Facebook fa propaganda anti Trump?

comedonchisciotte.org 31.8.18

Facebook CEO Mark Zuckerberg is seen on stage during a town hall at Facebook’s headquarters in Menlo Park, California September 27, 2015. Picture taken February 27, 2015. REUTERS/Stephen Lam/File P

DI ROSANNA SPADINI

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Tyler Durden scrive su zerohedge che il presidente Trump si è scagliato contro Google, utilizzando le social sirene di Twitter e Facebook, accusandolo di inquinare gli indici di indicizzazione, per dare visibilità solo alle informazioni riportate dai media nazionali di sinistra, in questo modo “Google e gli altri social stanno sopprimendo le voci dei conservatori e nascondendo informazioni e notizie che potrebbero essere interessanti per tutti e che garantiscono la pluralità dell’informazione”.

Per queste aziende “meglio stare attenti perché non si può fare questo alle persone”, ha detto Trump più tardi nello Studio Ovale. “Penso che Google, Twitter e Facebook, stiano davvero calpestando un terreno molto, molto sensibile e debbano stare attenti, non è giusto per una buona parte della popolazione”.

Google ha immediatamente risposto, respingendo l’accusa di Trump e sostenendo che “la ricerca non è utilizzata per definire un’agenda politica e non distorciamo i nostri risultati verso nessuna ideologia politica”.

Ma pacatamente serenamente la scorsa settimana era apparso un post sulla bacheca interna di Facebook, intitolato “Abbiamo un problema con la diversità politica“, che poi è rapidamente decollato all’interno del social network.  “Siamo una monocultura politica intollerante verso i punti di vista discordanti “, ha scritto Brian Amerige, un ingegnere senior di Facebook, parole riprese  immediatamente dal New York Times… “Rivendichiamo di accogliere tutte le prospettive, ma siamo pronti ad attaccare, spesso perseguitare o condannare, chiunque presenti un punto di vista che appaia in contrasto con l’ideologia di sinistra”.

Dopo la pubblicazione del documento, oltre 100 dipendenti di Facebook si sono uniti a Mr. Amerige per formare un gruppo online chiamato “FB’ers for Political Diversity”, con lo scopo di creare uno spazio per la diversità ideologica all’interno dell’azienda.

Il nuovo gruppo ha coinvolto poi altri dipendenti di Facebook, che hanno dichiarato che la nuova politica di FB è assolutamente offensiva per le minoranze. Un ingegnere in particolare, che ha rifiutato di essere identificato per timore di ritorsioni, ha detto che diverse persone hanno presentato denunce verso i loro dirigenti su “FB’ers for Political Diversity”, sostenendo che avevano subito mobbing aziendale nonostante non avessero infranto alcuna regola.

L’attività del gruppo è un segno raro di dissenso organizzato all’interno di Facebook, rispetto alla cultura del lavoro ampiamente liberale dell’azienda, però il nuovo gruppo è solo una scheggia della forza lavoro di Facebook, che è composta di oltre 25.000 lavoratori, i quali in passato sono apparsi meno inclini dei colleghi di altre aziende tecnologiche a sfidare la leadership, e la maggior parte sono stati fedelissimi al suo amministratore delegato, Mark Zuckerberg.

Del resto negli ultimi due anni Facebook ha subito una serie di crisi, tra cui la profilazione di Cambridge Analytica, o la diffusione dell’informazione alternativa da parte dei russi sulla sua piattaforma. Facebook è stato ora  accusato di soffocare il pensiero conservatore del presidente Trump e del senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, tra gli altri.

Inoltre proprio questo mese, il social network ha escluso il teorico della cospirazione di estrema destra Alex Jones, una mossa che i critici hanno colto come ulteriore prova del fatto che la compagnia abbia un pregiudizio anti-conservatore.

La disputa sull’ideologia politica dei dipendenti è sorta una settimana prima che Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, fosse in procinto di testimoniare in un’audizione al Senato sulla manipolazione dei social media alle elezioni. Una squadra che sta aiutando la signora Sandberg a prepararsi per l’audizione l’ha avvertita che alcuni parlamentari repubblicani potrebbero sollevare domande pregiudiziali su Facebook.

Facebook è stata a lungo considerata una società prevalentemente liberale. Mark Zuckerberg e la signora Sandberg hanno finanziato politici democratici, ad esempio, e hanno sostenuto le loro politiche, come la riforma dell’immigrazione.

Il social network poi spesso ha faticato ad integrare i conservatori tra i vertici. Palmer Luckey, il fondatore di Oculus, il produttore di dispositivi per la realtà virtuale che Facebook ha acquisito, è stato costretto a lasciare la compagnia l’anno scorso, mesi dopo la diffusione della notizia che aveva segretamente finanziato un’organizzazione dedicata alla diffusione di meme internet anti-Hillary Clinton. E Peter Thiel, un sincero sostenitore del presidente Trump, ha accolto la richiesta di dimissioni da parte del consiglio di amministrazione di Facebook.

Quest’anno, prima del Congresso, Mark Zucchino aveva risposto a una domanda sul pregiudizio anticonservatore dicendo che voleva che Facebook fosse “una piattaforma per tutte le idee”.

A maggio però Facebook aveva accusato l’ex senatore Jon Kyl, un repubblicano dell’Arizona, di aver condotto un’inchiesta sulle accuse di pregiudizi anti Trump sul social network.

Continuano insomma le feroci accuse di “monocoltura” liberale di Facebook: “I dipendenti hanno costantemente paura di dire qualcosa quando sono in disaccordo con il politically correct dell’azienda.  Sanno che tutti i discorsi di “apertura a prospettive diverse” non si applicano alle cause di giustizia sociale, immigrazione, diversità e uguaglianza.

Brian Amerige, che ha iniziato a lavorare su Facebook nel 2012, il 20 agosto ha pubblicato un documento di 527 parole sulla diversità politica su Facebook, e su questioni come la diversità e l’immigrazione, ha scritto, “devi scegliere se  tacere o sacrificare la tua reputazione e carriera”.

“Abbiamo cacciato Palmer Luckey dopo una vergognosa caccia alle streghe, perché ha pagato per gli annunci anti-Hillary”… “Siamo ciechi e sprezzanti su ciò che le persone oltre le nostre mura (e tanto meno anche dentro le nostre mura) pensano su questioni complesse che contano: sono qui da quasi 6 anni e questo è peggiorato in modo esponenziale negli ultimi due.”

Forse da quando Trump è diventato presidente.

Brian Amerige

Il documento completo di Brian Amerige è qui sotto (link pdf)

Del resto ribellarsi al sistema neoliberista è come ribellarsi ad una dittatura, perché il libero mercato produce inevitabilmente dittatura. È la dittatura più potente ed efficace che sia mai esistita, impercettibile, invisibile, inafferrabile.

Il neoliberismo, dice Eric Zuesse, è anche una sorta d’imperialismo finanziario, oltre che economico, dato che privilegia la formazione di cartelli e monopoli, si esprime attraverso la conquista di nuovi mercati, favorisce il privato contro il pubblico, inducendo alla privatizzazione dei beni dello Stato. È insomma una guerra tra pubblico e privato, dove il pubblico viene costantemente rapinato,  truffato, defraudato e impoverito. Di conseguenza se lo Stato s’impoverisce, si depauperano anche i suoi cittadini.

Il neoliberismo è l’esatto contrario della democrazia, perché mentre il senso profondo della democrazia è rappresentato dal suffragio universale, quindi dalla sovranità di tutto il popolo che governa il territorio su cui abita, il neoliberismo invece concentra la ricchezza in poche mani, che diventano le forze plutocratiche della nazione, e governano in nome di tutti, ma prestando fede soprattutto ai propri interessi. Dunque l’imperialismo è incompatibile con la democrazia, dato che qualsiasi impero è dittatoriale per sua stessa natura e implica autoritarismo sugli abitanti del proprio territorio e delle sue colonie, e sulla loro condizione economica e giuridica. Vedi tutte le colonie dell’imperialismo USA in giro per il mondo.

Al contrario il mercato libero è perfettamente consono all’impero, nessun impero potrà essere democratico. Ecco perché la propaganda per il libero mercato è finanziata in maniera molto consistente da miliardari come i fratelli Koch e George Soros, così il controllo sui Paesi si tramuta naturalmente nel controllo sulla ricchezza di quei Paesi.

Questa realtà ha importanti conseguenze politiche, la prima è che la concentrazione della ricchezza non può essere compatibile con una democrazia, ma solo con una dittatura, cioè una plutocrazia, una dittatura della ricchezza, dove ciò che determina il potere non sono gli elettori ma i dollari.

Un importante filosofo campione del libero mercato è il filosofo libertario Hans-Hermann Hoppe. Nel 2001, Hoppe ha pubblicato il suo best seller “Democracy:The God that Failed”, in cui sosteneva senza riserve che il liberismo e il conservatorismo sono la stessa cosa,  riconoscendo la reciproca incoerenza tra liberismo e democrazia.

Infatti, continua Hoppe, la questione fondamentale nella scienza politica non è “libertà” contro “schiavitù”, se mai “democrazia” contro “dittatura”. Il potere precede l’economia, dirige l’economia, quindi la democrazia si afferma naturalmente dove la ricchezza è distribuita in modo quasi uniforme, mentre la dittatura è naturale laddove la ricchezza è distribuita in modo estremamente disuguale.

L’affermazione è perfettamente verificabile, perché nessuna nazione può mantenere una democrazia se la distribuzione della ricchezza è altamente iniqua al suo interno. Tutte le persone estremamente facoltose dovrebbero essere altrettanto oneste per poter tollerare il dominio di una  maggioranza composta di semplici cittadini, diversamente userebbero semplicemente tutti i  media in loro possesso per ingannare invece che informare il pubblico: coprire i problemi reali e fabbricare una “realtà” alternativa per manipolare l’opinione pubblica.

Questo dimostra che la maggior parte del mondo è governata da dittature più o meno evidenti. E dato che gli studi empirici dimostrano che maggiore è la ricchezza e maggiori sono le occasioni di corruzione e perversione, i vertici politici di uno stato sono necessariamente sottoposti a maggiore malcostume e disonestà, di conseguenza sembra proprio che siamo tutti governati da pessimi soggetti.

È naturale che ai vertici della politica tendano ad esserci le persone peggiori, perché il buon governo non è naturale, è solo un’eccezione, mentre il cattivo governo è naturale.

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

31.08.2018