Lega e 49 milioni, ecco dove la Cassazione ha sbagliato! P. BECCHI e G. PALMA hanno individuato l’errore nell’ambito di applicazione delle due tipologie di confisca

Giuseppe Palma scenari economici.it 1.9.18

Che la magistratura in Italia faccia politica non è una novità. Dopo essersi accanita per anni contro Berlusconi ora tocca a Salvini e al suo partito. Sotto inchiesta come ministro per aver cercato di bloccare l’immigrazione clandestina, ma anche sotto tiro il suo partito per i conti della vecchia gestione. C’è chi addirittura spara in prima pagina la notizia che per questa ragione Salvini fonderà un nuovo partito, partendo dal fatto che il Tribunale del riesame di Genova – l’udienza è fissata per il 5 settembre – darà ragione alla Cassazione. Cosa si fa oggi per vendere i giornaloni. Devono essere messi proprio male. Lasciamo perdere queste sciocchezze e concentriamoci sulle cose serie, che ovviamente i giornaloni non scrivono.

La Cassazione ha commesso, come mostreremo in punta di diritto, un errore grossolano. Ci riferiamo, ovviamente, alla decisione della Corte suprema su quei famosi 49 milioni di euro che la vecchia gestione del partito avrebbe utilizzato per finalità differenti da quelle consentite dalla legge. Le sentenze di condanna parlano di comportamenti illeciti degli imputati, in particolare dell’ex segretario federale Umberto Bossi, che in concorso con altri soggetti si sarebbe appropriato del denaro della Lega Nord proveniente “dalle casse dello Stato”, “per coprire spese di esclusivo interesse personale”, suo e “della sua famiglia”. Vero o non vero ora non ci interessa. Questo dicono le sentenze e a questo dobbiamo attenerci.

Alla pena detentiva di due anni e tre mesi comminata all’ex segretario federale segue anche la pena della confisca, che è un istituto giuridico particolarmente complesso. Occorre distinguere due tipi di confisca, quella principale (o diretta) da quella equivalente (o subordinata). La prima, detta anche “in rem” (cioè diretta alla “cosa”), si applica e si riferisce al denaro della persona fisica, a quello dell’ente di cui questa è legale rappresentante, in tal caso il partito, e anche a quello di terzi che custodiscono le somme “incriminate”. In buona sostanza, questo tipo di confisca fa riferimento all’intera massa monetaria nella disposizione dell’ente medesimo. Il secondo tipo di confisca, detta anche “in personam”, si applica nei confronti delle persone fisiche che hanno commesso il reato e consente di confiscare il valore corrispondente al profitto a carico di tali soggetti, fino al soddisfo. Una specie di pignoramento di tipo civilistico dove il creditore insegue il debitore fino a quando non gli viene ripagata l’intera somma dovuta.

Nel caso di specie, cioè quello riferito a Bossi, Belsito e Bossi jr, le sentenze fanno riferimento a comportamenti illeciti da parte degli imputati – lo ripetiamo – “per coprire spese di esclusivo interesse personale”. Quindi Bossi e gli altri imputati agirono esclusivamente per interessi personali.

Il bandolo della matassa non lo si può però sbrogliare se prima non si comprende un aspetto giuridico fondamentale. La confisca del primo tipo, quella diretta (“in rem”), non si può riferire a tutte le somme presenti e future che sono o saranno inserite nei conti correnti dell’ente (quindi in questo caso del partito), ma solo a quelle accertate al momento del sequestro, che deve essere considerato come un atto che anticipa gli effetti della confisca. Il fatto che il denaro sequestrato corrisponda ad una minima parte dell’importo da confiscare, rende “impossibile” la confisca diretta consentendo quella equivalente, cioè quella rivolta “in personam”. Ma questo tipo di confisca è applicabile solo nei confronti dei soggetti responsabili dei reati. Restano fuori i beni (quindi anche il denaro) riconducibili al partito che non furono sottoposti a sequestro durante la fase antecedente la chiusura delle indagini. A poter essere confiscati, quindi, sono i soli beni del partito già sottoposti a sequestro (confisca in rem), e, se non sufficienti, quelli dei soli soggetti ritenuti responsabili dei reati (confisca in personam).

La Suprema Corte ha commesso un errore incredibile mescolando i due tipi di confisca ed estendendo gli effetti dell’una lì dove l’altra non vi arrivava. La confisca “in rem” va applicata ai soli beni e somme accertate al momento del sequestro. Quella “in personam” anche ai beni dei responsabili dei reati, fino al dovuto. Considerato che i beni sottoposti a sequestro non erano sufficienti a coprire il profitto del reato, la Cassazione ha sostituito questo tipo di confisca con quella “in personam”, estendendo in modo del tutto arbitrario gli effetti di quest’ultima a tutti i beni presenti e futuri della Lega. Un errore clamoroso che non trova nessun appiglio nella giurisprudenza consolidata. È incredibile che nessuno sinora abbia richiamato l’attenzione su questo, che è il punto veramente importante.

Non ci resta dunque che sperare che il Tribunale del riesame, che dovrà prendere l’ultima decisione nei prossimi mesi (per prassi il 5 settembre ci sarà un rinvio), sappia applicare le disposizioni di legge seguendo non l’interpretazione della Cassazione, ma quella che abbiamo cercato di abbozzare in questo articolo. Diversamente, si creerà un precedente molto pericoloso non solo per altri partiti, ma anche per casi analoghi che interessano i comuni cittadini.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero del 1° settembre 2018 (a pag. 7).

Lettera aperta a Trump sulle conseguenze dell’11 settembre

comedonchisciotte.org 1.9.18

DI THIERRY MEYSSAN

voltairenet.org

Signor Presidente,

I crimini dell’11 settembre 2001 non sono mai stati giudicati nel suo paese. Vi scrivo da cittadino francese, il primo a denunciare le incongruenze della versione ufficiale e ad aprire il mondo al dibattito ed alla ricerca dei veri esecutori.

In un tribunale penale, in quanto giuria, dobbiamo determinare se il sospetto portatoci sia colpevole o meno, e, alla fine, decidere quale punizione dovrebbe ricevere. Quando abbiamo assistito agli eventi dell’11 settembre, l’amministrazione Bush Junior ci ha detto che il colpevole era Al-Qaïda, e la punizione che avrebbe dovuto ricevere era il rovesciamento di coloro che l’avevano aiutata: prima i talebani afgani, poi il regime iracheno di Saddam Hussein.

C’è tuttavia una serie di prove che attesta l’impossibilità di questa tesi. Se fossimo membri di una giuria, dovremmo oggettivamente dichiarare che i talebani ed il regime di Saddam non sono colpevoli di questo crimine. Questo da solo, naturalmente, non ci consentirebbe di nominare i veri colpevoli. Non potremmo però concepire di condannare parti innocenti sol perché non abbiamo saputo come trovare i colpevoli.

Quando il Segretario di Stato per la Giustizia ed il Direttore dell’FBI, Robert Mueller, rivelarono i nomi dei 19 presunti dirottatori, capimmo tutti che stavano mentendo. Avevamo già di fronte a noi, infatti, le liste divulgate dalle compagnie aeree di tutti i passeggeri imbarcati – liste su cui nessuno dei sospettati era presente.

Da lì, siamo diventati sospettosi della “Continuità del Governo”, l’istanza incaricata di subentrare alle autorità elette dovessero queste venire uccise durante uno scontro nucleare. Abbiamo avanzato l’ipotesi che questi attacchi mascherassero un colpo di stato, in conformità col metodo Luttwak: mantenere l’apparenza dell’Esecutivo, ma imponendo una politica diversa.

Nei giorni successivi all’11 settembre, l’amministrazione Bush prese diverse decisioni:

– la creazione dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale ed il voto per un voluminoso codice antiterrorismo elaborato molto tempo prima, il Patriot Act. Per questioni che l’amministrazione stessa definisce “terroristiche”, questo testo sospende la Carta dei Diritti, che era il vanto del vostro paese. Sbilancia le vostre istituzioni. Due secoli più tardi, sancisce il trionfo dei grandi proprietari terrieri, che scrissero la Costituzione, e la sconfitta degli eroi della Guerra d’Indipendenza, che chiedevano che venisse aggiunta la Carta dei Diritti.

– il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, creò l’Office of Force Transformation, sotto il comando dell’ammiraglio Arthur Cebrowski. Quest’ultimo presentò immediatamente un programma, anch’esso pronto da tempo, che prevedeva il controllo dell’accesso alle risorse naturali dei paesi del sud geopolitico. Chiedeva la distruzione dello Stato e delle strutture sociali nella metà del mondo che non era ancora globalizzata. Il direttore della CIA lanciò contemporaneamente la «Worldwide Attack Matrix», un pacchetto di operazioni segrete in 85 paesi, dei quali Rumsfeld e Cebrowski intendevano distruggere le strutture statali. Considerando che solo i paesi le cui economie erano globalizzate sarebbero rimasti stabili e che gli altri sarebbero stati distrutti, gli uomini dell’11 settembre hanno dispiegato le forze armate statunitensi al servizio degli interessi finanziari transnazionali. Hanno tradito il suo paese e l’hanno trasformato nell’ala armata di questi predatori.

Negli ultimi 17 anni, abbiamo assistito alle bugie che vengono date ai suoi compatrioti dai successori di coloro che redassero la Costituzione e che al tempo si opposero – senza successo – alla Carta dei Diritti. Questi ricchi sono diventati super-ricchi, mentre la classe media è stata ridotta di un quinto e la povertà è aumentata.

Abbiamo anche assistito all’attuazione della strategia Rumsfeld-Cebrowski: quasi tutto il Grande Medio Oriente è stato devastato da “guerre civili”. Intere città sono state cancellate dalla mappa, dall’Afghanistan alla Libia, tramite Arabia Saudita e Turchia, che non erano esse stesse in guerra.

Nel 2001, solo due cittadini statunitensi hanno denunciato l’incoerenza della versione di Bush, due promotori immobiliari – il democratico Jimmy Walter, poi costretto all’esilio, e lei stesso, poi entrato in politica ed eletto presidente.

Nel 2011, abbiamo visto il comandante di AfriCom sollevato dalla propria posizione e sostituito dalla NATO, per essersi rifiutato di sostenere Al-Qaïda nella liquidazione della Libia. Abbiamo poi visto il LandCom della NATO organizzare il sostegno occidentale ai jihadisti in generale, e ad al-Qaïda in particolare, nel loro tentativo di rovesciare la Siria.

I jihadisti, considerati “combattenti della libertà” contro i sovietici, poi come “terroristi” dopo l’11 settembre, ancora una volta sono quindi diventati alleati del deep state (cosa che, in realtà, sono sempre stati).

Con immensa speranza, abbiamo quindi osservato le sue azioni per sopprimere, uno ad uno, tutti i loro sostenitori. È con la stessa speranza che vediamo oggi che sta parlando con la sua controparte russa per riportare vita nel devastato Medio Oriente. È però anche con analoga ansia che vediamo Robert Mueller, ora procuratore speciale, inseguire la distruzione della sua patria attaccando la sua posizione.

Signor Presidente, non solo lei ed i suoi connazionali soffrite della diarchia che è salita al potere dal colpo di stato dell’11/9, ma il mondo intero ne è vittima.

Signor Presidente, l’11 settembre non è storia antica. È il trionfo di quegli interessi transnazionali che stanno schiacciando non solo il suo popolo, ma tutta l’umanità che aspira alla libertà.

 

Thierry Meyssan

Fonte: http://www.voltairenet.org

Link: https://www.voltairenet.org/article202645.html

30.08.2018

Traduzione per http://www.comeonchisciotte.org a cura di HMG

L’OMBRA DEI MAGLIARI – C’È UN GRANDE ASSENTE IN QUELLA FOTO DI FAMIGLIA CHE (TARDIVAMENTE) I GIORNALI CONTINUANO DA GIORNI A PUBBLICARE DEI FRATELLI BENETTON: GIANNI MION – E’ LUI, IL MAESTRO DELL’INGEGNERIA FINANZIARIA CHE HA PERMESSO AI BENETTON DI DIVENTARE DA PICCOLI IMPRENDITORI DI MAGLIONCINI IN UNA DELLE FAMIGLIE PIÙ POTENTI D’ITALIA – ECCO COME HA FATTO IL “MIRACOLO”…

dagospia.com 1.9.18

Fabio Pavesi per “Dagospia”

GIANNI MION 1GIANNI MION 1

C’è un grande assente in quella foto di famiglia che (tardivamente) i giornali continuano da giorni a pubblicare. I 4 fratelli Benetton, da Luciano, a Gilberto a Giuliana fino a Carlo, scomparso lo scorso luglio saranno anche la raffigurazione iconica della dinastia trevigiana che ha scalato partendo dal nulla i vertici della finanza italiana, ma manca lo stratega, la mente finanziaria di Edizione la holding della potente famiglia veneta.

Lui Gianni Mion, il grande assente, classe ’43 da Vò, paesino in provincia di Padova è il vero artefice della trasformazione industrial-finanziaria di quella che all’inizio era solo un’azienda di maglioncini. Mion per oltre un quarto di secolo ha guidato da amministratore delegato, e poi dal 2012 da vicepresidente, la mirabolante metamorfosi di Edizione, il cuore dell’impero.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Entrato nel lontano ’86 sulla tolda di comando della finanziaria ne è uscito definitivamente nel 2016. Trent’anni in cui sotto la sua guida i Benetton da piccoli imprenditori dell’abbigliamento sono diventati una delle famiglie più potenti del Paese.

È lui che ha capito ante litteram che entrare nei business regolati e partecipare alla grande abbuffata delle privatizzazioni era la strada maestra per conquistare ricche rendite di posizione.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Del resto la sua carriera pre-Edizione, da semplice revisore contabile per una big four americana a direttore finanza di Marzotto ma soprattutto dirigente della Gepi la ex finanziaria pubblica gli aveva insegnato che quella torta delle ex partecipate pubbliche era un boccone ghiotto.

La prima grande occasione ce l’ha nel ’95. Privatizzazione della Sme che ha in pancia Autogrill e la rete dei supermercati Gs. Autogrill che serviva allora in modo pressochè esclusivo gli utenti della Autostrade sarà un successone.

La quota in Borsa nel ’97 e comprende che il futuro è nell’espansione all’estero. Sbarca negli Usa e fa diventare Autogrill un leader mondiale della ristorazione sulle rete autostradali e negli aeroporti.

GIANNI MIONGIANNI MION

La Gs verrà invece venduta con laute plusvalenze ai francesi di Carrefour. L’esperienza su Autogrill gli fa mettere gli occhi su Autostrade. Lì realizza il colpo della vita per i Benetton. Tuttora infatti più della metà dell’attivo di tutta Edizione Holding è composto da Autostrade, poi divenuta Atlantia.

L’operazione è da maestro dell’ingegneria finanziaria. Mettere pochi soldi, indebitarsi e scaricare poi il debito contratto dai Benetton con le banche sulla società acquisita. Un capolavoro delle operazioni a leva che permette alla famiglia trevigiana di comprarsi a tappe il controllo di Autostrade di fatto a costo zero.

vignetta krancic oliviero toscani difende i benettonVIGNETTA KRANCIC OLIVIERO TOSCANI DIFENDE I BENETTON

Ecco in sintesi l’operazione. Attraverso la scatola Schemaventotto, Edizione nel 2000 acquisisce il 30% di Autostrade che Iri privatizza. L’esborso, come ha ben documentato Giuseppe Oddo su dati di R&s Mediobanca, fu di 2,5 miliardi di euro, dei quali 1,3 miliardi di mezzi propri e 1,2 miliardi presi a prestito.

Il secondo passaggio avviene nel gennaio 2003, quando un altro veicolo finanziario controllato da Schemaventotto, denominato NewCo28, rilevò con un’Opa totalitaria il 54% di Autostrade per 6,5 miliardi. In tal modo NewCo28 incorporò Autostrade scaricandole il debito che aveva contratto per finanziare l’Offerta. Per i Benetton l’operazione si chiuse a costo zero.

GIANNI MIONGIANNI MION

Schemaventotto tra il 2000 e il 2009 prelevò infatti da Autostrade 1,4 miliardi di dividendi, tutti generati da utili, e ne collocò in Borsa il 12% con un incasso di altri 1,2 miliardi. Il ricavato totale fu di 2,6 miliardi di euro. I Benetton, spiega ancora Oddo, sono pertanto rientrati dal debito, hanno recuperato i mezzi propri investiti, e la loro partecipazione nella società vale oggi svariati miliardi.

Un’operazione da manuale del leverage buy out. E in fondo tutte le operazioni congegnate dall’amministratore delegato di Edizione ricalcano lo schema. Pochi capitali quel tanto che basta, messi all’inizio con dei veicoli finanziari con partecipazioni in cordata con altri dove però i Benetton hanno la quota di maggioranza. I veicoli si indebitano per poi scaricare il debito sulla società operativa acquisita che ha come per Autostrade la particolarità di avere forti e stabili flussi di cassa.

la famiglia benetton su vanity fairLA FAMIGLIA BENETTON SU VANITY FAIR

Così facendo l’esposizione debitoria con le banche viene trasferita ai piani di sotto, liberando la cassaforte di famiglia dal debito. Autostrade è l’esempio eclatante. Schemaventotto che acquisì nel 2000 il 30% della società autostradale aveva Edizione azionista al 60% seguita dai compagni di viaggio della Fondazione Cassa di risparmio di Torino con il 13%, presieduta allora da un altro protagonista eccellente Fabrizio Palenzona che con il business autostradale non sono con i Benetton ma anche con i Gavio costruirà molta della sua fama di banchiere politico, poi Ina (oggi Generali) e UniCredit con il 6,7% ciascuno.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

L’Opa successiva del 2003, che impegna 6,5 miliardi, è fatta a debito. I Benetton si ritrovano con il controllo maggioritario della società, mentre Autostrade si ritrova con i Benetton padroni di fatto e sul gobbone un debito monstre che caratterizzerà la società da allora fino a giorni nostri. Autostrade infatti nel 2017 ha debiti finanziari per oltre 11 miliardi tra banche e obbligazioni su cui paga ogni anno interessi per quasi mezzo miliardo, più del costo annuo degli investimenti operativi.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Non soddisfatto Mion e Gilberto Benetton, i registi finanziari della famiglia, mettono gli occhi sugli aeroporti. Prima comprandosi Gemina che ha in pancia gli Aeroporti di Roma. Nel 2013 Atlantia incorpora definitivamente Adr. Ma la passione per un altro business con alti margini come quello aeroportuale non finisce con Fiumicino.

Di recente Edizione è andata all’attacco degli aeroporti della Costa Azzurra acquisendoli nel 2016 per un controvalore di 1,3 miliardi. E poi una quota nell’aeroporto di Bologna e in Save. C’è solo una grande nota stonata nel genio finanziario di Mion. Quella nota è l’ingresso nel capitale di Telecom Italia da parte dei Benetton. Avventura chiusasi male a distanza di anni con una minusvalenza di oltre un miliardo.

GIANNI MIONGIANNI MION

E non è casuale che l’unico grande investimento boomerang sia stato proprio sul colosso telefonico. Lì, in quel mercato la concorrenza è formidabile. I prezzi e i margini sono in costante discesa da tempo. Non è un monopolio naturale come Autostrade o un business con alti afflussi di traffico e passeggeri come Autogrill o gli aeroporti. Nessuna bacchetta magica quindi per Mion, ma lo scivolone su Telecom non appanna di certo un grande fiuto per le operazioni su mercati di rendita e con un uso spregiudicato della leva finanziaria.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Basta del resto guardare alla Edizione di oggi, quella che ha costruito Mion in un quarto di secolo. Un gruppo da 12 miliardi di ricavi annui, di cui metà fatti in Italia e l’altra metà in giro per il mondo. Con un margine industriale lordo che cresce più del fatturato e vale oltre il 30% del monte ricavi.

Che ha sfornato, solo negli ultimi 5 anni utili netti per la famiglia per oltre 2,5 miliardi. Non solo in Edizione nel bilancio civilistico c’è cassa oggi da spendere per oltre 1,5 miliardi. Tutti i debiti sono nelle società operative a valle. Debiti imponenti che a livello consolidato valgono per Edizione oltre 18 miliardi tra obbligazioni e banche. E sui si pagano ogni anno 900 milioni di oneri finanziari.

luciano benettonLUCIANO BENETTON

È il capolavoro di Mion: business ad alto reddito, protetti,  che consentono con i loro margini di sostenere debiti ingenti che in altri contesti sarebbero ingestibili. E con la famiglia che con poco capitale proprio si trova a ricevere ogni anno dividendi plurimilionari. La rendita per eccellenza. Per la famiglia nata con i maglioncini la metamorfosi targata Mion non poteva che essere più radicale.

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PONTE MORANDI: “NO MANOMISSIONI IN VIDEO CROLLO”/ Ultime notizie Genova: “Pulizia macerie in 10 giorni”

Ponte Morandi, Cda Autostrade fa sapere di aver rispettato tutti gli obblighi prescritti dalla concessione: i ministri Toninelli e Di Maio all’attacco sui social contro la società.

Ponte Morandi, GenovaPonte Morandi, Genova

La pulizia dei detriti del ponte nel letto del Polcevera avverrà in 10 giorni. Lo assicura il consigliere delegato alla Protezione civile del Comune di Genova, Sergio Gambino. La situazione «sta mettendo a dura prova» i volontari con le prime piogge e le allerte meteo arrivate in anticipo, ma proseguono senza sosta i lavori per sgomberare il Polcevera alle macerie. «Dei 5 mila di partenza restano ancora da smaltire solo 800 metri cubi di materiale», ha dichiarato Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e commissario per l’emergenza a Genova, come riportato da Telenord. L’installazione dell’illuminazione notturna a Lungomare Canepa ha permesso di accelerare i lavori: «Ora vanno avanti h24 e presto consentiranno di consegnare la strada nuova e decongestionare il traffico nel ponente cittadino». Toti ha poi spiegato che «sono già 85 le case assegnate alle famiglie che hanno dovuto abbandonare le proprie dopo il crollo». (agg. di Silvana Palazzo)

ESCLUSA ANCHE IPOTESI FULMINE

Il video che riprende il momento del crollo del ponte Morandi non è stato manomesso. Il black out delle telecamere di Autostrade non è stato provocato da un intervento esterno. Il giallo del video interrotto è stato risolto: è quanto emerge dalle indagini della squadra mobile di Genova. La mattina del 14 agosto la centralina elettrica che alimentava le due telecamere aveva avuto più volte problemi. Il salvavita, come riportato da Rainews, si era staccato per cali di tensione ma poi era ripartito. Quando intorno alle 11.30 la pioggia si è abbattuta, il carico di acqua è stato talmente elevato che la centralina non è riuscita a ripartire. La seconda telecamera, che stava riprendendo lo svincolo, si è girata verso il ponte solo quando l’addetto alle telecamere ha visto le auto che frenavano e i mezzi che invertivano la marcia tornando indietro contromano. Il dispositivo è poi ripartito, ma il collasso era già avvenuto. Inoltre, è stata esclusa l’ipotesi del fulmine che avrebbe colpito uno degli stralli del ponte provocandone la rottura. I tecnici di Arpal hanno rilevato che la saetta più vicina si è abbattuta a una distanza di oltre un chilometro. (agg. di Silvana Palazzo)

TESTIMONIANZA CHOC DI 2 SOPRAVVISSUTI

A più di due settimane dal tragico evento del crollo del ponte Morandi di Genova, emerge una testimonianza da brividi di una coppia che è riuscita a sopravvivere alla caduta del viadotto, nonostante quel 14 agosto, alle ore 11:36, stava transitando proprio sul tratto di autostrada maledetto. Natalya Yelina e Eugeniu, sono stati intervistati dal Corriere della Sera, e ricordano così quei terribili attimi: «Il ponte ha iniziato ad alzarsi – racconta Natalya, per gli amici Natasha – e ho capito che stava succedendo qualcosa di bruttissimo. Quando abbiamo finito di cadere e rotolare ci siamo detti: siamo ancora vivi. Ma la nostra paura più grande era che non ci trovassero». La fortuna nella sfortuna è stata che il figlio della ragazza era rimasto a casa: «In quei momenti ho pensato ai miei genitori – racconta la ragazza 34enne – e a mio figlio che sarebbero rimasti soli se non ce l’avessi fatta». I due, dopo essere crollati assieme al ponte, e rimasti compressi in 50 centimetri di spazio, hanno iniziato ad urlare da sotto le macerie: «Non abbiamo perso sangue, conoscenza – racconta sorpreso Eugeniu – e poi essere qui dentro: anche questo ha del miracoloso». La coppia ha deciso di sposarsi, «per ringraziare il cielo di essere ancora qui. Quel giorno Dio ha conservato un nido per noi, per salvarci». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

SPUNTA UN VIDEO SECRETATO

Possibile svolta nelle indagini in merito alla tragedia del crollo del viadotto Morandi di Genova, che ricordiamo, ha causato la morte di 43 persone. Stando alle ultime indiscrezioni circolanti pare che la procura del capoluogo ligure stia esaminando un video secretato, realizzato con una telecamera fissa di proprietà di un’azienda che si trova in corso Perrone, immediatamente vicina a quella del crollo. Dal filmato in questione si può vedere con chiarezza il momento del crollo del ponte autostradale, in tutta la sua drammaticità, e fonti investigative avrebbero già confermato l’esistenza di tale nuova testimonianza. Ma perché il video non è stato divulgato? «Le immagini – ha spiegato il procuratore Francesco Cozzi al Fatto Quotidiano – non le possiamo divulgare per motivi investigativi. Se i vari testimoni oculari che stiamo sentendo le vedessero rischierebbero di raccontarci una versione inquinata di come sono andate esattamente le cose. E così ci permette anche di escludere mitomani che possano inventarsi le cose». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

LE PAROLE DI DIMAIO

Nel botta e risposta piccato andato in scena quest’oggi tra il cda di Autostrade e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, si inserisce anche il vicepremier Luigi Di Mao che commenta a modo suo il comunicato con cui la controllata di Atlantia ribadisce di aver adempiuto a tutti gli obblighi in quanto concessionaria nella gestione e manutenzione del Ponte Morandi. Se Danilo Toninelli aveva bollato quelle dichiarazioni come “indecenti”, il vicepremier pentastellato ci va giù più duro a proposito del presunto adempimento degli obblighi concessori previsti dalla convenzione con lo Stato: “Me la sono riletta tutta attentamente: far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto” punge Di Maio che poi ne ha anche per la famiglia Benetton, spiegando che da loro il Governo e non solo “si aspetta solo le scuse e i soldi per la ricostruzione del ponte, che non faranno loro: per il resto consiglio ad Autostrade di tacere dato che gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo”. (agg. R. G. Flore)

SI INDAGA PER MANOMISSIONE VIDEO CROLLO

Mentre si riaccende la polemica tra Autostrade per l’Italia e il Governo, segnatamente in relazione al comunicato in cui il cda della ribadisce di aver “rispettato tutti gli obblighi” e alla replica piccata del Ministro Danilo Toninelli (“Indecente”), emergono nuovi dettagli al video di cui tanto si parla e che ha ripreso gli ultimi istanti prima che il Ponte Morandi di Genova crollasse. Nelle ultime ore si apprende infatti che la Squadra Mobile del capoluogo ligure sta eseguendo delle indagini sul blackout delle telecamere di Autostrade per verificare che non vi sia stata alcuna manomissione da parte della stessa società. Ad ogni modo, pare che in possesso degli inquirenti via sia un’altra telecamera che ha ripreso tutta la tragedia, stando a fonti della Procura di Genova e si tratterebbe delle immagini contenute nei video dell’azienda Ferrometal. Il suddetto video però non è stato diffuso affinché non sia riconoscibile da eventuali testimoni e non li influenzi, viene fatto sapere da parte degli investigatori e dal procuratore Francesco Cozzi: “Così possiamo escludere anche dei mitomani che possono inventarsi le cose” ha ribadito. (agg. R. G. Flore)

AUTOSTRADE, “RISPETTATO OBBLIGHI”

Secondo Autostrade per l’Italia, tutti gli obblighi prescritti dalla concessione che la lega al Ministero delle Infrastrutture sarebbero stati rispettati, anche quelli in riferimento al ponte Morandi crollato a Genova. E’ quanto fatto sapere dal Cda che oggi si è riunito per riferire gli ultimi aggiornamenti annunciando al tempo stesso di essere pronto a replicare alle accuse del Mit che ha intanto avviato l’iter per la revoca della concessione. Lo scontro tra il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la società Autostrade per l’Italia, dunque, prosegue incontrastato. Con una lettera, la società si è espressa ribadendo il proprio convincimento in riferimento al totale adempimento degli obblighi ed ha colto l’occasione anche per rinnovare il proprio cordoglio per le vittime del crollo e la vicinanza all’intera comunità genovese. Nel corso dello stesso Cda è stato fatto anche un aggiornamento in riferimento allo svolgimento delle attività condivise nell’adunanza del 21 agosto, “in particolare, gli aiuti alle famiglie colpite che hanno interessato più di 200 nuclei familiari, le iniziative di ripristino della viabilità cittadina, le ulteriori iniziative di agevolazione del pedaggio e l’avanzamento del progetto di demolizione e ricostruzione del ponte”.

TONINELLI E DI MAIO CONTRO AUTOSTRADE

Il ministro Danilo Toninelli ha replicato con durezza alle parole contenute nella lettera di Autostrade. Su Twitter ha tuonato: “È incredibile sentir parlare #Autostrade di “puntuale adempimento degli obblighi” dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza. Rimetteremo le cose a posto e ridaremo sicurezza e servizi ai cittadini che viaggiano”. A fargli eco, su Facebook, è stato anche Di Maio che ha rincarato la dose scrivendo: “Autostrade dice di aver fatto ‘un puntuale adempimento degli obblighi concessori’ previsti dalla convenzione con lo Stato. Me la sono riletta tutta attentamente. Far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto”. Poi, il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro ha tuonato anche contro i Benetton dai quali si aspetta unicamente “scuse e soldi per la ricostruzione” del ponte Morandi che comunque non saranno loro a ricostruire. “Per il resto consiglio ad Autostrade di tacere. Gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo”, ha infine chiosato.

Barbari o divisi

di Marcello Veneziani – 01/09/2018 ariannaeditrice.it

Barbari o divisi

Fonte: Marcello Veneziani

Verrà il giorno che il verde si separerà dal giallo, la Lega sarà la nuova destra e il M5 Stelle sarà la nuova sinistra. Dalla maggioranza di governo del presente nascerà un nuovo sistema bipolare. I tempi potranno essere rapidi se in autunno o anche subito la coalizione si spaccherà sui temi sensibili che già conosciamo, vale a dire migranti, giudici, pensioni, reddito di cittadinanza, nazionalizzazioni, mentre su altri come l’Europa e l’avversione alla Casta dei potentati sembrano essere abbastanza omogenei. Ma se resisteranno alla prova d’autunno ci sarà poi la prova dell’Europa quando i due partiti si presenteranno divisi e faranno incetta di voti gli uni nell’area del centro-destra e gli altri in prevalenza della sinistra.

Questa profezia circola sotto traccia da qualche tempo, e Bobo Maronil’ha di recente rilanciata, vedendo nella Lega l’erede della destra e di Forza Italia e nei grillini gli eredi della sinistra e del Pd. Rispetto alla nuova destra e alla nuova sinistra che faranno quelle cariatidi in caduta? Cambieranno nome, faccia e leader ai loro partiti in ritirata, si aggrapperanno al passato (Veltroni e Berlusconi), cercheranno di aprire i ponti ai due Soggetti principali tramite i loro ambasciatori (Toti e Zingaretti). E per completare la partita si dovrà vedere poi che fine faranno Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali, se saranno dentro, fuori a mezzadria, satelliti o in disparte, rispetto ai due poli principali.

Insomma, il futuro non finisce mica qui, altri futuri si prospettano davanti, e nel rimescolamento del pappone nazionale non sono esclusi anche vintage, coalizioni riesumate e rigurgiti di passato. L’ipotesi subalterna, naturalmente, è che gli eventi precipitino, con l’aiutino determinante dei poteri interni e internazionali, e riescano a disarcionare la maggioranza, magari dopo averla divisa. E al suo posto, al governo ci manderebbero la Troika o chi ne fa le veci. Direi che è questa prospettiva a tenere unita l’alleanza gialloverde e a renderla sopportabile anche ai loro elettori refrattari, di ambo i versanti, sia coloro che non sopportano i grillini sia coloro che non sopportano i leghisti. Nell’attesa è divertente vedere come si regolano i maggiori segnalinee, sagrestani e portavoce dell’Establishment. Quasi tutti mirano a dividere gli alleati per farli cadere e la preferenza negli assalti è naturalmente contro Salvini, il Nemico Principale di tutti i poteri costituiti, magistrati inclusi. Insomma c’è gente che sta cercando di far saltare il ponte gialloverde, perché con i due tronconi divisi, come a Genova, non potranno più andare avanti.

Ma c’è una seconda via, un piano B, in cui risale l’antica indole democristiana che oggi veste i panni laici e curiali del Cardinal Paolo Mieli. È vedere se i barbari, come vengono sinteticamente definiti i leghisti e i grillini, possano essere convertiti, disossati o corrotti, secondo i punti di vista. La missione di ammansire i lupi e condurli all’ovile riguarda principalmente i grillini che sono radicali ma sprovveduti, giacobini ma dilettanti, non hanno una loro visione di riferimento ma agiscono random, sulla base di un pauperismo che si autodefinisce momento per momento, rete per rete. E soprattutto sono acquiescenti rispetto al Politically correct, sono più addomesticabili, non hanno le remore della Lega in tema di bioetica e famiglia, sovranità nazionale e confini, migranti e sicurezza. È così che il più modesto, il più moscio, il più rintronato dei grillini, Messer Fico, è diventato il loro ponte, la loro matrioska e il loro parente acquisito tramite cui chiedere il ricongiungimento.

Ma la conversione dei barbari in seconda battuta riguarda anche i leghisti. In questo senso era stato rivalutato persino Berlusconi e il suo bromuro personale, Tajani, con la missione di annacquarli, devitalizzarli fino a neutralizzarli, in un altro centro-destra a guida padronale, senza una linea e pronto a intendersi coi dirimpettai. Perché l’apice della redenzione dei barbari, per la curia dei potentati, è l’inciucio. Lasciare agli estremi gli irriducibili, bollati come nemici dell’Europa, della Modernità e della Democrazia liberale, e convergere al centro, governando come Ue comanda, senza l’ardire di rimettere in discussione i comandi. Questi sono gli scenari futuri. Insomma il film è ancora agli inizi, può essere un cortometraggio oppure un kolossal, non sappiamo la trama e nemmeno come va a finire. Se sarà un horror, un lietofine, una farsa.

Che sollievo, scoprire la dinamite nel viadotto di Genova

Giorgio Cattaneo libreidee.it 1.9.18

Che meraviglia, se il viadotto Morandi fosse stato davvero abbattuto, magari da terroristi, con una bella carica esplosiva. Staremmo tutti più tranquilli – tutti o, comunque, i tantissimi di noi che, ormai, hanno sempre bisogno di immaginare un complotto, per ridurre tutti i problemi all’azione di un nemico: il provvidenziale Uomo Nero, unico colpevole delle nostre sciagure. Fabbricare ogni volta un nemico, dice Gianfranco Carpeoro, fa molto comodo, al potere: ci aiuta infatti a non vedere mai la verità. E cioè che l’unico, vero “nemico” che ci minaccia, purtroppo, è lo stesso sistema nel quale viviamo: sempre meno equo e democratico, sempre meno accettabile, responsabile e sostenibile. Non capire che è ora di finirla con la “supercazzola” dell’ipotesi-bomba, per tentare di spiegare il disastro di Genova, significa non voler vedere che è tutta l’Italia che sta ormai crollando: «Crollano i ponti, crollano le chiese, crollano le scuole: è già successo, e magari tra un po’ crollerà un altro istituto scolastico, ammazzando un altro po’ di bambini», dichiara Carpeoro, in web-streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «Cosa aspettiamo a dedurre che, così, non si può andare avanti? Quando finirà di crollare anche il lavoro, finalmente, capiremo che l’Italia è un paese nel quale è sempre più difficile vivere, se non invertiamo radicalmente la rotta».

Tanti gli interrogativi sulla catastrofe di Genova, da parte del pubblico della diretta “Carpeoro Racconta” del 1° settembre: molti insistono – ancora – sulla evidente presenza di “bagliori” poco prima del drammatico schianto, preceduto da un rombo chiaramente udibile. Clamorose le dichiarazioni dell’ingegnere padovano Enzo Siviero, già docente universitario a Venezia: a “Reteveneta” ha detto che le modalità del crollo lasciano aperta, almeno al 50%, la possibilità (teorica) di un attentato. Ipotesi che la magistratura di Genova liquida con le parole del procuratore Francesco Cozzi: «Puro delirio». Già, ma la storia delle immagini scomparse causa “guasto” delle webcam di Autostrade per l’Italia? Carpeoro taglia corto: «Non sono un tecnico e non mi intendo di ponti – premette – ma sono certo che gli inquirenti siano in possesso di tutte le immagini inerenti il crollo, peraltro riproposte continuamente anche in televisione». Bagliori? «Appunto: la presenza di un bagliore non significa automaticamente “esplosione”». Il botto? Idem: «Ogni crollo è preceduto da un cedimento, da un collasso strutturale evidentemente anche rumoroso. In ogni caso: di che siamo parlando? La magistratura è al lavoro, sta indagando. Scoprirà quello che è successo. Tenendo conto del fatto, ormai accertato, che non sono state rinvenute tracce di esplosivo: e le esplosioni ne lasciano sempre».

Massone, esoterista, studioso di simbologia e autore di “Summa Symbolica”, opera in più volumi sul significato dei simboli che ci circondano e che il più delle volte subiamo passivamente, non sapendoli “leggere”, Carpeoro – esponente del Movimento Roosevelt presieduto da Gioele Magaldi – invita spesso il suo pubblico a stare in guardia, rispetto al “pensiero magico” di cui è imbevuta la società, e del quale il potere si serve sempre per depistarci, ogni volta, dal vero obiettivo. «Seriamente: riguardo a Genova, l’unico vero beneficiario teorico dell’ipotesi complottista chi sarebbe? Lei, la società autostradale oggi sotto accusa: sarebbe comodissimo, per Autostrade e per la vecchia politica che ha avallato quel tipo di gestione, potersi assolvere grazie all’ombra di un attentato. Ma evidentemente non c’è il minimo presupposto per poter sfruttare questa possibilità». Si parla di ponti, dopotutto: «E’ ormai appurato che le attuali infrastrutture hanno una durata media di cinquant’anni: dopodiché occorre mettervi mano, pena il rischio che vengano meno gli standard di sicurezza. Ed è quello che, in tutta Italia, non sta più succedendo: per questo crollano ponti, viadotti, scuole e persino le chiese antiche, che avrebbero a loro volta bisogno di frequenti interventi di restauro e consolidamento».

Il vero complotto, dice Carpeoro, è consistito nell’aver “regalato” la nostra rete autostradale, all’epoca delle privatizzazioni “allegre” varate dal centrosinistra, con il patrimonio nazionale elargito a imprenditori “amici”, non vincolati a rigorosi obblighi. Il dramma di Genova? «Dovuto, evidentemente, a incuria criminosa». Da parte dei Benetton? Attenzione, avverte sempre Carpeoro: nel gruppo Atlantia, che controlla Autostrade, sono presenti grandi poteri internazionali, anche massonici: dalla superloggia neoliberista “Three Eyes”, «cui fa riferimento l’ambiente paramassonico frequentato dai Benetton, notoriamente finanziatori dei Clinton», all’altra famigerata superloggia ultra-reazionaria, la “Hathor Pentalpha” fondata dai Bush, a cui – secondo Magaldi – è collegato Larry Fink, il patron dell’immenso fondo d’investimento BlackRock, azionista di Atlantia. Non sarà facile togliere a questa gente la gallina dalle uova d’oro rappresentata dalle autostrade italiane: «Vedrete che arriverà una telefonata dall’America e la concessione non verrà affatto revocata, o magari si farà un’altra gara, aperta allo stesso gruppo».

Questa è la sostanza, ribadisce Carpeoro, e le leggende sulla demolizione controllata del viadotto genovese – con fantomatiche cariche esplosive – servono proprio a non vedere la tragica realtà dei fatti: è sempre l’Uomo Nero a far sparire la verità, mettendo al riparo – ancora una volta – il sistema, che è marcio. In questo caso, l’esasperazione complottistica rischia di lasciare in ombra uno scandalo storico e colossale, come quello delle privatizzazioni-omaggio fatte sulla pelle degli italiani. Siamo infatti prigionieri di un paese che (grazie all’euro e al rigore imposto da Bruxelles) sta letteralmente crollando, non potendo più ricorrere alla spesa pubblica. Non bastassero i censori della Commissione Europea è pronta la minaccia dello spread alle prime avvisaglie di aumento del debito, teoricamente pubblico ma ormai di fatto privatizzato anche quello, essendo denominato in euro anziché in moneta sovrana. Magari la colpa fosse dell’Uomo Nero, in questo caso travestito da bombarolo: sarebbe un sollievo, scoprire che la colpa è di un unico delinquente. «In realtà, a questo ci ha portato l’evoluzione spirituale degli ultimi anni», ripete Carpeoro: «Ci serve sempre un nemico immaginario, che in fondo è rassicurante. Fa molta più paura scoprire che l’unico vero nemico è proprio il sistema».

Perchè si nasconde la verità sulle autostrade?L’inchiesta di Report

jedanews.it 29.8.18

L’inchiesta di REPORT del 2004 sulla farabutta gestione Benetton delle autostrade

 

Eccovi una inchiesta del 2004 condotta dalla Gabanelli per la trasmissione «Report».Raccontava, già allora, la verità sulla privatizzazione delle autostrade.

Perché si tenta di nascondere la verità sulla privatizzazione delle autostrade italiane? Cosa si nasconde dietro il crollo del Ponte Morandi a Genova? Eccovi una inchiesta del lontano 2004 condotta magistralmente da Milena Gabanelli per la trasmissione della Rai «Report».

È stato proprio questo programma a raccontare, già quattordici anni fa, la verità sulla privatizzazione delle autostrade italiane. In questa puntata di Report del 2004 si capisce come e perché le autostrade italiane sono diventate meno sicure. Guardate il filmato per capire chi sono i veri responsabili politici del crollo del Ponte Morandi di Genova. Se condividete diffondente questo servizio televisivo. E’ un modo per rompere il muro di silenzio che hanno alzato in Italia.

Come TripAdvisor ha cambiato il turismo

il post.it 1.9.18

E come nel frattempo è cambiato TripAdvisor, che oggi è usato da un essere umano ogni 16

 (Giorgio Cosulich/Getty Images)

TripAdvisor è usato almeno una volta al mese da 465 milioni di persone: circa una su 16 tra quelle che esistono al mondo in questo momento. È una società che sta ai viaggi come Google sta alle ricerche, Wikipedia alla conoscenza, Amazon agli acquisti online e Facebook alle relazioni personali: opera in quasi monopolio in gran parte del mondo, su gran parte di quello di cui si occupa. Eppure se ne parla meno che di Google, Facebook o Amazon, e capita raramente che la si porti a esempio di come la tecnologia abba cambiato un settore economico o un’attività umana, in questo caso i viaggi e le vacanze. Linda Kinstler ha raccontato sul Guardian la sua storia, provando a spiegare quanto, come e perché la società abbia cambiato il turismo.

Kinstler ha paragonato TripAdvisor a un guestbook, un libro degli ospiti: un posto in cui lasciare un’opinione, negativa o positiva, che possa servire ad altri che la leggeranno, ma che non porta nessun vantaggio a chi la scrive. Solo che dal 2000 a oggi TripAdvisor ha messo insieme 661 milioni di recensioni su più di 7,7 milioni di “cose”: ristoranti, alloggi ed esperienze. Ha cambiato il turismo – Kinstler scrive che ha «ribaltato il settore» – dando potere alle persone; ma come sempre il ribaltamento ha causato dei problemi, non ancora del tutto risolti.

TripAdvisor fu fondata a Boston nel 2000, sei anni dopo Amazon e quattro anni prima di Facebook. Il suo amministratore delegato è ancora Stephen Kaufer, uno dei fondatori: un tipo schivo, che non ha nemmeno una pagina sulla versione inglese di Wikipedia. L’idea iniziale prevedeva che la società aggregasse recensioni professionali, per esempio quelle delle guide di viaggio o dei giornali. Dopo un po’, e senza grandi aspettative, fu aggiunta la possibilità di scrivere recensioni per gli utenti. In TripAdvisor si accorsero di due cose: molte persone volevano dire la loro e, soprattutto, moltissime persone erano interessate a quello che altri “come loro” avevano avuto da dire su certi posti. Capito l’andazzo, la società puntò tutto sulle recensioni amatoriali, abbandonando le opinioni degli esperti.

Negli anni TripAdvisor è cresciuta, ha cambiato proprietà, si è quotata in borsa e ha acquisito 28 società che, ha scritto Kinstler, «coprono ogni possibile elemento dell’esperienza di viaggio». Su TripAdvisor ormai non si va più solo per vedere com’è un certo ristorante, ma anche per capire come spostarsi da un posto all’altro e prenotare strutture e visite guidate. Se ve lo siete mai chiesto, il logo è un gufo con un binocolo: da una parte è rosso, dall’altra è verde (rosso = fermati, non andare; verde = vai, è bello). Sul sito le recensioni sono espresse in palline e non in stelle, per evitare di fare confusione con le stelle degli hotel.

Al momento ogni azione di TripAdvisor vale un po’ meno di 50 euro; circa un terzo in più del valore all’ingresso in borsa, ma meno della metà del valore massimo raggiunto nel 2014. I dati relativi al secondo trimestre del 2018 dicono che la società è in crescita (le entrate sono state di 433 milioni di dollari, con un guadagno netto di 32 milioni di dollari) ma la crescita è più lenta del previsto. Come ha scritto l’affidabile sito Motley Fool, TripAdvisor «sta avendo problemi a concretizzare la crescita che gli investitori si aspettano che abbia». Sono però in grande crescita le recensioni (il 24 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e i visitatori unici mensili (il 10 per cento in più rispetto al secondo quarto del 2017). La società divide le sue entrate in due principali categorie: “Hotel” e “Non-Hotel”; la prima, la più grande, sta andando peggio che in passato; la seconda è in grande crescita (il 22 per cento in più rispetto a un anno fa). Vuol dire che TripAdvisor sta cercando di crescere anche in altri settori, per esempio la prenotazione dei viaggi, che per il momento sono però ancora minoritari.

Su TripAdvisor c’è davvero di tutto (anche l’Osho International Meditation Resort and Guesthouse a Pune, in India) e si trova ogni tipo di opinione: chi scrive «solo un mucchio di sassi» parlando di Stonehenge, chi scrive «alla fin della fiera, è solo un ponte» parlando di Rialto o chi si lamenta di una visita alle piramidi scrivendo «brutta esperienza, non c’è niente da fare» o di una al Colosseo perché «dentro non c’è niente».

Ma se non sarà una recensione, magari ironica, a far perdere visitatori al Colosseo o al Museo del Louvre (88mila recensioni, 4,5 su 5, ottava miglior cosa da fare a Parigi), l’economia della reputazione è fondamentale per tante altre attività di accoglienza o ristorazione. Come spesso succede quando qualcosa di grosso cambia in un settore, i valutati (hotel e ristoranti) hanno prima cercato di combattere TripAdvisor – per esempio facendo causa alla società o agli utenti che lasciavano recensioni negative – ma poi hanno capito che toccava conviverci: oggi gestire la propria presenza su TripAdvisor, fare i conti con le recensioni negative, intervenire per rimuovere cosa non piace ai clienti, è diventata una parte fondamentale del lavoro di chiunque abbia un ristorante o un albergo.

Per venire incontro ai valutati, dal 2011 TripAdvisor ha per esempio smesso di fare classifiche al negativo – “I peggiori alberghi eccetera” – dopo che un albergatore le fece causa perché il suo hotel, il Grand Resort Hotel & Convention Center a Pigeon Forge, Tennessee, era finito al primo posto della classifica dei posti più sporchi degli Stati Uniti. Qualcuno continua comunque a fare causa alla società (più che altro per far rimuovere qualche recensione) ma la grande maggioranza delle attività ha accettato il cambiamento. Alcuni hanno anche iniziato a pagare direttamente TripAdvisor per far sì che il loro albergo o ristorante compaia come contenuto sponsorizzato in alcune ricerche. Ma TripAdvisor fa comunque soldi anche grazie alle commissioni sulle prenotazioni che arrivano direttamente dal sito.

Gli hotel e i ristoranti hanno capito che è importante capire le recensioni, interagire con quelle negative, lavorare su quello che non funziona e, nel caso, usare un voto alto su TripAdvisor come un importante risultato da mostrare. Kinstler ha spiegato che, in questo senso, TripAdvisor ha dato potere a chi non ne aveva e ha quindi cambiato il settore in meglio, rendendolo più democratico, aperto alla critica e quindi al miglioramento.

Sul suo sito, TripAdvisor presenta alcune “storie di successo“, che mostrano come certe attività possano crescere anche solo grazie a una maggiore attenzione ai voti sul sito (quasi sempre grazie a pubblicità a pagamento, che oltrepassano un po’ il concetto recensione-voto). Non esistono studi simili per TripAdvisor ma è stato calcolato per Yelp, un sito simile e popolare soprattutto negli Stati Uniti, che un aumento di una stella nel giudizio medio corrisponde a un aumento delle entrate compreso tra il 5 e il 9 per cento.

Il più efficace esempio per spiegare quanto TripAdvisor abbia cambiato il settore in cui opera è una storia raccontata nel 2017 da Vice. Oobah Butler, che prima di lavorare con Vice aveva scritto finte recensioni a pagamento, raccontò di come riuscì per un po’ di tempo a far sì che la sua modestissima casa risultasse – grazie a finte recensioni e finte foto – il ristorante meglio recensito di Londra.

Oltre a spiegare il radicale e repentino ribaltamento di dinamiche dovuto a TripAdvisor, la storia di Butler è anche l’emblema di un grosso ostacolo che TripAdvisor si trova davanti. L’economia della reputazione funziona infatti solo se la gente si fida delle recensioni: solo se quella reputazione è percepita come veritiera. La presenza di “fabbriche di recensioni” (i cui dipendenti sono pagati per scrivere finte recensioni che abbassino o alzino la media) e l’aumento di finte recensioni (magari fatte anche solo da amici e parenti) è un serio problema per tutti, ma ancora di più per TripAdvisor. Dina Mayzlin, professoressa di marketing all’università dalla South California, ha detto che il trend delle finte recensioni «mette a rischio l’esistenza di TripAdvisor, perché fa crollare tutti i presupposti su cui si basa». Un discorso simile va fatto per le sponsorizzazioni: gli utenti vogliono che al primo posto ci sia il posto migliore (cioè con il più alto voto medio). Se i primi posti dovessero iniziare a essere troppo occupati dai posti che pagano di più per comparire lì in alto, verrebbe meno la fiducia degli utenti, e quindi il presupposto su cui si basa il tutto.

TripAdvisor ha uno specifico reparto che si occupa di rimuovere le finte recensioni, e anche di individuare e far chiudere le società che offrono finte recensioni a pagamento. Ci riesce solo in parte e c’è anche il problema che, a volte, vengono eliminate recensioni che sembravano finte ma erano vere, sballando così certe valutazioni. Il tutto è complicato dal fatto che nel frattempo è aumentata la concorrenza: se all’inizio TripAdvisor fu uno dei primi siti a offrire agli utenti la possibilità di dire la loro, ora su Internet quasi tutto è recensibile. TripAdvisor ha ancora il vantaggio di essere un sito globalmente riconosciuto e usato, con milioni di recensioni, ma deve però riuscire a garantire che le sue informazioni siano veritiere e affidabili. Kinstler ha fatto notare che il motto iniziale della società era «Scopri la verità e vai». Fu poi cambiato in «Recensioni di cui ti puoi fidare». Ora è diventato «Conosci meglio. Prenota meglio. Arrivaci meglio».

[L’intervista] La strage di Genova, il contratto d’oro ai Benetton e la rabbia di Toninelli: “L’autostrada svenduta per un piatto di lenticchie”

di Giuseppe Caporale, direttore di TiscaliNews 1.9.18

Il ministro Toninelli
Il ministro Toninelli

Niente debiti, siam tedeschi

 il manifesto.it 1.9.18

Viaggio Nella Globalizzazione. Quarta puntata. Nei rapporti fra Germania e Italia dal XIII secolo al Novecento ritroviamo tanti elementi attuali. Dal Fondaco di Venezia alla fondazione della Banca Commerciale Berlino ci ha (quasi) sempre insegnato come fare soldi veri

Jacob Fugger che dà fuoco ai certificati di debito di Carlo V nel dipinto di Karl Becker del 1866

Al processo di globalizzazione che abbiamo descritto nell’articolo precedente, l’Italia e la Germania partecipano con ruoli certo significativi, ma non sempre di primissimo piano. Questo anche perché essi non costituiscono ancora degli Stati unitari e non hanno la forza di questi ultimi; per l’Italia poi, con l’apertura dei traffici atlantici, viene meno la centralità del Mediterraneo.

PUÒ ESSERE INTERESSANTE analizzare alcuni aspetti dei rapporti economici e finanziari tra i due paesi europei tra il Quattrocento e la fine dell’Ottocento, anche nel più vasto campo di battaglia europeo e, sia pure indirettamente, anche mondiale.

Questo ci permette di vedere da una parte come i rapporti di forza tra paesi possono cambiare anche fortemente nel tempo, dall’altra di comprendere almeno alcune delle radici storiche della rigidità tedesca nello gestire ancora oggi le tematiche finanziarie.

Ricordiamo così come, sino a pochissimi anni fa, fosse difficile utilizzare le carte di credito a Berlino, come poi la parola schulde significhi insieme debito e peccato, come ancora, nell’imposizione da parte della Germania, tramite Bruxelles, delle politiche di austerità ai paesi del Sud-Europa, ci fosse una specie di volontà di punizione per essersi essi troppo indebitati e come e perché siano infine sin troppo celebrate nel paese teutonico le virtù del risparmio.
Noi abbiamo in generale una idea molto vaga dei rapporti economici dell’Italia con la Germania nei tempi andati; forse l’unica informazione presente a qualcuno è quella che a Venezia c’era, e c’è ancora, un cosiddetto Fondaco dei Tedeschi.

Tale edificio, la cui prima fondazione risale al XIII secolo, è stato un importante punto di approdo, di incontri e di scambi dei mercanti tedeschi e più in generale di quelli dell’Impero con i Veneziani. Esso testimonia della centralità della città nei traffici con l’Europa del Nord; i mercanti stranieri apportavano in particolare le loro merci e acquistavano quelle dei veneziani e quelle provenienti dall’Oriente.

Qui, tra l’altro, il giovane Jacob Fugger soggiornò apprendendo le arti contabili e quelle finanziarie.

L’ITALIA ERA ALLORA la culla della finanza e del diritto, ma, come ha poi osservato qualcuno, si vede che i due soggetti sono stati tanto a lungo nella culla che si sono addormentati.

L’Hansa è all’origine un raggruppamento dei commercianti della Germania del Nord, che si estende poi sino a comprendere città non solo tedesche, ma quelle riveranee (ed anche molte dell’interno) tra il mare del Nord e il Mar Baltico, sino al golfo di Finlandia. Essa si forma essenzialmente intorno all’obiettivo di proteggere i suoi mercanti all’estero e di sviluppare il loro commercio, con rapporti sino all’Oriente, oltre che con la Germania del Sud e l’Italia.
Le Lega si indebolirà fortemente, come le città italiane, a partire dalla scoperta dell’America, ma anche a causa della crescita di diverse realtà rivali e verrà formalmente sciolta nel 1669.

Di fronte all’aumento nel tempo del pericolo rappresentato dall’arrivo dei rivali, vengono poste delle limitazioni alla loro attività. Con gli italiani il trattamento fu particolare. Ad un certo punto i mercanti della penisola volevano fare concorrenza a quelli dell’Hansa offrendosi di fare credito ai clienti (i mercanti dell’Hansa vendevano solo in contanti), ma tale tecnica fu totalmente proibita.

Successivamente, riconoscendo la loro superiorità commerciale e finanziaria (quanto distanti quei tempi!), la dieta di Lunenburg nel 1412 arrivò a proibire loro ogni attività.
Viene forse già da qui la riluttanza all’indebitamento presente nel mondo tedesco.

UN GRANDE STORICO dell’Ottocento ha definito il Cinquecento come il secolo dei Fugger; la definizione è un po’ esagerata, perché i banchieri tedeschi dominarono la scena di quel secolo per poco più di cinquanta anni; però la frase appare utile per sottolineare il loro grande peso nella finanza e nella politica del secolo.

Jacob Fugger, il più importante della stirpe, approfittando del fatto che il fratello era diventato un uomo di Curia, cominciò ad occuparsi dei movimenti di fondi della Chiesa tra Roma e la Germania, inserendosi in particolare nello scandaloso sistema delle indulgenze. Ottenne poi la gestione della zecca papale. Un prestito al conte Sigsmondo di Asburgo varrà il controllo della moneta del Tirolo e poi quella della produzione d’argento nei possedimenti austriaci. Si lega all’imperatore Massimiliano cui presta somme enormi.

Il suo ruolo sarà fondamentale quando il futuro Carlo V dovrà battere la concorrenza di un rivale, Francesco I di Francia, per accedere al trono degli Asburgo. In cambio dei prestiti necessari a comprare la carica (ma una parte molto consistente del denaro lo prende a prestito dai genovesi) egli otterrà tra l’altro il monopolio dei cambi nella città di Anversa.

DOPO AVER SPREMUTO i Fugger, gli Asburgo però li abbandonano e si rivolgono ormai ai genovesi. I tedeschi si stancano ad un certo punto dell’atteggiamento dei re spagnoli, ma anche della forza e della capacità dei banchieri della città ligure.

Essi si lamentavano: «Noi lavoriamo con la moneta buona, quelli lavorano con la carta», alludendo alle acrobatiche manovre e speculazioni finanziarie cui, senza attendere i maghi di Wall Street, i genovesi si davano allegramente e che i tedeschi non avevano la capacità o la voglia di imitare.

La poca simpatia dei tedeschi per la finanza viene già da qui. Per altro verso, il caso mostra come i rapporti tra finanza e potere siano normalmente molto stretti.

È noto come la Germania sia il paese dove sono nate e si sono di più sviluppate nell’Ottocento le forme solidaristiche di attività bancaria, dalle casse di risparmio alle banche di credito cooperativo, a quelle popolari. Ma accanto alla volontà di aiutare i piccoli agricoltori e artigiani, l’obiettivo fondamentale degli ambienti conservatori è anche quello di allontanare le classi lavoratrici dalle organizzazioni sindacali e dal socialismo montanti. Il risparmio appare ancora una volta come un’arma politica.

LE NUOVE FORME BANCARIE arriveranno quasi pari pari anche in Italia, ma, per la verità, con minore carica ideologica anti-socialista che nel modello originale.

Dopo l’unità d’Italia il sistema bancario nazionale è in pezzi; con il tempo interverranno notevoli capitali esteri nel settore. È grande merito di quelli tedeschi, ma anche austriaci e svizzeri, di contribuire in maniera decisiva a fondare la Banca Commerciale italiana e a svilupparla su solide basi con dirigenti tedeschi.

Essa diventerà la più avanzata del nostro paese, contribuendo, tra l’altro, non poco, a finanziare la nascente industria nazionale; ma arriverà poi il fascismo e pretenderà che i quadri bancari fossero tutti di nazionalità italiana; avremo così, anche per questo, la debacle del sistema nei primi anni Trenta. Ma qualcosa rimane nel dna della banca, che ancora oggi, unitasi poi a Intesa San Paolo, può essere probabilmente considerata quella gestita meglio tra gli istituti italiani.

(4a puntata – fine)

Le altre tre puntate

https://ilmanifesto.it/i-paradisi-fiscali-degli-assiri/

https://ilmanifesto.it/e-poi-arrivarono-i-popoli-del-mare/

https://ilmanifesto.it/asia-export-tutte-le-vie-delle-sete-portano-a-trump/

Lo strano caso della nuova obbligazione bancaria Intesa Sanpaolo

https://www.adviseonly.com/ 

Il retroscena dietro all'ultima emissione obbligazionaria di Intesa San Paolo

Ha fatto notizia, la nuova emissione obbligazionaria di Intesa Sanpaolo. Un po’ perché si sta assistendo al ritorno dei bond bancari, in particolare dopo l’avvento di questo governo anti-establishment. Un po’ perché questo bond rende meno del BTP di analoga scadenza. E così sono tornato anche io, che ultimamente navigo in altre acque, così, giusto per un breve commento.

L’obbligazione Intesa Sanpaolo e il suo alter ego governativo

L’obbligazione emessa da Intesa Sanpaolo è di tipo senior preferred unsecured a tasso fisso1, con una cedola annua del 2,125%, e ha durata quinquennale, scadendo il 30 agosto 2023. A questo bond Moody’s ha dato rating BAA1, S&P gli ha dato un BBB, Fitch ha optato per un BBB e DBRS per BBH: insomma, il rating è buono, in modo generalizzato.

La cosa che stupisce è che il BTP comparabile con quest’obbligazione, anch’esso con scadenza agosto 2023, ha un rendimento lordo del 2,6%, mentre il bond Intesa Sanpaolo rende il 2,2%. Da un lato abbiamo un titolo di Stato, dall’altro un titolo bancario senior ma non garantito. Entrambi con un merito creditizio (ancora) buono, nonostante tutto ciò che incombe su questo disgraziato Paese. Dal punto di vista di un investitore retail, la differenza di rendimento si allarga ulteriormente, visto che la tassazione per i titoli di Stato è del 12,5%, mentre per le altre obbligazioni è 26%.

Ora, è vero che quella di Intesa Sanpaolo è un’emissione che guarda assai agli investitori istituzionali (anche per il taglio minimo: 100 mila euro, con successivi scalini di 1.000 euro), appartenendo all’asset class delle obbligazioni societarie bancarie Investment Grade euro, mentre il BTP è un’altra asset class, cioè obbligazioni governative euro a medio termine. Si tratta perciò di due segmenti differenti, e la teoria finanziaria (Market Segmentation Theory, su dài, “googolate” un po’, che migliorate la vostra cultura finanziaria) ci dice che ha senso che i due rendimenti siano differenti (e comunque 0,40% di differenza all’anno non è poco, corrisponde a oltre il 2% in cinque anni).

I più scafati tra voi sapranno che la differenza tra i due rendimenti corrisponde anche a una differenza nelle probabilità di default attribuite dai mercati: la probabilità di default estorta matematicamente ai CDS (sono dei credit derivatives che includono una valutazione del rischio di default) è rispettivamente pari a 2,3% per Intesa Sanpaolo e pari a 11,8% per il BTP quinquennale: cinque volte tanto. Mica noccioline. Ma ha veramente senso o siamo di fronte a un evento da psicologia dell’insolito? La risposta più semplice e diretta è questa: è il mercato. Se non vi piace, basta non acquistare il titolo di Intesa Sanpaolo, ritenendo il suo rendimento insensatamente basso. Ma forse il nocciolo della questione è un altro.

Il punto

Il punto è che, da qualunque parte la si guardi, questa situazione ha colori e odori malsani per un risparmiatore che abbia mire su obbligazioni del genere.

Partiamo dal quadro d’insieme: questo Paese non sta bene. Gli investitori stanno solo attendendo i numeri della nota autunnale d’aggiornamento al DEF, in pratica il budget proposto dall’attuale governo, per vedere un po’ cosa succede. Già, perché le finanze pubbliche italiche sono molto preoccupanti, ma ancora non disastrose.

Ma potrebbero presto diventarlo: la coalizione di governo ha fatto promesse elettorali costose, che, in casi estremi, potrebbero condurre al default del Paese e/o a un’uscita dall’Euro. Per evitare una grave crisi, il governo deve spendere abbastanza da accontentare i suoi elettori, ma non abbastanza da scatenare il disastro, che si estenderebbe oltre i confini nazionali. Compito non facile.

A giudicare l’operato del governo italiano non sarà un misterioso e segretissimo comitato di membri di una congiura “demo-pluto-giudaico-massonica”. No. Ci sono i mercati finanziari. Cioè una marea di risparmiatori di tutto il mondo, tramite i fondi pensione e d’investimento nei quali hanno investito anche piccole somme, fondi sovrani, banche, assicurazioni, tesorerie d’aziende di tutti gli angoli di questo disgraziato pianeta. Nel momento in cui, in modo assolutamente non pre-coordinato (cosa impossibile, mi spiace per i “gomblottisti”), riterranno complessivamente che l’Italia non è affidabile, sarà la fine.

In tal caso, è difficile che una banca italiana come Intesa Sanpaolo, forte sì nel nome e nella reputazione e importante a livello di sistema, ma tutt’ora farcita di titoli di Stato italiani, se la possa passare granché meglio dei titoli di Stato. Difficile. Per inciso, gli investitori istituzionali esteri e italici non amano particolarmente l’Italia in questo periodo, tanto perché lo sappiate. Lo dicono i numeri, per esempio quelli degli spread rispetto ai titoli tedeschi, sulla scadenza decennale: sono aumentati drammaticamente per l’Italia, per gli altri Paesi no. Non è difficile da capire il perché.

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Morale: per quel che vale, oggi io non comprerei obbligazioni italiane. Né emesse dallo Stato, né da Intesa Sanpaolo, né da altri. Fossi in voi, piuttosto, darei un’occhiata a un portafoglio anti-sfiga come il nostro Portafoglio AO Euro Tsunami.

Riflessioni sulla leva militare obbligatoria

di Sabrina Terranova – 1 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

Generazione Z: è questo l’appellativo utilizzato per indicare i nati dal 1996 al 2010. Sono i bambini e i ragazzi che oggi hanno tra gli 8 e i 22 anni e sono la generazione dei nativi digitali, i First Connected Kids, coloro che sono cresciuti in un mondo già tecnologico e altamente informatizzato. I post-Millennials posseggono una spiccata tendenza all’autonomia, alla non-discriminazione, alla ricerca del contatto con il mondo e le sue differenti culture; per questo sono amanti dei viaggi, delle piattaforme sociali attraverso le quali fare esperienza del nuovo e del diverso, di tutto ciò che è creativo e innovativo. Sono altresì consapevoli che il mondo è nelle loro mani e che per possederlo a volte basta “swippare” con un dito su un display LCD. Di loro si parla poco – o comunque non si parla abbastanza – ed è per questo che spesso gli adulti non sono in grado di comprenderli, di aiutarli, di indirizzarli e di rispondere alle reali incombenze a cui un Centennials – gli appellativi sono molteplici – si trova a dover far fronte.

L’adulto di riferimento della Generazione Z – Millennial se si è fortunati, Generazione X nel più comune dei casi – ha subìto sulla propria pelle i cambiamenti della società degli ultimi 20-30 anni e li ha accolti con iniziale sfiducia, riluttanza, preoccupazione, diffidenza. L’uomo e la donna che oggi hanno superato i 40 anni di età, hanno visto scomparire la lira, le cabine telefoniche, le televisioni a tubo catodico, i mangiacassette e poi anche – come se non bastasse – i lettori CD, i piccoli negozi di quartiere, il telefono fisso, i rullini fotografici, i termometri a mercurio e persino le mezze stagioni. In buona sostanza si sono visti catapultati in un mondo diverso, per certi aspetti del tutto nuovo, in cui ciò che era familiare o è scomparso, o si è evoluto. Hanno dato alla luce i loro figli in questa nuova società digitalizzata senza essere del tutto equipaggiati per accompagnarli a crescere in essa. Tutto intorno a loro si evolve e starvi al passo è piuttosto complicato, cosa che non si può certo dire per i Centennials che sono, al contrario, in grado di adeguarsi e adattarsi ai cambiamenti tecnologici e sociali cui si va incontro di anno in anno. È in questo contesto e in questi gap generazionali che trova luce la recente proposta dell’attuale Ministro dell’Interno Matteo Salvini, avanzata con un tweet dal suo profilo ufficiale il giorno 12 agosto, tesa a valutare una reintroduzione del sevizio di leva militare obbligatorio per i giovani tra i 18 e i 28 anni, dunque la fascia d’età che comprende gli Younger Millennials e gli Older Gen Z.

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Pur essendo stata prontamente respinta dai membri della coalizione, poiché misura non prevista dal contratto di governo che intercorre tra Lega e Movimento 5 Stelle, la proposta circa il servizio militare ha destato un – seppur flebile – clamore per via dei pareri discordanti e diametralmente opposti espressi in relazione ad essa. Una buona parte della popolazione adulta italiana ritiene che la leva militare sia lo strumento adatto attraverso cui educare i giovani al rispetto, al senso del sacrificio e dell’impegno, alla collaborazione e condivisione con i propri compagni evitando l’isolamento provocato dalle nuove tecnologie, all’acquisizione di regole della buona convivenza e del vivere civile, all’indipendenza e all’obbedienza. Al contrario, molti si sono espressi con opinioni di rifiuto ritenendo che il servizio militare sia fondato su un metodo obsoleto e coercitivo che nulla possa offrire di educativo e formativo e che potrebbe altresì danneggiare, più che rinforzare, un giovane che sta per affacciarsi al mondo dell’università o del lavoro. Di fronte a tale parallelismo è opportuno interrogarsi e cercare di indagare a fondo la questione, poiché la tematica va ben oltre il mero schieramento tra chi è d’accordo e chi non lo è, tra chi è a favore e chi contro, tra chi è troppo rigido e chi troppo lassista.

La proposta di reintroduzione della leva militare obbligatoria è cruciale e fortemente rappresentativa del nostro Paese, che si dimostra nuovamente essere una nazione vecchia, governata da giovani e meno giovani perlopiù legati ad una mentalità arcaica, incapaci di innovazione e di scelte audaci, impossibilitati ad uscire dalla logica dei bianco/neronoi/lorosì/no dimenticando che esistono anche il grigio, la comunità e il dipende. Il servizio di leva obbligatoria nacque ancor prima dell’unità d’Italia e si estese ufficialmente a tutto il territorio nazionale nel 1875. Tutti i cittadini maschi dovevano dedicare un anno o più della loro vita all’addestramento militare in contesti spesso lontani dalla propria regione di origine e dagli affetti. Gli scopi fondanti di tale misura risultano essere l’educazione dei giovani e l’ampliamento delle forze armate addestrate, escludendo le donne che di fatto sono entrate a far parte delle forze armate dell’esercito italiano negli ultimi decenni del ‘900. Nel 2004, constatato il generale e consolidato periodo di pace internazionale, l’obbligatorietà del servizio venne sospesa – non abolita – con la Legge Martino (L. 23 agosto 2004, n. 226) che sanciva di fatto la possibilità futura di reintroduzione dell’obbligatorietà qualora vi fossero state necessità incombenti di sicurezza e difesa dello Stato. È da qui che si riparte oggi: quella sospensione decretata 14 anni fa potrebbe essere revocata.

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Come si evince dalla proposta di legge n. 4594 del 2017, ormai decaduta, di iniziativa dei deputati della Lega Nord della scorsa legislatura, la leva obbligatoria consentirebbe di ricostruire nei giovani una cultura della solidarietà e della collaborazione tra i cittadini, di restituire un senso di appartenenza e amore per la patria e, infine, di rispondere ad alcuni bisogni primari del territorio, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si sente più portato: la protezione civile o la difesa militare. Più nello specifico, attraverso la cosiddetta naja si intende

garantire alle Forze armate un bacino più ampio di riserve mobilitabili, qualora la situazione internazionale non accenni a migliorare e risulti invece indispensabile affiancare ai professionisti attuali, di cui peraltro dovrebbe essere ridotto in modo consistente il numero, una più vasta platea di persone che abbiano svolto un servizio militare addestrativo basico.

Il testo specifica che il servizio, militare o civile, avrà una durata di otto mesi, dovrà essere assolto nell’arco di tempo tra i 18 e i 28 anni e sarà previsto indistintamente per uomini e donne, compatibilmente con gli impegni di studio, nella propria Regione. Sebbene i propositi siano meritevoli, è bene soffermarsi sulle motivazioni che hanno spinto il Ministro ad avanzare tale proposta e sulle conseguenze che questa potrebbe avere nell’immediato futuro, qualora il ripristino della naja dovesse effettivamente compiersi.

Matteo Salvini

Le dichiarazioni del Ministro e di altri esponenti della Lega sembrano far intendere che il nostro Paese stia vivendo una crisi dei valori, un’emergenza educativa che caratterizza le nuove generazioni: i giovani appaiono privi di stimoli, incerti, prepotenti, dipendenti dalle tecnologie e dai social network, disinteressati e scostanti, narcisisti, insubordinati, apatici. Hanno pertanto bisogno di essere indirizzati, condotti verso il tipo di educazione che i loro padri hanno ricevuto. In pratica, hanno bisogno di essere riportati indietro al 1970, quando il benessere economico e sociale era al suo massimo splendore, quando il lavoro non mancava, le opportunità erano limitate ma pur sempre presenti, la famiglia era solo all’inizio del suo declino e tutto era ancora da scoprire. È il mondo in cui la Generazione X ha sempre vissuto e che, nostalgicamente, vorrebbe riportare in auge.

Peccato che costringere i giovani di oggi ad adattarsi alla società di ieri sarebbe come tornare a vivere senza i cellulari o le auto o le calcolatrici. Possibile, ma quasi innaturale ed è plausibile pensare che nessuno, neanche il più conservatore e tradizionalista tra noi, sarebbe disposto a farlo.

Nel giudicare la proposta di reintroduzione della leva militare obbligatoria, risulta importante sottolineare quanto la classe politica ignori chi siano i giovani di oggi, quali siano le problematiche del mondo del lavoro (consideriamo il 40% di disoccupazione giovanile) e quali invece le criticità legate ad un sistema scolastico che non è in grado di fornire una didattica al passo con i tempi e un orientamento efficace ed in linea con le richieste della società.

Lo afferma Matteo Locatelli, cyberpedagogista esperto di adolescenza e specialista in pedagogia clinica e media digitali attivo nella provincia di Varese, il quale aggiunge in via provocatoria:

Se è la società stessa ad essere immorale, se è la generazione adulta ad aver fallito nel delicato compito della trasmissione dei valori, se sono i genitori in primis a rimanere legati ad un principio narcisistico di benessere generale…come può un giovane essere confacente alle aspettative di chi desidera vederlo educato, altruista, civilmente impegnato? A queste condizioni, forse sono gli adulti ad aver bisogno della leva!.

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Non diverso è il parere degli altri professionisti del settore educativo e della salute coinvolti nella presente ricerca tramite un sondaggio online, che è stato compilato da circa 60 esperti tra cui educatori, pedagogisti, psicologi, e insegnanti. Più della metà degli intervistati ha riconosciuto la necessità di pensare a proposte alternative al servizio militare obbligatorio che possano comunque andare a rispondere alle esigenze della società così come a quelle dei giovani: risulta fondamentale pensare a interventi che siano ideati e progettati da esperti del mestiere, educatori e pedagogisti in particolare, i quali sono in grado di fornire una attenta analisi del contesto, dei bisogni, delle modalità più adatte per farvi fronte. Non occorre che un militare insegni ad un giovane a rispettare le regole: ci sono modalità pedagogicamente rilevanti e scientificamente funzionali che prescindono dall’abuso di potere o dall’imporsi sterile dell’autorità. Tra le soluzioni alternative pervenute tramite il sondaggio, si sottolinea che sarebbe importante puntare sul servizio civile nazionale – già esistente e da potenziare, sul ripristino delle ore di educazione civica a scuola, su un rinnovamento del nostro scadente sistema scolastico, sulle politiche per la famiglia e il sostegno ai genitori nel difficile ruolo cui sono chiamati, sulla collaborazione tra agenzie educative che ruotano attorno al bambino e al giovane, sulle esperienze di aggregazione e di volontariato in contesti diversi da quello di origine, sulle pratiche di prevenzione del disagio, sui progetti di cittadinanza attiva e di buona cittadinanza, sullo sviluppo di una cultura umanistica che sia di tutti e per tutti e che ci aiuti a ritrovare quel senso di umanità e civiltà che a volte sembra perduto. Gli educatori, i pedagogisti, gli psicologi, gli insegnanti, i sociologi, i filosofi, gli antropologi e tutti i professionisti dell’umano sono pronti a questa sfida, occorre lasciarli operare.

È necessario che si comprenda che non esistono solo il bianco o il nero: il sentimento del “si stava meglio una volta” è anacronistico di per sé, poiché “una volta” non esiste più. È un errore dividere il mondo in noi e loro: se l’intento è quello di educare i giovani alla solidarietà, all’amor di patria e al rispetto dell’altro è inutile separare i buoni dai cattivi e sperare di essere dalla parte fortunata della barricata. È doveroso prendere le distanze dai  assoluti e dai no imperativi: c’è un universo infinito di risposte, di causali, di varianti che non riescono a star chiuse dentro due lettere. Ecco, perciò, che bisogna riconoscere il grigio: forse è vero che si stava meglio una volta, ma indietro non si può tornare e l’unica cosa sensata da fare è prendere il buono che c’era un tempo e adattarlo al presente, senza snaturare ed impedire l’evoluzione delle cose. Dunque sì all’educazione dei giovani, ma con le modalità e i presupposti adeguati al nostro/loro tempo. Bisogna poi riappropriarsi della comunità: la comunità è ciò che ti fa sentire legato alle altre persone, dalle quale puoi ricevere sostegno o per le quali puoi essere un aiuto. Dunque sì a politiche educative, ma con i professionisti formati per tale compito i quali hanno il dovere di lavorare in sinergia con metodologie interdisciplinari. Bisogna, infine, innamorarsi del dipende: non ci sono categorie indivisibili, il mondo e gli uomini presentano miliardi di sfaccettature di cui occorre tener conto. Dunque sì anche ai militari e al servizio di leva, ma che non sia obbligatorio e rivolto indistintamente a tutti, bisogna iniziare a guardare alle individualità e qualità di ciascun giovane e proporre misure adatte a ciascuno di modo che ognuno cresca in libertà e in congruenza con il proprio essere.

Tribunale Pescara salva dalle banche due imprenditori

Redazione PdN primadanoi.it 1.9.18

tribunale pescara

PESCARA. Vittoria in primo grado per due imprenditori pescaresi sostenuti da Sos Utenti e dai suoi specialisti in difesa di vittime delle banche.
L’avvocato Emanuele Argento, delegato abruzzese e membro del direttivo nazionale della Sos Utenti, è riuscito a trarre in salvo due imprenditori pescaresi, aggrediti con decreti ingiuntivi da due diverse banche nel 2012 e nel 2013, dopo 6 anni di battaglia giudiziale dinanzi il Tribunale di Pescara,.

Il Tribunale con due separate sentenze ha azzerato i debiti pretesi dalle rispettive Banche.

UNA STORIA COMINCIATA NEL 2012

Nel dicembre del 2012 una Banca aveva richiesto ed ottenuto dal Tribunale di Pescara un Decreto Ingiuntivo a carico di un Imprenditore Pescarese e del suo garante fideiussore per 78.761,63 euro quale presunto saldo debitore di due conti correnti.

Nel mese di Aprile del 2013 un’altra Banca aveva richiesto ed ottenuto sempre dal Tribunale di Pescara un altro Decreto Ingiuntivo a carico di un altro imprenditore e del suo garante fidejussore per 56.000 euro a motivo di due presunte anticipazioni di fatture non pagate confluite su vari rapporti di conto corrente e assistito dalla garanzia fidejussoria sino a € 232.500,00.

I Fidejussori ai quali le Banche hanno chiesto il pagamento si sono opposti ed il Tribunale ha azzerato il credito delle banche.

LA SENTENZA

La Sentenza del Tribunale di Pescara del 22 agosto scorso (numero 1175/2018), a firma del Giudice Unico Grazia Roscigno, sintetizza che «nel Contratto di conto corrente con apertura di credito l’onere della prova è a carico della banca in sede di opposizione a decreto ingiuntivo e che, in mancanza di tutti gli estratti conto completi, il fideiussore può opporre al creditore tutte le eccezioni “di merito” che spettano al debitore principale».

Siccome la Banca non ha provato come si sia formato il suo credito, il tribunale lo ha azzerato liberando il Garante Fidejussore dal pagamento della somma di 56.000 euro richiesto con Decreto Ingiuntivo.

La sentenza del Tribunale di Pescara del 24 agosto scorso (numero 1209/2018), a firma del Got Sabrina De Simone conferma che «nel contratto di conto corrente con apertura di credito, l’onere della prova di come si sia formato il saldo debitore è a carico della banca in sede di opposizione a decreto ingiuntivo. La mancanza del contratto di apertura del conto corrente e di tutti gli estratti conto completi comporta la revoca del decreto ingiuntivo e la condanna della banca a rimborsare le spese di lite».

«E’ noto», commentano da Sos Utenti, «che la richiesta del Decreto Ingiuntivo comporta la “Morte Creditizia e Morte Bancaria” della vittima che viene costretta a vivere nel limbo della società civile senza credito, senza carte di credito e spesso senza nemmeno un conto corrente attraverso il quale pagare le Tasse e poter gestire una vita normale.

Ci son voluti 6 anni di strenua difesa legale ad opera dell’instancabile avvocato Emanuele Argento per far emergere la verità e per respingere ogni pretesa delle due Banche che non sono riuscite a provare il loro credito».

«In Abruzzo, ma anche in tutta Italia – riferisce il presidente onorario della Sos Utenti,

Gennaro Baccile – un terzo delle pretese creditorie delle banche attivate con Decreti Ingiuntivi si rivelano “bufale” e prive di ogni fondamento. Una piaga che coinvolge nella regione Abruzzese non meno di 10.000 utenti bancari, per 1 miliardo e 400 milioni circa di crediti bancari classificati a sofferenza, inesistenti se sottoposti a giudizio come quelli dei due imprenditori pescaresi»

Il dato nazionale ammonta a ben 1 milione e 100 mila affidati equivalenti a circa 65 miliardi di € di debiti bancari forse fasulli.

LA GRANDE ABBUFFATA – ECCO COME IL SOLITO PRODI HA REGALATO A DE BENEDETTI E CRAGNOTTI LA SME, CHE RIUNIVA TUTTE LE ATTIVITÀ AGROALIMENTARI DELL’IRI – DA QUELLA SVENDITA (CHE LO STESSO GIORGIO NAPOLITANO DEFINÌ UN FURTO) SONO DERIVATI I DUE PIÙ GRANDI SCANDALI FINANZIARI DELLA REPUBBLICA: IL CRAC DI PARMALAT E CIRIO, CHE HANNO MESSO SUL LASTRICO 100MILA RISPARMIATORI CON UN BUCO DI OLTRE 4 MILIARDI – VIDEO

dagospia.com 1.9.18

Carlo Cambi per “la Verità”

 

ROMANO PRODIROMANO PRODI

Gira in Rete il filmato di una ragazza saggia, per quanto arrabbiata, che apostrofa Romano Prodi: «Non possiamo dimenticare che lei, come presidente dell’ Iri, ha svenduto il patrimonio economico italiano. Lei partecipò in prima persona alla nascita dell’ euro, come premier e come presidente della Commissione europea.

Lei ha svenduto il nostro futuro in cambio di cosa? Abbiamo ottenuto la libertà di andare all’ estero a fare i camerieri o di vivere una vita di precarietà e miseria. Le chiedo che riconosca i suoi errori e magari ci chieda anche scusa».

Vale più di un trattato sulle privatizzazioni il grido di «Cristina, di Rethinking economics di Bologna» perché questa è tutta la verità sul disastro che Romano Prodi, con l’ ottima compagnia di Mario Draghi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti, ha provocato all’ Italia.

cragnottiCRAGNOTTI

La svendita dell’ agroalimentare dell’ Iri è però un capitolo a parte: è la summa del disastro e una tavola ben apparecchiata per gli amici degli amici: Unilever, Benetton, De Benedetti, passando per tutto il sottobosco affaristico prima Dc e poi ulivista.

Il caso Sme è la plastica rappresentazione dell’ incapacità di quelli che sono diventati personaggi dal sapere economico mitologico, «prenditori» protetti da Confindustria e foraggiati da un sistema bancario complice, in azione dal 1985 al 1994.

All’ ombra della Sme – un agglomerato che andava da Motta a Cirio, da Bertolli ad Autogrill, dai surgelati ai supermercati, che nel 1985 fatturava oltre 800 miliardi di lire e dava utili consistenti – si sono consumate vendette, scontri tra cooperative e industrie, il tutto in un turbinare di carte bollate che hanno seguito – in Italia la giustizia va così – il corso degli eventi politici.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Più si consolidava l’ idea dell’ Ulivo con Prodi conducator, più i tribunali si occupavano non del disastro prodotto dal Professore, ma di chi lo aveva contrastato. Dalla svendita Sme sono derivati i due più grandi scandali finanziari della Repubblica italiana: il crac di Parmalat e Cirio, che hanno messo sul lastrico oltre 100.000 risparmiatori, con un buco di oltre 4 miliardi di euro, dando un colpo mortale alla credibilità internazionale del sistema finanziario italiano.

de benedetti 2DE BENEDETTI 2

I risparmiatori saranno i veri pelati di Stato, altro che le conserve che Prodi ha svenduto a Sergio Cragnotti, senza passare dal via. Ma ovviamente oggi nessuno ne parla più perché protagonisti di quei casi furono Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, protettissimi dalla Dc e molto amati da Prodi.

Complice ne fu Cesare Geronzi, il padrone di Banca di Roma (abbiamo visto ieri che fu creata apposta per fare da pronta cassa per le svendite prodiane) condannato a 4 anni al termine di un processo durato 15 anni. Dalla disgraziata svendita della Sme è derivata la perdita di centralità del nostro agroalimentare.

CALLISTO TANZICALLISTO TANZI

Ed è bene sapere che se c’ è il caporalato al Sud, se chi produce latte non ce la fa a tirare avanti, se la grande distribuzione è diventata intoccabile e strozza gli agricoltori, se Francia e Spagna hanno fatto banco sulle nostre eccellenze agroalimentari, tutto questo va sul conto di questa operazione.

La storia è complessa e ci vide lungo Bettino Craxi che al di là della damnatio memoriae costruita dagli ultimi epigoni del Pci, diventati improvvisamente liberisti, ebbe a dire nel 1997 dall’ esilio di Hammamet: «Si presenta l’ Europa come una sorta di paradiso terrestre; l’ Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo, nella peggiore sarà un inferno.

geronzi cucciaGERONZI CUCCIA

La cosa più ragionevole era pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht. Perché se l’ Italia ha bisogno dell’ Europa, l’ Europa ha bisogno dell’ Italia e l’ Italia è un grande Paese».

Sembra la chiosa alla protesta di Cristina e Craxi fu colui che impedì che Prodi regalasse a Carlo De Benedetti tutto l’ agroalimentare italiano per una cifra quattro volte inferiore al valore poi realizzato (probabilmente meno della metà del valore reale).

Tutto ebbe inizio nell’ aprile del 1985 quando Bruno Visentini, repubblicano, viene avvertito da Giancarlo Elia Valori (il grande capo della Sme irizzata) che Prodi, arrivato a presiedere l’ Iri già dal 1982, voleva fare un regalo a Carlo De Benedetti e battezzò l’ affare come «quel pasticciaccio brutto di via Veneto».

CIRIOCIRIO

C’ era il leit motiv alimentato bene da Prodi che comprava pubblicità sui giornali: lo Stato non può né sfornare i panettoni né fare i pelati, nonostante Pietro Armani, vicepresidente dell’ Iri in quota Pri, e Giancarlo Elia Valori dimostrassero, bilanci alla mano, che la Sme si avviava a produrre buoni utili.

Ma nel frattempo Carlo De Benedetti con la Cir si era comprato la Buitoni-Perugina per 160 miliardi. Un anno dopo la rivenderà alla Nestlé per 1.600 miliardi e si guadagnerà il soprannome di CoBaVe che sta per Compra baratta e vendi. Che il gruppo Buitoni-Perugina sia stato poi spolpato non interessa più a nessuno.

CARLO DE BENEDETTICARLO DE BENEDETTI

Prodi ha in testa il modello tedesco e per inseguirlo distruggerà l’ economia italiana. Così vuole dare la Sme a De Benedetti per costruire un solo polo dell’ agroalimentare. I due si mettono d’ accordo in gran segreto – Prodi avvertirà solo Clelio Darida, allora ministro dc delle Partecipazioni statali -per una cifra ridicola: De Benedetti offre meno di 1.100 lire ad azione quando la quotazione è di 1.270.

Il 29 aprile del 1985, nelle stanze di Mediobanca, Prodi e De Benedetti firmano, presente Enrico Cuccia, il preliminare d’ acquisto: la Buitoni-Perugina rileva dall’ Iri il 31% di Sme per 397 miliardi e un ulteriore 13% di azioni viene valutato 100 miliardi.

craxiCRAXI

Giorgio Napolitano, allora comunista, fa il diavolo a quattro e parla di furto, Craxi si mette di traverso e blocca tutto. Si organizza una cordata alternativa composta da Silvio Berlusconi, Ferrero e Barilla. La vendita sfuma e ne nasce un contenzioso che va avanti 13 anni e su cui si incardinerà anche il famoso «processo Sme» che terrà il Cav imputato per quasi 10 anni.

Secondo la Procura di Milano aveva comprato le sentenze per impedire il trasferimento della Sme a De Benedetti. Cesare Previti e il giudice Renato Squillante furono condannati, Berlusconi completamente assolto. Ma nessuno ha invece indagato sulla seconda vendita di Sme. Si materializza nel 1993 quando alla presidenza dell’ Iri c’ è Franco Nobili che ha deciso di vendere a pezzi: Italgel, Gs e Autogrill, Cirio-Bertolli-DeRica.

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Scoppia Tangentopoli, Antonio Di Pietro arresta Nobili, che resta in galera due mesi e poi viene completamente scagionato, ma tanto basta per far tornare all’ Iri Romano Prodi.

E lui, trovandosi lo spezzatino preparato da Nobili, si bea della vendita della Sme. Ma fa colossali errori ed enormi favori.

Il primo favore è per la Nestlè: gli dà Italgel per 680 miliardi quando Nobili aveva già concordato 750. Il secondo lo fa ai soliti Benetton. Ci sono in ballo gli Autogrill e i veneti, che già pensano ad Autostrade e si portano a casa i ristoranti insieme ai supermercati Gs. Ai Benetton vanno anche i ristoranti Ciao, il marchio Pavesi e proprietà immobiliari.

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Tutto per 740 miliardi. Rivenderanno i supermercati al gruppo francese Carrefour – di fatto aprendo le porte dell’ Italia alla grande distribuzione d’ Oltralpe per 5.000 miliardi di lire.

Secondo due procure, Perugia e Salerno, ai Benetton alla fine sono rimasti in tasca poco meno di 5.000 miliardi di lire e la rete Autogrill. Ma lo scandalo vero è la privatizzazione della Cdb (Cirio-Bertolli-De Rica).

Prodi la mette a bando per un valore di 380 miliardi, la metà di quello stimato dagli advisor.

Si fa avanti subito la Granarolo (Legacoop), ma Prodi sa già a chi vuole vendere. Il Pci cerca d’ impallinarlo ma lui resiste: i pomodori sono per Cragnotti, il latte per Tanzi, ma serve un intermediario per non farla troppo sporca.

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Compare così Carlo Saverio Lamiranda di Acerenza, pupillo di Ciriaco De Mita. La sua cooperativa Fisvi raggruppa produttori di pomodori e ha un capitale sociale di 50 milioni di lire. Eppure Prodi prosegue con Lamiranda, che si fa dare da Cesare Geronzi una fideiussione da 50 miliardi.

Prodi assegna alla Fisvi le quote e prima che la finanziaria delle coop agricole lucane abbia pagato una sola lira Lamiranda gira la Bertolli (il più prestigioso marchio di olio d’ Italia) alla Unilever per 253 miliardi. Unilever, di cui Prodi è stato consulente fino a poco prima di tornare all’ Iri, rivenderà poi agli spagnoli guadagnandoci un centinaio di miliardi.

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Con i soldi di Bertolli, Lamiranda paga la prima tranche all’ Iri, poi costituisce con Cragnotti la Sagrit girandogli la Cirio. L’ affare viene fatto, presente Prodi, nell’ ufficio di Cesare Geronzi, che di fatto presta a Cragnotti, via Lamiranda, i soldi per comprare la Cirio e il latte. Cragnotti poi girerà a Parmalat il latte, realizzando una plusvalenza fittizia che è alla base del crac di Cirio e Parmalat.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

Lamiranda resta con pochi spiccioli, ma soprattutto finirà processato: il classico pesce piccolo che paga per tutti. Il 24 febbraio del 1996 Prodi riceve un mandato di comparizione dal pm romano Giuseppe Geremia per abuso d’ ufficio.

Geremia a novembre chiederà il rinvio a giudizio, ma di quel procedimento si sono perse le tracce. Come nessuno ha mai indagato su quanto denunciato dal Telegraph. Secondo il quotidiano britannico nel 1994 Unilever fece un bonifico di 4 miliardi alla società di studi economici Asa di Romano Prodi e della moglie Flavia, via Goldman Sachs. Perché? A nessuno è interessato saperlo.

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Come a nessuno è interessato sapere che dalla privatizzazione a spezzatino inventata da Nobili lo Stato incassò più di 2.000 miliardi: dieci anni prima Prodi voleva dare la Sme a De Benedetti per una cifra quattro volte inferiore.

Ma soprattutto a nessuno interessa che, smembrata la Sme, la grande distribuzione oggi non è più italiana: la Parmalat è di Lactalis e la Bertolli è degli spagnoli. E tutti lucrano sui nostri agricoltori. Ha ragione Cristina: «Hanno svenduto il futuro in cambio di che cosa?».

L’antieuropeismo e la sua resistibile ascesa: smontarlo si può

Giuliano Amato  firstonline.info 1.9.18

L’ex premier e oggi giudice costituzionale svela le contraddizioni del sovranismo e raccomanda agli europeisti, e soprattutto ai più giovani, di non arrendersi ma di condurre una coraggiosa battaglia culturale e civile per smontare le falsità di una rappresentazione emotiva e caricaturale dell’Europa

L’antieuropeismo e la sua resistibile ascesa: smontarlo si può

Il Manifesto di Villa Vigoni (Ndr. lanciato l’anno scorso a Roma da un gruppo di giovani studiosi e professionisti) è giunto al momento giusto dalle persone giuste. Il 60° anniversario del Trattato di Roma non era un’occasione celebrativa come tante altre. Cadeva in un momento fra i più difficili della nostra vita comune europea, segnato da una marea all’apparenza inarrestabile di movimenti politici, che ottengono consensi crescenti in diversi paesi dell’Unione con slogan sovranisti capaci di captare il disagio e le ansie di tanta parte delle nostre popolazioni, promettendo una vita migliore al riparo delle rispettive frontiere, senza immigrati, senza i vincoli di bilancio imposti dall’Europa e senza le troppe regole con cui essa ci sovrasta. Con slogan del genere era stato vinto, nel 2016, il referendum su Brexit. Altrove non è questa la posta, ma l’antieuropeismo è ormai temuto come il collante di una possibile maggioranza nel prossimo Parlamento europeo. 

Dobbiamo arrenderci? Dobbiamo fare come la attuale leadership europea, che – notano gli autori del Manifesto nel dar conto delle ragioni che li hanno portati a scriverlo – si sta rivelando priva di coraggio e di visione, pronta al più  a limitare il danno per lo status quo? L’opinione prevalente, fra gli stessi europeisti, sta diventando questa, perché l’impopolarità attuale dell’Europa non consentirebbe di più e in particolare sarebbe sorda agli argomenti, tutti razionali, con cui la sua causa si può sostenere, a fronte della forte presa emotiva degli argomenti contrari. E viene fuori qui, almeno in italiano, l’argomento della pancia. Gli elettori ormai reagiscono con la pancia, i populisti parlano appunto alla pancia, e l’appello alla ragione è per ciò stesso perdente. 

Vivaddio, non è necessariamente così, ci dice il Manifesto. E ce lo dice al momento giusto, perché è crescente la sensazione che l’invincibilità della pancia sia frutto più di viltà che di verità. Ed anche se è vero, per dirla in termini meno volgari, che l’emotività vuole sempre la sua parte nello spingere su un versante o sull’altro, non è affatto detto che restino inascoltati argomenti razionali  fatti valere con chiarezza ed energia a favore di cause per le quali sia anche possibile destar simpatia. 

Certo, nei primi decenni della nostra storia comune la causa dell’integrazione poté avvalersi di un messaggio (messianico, lo ha definito Joseph Weiler) dalla forza emotiva ineguagliabile, “non più guerre fra noi, non più figli, fratelli, padri morti a milioni, non più distese sterminate di croci ai fianchi delle nostre strade”. Il messaggio parlava inizialmente alle generazioni che avevano perso quei figli, quei fratelli, quei padri e poi ha continuato a parlare a quelle, immediatamente successive, che li avevano almeno nella memoria. Dopo certo ha perso la sua forza, è diventato esso stesso un argomento (solo) razionale. Ma non è affatto vero – si abbia il coraggio di dirlo – che un argomento razionale è privo oggi di attitudine a circolare e ad essere accolto. 

Siamo nel tempo dei social, delle fake news che diventano virali, dei pregiudizi a larga circolazione. Trovo paradossale che si pensi a limitazioni legali per combatterli e non ci si adoperi piuttosto per contrastarli, facendo circolare, altrettanto largamente, le verità che negano. Se c’è un interesse, c’è anche chi si muove, e l’effetto si ottiene. Pensiamo a quella madre, preoccupata che il suo bambino immunodepresso possa trovarsi circondato a scuola da bambini non vaccinati. Ha raccolto duecentomila firme contro i “no vax” e ha consentito così alla ragione di dare un brutto colpo al pregiudizio. 

Si può fare anche per l’Europa. Intanto la si può presentare in modo assai meno odioso di come oggi fanno, incontrastati, gli antieuropeisti. E’ una pletora di burocrati? No, ha meno dipendenti di un grande comune. Passano però la vita a scrivere regole incomprensibili e astruse che noi dovremmo applicare. No, neppure questo è vero. Facciamo il confronto fra una direttiva europea, fatta di articoli brevi e chiari, e una delle tante leggi italiane fatte invece di articoli lunghi ciascuno tre pagine, tutte colme di rinvii ad altre leggi. Fa cose che comunque non ci interessano. Questa è una bugia ancora più grossa. Ci interessa la protezione della natura, ci interessa tutelare i nostri territori dove abbiamo panorami da non deturpare e biodiversità da non distruggere?  Noi italiani eravamo stati antesignani in questo, ma poi è stata l’Europa che ci ha pensato per tutti con la sua rete di territori protetti, Natura 2000, e che ora è diventata, anche nei nostri confronti, vigile garante di tali patrimoni. Riteniamo giusto che prima di ogni opera venga fatta la Via, la valutazione di impatto ambientale? Bene, questa è una invenzione europea, alla quale noi ci siamo adeguati. Siamo contrari alle discariche malsane e male odoranti? E’ l’Europa che le ha vietate e che caso mai ci multa, perché noi continuiamo ad averne.  Siamo contrari alla proroga delle concessioni senza gara, che premiano sempre gli stessi e impediscono agli altri di farsi valere? E’ l’Europa che se ne fa carico e combatte questi privilegi. 

Non può essere dunque in ciò che fa la ragione della nostra insoddisfazione verso l’Europa. Apparirà inizialmente paradossale ai nostri consumatori di fake news, ma alla fine dovranno digerirlo anche loro: la verità è che noi siamo insoddisfatti per ciò che l’Europa non fa e che dovrebbe fare, non per ciò che fa e che fa bene a fare. Non sono gli stesso sovranisti a sparare sull’Europa, perché il confine sud dell’Italia è un confine non italiano, ma europeo e dovrebbe quindi essere l’Europa ad occuparsene? Chiedono dunque loro stessi più Europa, non meno, e di più Europa in effetti c’è bisogno. Ce n’è bisogno in materia di immigrazione, nella lotta al terrorismo, dove una intelligence europea sarebbe molto più efficace ai fini della tempestività degli interventi, nella protezione sociale, a garanzia di un livello non valicabile (verso il basso) della stessa protezione, nel governo dell’eurozona, per far marciare insieme la riduzione dei rischi e la loro condivisione. 

E’ dunque il momento di dirle queste cose, con pazienza, ma anche con fermezza, senza il timore di essere emarginati o squalificati in nome della pancia. E poi, in nome della pancia di chi? Qui viene fuori perché il messaggio del  Manifesto, oltre ad essere apparso al momento giusto,  proviene anche dalle persone giuste. Le analisi, che ormai ben conosciamo, sulla distribuzione del voto per fasce generazionali nel referendum su Brexit, e i sondaggi che abbiamo sugli altri paesi ci dicono uniformemente una cosa, che la pancia dei giovani non è la stessa delle generazioni che li precedono. Emotivamente, infatti, i giovani sono assai meno avversi all’Europa dei loro concittadini più anziani: apprezzano le cose (cui mi riferivo) che l’Europa fa, si sentono più gratificati che offesi dai confini senza sbarre, amano i soggiorni educativi e le opportunità di lavoro, magari per un po’,  in altri paesi dell’Unione. Naturalmente non sono tutti così, ci sono quelli non meno Gurdulù dei più anziani davanti ai pregiudizi antieuropei, così come ci sono – e ci sono sempre stati – quelli raggiunti dalle rozze ideologie del nazionalismo etnico. 

Tocchiamo qui tuttavia uno spartiacque importante per capire la forza dell’attuale successo del sovranismo antieuropeo, ma anche per apprezzare i suoi limiti. E’ lo spartiacque che separa, nella storia sessantennale dell’integrazione europea, le generazioni che quell’integrazione la avviarono e la consolidarono, quelle subentrate subito dopo, che hanno perso la forte motivazione (messianica) delle prime e non sono stati ancora raggiunte dai benefici educativi e culturali di una formazione europea, quelle infine che hanno avuto o stanno avendo questa formazione. Ebbene, la sorte ha voluto che una delle situazioni più difficili attraversate dall’Europa  grazie al cumularsi in uno stesso breve arco di anni di crisi diverse (l’economia, le nuove tecnologie, l’immigrazione, il terrorismo), sia arrivata quando a pesare di più erano e sono proprio le generazioni di mezzo; le meno europee, quelle nelle quali  il valore dell’Europa è meno sentito. Ciò vale per gli elettori e vale anche per le elite dirigenti, abituatesi sempre di più ad anteporre l’interesse nazionale a quello europeo. 

Colpisce – e non si può quindi ignorare – che in Paesi come l’Austria e l’Italia siano peraltro dei giovani, quarantenni o addirittura trentenni, a prendere in mano il governo sull’onda di posizioni anti o assai poco europee. Colpisce, però, non per smentire quello che dicevo sulle generazioni più giovani, ma perché ci costringe a constatare – e già del resto lo avevamo fatto- che il contagio non risparmia neppure i giovani e in più che anche fra di loro l’opportunismo politico trova i suoi spazi e i suoi protagonisti. Questi protagonisti ci sono, ma ci sono anche gli autori del Manifesto di Villa Vigoni, giovani studiosi, figure del mondo professionale e dell’impresa, tutti trentenni o al massimo quarantenni. Sono le persone giuste, perché parlano a nome di generazioni che a larga maggioranza la pensano come loro. 

Di qui le ragioni di fiducia; fiducia in un futuro europeo ancora possibile, che oggi dobbiamo sì proteggere dagli strappi degli euroscettici, ma anche far avanzare per non frustrare le generazioni che ci credono e che, col passare degli anni, lo prenderanno sempre più saldamente nelle loro mani. Devo peraltro aggiungere che personalmente sento l’urgenza, ma sento anche le ragioni della gradualità. Il Manifesto mi piace, ma non ne condivido la proposta, rivolta ai Parlamenti nazionali, di nominare loro delegati, perché convengano a Roma e redigano sin d’ora la Costituzione di una Unione Federale, da approvare dalla sola maggioranza degli Stati Membri. Direbbe lo stesso Robert Schuman che l’ostilità cresciuta fra di noi negli ultimi anni non consente ora un passo così lungo. Occorre la solidarietà di cui egli parlava ed occorre dunque il tempo perché torni a formarsi. Ma il cammino delle riforme volte a una maggiore integrazione nei diversi campi va ripreso, sapendo che l’antieuropeismo non avrà i giorni contati, ma neppure avrà vita lunga. 

Non dobbiamo accreditare queste grigie generazioni di mezzo di più risorse, e di più longevità, di quanto esse possono avere. Nel contrastare perciò con coraggio il chiasso che oggi riescono a fare, sapere che la storia, e la demografia, sono dalla nostra, non dalla loro parte, è un dettaglio non irrilevante.