FONDI & AFFONDI / NAPOLI NON SPENDE I SOLDI COMUNITARI E SPROFONDA NEL DEGRADO

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

DEPISTAGGIO BORSELLINO / LE RIMEMBRANZE DI NINO DI MATTEO, E IL PROCESSO COMINCIA Il 5 NOVEMBRE

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Neanche il tempo di una sentenza (quella sulla ‘Trattativa’) e la super toga antimafia, l’icona del popolo delle agendine rosse si trova in libreria con un già cult, “Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista: Nino Di Matteo”. Non poteva che essere Chiarelettere l’editrice a pubblicare la lunga (oltre 200 pagine) intervista all’Eroe dei due Mondi raccolta da Saverio Lodato, per una vita inviato dell’Unità a Palermo e firma di punta del plotone di penne antimafia. 

Non abbiamo letto il prestigioso volume, ma scorrendo il reportage che firma Corrado Stajano per il Corriere della Sera sembra di saperne molto, ma molto meno di prima. Soprattutto eclissando letteralmente dei fatti di sostanza che – vivaddio – in questi maledetti 35 anni sono stati acquisiti. Invece sembra di volteggiare, leggendo il libro, in una bolla perfetta, in un nulla metafisico e metastorico: una vertigine che ti può dare il senso del più totale spaesamento.

 

TRA I RICORDI DI NINO DI MATTEO

Qualche cenno ai 200 chili di tritolo che Cosa nostra aveva ordinato per far fuori Di Matteo, le imprecazioni carcerarie di Totò Riina (che certo sapeva bene di essere ‘ascoltato’ da chi doveva sentire). E poi i soliti interrogativi senza risposta, e che il libro non contribuisce certo a darne neanche una briciola: “chi fece sparire – scrive Stajano – quasi del tutto i file informatici di Giovanni Falcone dopo la sua morte? Quali furono i motivi dell’accelerazione dell’assassinio di Paolo Borsellino? Che cosa avrà scoperto il magistrato nei tragici 57 giorni dopo Capaci?”.

Quindi uno dei punti bollenti: “La cattura di Riina nel gennaio ’93, poi la mancata perquisizione del covo sono smaccate prove dell’accordo tra le parti per ‘evitare che saltassero fuori atti e documenti compromettenti proprio su quella fase della trattativa’”.

C’è da augurarsi che nel libro ci sia qualche elemento in più su quel maxi buco nero del covo di Riina (che si collega alla mancata cattura di Bernardo Provenzano). Cosa c’era veramente in quel covo trovato ritinteggiato e messo a nuovo dopo due settimane di mancato controllo? E la cassaforte portata via in tutta tranquillità? Quell’archivio dei 3000 nomi di cui parla addirittura il capitano Ultimo – il braccio destro del capo Ros Mario Mori – che potrebbe essere finito nella mani di Matteo Messina Denaro per ricattare mezza Italia? 

Beh, qualche spiegazionicina in più ce la saremmo aspettata dalla nostra Icona antimafia. Come anche sullo scarso controllo operato dal neo procuratore capo Giancarlo Caselli, arrivato da appena due settimane. Per non parlare della improvvisa, misteriosa e soprattutto mai indagata  morte (ecco un altro buco nero della nostra malastoria di cui nessuno parla) del procuratore Gabriele Chelezzi, che su quelle connection stava lavorando da mesi. 

 

ARCHIVI & AGENDE

Da un archivio a un’agenda, quella rossa di Paolo Borsellino, il passo non è poi così lungo. Come mai nessun elemento in più – da parte di uno degli inquirenti di punta per la strage di via D’Amelio – viene partorito? Nessuna nuova pista per quel passaggio di mano della bollente agendina – quasi un’azione rugbistica – dal carabiniere accusato, processato e assolto, fino a Giuseppe Ayala e poi a chissà chi? 

Come mai nessun cenno a quel famigerato Castel Utveggio che sovrasta Palermo e che domina sul palcoscenico di via D’Alemio? Non interessa sapere chi lo usava? Per chi non lo ricordi, è stato per anni un centro studi che faceva capo ai gesuiti di padre Pintacuda, poi s’è trasformato nel Cerisdi, un altro centro studi, ma stavolta per questioni militari, di sicurezza, tanto da essere riconducibile – secondo alcune attendibili fonti della procura di Palermo – ai Servizi Segreti. Per alcuni anni è stato presieduto da uno degli uomini più potenti della Sicilia: Elio Adelfio Cardinale, per anni rettore di Medicina a Catania, radiologo di fama, marito di Anna Maria Palma.

Ecco che un primo cerchio si chiude: il magistrato che per primo ha avuto in mano il fascicolo ancora fumante delle indagini sul tritolo di via D’Amelio è la consorte di Cardinale, il quale – va rammentato – è stato sottosegretario alla Salute nel governo Monti. Uno che quindi se ne intende.

E siamo al domandone? Come mai Nino Di Matteo, nel suo lungo sfogo con l’amico giornalista, non fornisce uno straccio di spiegazione (stando almeno all’articolo di Stajano) sul più grande depistaggio della nostra storia giudiziaria, di cui si è appena discusso davanti al Csm e che sarà oggetto dell’ennesimo processo che comincia il 5 novembre a Caltanissetta, dedicato proprio al Depistaggio? 

Quel depistaggio è cominciato prima, con l’agendiana rossa e via dicendo, sostiene Di Matteo.

Ma sta di fatto che qualcuno l’avrà pure pensato, ideato, organizzato, messo in pratica, o no? 

I tre poliziotti oggi accusati non possono che essere di tutta evidenza l’ultimo anello della catena, lo capirebbe anche un bambino. Fabrizio MatteiMichele Ribaudo e Mario Bò non possono che essere i burattini che qualcuno o alcuni hanno manovrato. Elementare. 

E allora? Tutti – o molti – hanno scaricato la montagna delle responsabilità sull’allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto oltre 15 anni fa, nel 2002 e che difficilmente può più difendersi né fornire lumi. 

C’è solo da sperare che qualcuno parli, come si augura Fiammetta Borsellino? “Ci sono grossi pezzi dello Stato – sottolinea – implicati nella strage che ha ucciso mio padre e i ragazzi della scorta”. E rivolta ai poliziotti, in occasione delle sedute davanti al Csm, tormentata ha continuato a chiedersi: “Perchè non parlano, perchè non dicono da chi ebbero l’ordine di ammaestrare Scarantino (Vincenzo Scarantino, il teste taroccato, ndr) con degli appunti molto dettagliati? E come è possibile che nessun magistrato si sia accorto del depistaggio messo in atto da un gruppo di poliziotti?”.

Perfino Nino Caleca, il legale di uno dei poliziotti oggi sotto accusa, Mario Bò, afferma: “Il mio assistito era convinto di avere fatto la cosa più bella dellla sua vita con quella indagine. Agì alle dipendenze dei superiori e di chi coordinava l’inchiesta”.

 

MA CHI ERANO I VERI DIRETTORI D’ORCHESTRA

Ma chi erano i ‘superiori’? Chi ‘coordinava’? Semplice come bere un bicchier d’acqua: i magistrati inquirenti. Quindi Anna Maria Palma poi affiancata da Carmelo Petralia e, 5 mesi dopo, da Nino Di Matteo. Questo il tris d’assi che ha diretto l’orchestra. Ma attenzione al nome del procuratore capo di allora: Giovanni Tinebra, il cui ruolo – in questa vicenda – è ancora tutto da scoprire 

Possibile che Palma, Petralia e Di Matteo abbiano perso la memoria? Che tutti   contemporaneamente non sappiano e non ricordino? 

Possibile che dei poliziotti abbiano pensato un bel giorno di rovinarsi la vita e la carriera per inventare un falso pentito? E’ mai credibile? 

L’abbiamo scritto diverse volte: la Palma era una toga ‘rossa’, ai tempi di quelle militanze, ed era anche molto amica di Borsellino, secondo quanto ricordano i cronisti siciliani. Anni dopo l’inversione a U, quando viene chiamata dal berlusconiano Renato Schifani a dirigerne il Gabinetto ai tempi della sua presidenza del Senato.

Come mai tutti minimizzarono le parole di giudici come Ilda Boccassini e Roberto Sajeva i quali avevano messo in guardia da Scarantino, giudicandolo un teste del tutto inaffidabile e inattendibile? Come mai, invece, nelle mani di Palma, Petralia e Di Matteo diventa l’Oracolo di Delfo? La fonte di tutte le Verità sulla strage di via D’Amelio? Perchè cadono tutti in trappola?

Forse l’ennesimo processo sul depistaggio che si apre a Caltanissetta potrà darci qualche lume in più per arrivare a che – come implora Fiammetta Borsellino – Verità e Giustizia dopo tanti anni siano fatte, e uno dei buchi più neri e vergognosi dello Stato venga cancellato per sempre. 

Verranno interrogati, oltre evidentemente i poliziotti, tutti i magistrati che hanno gestito il fascicolo e quindi ordinato e coordinato l’inchiesta e poi il primo processo che ha mandato all’ergastolo 6 innocenti? I quali, poi, hanno trascorso in carcere ‘solo’ 16 anni e adesso ovviamente si sono costituiti parte civile chiedendo un ovvio risarcimento. Per la serie: mafiosi parti civili contro dei poliziotti dello Stato. Il mondo capovolto. 

Mentre – udite udite – fino ad oggi non si è costitutito parte civile il ministero degli Interni: per la serie, Matteo Salvini se ne frega. Si costituirà, invece, quello della Giustizia. 

Nell’iniziare formalmente il  processo (che decollerà come detto il 5 novembre) il pm, Stefano Luciani, ha tuonato: “Non fu per ansia di giustizia che venne costruito ad arte il falso pentito Vincenzo Scarantino”. Nè per fare in fretta e sbattere il mostro in prima pagina, come furono le prime accuse lanciate contro La Barbera. 

“Qualcuno dei miei amici mi ha tradito”, disse alla moglie Agnese Paolo prima di essere trucidato. 

Il giallo continua.   

H&M, la moda iniqua: 2,6 miliardi di profitti ma i salari sono da fame

Corrado Fontana valori.it 27.9.18

Il marchio globale della moda si vanta dei progressi salariali. Ma un rapporto svela stipendi vergognosi per i lavoratori nelle fabbriche tessili

H&M apre a Cagliari? L’azienda (per ora) smentisce: “Nessuna info ufficiale di apertura a Cagliari”

H&M, il colosso dell’abbigliamento low costtorna in prima pagina per non aver rispettato gli impegni presi sul salario dignitoso. Anche se nella sua comunicazione continua a farsi bello delle promesse spese. La denuncia arriva come un gancio in pieno viso sferrato dalla Clean Clothes Campaign(CCC) verso la società svedese della moda a basso costo.

Un colpo che rientra nella campagna di pressione Turn Around, H&M! e si fa forte dei numeri estratti dalle buste paga, e delle voci di lavoratori impiegati dai fornitori principali (detti “gold” e “premium”) del gruppo. Operaie e operai tessili intervistati direttamente in quattro fabbriche attive in Bulgaria, Cambogia, India e Turchia. Ed è tutto pubblicato in un rapporto rilanciato in Italia da Campagna Abiti Puliti.

GRAFICA retribuzioni reali in rapporto al salario dignitoso – fonte “H&M, le promesse non bastano”, Campagna Abiti Puliti, settembre 2018

H&M smentita dalle paghe di oggi. Dati alla mano

L’accusa per H&M è semplice e diretta: «uno dei più grandi rivenditori al mondo, con profitti per 2,6 miliardi di dollari, ha una catena di fornitura con lavoratori costretti a ore eccessive di lavoro per pura sopravvivenza».

La situazione appare tanto più inaccettabile dal momento che la compagnia nel 2013 aveva pubblicato la Roadmap towards a fair living wage in the textile industry (ovvero la rotta verso il giusto salario nell’industria tessile). Il piano di azione «conteneva un obiettivo specifico: 850mila lavoratori tessili avrebbero percepito un salario dignitoso entro il 2018. Un impegno che, dopo aver portato molta attenzione mediatica all’azienda, è presto scomparso dalla comunicazione del gruppo, così come i documenti originali sono spariti dal suo sito. La comunicazione corporate di H&M adesso fa riferimento all’introduzione del “metodo per un salario equo” nelle fabbriche fornitrici. Gli 850mila lavoratori e i loro redditi attuali non fanno più parte del discorso».

Ma la distanza tra i buoni propositi diffusi attraverso i comunicati stampa e la realtà dei fatti è stata denunciata il 24 settembre dall’ultimo report della Campagna Abiti Puliti (H&M: Le promesse non bastano, I salari restano di povertà). L’indagine ha riguardato proprio quattro fornitori strategicidella griffe di moda, che quindi avrebbero dovuto essere interessati dalle politiche sbandierate nel 2013. E che è stata accompagnata da un riassunto delle puntate precedenti.

Dati alla mano, ottenuti da CCC esaminando le buste paga e parlando con i dipendenti, si evincono informazioni sconcertanti:

i lavoratori «guadagnano in India e Turchia un terzo della soglia stimata di salario dignitoso. In Cambogia, meno della metà. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori intervistati presso un “fornitore d’oro” di H&M non arriva nemmeno al 10% di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose».

Il blitz mediatico preventivo di H&M

Numeri che, uniti al racconto sulle condizioni generali di lavoro, anch’esse descritte nell’indagine, restituiscono un quadro ben poco lusinghiero per la multinazionale dell’abbigliamento. Tanto da indurre la compagnia a produrre una sorta di controffensiva mediatica preventiva. Un’azione messa in campo avendo già in mano il documento di CCC, scattata strategicamente quattro giorni prima del suo lancio internazionale. La classica excusatio non petita.

screenshot del comunicato HM del 20-9-2018 sul miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili dei suoi fornitori – Fonte http://about.hm.com/en/media/news/financial-reports/2018/9/3057029.html

H&M ha infatti pubblicato un comunicato in cui vanta i progressi in termini di sistemi salariali, rappresentanza sindacale e condizioni di lavoro. Risultati accompagnati da grandi numeri (930mila lavoratori, 655 fabbriche), ma senza dettagli utili a poterne verificare la fondatezza. Valori ha ovviamente chiesto informazioni specifiche all’azienda. Ma per ora nessuna risposta è arrivata.

Lucchetti: in fabbrica paura di parlare e svenimenti

Fumo negli occhi dei media e dei consumatori. Il più tipico dei greenwashing, secondo Deborah Lucchetti, coordinatrice di Campagna Abiti Puliti, che offre la sua lettura dell’episodio.

«Noi, come facciamo sempre, per correttezza, prima della pubblicazione abbiamo fornito i nostri dati alla compagnia, in modo che potesse commentare o contestare le rilevazioni. Cosa che non è avvenuta. Invece, H&M ha pubblicato un comunicato altisonante. Un modo per tutelarsi rispetto all’immagine che della compagnia sarebbe uscita dalla nostra indagine. Noi portiamo dei fatti che contraddicono le loro informazioni. Loro non forniscono dettagli che permettano una verifica di ciò che dicono».

Deborah Lucchetti, presidente FAIR e coordinatrice Campagna Abiti Puliti, sezione italiana di Clean Clothes Campaign

Senza contare «la paura di parlare che abbiamo trovato nelle fabbriche. In fornitori strategici, gli stabilimenti più avanzati, le punte di diamante della filiera di H&M, dove quindi il gruppo dovrebbe investire il massimo del proprio sforzo di miglioramento. Non solo salari mancati, ma paura, repressione sindacale, insicurezza sul lavoro, svenimenti, livelli di straordinario molto importanti, soprattutto in Bulgaria.

È naturale che, attraverso il campione di fabbriche analizzato, non possiamo dire che in tutte le fabbriche di H&M la situazione sia questa.

La domanda allora è: quante altre fabbriche sono in queste condizioni? E quali sarebbero invece le fabbriche che hanno beneficiato dei miglioramenti annunciati da H&M?

Se ci dicono quali sono, con nomi e cognomi, e ci forniscono le buste paga, i contatti con i gruppi sindacali locali, verificheremo».

operaie al lavoro in una fabbrica tessile – fonte ‘H&M, le promesse non bastano’, Clean Clothes Campaign/Campagna Abiti Puliti, settembre 2018

La Gran Bretagna riuscirà mai a lasciare “Hotel California”?

Tyler Durden  zerohedge.com 30.9.18

Scritto da Alasdair Macleod tramite GoldMoney.com,

L’ultima cosa che ricordo, lo ero

Correre per la porta

Dovevo trovare il passaggio per tornare al posto in cui ero prima

“Relax” disse l’uomo della notte,

“Siamo programmati per ricevere.

Puoi controllare ogni volta che vuoi,

Ma non puoi mai andartene! 

La lirica degli Eagles degli anni ’70 è vecchia quasi quanto l’appartenenza del Regno Unito all’UE, ma è una descrizione appropriata per la sua situazione. Ci sono così tanti colpi di scena nei corridoi dell’Unione europea, che sta dimostrando difficile per la Gran Bretagna “trovare il passaggio indietro dove prima era”. La Gran Bretagna ha controllato ma non sembra che se ne vada.

L’UE ha respinto fermamente le proposte doganali della dama di maggio, il che non sorprende per coloro che prestano attenzione. Il loro capo negoziatore, Michel Barnier, aveva già chiarito la sua posizione. La settimana scorsa, la signora May ha cercato di portare il suo caso ai suoi superiori, chiedendo in effetti di rovesciarlo. È stato un errore tattico a riprendersi male.

Fortunatamente per la sua macchina di pubbliche relazioni, il rifiuto schietto da parte dell’UE, in particolare i commenti del presidente Macron, ha deviato la colpa immediata del fallimento di Mrs May nei confronti dell’intransigenza dei leader dell’UE. Di conseguenza, i primi segnali dell’opinione elettorale si sono stabilizzati a favore di una Brexit senza accordo. Merci , Presidente Macron, per aver chiarito questo punto per l’elettorato britannico.

Sono passati solo sei mesi da quando la Gran Bretagna lascia formalmente l’UE. Questo articolo descrive in dettaglio le questioni economiche e politiche, seguito da un commento sulle tattiche utilizzate da tutte le parti.

Il caso economico per Brexit

Il caso economico per Brexit si incentra sulla legge del vantaggio comparato. Questa legge spiega che piuttosto che perdere tempo a fare o fare qualcosa che qualcun altro fa meglio, dovresti comprarlo da lui invece di perdere tempo a cercare di competere. Spiega anche che sebbene tu possa essere molto abile in qualcosa, ma puoi aggiungere maggior valore alla società facendo qualcos’altro, tu e la comunità nel suo insieme, è meglio se fai qualcos’altro.

Ad esempio, Winston Churchill ha costruito un muro del giardino nella sua casa di campagna. Si è rivelato un eccellente strato di mattoni, come confermano i visitatori di Chartwell. Ma c’erano altri muratori competenti nella tenuta Chartwell. Oltre a costruire muri per hobby, sarà chiaro a tutti che Churchill ha aggiunto un valore considerevolmente maggiore alla società come uomo politico e autore ed è stato pagato più di quanto non sarebbe mai stato come muratore.

Ciò che era vero per il grande uomo è anche vero per tutti noi. Ci consente di massimizzare il potenziale per una comunità di produttori acquistando la produzione reciproca in conformità con la legge del vantaggio comparativo. E ciò che vale per una comunità si adatta agli stati nazionali. Se la Cina ci può fornire beni più economici e migliori di quanto possiamo noi stessi, dovremmo comprarli dalla Cina, e non sprecare tempo e risorse per farlo meno efficacemente. Le scarse risorse di capitale, inclusa la manodopera, devono essere rilasciate per attività più redditizie.

Se la Cina offre acciaio ad un prezzo inferiore a quello che può essere fabbricato in Gran Bretagna, i produttori britannici che incorporano l’acciaio nei loro prodotti sarebbero stupidi a non beneficiarne. Nel frattempo, i produttori di acciaio britannici dovrebbero uscire dall’industria dell’acciaio dolce e forse produrre acciai speciali di alta qualità per riconquistare il loro vantaggio commerciale. Questo è ciò che ha fatto la British Steel. La risposta europea comune è quella di proteggere le loro industrie con le tariffe di importazione e entro la fine del 2016 erano in vigore 12.651 tariffe UE note.

Solo i mercati liberi, in particolare il consumatore e anche gli acquirenti di produzione intermedia, possono decidere dove si trova il vantaggio comparativo. Nei mercati liberi, il consumatore è il re, e l’uomo d’affari che non risponde alle richieste dei suoi clienti dovrebbe modificare la sua offerta.

Le imprese cercano di evitare questa verità facendo pressione sui politici per ottenere un vantaggio monopolistico. I leader aziendali si presentano alla classe politica come rappresentanti esperti per le loro industrie e mettono in guardia i politici dai presunti orrori della libera concorrenza. Un’azienda stabilita preferirebbe essere regolamentata rispetto alla concorrenza, perché il regolatore contribuirà a garantire i margini di profitto e ad autorizzare un comportamento monopolistico.

Questo è il capitalismo clientelare, che non è libero mercato. È ovunque, ma più in alcuni luoghi che in altri. È particolarmente virulento a Bruxelles, dove la grande industria definisce in modo efficace gli standard di prodotto per svantaggiare i concorrenti più piccoli. La legge del vantaggio comparativo viene calpestata.

Il lobbismo per interessi speciali non è limitato a Bruxelles, essendo una caratteristica della vita di Westminster. I Cronies hanno come obiettivo Bruxelles dove risiede il potere a livello europeo, così come i governi nazionali nelle campagne coordinate. Il risultato è un sistema istituzionalizzato basato sul clientele, unito da una classe politica che è stata acquistata da interessi speciali.

Per un uomo d’affari, un buon politico è colui che una volta comprato, rimane comprato. Da un lato della lotta Brexit hai il protezionismo, che è diventato completamente istituzionalizzato, e dall’altra hai mercanti liberi. È interessante notare che i conservatori del Regno Unito sono pensati per essere il partito del libero mercato e dell’individualismo, eppure persino i loro ranghi includono gli statisti ardenti, i loro veri colori esposti dal dibattito sulla Brexit.

Il caso politico per Brexit

Il caso politico è semplicemente una questione di responsabilità democratica. Nel Regno Unito, il parlamento è sempre stato sovrano, vale a dire i membri eletti della camera bassa formano i governi e fanno le leggi. Devono esserci elezioni generali almeno ogni cinque anni, per dare all’elettorato un voto sulle competenze del governo. Inoltre, se durante il mandato di un governo perde la fiducia di una maggioranza semplice dei parlamentari, deve chiamare un’elezione generale. Con questi mezzi, il pubblico britannico esercita i suoi diritti democratici.

Non esiste una tale responsabilità a Bruxelles. Solo l’esecutivo non eletto può proporre direttive e regolamenti, e il parlamento ha la stessa opinione nel passarli. In pratica, il parlamento europeo è pieno di deputati al Parlamento e nulla viene avviato dall’esecutivo. La responsabilità democratica è una foglia di fico e non interferisce mai con l’esecutivo non eletto.

Molto raramente, si chiede all’elettorato la sua opinione su una semplice questione di principio tramite referendum. I referendum sono tecnicamente consultivi, ma in pratica un parlamento che va contro l’opinione pubblica espressa in un referendum nega all’elettorato il suo mandato democratico. Dopo aver indetto un referendum, se un governo non rispetta il risultato, quale è stato il punto nel chiamarlo in primo luogo?

Il primo referendum in Gran Bretagna si tenne il 5 giugno 1975, dove la domanda posta era: “Pensi che il Regno Unito dovrebbe rimanere nella Comunità europea (il mercato comune)?” Si tenne due anni dopo che la Gran Bretagna aveva effettivamente aderito, ma era chiaramente su una semplice questione di principio. C’è stato un altro referendum nazionale sul voto proporzionale, che è stato respinto. Il referendum nazionale sulla Brexit 2016 è stato solo il terzo mai tenuto. Non sono eventi frequenti, sebbene il dispositivo sia stato utilizzato anche a livello regionale (ad esempio il referendum scozzese).

All’epoca del referendum del 1975, la CE era poco più di un blocco commerciale, i cui membri commerciavano liberamente tra loro senza tariffe, mentre venivano imposte tariffe significative a merci importate da paesi terzi. Le comunicazioni erano tali che i mercati vicini erano più facili da gestire rispetto a quelli distanti. Questi erano gli argomenti economici importanti per l’adesione della Gran Bretagna in quel momento.

Ma da allora, l’UE ha tolto la responsabilità democratica dai parlamenti nazionali principalmente attraverso i trattati di Maastricht e di Lisbona ed è sulla buona strada per diventare un super-stato a pieno titolo. Nel frattempo, le tariffe OMC si sono gradualmente ridotte a cifre singole, e Internet ha reso le distanze tra fornitori e consumatori molto meno un ostacolo al commercio. Con l’importanza di essere in un blocco commerciale ora un ostacolo crescente al libero scambio globale, non vi è alcun motivo valido per giustificare la perdita della democrazia.

Questo è il punto cruciale del dibattito sulla Brexit: i vantaggi economici sono andati di pari passo con la democrazia. I rimanenti evitano deliberatamente la questione democratica e invece deviano il dibattito in incognite economiche. L’establishment statalista sia fuori che dentro il Regno Unito persiste nel minacciare che la Brexit porterà a un forte calo del PIL, aumenterà la disoccupazione, interromperà gli scambi con l’UE, minaccerà le forniture di medicinali, impedirà l’atterraggio di aerei e così via. L’elenco di questi presunti negativi è ampio, ma è sempre più chiaro che i rimanenti stiano inventando storie di spavento per evitare di discutere la questione della democrazia.

La posizione dell’UE

L’istituzione a Bruxelles è solida nella sua determinazione a continuare il suo corso di devoluzione del potere dai governi nazionali a se stesso. Inoltre, il Parlamento europeo ha imposto le sue linee rosse come inviolabili, le principali sono:

  • Qualsiasi accordo transitorio sarà applicato e supervisionato dalla Corte di giustizia dell’UE (CGE).
  • Ai cittadini britannici nell’UE e ai cittadini dell’UE in Gran Bretagna dovrebbe essere garantito un trattamento reciproco.
  • Il Regno Unito deve aderire all’ambiente dell’UE e alle regole anti-evasione fiscale.
  • Il Regno Unito dovrebbe pagare i costi UE che “derivano direttamente dal suo ritiro”.

Oltre a queste linee rosse, ci sono le “quattro libertà”, che sono anche sacrosanta: la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Per soddisfare queste libertà, il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’unione doganale o essere completamente fuori dall’UE. È così semplice

Per garantire che la Gran Bretagna rispetti le quattro libertà in ogni casa a metà strada, dovrebbe accettare la giurisdizione della Corte di giustizia europea, invece dei tribunali britannici. La posizione del Parlamento europeo è meno importante delle quattro libertà, perché il parlamento è poco più di un timbro di gomma applicato alla politica concordata.

Da quando è stata approvata la risoluzione del parlamento europeo, sembra esserci dietro le quinte dei tentativi di persuadere l’elettorato britannico a riconsiderare. La prima strategia era semplicemente bloccare tutti i tentativi britannici di raggiungere un accordo negoziato. Ciò ha portato il governo britannico a offrire un compromesso alternativo, il piano Checkers, che ha portato alle dimissioni dei ministri della Brexit, David Davis e Steve Baker, nonché del ministro degli Esteri, Boris Johnson. La seconda strategia è stata eseguita in concomitanza con la prima, e questo è per minare il caso Brexit, nella speranza che un secondo referendum possa invertire, o almeno neutralizzare il referendum sulla Brexit.

A tal fine, Bruxelles ha segretamente sostenuto le campagne dei Remainers, una tattica che ha funzionato prima nei referendum in altri stati dell’UE quando un primo referendum ha respinto le proposte di trattato. Questo ci porta fino alla settimana scorsa, quando alla cena di un leader dell’Unione europea a Salisburgo, la signora May ha visto il suo piano di ispettori saldamente respinto in termini schiettamente non diplomatici.

Dopo tutto, sembra che l’UE sia ora disposta a negoziare un accordo per il Canada Plus, come sostenuto dai parlamentari conservatori dissenzienti. In realtà, è stata più o meno la posizione dell’Unione europea da sempre, ritenendo che sia molto meno attraente per il Regno Unito che rimanere nell’UE. Era l’alternativa del libero mercato che è stata respinta dalla signora May a favore del suo piano di Checkers.

[L’accordo commerciale del Canada rimuove quasi tutte le tariffe sui beni, ma accetta alcune barriere normative al commercio. Ci sono limitazioni imposte sui servizi. Dà al Regno Unito il controllo totale sull’immigrazione, sarebbe al di fuori dell’unione doganale, ha i suoi regolamenti, non essendo vincolato da un regolamento comune. Una commissione mista tra Regno Unito e UE risolverebbe le questioni commerciali. Questa è approssimativamente la posizione concordata con il Canada e la Corea del Sud. Un accordo per il Canada plus sarebbe migliorato in base a questo.]

Probabilmente c’è di più nell’offerta dell’UE di discutere di un accordo con il Canada più di quanto sembri. È sempre utile esaminare un problema dal punto di vista dell’UE, in modo da poter dedurre quale potrebbe essere il modo di pensare a Bruxelles. Probabilmente è come segue. La signora May vuole avere i vantaggi di essere uno stato membro senza essere nell’unione doganale. Pensa che i checkers a metà strada placheranno i restanti, molti dei quali sono i suoi principali consiglieri. Questa è l’unica logica credibile alla base della proposta di Checkers, che è un trucco per dare l’impressione di non essere nell’unione doganale. La questione dei confini irlandesi è una falsa pista, voluta dal Primo Ministro irlandese e dal signor Barnier. La signora May non ha creduto o l’ha usata per giustificare la sua posizione nel suo gabinetto.

Pertanto, e di questo Bruxelles sembra essersi convinto, l’alternativa di un accordo dell’OMC, o qualsiasi accordo vicino ad esso, come il Canada plus, è un cattivo risultato per la signora May e il suo governo. È inoltre indesiderabile per l’UE, in particolare l’Irlanda, se la Gran Bretagna lasci interamente l’UE. Il motivo per cui è importante per l’Irlanda è duplice: il suo principale partner commerciale è il Regno Unito e la maggior parte del suo commercio europeo non britannico transita attraverso il Regno Unito verso la terraferma da traghetti e strade. Queste sono le questioni irlandesi che contano davvero.

Il piano iniziale era stato quello di fermare Brexit. Proponendo negoziati di libero scambio, l’UE potrebbe aver inizialmente pensato che non accadrà mai. Ricordate, l’UE ha avuto l’istituzione internazionale (il FMI, le banche centrali – visibilmente la Banca d’Inghilterra, le grandi imprese e vari canali secondari) che lavorano per rovesciare il referendum. La speranza è che un accordo di libero scambio non passerà attraverso il parlamento del Regno Unito e, assistendo i Remainers nel Regno Unito che stanno spingendo per un secondo referendum, si pensa che il pubblico britannico cambierà idea. Tuttavia, il pensiero dell’UE potrebbe essere cambiato nelle ultime settimane sulla questione del referendum, perché è quasi certo che i suoi piani stanno fallendo.

In conclusione, l’UE sta perdendo la battaglia per i cuori e le menti britannici in un secondo referendum. Non ci può essere una via di mezzo tra entrare o uscire dall’unione doganale. Se Bruxelles riuscirà a ottenere il suo accordo da 39 miliardi di sterline promesso, ora dovrà adottare un accordo di libero scambio.

La posizione britannica

Il piano di Checkers è stato creato dallo staff permanente della signora May, guidato da Olly Robbins. Un punto di vista caritatevole è che il piano di Robbins era destinato a ottenere il sostegno parlamentare da un’ampia parrocchia di Remainers e da middle-the-roader e neutralizzare gli ardenti Brexiteers. Ha superato le proprie teste e le squadre di negoziazione di Bruxelles. La signora May ha incontrato un certo numero di leader dell’UE su base individuale, compresa Angela Merkel, nelle settimane prima che il piano di Checkers fosse sorto sul suo gabinetto, quindi era ampiamente scontato che l’avesse liquidato con loro. Pensando di avere un piano accettabile per i suoi colleghi della UE, lo ha portato sul suo gabinetto come un  fatto compiuto . Era la via di maggio o l’autostrada.

Invece, è stato un disastro a causa del netto rifiuto dei leader dell’UE a Salisburgo, che sembrano aver fatto marcia indietro nei loro incontri privati ​​con lei. Ciò non sorprende, dato che la signora May si è occupata in modo arrogante del capo del negoziatore capo dell’UE (Barnier), che ha partecipato anche alla cena di Salisburgo, e avrebbe chiarito la sua autorità in merito.

Nonostante questa battuta d’arresto, al momento della scrittura, lei è ancora aggrappata al piano di Checkers. La sua ultima idea è quella di minacciare l’UE con la prospettiva che la Gran Bretagna riduca la tassa sulle società per trasformare la Gran Bretagna in un paradiso fiscale aziendale. Questo potrebbe essere un altro errore tattico, perché è probabile che Bruxelles lo leggerà come disperazione per salvare un piano inaccettabile.

La signora May è ora sotto crescente pressione per fare marcia indietro. E in fretta, perché affronta i membri del partito conservatore alla conferenza annuale della prossima settimana. Salisburgo è stata chiaramente una ricucitura che si è ritorta contro, e lei può solo aggrapparsi all’ipotesi che i suoi precedenti precedenti incontri più positivi con i leader dell’UE siano ciò che conta davvero.

Le prove suggeriscono che questo è un errore, dal quale deve tornare indietro. Non otterrà mai il sostegno necessario dai Brexiteers, perché lascia l’UE a controllare le leggi e i regolamenti commerciali. Ciò è in contrasto con la questione della democrazia spiegata sopra. È anche probabile che comprometta la posizione negoziale della Gran Bretagna rispetto agli accordi di libero scambio con altri paesi.

Inoltre, un accordo commerciale che è molto più vicino al libero scambio è già stato proposto da Bruxelles e dai Brexiteers, sulla base dell’ALS canadese. Mentre l’UE avrebbe potuto offrire qualcosa che pensavano non sarebbe mai stato preso, è ora in gioco.

Ciò lascia il problema di come ottenere un accordo commerciale con l’UE attraverso il Parlamento. Non è mai certo che un accordo di non accordo o addirittura di libero scambio con l’UE troverebbe il sostegno parlamentare necessario, data la forza della lobby di Remainer, e l’insistenza del Labour a rimanere nell’unione doganale.

Tuttavia, il partito laburista è diviso in modo brutale sulla Brexit, ed è molto probabile che se si terrà un voto su un accordo con il Canada, il governo riuscirebbe a farlo passare.

Dove andare da qui?

È la stagione delle conferenze, quella volta nel Regno Unito, quando i partiti politici invitano i loro fedeli membri a venire ad ascoltare discorsi di importanti politici. Il partito laburista ha avuto i suoi questa settimana ei conservatori tengono i loro a Birmingham la prossima settimana. Il problema per la signora May è che, a parte alcune svanenti simpatie su come è stata trattata dai leader dell’UE a Salisburgo, il suo piano di ispettori è profondamente impopolare. Se pensa di poterlo vendere alla Conferenza, è probabile che rimanga delusa.

È destinato a essere un argomento nel suo discorso conclusivo mercoledì prossimo. Ma Boris Johnson dovrebbe parlare in una riunione marginale, ed è immensamente popolare tra i membri del collegio elettorale e un buon oratore. È anche controverso con tutte le sfumature dell’opinione dei media, il che significa che è un botteghino. Il giorno del discorso di Mrs May rischia di essere sommerso da titoli di notizie su Boris. Se lei vuole evitare un disastro di pubbliche relazioni, lei sarebbe ben informata di abbandonare urgentemente il piano di Checkers e abbracciare il concetto di Canada plus.

Se lo farà, lo scopriremo la prossima settimana. Se lei rifiuta di muoversi, allora mi aspetto una sfida alla leadership entro Natale. Perché? Perché per i Brexiteers, la prima opzione era persuadere la signora May a lasciare checkers e supervisionare i negoziati sul Canada plus. Se ciò fallisce, i parlamentari devono affrontare le prossime elezioni generali con la prospettiva di perdere i loro seggi. Non sarà l’agenda socialista del partito laburista a renderli non eletti, ma il conservatore non riuscirà a consegnare Brexit.

La chiave per uscire dall’Hotel California sta sempre più nel più libero accordo commerciale possibile, non nel piano di Checkers. La signora May deve rinunciare al piano di Checkers o lei se ne andrà presto.

Banca Etruria, pm chiede archiviazione Pierluigi Boschi e CdA/ Ultime notizie: “Non ingannarono risparmiatori”

Banca Etruria, pm chiede archiviazione Pierluigi Boschi e CdA. Ultime notizie, accusa di falso prospetto: “Non ingannarono risparmiatori” secondo la Procura di Arezzo

Pierluigi BoschiPierluigi Boschi

Banca Etruria, pm chiede archiviazione Pierluigi Boschi e CdA: accusati di falso prospetto, secondo la Procura di Arezzo non ingannarono i risparmiatori. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, il padre dell’ex ministro Maria Elena Boschi ha vinto il primo round della vicenda giudiziaria di Banca Etruria: chiesta l’archiviazione dell’ex consigliere di amministrazione dall’accusa di falso prospetto e di ricorso abusivo al credito. La vicenda risale al 2012 ed ha avuto ampio risalto mediatico per la parentela d’eccezione con l’ex ministro del governo Renzi. Il pubblico ministero ha invece chiesto il rinvio a giudizio di Giuseppe Fornasari, Luca Bronchi e David Canestri, rispettivamente presidente, direttore generale e funzionario dell’istituto bancario all’epoca dei fatti. Pierluigi Boschi non esce dall’inchiesta: il padre di Maria Elena è infatti ancora coinvolto in altri quattro filoni dell’intricata inchiesta della procura toscana. L’ex consigliere di amministrazione è accusato di bancarotta, mentre è stato ‘scagionato’ dall’accusa di aver ingannato i destinatari del prospetto bancario per fare loro acquisire delle obbligazioni, occultando però dati e notizie sul reale stato patrimoniale dell’istituto bancario.

CHIESTI TRE RINVII A GIUDIZIO

Roberto Rossi, procuratore capo di Arezzo, era stato già ascoltato dalla commissione d’inchiesta parlamentare ed aveva fatto capire che aveva chiesto il proscioglimento per il reato di falso in prospetto. Una richiesta che aveva scatenato bagarre politica, Attesi aggiornamenti sulle posizioni di Bronchi, Fornasari e Canestri: come riportato da Il Sole 24 Ore, per loro viene sottolineata la volontà di “esporre false informazioni rappresentando fattori di rischio non adeguati alla natura del prodotto finanziario offerto…occultavano dati e notizie sulla situazione patrimoniale e finanziarla, omettendo di rappresentare le criticità in particolare in merito alla posizione di liquidità rilevate da Banca d’Italia…in modo di indurre in errore i destinatari sul prodotto finanziario offerto, sui relativi diritti e sul costo effettivo tenuto conto della classificazione quale prodotto di rischio medio, del tasso di remunerazione basso e proprio di investimenti conservativi, dell’assenza di specifiche indicazioni sulla scomposizione del titolo e sul fair value”.

Un giovane assunto per ogni pensionato in più? Un bel sogno

Greta Ardito e Mario Lorenzo Janiri lavoce.info 28.9.18

l fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Matteo Salvini sul ricambio generazionale nel mercato del lavoro.

Un nuovo assunto per ogni pensionato?

Prima ancora del fascicolo immigrazione, per Matteo Salvini viene il superamento della legge Fornero. Il ministro dell’Interno continua infatti a sostenere che “mandare in pensione la gente a 70 anni è sbagliato” e che “la legge Fornero ha rovinato milioni di italiani di 60 anni, di 70 anni, di 20 anni”. L’introduzione della cosiddetta “quota 100” per andare in pensione sarà quindi un punto imprescindibile dell’imminente manovra.

Uno degli argomenti che Salvini ama recare a supporto della sua crociata contro la legge Fornero è stato ripetuto in due occasioni nell’ultima settimana, prima a Non è l’arena (La7) e il giorno dopo a Quarta repubblica (Rete 4):

“Se l’anno prossimo diamo il diritto alla pensione a 3 o 400 mila italiani, finalmente ci saranno 3 o 400 mila giovani che invece di scappare per andare in Germania, in Svizzera, in Australia, Londra o chissà dove per cercare un lavoro potranno costruirselo in Italia il loro futuro.”

La tesi di Salvini è quindi duplice: non soltanto il ministro afferma l’esistenza di una relazione negativa tra posti di lavoro dei più anziani e posti di lavoro dei giovani – diminuiscono i primi, aumentano strutturalmente i secondi – ma sostiene anche che il rapporto tra i due sia di 1 a 1. In altre parole, per ogni lavoratore che va in pensione, un giovane lavoratore lo sostituisce. È davvero così? Per rispondere occorre fare riferimento alla letteratura economica in materia.

La relazione tra occupati anziani e lavoro giovanile

È comune la convinzione secondo la quale più tardi gli occupati si ritirano dal mercato del lavoro, più tardi i giovani ci entreranno. Questa idea è nota tra gli economisti come teoria della lump of labor, ossia della “quantità fissa di lavoro”: assumendo che il numero di posti di lavoro nell’economia sia stabile e che questi possano soltanto essere distribuiti (e non creati ex novo), per aumentare l’occupazione giovanile è necessario pensionare i più anziani.

Tuttavia, come ha ricordato anche il think-tank Tortuga sul Sole 24 Ore, questa teoria è stata considerata fallace (Lump of labor fallacy o Llf): non necessariamente a una riduzione dei posti di lavoro dei lavoratori più anziani corrisponde un aumento conseguente dei posti di lavoro dei giovani; al tempo stesso, aumenti di occupazione tra gli over 55 non sottraggono inevitabilmente spazio alle altre fasce di età. Un recente lavoro pubblicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio evidenzia infatti che le forze di lavoro di diversa età non sono omogenee per capacità e vocazioni, e che quindi le diverse generazioni sono complementari più che sostituibili all’interno degli organici. In secondo luogo, un pensionamento degli anziani usato per far posto ai giovani creerebbe immediatamente maggiore spesa per pensioni che, se finanziata a ripartizione (pay-as-you-go) come in Italia, assorbirebbe maggiori risorse fiscali e contributive, con potenziali effetti distorsivi sia sul lato dell’offerta di lavoro sia sul lato della domanda.

D’altra parte, un sottofilone della letteratura sulla Llf sottolinea però che un certo spiazzamento generazionale potrebbe verificarsi nel breve periodo, in presenza di un mercato del lavoro rigido e di aumenti occupazionali degli over 55 indotti da riforme pensionistiche. Attenzione: il messaggio di fondo di questo recente filone non è che il numero totale dei posti di lavoro nell’economia sia fisso, come proposto dalla teoria della lump of labor, bensì che innalzamenti dei requisiti pensionistici dovrebbero essere realizzati il più possibile con gradualità.

La teoria della lump of labor, fa notare l’Economist, è molto difficile da debellare, perché ben si sposa con il sentire comune delle persone. Per intenderci, è lo stesso meccanismo per cui si pensa che gli immigrati o i robot “ci rubino il lavoro”. Di fronte alle percezioni e all’evidenza aneddotica, la cartina di tornasole va ricercata nei dati.

Esiste un trade-off?

Per far luce sulla questione, è utile fare una disamina degli studi che hanno messo in relazione l’occupazione dei più anziani e la disoccupazione giovanile. È proprio l’analisi statistica a smentire (almeno in larga parte) quanto affermato da Matteo Salvini. Numerosi studi (qui e qui) hanno, in prima battuta, trovato una correlazione positiva tra i livelli di occupazione dei lavoratori più giovani e più anziani, in vari paesi e nel corso degli ultimi decenni. Inoltre, un’analisi di Munnel e Wu sugli Stati Uniti dal 1977 ad oggi mostra che un aumento occupazionale dei lavoratori più anziani non solo stimola l’occupazione giovanile, ma anche i relativi salari medi. Alla stessa conclusione arrivano studi sul mercato del lavoro in Belgio e Regno Unito. E questo accadrebbe anche in Italia, secondo lo studio di Brugiavini e Peracchi. Prendendo in considerazione il periodo 1970-2005, i tassi di occupazione e disoccupazione della fascia più giovane (20-24) e il tasso di attività di quella più anziana (55-64) si muovono in media nella stessa direzione. Questa reciprocità è data dal fatto che entrambi sono influenzati dai medesimi cicli economici di crescita e recessione. Inoltre, maggiori sono gli incentivi al pensionamento per le categorie over 55, maggiore è la crescita della disoccupazione giovanile.

Se considerando risultati generalizzabili ed estesi nel tempo il mito della lump of labor sembra essere sfatato, un mercato del lavoro sufficientemente rigido e sottoposto a drastiche riforme pensionistiche potrebbe ribaltare la realtà a favore della teoria sopracitata. Ed è proprio questo il caso del mercato italiano che, scosso dalla riforma Fornero nel 2012, avrebbe subito dei contraccolpi occupazionali.

La tesi è di Boeri, Garibaldi e Moen. Prendendo in esame imprese che differiscono per numero di lavoratori “bloccati” dalla riforma Fornero, sembra esservi un forte effetto negativo di tali blocchi sull’assunzione dei giovani. Quantificando: un lavoratore bloccato per cinque anni, oppure cinque lavoratori bloccati ciascuno per un anno, comporterebbero un giovane lavoratore in meno per impresa.

È proprio così che, secondo le stime degli autori, la riforma Fornero avrebbe ridotto le assunzioni di giovani di circa 37 mila unità, un quarto del calo che si è verificato dal 2008 al 2014. Un impatto tutt’altro che di poca entità. Testimoniato tra l’altro dai dati stessi: se guardiamo al nostro paese negli ultimi anni notiamo che proprio attorno al 2012 l’occupazione dei lavoratori over 55 e quella degli under 25 iniziano a divergere in maniera ancora più marcata di quanto già successo dal 2000 in poi.

Ma cosa succederebbe con una riforma che diminuisse anziché aumentare l’età pensionabile? Innanzitutto, come il grafico qui esposto mostra, dobbiamo osservare che la dinamica che vedeva crescere l’occupazione dei più anziani a discapito dei più giovani si è ormai rovesciata. Il contesto quindi è già molto diverso dal 2008-2014. Ma ipotizziamo anche che il mercato del lavoro sia simile a quello di qualche anno fa (chiudendo forzatamente un occhio sulla crisi del debito che ci attanagliava): mandare in pensione 400mila persone in età avanzata equivarrebbe allo sblocco di 400mila persone che avrebbero dovuto attendere un altro anno (ipotizziamo per semplicità di calcolo) prima di andarci. Dunque, anche nella migliore delle ipotesi, all’assunzione di 80mila giovani (un quinto di 400mila). Seppure il discorso di Salvini possa essere inserito in un acceso dibattito accademico, la quota di sostituzione 1 a 1 è tutt’oggi un mito ancorato a un’errata contestualizzazione del mercato del lavoro. Tale rapporto più realisticamente si aggirerebbe attorno a 5 a 1, come stimano Boeri et al., quindi cinque volte tanto.

Vale la pena far notare che il risultato del paper citato è quello che si osserva in un sottocampione di imprese italiane e non è detto che sia generalizzabile a tutte le imprese. Inoltre, si tratta di un risultato di breve periodo: nell’immediato, in attesa delle conseguenze di “equilibrio generale”, è possibile che si verifichi un trade-off tra occupati più anziani e giovani lavoratori, ma ciò non implica che nel lungo periodo la lump of labor fallacy non sia valida.

Il verdetto

Nel sostenere l’idea del ricambio generazionale tra lavoratori, Salvini parte dall’assunzione che la relazione tra occupati anziani e occupati più giovani sia sempre e necessariamente negativa. L’evidenza empirica ci mostra però che questa tesi è sostenibile soltanto nel breve periodo e in presenza di un mercato del lavoro rigido e di riforme pensionistiche radicali. Inoltre, la convinzione secondo cui il pensionamento di 400 mila persone garantisce l’assunzione di 400 mila giovani è quanto mai irrealistica. Nella migliore delle ipotesi, il rapporto tra pensionati e nuovi assunti si attesta sul 5 a 1, e non sull’1 a 1.

Per queste ragioni, l’affermazione di Salvini è infondata e nel complesso PARZIALMENTE FALSA.

Ecco come facciamo il fact-checking.

Perché apprezzo il Def giallo-verde

 startmag.it 30.9.18

Il corsivo dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Non c’è molto di cui preoccuparsi, dopo la decisione del governo gialloverde di aggiornare il Def 2018 prevedendo un deficit del 2,4% del Pil nei prossimi tre anni. Sale lo spread, cala la Borsa? Tutto ovvio, prevedibile, scontato.

Cominciamo col fare due conti: l’obiettivo del governo Gentiloni, contenuto nel Def a legislazione vigente approvato ad aprile scorso prima delle elezioni, prevedeva un deficit dell’1,6% nel 2018, dello 0,8% nel 2019, dello 0% nel 2020 ed un avanzo dello 0,2% nel 2021. La differenza è quindi dello 0,6% nel 2019, del 2,4% nel 2020, e del 2,6% nel 2021.

Vediamo di quanti soldi si tratta, visto che 1 punto di Pil vale circa 15 miliardi di euro. Sono 9 miliardi di deficit in più nel 2019, 36 miliardi nel 2020 e 39 miliardi nel 2021, per un totale di 84 miliardi. Una cifra non lontana dai 70 miliardi di euro pagati complessivamente dall’Italia per finanziare l’Esm ed un prestito bilaterale alla Grecia.

Insomma, spenderemmo in tre anni per l’economia italiana più o meno quello che abbiamo già pagato, indebitandoci negli anni scorsi, per salvare le banche francesi e tedesche che avevano prestato i loro fondi a Grecia e Spagna.

Non è assolutamente una decisione improvvisata, anche se si muove in netto contrasto con le regole del Fiscal Compact. Che il Commissario europeo Moscovici affermi che non siamo in regola, e che sui mercati salga lo spread oltre quota 260 punti base e che cadano i titoli in Borsa del 2%. era scontato.

Se c’è una scuola pubblica, oppure un ospedale pubblico, oppure una pensione pubblica, oppure una strada pubblica, il loro costo si paga con le tasse. Ma non c’è lucro, non si distribuiscono utili. Si dice che c’è inefficienza e corruzione, perché i privati gestiscono meglio l’istruzione, la sanità, la previdenza, le autostrade: si fanno pagare, ovviamente, ma incassano anche un profitto.

Questo è il tema di fondo: dove c’è lo Stato, dove ci sono i poteri pubblici, non c’è profitto. E’ una mera redistribuzione attraverso i servizi di quanto è stato prelevato con le tasse.

Il ricatto dei mercanti si gioca sul cambio delle valute o sui titoli pubblici, vendendo allo scoperto per deprezzarli.

È chiaro, quindi, che il governo giallo-verde non aveva altra scelta che dar seguito al proprio programma elettorale.

Non esiste nessuna Troika che possa commissariare l’Italia. Il Fmi internazionale non ha i fondi sufficienti, e men che meno ne ha l’ESM.

È una guerra di potere.

Estratto di un articolo pubblicato su teleborsa.it 

Aiuti di Stato alle banche, la Germania è prima nell’Eurozona. Parola della Bce

 startmag.it 30.9.18

L’articolo di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano finanza, con gli ultimi dati della Bce sull’impatto dei salvataggi bancari sul debito pubblico 

Gli aiuti di Stato hanno cambiato il settore bancario in Europa per le differenti dimensioni del sostegno nei Paesi. In termini assoluti la Germania è stato il Paese che ha dovuto aumentare di più il debito pubblico per salvare le banche, mentre in rapporto al pil Berlino è stata superata soltanto dai Paesi che hanno richiesto programmi di assistenza come Grecia, Irlanda e Portogallo.

LA RICERCA DELLA BCE

L’Italia è stata a lungo vicina allo zero, con un aumento nel 2017 per le operazioni su venete e Mps. Un’analisi pubblicata nei giorni scorsi dalla Bce ha aggiornato i dati, cogliendo l’occasione dei dieci anni dal fallimento di Lehman. Il conto definitivo si potrà fare solo quando si vedrà quanto denaro tornerà nelle casse pubbliche.

IL DEBITO PUBBLICO

Nel 2012 il debito pubblico era aumentato in media per un ammontare pari al 6% del pil dell’Eurozona: il livello è sceso al 4% nel 2017, per effetto dei dividendi incassati dalle banche, delle commissioni sulle garanzie e delle vendite di asset. L’Irlanda è arrivata al 50% del pil nel 2011, mentre ora l’impatto è al 20%. La Germania ha toccato il 12% nel 2010 ed è poi scesa al 6%. L’Italia è stata a zero fino al 2016 ed è salita poco sopra l’1% nel 2017.

IL SOSTEGNO ALLE BANCHE

In termini assoluti, in base ai dati diffusi da Eurostat e Banca d’Italia, a fine 2016 l’impatto sul debito pubblico delle misure di sostegno ai settori finanziari nazionali ammontava a 227 miliardi in Germania (il 7,2% del pil tedesco), a 101 nel Regno Unito (4,3%), a 58 in Irlanda (22%), a 52 in Spagna (4,6%), a 33 in Austria (9,5%), a 23 nei Paesi Bassi (3,2%). In Italia l’impatto è stato stimato da Bankitalia durante la commissione d’inchiesta in circa 13 miliardi, lo 0,8% del pil. Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi a fine 2017, le passività governative legate alle banche per la Germania sono scese a 193,5 miliardi (erano 306 miliardi nel 2010), mentre in Italia sono arrivate al massimo di 21,6 miliardi.

I FINI DEGLI AIUTI PUBBLICI

Lo studio Bce rileva che gli aiuti pubblici sono stati forniti «per salvaguardare la stabilità finanziaria». Lo stesso concetto è stato espresso nei giorni scorsi dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann: gli eventi della crisi, ha detto, «hanno scosso la fiducia dei cittadini e quella nel sistema finanziario», perciò «è stato importante e giusto che lo Stato sia intervenuto in modo deciso», ha sottolineato.

CHE COSA E’ SUCCESSO IN GERMANIA

La Germania però, dopo aver completato i salvataggi nel 2013, ha ottenuto una stretta alle regole sugli aiuti di Stato in Europa e l’avvio del bail-in, ovvero delle regole che impongono perdite (anche in modo retroattivo) ad azionisti, obbligazionisti (anche senior) e ai depositanti sopra 100 mila euro. Berlino ha così perso interesse per la stabilità finanziaria (degli altri Paesi).

LA DISPARITA’ NEGLI AIUTI DI STATO

La disparità negli aiuti di Stato, concessi senza limiti prima del 2013, pone anche una questione in tema di concorrenza per i settori bancari che hanno ottenuto decine di miliardi pubblici. L’Italia, che ha avuto una recessione più forte della media Ue, anche a parità di regole avrebbe avuto comunque margini d’azione più limitati per l’alto debito.

IL SOSTEGNO ALLE BANCHE

Le misure di sostegno alle banche in genere aumentano il debito pubblico lordo, mentre l’impatto è visibile sul deficit solo in caso di perdita sicura per i governi, per esempio per aumenti di capitale a copertura delle perdite e per l’acquisto di titoli a prezzi oltre il valore di mercato. L’effetto massimo sul deficit tedesco è stato dell’1,3% del pil nel 2010, mentre in Italia è stato pari allo 0,4% nel 2017. C’è poi la questione delle passività nascoste (contingent liabilities) come le garanzie: in Germania sono arrivate al 6,5% del pil nel 2009 (ora sono allo 0,5%), mentre in Italia sono state al 5% nel 2012 e 2013 e ora sono poco sopra l’1% del pil.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Il M5S e le banche contro il reddito di cittadinanza

nexquotidiano.net 30.9.18

tagli def manovra del popolo - 2

Il reato di Bossi, il Codice Rocco e i giornalisti con due stipendi

comedonchisciotte.org 30.9.18

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

La notizia che Umberto Bossi è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al capo dello Stato poiché in un comizio del 29 dicembre 2011 aveva dato del “terrone” a Giorgio Napolitano aggiungendovi il gesto delle corna, era passata quasi sotto silenzio. Ma ieri, su Libero, scende in campo da par suo Renato Farina, il noto ‘Betulla’, che quando era vicedirettore di quel giornale collaborava per denaro con i Servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie false (che i nostri Servizi si siano serviti di una nullità come Farina la dice lunga sulla loro efficienza). Giuliano Ferrara, anch’egli giornalista e anch’egli al soldo dei Servizi segreti, questa volta americani, la Cia, lo difese così: “Farina ha preso due stipendi? Che male c’è? Se uno fa due lavori è ovvio che prenda anche due stipendi”. Che sarebbe come dire che è giusto che un poliziotto prenda uno stipendio dallo Stato e che un altro stipendio lo ricavi dalla refurtiva che requisisce a suo uso e consumo.

Naturalmente Farina non affronta il nocciolo della questione ma prende slancio da questa sentenza per attaccare la Magistratura (e che altro potrebbe fare uno che agisce nell’orbita del “delinquente naturale”?) e per somministrarci una dotta disquisizione sul termine “terrone” dandosela da uno che la vita la conosce bene mentre in realtà ha frequentato solo oratori e le scuole delle “figlie di Maria”.

La Magistratura applica le leggi. E le leggi le fa o le convalida il Parlamento. Ciò che si dovrebbe fare oggi non è impetrare una grazia per Bossi, come fa Farina, ma chiedere e ottenere dal Parlamento, non a favore di Bossi ma di tutti i cittadini di questo Paese, l’abrogazione di tutti i reati di opinione di cui è zeppo il nostro Codice penale, eredità del Codice Rocco vigente durante il regime fascista, fra qui c’è anche il vilipendio: della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali, delle Forze Armate, alla bandiera o altro emblema dello Stato, alla Nazione italiana, alla religione dello Stato.

Per non farci mancar nulla a queste leggi liberticide ne abbiamo aggiunta un’altra, ancora più aberrante, la legge Mancino del 1993 che punisce l’odio razziale, etnico, religioso, nazionale. Per la prima volta nella storia, credo, si sono volute mettere le manette anche ai sentimenti. Perché l’odio è un sentimento, come l’amore, la gelosia, l’ira. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e di aderire alle ideologie, anche quelle che appaiono più aberranti, quelle naziste e fasciste, che più sento vicine. L’unico discrimine in Democrazia è che nessun sentimento o idea, giusta o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza. E’ il prezzo che la Democrazia, ammesso che un sistema del genere esista, paga a se stessa. Altrimenti si trasforma in una sorta di teocrazia laica.

Ma uno dei problemi della cosiddetta democrazia italiana non sono solo i partiti che, debordando dalle disposizioni costituzionali, ammesso che la Costituzione abbia un senso, hanno occupato tutte le Istituzioni, tutte le aziende di Stato e del parastato, di cui la Rai è solo l’esempio più evidente, ma sono proprio i giornalisti, quasi tutti i giornalisti che, senza arrivare agli estremi di Renato Farina o di Giuliano Ferrara, prendono due stipendi, uno dalle case editrici per cui lavorano, l’altro attraverso i vantaggi che ottengono dai partiti o dalle lobby cui si sono affiliati.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2018