo di imporre a tutti politiche eccessivamente “austere”, sempre in nome della moneta unica.

I mercati hanno interpretato tali contrasti come il segnale che gli europei non considerassero più l’euro come una realtà indiscutibile, mettendone anzi in dubbio l’irreversibilità. La possibilità di “ridenominare” il debito pubblico riportando in vita le valute nazionali, sebbene remota, ha cominciato a farsi strada e gli spread sono aumentati a dismisura, di riflesso alle aspettative di svalutazione/ rivalutazione.

Le banche dei paesi economicamente deboli, nei cui bilanci erano presenti elevate quantità di titoli pubblici nazionali, sono incorse in forti perdite per effetto del minor valore di mercato di questi ultimi. L’eventualità di misure di salvataggio pubblico generalizzate per le banche di quei paesi ha aggravato i timori di un’evoluzione insostenibile delle loro finanze pubbliche, instaurando un circolo vizioso. Si è trattato di una crisi politica mascherata da crisi finanziaria.

L’Unione bancaria è stata inizialmente concepita come risposta a tale situazione. L’idea era quella di stabilire il principio secondo cui le banche europee sono innanzitutto europee: se una di esse si trova in difficoltà, il problema riguarda l’intera Europa, non solo il paese in cui la banca risiede. L’effettiva attuazione del progetto ha preso una direzione diversa.

È stato realizzato, innanzitutto, il presupposto della vigilanza unica: a partire dal 2014 le banche “significative” sono vigilate da un’unica autorità a livello europeo (il Meccanismo di Vigilanza Unico, MVU, che opera da Francoforte).

Poi è stato completato il tassello principale del nuovo regime: dal 2016 le banche non possono più essere salvate con il denaro dei contribuenti; in caso di grave difficoltà, esse vengono sottoposte a bail in – ovvero salvate ma sacrificando azionisti e creditori privati – sotto la supervisione di un’altra autorità europea (il Meccanismo di Risoluzione Unico, MRU, che opera da Bruxelles) o poste in liquidazione.

Infine, uno schema comune di assicurazione dei depositi di là da venire dovrebbe rimborsare i piccoli depositanti di banche liquidate, ma con denaro proveniente dal resto del sistema bancario, non dai contribuenti.

La proposta di un meccanismo di protezione pubblico per il Fondo di risoluzione unico e per il sistema comune di assicurazione dei depositi è stata, di fatto, accantonata.

In sostanza, le banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo. Il circolo vizioso tra settore bancario ed emittenti sovrani non è stato spezzato, tuttavia alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri.

In termini ancora più espliciti, a un contribuente tedesco non si potrà mai chiedere di finanziare il salvataggio di una banca italiana in crisi per il peso, nel proprio bilancio, di titoli di Stato italiani in rapida discesa sui mercati. In un caso simile, sarebbero i creditori della banca, prevalentemente italiani, a farsene carico. E non si pone neanche la questione dell’irreversibilità dell’euro, poiché il caso della Grecia dimostra che uno stato sovrano può fallire anche senza abbandonare l’euro.

La valutazione dei risultati dell’Unione bancaria non può prescindere da un’analisi del percorso del progetto di integrazione e unificazione europee, del contesto interno ed esterno e delle motivazioni e dei vincoli politici. Non va trascurato il fatto che, negli ultimi anni, si è diffuso in alcuni paesi un forte sentimento anti-europeo in cui critiche, talvolta anche fondate, alla costruzione europea si combinano con clamori populistici.

QUI IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO DI ROSSI

DI SEGUITO ALCUNI TWEET SIGNIFICATIVI DI MARCO VALERIO LO PRETE, GIA’ CAPO ECONOMIA E FINANZA AL FOGLIO E ORA AL TG1:

MarcoValerio LoPrete@marcovaleriolp

Mi sembra che S.Rossi (Bankitalia) certifichi la sconfitta della strategia che ha accomunato ultimi governi italiani:”Proposta di un meccanismo di protezione pubblico x il Fondo di risoluzione unico e x il sistema comune di assicurazione dei depositi è stata,di fatto,accantonata”

MarcoValerio LoPrete@marcovaleriolp

Salvatore Rossi (Banca d’Italia) oggi fa un bilancio che mi pare decisamente negativo del processo di unione bancaria. “Le banche sono divenute europee solo in un senso”. Ecco perché

MarcoValerio LoPrete@marcovaleriolp

Salvatore Rossi (Bankitalia): il meccanismo di vigilanza unico, “primo pilastro della costruzione dell’Unione bancaria, può essere finora considerato senza dubbio un successo politico”

MarcoValerio LoPrete@marcovaleriolp

Salvatore Rossi (Bankitalia), en passant, dice che è stato “accantonato lo scopo originario” (dell’Unione bancaria), “ovvero scindere il legame perverso tra emittenti sovrani e banche”. Non mi pare poca cosa

 

Assicurazioni Generali, Mediobanca, Unicredit. Chi teme (e chi non teme) il filotto francese

 startmag.it 30.8.18

banca-generali

Fatti, nomi, indiscrezioni e scenari sull’asse Italia-Francia tra Unicredit, Mediobanca e Assicurazioni Generali

Come cambierebbe Unicredit in caso di acquisto da parte dei francesi di Société Générale? Il gruppo creditizio con base in Italia continuerà a comprare con la stessa lena i titoli di Stato italiano nel caso gli investitori stranieri si dileguassero sui bond italiani? E che cosa succederebbe nella filiera che da Unicredit passa da Mediobanca e arriva ad Assicurazioni Generali?

Sono alcune delle domande che stanno attanagliando da giorni esponenti di spicco della maggioranza di governo. Gli interrogativi, pregni di scenari negativi, albergano in particolare ai vertici della Lega di Matteo Salvini e meno ai piani alti del Movimento 5 Stelle.

CHE COSA HA SCRITTO DAGOSPIA SU UNICREDIT, MEDIOBANCA E GENERALI

Le preoccupazioni stanno lievitando dopo le ultime indiscrezioni riportate dal sito DagospiaSecondo Dagospia, infatti, da un lato c’è un forte interesse dei francesi di Société Générale (come qui approfondito da Start Magazine), dall’altro lato ci sarebbe la volontà dell’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, di evitare a Unicredit di essere considerata a tutti gli effetti preda.

GLI OBIETTIVI RECONDITI DI MUSTIER NELLA TRATTATIVA UNICREDIT-SOCIETE GENERALE

“Il manager francese – ha scritto oggi Dagospia – ha un problema: fare cassa e diventare più ”grande” finanziariamente per far sembrare che è Unicredit a prendersi SocGen e non viceversa (attualmente la banca italiana capitalizza 33 miliardi contro i 32 dei francesi, quindi si tratterebbe di un matrimonio tra pari). Per fare questo ha pensato di vendere la quota in Mediobanca che ha al suo interno quel tesoretto del 13% di Assicurazioni Generali”.

I RISCHI DI UN FILOTTO UNICREDIT-MEDIOBANCA-ASSICURAZIONI GENERALI

Il filotto francese che da Unicredit arriverebbe alla compagnia assicurativa Generali sarebbe una sciagura, secondo molti esponenti della maggioranza di governo.

GLI ALLARMI DI CROSETTO VIA TWITTER

A esternare in pubblico questo stato d’animo è Guido Crosetto, già sottosegretario nel governo Berlusconi, d’impostazione liberale, esponente di spicco del movimento Fratelli d’Italia. Crosetto da tempo – anche come presidente di Aiad – l’associazione delle imprese che operano nella difesa – è preoccupato delle ricadute in Italia delle mosse francesi in campo industriale e finanziario.

Guido Crosetto@GuidoCrosetto

UniCredit, Mediobanca e Generali. Questo è il prossimo filotto cui stanno guardando le persine che vogliono lentamente provincializzarci. Mediobanca chiaramente solo in quanto azionista di Generali. Chissà con chi sta il francese di Trieste, Donnet: con Nagel o Mustier?

Guido Crosetto@GuidoCrosetto

Lo dico perché nessuno possa avere scuse: UniCredit è persa ed entrerà nell’orbita francese, nella totale indifferenza di tutti. Ricordatevene usando non acquisterà più titoli italiani. Spero che qualche italiano almeno rilevi le sue quote di Mediobanca. Almeno quelle….

Gli auspici di Crosetto, secondo le informazioni di Dagospia, sono flebili: “Mustier ha dato mano libera all’ad di Mediobanca Alberto Nagel di trovare qualsiasi tipo di compratore purché paghi. Fuori gioco, per ora, la cordata italica formata dai tre azionisti di Generali Caltagirone-Benetton-Del Vecchio, vista la tempesta di calcinacci che si è abbattuta sui magliari di Ponzano Veneto. Segnali di distacco sono arrivati anche dal boss Luxottica: i suoi contanti preferisce investirli nella Fondazione e nello Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, per il quale ha già stanziato la cifretta di 500 milioni ed è pronto a ”mettere a disposizione le mie risorse” per  trasformare il centro in un polo di eccellenza globale”.

I pesticidi causano obesità e diabete. Cos’è l’effetto ‘cocktail’ e perché è pericoloso

  

Ha avuto grande riscontro sulla stampa e ha suscitato molto clamore la recente pubblicazione di uno studio condotto in Francia che ha valutato su cavie l’azione di un cocktail di sei pesticidi comunemente presenti nella dieta, in particolare nelle mele come di recente documentato dalla stessa Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Le sostanze erano presenti nel cibo somministrato agli animali e ciascuna di esse a una dose considerata non tossica e quindi assolutamente tollerabile. Il cocktail conteneva sia insetticidi (thiacloprid, chlorpyrifos) che fungicidi (boscalid, captan, thiofanate, ziram) ampiamente usati anche in Italia e puntualmente presenti nelle nostre falde acquifere. Le cavie che hanno ricevuto le piccole e ripetute dosi quotidiane di pesticidi (in modo quindi del tutto sovrapponibile a quella che è l’esposizione umana) hanno presentato, rispetto al gruppo di controllo alimentato con il medesimo mangime ma senza residui di pesticidi, profonde alterazioni metaboliche, in particolare steatosi epatica, tendenza all’obesità, intolleranza al glucosio con effetto diabetogeno, alterazione del microbiota intestinale.

Si tratta di una ricerca certamente importante specie perché mette in evidenza l’inadeguatezza delle valutazioni tossicologiche che (oltre a molte altre manchevolezze) prendono in esame il singolo pesticida e trascurano l’effetto “cocktail”, ovvero l’azione spesso sinergica delle diverse sostanze contemporaneamente presenti. Tuttavia non si tratta certo di una novità visto che da decenni una parte della comunità scientifica denuncia il pericolo rappresentato da sostanze che alterano l’equilibrio ormonale, compreso quello metabolico e che sono note come “interferenti endocrini”.

Il termine “interferente endocrino” è stato introdotto per la prima volta nel 1991 e con esso si intendono tutte le sostanze che interferiscono con la sintesi, la secrezione, il trasporto, l’azione, il metabolismo o l’eliminazione degli ormoni. Si tratta di diverse migliaia di sostanze di natura chimica anche molto diversa fra loro, da metalli pesanti come cadmio e arsenico al bisfenolo A, dal Ddt alle diossine, ai pesticidi etc. e, al pari degli ormoni, agiscono a dosi estremamente basse, per cui il detto di Paracelso “la dose fa il veleno” in questo caso non vale. Gli effetti negativi per la salute che ne conseguono sono molteplici: alterazione della fertilità, malformazioni, deficit riproduttivi, malattie della tiroide, alterazioni metaboliche, immunitarie, disturbi neuro-comportamentali e tumori. La peculiarità degli interferenti endocrini è però quella di poter agire anche sulle cellule germinali e indurre quindi alterazioni che si trasmettono alle generazioni successive e credo che a nessuno sfugga la gravità di questa possibilità.

A parte gli studi sperimentali sugli animali esistono già da decenni moltissimi studi epidemiologici che su popolazioni esposte hanno dimostrato l’esistenza di una correlazione fra alterazione dell’assetto lipidico, più elevati livelli di colesterolo e trigliceridi e presenza di contaminanti, quali policlorobifenili e pesticidi, nel sangue e di aumento di rischio di diabete per gli agricoltori e le loro mogli.

Spero ardentemente che il clamore suscitato dall’indagine francese non si affievolisca e che su questi temi ci sia sempre più attenzione non solo da parte dei cittadini ma anche delle istituzioni. Rendere fruibile un’informazione scientifica rigorosa e “traghettare” le conoscenze alle comunità e ai decisori politici è un obiettivo prioritario dell’Isde cui nessuno di noi si sottrae, è quindi con molto piacere che comunico che la “neonata” sezione Isde di Lecce già per il prossimo 9 luglio ha organizzato su questi temi un importante convegno dal titolo Xylella, pesticidi, rischi sanitari. L’informazione è il primo, indispensabile strumento per difendere la nostra salute e quella dei nostri cari.

Fonte Qui

Ponte Morandi, Toti: «demolizione entro 30 giorni». Estesa l’area della gratuità dei pedaggi Caos traffico a Cornigliano, Borzoli e Sestri Ponente

Mario De Fazio ilsecoloxix.it 30.8.18

Genova – «Abbiamo incontrato Società Autostrade che ci ha illustrato osservazioni preliminari del piano demolizione Ponte Morando. Non abbiamo parlato di ricostruzione. Il piano è preliminare perché serviranno altri accessi nell’area posta sotto sequestro dalla Procura». Così il commissario straordinario per l’emergenza Giovanni Toti ha aperto la conferenza stampa dopo l’incontro tra istituzioni e Autostrade di oggi, in Regione.

«La demolizione del troncone est del Morandi – ha proseguito Toti – sarà fatta con mezzi meccanici e implosione. Sul troncone Ovest non prevediamo nessun crollo. Sarà smontato pezzo per pezzo».

«In attesa del primo giorno di demolizione – ha proseguito Toti – cercheremo di aprire almeno una via sul Polcevera e liberare i binari oggi occupati dalle macerie dove passano i treni diretti in porto».

Toti ha parlato anche riguardo al percorso per la ricostruzione dell’ex ponte Morandi.

«Abbiamo spedito una lettera al premier Conte – ha spiegato Toti – ritenendo di suggerire un provvedimento di legge ad hoc: questo potrebbe permette alla struttura commissariale di avere voce in capitolo non solo per la demolizione del Morandi ma anche per la ricostruzione. Ho chiesto a al premier di avere in mano anche la gestione come commisario, oltre che della demolizione, anche della ricostruzione del Morandi».

«Se unifichiamo demolizione e ricostruzione in una sola struttura saremo più veloci – ha proseguito ancora Toti – Mi auguro che il governo ascolti la mia richiesta».

Estesi i pedaggi gratis 
Dopo le denunce del Secolo XIX , la società Autostrade conferma l’estensione della gratuità dei pedaggi.
«Su richiesta del Presidente della Regione, abbiamo condiviso un’estensione della gratuità dei pedaggi nell’area genovese». Lo ha dichiarato l’Ad di Autostrade Castellucci, in una nota, al termine dell’incontro in Regione sulla demolizione di ponte Morandi spiegando che le modalità verranno comunicate «nel dettaglio entro la giornata di domani».

Il traffico

Da segnalare la situazione di caos che si è riproposta questo pomeriggio dopo i disagi della mattinata. Intorno alle 14 il traffico risulta paralizzato nella zona di Borzoli. Criticità sono segnalate anche a Sestri. Agenti della municipale sono sul posto. Disagi anche in via Lungomare Canepa per le operazioni di asfaltatura del nuovo tratto appena ultimato.

Intanto, Bucci ha anche annunciato oggi di aver firmato «un’ordinanza per “correggere” la zona rossa per permettere a alcune imprese di riprendere il lavoro».

Incontro oggi in Regione
L’idea del nuovo ponte Morandi, donata alla città da Renzo Piano , ha avuto l’effetto di avvicinare le parti coinvolte dalla ricostruzione del viadotto. Autostrade per l’Italia, il cui amministratore delegato Giovanni Castellucci oggi sarà a Genova, presto vedrà Piano. E i rappresentanti di Fincantieri, sempre oggi, saranno a loro volta in Regione. Su tutto manca però ancora l’ok dei Cinque Stelle.

Crollo di ponte Morandi, lo Speciale del Secolo XIX |

Benveduti, chiederemo zona logistica speciale
La Regione chiederà al Governo l’istituzione di una «zona logistica speciale» per l’area di «portualità genovese allargata» coinvolta anche indirettamente dal crollo del ponte Morandi. Lo dice l’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti. Non sarà proposta l’istituzione di una zona economica speciale. «Chiederemo al Governo un sistema di facilitazioni, supporti, sgravi fiscali, sconti sulle accise, sul carburante, sugli oneri di ancoraggio, una sorta di ferrobonus per le aziende che movimentano le merci su ferro, non su strada, agevolazioni doganali e altro, per tutte le imprese della portualità `allargata´ coinvolte dalla tragedia. Dopo molti anni di declino Genova stava rialzando la testa, non vogliamo che questo slancio si interrompa», afferma Benveduti.

Code per asfaltatura in lungomare Canepa
Lunghe code nel pomeriggio nella zona di Sampierdarena a causa di lavori di asfaltatura in lungomare Canepa, la strada che collega il centro e i varchi portuali per merci e passeggeri al ponente. Sull’arteria di scorrimento rapido, come annunciato dall’assessore comunale ai Lavori pubblici Paolo Fanghella, sono partiti alcuni turni extra per ultimare i cantieri di ampliamento delle carreggiate entro la fine di settembre, gli stessi cantieri però hanno portato a un intasamento e a ripercussioni sul resto della viabilità nel quartiere. La zona è una di quelle maggiormente stressate a causa del crollo di ponte Morandi. «L’impresa sta operando su tre turni e nella notte di ieri è stata attivata l’illuminazione. Questa notte verrà effettuato il cambio di corsia per consentire agli operai di lavorare nella parte della carreggiata a mare. La strada – sottolinea Fanghella – sarà aperta alla fine di settembre con ben cinque corsie rettilinee e senza ostacoli. Ciò, ci auguriamo contribuirà a rendere più scorrevole il traffico in una parte di città che sta registrando alcuni disagi dopo il crollo di ponte Morandi».

Regione Liguria prevede indennizzi mensili per gli sfollati
È stata approvato oggi dalla Giunta regionale il disegno di legge sugli indennizzi per tutte le persone che hanno perso la casa, perché non potranno rientrare nella propria abitazione, a seguito del crollo di ponte Morandi. L’obiettivo è di gestire nel modo più efficace possibile e più veloce le eventuali demolizioni degli immobili in zona rossa e risolvere i problemi delle persone che a causa del crollo del ponte dall’oggi al domani hanno perso tutto. «Abbiamo voluto ampliare la legge Pris (Programma Regionale sulle Infrastrutture Strategiche) inizialmente prevista per gli interferiti dalle opere infrastrutturali ritenute prioritarie, anche agli eventi calamitosi – dichiara l’assessore regionale alla Protezione civile Giacomo Giampedrone -. Nel nuovo testo sono contemplate situazioni di emergenza, come la tragedia del crollo di ponte Morandi». Non si conosce ancora il numero esatto delle abitazioni che andranno abbattute con la demolizione del ponte ma al momento sono 286 i nuclei familiari sfollati per oltre 500 persone. Inoltre sono interessate dall’ampliamento della legge del Pris anche 12 aziende di varie dimensioni e di svariate centinaia di dipendenti, che dovranno essere tutelate, afffinché sia garantita la continuità occupazionale e produttiva. A queste verrà riconosciuto, oltre al valore dell’immobile e dell’indennizzo Pris di 45.000 euro, un ulteriore indennizzo mensile, motivato dall’immediato sgombero.

Valpolcevera, aumento fino al 50% di servizi ambulatoriali e specialistici
L’aumento fino al 50% in più dell’offerta di prestazioni ambulatoriali e specialistiche sul territorio, in particolare nell’alta Valpolcevera oltre la zona rossa, per andare incontro alle esigenze dei residenti e ridurre il più possibile gli spostamenti con mezzi privati e, al contempo, per quanto riguarda le emergenze sanitarie, il potenziamento del servizio di elisoccorso dei Vigili del fuoco e il posizionamento di un’automedica aggiuntiva in Valpolcevera. Queste le principali misure illustrate questa mattina durante la riunione che si è svolta in Regione Liguria con la vicepresidente e assessore regionale alla Sanità Sonia Viale, il sindaco Marco Bucci e i presidenti dei Municipi Valpolcevera, Federico Romeo, Centro Ovest, Renato Falcidia e Medio Ponente, Mario Bianchi, maggiormente interessati dai disagi dovuti al crollo del ponte Morandi. «L’obiettivo principale – sottolinea l’assessore Viale – è ridurre al minimo gli spostamenti dal territorio del distretto, facendo in modo che i residenti trovino le risposte ai loro bisogni vicino a casa».

Autostrade paga i mutui, iniziati i rimborsi
Autostrade per l’Italia, dopo i contributi versati per le primissime necessità alle famiglie costrette a lasciare la propria abitazione per il crollo del viadotto Polcevera e i primi interventi a favore di commercianti, artigiani e imprenditori che svolgono la propria attività nella Zona Rossa, ha iniziato i rimborsi delle rate dei mutui a favore dei cittadini genovesi residenti nella Zona Rossa. Lo fa sapere la società, precisando che al momento circa 30 famiglie si sono rivolte per questo motivo ai due Punti di contatto.

Il rimborso delle rate dei mutui da parte di Autostrade per l’Italia – precisa la nota – avviene in media nel giro di 24 ore dalla richiesta, come per i contributi versati alle famiglie di chi ha dovuto lasciare la propria casa, e viene effettuato dalla società con accredito sul conto corrente bancario o tramite assegno. I due Punti di contatto allestiti dalla società sono presso il Centro Sociale Buranello e la scuola Caffaro.

Bucci: «Zona rossa “corretta” per permettere il lavoro delle imprese»
«Ho firmato un’ordinanza per “correggere” la zona rossa per permettere a alcune imprese di riprendere il lavoro». Lo ha detto il sindaco Marco Bucci lasciando una riunione in Regione. «Abbiamo una commissione tecnica che è un interlocutore con il quale possiamo confrontarci per arrivare all’obiettivo. Vogliamo far riprendere il lavoro e consentire agli sfollati di rientrare, almeno qualche ora, nelle case per riprendere le proprie cose. Non ho la strada tracciata ma ci stiamo lavorando».

Cdp e Regione Liguria, attivati quattro tavoli tecnici 
Il ripristino delle infrastrutture per la mobilità, gli interventi a favore delle imprese e delle famiglie, la soluzione immobiliare per chi è rimasto senza casa e la moratoria per i mutui già in essere con gli enti locali. Sono quattro i fronti sui quali Cdp e Regione Liguria hanno attivato altrettanti tavoli tecnici per affrontare sia misure immediate sia di pianificazione dopo il crollo del Ponte Morandi. Il tavolo sulle infrastrutture coinvolge anche i rappresentanti di Terna, Snam, Fs, Ansaldo Energia e Fincantieri.

«La priorità è quella di fare un progetto pensando in grande», così il sindaco di Genova, Marco Bucci, riassume l’impegno di Cassa depositi e prestiti che in Regione ha avviato una serie di tavoli tecnici su misure immediate di sostegno alle imprese, infrastrutture, mobilità, necessità immobiliari, dopo il crollo di ponte Morandi, ma il progetto va oltre l’emergenza di ponte Morandi. «L’accordo che abbiamo con Cassa depositi e prestiti e con le aziende che partecipano – spiega – è quello di costruire un protocollo dove occuparci della ricostruzione del ponte e del futuro di Genova. Parliamo del Pums, il piano urbano di mobilità sostenibile, per le metropolitane di superficie, ma anche della nuova diga foranea, di ferrovie, di alta velocità con il terzo Valico sino a Milano. Parliamo, inoltre, della riqualificazione del centro storico, che è una grande operazione immobiliare, alla quale possono partecipare società presenti all’incontro di oggi. Facciamo una cosa a largo raggio con Cdp che non si occupa solo di un progetto ma della riqualificazione di una realtà locale, e l’esempio di Genova – conclude – sarà seguito anche per altre città».

E Bucci ha anche detto: «Oggi incontreremo Autostrade per parlare della demolizione del ponte, che ci permetterà di aprire due strade strategiche per la circolazione, corso Perrone e la strada 30 Giugno, che permetterà di portare all’ingresso di via Ilva passando sotto via Cornigliano e via Guido Rossa, i mezzi pesanti». Per il sindaco il traffico resta uno dei problemi maggiori della città. La situazione, però, dopo il caos dei primi giorni, sembra normalizzarsi. «La situazione monitorata questa mattina è buona perché tutti i cambiamenti che abbiamo messo in pista stanno iniziando a dare risultati». Importante, però, anche la consapevolezza dei genovesi, che hanno iniziato a viaggiare sui mezzi pubblici. «La città sta andando tutta nella stessa direzione – conclude Bucci – e questa è una grande notizia».

Assoporti chiede misure più urgenti per Genova
Per mitigare gli effetti negativi del crollo di ponte Morandi sull’operatività del porto di Genova, soprattutto a causa della viabilità e dei trasporti, Assoporti chiede misure urgenti. «Per Genova, scalo fondamentale per i collegamenti marittimi nazionali, che vivrà criticità per l’interruzione di linee ferroviarie e autostrada, Governo e Parlamento possono intervenire con delle previsioni specifiche legate allo stato di emergenza dichiarato per Genova, come accaduto in passato per i porti di Gioia Tauro, Cagliari e Taranto per i quali sono state inserite misure all’interno della Legge di Stabilità», ha dichiarato il Presidente di Assoporti Zeno D’Agostino. L’intervento prevede l’azzeramento delle tasse di ancoraggio per le navi, sia commerciali che passeggeri, che scalano regolarmente il porto. «Inoltre – dice D’Agostino – si può intervenire anche attraverso una riduzione delle accise sui prodotti energetici per i mezzi operativi dei terminal». Le misure, secondo Assoporti, «andrebbero a lenire il disagio legato alle difficoltà di inoltro e ricevimento della merce per il porto di Genova». «La previsione a sostegno delle attività portuali genovesi – secondo il Presidente di Assoporti – dovrebbe restare in vigore fino al termine dell’emergenza creata dal crollo del ponte Morandi. Assoporti da subito è a disposizione del Mit e delle Commissioni parlamentari competenti per definire al meglio le norme da attuare».

Riunioni tecniche in Regione
Una riunione è in corso questa mattina tra tecnici di Cassa depositi e prestiti e rappresentanti di Enti locali in Regione Liguria su vari temi legati all’emergenza di ponte Morandi. Sono riunioni tecniche su varie tematiche tra cui trasporti, risarcimenti e protezione civile.

Autostrade e Fincantieri pronte a sedersi allo stesso tavolo
Un primo, possibile incontro ci sarà oggi pomeriggio, nella sede della Regione di piazza De Ferrari. Quando si ritroveranno, per discutere del futuro legato alla ricostruzione di Ponte Morandi, sia Autostrade sia Fincantieri.

L’occasione di un potenziale rendez vous sarà la presentazione del piano di demolizione e messa in sicurezza dell’area che Aspi illustrerà, oggi pomeriggio alle 16.30, alle istituzioni genovesi. Al tavolo ci sarà anche l’amministratore delegato di Atlantia e Autostrade, Giovanni Castellucci. Ma, secondo indiscrezioni, anche esponenti di vertice di Fincantieri potrebbero varcare la soglia della Regione oggi pomeriggio, aprendo un possibile scenario “politico”, oltre che operativo. E potrebbe non essere un caso che nel giorno in cui il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio, torni a insistere sul coinvolgimento di un «gioiello» pubblico come Fincantieri nella ricostruzione, dai vertici di Autostrade filtri una disponibilità di massima a un tavolo congiunto con il colosso navalmeccanico.

Da Autostrade è già arrivata la disponibilità a incontrare Renzo Piano, che vuole portare in dote a Genova l’idea di un nuovo ponte per la città , a stretto giro. Ma è la disponibilità di Aspi a ragionare con Fincantieri per la ricostruzione che potrebbe aprire un nuovo scenario. Una “mediazione” capace, almeno potenzialmente, di abbassare i toni con il governo. Aprire alla collaborazione con Fincantieri – che non avrebbe il ruolo di main contractor ma potrebbe associarsi a soggetti che farebbero da contraenti principali – per Autostrade significherebbe tentare di uscire dalla gragnuola di polemiche che, anche ieri, sono continuate ad arrivare dal governo, sponda Cinquestelle.

«Il ponte lo deve costruire un’azienda di Stato, noi abbiamo un gioiello che si chiama Fincantieri che può essere sostenuta da Cdp. Per me è complicato andare a dire alle famiglie delle vittime che ricostruirà il ponte chi lo ha fatto cadere», ha ribadito ieri il vicepremier Di Maio, a margine di un incontro con il presidente egiziano al Sisi all’ambasciata italiana al Cairo, tornando a tuonare contro Aspi e bocciando l’ipotesi di un ingresso di Cassa depositi e prestiti in Autostrade, ribadendo che «il nostro obiettivo principale sul caso Autostrade è revocare le concessioni perché sono stati inadempienti».

E se la mediazione è accolta con cautela dall’opposizione («È il governo che deve dirci se ci sono le condizioni tecniche per garantire senza intoppi, senza blocchi, che si possa procedere in questi termini», commenta il segretario Pd, Martina) la disponibilità di Aspi a dialogare con Fincantieri non dispiacerebbe alle istituzioni cittadine, a cominciare dal governatore Toti: «Autostrade apre il cantiere e paga il conto, Fincantieri costruisce il ponte, se serve con altre primarie imprese necessarie per il loro know-how, Renzo Piano regala a Genova il disegno di un ponte bellissimo. Per un volta possiamo farla semplice: senza polemiche, la città può riavere in fretta un’opera indispensabile, sicura e meravigliosa». Il monito di ieri del cardinale e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, è nello stesso solco: «Nessuna rendita faziosa ostacoli il recupero».

Discorsi sopra la nobiltà

di Rododendro di Roccapelata – 30 agosto 2018 lintellettualedissidente.it

uscita di “Plebei ed Altri Animali” di Rammarik de Milford e la recensione uscita pochi giorni fa offrono un ghiotto spunto per fare il punto della situazione aristocratica italiana e non. A parlarcene, questa volta, è l’autore che ben si è prestato a dissipare ogni nostro dubbio a riguardo.

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Andiamo con ordine: ma Lei ha scritto questo libro perché non le hanno approvato i quarti di nobiltà per il cavalierato o perché ha litigato con il Gran Maestro su chi dovesse prendere l’ultima tartina al foie gras al ricevimento dai Principi di Sassonia?

Beh, in effetti i buffet sono l’ultimo campo – direi il privilegiato – nel quale la nobiltà italiana applica ciò che resta del proprio retaggio guerresco. Negli anni mi è capitato di vedere manovre di accerchiamento dei tavoli e di penetrazione oltre le prime linee di approvvigionamento vivande che avrebbero destato l’ammirazione di von Clausewitz. Venendo alla Sua domanda, sinceramente non ho mai avuto occasione di misurarmi in singolar tenzone con l’attuale Gran Maestro che però, per come lo conosco io, ai ricevimenti credo preferisca le concrete opere di carità a favore dei poveri e dei bisognosi.

Quanto poi al mio cavalierato, non ho requisiti di nobiltà così antica ed elevata da poter accedere ai gradi di Cavaliere di Grazia e Devozione e Cavaliere di Onore e Devozione, quindi il problema non si è posto. So che in tempi recenti taluni miei confratelli con genealogie simili alla mia sono comunque stati accolti, di diritto e non per grazia, nelle due summenzionate categorie. Che dirLe? Difronte ai miracoli l’uomo religioso non può che restare ammirato, e ringraziare Dio di averlo ammesso alla contemplazione di tali meraviglie. Da uomo di scienza però mi spiace non poter ammirare più da vicino questi miracoli, visto che le carte relative ai processi di nobiltà per l’accesso all’Ordine restano secretate per molti decenni

Nel Suo libro è evidente uno stallo: la nobiltà è una classe sociale (che fu dirigente) completamente estraniata dalla società e fortemente classista verso tutti i non sangue blu, al contempo però, la sua fons honorum, che è il Sovrano, è stato spogliato di qualsiasi potere che aveva per poter creare nobili ex novo utili a rifocillare le file blasonate. C’è una soluzione secondo Lei? Gli svariati movimenti monarchici che auspicano a un ritorno dei Savoia e alla reintroduzione delle prerogative nobiliari potrebbero essere una soluzione a tale problema?

In realtà lo stallo è oramai secolare nel senso che anche in tempi di monarchia Casa Savoia non provvide ad una politica di rinfoltimento dei ranghi nobiliari tale da fronteggiare la diminuzione del numero delle famiglie aristocratiche in Italia. E ciò non lo fece non solo per l’atavica inintelligenza così evidente anche negli ultimi rappresentanti, ma anche perché non ne sentiva la necessità visto che concretamente la riproduzione dei ceti dirigenti nazionali non passava più, e da tempo, attraverso le forche caudine della concessione di un qualunque segno onorifico come un titolo nobiliare.

In tale prospettiva un eventuale ritorno della monarchia in Italia non credo potrebbe invertire il corso di dinamiche strutturali, e dunque razionali, così ben definite non solo presso di noi ma anche nei restanti Stati monarchici. Il tutto, naturalmente, ammesso e non concesso che in Italia potrà mai tornare una monarchia, evento con il quale, oltre a determinarsi la rottura del presente ordinamento costituzionale che rifiuta chiaramente il principio dinastico, si avrebbe anche un notevole affievolimento di ogni principio di uguaglianza sostanziale, e quindi una mostruosa regressione della nostra civiltà giuridica. Personalmente, è un qualcosa che davvero non auspico.

Giacomo dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, 80º Gran Maestro del Sovrano militare ordine di Malta

Ma nell’Annus Domini 2018, ha ancora senso parlare di classi sociali ferree? Ha ancora senso legittimare la nobiltà a vantare certe prerogative giuridiche come avviene nel resto d’Europa?

Assolutamente no, ma questi signori non lo vogliono capire. Come ho spiegato nel libro, costoro sono indisponibili a smettere di costruire quinte barocche nelle quali recitare a soggetto la loro oramai macchiettistica parte in società. Oltre che per sociostruttura, tali condotte sociali sono evidentemente dovute alle verisimili patologie psichiatriche dalle quali sono affetti i componenti più aggressivi e organizzati del ceto. Nel libro ho riferito solo ciò che potevo documentare, ma non ha idea di quante ne ho viste in questi anni. Ho conosciuto un nobile, particolarmente impegnato nella militanza cetuale, che usava come copriletto una coltre funebre in velluto nero opportunamente decorata con stemmi della propria famiglia, e che collezionava reliquie di santi in apposite teche barocche ma solo “ossa lunghe”. Uno psicanalista direbbe trattarsi di sublimazione di altre e più dinamiche lunghezze. Oppure quella contessa che faceva dormire il fidanzato della figlia in una apposita ala della propria casa di famiglia ritenendo tuttavia di salvare la morale con il dire che i due, evidentemente non ancora sposati, comunque “non dormivano sotto lo stesso tetto” in quanto il tetto del maniero avito era spiovente e la stanza del fidanzato era in corrispondenza della porzione di tetto opposta a quella della figlia.

O come quel principe romano che conservava i propri dentini da latte di quando era bambino perché partecipi della sacralità della sua persona in quanto nobile (mi sono sempre chiesto cosa facesse di unghie e capelli…). O ancora quell’attempato e scapolo principe che veniva a tutti i ricevimenti rigorosamente accompagnato dalla mammà ultracentenaria con la veletta in testa. Insomma, personaggi che sembrano usciti dai libri di Mario Praz o dai romanzi di William Thackeray o, peggio ancora, da un’operetta di metà Ottocento! Il tutto in un clima decadente di profonda infelicità e ipocrisia che, come può vedere, ha del surreale.  E questo spiace, anche perché la nobiltà militante che ha colonizzato le strutture ecclesiastiche ad essa ancora riservate è numericamente una infima minoranza fra gli appartenenti al ceto. La maggior parte dei membri di famiglie blasonate conduce vite assolutamente normali, e spesso ha appena una pallida consapevolezza di discendere da magnanimi lombi.

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A Suo avviso, l’istituzione sociale che più si è appiattita ai tempi moderni è stata la Monarchia che per fortuna o purtroppo è stata privata di qualsiasi diritto o lo Stato Pontificio che nonostante goda ancora di quasi tutte le sue prerogative nobiliari ha deciso di non sfruttarle più e addirittura di smantellare la propria Corte sotto il pontificato di Paolo VI?

Mah, non parlerei di appiattimento anche perché, come ho provato a dimostrare nel libro, in genere la perpetuazione di istituti giuridici che non hanno più corrispondenza nella sostanza dei rapporti sociali determina, come nel caso dei nobili, fenomeni grotteschi, deformi, che sinceramente non fanno onore ai trascorsi di istituti sociali che pure avevano una propria dignità e un proprio decoro. Così è stato anche per la monarchia in Italia laddove, in quanto ente non più esponenziale di interessi economicamente e socialmente vitali, è stata lasciata cadere da quelle forze che volendo l’avrebbero potuta salvare almeno quale fattore contenitivo di eventuali avanzate rivoluzionarie.

Per la Chiesa è diverso, in quanto la sua natura giuridica è strumentale, almeno così dice, al fine suo proprio che è la salvezza delle anime. In questo caso, Paolo VI fece evidentemente la scelta di sacrificare il rapporto privilegiato col ceto nobile irrimediabilmente sconfitto cercando di creare relazioni con uomini nuovi. Quanto ciò sia stato un successo lo lascio dire a chi è più versato di me in queste cose. Non posso però che rilevare la palese mancanza di progetti per l’Ordine di Malta da parte di chi ha aperto, con una certa ruvidezza, il processo di riforma dell’Ordine. Temo infatti che, ottenuto il controllo degli aspetti più propriamente economici, la Santa Sede lascerà fare all’Ordine su tutto il resto. Prevedo dunque che, tranne qualche ritocco, verrà mantenuta la natura nobiliare dell’istituzione destinandola dunque a rimanere quell’incubatrice di nevrosi esistenziali che è ora.

In alcuni capitoli Lei racconta di aneddoti per nulla felici su alcuni comportamenti di tali cavalieri blasonati di Malta, ma tra gli stessi nobili v’è un’ulteriore discriminazione? Mi riferisco ovviamente alla differenza di Quarti, di avi, o se si proviene da una famiglia con nobiltà di spada, toga o civica.

La maggior parte delle distinzioni fra nobili sono venute meno. Volendo semplificare, credo che il ceto nobile possa distinguersi in tre sottogruppi. Una prima componente è composta da famiglie di nobiltà altissima, con titoli principeschi, ducali, comunque molto antica e ancora molto ricca. Questa componente è quella più cosmopolita, sovente imparentata con famiglie della ricchissima borghesia internazionale. Questi nobili praticamente non si vedono, e le occasioni di intercettarli per chi non ha capacità di spesa elevate o lignaggi particolarmente prestigiosi sono pressoché nulle. Per dirla in poche parole, questi sono i nobili “che si divertono” e che si vedono mollemente adagiati su barche di lunga metratura puntualmente fotografate sui rotocalchi.

Un secondo gruppo è composto da nobiltà di media levatura, in genere impegnata nella beneficenza cattolica e quindi negli ordini cavallereschi. Questi sono i militanti, gli impegnati, sovente non più ricchi ma particolarmente dediti a frequentare circoli, ordini cavallereschi, enti certificativi della propria superiorità per casta. Sono quelli che ho incontrato e frequentato fin da ragazzo, e su cui ho tarato il mio studio. Poi c’è la maggioranza dei nobili che, come dicevo, sa a mala pena di essere tale, vive e lavora come tutti senza sviluppare peculiari condotte oppositive ai principi egualitari dell’ordinamento repubblicano. Al di fuori di queste distinzioni concrete perché basate sul tenore e sullo stile di vita non credo si possa differenziare altrimenti, al di fuori naturalmente dei pettegolezzi sempre correnti di bocca in bocca sulla maggiore o minore nobiltà di questo o quel nobile…

Paolo VI

Qual è il Suo rapporto con il Sovrano Militare Ordine di Malta? Intrattiene altri rapporti con ulteriori ordini cavallereschi?

La mia scelta di scrivere sotto pseudonimo aveva lo scopo di provare a mantenere qualche contatto con l’Ordine di Malta così da seguire l’evoluzione della situazione dall’interno, soprattutto per quanto riguarda il processo di riforma intrapreso dal Pontefice. E ciò avrei fatto se il mio gusto per l’aneddotica ed uno stile di scrittura abbastanza riconoscibile non mi avessero reso individuabile ad un laido confratello che, naturalmente, ha spifferato tutto facendo saltare la mia copertura. Preso atto di questo, ho deciso di svelare la mia identità e con apposita raccomandata spedita i primi di aprile di quest’anno ho comunicato formalmente all’Ordine di essere l’autore del libro invitando “pannellianamente” chi di competenza ad applicare la sua propria legalità per accertare le mie responsabilità disciplinari. Questa mia autodenuncia ad oggi non ho avuto nessuna risposta, quindi non so dire cosa sarà di me quale membro dell’Ordine di Malta.

Avevo altri due ordini cavallereschi al collo. Da uno mi sono già dimesso, quanto all’altro sto aspettando che si definiscano i miei rapporti con l’Ordine di Malta per valutare se e quali scelte spirituali fare nel futuro. Le confesso che questo libro è stato per me una intensa forma di autoanalisi che mi ha spinto a prendere definitivamente atto che certe realtà, delle quali mi sentivo parte attiva, non è bene che esistano più. Ma, devo essere sincero, ancora più deludente è stato il silenzio assordante con il quale questi signori, evidentemente carenti di attributi maschili oltre che di spirito cavalleresco, hanno circondato il mio lavoro. Tutto quello che ho scritto è ampiamente documentato, ma non una richiesta di contatto, di chiarimento o di confronto è pervenuta da nessuna delle istituzioni o delle persone da me citate. Nulla di nulla. Non posso che prenderne atto e andare avanti nei miei studi.

Quali sono le sostanziali differenze tra la nobiltà nostrana (la quale, come Lei fa notare, a sua volta ha significative divergenze tra quella storicamente sabauda e quella borbonica) e quelle europee? E se sì, quella italiana, può sperare in una rivalsa nel futuro?

Le potrei rispondere se conoscessi approfonditamente la situazione attuale, anche patrimoniale, delle altre nobiltà europee. A spanne direi che un certo maggiore dinamismo, inteso come possibilità di accesso per chi ne abbia desiderio, può riscontrarsi nel Regno Unito dove un cittadino o un residente può registrare il proprio stemma presso i Re d’Armi ed avere formalmente accesso alla locale aristocrazia, sebbene al gradino più basso. Chi poi ha qualche disponibilità economica e una certa dose di eccentricità può, anche se straniero, comperarsi un titolo baronale scozzese, ultimo “fossile giuridico” di un tempo nel quale l’esborso di denaro collegato all’ottenimento di un onore non procurava negli stessi nobili risolini e gomitate. Anche perché, molti aristocratici non lo sanno o fanno finta di non saperlo, ma in Italia quasi sempre nel passato, anche non eccessivamente risalente, si doveva pagare per diventare nobili. Quanto alla nobiltà italiana, vedo per essa una lenta estinzione biologica, tanto più dolce quanto più accompagnata dalla presa d’atto che circoli, associazioni, ordini cavallereschi e altri luoghi di endogamia non varranno a smentire ciò che Hegel andava dicendo, ossia che “il reale è sempre razionale”. E, se lo lasci dire da chi conosce l’ambiente per come è attualmente, è bene che finisca così.


A quanto pare, la nobiltà italiana è destinata ad avere ancora poca vita e le parole dell’autore ci danno un’idea ancora più chiara di quanto ormai questo mondo stia andando verso una lotta titanica verso il tempo. L’aristocrazia ormai si è ridotta a far peso e leva su quei nobili di “secondo gruppo” (citando lo scrittore) che si aggrappano come bambini alle gonne ai loro quarti e ai loro blasoni mentre il “primo gruppo” viaggia in yacht e resort non crucciandosi minimamente né di titoli, né di missioni salvifiche, né di status quo o rispettabilità sociale. Probabilmente l’istituzione della monarchia è destinata a sfumare anche nei sogni dei più reazionari pensatori o forse, semplicemente, citando Codreanu (noto filomonarchico):

Non abbiamo bisogno di programmi, ma di uomini (nobili ndr.) nuovi.

Ant-Man and the W.A.S.P.?

comedonchisciotte.org 30.8.18

DI JOE H.LESTER

comedonchisciotte.org

Scegliendo di non andare a Venezia, per risparmiare e per pigrizia (che noia immettere i propri metadati in rete, prenotare biglietti, ricevere PNR, cercare case su Airbnb…), all’appassionato di cinema, ad agosto in Italia resta ben poco di cui nutrirsi.

Certo, il programma della Laguna merita anche quest’anno, ma sinceramente nessuno dei titoli che lo compone mi esalta al punto da non poter aspettare l’uscita in sala per i comuni mortali e interrompere la fresca estate costellata di sagre nella verdeggiante regione che non esiste, ma purtroppo trema.

A Venezia invece ci sarà Chazelle con il suo First Man, gli affidabili Coen, Roma di Cuarón, la Suspiria di Guadagnino (che dal trailer mi convince poco, ma vediamo), il nuovo Lanthimos, Jennifer Kent post-Babadook, Mike Leigh con Peterloo, il solito Schnabel, poi Corbet, Assayas, Alverson, ecc. Ancora, fuori concorso, Bradley Cooper e Lady Gaga nella nuova versione di È nata una stella, nella sezione Orizzonti Sulla mia pelle con Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano Cucchi, in più sarei curioso di vedere quanto possano aver storpiato o meno La profezia dell’Armadillo.

Insomma, nonostante la rassegna imponente, mi sbatterei soltanto per vedere The Sister Brothers di Jacques Audiard, in concorso, e l’inedito The Other Side of the Wind di Orson Welles.

Invece, il poco che ho potuto vedere in sala questo mese, ricavato da una programmazione estiva sempre più scarna che costringerà il pubblico nell’impossibile impresa di recuperare a settembre un’impressionante mole di film (altrove già usciti), forse a discapito di produzioni minori meno distribuite, mi ha comunque stimolato qualche frivola riflessione, se paragonato all’attualità. Soprattutto in tempi di #MeToo (mi taccio sull’affaire Argento) e in vista delle sempre più vicine elezioni americane di midterm con l’esercito di candidate donne nelle fila democratiche tra cui spicca la lanciatissima Alexandria Ocasio-Cortez vincitrice delle primarie per il seggio alla Camera del 14esimo distretto di New York.

Non è forse un caso allora se con Ocean’s 8 prende nuova linfa la recente tendenza del cinema americano di re-interpretare in chiave femminile celebri franchise statunitensi (il fallimentare Ghostbusters di Paul Feig, ad esempio), che aveva come scopo convincerci che la Clinton era una candidata più affidabile di Sanders e in seguito migliore di Trump. Il film in questione però, divertente e ben realizzato dal capace regista Gary Ross (già responsabile del primo Hunger Games il 1984 young adults), con tutto il corollario di elementi visivi (gli zoom) e di trama tipici della serie inaugurata dai precedenti tre film di Steven Soderbergh (a loro volta remake) con Clooney e compagnia bella, non solo si ferma al logico livello di innocuo divertissement, ma soffre la sua origine derivativa dalla controparte maschile, che in qualche modo lo sminuisce e su cui grava l’interrogativo circa il reale senso dell’operazione. È propaganda? È utile? È solo un filone hollywoodiano che si esaurirà quando caleranno i proventi? Per l’intera durata di Ocean’s 8 seguiamo un gruppo di attrici ricche e famose interpretare dei personaggi glamour che alla fine non risultano altro che se stesse. Anzi, in alcuni duetti tra Sandra Bullock e Cate Blachett è forte la sensazione di vederle imitare i ruoli interpretati da George Clooney e Brad Pitt nei film precedenti. La presenza/assenza di Danny Ocean, inoltre, aleggia su tutto il film. In ogni caso, pur con qualche faciloneria, la storia diverte ed è ideale per mandare il cervello in vacanza.

Temi simili ho rilevato pure nel grande blockbuster del momento, Ant-Man and the Wasp, seguito del fortunato superhero movie Ant-Man della Disney/Marvel Studios del 2015, a cui già dal titolo si aggiunge la controparte femminile. Molto corretto da parte di una Major che inglobando la Fox di Murdoch si appresta a divenire un potentissimo drago a più teste.

Ed ecco che sempre dall’America ci giungono via twitter sciocche polemiche riguardo un poster internazionale del film, accusato di presentare il protagonista maschile in una posa da stereotipo femminile e viceversa. A sollevare la questione di sicuro qualche cattivone sostenitore di Trump, tipo Jack Posobiec, responsabile tra l’altro di aver minato la carriera del geniale regista James Gunn, il quale però in alcuni suoi vecchi tweet ironizzava su argomenti tipo stupro e pedofilia… Non faceva ridere, anzi. La Disney lo ha licenziato, amen.

La polemica Gender-qualcosa, circa il poster di Ant-Man and the Wasp invece, la definisco sciocca poiché, tra le righe, il film narra poi tutt’altra storia. Ci racconta di Scott Lang (Lang come il Martin Lang de Il Sacrificio del Cervo Sacro, che vorrà dire? Forse solo che negli USA hanno poca fantasia per i cognomi), un brillante ex-ladruncolo che, grazie a una tuta rubata nel film precedente, può miniaturizzarsi o ingigantirsi a piacimento. La tecnologia della tuta l’ha inventata l’Ant-Man anziano, il dottor Hank Pym marito di Janet van Dyne e padre di Hope (rispettivamente Michael Douglas, Michelle Pfeiffer ed Evangeline Lilly) che diventerà The Wasp, la Vespa, coadiuvando così il supereroe insetto. Scott Lang ha invece un simpatico gruppo di amici ex-delinquenti come lui, uno d’origine messicana, un altro supponiamo dell’est europa e l’altro afroamericano, come pure l’antagonista Lawrence Fishburne/Bill Foster e il villain principale, Ghost, che nei fumetti è un uomo e nell’adattamento cinematografico diventa una donna interpretata da Hanna John-Kamen, attrice britannica di padre nigeriano e madre norvegese. È invece d’origine sudcoreana Randall Park/Jimmy Woo, l’agente dell’FBI, frustrato e un po’ tonto, che giustamente perseguita Scott Lang senza però mai riuscire a beccarlo con le mani nella marmellata. Mentre la famiglia Pym/van Dyne perlomeno appare composta da bianchi biondo-castani dagli occhi chiari non appartenenti a nessuna delle tradizionali minoranze, in pratica white anglo-saxon protestant: W.A.S.P.!

Qui si scherza, naturalmente, ma è innegabile che a far piazza pulita di qualunque polemica circa il poster di questo ironico e scanzonato blockbuster per adulti e bambini, dal ritmo travolgente che si diverte brillantemente a giocare con le proporzioni (oggetti ingigantiti o rimpiccioliti decontestualizzati), interviene la semplice visione del film. Una scena molto particolare potrebbe poi anche spiegare la supposta posa al femminile del protagonista nel poster incriminato, in ogni caso la trama ci propone, sì, un eroe maschile infantile e casinista, contrapposto a una donna seria ed efficente, ma che per contrappasso avrà sempre lui l’anorcoide genialità necessaria per immaginare piani e risolvere la situazione. Assieme a Wasp, in ogni caso. Viva la donna e l’uomo assieme da pari e non l’uno meglio dell’altra, sembra dire questo film, ché dalla notte dei tempi ci completiamo. Insomma, qualcosa tutto sommato di molto rassicurante e tradizionalista. Viva la famiglia, addirittura, nell’ultima scena (è pur sempre un film Disney).

Poi, cosa dire, persino il sottoscritto, che pure fatica a comprendere certe campagne contro la cosiddetta “ideologia gender”, comincia a provare irritazione quando per l’ennesima volta qualche giornalista domanda a Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios, quando vedremo il primo supereroe LGBT. Nulla in contrario, ma prendo atto che viviamo un periodo in cui abbiamo la necessità di rendere tutto esplicito, talvolta a discapito della profondità e di ogni fiabesca allegoria. Già parliamo di personaggi che, dai fumetti al cinema, hanno spesso la doppia identità, un nome d’arte e vanno in giro la notte mascherati con tutine sgargianti o in simil-latex… Quanta ironia si è fatta, per dire, sul rapporto tra Batman e Robin o, prima ancora, quante riflessioni su quello tra Sherlock Holmes e John Watson?

Ribadisco: nessun problema! Eppure viene da interrogarsi sulla reale efficacia di certa propaganda, in un senso o nell’altro. Anzi a convincermi definitivamente di quanto oramai in epoca di smartphone e social media possa sortire un effetto opposto o perlomeno nullo, è uscito il trailer di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore, il documentario contro Donald Trump che Harvey Weinstein stava producendo quando provvidenzialmente è scoppiato lo scandalo che lo ha travolto. Il film è stato interamente rimontato dopo la vicenda (pare una parte dovesse riguardare proprio il rapporto fra Trump e le donne) e il regista ha dovuto trovare un nuovo distributore, poiché che credibilità può avere il racconto di un irrispettoso maschilista retrogrado prodotto da un ipotetico molestatore?

Cosa racconta questo Trailer, dopo che il poster ci ha comunicato che Trump, a differenza di Obama, è un tiranno (esagerato!), un bugiardo (probabile) e un razzista (probabile pure questo)? Che Michael Moore è fisicamente invecchiato, ma che sulla Ocasio-Cortez ci punta molto e che il suo film sull’America di Trump “metterà fine a questa follia” (bum!).

Com’è stato accolto? Nei primi minuti dopo il caricamento su YouTube (tra il 9 e il 10 agosto) i dislike superavano i like. Nel momento in cui scrivo, sotto al video con più visualizzazioni i like si sono assestati a 5383 e i dislike 2862; la proporzione, con numeri minori, pressappoco si ripete anche sotto lo stesso video caricato da altri quattro canali YouTube.

Ora, indipendentemente dal pregevole lavoro che Moore può aver realizzato, sicuro che farlo uscire a ridosso delle elezioni di midterm sia una scelta saggia? Si vuole informare la popolazione, fare campagna elettorale o piuttosto spillare soldi a chi già la pensa come te? Io dico perlopiù la terza ipotesi, ma potrebbe persino essere dannoso alla causa.

A illustrarmi il senso di una dinamica che oramai non comprendo più, riciclo nuovamente la citazione di Guy Debord (chiedo venia, in estate la programmazione è costellata di repliche) su come lo spettacolo sia in fondo: “un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo”.

 

Joe H. Lester

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

agosto 2018

Marchionne, la vera storia

di Carlo Formenti – 30/08/2018 ariannaeditrice.it

Marchionne, la vera storia

Fonte: Carlo Formenti

 

Non è il solo: la morte di un altro boss dell’industria contemporanea – il guru della Apple Steve Jobs – è stata celebrata con lodi funebri degne d’un faraone egizio. Jobs non era uno stinco di santo. Al contrario: è stato un manager cinico e spietato, pronto a calpestare tutto e tutti pur di realizzare i propri obiettivi ma, almeno, ha inventato prodotti innovativi che hanno segnato un’epoca. L’uomo di cui stiamo parlando, al contrario, non ha inventato nulla: si è limitato a rispolverare pratiche di repressione antisindacale che nel nostro Paese non si vedevano dagli anni Cinquanta, aggiornandole con i metodi importati dagli Stati Uniti, mentre l’altro suo “merito” è stato pompare denaro pubblico italiano, per poi scippare al Paese il controllo sulla più grande impresa che il nostro sistema economico abbia mai generato.
Stiamo parlando, ovviamente, della morte del “compianto” – da pagine e pagine di “coccodrilli” che hanno iniziato a uscire prima ancora dell’annuncio ufficiale della dipartita, oltre che dal coro unanime di politici di ogni colore – Sergio Marchionne, l’uomo che ha “salvato” la Fiat, o meglio, che ha salvato i soldi degli azionisti, visto che la Fiat in quanto tale non esiste più. Ma i suoi dipendenti, e più in generale i cittadini italiani, hanno valide ragioni per rimpiangerlo? Ad alimentare qualche sano dubbio in merito, e ad aprire una crepa nella piramide di celebrazioni che gli sono state tributate, è una lunga, documentata e spietata indagine giornalistica che l’editore Mimesis ha appena dato alle stampe:  L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat di Maria Elena Scandaliato.
Negli anni Cinquanta Vittorio Valletta, allora a capo della Fiat, si distinse per la durezza con cui tentò di estirpare dalla fabbrica comunisti e sindacalisti della Fiom, licenziandoli appena possibile o isolandoli in reparti confino. Nel 1958, in occasione delle elezioni della commissione interna, ricorda la Scandaliato, fece affiggere ai muri di Torino un manifesto nel quale si leggeva “presentarsi candidato o scrutatore per le liste Fiom significa mettersi in lista per il licenziamento”, mentre in un’altra circostanza ebbe a proferire la seguente, lapidaria sentenza con cui chiariva qual era, a suo parere, il rapporto fra il Paese e i padroni di cui si autoeleggeva portavoce: “se va bene alla Fiat va bene all’Italia”.
Per emularne le gesta, Marchionne ha fatto meno fatica, visto che operava in un Paese in cui il peso numerico e politico della classe operaia era assai minore che in quegli anni lontani, nel quale il Pci era morto e sepolto da tempo e nemmeno la Fiom si sentiva più tanto bene. Ecco perché non gli è stato troppo difficile estromettere a più riprese la Fiom dal tavolo delle trattative e riammetterla dopo averla ridotta a più miti consigli. Così come non gli è stato troppo difficile imporre una sterzata di centottanta gradi al nostro sistema di relazioni industriali, in base al principio, scrive la Scandaliato anagrammando Valletta, “se va bene alla Fiat se lo farà andar bene anche l’Italia”.
Parliamo degli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, parliamo della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e della “normalizzazione” di quello di Pomigliano. Eppure, non più d’un paio di anni prima, Marchionne si era guadagnato il plauso delle sinistre con dichiarazioni “illuminate”: aveva ammesso che il costo del lavoro in Fiat non incideva più del 6/7% per cui non aveva senso andare a cercare altrove forza lavoro a basso costo rinunciando al prezioso capitale umano concentrato nell’azienda, e aveva detto anche che ciò che differenziava l’Europa dagli Stati Uniti era il concetto di responsabilità sociale d’impresa. Al punto che Fausto Bertinotti, intervistato da Paolo Mieli, si lasciò scappare che bisognava puntare sui “borghesi buoni” come il nostro, che rifiutano l’equazione fra impresa efficiente e licenziamenti; per tacere delle lodi tributategli dal sindaco Chiamparino, amico personale e compagno di partite a carte dell’illustre manager.

 

Purtroppo con la crisi del 2008 la musica cambia, anche perché la marea di quattrini che lo Stato gli ha regalato sotto forma di incentivi alla rottamazione non bastano più a drogare un mercato dell’auto depresso dalla scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne. Cambia la musica e cambia la canzone, con la voce del padrone che si fa stridula e aggressiva: Marchionne comincia a dire fuori dai denti (addio florilegi sul capitale umano) che se in Italia non ci sono le condizioni per investire la Fiat andrà altrove, perché “il mercato non aspetta che si creino le condizioni”. Quali condizioni? Quelle che Obama gli ha offerto per salvare la Chrysler: congelamento dei salari, nessuno sciopero fino al 2015, nuovi assunti pagati la metà dei vecchi, sindacati obbligati ad acquistare azioni Chrysler per i propri fondi pensione (se Chrysler va male niente pensione!), il tutto condito dai miliardi di dollari che lo Stato americano elargisce in cambio di niente (mentre quei pezzenti di amministratori italiani, per allargare la borsa, pretendono garanzie sui livelli di occupazione).
Insomma Marchionne vuole importare in Italia il modello americano e, anche non ottiene tutto, un bel po’ di cosette le spunta, a partire dall’appoggio del ministro Sacconi, che pone le basi per la liquidazione dell’articolo 18 – che toccherà a Renzi completare – e costringe i sindacati ad accettare di fatto lo svuotamento dei contratti nazionali. Dopodiché Marchionne ci mette del suo, vedi l’uscita della Fiat da Confindustria (forse la massima espressione della sua “creatività” imprenditoriale). Quel che è certo è che, dopo il passaggio di Attila/Marchionne, il nostro sistema delle relazioni industriali non sarà più quello di prima; la finanziarizzazione verrà universalmente accettata come una normale (se non l’unica) modalità di creare profitto (i risultati finanziari della Fiat sono ottimi, quelli del settore auto meno, e comunque meglio negli Usa che in Italia, e del resto contano sempre meno); in Fiat – ora Fca –, da quando non si applica il contratto nazionale ogni lavoratore ha perso in media 40.000 euro; il lavoro, in barba alla Costituzione, non è più considerato un diritto ma, come chiarito dalla ministra Fornero, “bisogna guadagnarselo, anche attraverso il sacrificio”; il sindacato, da organo conflittuale, si è progressivamente trasformato in “sindacato dei servizi”; a Pomigliano i ritmi di lavoro si sono intensificati del 15%, mentre nello stabilimento di Melfi si è realizzata una enclave “polacca” in termini di retribuzione, diritti e condizioni di lavoro.
Tutto ciò ha indotto la sinistra a cambiare idea sul manager “operaio” in maglioncino? Per nulla: nel 2010 il piano Fiat viene accolto con un imbarazzante coro di elogi dai vari Chiamparino e Fassino, il quale si spinge a dire che, se non ci fosse stato Marchionne, la Fiat non esisterebbe più (in effetti come impresa italiana non esiste più, ma non viviamo forse nell’era della globalizzazione, in cui i discorsi sull’interesse nazionale suonano anacronistici?). Quanto ad Adriano Sofri, segnala impietosamente la Scandaliato, commentando gli scontri fra sindacati di base e sindacati “responsabili” nel corso di una manifestazione nazionale dei dipendenti Fiat, definisce i primi “una minoranza manesca che ambisce solo a divenire un po’ meno minoranza e un po’ più manesca”. Era lecito aspettarsi, non dico prese di distanza, ma almeno qualche timido distinguo in occasione della morte dell’eroe? Non era lecito aspettarseli né ci sono stati.
Inutile sottolineare come tutto ciò rafforzi i motivi per cui i cittadini italiani odiano sempre più le élite politiche, economiche e mediatiche e votano compatti per i “populisti”, “a prescindere” (avrebbe detto Totò) da ogni considerazione ideologica. Ne aggiungo uno per concludere: Marchionne guadagnava 453 volte lo stipendio medio dei suoi dipendenti (escluse le stock option): Scandaloso? No replicano i menestrelli di regime, chi si adonta per queste disuguaglianze è un invidioso che rinnega il principio del merito: a decidere chi guadagna quanto sono i “mercati”.
A Piketty il merito di aver smascherato la cialtronaggine di tale argomento: se le disuguaglianze sono cresciute del mille e più per cento negli ultimi vent’anni non è perché il merito dei manager è cresciuto in proporzione (chi ha guadagnato di più sono proprio quelli che hanno bruciato miliardi con operazioni folli – a volte criminali – che hanno provocato la crisi del 2008 e, invece di finire in galera, hanno ricevuto gli aiuti di Stato che ne hanno salvato le aziende “troppo grandi per fallire”), bensì perché a decidere quanto “meritano” di guadagnare sono loro stessi.

Aboliremo l’ora legale?

il post.it 30.8.18

Una consultazione ufficiale europea – a cui hanno partecipato milioni di persone – lo ha chiesto a gran maggioranza, e presto le istituzioni dovranno farci i conti

 (AP Photo/Michael Probst)

A cavallo fra luglio e agosto, 4,6 milioni di persone hanno partecipato a un sondaggio della Commissione Europea sull’efficacia dell’ora legale, la convenzione per cui durante l’estate l’orario di tutta l’Europa viene spostato un’ora avanti, per sfruttare al meglio le ore di luce nell’arco della giornata. È stato il sondaggio pubblico più partecipato nella storia della UE, e ha prodotto risultati notevoli: secondo varie fontipiù dell’80 per cento dei partecipanti ha chiesto che l’ora legale venga abolita (i dati ufficiali saranno diffusi in questi giorni, ma le anticipazioni non sono state smentite). Il risultato è stato così netto, e il tema è così popolare in alcuni degli stati dell’Unione, che il Parlamento Europeo dovrà presto farci i conti: «Tutto lascia pensare che gli europei smetteranno presto di spostare le lancette degli orologi», scrive il sito di news europee Euractiv.

In Italia l’ora legale fu introdotta durante la Prima guerra mondiale, nel 1916. Abolita nel 1920, è stata nei decenni successivi più volte introdotta, sospesa, abolita e di nuovo introdotta. È stata poi definitivamente ripristinata nel 1966: anche in questo caso durante un periodo di crisi energetica in cui serviva sfruttare meglio la luce del Sole nel tardo pomeriggio e alla sera. Fra gli anni Settanta e Ottanta è stata poi adottata da tutti i membri dell’Unione Europea e in diversi altri paesi del mondo. Dal 2000 una direttiva comunitaria – quindi vincolante – obbliga gli stati a introdurla fra il 25 e il 31 marzo di ogni anno e a rimuoverla fra il 25 e il 31 ottobre, per armonizzarne l’utilizzo in tutta la UE.

A molti il rituale spostamento di un’ora può sembrare innocuo, ma le conseguenze della convenzione variano molto da paese a paese. Per ragioni geografiche, gli stati del Sud Europa ottengono benefici superiori agli altri. Semplificando moltissimo: dato che si trovano a circa metà strada fra Polo Nord ed Equatore, la durata delle giornate non varia moltissimo fra estate e inverno. Lo spostamento in avanti di un’ora provoca un “allungamento” delle giornate, ma tutto sommato tollerabile: nel giorno più lungo dell’estate, in Italia, il Sole sorge verso le 5.30 e tramonta entro le 21. Se non ci fosse l’ora legale, sorgerebbe alle 4.30 e tramonterebbe alle 20. Dato che fra le 4.30 e le 5.30 pochissime persone sono sveglie, lo spostamento delle lancette permette un po’ a tutti di godere di un’ora di luce in più, cioè quella dalle 20 alle 21.

Nei paesi del Nord Europa, però, le giornate estive sono di per sé molto dilatate, visto che si trovano più vicini al Polo Nord: e quindi l’ora legale accentua un fenomeno già presente (e difficile da assorbire per il corpo). In Finlandia, il 21 giugno, il Sole sorge prima delle 4 e tramonta alle 22.40: in pratica scandisce una giornata da quasi 19 ore di luce. Se non ci fosse l’ora legale il sole tramonterebbe alle 21.40, un orario decisamente più tollerabile. Non è un problema che riguarda solo i paesi scandinavi: anche in Francia e in Germania, grazie all’ora legale, nel giorno più lungo dell’anno il Sole tramonta molto più tardi che in Italia e in Grecia. In Germania alle 21.33, in Francia addirittura alle 21.57. In entrambi i paesi da diversi anni vanno avanti campagne che chiedono l’abolizione dell’ora legale.

L’ora legale era stata introdotta per risparmiare energia, e più in generale permettere alle persone di avere più tempo per fare cose all’aperto in un periodo dell’anno in cui le temperature sono più calde e il meteo più benevolo. È vero che in alcuni paesi il risparmio è considerevole – il gestore della rete elettrica italiana Terna stima in 116 milioni di euro il risparmio garantito nei sette mesi di ora legale – ma da tempo sappiamo che lo spostamento dell’ora porta con sé diversi problemi, relativi soprattutto alla salute.

Una delle ricerche più complete sull’argomento è stata compiuta dal comitato scientifico del Bundestag, il Parlamento tedesco, nel 2016 (PDF). In estrema sintesi, il comitato ritiene che finora le conseguenze dell’ora legale sul corpo siano state sottostimate – in passato erano state paragonate al jet lag – e meritano ulteriori studi. Il comitato ha anche esaminato sette studi sull’ora legale compiuti fra il 2008 e il 2015: alcuni hanno mostrato rischi per la salute, altri hanno suggerito che il cambio dell’ora non abbia alcun effetto o ne abbia uno molto limitato. Gli studi che sostengono i benefici dell’ora legale si concentrano soprattutto sulle sue conseguenze indirette, come una maggiore propensione allo sport e allo stare all’aria aperta nei mesi estivi.

Negli ultimi anni ci sono state moltissime petizioni per chiedere all’Unione Europea di abolire la direttiva del 2000, che di fatto consentirebbe a ciascun paese di abbandonare l’ora legale: gli archivi del Parlamento Europeo contengono un centinaio di petizioni che riguardano l’ora legale, avanzate soprattutto da cittadini tedeschi.

Un portavoce della Commissione ha precisato al Financial Times che «un sondaggio non è un referendum», segno che l’organo esecutivo comunitario non ha ancora adottato una posizione ufficiale sull’argomento. Parlando qualche giorno fa a un giornale tedesco, l’europarlamentare tedesco Peter Liese – che fa parte dello stesso partito della cancelliera Angela Merkel – ha detto che «se il risultato del sondaggio sarà chiaro, le istituzioni europee non potranno ignorarlo».

Non è ancora chiaro come si comporterà il Parlamento Europeo, dove sul tema potrebbero nascere alleanze politicamente trasversali fra i paesi del Nord: a febbraio 384 europarlamentari avevano votato per chiedere che il tema dell’ora legale fosse considerato di nuovo, e probabilmente i risultati del sondaggio daranno una nuova spinta a questa campagna. Per abolire la direttiva del 2000 ci vorrà comunque un procedimento complesso che richiede l’approvazione sia del Parlamento Europeo sia del Consiglio della UE, dove sono presenti tutti i governi dei 28 stati dell’Unione.