Ant-Man and the W.A.S.P.?

comedonchisciotte.org 30.8.18

DI JOE H.LESTER

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Scegliendo di non andare a Venezia, per risparmiare e per pigrizia (che noia immettere i propri metadati in rete, prenotare biglietti, ricevere PNR, cercare case su Airbnb…), all’appassionato di cinema, ad agosto in Italia resta ben poco di cui nutrirsi.

Certo, il programma della Laguna merita anche quest’anno, ma sinceramente nessuno dei titoli che lo compone mi esalta al punto da non poter aspettare l’uscita in sala per i comuni mortali e interrompere la fresca estate costellata di sagre nella verdeggiante regione che non esiste, ma purtroppo trema.

A Venezia invece ci sarà Chazelle con il suo First Man, gli affidabili Coen, Roma di Cuarón, la Suspiria di Guadagnino (che dal trailer mi convince poco, ma vediamo), il nuovo Lanthimos, Jennifer Kent post-Babadook, Mike Leigh con Peterloo, il solito Schnabel, poi Corbet, Assayas, Alverson, ecc. Ancora, fuori concorso, Bradley Cooper e Lady Gaga nella nuova versione di È nata una stella, nella sezione Orizzonti Sulla mia pelle con Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano Cucchi, in più sarei curioso di vedere quanto possano aver storpiato o meno La profezia dell’Armadillo.

Insomma, nonostante la rassegna imponente, mi sbatterei soltanto per vedere The Sister Brothers di Jacques Audiard, in concorso, e l’inedito The Other Side of the Wind di Orson Welles.

Invece, il poco che ho potuto vedere in sala questo mese, ricavato da una programmazione estiva sempre più scarna che costringerà il pubblico nell’impossibile impresa di recuperare a settembre un’impressionante mole di film (altrove già usciti), forse a discapito di produzioni minori meno distribuite, mi ha comunque stimolato qualche frivola riflessione, se paragonato all’attualità. Soprattutto in tempi di #MeToo (mi taccio sull’affaire Argento) e in vista delle sempre più vicine elezioni americane di midterm con l’esercito di candidate donne nelle fila democratiche tra cui spicca la lanciatissima Alexandria Ocasio-Cortez vincitrice delle primarie per il seggio alla Camera del 14esimo distretto di New York.

Non è forse un caso allora se con Ocean’s 8 prende nuova linfa la recente tendenza del cinema americano di re-interpretare in chiave femminile celebri franchise statunitensi (il fallimentare Ghostbusters di Paul Feig, ad esempio), che aveva come scopo convincerci che la Clinton era una candidata più affidabile di Sanders e in seguito migliore di Trump. Il film in questione però, divertente e ben realizzato dal capace regista Gary Ross (già responsabile del primo Hunger Games il 1984 young adults), con tutto il corollario di elementi visivi (gli zoom) e di trama tipici della serie inaugurata dai precedenti tre film di Steven Soderbergh (a loro volta remake) con Clooney e compagnia bella, non solo si ferma al logico livello di innocuo divertissement, ma soffre la sua origine derivativa dalla controparte maschile, che in qualche modo lo sminuisce e su cui grava l’interrogativo circa il reale senso dell’operazione. È propaganda? È utile? È solo un filone hollywoodiano che si esaurirà quando caleranno i proventi? Per l’intera durata di Ocean’s 8 seguiamo un gruppo di attrici ricche e famose interpretare dei personaggi glamour che alla fine non risultano altro che se stesse. Anzi, in alcuni duetti tra Sandra Bullock e Cate Blachett è forte la sensazione di vederle imitare i ruoli interpretati da George Clooney e Brad Pitt nei film precedenti. La presenza/assenza di Danny Ocean, inoltre, aleggia su tutto il film. In ogni caso, pur con qualche faciloneria, la storia diverte ed è ideale per mandare il cervello in vacanza.

Temi simili ho rilevato pure nel grande blockbuster del momento, Ant-Man and the Wasp, seguito del fortunato superhero movie Ant-Man della Disney/Marvel Studios del 2015, a cui già dal titolo si aggiunge la controparte femminile. Molto corretto da parte di una Major che inglobando la Fox di Murdoch si appresta a divenire un potentissimo drago a più teste.

Ed ecco che sempre dall’America ci giungono via twitter sciocche polemiche riguardo un poster internazionale del film, accusato di presentare il protagonista maschile in una posa da stereotipo femminile e viceversa. A sollevare la questione di sicuro qualche cattivone sostenitore di Trump, tipo Jack Posobiec, responsabile tra l’altro di aver minato la carriera del geniale regista James Gunn, il quale però in alcuni suoi vecchi tweet ironizzava su argomenti tipo stupro e pedofilia… Non faceva ridere, anzi. La Disney lo ha licenziato, amen.

La polemica Gender-qualcosa, circa il poster di Ant-Man and the Wasp invece, la definisco sciocca poiché, tra le righe, il film narra poi tutt’altra storia. Ci racconta di Scott Lang (Lang come il Martin Lang de Il Sacrificio del Cervo Sacro, che vorrà dire? Forse solo che negli USA hanno poca fantasia per i cognomi), un brillante ex-ladruncolo che, grazie a una tuta rubata nel film precedente, può miniaturizzarsi o ingigantirsi a piacimento. La tecnologia della tuta l’ha inventata l’Ant-Man anziano, il dottor Hank Pym marito di Janet van Dyne e padre di Hope (rispettivamente Michael Douglas, Michelle Pfeiffer ed Evangeline Lilly) che diventerà The Wasp, la Vespa, coadiuvando così il supereroe insetto. Scott Lang ha invece un simpatico gruppo di amici ex-delinquenti come lui, uno d’origine messicana, un altro supponiamo dell’est europa e l’altro afroamericano, come pure l’antagonista Lawrence Fishburne/Bill Foster e il villain principale, Ghost, che nei fumetti è un uomo e nell’adattamento cinematografico diventa una donna interpretata da Hanna John-Kamen, attrice britannica di padre nigeriano e madre norvegese. È invece d’origine sudcoreana Randall Park/Jimmy Woo, l’agente dell’FBI, frustrato e un po’ tonto, che giustamente perseguita Scott Lang senza però mai riuscire a beccarlo con le mani nella marmellata. Mentre la famiglia Pym/van Dyne perlomeno appare composta da bianchi biondo-castani dagli occhi chiari non appartenenti a nessuna delle tradizionali minoranze, in pratica white anglo-saxon protestant: W.A.S.P.!

Qui si scherza, naturalmente, ma è innegabile che a far piazza pulita di qualunque polemica circa il poster di questo ironico e scanzonato blockbuster per adulti e bambini, dal ritmo travolgente che si diverte brillantemente a giocare con le proporzioni (oggetti ingigantiti o rimpiccioliti decontestualizzati), interviene la semplice visione del film. Una scena molto particolare potrebbe poi anche spiegare la supposta posa al femminile del protagonista nel poster incriminato, in ogni caso la trama ci propone, sì, un eroe maschile infantile e casinista, contrapposto a una donna seria ed efficente, ma che per contrappasso avrà sempre lui l’anorcoide genialità necessaria per immaginare piani e risolvere la situazione. Assieme a Wasp, in ogni caso. Viva la donna e l’uomo assieme da pari e non l’uno meglio dell’altra, sembra dire questo film, ché dalla notte dei tempi ci completiamo. Insomma, qualcosa tutto sommato di molto rassicurante e tradizionalista. Viva la famiglia, addirittura, nell’ultima scena (è pur sempre un film Disney).

Poi, cosa dire, persino il sottoscritto, che pure fatica a comprendere certe campagne contro la cosiddetta “ideologia gender”, comincia a provare irritazione quando per l’ennesima volta qualche giornalista domanda a Kevin Feige, presidente dei Marvel Studios, quando vedremo il primo supereroe LGBT. Nulla in contrario, ma prendo atto che viviamo un periodo in cui abbiamo la necessità di rendere tutto esplicito, talvolta a discapito della profondità e di ogni fiabesca allegoria. Già parliamo di personaggi che, dai fumetti al cinema, hanno spesso la doppia identità, un nome d’arte e vanno in giro la notte mascherati con tutine sgargianti o in simil-latex… Quanta ironia si è fatta, per dire, sul rapporto tra Batman e Robin o, prima ancora, quante riflessioni su quello tra Sherlock Holmes e John Watson?

Ribadisco: nessun problema! Eppure viene da interrogarsi sulla reale efficacia di certa propaganda, in un senso o nell’altro. Anzi a convincermi definitivamente di quanto oramai in epoca di smartphone e social media possa sortire un effetto opposto o perlomeno nullo, è uscito il trailer di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore, il documentario contro Donald Trump che Harvey Weinstein stava producendo quando provvidenzialmente è scoppiato lo scandalo che lo ha travolto. Il film è stato interamente rimontato dopo la vicenda (pare una parte dovesse riguardare proprio il rapporto fra Trump e le donne) e il regista ha dovuto trovare un nuovo distributore, poiché che credibilità può avere il racconto di un irrispettoso maschilista retrogrado prodotto da un ipotetico molestatore?

Cosa racconta questo Trailer, dopo che il poster ci ha comunicato che Trump, a differenza di Obama, è un tiranno (esagerato!), un bugiardo (probabile) e un razzista (probabile pure questo)? Che Michael Moore è fisicamente invecchiato, ma che sulla Ocasio-Cortez ci punta molto e che il suo film sull’America di Trump “metterà fine a questa follia” (bum!).

Com’è stato accolto? Nei primi minuti dopo il caricamento su YouTube (tra il 9 e il 10 agosto) i dislike superavano i like. Nel momento in cui scrivo, sotto al video con più visualizzazioni i like si sono assestati a 5383 e i dislike 2862; la proporzione, con numeri minori, pressappoco si ripete anche sotto lo stesso video caricato da altri quattro canali YouTube.

Ora, indipendentemente dal pregevole lavoro che Moore può aver realizzato, sicuro che farlo uscire a ridosso delle elezioni di midterm sia una scelta saggia? Si vuole informare la popolazione, fare campagna elettorale o piuttosto spillare soldi a chi già la pensa come te? Io dico perlopiù la terza ipotesi, ma potrebbe persino essere dannoso alla causa.

A illustrarmi il senso di una dinamica che oramai non comprendo più, riciclo nuovamente la citazione di Guy Debord (chiedo venia, in estate la programmazione è costellata di repliche) su come lo spettacolo sia in fondo: “un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo”.

 

Joe H. Lester

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

agosto 2018