L’antieuropeismo e la sua resistibile ascesa: smontarlo si può

Giuliano Amato  firstonline.info 1.9.18

L’ex premier e oggi giudice costituzionale svela le contraddizioni del sovranismo e raccomanda agli europeisti, e soprattutto ai più giovani, di non arrendersi ma di condurre una coraggiosa battaglia culturale e civile per smontare le falsità di una rappresentazione emotiva e caricaturale dell’Europa

L’antieuropeismo e la sua resistibile ascesa: smontarlo si può

Il Manifesto di Villa Vigoni (Ndr. lanciato l’anno scorso a Roma da un gruppo di giovani studiosi e professionisti) è giunto al momento giusto dalle persone giuste. Il 60° anniversario del Trattato di Roma non era un’occasione celebrativa come tante altre. Cadeva in un momento fra i più difficili della nostra vita comune europea, segnato da una marea all’apparenza inarrestabile di movimenti politici, che ottengono consensi crescenti in diversi paesi dell’Unione con slogan sovranisti capaci di captare il disagio e le ansie di tanta parte delle nostre popolazioni, promettendo una vita migliore al riparo delle rispettive frontiere, senza immigrati, senza i vincoli di bilancio imposti dall’Europa e senza le troppe regole con cui essa ci sovrasta. Con slogan del genere era stato vinto, nel 2016, il referendum su Brexit. Altrove non è questa la posta, ma l’antieuropeismo è ormai temuto come il collante di una possibile maggioranza nel prossimo Parlamento europeo. 

Dobbiamo arrenderci? Dobbiamo fare come la attuale leadership europea, che – notano gli autori del Manifesto nel dar conto delle ragioni che li hanno portati a scriverlo – si sta rivelando priva di coraggio e di visione, pronta al più  a limitare il danno per lo status quo? L’opinione prevalente, fra gli stessi europeisti, sta diventando questa, perché l’impopolarità attuale dell’Europa non consentirebbe di più e in particolare sarebbe sorda agli argomenti, tutti razionali, con cui la sua causa si può sostenere, a fronte della forte presa emotiva degli argomenti contrari. E viene fuori qui, almeno in italiano, l’argomento della pancia. Gli elettori ormai reagiscono con la pancia, i populisti parlano appunto alla pancia, e l’appello alla ragione è per ciò stesso perdente. 

Vivaddio, non è necessariamente così, ci dice il Manifesto. E ce lo dice al momento giusto, perché è crescente la sensazione che l’invincibilità della pancia sia frutto più di viltà che di verità. Ed anche se è vero, per dirla in termini meno volgari, che l’emotività vuole sempre la sua parte nello spingere su un versante o sull’altro, non è affatto detto che restino inascoltati argomenti razionali  fatti valere con chiarezza ed energia a favore di cause per le quali sia anche possibile destar simpatia. 

Certo, nei primi decenni della nostra storia comune la causa dell’integrazione poté avvalersi di un messaggio (messianico, lo ha definito Joseph Weiler) dalla forza emotiva ineguagliabile, “non più guerre fra noi, non più figli, fratelli, padri morti a milioni, non più distese sterminate di croci ai fianchi delle nostre strade”. Il messaggio parlava inizialmente alle generazioni che avevano perso quei figli, quei fratelli, quei padri e poi ha continuato a parlare a quelle, immediatamente successive, che li avevano almeno nella memoria. Dopo certo ha perso la sua forza, è diventato esso stesso un argomento (solo) razionale. Ma non è affatto vero – si abbia il coraggio di dirlo – che un argomento razionale è privo oggi di attitudine a circolare e ad essere accolto. 

Siamo nel tempo dei social, delle fake news che diventano virali, dei pregiudizi a larga circolazione. Trovo paradossale che si pensi a limitazioni legali per combatterli e non ci si adoperi piuttosto per contrastarli, facendo circolare, altrettanto largamente, le verità che negano. Se c’è un interesse, c’è anche chi si muove, e l’effetto si ottiene. Pensiamo a quella madre, preoccupata che il suo bambino immunodepresso possa trovarsi circondato a scuola da bambini non vaccinati. Ha raccolto duecentomila firme contro i “no vax” e ha consentito così alla ragione di dare un brutto colpo al pregiudizio. 

Si può fare anche per l’Europa. Intanto la si può presentare in modo assai meno odioso di come oggi fanno, incontrastati, gli antieuropeisti. E’ una pletora di burocrati? No, ha meno dipendenti di un grande comune. Passano però la vita a scrivere regole incomprensibili e astruse che noi dovremmo applicare. No, neppure questo è vero. Facciamo il confronto fra una direttiva europea, fatta di articoli brevi e chiari, e una delle tante leggi italiane fatte invece di articoli lunghi ciascuno tre pagine, tutte colme di rinvii ad altre leggi. Fa cose che comunque non ci interessano. Questa è una bugia ancora più grossa. Ci interessa la protezione della natura, ci interessa tutelare i nostri territori dove abbiamo panorami da non deturpare e biodiversità da non distruggere?  Noi italiani eravamo stati antesignani in questo, ma poi è stata l’Europa che ci ha pensato per tutti con la sua rete di territori protetti, Natura 2000, e che ora è diventata, anche nei nostri confronti, vigile garante di tali patrimoni. Riteniamo giusto che prima di ogni opera venga fatta la Via, la valutazione di impatto ambientale? Bene, questa è una invenzione europea, alla quale noi ci siamo adeguati. Siamo contrari alle discariche malsane e male odoranti? E’ l’Europa che le ha vietate e che caso mai ci multa, perché noi continuiamo ad averne.  Siamo contrari alla proroga delle concessioni senza gara, che premiano sempre gli stessi e impediscono agli altri di farsi valere? E’ l’Europa che se ne fa carico e combatte questi privilegi. 

Non può essere dunque in ciò che fa la ragione della nostra insoddisfazione verso l’Europa. Apparirà inizialmente paradossale ai nostri consumatori di fake news, ma alla fine dovranno digerirlo anche loro: la verità è che noi siamo insoddisfatti per ciò che l’Europa non fa e che dovrebbe fare, non per ciò che fa e che fa bene a fare. Non sono gli stesso sovranisti a sparare sull’Europa, perché il confine sud dell’Italia è un confine non italiano, ma europeo e dovrebbe quindi essere l’Europa ad occuparsene? Chiedono dunque loro stessi più Europa, non meno, e di più Europa in effetti c’è bisogno. Ce n’è bisogno in materia di immigrazione, nella lotta al terrorismo, dove una intelligence europea sarebbe molto più efficace ai fini della tempestività degli interventi, nella protezione sociale, a garanzia di un livello non valicabile (verso il basso) della stessa protezione, nel governo dell’eurozona, per far marciare insieme la riduzione dei rischi e la loro condivisione. 

E’ dunque il momento di dirle queste cose, con pazienza, ma anche con fermezza, senza il timore di essere emarginati o squalificati in nome della pancia. E poi, in nome della pancia di chi? Qui viene fuori perché il messaggio del  Manifesto, oltre ad essere apparso al momento giusto,  proviene anche dalle persone giuste. Le analisi, che ormai ben conosciamo, sulla distribuzione del voto per fasce generazionali nel referendum su Brexit, e i sondaggi che abbiamo sugli altri paesi ci dicono uniformemente una cosa, che la pancia dei giovani non è la stessa delle generazioni che li precedono. Emotivamente, infatti, i giovani sono assai meno avversi all’Europa dei loro concittadini più anziani: apprezzano le cose (cui mi riferivo) che l’Europa fa, si sentono più gratificati che offesi dai confini senza sbarre, amano i soggiorni educativi e le opportunità di lavoro, magari per un po’,  in altri paesi dell’Unione. Naturalmente non sono tutti così, ci sono quelli non meno Gurdulù dei più anziani davanti ai pregiudizi antieuropei, così come ci sono – e ci sono sempre stati – quelli raggiunti dalle rozze ideologie del nazionalismo etnico. 

Tocchiamo qui tuttavia uno spartiacque importante per capire la forza dell’attuale successo del sovranismo antieuropeo, ma anche per apprezzare i suoi limiti. E’ lo spartiacque che separa, nella storia sessantennale dell’integrazione europea, le generazioni che quell’integrazione la avviarono e la consolidarono, quelle subentrate subito dopo, che hanno perso la forte motivazione (messianica) delle prime e non sono stati ancora raggiunte dai benefici educativi e culturali di una formazione europea, quelle infine che hanno avuto o stanno avendo questa formazione. Ebbene, la sorte ha voluto che una delle situazioni più difficili attraversate dall’Europa  grazie al cumularsi in uno stesso breve arco di anni di crisi diverse (l’economia, le nuove tecnologie, l’immigrazione, il terrorismo), sia arrivata quando a pesare di più erano e sono proprio le generazioni di mezzo; le meno europee, quelle nelle quali  il valore dell’Europa è meno sentito. Ciò vale per gli elettori e vale anche per le elite dirigenti, abituatesi sempre di più ad anteporre l’interesse nazionale a quello europeo. 

Colpisce – e non si può quindi ignorare – che in Paesi come l’Austria e l’Italia siano peraltro dei giovani, quarantenni o addirittura trentenni, a prendere in mano il governo sull’onda di posizioni anti o assai poco europee. Colpisce, però, non per smentire quello che dicevo sulle generazioni più giovani, ma perché ci costringe a constatare – e già del resto lo avevamo fatto- che il contagio non risparmia neppure i giovani e in più che anche fra di loro l’opportunismo politico trova i suoi spazi e i suoi protagonisti. Questi protagonisti ci sono, ma ci sono anche gli autori del Manifesto di Villa Vigoni, giovani studiosi, figure del mondo professionale e dell’impresa, tutti trentenni o al massimo quarantenni. Sono le persone giuste, perché parlano a nome di generazioni che a larga maggioranza la pensano come loro. 

Di qui le ragioni di fiducia; fiducia in un futuro europeo ancora possibile, che oggi dobbiamo sì proteggere dagli strappi degli euroscettici, ma anche far avanzare per non frustrare le generazioni che ci credono e che, col passare degli anni, lo prenderanno sempre più saldamente nelle loro mani. Devo peraltro aggiungere che personalmente sento l’urgenza, ma sento anche le ragioni della gradualità. Il Manifesto mi piace, ma non ne condivido la proposta, rivolta ai Parlamenti nazionali, di nominare loro delegati, perché convengano a Roma e redigano sin d’ora la Costituzione di una Unione Federale, da approvare dalla sola maggioranza degli Stati Membri. Direbbe lo stesso Robert Schuman che l’ostilità cresciuta fra di noi negli ultimi anni non consente ora un passo così lungo. Occorre la solidarietà di cui egli parlava ed occorre dunque il tempo perché torni a formarsi. Ma il cammino delle riforme volte a una maggiore integrazione nei diversi campi va ripreso, sapendo che l’antieuropeismo non avrà i giorni contati, ma neppure avrà vita lunga. 

Non dobbiamo accreditare queste grigie generazioni di mezzo di più risorse, e di più longevità, di quanto esse possono avere. Nel contrastare perciò con coraggio il chiasso che oggi riescono a fare, sapere che la storia, e la demografia, sono dalla nostra, non dalla loro parte, è un dettaglio non irrilevante.