Lega e 49 milioni, ecco dove la Cassazione ha sbagliato! P. BECCHI e G. PALMA hanno individuato l’errore nell’ambito di applicazione delle due tipologie di confisca

Giuseppe Palma scenari economici.it 1.9.18

Che la magistratura in Italia faccia politica non è una novità. Dopo essersi accanita per anni contro Berlusconi ora tocca a Salvini e al suo partito. Sotto inchiesta come ministro per aver cercato di bloccare l’immigrazione clandestina, ma anche sotto tiro il suo partito per i conti della vecchia gestione. C’è chi addirittura spara in prima pagina la notizia che per questa ragione Salvini fonderà un nuovo partito, partendo dal fatto che il Tribunale del riesame di Genova – l’udienza è fissata per il 5 settembre – darà ragione alla Cassazione. Cosa si fa oggi per vendere i giornaloni. Devono essere messi proprio male. Lasciamo perdere queste sciocchezze e concentriamoci sulle cose serie, che ovviamente i giornaloni non scrivono.

La Cassazione ha commesso, come mostreremo in punta di diritto, un errore grossolano. Ci riferiamo, ovviamente, alla decisione della Corte suprema su quei famosi 49 milioni di euro che la vecchia gestione del partito avrebbe utilizzato per finalità differenti da quelle consentite dalla legge. Le sentenze di condanna parlano di comportamenti illeciti degli imputati, in particolare dell’ex segretario federale Umberto Bossi, che in concorso con altri soggetti si sarebbe appropriato del denaro della Lega Nord proveniente “dalle casse dello Stato”, “per coprire spese di esclusivo interesse personale”, suo e “della sua famiglia”. Vero o non vero ora non ci interessa. Questo dicono le sentenze e a questo dobbiamo attenerci.

Alla pena detentiva di due anni e tre mesi comminata all’ex segretario federale segue anche la pena della confisca, che è un istituto giuridico particolarmente complesso. Occorre distinguere due tipi di confisca, quella principale (o diretta) da quella equivalente (o subordinata). La prima, detta anche “in rem” (cioè diretta alla “cosa”), si applica e si riferisce al denaro della persona fisica, a quello dell’ente di cui questa è legale rappresentante, in tal caso il partito, e anche a quello di terzi che custodiscono le somme “incriminate”. In buona sostanza, questo tipo di confisca fa riferimento all’intera massa monetaria nella disposizione dell’ente medesimo. Il secondo tipo di confisca, detta anche “in personam”, si applica nei confronti delle persone fisiche che hanno commesso il reato e consente di confiscare il valore corrispondente al profitto a carico di tali soggetti, fino al soddisfo. Una specie di pignoramento di tipo civilistico dove il creditore insegue il debitore fino a quando non gli viene ripagata l’intera somma dovuta.

Nel caso di specie, cioè quello riferito a Bossi, Belsito e Bossi jr, le sentenze fanno riferimento a comportamenti illeciti da parte degli imputati – lo ripetiamo – “per coprire spese di esclusivo interesse personale”. Quindi Bossi e gli altri imputati agirono esclusivamente per interessi personali.

Il bandolo della matassa non lo si può però sbrogliare se prima non si comprende un aspetto giuridico fondamentale. La confisca del primo tipo, quella diretta (“in rem”), non si può riferire a tutte le somme presenti e future che sono o saranno inserite nei conti correnti dell’ente (quindi in questo caso del partito), ma solo a quelle accertate al momento del sequestro, che deve essere considerato come un atto che anticipa gli effetti della confisca. Il fatto che il denaro sequestrato corrisponda ad una minima parte dell’importo da confiscare, rende “impossibile” la confisca diretta consentendo quella equivalente, cioè quella rivolta “in personam”. Ma questo tipo di confisca è applicabile solo nei confronti dei soggetti responsabili dei reati. Restano fuori i beni (quindi anche il denaro) riconducibili al partito che non furono sottoposti a sequestro durante la fase antecedente la chiusura delle indagini. A poter essere confiscati, quindi, sono i soli beni del partito già sottoposti a sequestro (confisca in rem), e, se non sufficienti, quelli dei soli soggetti ritenuti responsabili dei reati (confisca in personam).

La Suprema Corte ha commesso un errore incredibile mescolando i due tipi di confisca ed estendendo gli effetti dell’una lì dove l’altra non vi arrivava. La confisca “in rem” va applicata ai soli beni e somme accertate al momento del sequestro. Quella “in personam” anche ai beni dei responsabili dei reati, fino al dovuto. Considerato che i beni sottoposti a sequestro non erano sufficienti a coprire il profitto del reato, la Cassazione ha sostituito questo tipo di confisca con quella “in personam”, estendendo in modo del tutto arbitrario gli effetti di quest’ultima a tutti i beni presenti e futuri della Lega. Un errore clamoroso che non trova nessun appiglio nella giurisprudenza consolidata. È incredibile che nessuno sinora abbia richiamato l’attenzione su questo, che è il punto veramente importante.

Non ci resta dunque che sperare che il Tribunale del riesame, che dovrà prendere l’ultima decisione nei prossimi mesi (per prassi il 5 settembre ci sarà un rinvio), sappia applicare le disposizioni di legge seguendo non l’interpretazione della Cassazione, ma quella che abbiamo cercato di abbozzare in questo articolo. Diversamente, si creerà un precedente molto pericoloso non solo per altri partiti, ma anche per casi analoghi che interessano i comuni cittadini.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero del 1° settembre 2018 (a pag. 7).

Lettera aperta a Trump sulle conseguenze dell’11 settembre

comedonchisciotte.org 1.9.18

DI THIERRY MEYSSAN

voltairenet.org

Signor Presidente,

I crimini dell’11 settembre 2001 non sono mai stati giudicati nel suo paese. Vi scrivo da cittadino francese, il primo a denunciare le incongruenze della versione ufficiale e ad aprire il mondo al dibattito ed alla ricerca dei veri esecutori.

In un tribunale penale, in quanto giuria, dobbiamo determinare se il sospetto portatoci sia colpevole o meno, e, alla fine, decidere quale punizione dovrebbe ricevere. Quando abbiamo assistito agli eventi dell’11 settembre, l’amministrazione Bush Junior ci ha detto che il colpevole era Al-Qaïda, e la punizione che avrebbe dovuto ricevere era il rovesciamento di coloro che l’avevano aiutata: prima i talebani afgani, poi il regime iracheno di Saddam Hussein.

C’è tuttavia una serie di prove che attesta l’impossibilità di questa tesi. Se fossimo membri di una giuria, dovremmo oggettivamente dichiarare che i talebani ed il regime di Saddam non sono colpevoli di questo crimine. Questo da solo, naturalmente, non ci consentirebbe di nominare i veri colpevoli. Non potremmo però concepire di condannare parti innocenti sol perché non abbiamo saputo come trovare i colpevoli.

Quando il Segretario di Stato per la Giustizia ed il Direttore dell’FBI, Robert Mueller, rivelarono i nomi dei 19 presunti dirottatori, capimmo tutti che stavano mentendo. Avevamo già di fronte a noi, infatti, le liste divulgate dalle compagnie aeree di tutti i passeggeri imbarcati – liste su cui nessuno dei sospettati era presente.

Da lì, siamo diventati sospettosi della “Continuità del Governo”, l’istanza incaricata di subentrare alle autorità elette dovessero queste venire uccise durante uno scontro nucleare. Abbiamo avanzato l’ipotesi che questi attacchi mascherassero un colpo di stato, in conformità col metodo Luttwak: mantenere l’apparenza dell’Esecutivo, ma imponendo una politica diversa.

Nei giorni successivi all’11 settembre, l’amministrazione Bush prese diverse decisioni:

– la creazione dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale ed il voto per un voluminoso codice antiterrorismo elaborato molto tempo prima, il Patriot Act. Per questioni che l’amministrazione stessa definisce “terroristiche”, questo testo sospende la Carta dei Diritti, che era il vanto del vostro paese. Sbilancia le vostre istituzioni. Due secoli più tardi, sancisce il trionfo dei grandi proprietari terrieri, che scrissero la Costituzione, e la sconfitta degli eroi della Guerra d’Indipendenza, che chiedevano che venisse aggiunta la Carta dei Diritti.

– il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, creò l’Office of Force Transformation, sotto il comando dell’ammiraglio Arthur Cebrowski. Quest’ultimo presentò immediatamente un programma, anch’esso pronto da tempo, che prevedeva il controllo dell’accesso alle risorse naturali dei paesi del sud geopolitico. Chiedeva la distruzione dello Stato e delle strutture sociali nella metà del mondo che non era ancora globalizzata. Il direttore della CIA lanciò contemporaneamente la «Worldwide Attack Matrix», un pacchetto di operazioni segrete in 85 paesi, dei quali Rumsfeld e Cebrowski intendevano distruggere le strutture statali. Considerando che solo i paesi le cui economie erano globalizzate sarebbero rimasti stabili e che gli altri sarebbero stati distrutti, gli uomini dell’11 settembre hanno dispiegato le forze armate statunitensi al servizio degli interessi finanziari transnazionali. Hanno tradito il suo paese e l’hanno trasformato nell’ala armata di questi predatori.

Negli ultimi 17 anni, abbiamo assistito alle bugie che vengono date ai suoi compatrioti dai successori di coloro che redassero la Costituzione e che al tempo si opposero – senza successo – alla Carta dei Diritti. Questi ricchi sono diventati super-ricchi, mentre la classe media è stata ridotta di un quinto e la povertà è aumentata.

Abbiamo anche assistito all’attuazione della strategia Rumsfeld-Cebrowski: quasi tutto il Grande Medio Oriente è stato devastato da “guerre civili”. Intere città sono state cancellate dalla mappa, dall’Afghanistan alla Libia, tramite Arabia Saudita e Turchia, che non erano esse stesse in guerra.

Nel 2001, solo due cittadini statunitensi hanno denunciato l’incoerenza della versione di Bush, due promotori immobiliari – il democratico Jimmy Walter, poi costretto all’esilio, e lei stesso, poi entrato in politica ed eletto presidente.

Nel 2011, abbiamo visto il comandante di AfriCom sollevato dalla propria posizione e sostituito dalla NATO, per essersi rifiutato di sostenere Al-Qaïda nella liquidazione della Libia. Abbiamo poi visto il LandCom della NATO organizzare il sostegno occidentale ai jihadisti in generale, e ad al-Qaïda in particolare, nel loro tentativo di rovesciare la Siria.

I jihadisti, considerati “combattenti della libertà” contro i sovietici, poi come “terroristi” dopo l’11 settembre, ancora una volta sono quindi diventati alleati del deep state (cosa che, in realtà, sono sempre stati).

Con immensa speranza, abbiamo quindi osservato le sue azioni per sopprimere, uno ad uno, tutti i loro sostenitori. È con la stessa speranza che vediamo oggi che sta parlando con la sua controparte russa per riportare vita nel devastato Medio Oriente. È però anche con analoga ansia che vediamo Robert Mueller, ora procuratore speciale, inseguire la distruzione della sua patria attaccando la sua posizione.

Signor Presidente, non solo lei ed i suoi connazionali soffrite della diarchia che è salita al potere dal colpo di stato dell’11/9, ma il mondo intero ne è vittima.

Signor Presidente, l’11 settembre non è storia antica. È il trionfo di quegli interessi transnazionali che stanno schiacciando non solo il suo popolo, ma tutta l’umanità che aspira alla libertà.

 

Thierry Meyssan

Fonte: http://www.voltairenet.org

Link: https://www.voltairenet.org/article202645.html

30.08.2018

Traduzione per http://www.comeonchisciotte.org a cura di HMG

L’OMBRA DEI MAGLIARI – C’È UN GRANDE ASSENTE IN QUELLA FOTO DI FAMIGLIA CHE (TARDIVAMENTE) I GIORNALI CONTINUANO DA GIORNI A PUBBLICARE DEI FRATELLI BENETTON: GIANNI MION – E’ LUI, IL MAESTRO DELL’INGEGNERIA FINANZIARIA CHE HA PERMESSO AI BENETTON DI DIVENTARE DA PICCOLI IMPRENDITORI DI MAGLIONCINI IN UNA DELLE FAMIGLIE PIÙ POTENTI D’ITALIA – ECCO COME HA FATTO IL “MIRACOLO”…

dagospia.com 1.9.18

Fabio Pavesi per “Dagospia”

GIANNI MION 1GIANNI MION 1

C’è un grande assente in quella foto di famiglia che (tardivamente) i giornali continuano da giorni a pubblicare. I 4 fratelli Benetton, da Luciano, a Gilberto a Giuliana fino a Carlo, scomparso lo scorso luglio saranno anche la raffigurazione iconica della dinastia trevigiana che ha scalato partendo dal nulla i vertici della finanza italiana, ma manca lo stratega, la mente finanziaria di Edizione la holding della potente famiglia veneta.

Lui Gianni Mion, il grande assente, classe ’43 da Vò, paesino in provincia di Padova è il vero artefice della trasformazione industrial-finanziaria di quella che all’inizio era solo un’azienda di maglioncini. Mion per oltre un quarto di secolo ha guidato da amministratore delegato, e poi dal 2012 da vicepresidente, la mirabolante metamorfosi di Edizione, il cuore dell’impero.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Entrato nel lontano ’86 sulla tolda di comando della finanziaria ne è uscito definitivamente nel 2016. Trent’anni in cui sotto la sua guida i Benetton da piccoli imprenditori dell’abbigliamento sono diventati una delle famiglie più potenti del Paese.

È lui che ha capito ante litteram che entrare nei business regolati e partecipare alla grande abbuffata delle privatizzazioni era la strada maestra per conquistare ricche rendite di posizione.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Del resto la sua carriera pre-Edizione, da semplice revisore contabile per una big four americana a direttore finanza di Marzotto ma soprattutto dirigente della Gepi la ex finanziaria pubblica gli aveva insegnato che quella torta delle ex partecipate pubbliche era un boccone ghiotto.

La prima grande occasione ce l’ha nel ’95. Privatizzazione della Sme che ha in pancia Autogrill e la rete dei supermercati Gs. Autogrill che serviva allora in modo pressochè esclusivo gli utenti della Autostrade sarà un successone.

La quota in Borsa nel ’97 e comprende che il futuro è nell’espansione all’estero. Sbarca negli Usa e fa diventare Autogrill un leader mondiale della ristorazione sulle rete autostradali e negli aeroporti.

GIANNI MIONGIANNI MION

La Gs verrà invece venduta con laute plusvalenze ai francesi di Carrefour. L’esperienza su Autogrill gli fa mettere gli occhi su Autostrade. Lì realizza il colpo della vita per i Benetton. Tuttora infatti più della metà dell’attivo di tutta Edizione Holding è composto da Autostrade, poi divenuta Atlantia.

L’operazione è da maestro dell’ingegneria finanziaria. Mettere pochi soldi, indebitarsi e scaricare poi il debito contratto dai Benetton con le banche sulla società acquisita. Un capolavoro delle operazioni a leva che permette alla famiglia trevigiana di comprarsi a tappe il controllo di Autostrade di fatto a costo zero.

vignetta krancic oliviero toscani difende i benettonVIGNETTA KRANCIC OLIVIERO TOSCANI DIFENDE I BENETTON

Ecco in sintesi l’operazione. Attraverso la scatola Schemaventotto, Edizione nel 2000 acquisisce il 30% di Autostrade che Iri privatizza. L’esborso, come ha ben documentato Giuseppe Oddo su dati di R&s Mediobanca, fu di 2,5 miliardi di euro, dei quali 1,3 miliardi di mezzi propri e 1,2 miliardi presi a prestito.

Il secondo passaggio avviene nel gennaio 2003, quando un altro veicolo finanziario controllato da Schemaventotto, denominato NewCo28, rilevò con un’Opa totalitaria il 54% di Autostrade per 6,5 miliardi. In tal modo NewCo28 incorporò Autostrade scaricandole il debito che aveva contratto per finanziare l’Offerta. Per i Benetton l’operazione si chiuse a costo zero.

GIANNI MIONGIANNI MION

Schemaventotto tra il 2000 e il 2009 prelevò infatti da Autostrade 1,4 miliardi di dividendi, tutti generati da utili, e ne collocò in Borsa il 12% con un incasso di altri 1,2 miliardi. Il ricavato totale fu di 2,6 miliardi di euro. I Benetton, spiega ancora Oddo, sono pertanto rientrati dal debito, hanno recuperato i mezzi propri investiti, e la loro partecipazione nella società vale oggi svariati miliardi.

Un’operazione da manuale del leverage buy out. E in fondo tutte le operazioni congegnate dall’amministratore delegato di Edizione ricalcano lo schema. Pochi capitali quel tanto che basta, messi all’inizio con dei veicoli finanziari con partecipazioni in cordata con altri dove però i Benetton hanno la quota di maggioranza. I veicoli si indebitano per poi scaricare il debito sulla società operativa acquisita che ha come per Autostrade la particolarità di avere forti e stabili flussi di cassa.

la famiglia benetton su vanity fairLA FAMIGLIA BENETTON SU VANITY FAIR

Così facendo l’esposizione debitoria con le banche viene trasferita ai piani di sotto, liberando la cassaforte di famiglia dal debito. Autostrade è l’esempio eclatante. Schemaventotto che acquisì nel 2000 il 30% della società autostradale aveva Edizione azionista al 60% seguita dai compagni di viaggio della Fondazione Cassa di risparmio di Torino con il 13%, presieduta allora da un altro protagonista eccellente Fabrizio Palenzona che con il business autostradale non sono con i Benetton ma anche con i Gavio costruirà molta della sua fama di banchiere politico, poi Ina (oggi Generali) e UniCredit con il 6,7% ciascuno.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

L’Opa successiva del 2003, che impegna 6,5 miliardi, è fatta a debito. I Benetton si ritrovano con il controllo maggioritario della società, mentre Autostrade si ritrova con i Benetton padroni di fatto e sul gobbone un debito monstre che caratterizzerà la società da allora fino a giorni nostri. Autostrade infatti nel 2017 ha debiti finanziari per oltre 11 miliardi tra banche e obbligazioni su cui paga ogni anno interessi per quasi mezzo miliardo, più del costo annuo degli investimenti operativi.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Non soddisfatto Mion e Gilberto Benetton, i registi finanziari della famiglia, mettono gli occhi sugli aeroporti. Prima comprandosi Gemina che ha in pancia gli Aeroporti di Roma. Nel 2013 Atlantia incorpora definitivamente Adr. Ma la passione per un altro business con alti margini come quello aeroportuale non finisce con Fiumicino.

Di recente Edizione è andata all’attacco degli aeroporti della Costa Azzurra acquisendoli nel 2016 per un controvalore di 1,3 miliardi. E poi una quota nell’aeroporto di Bologna e in Save. C’è solo una grande nota stonata nel genio finanziario di Mion. Quella nota è l’ingresso nel capitale di Telecom Italia da parte dei Benetton. Avventura chiusasi male a distanza di anni con una minusvalenza di oltre un miliardo.

GIANNI MIONGIANNI MION

E non è casuale che l’unico grande investimento boomerang sia stato proprio sul colosso telefonico. Lì, in quel mercato la concorrenza è formidabile. I prezzi e i margini sono in costante discesa da tempo. Non è un monopolio naturale come Autostrade o un business con alti afflussi di traffico e passeggeri come Autogrill o gli aeroporti. Nessuna bacchetta magica quindi per Mion, ma lo scivolone su Telecom non appanna di certo un grande fiuto per le operazioni su mercati di rendita e con un uso spregiudicato della leva finanziaria.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Basta del resto guardare alla Edizione di oggi, quella che ha costruito Mion in un quarto di secolo. Un gruppo da 12 miliardi di ricavi annui, di cui metà fatti in Italia e l’altra metà in giro per il mondo. Con un margine industriale lordo che cresce più del fatturato e vale oltre il 30% del monte ricavi.

Che ha sfornato, solo negli ultimi 5 anni utili netti per la famiglia per oltre 2,5 miliardi. Non solo in Edizione nel bilancio civilistico c’è cassa oggi da spendere per oltre 1,5 miliardi. Tutti i debiti sono nelle società operative a valle. Debiti imponenti che a livello consolidato valgono per Edizione oltre 18 miliardi tra obbligazioni e banche. E sui si pagano ogni anno 900 milioni di oneri finanziari.

luciano benettonLUCIANO BENETTON

È il capolavoro di Mion: business ad alto reddito, protetti,  che consentono con i loro margini di sostenere debiti ingenti che in altri contesti sarebbero ingestibili. E con la famiglia che con poco capitale proprio si trova a ricevere ogni anno dividendi plurimilionari. La rendita per eccellenza. Per la famiglia nata con i maglioncini la metamorfosi targata Mion non poteva che essere più radicale.

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PONTE MORANDI: “NO MANOMISSIONI IN VIDEO CROLLO”/ Ultime notizie Genova: “Pulizia macerie in 10 giorni”

Ponte Morandi, Cda Autostrade fa sapere di aver rispettato tutti gli obblighi prescritti dalla concessione: i ministri Toninelli e Di Maio all’attacco sui social contro la società.

Ponte Morandi, GenovaPonte Morandi, Genova

La pulizia dei detriti del ponte nel letto del Polcevera avverrà in 10 giorni. Lo assicura il consigliere delegato alla Protezione civile del Comune di Genova, Sergio Gambino. La situazione «sta mettendo a dura prova» i volontari con le prime piogge e le allerte meteo arrivate in anticipo, ma proseguono senza sosta i lavori per sgomberare il Polcevera alle macerie. «Dei 5 mila di partenza restano ancora da smaltire solo 800 metri cubi di materiale», ha dichiarato Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e commissario per l’emergenza a Genova, come riportato da Telenord. L’installazione dell’illuminazione notturna a Lungomare Canepa ha permesso di accelerare i lavori: «Ora vanno avanti h24 e presto consentiranno di consegnare la strada nuova e decongestionare il traffico nel ponente cittadino». Toti ha poi spiegato che «sono già 85 le case assegnate alle famiglie che hanno dovuto abbandonare le proprie dopo il crollo». (agg. di Silvana Palazzo)

ESCLUSA ANCHE IPOTESI FULMINE

Il video che riprende il momento del crollo del ponte Morandi non è stato manomesso. Il black out delle telecamere di Autostrade non è stato provocato da un intervento esterno. Il giallo del video interrotto è stato risolto: è quanto emerge dalle indagini della squadra mobile di Genova. La mattina del 14 agosto la centralina elettrica che alimentava le due telecamere aveva avuto più volte problemi. Il salvavita, come riportato da Rainews, si era staccato per cali di tensione ma poi era ripartito. Quando intorno alle 11.30 la pioggia si è abbattuta, il carico di acqua è stato talmente elevato che la centralina non è riuscita a ripartire. La seconda telecamera, che stava riprendendo lo svincolo, si è girata verso il ponte solo quando l’addetto alle telecamere ha visto le auto che frenavano e i mezzi che invertivano la marcia tornando indietro contromano. Il dispositivo è poi ripartito, ma il collasso era già avvenuto. Inoltre, è stata esclusa l’ipotesi del fulmine che avrebbe colpito uno degli stralli del ponte provocandone la rottura. I tecnici di Arpal hanno rilevato che la saetta più vicina si è abbattuta a una distanza di oltre un chilometro. (agg. di Silvana Palazzo)

TESTIMONIANZA CHOC DI 2 SOPRAVVISSUTI

A più di due settimane dal tragico evento del crollo del ponte Morandi di Genova, emerge una testimonianza da brividi di una coppia che è riuscita a sopravvivere alla caduta del viadotto, nonostante quel 14 agosto, alle ore 11:36, stava transitando proprio sul tratto di autostrada maledetto. Natalya Yelina e Eugeniu, sono stati intervistati dal Corriere della Sera, e ricordano così quei terribili attimi: «Il ponte ha iniziato ad alzarsi – racconta Natalya, per gli amici Natasha – e ho capito che stava succedendo qualcosa di bruttissimo. Quando abbiamo finito di cadere e rotolare ci siamo detti: siamo ancora vivi. Ma la nostra paura più grande era che non ci trovassero». La fortuna nella sfortuna è stata che il figlio della ragazza era rimasto a casa: «In quei momenti ho pensato ai miei genitori – racconta la ragazza 34enne – e a mio figlio che sarebbero rimasti soli se non ce l’avessi fatta». I due, dopo essere crollati assieme al ponte, e rimasti compressi in 50 centimetri di spazio, hanno iniziato ad urlare da sotto le macerie: «Non abbiamo perso sangue, conoscenza – racconta sorpreso Eugeniu – e poi essere qui dentro: anche questo ha del miracoloso». La coppia ha deciso di sposarsi, «per ringraziare il cielo di essere ancora qui. Quel giorno Dio ha conservato un nido per noi, per salvarci». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

SPUNTA UN VIDEO SECRETATO

Possibile svolta nelle indagini in merito alla tragedia del crollo del viadotto Morandi di Genova, che ricordiamo, ha causato la morte di 43 persone. Stando alle ultime indiscrezioni circolanti pare che la procura del capoluogo ligure stia esaminando un video secretato, realizzato con una telecamera fissa di proprietà di un’azienda che si trova in corso Perrone, immediatamente vicina a quella del crollo. Dal filmato in questione si può vedere con chiarezza il momento del crollo del ponte autostradale, in tutta la sua drammaticità, e fonti investigative avrebbero già confermato l’esistenza di tale nuova testimonianza. Ma perché il video non è stato divulgato? «Le immagini – ha spiegato il procuratore Francesco Cozzi al Fatto Quotidiano – non le possiamo divulgare per motivi investigativi. Se i vari testimoni oculari che stiamo sentendo le vedessero rischierebbero di raccontarci una versione inquinata di come sono andate esattamente le cose. E così ci permette anche di escludere mitomani che possano inventarsi le cose». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

LE PAROLE DI DIMAIO

Nel botta e risposta piccato andato in scena quest’oggi tra il cda di Autostrade e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, si inserisce anche il vicepremier Luigi Di Mao che commenta a modo suo il comunicato con cui la controllata di Atlantia ribadisce di aver adempiuto a tutti gli obblighi in quanto concessionaria nella gestione e manutenzione del Ponte Morandi. Se Danilo Toninelli aveva bollato quelle dichiarazioni come “indecenti”, il vicepremier pentastellato ci va giù più duro a proposito del presunto adempimento degli obblighi concessori previsti dalla convenzione con lo Stato: “Me la sono riletta tutta attentamente: far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto” punge Di Maio che poi ne ha anche per la famiglia Benetton, spiegando che da loro il Governo e non solo “si aspetta solo le scuse e i soldi per la ricostruzione del ponte, che non faranno loro: per il resto consiglio ad Autostrade di tacere dato che gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo”. (agg. R. G. Flore)

SI INDAGA PER MANOMISSIONE VIDEO CROLLO

Mentre si riaccende la polemica tra Autostrade per l’Italia e il Governo, segnatamente in relazione al comunicato in cui il cda della ribadisce di aver “rispettato tutti gli obblighi” e alla replica piccata del Ministro Danilo Toninelli (“Indecente”), emergono nuovi dettagli al video di cui tanto si parla e che ha ripreso gli ultimi istanti prima che il Ponte Morandi di Genova crollasse. Nelle ultime ore si apprende infatti che la Squadra Mobile del capoluogo ligure sta eseguendo delle indagini sul blackout delle telecamere di Autostrade per verificare che non vi sia stata alcuna manomissione da parte della stessa società. Ad ogni modo, pare che in possesso degli inquirenti via sia un’altra telecamera che ha ripreso tutta la tragedia, stando a fonti della Procura di Genova e si tratterebbe delle immagini contenute nei video dell’azienda Ferrometal. Il suddetto video però non è stato diffuso affinché non sia riconoscibile da eventuali testimoni e non li influenzi, viene fatto sapere da parte degli investigatori e dal procuratore Francesco Cozzi: “Così possiamo escludere anche dei mitomani che possono inventarsi le cose” ha ribadito. (agg. R. G. Flore)

AUTOSTRADE, “RISPETTATO OBBLIGHI”

Secondo Autostrade per l’Italia, tutti gli obblighi prescritti dalla concessione che la lega al Ministero delle Infrastrutture sarebbero stati rispettati, anche quelli in riferimento al ponte Morandi crollato a Genova. E’ quanto fatto sapere dal Cda che oggi si è riunito per riferire gli ultimi aggiornamenti annunciando al tempo stesso di essere pronto a replicare alle accuse del Mit che ha intanto avviato l’iter per la revoca della concessione. Lo scontro tra il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la società Autostrade per l’Italia, dunque, prosegue incontrastato. Con una lettera, la società si è espressa ribadendo il proprio convincimento in riferimento al totale adempimento degli obblighi ed ha colto l’occasione anche per rinnovare il proprio cordoglio per le vittime del crollo e la vicinanza all’intera comunità genovese. Nel corso dello stesso Cda è stato fatto anche un aggiornamento in riferimento allo svolgimento delle attività condivise nell’adunanza del 21 agosto, “in particolare, gli aiuti alle famiglie colpite che hanno interessato più di 200 nuclei familiari, le iniziative di ripristino della viabilità cittadina, le ulteriori iniziative di agevolazione del pedaggio e l’avanzamento del progetto di demolizione e ricostruzione del ponte”.

TONINELLI E DI MAIO CONTRO AUTOSTRADE

Il ministro Danilo Toninelli ha replicato con durezza alle parole contenute nella lettera di Autostrade. Su Twitter ha tuonato: “È incredibile sentir parlare #Autostrade di “puntuale adempimento degli obblighi” dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza. Rimetteremo le cose a posto e ridaremo sicurezza e servizi ai cittadini che viaggiano”. A fargli eco, su Facebook, è stato anche Di Maio che ha rincarato la dose scrivendo: “Autostrade dice di aver fatto ‘un puntuale adempimento degli obblighi concessori’ previsti dalla convenzione con lo Stato. Me la sono riletta tutta attentamente. Far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto”. Poi, il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro ha tuonato anche contro i Benetton dai quali si aspetta unicamente “scuse e soldi per la ricostruzione” del ponte Morandi che comunque non saranno loro a ricostruire. “Per il resto consiglio ad Autostrade di tacere. Gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo”, ha infine chiosato.

Barbari o divisi

di Marcello Veneziani – 01/09/2018 ariannaeditrice.it

Barbari o divisi

Fonte: Marcello Veneziani

Verrà il giorno che il verde si separerà dal giallo, la Lega sarà la nuova destra e il M5 Stelle sarà la nuova sinistra. Dalla maggioranza di governo del presente nascerà un nuovo sistema bipolare. I tempi potranno essere rapidi se in autunno o anche subito la coalizione si spaccherà sui temi sensibili che già conosciamo, vale a dire migranti, giudici, pensioni, reddito di cittadinanza, nazionalizzazioni, mentre su altri come l’Europa e l’avversione alla Casta dei potentati sembrano essere abbastanza omogenei. Ma se resisteranno alla prova d’autunno ci sarà poi la prova dell’Europa quando i due partiti si presenteranno divisi e faranno incetta di voti gli uni nell’area del centro-destra e gli altri in prevalenza della sinistra.

Questa profezia circola sotto traccia da qualche tempo, e Bobo Maronil’ha di recente rilanciata, vedendo nella Lega l’erede della destra e di Forza Italia e nei grillini gli eredi della sinistra e del Pd. Rispetto alla nuova destra e alla nuova sinistra che faranno quelle cariatidi in caduta? Cambieranno nome, faccia e leader ai loro partiti in ritirata, si aggrapperanno al passato (Veltroni e Berlusconi), cercheranno di aprire i ponti ai due Soggetti principali tramite i loro ambasciatori (Toti e Zingaretti). E per completare la partita si dovrà vedere poi che fine faranno Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali, se saranno dentro, fuori a mezzadria, satelliti o in disparte, rispetto ai due poli principali.

Insomma, il futuro non finisce mica qui, altri futuri si prospettano davanti, e nel rimescolamento del pappone nazionale non sono esclusi anche vintage, coalizioni riesumate e rigurgiti di passato. L’ipotesi subalterna, naturalmente, è che gli eventi precipitino, con l’aiutino determinante dei poteri interni e internazionali, e riescano a disarcionare la maggioranza, magari dopo averla divisa. E al suo posto, al governo ci manderebbero la Troika o chi ne fa le veci. Direi che è questa prospettiva a tenere unita l’alleanza gialloverde e a renderla sopportabile anche ai loro elettori refrattari, di ambo i versanti, sia coloro che non sopportano i grillini sia coloro che non sopportano i leghisti. Nell’attesa è divertente vedere come si regolano i maggiori segnalinee, sagrestani e portavoce dell’Establishment. Quasi tutti mirano a dividere gli alleati per farli cadere e la preferenza negli assalti è naturalmente contro Salvini, il Nemico Principale di tutti i poteri costituiti, magistrati inclusi. Insomma c’è gente che sta cercando di far saltare il ponte gialloverde, perché con i due tronconi divisi, come a Genova, non potranno più andare avanti.

Ma c’è una seconda via, un piano B, in cui risale l’antica indole democristiana che oggi veste i panni laici e curiali del Cardinal Paolo Mieli. È vedere se i barbari, come vengono sinteticamente definiti i leghisti e i grillini, possano essere convertiti, disossati o corrotti, secondo i punti di vista. La missione di ammansire i lupi e condurli all’ovile riguarda principalmente i grillini che sono radicali ma sprovveduti, giacobini ma dilettanti, non hanno una loro visione di riferimento ma agiscono random, sulla base di un pauperismo che si autodefinisce momento per momento, rete per rete. E soprattutto sono acquiescenti rispetto al Politically correct, sono più addomesticabili, non hanno le remore della Lega in tema di bioetica e famiglia, sovranità nazionale e confini, migranti e sicurezza. È così che il più modesto, il più moscio, il più rintronato dei grillini, Messer Fico, è diventato il loro ponte, la loro matrioska e il loro parente acquisito tramite cui chiedere il ricongiungimento.

Ma la conversione dei barbari in seconda battuta riguarda anche i leghisti. In questo senso era stato rivalutato persino Berlusconi e il suo bromuro personale, Tajani, con la missione di annacquarli, devitalizzarli fino a neutralizzarli, in un altro centro-destra a guida padronale, senza una linea e pronto a intendersi coi dirimpettai. Perché l’apice della redenzione dei barbari, per la curia dei potentati, è l’inciucio. Lasciare agli estremi gli irriducibili, bollati come nemici dell’Europa, della Modernità e della Democrazia liberale, e convergere al centro, governando come Ue comanda, senza l’ardire di rimettere in discussione i comandi. Questi sono gli scenari futuri. Insomma il film è ancora agli inizi, può essere un cortometraggio oppure un kolossal, non sappiamo la trama e nemmeno come va a finire. Se sarà un horror, un lietofine, una farsa.

Che sollievo, scoprire la dinamite nel viadotto di Genova

Giorgio Cattaneo libreidee.it 1.9.18

Che meraviglia, se il viadotto Morandi fosse stato davvero abbattuto, magari da terroristi, con una bella carica esplosiva. Staremmo tutti più tranquilli – tutti o, comunque, i tantissimi di noi che, ormai, hanno sempre bisogno di immaginare un complotto, per ridurre tutti i problemi all’azione di un nemico: il provvidenziale Uomo Nero, unico colpevole delle nostre sciagure. Fabbricare ogni volta un nemico, dice Gianfranco Carpeoro, fa molto comodo, al potere: ci aiuta infatti a non vedere mai la verità. E cioè che l’unico, vero “nemico” che ci minaccia, purtroppo, è lo stesso sistema nel quale viviamo: sempre meno equo e democratico, sempre meno accettabile, responsabile e sostenibile. Non capire che è ora di finirla con la “supercazzola” dell’ipotesi-bomba, per tentare di spiegare il disastro di Genova, significa non voler vedere che è tutta l’Italia che sta ormai crollando: «Crollano i ponti, crollano le chiese, crollano le scuole: è già successo, e magari tra un po’ crollerà un altro istituto scolastico, ammazzando un altro po’ di bambini», dichiara Carpeoro, in web-streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «Cosa aspettiamo a dedurre che, così, non si può andare avanti? Quando finirà di crollare anche il lavoro, finalmente, capiremo che l’Italia è un paese nel quale è sempre più difficile vivere, se non invertiamo radicalmente la rotta».

Tanti gli interrogativi sulla catastrofe di Genova, da parte del pubblico della diretta “Carpeoro Racconta” del 1° settembre: molti insistono – ancora – sulla evidente presenza di “bagliori” poco prima del drammatico schianto, preceduto da un rombo chiaramente udibile. Clamorose le dichiarazioni dell’ingegnere padovano Enzo Siviero, già docente universitario a Venezia: a “Reteveneta” ha detto che le modalità del crollo lasciano aperta, almeno al 50%, la possibilità (teorica) di un attentato. Ipotesi che la magistratura di Genova liquida con le parole del procuratore Francesco Cozzi: «Puro delirio». Già, ma la storia delle immagini scomparse causa “guasto” delle webcam di Autostrade per l’Italia? Carpeoro taglia corto: «Non sono un tecnico e non mi intendo di ponti – premette – ma sono certo che gli inquirenti siano in possesso di tutte le immagini inerenti il crollo, peraltro riproposte continuamente anche in televisione». Bagliori? «Appunto: la presenza di un bagliore non significa automaticamente “esplosione”». Il botto? Idem: «Ogni crollo è preceduto da un cedimento, da un collasso strutturale evidentemente anche rumoroso. In ogni caso: di che siamo parlando? La magistratura è al lavoro, sta indagando. Scoprirà quello che è successo. Tenendo conto del fatto, ormai accertato, che non sono state rinvenute tracce di esplosivo: e le esplosioni ne lasciano sempre».

Massone, esoterista, studioso di simbologia e autore di “Summa Symbolica”, opera in più volumi sul significato dei simboli che ci circondano e che il più delle volte subiamo passivamente, non sapendoli “leggere”, Carpeoro – esponente del Movimento Roosevelt presieduto da Gioele Magaldi – invita spesso il suo pubblico a stare in guardia, rispetto al “pensiero magico” di cui è imbevuta la società, e del quale il potere si serve sempre per depistarci, ogni volta, dal vero obiettivo. «Seriamente: riguardo a Genova, l’unico vero beneficiario teorico dell’ipotesi complottista chi sarebbe? Lei, la società autostradale oggi sotto accusa: sarebbe comodissimo, per Autostrade e per la vecchia politica che ha avallato quel tipo di gestione, potersi assolvere grazie all’ombra di un attentato. Ma evidentemente non c’è il minimo presupposto per poter sfruttare questa possibilità». Si parla di ponti, dopotutto: «E’ ormai appurato che le attuali infrastrutture hanno una durata media di cinquant’anni: dopodiché occorre mettervi mano, pena il rischio che vengano meno gli standard di sicurezza. Ed è quello che, in tutta Italia, non sta più succedendo: per questo crollano ponti, viadotti, scuole e persino le chiese antiche, che avrebbero a loro volta bisogno di frequenti interventi di restauro e consolidamento».

Il vero complotto, dice Carpeoro, è consistito nell’aver “regalato” la nostra rete autostradale, all’epoca delle privatizzazioni “allegre” varate dal centrosinistra, con il patrimonio nazionale elargito a imprenditori “amici”, non vincolati a rigorosi obblighi. Il dramma di Genova? «Dovuto, evidentemente, a incuria criminosa». Da parte dei Benetton? Attenzione, avverte sempre Carpeoro: nel gruppo Atlantia, che controlla Autostrade, sono presenti grandi poteri internazionali, anche massonici: dalla superloggia neoliberista “Three Eyes”, «cui fa riferimento l’ambiente paramassonico frequentato dai Benetton, notoriamente finanziatori dei Clinton», all’altra famigerata superloggia ultra-reazionaria, la “Hathor Pentalpha” fondata dai Bush, a cui – secondo Magaldi – è collegato Larry Fink, il patron dell’immenso fondo d’investimento BlackRock, azionista di Atlantia. Non sarà facile togliere a questa gente la gallina dalle uova d’oro rappresentata dalle autostrade italiane: «Vedrete che arriverà una telefonata dall’America e la concessione non verrà affatto revocata, o magari si farà un’altra gara, aperta allo stesso gruppo».

Questa è la sostanza, ribadisce Carpeoro, e le leggende sulla demolizione controllata del viadotto genovese – con fantomatiche cariche esplosive – servono proprio a non vedere la tragica realtà dei fatti: è sempre l’Uomo Nero a far sparire la verità, mettendo al riparo – ancora una volta – il sistema, che è marcio. In questo caso, l’esasperazione complottistica rischia di lasciare in ombra uno scandalo storico e colossale, come quello delle privatizzazioni-omaggio fatte sulla pelle degli italiani. Siamo infatti prigionieri di un paese che (grazie all’euro e al rigore imposto da Bruxelles) sta letteralmente crollando, non potendo più ricorrere alla spesa pubblica. Non bastassero i censori della Commissione Europea è pronta la minaccia dello spread alle prime avvisaglie di aumento del debito, teoricamente pubblico ma ormai di fatto privatizzato anche quello, essendo denominato in euro anziché in moneta sovrana. Magari la colpa fosse dell’Uomo Nero, in questo caso travestito da bombarolo: sarebbe un sollievo, scoprire che la colpa è di un unico delinquente. «In realtà, a questo ci ha portato l’evoluzione spirituale degli ultimi anni», ripete Carpeoro: «Ci serve sempre un nemico immaginario, che in fondo è rassicurante. Fa molta più paura scoprire che l’unico vero nemico è proprio il sistema».

Perchè si nasconde la verità sulle autostrade?L’inchiesta di Report

jedanews.it 29.8.18

L’inchiesta di REPORT del 2004 sulla farabutta gestione Benetton delle autostrade

 

Eccovi una inchiesta del 2004 condotta dalla Gabanelli per la trasmissione «Report».Raccontava, già allora, la verità sulla privatizzazione delle autostrade.

Perché si tenta di nascondere la verità sulla privatizzazione delle autostrade italiane? Cosa si nasconde dietro il crollo del Ponte Morandi a Genova? Eccovi una inchiesta del lontano 2004 condotta magistralmente da Milena Gabanelli per la trasmissione della Rai «Report».

È stato proprio questo programma a raccontare, già quattordici anni fa, la verità sulla privatizzazione delle autostrade italiane. In questa puntata di Report del 2004 si capisce come e perché le autostrade italiane sono diventate meno sicure. Guardate il filmato per capire chi sono i veri responsabili politici del crollo del Ponte Morandi di Genova. Se condividete diffondente questo servizio televisivo. E’ un modo per rompere il muro di silenzio che hanno alzato in Italia.

Come TripAdvisor ha cambiato il turismo

il post.it 1.9.18

E come nel frattempo è cambiato TripAdvisor, che oggi è usato da un essere umano ogni 16

 (Giorgio Cosulich/Getty Images)

TripAdvisor è usato almeno una volta al mese da 465 milioni di persone: circa una su 16 tra quelle che esistono al mondo in questo momento. È una società che sta ai viaggi come Google sta alle ricerche, Wikipedia alla conoscenza, Amazon agli acquisti online e Facebook alle relazioni personali: opera in quasi monopolio in gran parte del mondo, su gran parte di quello di cui si occupa. Eppure se ne parla meno che di Google, Facebook o Amazon, e capita raramente che la si porti a esempio di come la tecnologia abba cambiato un settore economico o un’attività umana, in questo caso i viaggi e le vacanze. Linda Kinstler ha raccontato sul Guardian la sua storia, provando a spiegare quanto, come e perché la società abbia cambiato il turismo.

Kinstler ha paragonato TripAdvisor a un guestbook, un libro degli ospiti: un posto in cui lasciare un’opinione, negativa o positiva, che possa servire ad altri che la leggeranno, ma che non porta nessun vantaggio a chi la scrive. Solo che dal 2000 a oggi TripAdvisor ha messo insieme 661 milioni di recensioni su più di 7,7 milioni di “cose”: ristoranti, alloggi ed esperienze. Ha cambiato il turismo – Kinstler scrive che ha «ribaltato il settore» – dando potere alle persone; ma come sempre il ribaltamento ha causato dei problemi, non ancora del tutto risolti.

TripAdvisor fu fondata a Boston nel 2000, sei anni dopo Amazon e quattro anni prima di Facebook. Il suo amministratore delegato è ancora Stephen Kaufer, uno dei fondatori: un tipo schivo, che non ha nemmeno una pagina sulla versione inglese di Wikipedia. L’idea iniziale prevedeva che la società aggregasse recensioni professionali, per esempio quelle delle guide di viaggio o dei giornali. Dopo un po’, e senza grandi aspettative, fu aggiunta la possibilità di scrivere recensioni per gli utenti. In TripAdvisor si accorsero di due cose: molte persone volevano dire la loro e, soprattutto, moltissime persone erano interessate a quello che altri “come loro” avevano avuto da dire su certi posti. Capito l’andazzo, la società puntò tutto sulle recensioni amatoriali, abbandonando le opinioni degli esperti.

Negli anni TripAdvisor è cresciuta, ha cambiato proprietà, si è quotata in borsa e ha acquisito 28 società che, ha scritto Kinstler, «coprono ogni possibile elemento dell’esperienza di viaggio». Su TripAdvisor ormai non si va più solo per vedere com’è un certo ristorante, ma anche per capire come spostarsi da un posto all’altro e prenotare strutture e visite guidate. Se ve lo siete mai chiesto, il logo è un gufo con un binocolo: da una parte è rosso, dall’altra è verde (rosso = fermati, non andare; verde = vai, è bello). Sul sito le recensioni sono espresse in palline e non in stelle, per evitare di fare confusione con le stelle degli hotel.

Al momento ogni azione di TripAdvisor vale un po’ meno di 50 euro; circa un terzo in più del valore all’ingresso in borsa, ma meno della metà del valore massimo raggiunto nel 2014. I dati relativi al secondo trimestre del 2018 dicono che la società è in crescita (le entrate sono state di 433 milioni di dollari, con un guadagno netto di 32 milioni di dollari) ma la crescita è più lenta del previsto. Come ha scritto l’affidabile sito Motley Fool, TripAdvisor «sta avendo problemi a concretizzare la crescita che gli investitori si aspettano che abbia». Sono però in grande crescita le recensioni (il 24 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e i visitatori unici mensili (il 10 per cento in più rispetto al secondo quarto del 2017). La società divide le sue entrate in due principali categorie: “Hotel” e “Non-Hotel”; la prima, la più grande, sta andando peggio che in passato; la seconda è in grande crescita (il 22 per cento in più rispetto a un anno fa). Vuol dire che TripAdvisor sta cercando di crescere anche in altri settori, per esempio la prenotazione dei viaggi, che per il momento sono però ancora minoritari.

Su TripAdvisor c’è davvero di tutto (anche l’Osho International Meditation Resort and Guesthouse a Pune, in India) e si trova ogni tipo di opinione: chi scrive «solo un mucchio di sassi» parlando di Stonehenge, chi scrive «alla fin della fiera, è solo un ponte» parlando di Rialto o chi si lamenta di una visita alle piramidi scrivendo «brutta esperienza, non c’è niente da fare» o di una al Colosseo perché «dentro non c’è niente».

Ma se non sarà una recensione, magari ironica, a far perdere visitatori al Colosseo o al Museo del Louvre (88mila recensioni, 4,5 su 5, ottava miglior cosa da fare a Parigi), l’economia della reputazione è fondamentale per tante altre attività di accoglienza o ristorazione. Come spesso succede quando qualcosa di grosso cambia in un settore, i valutati (hotel e ristoranti) hanno prima cercato di combattere TripAdvisor – per esempio facendo causa alla società o agli utenti che lasciavano recensioni negative – ma poi hanno capito che toccava conviverci: oggi gestire la propria presenza su TripAdvisor, fare i conti con le recensioni negative, intervenire per rimuovere cosa non piace ai clienti, è diventata una parte fondamentale del lavoro di chiunque abbia un ristorante o un albergo.

Per venire incontro ai valutati, dal 2011 TripAdvisor ha per esempio smesso di fare classifiche al negativo – “I peggiori alberghi eccetera” – dopo che un albergatore le fece causa perché il suo hotel, il Grand Resort Hotel & Convention Center a Pigeon Forge, Tennessee, era finito al primo posto della classifica dei posti più sporchi degli Stati Uniti. Qualcuno continua comunque a fare causa alla società (più che altro per far rimuovere qualche recensione) ma la grande maggioranza delle attività ha accettato il cambiamento. Alcuni hanno anche iniziato a pagare direttamente TripAdvisor per far sì che il loro albergo o ristorante compaia come contenuto sponsorizzato in alcune ricerche. Ma TripAdvisor fa comunque soldi anche grazie alle commissioni sulle prenotazioni che arrivano direttamente dal sito.

Gli hotel e i ristoranti hanno capito che è importante capire le recensioni, interagire con quelle negative, lavorare su quello che non funziona e, nel caso, usare un voto alto su TripAdvisor come un importante risultato da mostrare. Kinstler ha spiegato che, in questo senso, TripAdvisor ha dato potere a chi non ne aveva e ha quindi cambiato il settore in meglio, rendendolo più democratico, aperto alla critica e quindi al miglioramento.

Sul suo sito, TripAdvisor presenta alcune “storie di successo“, che mostrano come certe attività possano crescere anche solo grazie a una maggiore attenzione ai voti sul sito (quasi sempre grazie a pubblicità a pagamento, che oltrepassano un po’ il concetto recensione-voto). Non esistono studi simili per TripAdvisor ma è stato calcolato per Yelp, un sito simile e popolare soprattutto negli Stati Uniti, che un aumento di una stella nel giudizio medio corrisponde a un aumento delle entrate compreso tra il 5 e il 9 per cento.

Il più efficace esempio per spiegare quanto TripAdvisor abbia cambiato il settore in cui opera è una storia raccontata nel 2017 da Vice. Oobah Butler, che prima di lavorare con Vice aveva scritto finte recensioni a pagamento, raccontò di come riuscì per un po’ di tempo a far sì che la sua modestissima casa risultasse – grazie a finte recensioni e finte foto – il ristorante meglio recensito di Londra.

Oltre a spiegare il radicale e repentino ribaltamento di dinamiche dovuto a TripAdvisor, la storia di Butler è anche l’emblema di un grosso ostacolo che TripAdvisor si trova davanti. L’economia della reputazione funziona infatti solo se la gente si fida delle recensioni: solo se quella reputazione è percepita come veritiera. La presenza di “fabbriche di recensioni” (i cui dipendenti sono pagati per scrivere finte recensioni che abbassino o alzino la media) e l’aumento di finte recensioni (magari fatte anche solo da amici e parenti) è un serio problema per tutti, ma ancora di più per TripAdvisor. Dina Mayzlin, professoressa di marketing all’università dalla South California, ha detto che il trend delle finte recensioni «mette a rischio l’esistenza di TripAdvisor, perché fa crollare tutti i presupposti su cui si basa». Un discorso simile va fatto per le sponsorizzazioni: gli utenti vogliono che al primo posto ci sia il posto migliore (cioè con il più alto voto medio). Se i primi posti dovessero iniziare a essere troppo occupati dai posti che pagano di più per comparire lì in alto, verrebbe meno la fiducia degli utenti, e quindi il presupposto su cui si basa il tutto.

TripAdvisor ha uno specifico reparto che si occupa di rimuovere le finte recensioni, e anche di individuare e far chiudere le società che offrono finte recensioni a pagamento. Ci riesce solo in parte e c’è anche il problema che, a volte, vengono eliminate recensioni che sembravano finte ma erano vere, sballando così certe valutazioni. Il tutto è complicato dal fatto che nel frattempo è aumentata la concorrenza: se all’inizio TripAdvisor fu uno dei primi siti a offrire agli utenti la possibilità di dire la loro, ora su Internet quasi tutto è recensibile. TripAdvisor ha ancora il vantaggio di essere un sito globalmente riconosciuto e usato, con milioni di recensioni, ma deve però riuscire a garantire che le sue informazioni siano veritiere e affidabili. Kinstler ha fatto notare che il motto iniziale della società era «Scopri la verità e vai». Fu poi cambiato in «Recensioni di cui ti puoi fidare». Ora è diventato «Conosci meglio. Prenota meglio. Arrivaci meglio».

[L’intervista] La strage di Genova, il contratto d’oro ai Benetton e la rabbia di Toninelli: “L’autostrada svenduta per un piatto di lenticchie”

di Giuseppe Caporale, direttore di TiscaliNews 1.9.18

Il ministro Toninelli
Il ministro Toninelli

Niente debiti, siam tedeschi

 il manifesto.it 1.9.18

Viaggio Nella Globalizzazione. Quarta puntata. Nei rapporti fra Germania e Italia dal XIII secolo al Novecento ritroviamo tanti elementi attuali. Dal Fondaco di Venezia alla fondazione della Banca Commerciale Berlino ci ha (quasi) sempre insegnato come fare soldi veri

Jacob Fugger che dà fuoco ai certificati di debito di Carlo V nel dipinto di Karl Becker del 1866

Al processo di globalizzazione che abbiamo descritto nell’articolo precedente, l’Italia e la Germania partecipano con ruoli certo significativi, ma non sempre di primissimo piano. Questo anche perché essi non costituiscono ancora degli Stati unitari e non hanno la forza di questi ultimi; per l’Italia poi, con l’apertura dei traffici atlantici, viene meno la centralità del Mediterraneo.

PUÒ ESSERE INTERESSANTE analizzare alcuni aspetti dei rapporti economici e finanziari tra i due paesi europei tra il Quattrocento e la fine dell’Ottocento, anche nel più vasto campo di battaglia europeo e, sia pure indirettamente, anche mondiale.

Questo ci permette di vedere da una parte come i rapporti di forza tra paesi possono cambiare anche fortemente nel tempo, dall’altra di comprendere almeno alcune delle radici storiche della rigidità tedesca nello gestire ancora oggi le tematiche finanziarie.

Ricordiamo così come, sino a pochissimi anni fa, fosse difficile utilizzare le carte di credito a Berlino, come poi la parola schulde significhi insieme debito e peccato, come ancora, nell’imposizione da parte della Germania, tramite Bruxelles, delle politiche di austerità ai paesi del Sud-Europa, ci fosse una specie di volontà di punizione per essersi essi troppo indebitati e come e perché siano infine sin troppo celebrate nel paese teutonico le virtù del risparmio.
Noi abbiamo in generale una idea molto vaga dei rapporti economici dell’Italia con la Germania nei tempi andati; forse l’unica informazione presente a qualcuno è quella che a Venezia c’era, e c’è ancora, un cosiddetto Fondaco dei Tedeschi.

Tale edificio, la cui prima fondazione risale al XIII secolo, è stato un importante punto di approdo, di incontri e di scambi dei mercanti tedeschi e più in generale di quelli dell’Impero con i Veneziani. Esso testimonia della centralità della città nei traffici con l’Europa del Nord; i mercanti stranieri apportavano in particolare le loro merci e acquistavano quelle dei veneziani e quelle provenienti dall’Oriente.

Qui, tra l’altro, il giovane Jacob Fugger soggiornò apprendendo le arti contabili e quelle finanziarie.

L’ITALIA ERA ALLORA la culla della finanza e del diritto, ma, come ha poi osservato qualcuno, si vede che i due soggetti sono stati tanto a lungo nella culla che si sono addormentati.

L’Hansa è all’origine un raggruppamento dei commercianti della Germania del Nord, che si estende poi sino a comprendere città non solo tedesche, ma quelle riveranee (ed anche molte dell’interno) tra il mare del Nord e il Mar Baltico, sino al golfo di Finlandia. Essa si forma essenzialmente intorno all’obiettivo di proteggere i suoi mercanti all’estero e di sviluppare il loro commercio, con rapporti sino all’Oriente, oltre che con la Germania del Sud e l’Italia.
Le Lega si indebolirà fortemente, come le città italiane, a partire dalla scoperta dell’America, ma anche a causa della crescita di diverse realtà rivali e verrà formalmente sciolta nel 1669.

Di fronte all’aumento nel tempo del pericolo rappresentato dall’arrivo dei rivali, vengono poste delle limitazioni alla loro attività. Con gli italiani il trattamento fu particolare. Ad un certo punto i mercanti della penisola volevano fare concorrenza a quelli dell’Hansa offrendosi di fare credito ai clienti (i mercanti dell’Hansa vendevano solo in contanti), ma tale tecnica fu totalmente proibita.

Successivamente, riconoscendo la loro superiorità commerciale e finanziaria (quanto distanti quei tempi!), la dieta di Lunenburg nel 1412 arrivò a proibire loro ogni attività.
Viene forse già da qui la riluttanza all’indebitamento presente nel mondo tedesco.

UN GRANDE STORICO dell’Ottocento ha definito il Cinquecento come il secolo dei Fugger; la definizione è un po’ esagerata, perché i banchieri tedeschi dominarono la scena di quel secolo per poco più di cinquanta anni; però la frase appare utile per sottolineare il loro grande peso nella finanza e nella politica del secolo.

Jacob Fugger, il più importante della stirpe, approfittando del fatto che il fratello era diventato un uomo di Curia, cominciò ad occuparsi dei movimenti di fondi della Chiesa tra Roma e la Germania, inserendosi in particolare nello scandaloso sistema delle indulgenze. Ottenne poi la gestione della zecca papale. Un prestito al conte Sigsmondo di Asburgo varrà il controllo della moneta del Tirolo e poi quella della produzione d’argento nei possedimenti austriaci. Si lega all’imperatore Massimiliano cui presta somme enormi.

Il suo ruolo sarà fondamentale quando il futuro Carlo V dovrà battere la concorrenza di un rivale, Francesco I di Francia, per accedere al trono degli Asburgo. In cambio dei prestiti necessari a comprare la carica (ma una parte molto consistente del denaro lo prende a prestito dai genovesi) egli otterrà tra l’altro il monopolio dei cambi nella città di Anversa.

DOPO AVER SPREMUTO i Fugger, gli Asburgo però li abbandonano e si rivolgono ormai ai genovesi. I tedeschi si stancano ad un certo punto dell’atteggiamento dei re spagnoli, ma anche della forza e della capacità dei banchieri della città ligure.

Essi si lamentavano: «Noi lavoriamo con la moneta buona, quelli lavorano con la carta», alludendo alle acrobatiche manovre e speculazioni finanziarie cui, senza attendere i maghi di Wall Street, i genovesi si davano allegramente e che i tedeschi non avevano la capacità o la voglia di imitare.

La poca simpatia dei tedeschi per la finanza viene già da qui. Per altro verso, il caso mostra come i rapporti tra finanza e potere siano normalmente molto stretti.

È noto come la Germania sia il paese dove sono nate e si sono di più sviluppate nell’Ottocento le forme solidaristiche di attività bancaria, dalle casse di risparmio alle banche di credito cooperativo, a quelle popolari. Ma accanto alla volontà di aiutare i piccoli agricoltori e artigiani, l’obiettivo fondamentale degli ambienti conservatori è anche quello di allontanare le classi lavoratrici dalle organizzazioni sindacali e dal socialismo montanti. Il risparmio appare ancora una volta come un’arma politica.

LE NUOVE FORME BANCARIE arriveranno quasi pari pari anche in Italia, ma, per la verità, con minore carica ideologica anti-socialista che nel modello originale.

Dopo l’unità d’Italia il sistema bancario nazionale è in pezzi; con il tempo interverranno notevoli capitali esteri nel settore. È grande merito di quelli tedeschi, ma anche austriaci e svizzeri, di contribuire in maniera decisiva a fondare la Banca Commerciale italiana e a svilupparla su solide basi con dirigenti tedeschi.

Essa diventerà la più avanzata del nostro paese, contribuendo, tra l’altro, non poco, a finanziare la nascente industria nazionale; ma arriverà poi il fascismo e pretenderà che i quadri bancari fossero tutti di nazionalità italiana; avremo così, anche per questo, la debacle del sistema nei primi anni Trenta. Ma qualcosa rimane nel dna della banca, che ancora oggi, unitasi poi a Intesa San Paolo, può essere probabilmente considerata quella gestita meglio tra gli istituti italiani.

(4a puntata – fine)

Le altre tre puntate

https://ilmanifesto.it/i-paradisi-fiscali-degli-assiri/

https://ilmanifesto.it/e-poi-arrivarono-i-popoli-del-mare/

https://ilmanifesto.it/asia-export-tutte-le-vie-delle-sete-portano-a-trump/