NAPOLI / CONTINUA IL TIRA E MOLLA PER IL CRAC CON LA CORTE DEI CONTI

2 settembre 2018

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Un tira e molla continuo, ai limiti dello sfinimento. La Corte dei Conti di Napoli chiede il crac, il Comune di oppone e sostiene che con lo “Spalmadebiti” deciso dall’ultima finanziaria tutto può andare tranquillamente avanti.

Due visioni diametralmente opposte. Perchè da un lato le toghe della magistratura contabile di Napoli bocciano il decreto Salvanapoli governativo di fine anno, firmato dal 5 Stelle Ugo Grassi e già preceduto dal “milleprogroghe” estivo per tirare fuori i tanti comuni italiani dal dissesto. Mentre dall’altro la Corte dei Conti guarda all’oggi, è contaria ad ogni dilazione e sostiene: “il decreto Milleproroghe contiene norme in palese vilolazione della Costituzione. Consentire agli enti locali vicini al dissesto di rinviare la dichiarazione di default potrebbe avere gravi conseguenze per la finanza pubblica”.

Enrico Panini

E aggiungono, i giudici contabili: “non è opportuno avallare ua situazione di ‘accanimento terapeutico’ per gli enti ormai in default. Procrastinare l’inevitabile dichiarazione di dissesto preclude un effettivo risamento che consenta all’ente locale di poter ripristiare celermente l’erogazione delle prestazioni costituzionalmente necessarie, con un bilancio stabilmente riequilibrato”.

Ma Palazzo San Giacomao dà battaglia e non ci sta. Sulle barricate l’assessore al Bilancio, il bolognese Enrico Panini: “Tutto questo pensiero e questa impostazione sono un clamoroso errore. Nelle nostre stesse condizioni si trovano oltre 300 comuni italiani. La norma approvata ad agosto dice che i comuni, che sono in un piano di rientro approvato entro il 2018, non vanno sottoposti a verifiche annuali sul raggiungimento degli obiettivi ma si valuta alla fine del raggiungimento del piano definitivo. E se un ente presenta un programma di riento che gli consente di spalmare i debiti in 20-30 anni, perchè la Corte dei Conti deve valutare annualmente gli obiettivi intermedi il cui raggiungimento mette automaticamente un Comune in dissesto anche per soli 500 mila euro?”.

Per la serie, fateci lavorare, non mettetici ogni sei mesi il cappio in gola e poi alla fine si vedrà. Ma quando: dopo 20 o 30 anni?

La matassa politico-amministrativa è non poco ingarbugliata. Aggiunge Panini: “L’attuale situazione è contraddittoria e ingiusta: con una mano stabiliscono che un Comune può rientrare dal debito in 20-30 anni e con l’altra che gli esami non finiscono mai e basta che in un anno non raggiungi uno degli step automaticamente finisci in dissesto. Se continuerà questa politica di tagli ai trasferimenti, aumenteranno drasticamente – aggiunge Panini – gli enti locali che chiederanno il predissesto”.

Valeria Valente

Tra l’incudine e il martello, una situazione insostenibile per tante realà, anche di minori dimensioni, costrette a tagliare anche le spese più elementari e necessarie”.

Replica l’opposizione. La Pd Valeria Valente sostiene che “si tratta di una norma che semplicemente autorizza il Comune a proseguire sulla strada dello sfascio finanziario. La norma approvata dalla maggioranza gialloverde con il silenzioso appoggio di Forza Italia, non serve alla città, ma soltanto a de Magistis e condanna Napoli”.

Il Pd, del resto, non è che abbia un montagna di proposte sul tappeto per salvare Napoli sia dal crac che dall quotidiana invivibilità.

Ma prosegue Valente: “sono fondate e motivate le preoccupazipni dei giudici contabili che parlano di accanimento terapeutico. L’amministrazione comunale viene autorizzara a sforare tutti gli obiettivi e gli impegni assunti solo pochi mesi fa nel piano di riequilibrio. Significa dare la possibilità a de Magistris di far continuare a far danni gettando la responsabilità sui cittadini e le future generazioni. Le parole dei giudici della Corte dei Conti – sottolinea Valente – soprattutto sotto il profilo della costituzionalità impongono una riflessione seria e rigorosa a tutti i colleghi della Camera che hanno alla loro attenzione l’approvazione del Milleproroghe”.

Venezuela: banche restano chiuse, protesta dei pensionati

tvsvizzera.it 2.9.18

Banche chiuse oggi in Venezuela.

KEYSTONE/EPA EFE/CRISTIAN HERNANDEZ

(sda-ats)

Decine di pensionati venezuelani hanno inscenato una manifestazione a Caracas protestando perché, nonostante le informazioni che oggi le banche sarebbero state aperte per pagare le pensioni con la nuova moneta, invece sono rimaste chiuse.

Questo ha fatto sì che, dopo essere rimasti a lungo in fila davanti alle agenzie bancarie gli anziani, hanno deciso di protestare pubblicamente lanciando slogan ostili al governo e cercando di bloccare viali centrali della capitale.

Alcuni dei dimostranti non hanno esitato a denunciare l'”inganno” e l'”imbroglio” del governo che non ha permesso loro oggi di riscuotere la pensione per “comprare cibo e medicine”.

Di fronte a questa situazione, il vicepresidente per i Problemi economici, Tareck El Aissami ha attribuito la mobilitazione ad una ‘fake news’.

I soldi della droga circolano nelle banche occidental

ilfarosulmondo.it 31.8.18

Il ministro dell’Interno iraniano, Abdolreza Rahmani Fazli, ha criticato i Paesi occidentali per aver esercitato un doppio standard nella lotta ai narcotici, affermando che il denaro della droga circola nelle banche occidentali. Parlando a un congresso sui problemi sociali, Rahmani Fazli ha dichiarato che i Paesi occidentali si preoccupano più che altro dei loro benefici e non prendono misure serie per combattere il traffico di droghe illecite.

drogaL’Iran si trova su una rotta della droga tra l’Afghanistan, l’Europa e gli Stati arabi del Golfo Persico. L’Iran condivide circa 900 chilometri di confini con l’Afghanistan, Paese che da decenni vive nella totale instabilità a causa dell’intervento militare occidentale. Nell’ottobre 2016, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) ha riferito che oltre il 90% dell’eroina mondiale proviene dall’oppio afghano.

In un incontro con il direttore esecutivo dell’Unodc, Yuri Fedotov, Rahmani Fazli ha chiesto di fermare l’adozione di strategie “selettive” e “politiche” nella lotta al narcotraffico. “La Repubblica islamica dell’Iransupporta la Commissione sugli stupefacenti, l’International Narcotics Control Board e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine”, ha osservato il funzionario.

L’Iran è stato un pioniere nella lotta contro il traffico di droga. Secondo le stime ufficiali, la lotta contro il traffico di droga costa all’Iran circa un miliardo di dollari all’anno. Almeno 4mila forze di sicurezza iraniane sono state uccise negli scontri con i trafficanti di droga negli ultimi decenni. Proprio il mese scorso, una guardia di confine iraniana ha perso la vita nella lotta contro i trafficanti di droga nella provincia sud-orientale del Sistan-Balouchestan.

di Redazione

L’incidente del volo 111 di Swissair: cause e conseguenze

Thomas Stephens tvsvizzera.it 2.9.18

Due donne abbracciate
La parente di una delle 229 vittime del volo Swissair 111 è consolata da un’impiegata di Swissair nell’aeroporto di Ginevra il 3 settembre 1998.

(Keystone)

Il 2 settembre 1998 il volo 111 della compagnia di bandiera svizzera Swissair precipitò nell’Atlantico al largo della Nuova Scozia, causando la morte di 229 persone. A vent’anni di distanza, swissinfo.ch ricostruisce la storia del più grave incidente nella storia dell’aviazione civile svizzera e ne analizza le conseguenze per la sicurezza aerea e per la Swissair.

Due milioni di frammenti; 275 chilometri di fili elettrici; 229 vittime provenienti da 44 paesi: i dati rimangono impressionanti. Questo video, trasmesso dalla Televisione svizzera il giorno dopo la tragedia mostra la reazione comprensibilmente commossa di Philippe Bruggisser, all’epoca amministratore delegato di SAirGroup, la casa madre di Swissair, mentre comunica le ultime informazioni ai media:

video 

http://www.tvsvizzera.it/tvs/-non-ci-sono-sopravvissuti-/44358322

Il velivolo MD-11 era decollato da New York alle 20:18 ora locale, con destinazione Ginevra. Appena un’ora dopo il pilota e il copilota percepirono del fumo che penetrava nella cabina dai condotti dell’aria condizionata. Chiesero allora il permesso di atterrare e furono deviati sull’aeroporto di Halifax, nella provincia canadese della Nuova Scozia, ad appena 100 chilometri di distanza.

Non coscienti della gravità della situazione, decisero tuttavia di effettuare una deviazione per scaricare carburante e ridurre il peso dell’aereo prima dell’atterraggio. Gli strumenti di bordo – compresi il pilota automatico, il registratore dei dati di volo e il registratore delle voci della cabina – smisero gradualmente di funzionare.

Pilotare l’aereo manualmente divenne impossibile a causa del fumo che aveva invaso la cabina. Le comunicazioni con l’aeroporto di Halifax si interruppero sei minuti prima dell’impatto con l’Atlantico, a circa otto chilometri da Peggy’s Cove.

mappa che indica il tragitto del volo swissair 111
(swissinfo.ch)

Un’operazione di soccorso venne avviata immediatamente, ma fu presto chiaro che non c’erano sopravvissuti. L’azione si concentrò perciò sul recupero e l’identificazione delle salme e sulla ricerca della scatola nera.

Le operazioni di recupero si conclusero nel dicembre 1999; il 98% dei rottami fu ripescato. Tutte le vittime furono identificate: la maggior parte di loro era statunitense, svizzera o francese.

video

http://www.tvsvizzera.it/tvs/operazioni-di-recupero/44358382

I due milioni di frammenti del velivolo, buona parte dei quali erano finiti sul fondo del mare a una profondità di 50-60 metri, furono recuperati e portati a riva per essere analizzati in una struttura apposita. Le parti più minute furono ispezionate da squadre impegnate nella ricerca di resti umani, effetti personali e oggetti preziosi.

I registratori di volo e delle voci della cabina si rivelarono poco utili a ricostruire la dinamica dell’incidente perché avevano smesso di funzionare qualche tempo prima dell’impatto. Gli investigatori non ebbero altra scelta che quella di ricostruire faticosamente un segmento della parte anteriore del velivolo, lungo 11 metri, per cercare di capire le cause dell’incidente.

video clicca sopra

Conseguenze

I quattro anni e mezzo di indagini da parte dell’autorità canadese per la sicurezza dei trasporti (Transportation Safety Board, TSB) giunsero alla conclusione che un fusibile collegato al sistema di intrattenimento a bordo era scoppiato sopra la cabina di comando, incendiando il materiale d’isolamento infiammabile utilizzato nella struttura dell’aeroplano, lontano dalle possibilità d’intervento dell’equipaggio.

Nell’ottobre 1998, Swissair versò a 156 famiglie un totale di 4,7 milioni di franchi svizzeri. Nel mese di marzo seguente, la compagnia aerea pagò a ogni famiglia delle vittime 195’000 franchi. Nel marzo 2002 un giudice statunitense respinse cause per danni contro Swissair per un ammontare di 27 miliardi di franchi. Cinque anni dopo tutte le cause per indennizzi erano concluse.

Nel loro rapporto finale sull’incidente, le autorità canadesi inclusero una serie di raccomandazioni sulla sicurezza. Chiedevano per esempio l’elaborazione di test e parametri standard sull’infiammabilità dei materiali isolanti sui jet commerciali. Invocò anche misure per migliorare la qualità dei registratori delle voci della cabina, che comprendevano l’introduzione di generatori separati per i registratori di volo, in modo che in caso di incidente almeno uno funzionasse.

La Swissair non si riprese mai dall’incidente. Il crollo del mercato dell’aviazione dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 fu l’ultimo colpo per la compagnia di bandiera nazionale, gravemente indebitata. Un mese dopo i velivoli della compagnia rimasero al suolo, per mancanza di liquidità.

swissinfo.ch

 

 

Concessioni autostradali, un indecente segreto di Stato

di Vitalba Azzollini phastidio.net 14.2.18

Le concessioni autostradali hanno costituito oggetto di uno dei segreti più blindati dallo Stato fino a quando Graziano Delrio, giorni fa, ne ha annunciato la desecretazione. Sul sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), infatti, sono stati pubblicati “i testi degli Atti Convenzionali che regolano le concessioni autostradali sulla rete a pedaggio” e “gli allegati tecnici che definiscono i profili specifici del rapporto concessorio”, per consentire “l’accesso generalizzato alle informazioni di interesse pubblico sugli operatori autostradali, organizzazione e costo del servizio”.

Tuttavia, la trasparenza effettiva si è subito rivelata di portata ben più limitata di quella proclamata dal ministro. Infatti, “nelle decine e decine di pagine offerte alla consultazione (…) ci sono buchi vistosi e grandi come voragini: mancano gli allegati fondamentali, quelli su cui sono incardinati i contenuti economici e finanziari del contratto”. Sono così rimasti secretati dati necessari a fare luce sui “Signori delle autostrade”, quali “la remunerazione del capitale ..la revisione delle tariffe ..il piano economico finanziario ..la descrizione delle opere da realizzare ..il recupero degli introiti per gli investimenti non realizzati o ritardati ..il cronoprogramma degli investimenti ..le inadempienze”.

Dunque, la recente pubblicazione ha soddisfatto in maniera molto parziale – per usare un eufemismo – l’istanza di full disclosureavanzata da più parti, compresa l’Autorità dei Trasporti, la quale necessita dei dati tenuti riservati per poter espletare al meglio i propri compiti istituzionali. Ma perché le informazioni presenti nei documenti non pubblicati sono così rilevanti? È la stessa Autorità dei Trasporti a chiarirlo: si tratta di “dati gestionali sulle concessioni, oggi detenuti – ahimè – in via esclusiva dalla struttura organizzativa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti”, i quali “consentirebbero, fra l’altro, di distinguere correttamente gli investimenti aggiuntivi che si intendono fare da quelli già previsti nelle convenzioni in essere e non realizzati. Questi dati, al momento, non sono nella disponibilità dell’Autorità, nonostante la nostra richiesta”.

E perché è importante la distinzione tra investimenti passati, realizzati e non, e futuri? La risposta è nei comunicati con cui il Mit rende noti “gli adeguamenti delle tariffe di pedaggio autostradale” (decisi di concerto da Mit e Ministro dell’Economia): tali adeguamenti sono basati su “parametri legati all’inflazione (…), alla qualità, al recupero della produttività nonché agli investimenti in beni devolvibili effettuati” (c.d. price cap). In altri termini, come spiega la Banca d’Italia, “accrescimenti specifici” dei pedaggi servono anche a remunerare “investimenti aggiuntivi” cui i cessionari si siano obbligati contrattualmente: quindi, la mancanza di trasparenza su documenti che consentirebbero di verificare investimenti programmati per il passato, compiuti e non, e investimenti futuri (anche per accertare che non siano riedizioni di quelli passati non realizzati…) rende impossibile per i terzi valutare, tra le altre cose, gli aumenti dei pedaggi. Inoltre, spiega ancora la Banca d’Italia, si deve pure distinguere tra “investimenti imposti dal regolatore e da remunerarsi in tariffa in quanto non redditizi, e investimenti decisi dalle concessionarie perché ritenuti convenienti”, dunque tali da “generare un incremento di traffico, e quindi di ricavi, sufficiente a giustificarli”, per evitare “rischi di doppia remunerazione”.

Anche a tal fine servirebbe esaminare i piani di investimento dei concessionari, ma tale esame è limitato dalla “scarsità di informazioni disponibili pubblicamente”: quindi, in assenza di trasparenza sui piani economico-finanziari, “è difficile valutare la congruità dell’evoluzione tariffaria effettiva e la sua coerenza coi principi regolatori e normativi stabiliti”. Quest’opacità è tanto più grave se si considera che gli investimenti sono

proposti dalle concessionarie ma ‘assentiti’ dal ministero che ne garantisce quindi la redditività ex ante con incrementi di tariffa. Nella logica del sistema italiano le concessionarie hanno tutto l’interesse a sottovalutare la redditività attesa dei loro investimenti per farseli remunerare con incrementi di pedaggi, visto che se poi in futuro la redditività risulterà maggiore di quella concordata con l’Ispettorato tutto il beneficio resterà acquisito alla concessionaria stessa. Gli investimenti sono poi proposti dalle concessionarie e pertanto il sistema tende a selezionare quelli che appaiono di volta in volta più utili alle concessionarie stesse piuttosto che al paese”

È più chiaro ora perché servirebbe piena trasparenza? Vale ancora la pena ricordare l’uso invalso in passato da parte dei concessionari di individuare, in prossimità della scadenza del contratto, nuovi lavori urgenti che ne giustificassero la proroga: in questo modo, i relativi investimenti sono stati “pagati due volte: prima con le proroghe della concessione e poi con gli aumenti di tariffa”.

L’assenza di trasparenza ha impedito un sindacato pubblico e, quindi, perpetuato la pratica esposta. Nel 2014, con una norma del decreto c.d. Sblocca Italia, tale pratica venne pure legalizzata, accordando ai concessionari proroghe senza gara pubblica in cambio di investimenti sulle tratte. Il recente codice degli appalti ha abrogato detta norma e vietato le proroghe (ma i contratti vigenti hanno scadenze molto in là nel tempo, pertanto la regola non avrà per ora particolare incidenza), disponendo altresì che le concessioni possano durare più di cinque anni solo se il maggior tempo serve al concessionario per il “recupero degli investimenti (…) insieme ad una remunerazione del capitale investito, tenuto conto degli investimenti necessari per conseguire gli obiettivi contrattuali specifici come risultante dal piano economico-finanziario”. Anche riguardo a quest’ultima disposizione, senza trasparenza su piani di investimento e altro sarà difficile fare valutazioni relativamente alla durata delle concessioni.

Come rilevato circa un tema connesso, già la “grande resistenza ad aprire il mercato autostradale alla libera concorrenza” è causa di scarsa trasparenza. E se la mancanza di full disclosure nell’operazione-verità di Delrio trova giustificazione in qualche forma di segreto (ad es. industriale e commerciale) o di cautela nella divulgazione di particolari informazioni (ad es. in tema di società quotate), il Mit – nel tutelare certe opacità – avrebbe fatto bene a chiarirlo. Un’istanza di accesso ex Foia (recente legge sulla trasparenza della P.A.) – che qualcuno ipotizza di fare– forse non consentirebbe di superare quei limiti di segreto che il Mit ha reputato di non valicare, ma permetterebbe almeno di portarli alla luce, poiché l’eventuale rigetto dell’istanza stessa dovrebbe essere argomentato in maniera puntuale.

Il ministero non potrebbe cioè opporre un diniego basato sull’astratta sussistenza di una delle molteplici fattispecie, previste dalla legge e interpretate dall’Anac, che forniscono una serie di ragioni (nonché di alibi e appigli) per rifiutare la trasparenza: dovrebbe, invece, dimostrare in concreto che ricorrano ipotesi così rilevanti da escludere l’accesso in modo tassativo (eccezioni assolute); o che la trasparenza, se concessa, potrebbe causare un danno reale, non solo potenziale, a situazioni tutelate giuridicamente (eccezioni relative).

In questo secondo caso, il Mit dovrebbe operare una ponderazione degli interessi in gioco, per stabilire se quello alla disclosure sia prevalente ovvero vada sacrificato a fronte di interessi garantiti con maggior vigore (c.d. harm test). La trasparenza su tale processo valutativo, che poi è trasparenza sulle motivazioni dell’eventuale diniego – se resa in modo pieno, cioè avulso dagli alibi e appigli sopra accennati – consentirebbe forse di fugare la sgradevole sensazione insorta in chi ha compreso appieno la beffa dell’opacità scientemente custodita tra le pieghe della trasparenza proclamata da Delrio: cioè che il diritto alla conoscenza di ogni cittadino, in merito a documenti essenziali per vagliare le concessioni autostradali, sia reputato dal ministro di rango inferiore rispetto ad altri diritti, quelli dei concessionari e dello Stato stesso.

Il Foia ha l’esplicita funzione “di favorire forme diffuse di controllo (…) sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico”. Una richiesta di accesso consentirebbe forse di comprendere se ciò è vero o se, come affermato sin da tempi non sospetti, in Italia la trasparenza resta un’operazione di mera facciata. Quella del Mit, comunque, ne rappresenta l’ennesima conferma.

Aggiornamento del 27 agosto 2018 – Anticipando lo stesso governo, Autostrade per l’Italia pubblica sul proprio sito il testo della Convenzione Unica col MIT ed i relativi allegati, affermando inoltre che:

«[…] la totalità dei documenti stessi era stata già resa disponibile nella scorsa legislatura (maggio 2017) ai membri della Commissione Lavori Pubblici del Senato per consultazione. E’ importante sottolineare che nessuna norma interna o prassi internazionale prevede la pubblicazione di tali documenti relativi alle concessioni autostradali. Ciò anche per assicurare parità di condizioni sul mercato tra i vari operatori del settore, anche per il caso di nuove procedure di affidamento»

Ponte Morandi, dopo il disastro i Benetton tornano a fare pubblicità – VIDEO

Contro la guerra civile, contro la mafia e la violenza urbana dell’identità, contro feroci conflitti etnici, contro guerre di religione e guerre di fazione, contro il terrorismo e contro ogni forma di razzismo risorto c’è questa gioiosa confusione come valore,
il Cantico delle Creature che raggiunge il cielo e umilia il mondo“E’ il vergognoso qualunquismo del messaggio che accompagna la campagna Benetton Autunno Inverno 2018. Sotto la guida di Oliviero Toscano. Pubblicità come sempre, come niente fosse. Un video, nel canale ufficiale Benetton su Youtube è un pugno nell’occhio per la strumentalizzazione e la monetizzazione di temi universali, delicati, complessi e fragili da trattare.

Ma ad Oliviero Toscani non frega nulla. Non gli è mai fregato nulla, oltre al brand. E usa qualsiasi cosa anche il Cantico delle Creature, per i Benetton. Il filmato è del 2 agosto, pochi giorni dopo la fine del Ponte Morandi  tragicamente crollato a metà agosto con la morte di 43 persone.

 pubblicità dopo l tragedia MorandiUn mese dopo, e a meno di un mese dalla tragedia di Genova i Benetton fanno ripartire la campagna pubblicitaria, su due quotidiani nazionali. Nelle locandine si vedono un gruppo di ragazzi e ragazze, di diverse etnie, completamente nudi che si abbracciano e si mescolano. Il messaggio è chiaro: i valori che sottintende l’immagine sono la militanza estetizzante e semplificata, il politicamente corretto fino all’afasia, la mescolanza fino alla perdita d’identità. Le parole che accompagnano la campagna, denominata “NakedJust Like” fanno a pugni con la violenza verbale, e la volgarità dell’ideatore, Oliviero Toscani: contro chi non la pensa come lui: “Italiani subumani. Salvini un cretino, una scorreggia“. E’ il suo contributo alla cultura dell’odio. Per pensarla come lui, per essere come lui, bisognerebbe non pensare. E palare da ubriachi, sempre. E non è semplice.

Intanto, riguardo alla tragedia di Genova, Autostrade per l’Italia – leggasi Benetton – resta convinta di aver rispettato gli obblighi prescritti dalla concessione che la lega al Ministero delle Infrastrutture, anche per quanto riguarda il tratto genovese del Ponte Morandi. Lo si legge in una nota al termine del consiglio di amministrazione della società. Immediata la replica proprio del ministro delle Infrasttture, Danilo Toninelli: “E’ incredibile sentir parlare di ‘puntuale adempimento degli obblighì dopo una tragedia con 43 morti, 9 feriti, centinaia di sfollati e imprese in ginocchio. Siamo all’indecenza” ha scritto su Twitter il titolare del Ministero per le Infrastrutture.

A stretto giro anche il commento del vicepremier Luigi Di Maio: “Autostrade dice di aver fatto ‘un puntuale adempimento degli obblighi concessorì previsti dalla convenzione con lo Stato. Me la sono riletta tutta attentamente. Far crollare il ponte causando 43 morti non era nel contratto”, scrive sul suo profilo Facebook. Dai Benetton – prosegue il ministro – ci aspettiamo solo le scuse e i soldi per la ricostruzione del ponte, che non faranno loro. Per il resto consiglio ad Autostrade di tacere. Gli italiani non ne possono più delle loro dichiarazioni fuori luogo“.

https://www.leggilo.org/2018/08/30/toscani-mussolini-salvini/embed/#?secret=yY8fZTjlGQ

 

Come i Benetton pagano i favori de Corriere e Repubblica…

 scenarieconomici.it 2.9.18

Come i Benetton pagano i favori de Corriere e Repubblica…Nei giorni successivi alla tragedia del Ponte Morandi  “Corriere della Sera” e “Repubblica” erano stati molto, ma molto renitenti nel citare la famiglia Benetton, mentre La Verità, il Giornale ed i media online erano stati pronti ad indicare le responsabilità della famiglia veneta, azionista di maggioranza dell’Holding Atlantia. Del resto, come indicato anche da Scenari Economici e da altri media alternativi, il prosciugamento finanziario di ASPI da parte delle holding non è un elemento secondario nella situazione delle nostre autostrade. Poi sono uscite tutte le vicende legate ai soprusi sugli indios in Patagonia, sempre a carico dei enormi possessori terrieri di Treviso, e sono tornate in auge le vicende in Bangla Desh, per una fabbrica crollata con 900 morti, che sempre coinvolse la famiglia degli ex imprenditori del tessile, tutte vicende dimenticate dei media mainstream

Come si pagano questi favori: lo nota con arguzia Dagospia, tramite grandi quantità di pubblicità. Per presentare alcuni suoi prodotti ha comprato 2 pagine su Repubblica e 2 sul Corriere. Una cifra che , ad occhio, si aggira sui 200 mila euro sul primo e sui 120 sul secondo, anche se queste sono valutazioni estremamente grossolane e non tengono conto di eventuali pacchetti di promozione. Tra l’altro, come nota anche Belpietro su la Verità il messaggio è veramente quanto i peggio si potesse fare:

 

Presentare questi allegri immigrati quasi come se fossero dei vacanzieri, che arrivano coperti di magliette prodotte in qualche misterioso paese del terzo mondo, dove il lavoro non viene pagato nulla, è  offensivo verso chiunque:

  • verso i migranti che se fossero così sarebbero dei vacanzieri malvestiti;
  • verso gli italiani, che presentando così gli immigrati avrebbero tutte le ragioni di questo mondo a prenderli a calci nel sedere;
  • verso il buongusto

Per promuovere una cacofonia di colori e di stili francamente orribile si sfrutta chiunque: i vivi, i morti, i poveri. Cinismo allo stato puro, un  colossale boomerang..

E poi chiamano quell’infagottamento da 4 soldi “Moda”. La moda, e l’eleganza, sono qualcosa di diverso:

 

 

Mi raccomando, COMPRATE ITALIANO, ma nella PRODUZIONE, non nella pubblicità.

 

1. ALLEGRIA! DOPO IL DISASTRO DI GENOVA E LA FESTA A CORTINA, I BENETTON SI FANNO PUBBLICITÀ 2. DUE PAGINE SUL “CORRIERE DELLA SERA” E DUE SU “REPUBBLICA” (CHE GUARDA CASO NEI GIORNI DOPO LA STRAGE NON NOMINAVANO MAI I MAGLIARI). I PROTAGONISTI SONO OVVIAMENTE MIGRANTI 3. BELPIETRO: “C’ERANO MOLTI MODI PER RISALIRE LA CHINA: HANNO SCELTO IL PEGGIORE. I PROFUGHI CHE SBARCANO NON SORRIDONO COME LI FA SORRIDERE OLIVIERO TOSCANI. OLTRE AI MAGLIONI, MANCA LORO L’INSENSIBILITÀ, CHE ABBONDA DALLE PARTI DI PONZANO VENETO”

dagospia.com 2.9.18

 

Maurizio Belpietro per “la Verità”

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA

Bisogna riconoscere che questi Benetton di coraggio ne hanno da vendere. Noi pensavamo che dopo il disastro delle scorse settimane, con i morti di Genova e la figuraccia della festa di Cortina, la famiglia si fosse andata a nascondere per farsi dimenticare, rinunciando alle provocazioni con cui ha costruito le proprie fortune.

Le accuse di scarsa manutenzione del ponte Morandi oltre che le polemiche per i lauti pedaggi incassati grazie alle concessioni governative, del resto, avrebbero indotto qualsiasi persona di buon senso a adottare un atteggiamento di basso profilo per un certo periodo, evitando di lasciare briglia sciolta ai creativi e anche ai manager del gruppo.

E invece no.

pubblicita' benetton corriere della seraPUBBLICITA’ BENETTON CORRIERE DELLA SERA

A inchiesta appena avviata, e a dolore per le vittime ancora caldo, quando non è ancor chiaro se ci sarà da parte del governo la revoca della concessione e nessuno sa dire chi ricostruirà il viadotto, che fanno i Benetton?

Si fanno pubblicità. Sì, proprio così. All’ interno del Corriere della Sera e di Repubblica (guarda caso proprio le due testate che nei giorni dopo la strage sono state tra le più restie a fare il nome della famiglia di Ponzano Veneto come principale azionista di Autostrade), ecco spuntare ieri una pubblicità formato lenzuolo.

pubblicita' benetton repubblicaPUBBLICITA’ BENETTON REPUBBLICA

Due pagine due, con in bella vista il marchio United Colors of Benetton. Fin qui si potrebbe anche eccepire che dopo tanti titoli da prima pagina che hanno ammaccato il fascino luccicante del gruppo c’ era bisogno di rifarsi un po’ l’ immagine, e dunque i pr si sono messi all’ opera comprando inserzioni e mettendo mano al portafogli.

Ma il problema è che nella pubblicità non c’ è solo il logo verde ormai molto famigliare dell’ azienda di maglioni, ma ci sono fotografie che ritraggono alcuni ragazzi e ragazze rigorosamente stranieri.

crollo del ponte di genova il party dei benettonCROLLO DEL PONTE DI GENOVA IL PARTY DEI BENETTON

Sì, per farsi pubblicità i Benetton i modelli sono andati a prenderli fuori. Su cinque giovanotti che ieri spiccavano dalle pagine dei due quotidiani, quattro erano di colore, mentre l’ ultimo aveva l’ aria di arrivare dall’ America Latina.

Anche qui qualcuno potrebbe obiettare che in fondo, pur essendo veneti, i Benetton sono una multinazionale e i loro maglioni non li vendono solo fra Milano e Roma, dunque è giusto rivolgersi all’ estero. Osservazione che però non tiene conto di come sono vestiti i ragazzi nella pubblicità.

La sorridente fanciulla che ieri si affacciava tra le notizie del Corriere, qualche pagina dopo quelle riguardanti il ponte Morandi, ha sulle spalle una coperta termica usata per scaldare i naufraghi e al braccio porta un giubbotto di salvataggio arancio di quelli che indossano i profughi arrivati sui barconi.

TOSCANI BENETTONTOSCANI BENETTON

L’ altra giovane che le fa compagnia sullo stesso quotidiano, oltre ad avere in mano un rosario musulmano (un altro lo ha al collo), ha in testa quello che sembra un passaporto libico. Su Repubblica i soggetti cambiano ma il concetto rimane lo stesso.

Ci sono due ragazzi di colore con le borse di plastica dei migranti e vari strati di vestiti, poi arriva un terzo soggetto che, come detto, pare latinoamericano. Il messaggio di quest’ ultimo è il più chiaro, perché il giovane non solo ha una valigia in mano, un giubbotto di salvataggio al collo e le corde da marinaio intorno alla vita per tener su i pantaloni (oltre a un plaid sulle spalle), ma ha pure delle rose in mano, proprio come i tanti venditori ambulanti che affollano le spiagge (uno dei quali, bengalese, incidentalmente l’ altro giorno a Rimini ha violentato una turista).

Toscani autostrade benettonTOSCANI AUTOSTRADE BENETTON

Insomma, la pubblicità della famiglia dei maglioni è un inno all’ immigrazione. Gli extracomunitari sono belli e sorridenti, e si dimostrano contenti di essere arrivati, al punto che uno – quello delle rose – ha già un cappello in testa con la scritta Italia. Eh, già, la pacchia comincia.

Che i Benetton sfruttino la polemica del momento, quella sui migranti, ovviamente non stupisce. Sono anni che l’ art director della casa gioca a dare pugni nello stomaco.

Dai malati di Aids ai condannati alla sedia elettrica, per finire alle ragazze devastate dall’ anoressia, tutto è passato sotto la macchina fotografica di Oliviero Toscani per essere trasformato in spot, anzi, in business. Figurarsi dunque se il creativo poteva lasciarsi sfuggire l’ occasione di acchiappare il grande tema dell’ immigrazione.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Del resto, l’ uomo a cui Luciano Benetton ha affidato il compito di rilanciare l’ immagine dei suoi maglioni è colui che molto elegantemente qualche giorno fa ha definito il ministro dell’ Interno Matteo Salvini «una scoreggia». Che eleganza. Che talento. Che coraggio.

luciano benetton e oliviero toscaniLUCIANO BENETTON E OLIVIERO TOSCANI

C’ erano molti modi per risalire la china dopo essere sprofondati nel baratro di una strage in cui hanno perso la vita 43 persone: la famiglia di Ponzano ha scelto il peggiore, dimostrando di essere pronta a sfruttare per affari anche un fenomeno doloroso come quello dell’ immigrazione.

I profughi che sbarcano possono piacere o no, ma non sorridono come li fa sorridere Toscani. Non sono né allegri né festosi, ma soprattutto non indossano i capi dei Benetton.

Oltre ai maglioni, ai naufraghi manca anche l’ insensibilità, che invece pare abbondi dalle parti di Ponzano Veneto.

renzo piano giovanni toti progetto ponte morandi genovaRENZO PIANO GIOVANNI TOTI PROGETTO PONTE MORANDI GENOVAponte morandi genovaPONTE MORANDI GENOVAIL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA 1IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA 1vivere sotto una cupa minaccia il reportage di michele guyot borg sul ponte morandi di genova 10VIVERE SOTTO UNA CUPA MINACCIA IL REPORTAGE DI MICHELE GUYOT BORG SUL PONTE MORANDI DI GENOVA 10QUEL CHE RESTA DEL PONTE MORANDI VISTO DAL QUARTIERE DEL CAMPASSO A GENOVAQUEL CHE RESTA DEL PONTE MORANDI VISTO DAL QUARTIERE DEL CAMPASSO A GENOVA

La mappa del potere dei Benetton

ilblogdellestelle.it 2.9.18

La mappa del potere dei Benetton

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di MoVimento 5 Stelle

C’è un sistema di potere che ha difeso a spada tratta Atlantia e i Benetton dopo il crollo del ponte Morandi. Un intreccio di relazioni che attraversa Cda e collegi sindacali e che ci restituisce l’immagine nitida del cosiddetto capitalismo di relazione, metastasi che negli ultimi trent’anni ha trovato una sponda anche in politica.

Questo sistema di potere garantisce sostegno mediatico e politico a chi si è arricchito gestendo un servizio pubblico con la sola logica del profitto, come mostrano i dati sulla manutenzione e lo stato pietoso di molte infrastrutture. Nessun sostegno, invece, alle 43 vittime, alle loro famiglie e ad un’intera città colpita materialmente e psicologicamente. Se non fa più notizia che Pd e Forza Italia si schierino dalla parte delle lobby, è interessante conoscere come si è stratificato quel sistema di potere che si interseca con Atlantia.

Fabio Cerchiai, ad esempio, è presidente di Atlantia ma anche di Cerved Group e vicepresidente di Unipol Sai. Non da meno Monica Mondardini: nel cda di Atlantia ma anche presidente di Sogefi, amministratore delegato di Cir Spa (la holding di De Benedetti) e, udite udite, vice presidente di Gedi Editoriale (Repubblica, l’Espresso). Non si fa mancare nulla Livia Salvini, sindaco effettivo di Atlantia (controllore) e, contemporaneamente, nel Consiglio di Amministrazione de “Il Sole 24 ore” (amministratrice). Massimo Lapucci è nel Consiglio di Amministrazione di Atlantia e, guarda un po’, anche della Caltagirone Spa (Il Messaggero, Il Mattino). Tanti cittadini si sono chiesti perché certa stampa è stata cosi “benevola” con i Benetton, tanto da non nominarli per giorni: forse abbiamo risolto l’enigma. Ma non è finita. Cristina De Benetti è amministratore in Autogrill spa, controllata di Edizione (la finanziaria dei Benetton), Autostrade Meridionali e Unipolsai. Sonia Ferrero, invece, è nel collegio sindacale di Atlantia, A2A, Banca Profilo, F.I.L.A., Geox, Snam.

E la lista di “relazioni” si allungherebbe a dismisura con gli incarichi passati degli attuali consiglieri di Amministrazione di Atlantia. Quando è crollato il Ponte Morandi, Pd, Forza Italia e certa stampa hanno sbandierato le perdite in borsa per provare a salvare la faccia ai Benetton e mettere un vergognoso velo sulle responsabilità della tragedia. Ma sono queste numerosissime interconnessioni gestionali tra aziende quotate a penalizzare chi investe in borsa, perché privano gli investitori della trasparenza necessaria a realizzare investimenti oculati.

Già prima che nascesse il MoVimento 5 Stelle Beppe Grillo denunciava dal blog questi intrecci di potereCerti personaggi hanno potuto fare il bello ed il cattivo tempo dialogando amichevolmente con i governi di centrodestra e di centrosinistra, pericolosamente servili ai danni dei cittadini. Stiamo scoperchiando il vaso di Pandora: “prenditori” senza scrupoli, con il beneplacito di politici collusi, si sono arricchiti senza correre alcun rischio, privatizzando gli utili e socializzando le perdite che, nel caso di Genova, sono state anche umane.

I Benetton, dopo il crollo del Ponte, festeggiavano a Cortina i privilegi indebiti ottenuti dai precedenti Esecutivi e finora secretati. Con il Governo del Cambiamento l’era dei profitti di alcuni a discapito della manutenzione delle nostre strade si è definitivamente conclusa.

La nostra battaglia per restituire ai cittadini servizi pubblici efficienti e di qualità è solo all’inizio. Dei “prenditori” non rimarrà che il ricordo.

Cad It e le preoccupazioni dei piccoli azionisti

 lettera43.it 31.9.18

Storia di una società quotata di Verona messa nel mirino dalla famiglia Dal Cortivo, che la amministra e adesso vuole comprarsela a debito. In barba agli interessi degli altri investitori.

 

Tanti saluti ai soci di minoranza e alle loro pretese di tutela dell’investimento: da un po’ di mesi in qua sta andando in scena a Veronaintorno alle sorti dell’azienda informatica Cad It uno spettacolo ben poco edificante ed esemplare del livello di protezione di cui godono i piccoli investitori nel nostro Paese. Ovvero molto poco, per usare un eufemismo. Cad It, quotata a Piazza Affari dal 2000, nel 2017 ha fatturato oltre 58 milioni con un Ebitda del 21,28% e un patrimonio netto di 58 milioni. È una società con tutti i fondamentali a posto, le vicende giudiziarie che l’hanno coinvolta nel 2016 (l’allora presidente Giuseppe Dal Cortivo fu posto agli arresti domiciliari per presunte tangenti) non sembrano averla danneggiata più di tanto. Eppure, per i piccoli azionisti c’è poco da brindare visto che rischiano di vedere la loro società uscire dalla Borsa ed essere quindi inglobata da un’altra società, Quarantacinque, che altro non è che un veicolo vuoto appesantito da 30 milioni di debiti (per ora) e il cui unico scopo è appropriarsi di Cad It. Particolare decisivo: Quarantacinque fa capo ai Dal Cortivo (ne detiene il 35,8% Paolo Dal Cortivo, Giulia Dal Cortivo il 35,3% e Liliana Lanza il 28,9%), che di Cad It sono amministratori.

L’OFFERTA PUBBLICA DI QUARANTACINQUE E IL PRESTITO

Ma procediamo per ordine: il 19 febbraio del 2017 Paolo Dal Cortivo, amministratore delegato e presidente di Cad It (Giulia Dal Cortivo è invece amministratore delegato), lancia insieme con la sua famiglia tramite Quarantacinque l’Opa sulla società che amministra a 5,3 euro per azione. In quel momento Quarantacinque ha circa il 15% delle azioni di Cad It. Al termine dell’offerta, Quarantacinque ha il 66,29% delle azioni. Dove hanno preso i soldi i Dal Cortivo per comprarsi la società? Attraverso un prestito obbligazionario contratto a un tasso pari all’Euribor a tre mesi (che viaggia intorno al -0,3%) più 900 punti base. Di fatto un tasso superiore all’8,5% per circa 30 milioni di euro (ma aperto fino a un massimo di 53,6 milioni di euro). I soldi vanno restituiti in cinque anni ed è evidente da dove verranno estratti: da Cad It, che genera buoni utili.

Per comprarsi Cad It la famiglia Dal Cortivo ha contratto un prestito a tassi superiori al’8,5%

A questo punto, con il 66% delle azioni in mano alla famiglia Dal Cortivo, Cad It presenta un piano per la fusione con Quarantacinque che valorizza le azioni di Cad It 14,49 euro. Occhio ai numeri: le azioni che, quando erano state acquistate in fase di Opa, valevano 5,3 euro, adesso secondo gli amministratori valgono quasi tre volte tanto. PricewaterCooperHouse, chiamato dal Tribunale di Verona a esprimere un parere, giudica il concambio non adeguato «in termini di ragionevolezza e non arbItrarietà». In un’altra parte della relazione si ricorda che «il rapporto di cambio deve assicurare, in particolare nell’ottica degli azionisti di minoranza dell’incorporanda, che non vi sia trasferimento di ricchezza». In questo caso in particolare, «tanto maggiore risulta essere il valore attribuito alle azioni di Cad IT, tanto maggiore risulterà la quota di azioni della società post fusione assegnata agli attuali azionisti di Quarantacinque». Insomma, c’è il sospetto che la famiglia si sia riservata un trattamento di favore. Ciliegina sulla torta, la valutazione di Quarantinque nell’operazione è stata fatta riconoscendo un premio di maggioranza e, anche in questo caso, il parere di Pwc è che non ci siano i criteri di non arbitrarietà e ragionevolezza. La fusione sarebbe cioè tutta sbilenca a favore della famiglia Dal Cortivo e viene quindi ritirata, con sollievo degli azionisti di minoranza tra cui figura la finanziaria Palladio, che oggi ha il 12,5% delle azioni. Ma non è finita.

LA FAMIGLIA CI RIPROVA: ASSEMBLEA IL 10 SETTEMBRE

Il 20 luglio, Cad It pubblica un nuovo prospetto in cui presenta un ulteriore progetto, sempre finalizzato al delisting. In questo caso, Cad It procederebbe a una «fusione inversa per incorporazione» in Cad srl, una controllata che diventerebbe controllante. A quel punto, la società sarebbe fuori dalla Borsa. Cosa succede dopo, c’è scritto a pagina nove del prospetto informativo che specifica come non sia esclusa una fusione con Quarantacinque. A quel punto, senza però la Consob tra i piedi visto che la società sarebbe delistata. Uscriebbe di scena anche la figura dell’amministratore espresso dagli azionisti di minoranza, che invece adesso è presente. Siamo tornati, insomma, al punto di partenza. Il 10 settembre si terrà l’assemblea straordinaria che deciderà se procedere o meno con la fusione e il via libera pare scontato. A pagina 8 dello stesso prospetto viene inoltre precisato che «a seguito della Fusione, gli azionisti della società che decidessero di non esercitare il Diritto di Recessosarebbero titolari di strumenti finanziari non negoziati in alcuni mercato regolamentato con conseguente difficoltà di liquidare il proprio investimento». Meglio, insomma, prendere i 5,29 euro garantiti (meno di quelli che erano stati offerti per l’Opa) e abbozzare.

La vicenda «è all’attenzione degli uffici della Consob». Ma al di là del verificare la trasparenza, può far poco

LA CONSOB HA LE MANI LEGATE

A questo punto, i soci di minoranza hanno le mani legate. Il voto di Palladio e degli altri azionisti è poco rilevante rispetto a quello che succederà il 10 settembre, quello che poteva essere fatto perché i contorni della vicenda fossero i più chiari possibili è stato fatto, la prima ipotesi di fusione già è stata ritirata. Fonti vicini all’Authority di garanzia della Borsa fanno sapere che «la questione è all’attenzione degli uffici della Consob», che però poco possono fare se non verificare che tutto sia chiaro e ben esplicitato. In effetti lo è, tutti i passaggi qui ricostruiti sono riscontrabili attraverso documenti online e non è affatto escluso che, nei mesi scorsi, la Consob abbia esercitato la sua moral suasion perché l’operazione tra parti correlate fosse ben definita come tale. Ciò non toglie che le prospettive non siano affatto rosee per gli azionisti di minoranza: dopo i delisting potrebbero trovarsi con in mano azioni di una società non più sottoposta ai controlli Consob e che, come già stato annunciato, potrebbe procedere verso la fusione con l’indebitata Quarantacinque a condizioni che è solito lecito sperare siano migliori di quelle proposte la prima volta. Tuttavia, dato i presupposti, si può tranquillamente bollare questa come una flebile speranza. Lettera43.it ha contattato Paolo Dal Cortivo per chiarimenti, ma non ha ricevuto risposte. Con storie del genere, difficile convincere i piccoli azionisti ad avventurarsi in Borsa.

Come prevenire un nuovo Euro-golpe

di Marco Della Luna – 02/09/2018

Fonte: Marco Della Luna ariannaeditrice.it

Come prevenire un nuovo Euro-golpe

Perché il Quirinale non può contenere il Presidente degli Italiani
Nell’estate del 2018 parecchi editorialisti stanno a congetturare sui possibili modi in cui, probabilmente, per abbattere il governo sovranista e rimetterne su uno europeista e immigrazionista, nel prossimo autunno, in tempo di legge di bilancio, verrà orchestrato un colpo di Stato dai soliti “mercati”, dal duo franco-tedesco, assieme alla BCE, ai “sorosiani”, ai magistrati “progressisti”.
Già i mass media pre-legittimano tale colpo di stato, come lo pre-legittimavano nel 2011, ripetendo a josa il concetto che il pericolo è il sovranismo e l’euroscetticismo, che lo scopo è come vincerli salvando l’integrazione europea, e tacendo completamente sui meccanismi e gli squilibri europei che danneggiano l’Italia a vantaggio di Germania e Francia soprattutto. Si comportano come sicuri che il golpe si farà.
Anche grazie a tali, ricorrenti campagne propagandistiche, l’idea del colpo di Stato degli interessi stranieri col tradimento del Quirinale in loro favore è oramai sentita come qualcosa di rientrante nell’ordine delle cose, di non sorprendente né, in fondo, scandaloso.
In particolare, è chiaro che il Quirinale (la cui cooperazione è indispensabile a un golpe politico, avendo esso la funzione di delegittimare il governo legittimo e legittimare quello illegittimo) è una sorta di rappresentante degli interessi e della volontà delle potenze straniere dominanti sull’Italia; e che la sua forza politica, la sua temibilità e la sua inattaccabilità derivano dal rappresentare esse, non certo dalle caratteristiche personali dei suoi inquilini. Il Quirinale è stato concepito e costruito, nella Costituzione italiana del 1948, al fine di far passare come alto giudizio e indirizzo della più alta Autorità nazionale quelle che invece sono imposizioni di interessi stranieri.
Dico “il Quirinale” e non “il Presidente della Repubblica” perché intendo proprio il Palazzo, come istituzione e ruolo nei rapporti gerarchici tra gli Stati, e non la persona fisica che lo occupa volta dopo volta. L’Italia è uscita dalla 2a Guerra Mondiale non solo sconfitta, ma con una resa incondizionata agli Alleati, e ha così accettato un ruolo subordinato agli interessi dei vincenti, incominciando dalla politica estera, per continuare con quella monetaria e bancaria. Il Quirinale è, costituzionalmente e storicamente, l’organo che ha assicurato la sua obbedienza e il suo allineamento nei molti cambiamenti di governi e maggioranze.
Certo, rispetto al golpe del 2011, la situazione oggi è diversa, per diverse ragioni:
-perché allora la maggioranza degli italiani voleva cacciare Berlusconi e credeva che cacciarlo avrebbe apportato legalità e progresso, mentre l’attuale governo gode del gradimento di un’ampia maggioranza della popolazione, sicché per rovesciarlo servirebbe molta più violenza di quella bastata nel 2011, oppure bisognerebbe dividere la maggioranza;
-perché da allora la gente ha capito qualcosa dall’esperienza dei governi napolitanici;
-perché Berlusconi non aveva gli appoggi di Washington e Mosca, né un piano B per il caso di rottura con l’UE;
-perché rispetto al 2011 l’eurocrazia ha perso credibilità e forza; perché essa teme le vicine elezioni europee e non può permettersi nuovi soprusi.
Come agire per prevenire un nuovo golpe, dopo tali premesse?
Suggerisco di spiegare alla popolazione il suddescritto ruolo storico e costituzionale del Quirinale, il suo ruolo di garante obbligato di interessi di potenze straniere vincitrici e sopraordinate, spesso in danno agli Italiani. Un ruolo non colpevole proprio perché obbligato, ma che in ogni caso priva il Quirinale della qualità di rappresentante degli Italiani e della autorevolezza, della quasi-sacralità che questa qualità gli conferirebbe. Il Quirinale è piuttosto una controparte dell’Italia.
Già il far entrare questa consapevolezza e questi concetti nella mente e nel dialogo dell’opinione pubblica può indebolire quel potere improprio e nocivo del Quirinale che gli consente di delegittimare i legittimi rappresentanti del popolo, sebbene esso non sia eletto dal popolo ma dalla partitocrazia, e di legittimare la loro illegittima sostituzione; quindi può aiutare la prevenzione di nuovi colpi di palazzo.
Nel tempo, si potrà pensare anche a una riforma nel senso del cancellierato, che dia più potere sul governo al premier, contenendo i poteri politici del Capo dello Stato e il fondo annuo di oltre un miliardo l’anno che egli gestisce – più della Regina Elisabetta; nonché a convertire il palazzo del Quirinale in un museo, trasferendo la sede della presidenza della Repubblica in un luogo dall’aria meno dominante e adatta alle nuove e ridotte competenze.

Taglio vitalizi Senato, Mario Giordano: ‘Non smettete di urlare! Dov’è la Casellati?’

silenziefalsita.it 2.9.18

Pensavate mica di smettere di urlare? No, no, no, adesso che ci siamo, ce la possiamo fare”.

Così Mario Giordano durante una diretta su Facebook.

“Dopo un primo risultato della battaglia sui vitalizi alla Camera resta un problema” spiega il giornalista “E il Senato? Dov’è la Casellati? Qualcuno ha visto il presidente del Senato Casellati quest’estate? Perché io non capisco come si faccia ad essere senatori oggi se non si approva immediatamente il taglio che è stato fatto alla Camera. Siccome è stato fatto alla Camera, fatelo anche al Senato”.

“Non può esistere” continua “che non si faccia al Senato, non può passare in silenzio, non ne parla più nessuno. Non è lecito, è stato fatto alla Camera, bisogna farlo al Senato”.

Pensioni d’oro, Giordano: ‘Ci siamo, ora si possono tagliare’

Giordano durante la diretta sul social network affronta anche la questione del taglio delle pensioni d’oro: “Ci siamo, ora si possono tagliare. Anche quello l’abbiamo denunciato, anche quello abbiamo iniziato a raccontarlo tanti anni fa quando tutti dicevano ‘non è possibile, non si farà mai niente’. Le pensioni d’oro ora si possono tagliare. Il signor Mauro Sentinelli, 90mila euro al mese, deve avere la pensione tagliata,” afferma l’ex direttore del Tg4, che aggiunge: “E con lui tutti gli altri, tutte le altre pensioni d’oro”.

Giordano parla anche dei sindacalisti: “Ancora sto aspettando dall’INPS la risposta: chi è il soggetto 19, sindacalista, quello che doveva proteggere i lavoratori e ha protetto la sua pensioncina, che è andato in pensione con 11.750 euro di pensione? Chi è il soggetto 19? Lo voglio sapere. Se voi urlate lo sapremo. E il soggetto 18? Un altro sindacalista: 9.500 euro al mese, +66% di quello che avrebbe preso se non fosse stato un sindacalista. E questo in base a una legge che vale ancora, e dicono che non bisogna intervenire sulle pensioni d’oro”.

Guarda il video:

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Guarda video (6:47)

Pubblicato da Sanguisughe

E’ già stata programmata la prossima aggressione americana alla Siria?

comedonchisciotte.org 2.9.18

THE SAKER

thesaker.is

Bis repetita

Sembra di essere ritornati al punto di partenza: gli Anglosionisti stanno, apparentemente, nuovamente preparandosi ad usare proprio gli stessi Caschi Bianchi (i “terroristi buoni”) per portare a termine in Siria un altro attacco chimico false-flag e addossarne poi, di nuovo,  la colpa alle forze governative. I Russi stanno nuovamente mettendo in guardia il mondo in anticipo e, proprio come l’altra volta, a (quasi) nessuno importa qualcosa. E circolano anche voci secondo cui gli Stati Uniti stanno ancora una volta pensando di imporre una (completamente illegale) no-fly zone al di sopra della Siria (cosa di cui non sentivo parlare fin dai tempi della campagna presidenziale di Hillary). E, proprio come l’altra volta, sembra che l’obbiettivo degli Stati Uniti sia quello di salvare i “terroristi buoni” da una decisiva vittoria delle forze governative.

Sembra che la mia previsione su ogni click che ci porta sempre più vicini al bang si stia, sfortunatamente, avverando e che, anche se l’Impero sembra aver rinunciato al proposito di una riconquista totale della Siria, i Neoconservatori stiano chiaramente spingendo per quello che potrebbe rivelarsi un importante attacco missilistico contro la Siria. Il fatto che lanciare un gran numero di missili in prossimità delle forze russe possa determinare un contrattacco russo che, sua volta, potrebbe portare ad un conflitto più ampio, magari anche nucleare, non sembra essere un fattore determinante nei calcoli dei Neoconservatori. Certo, i Neoconservatori sono per lo più gente abbastanza stupida (nel senso che sono in grado di concentrarsi solo sul breve termine), con uno spiccato senso di superiorità e una visione messianica del mondo. Quello che comunque mi stupisce è che ci siano così poche persone in Europa e negli Stati Uniti che si preoccupano di questo. Una guerra nucleare è diventata, in qualche modo, talmente inconcepibile che molti pensano che non potrà mai scoppiare.

L’altra cosa di cui i Neoconservatori sembrano non rendersi conto è che la situazione sul terreno in Siria non può essere cambiata con i missili o con le bombe. Innanzitutto, l’ultimo attacco degli Stati Uniti ha dimostrato ufficialmente che i Tomahawks americani sono un facile bersaglio per le (per lo più antiquate) difese antiaeree siriane. Naturalmente, gli Stati Uniti potrebbero fare affidamento su un numero superiore di AGM-158 JASSM, che sono molto più difficili da intercettare, ma, indipendentemente dai missili che potrebbero essere utilizzati, questi non riuscirebbero a degradare in modo significativo le capacità dell’esercito siriano, semplicemente perché in Siria  bersagli veramente remunerativi per i missili da crociera ce ne sono veramente pochi, tanto per iniziare. Considerando poi che gli Stati Uniti sanno benissimo che non ci sarà nessun attacco chimico (e, del resto, non potrebbe neanche esserci, dal momento che gli Stati Uniti hanno attestato l’assenza di armi chimiche Siria già dal 2013), la Casa Bianca potrebbe decidere di far saltare in aria qualche edificio vuoto e dichiarare che “quell’animale di Assad” è stato punito, almeno così suppongo. Ma, anche se non incontrasse nessuna resistenza, un attacco missilistico americano non avrebbe comunque senso. E così questo ci porta a chiederci qual’è il razionale di un attacco alla Siria. Purtroppo, la risposta, abbastanza evidente, è che l’imminente attacco missilistico ha poco a che fare con la guerra in Siria e molto di più con la politica interna degli Stati Uniti.

Le opzioni russe e siriane

[Rispetto alla volta precedente] ci sono alcune differenze. La più significativa è che, questa volta, la task force navale russa nel Mediterraneo Orientale è assai più consistente: 15 navi, comprese due fregate di ultima generazione, l’Admiral Grigorovich e l’Admiral Essen (per un resoconto dettagliato, cliccate qui) e due moderni sottomarini d’attacco diesel-elettrici della classe 636.3. Questa è una enorme potenza di fuoco antinave, antiaerea e antisommergibile e, cosa assai più importante, è anche una avanzatissima capacità di allarme precoce. Visto che i sistemi di difesa antiaerea russo e siriano sono stati integrati in modo da fornire, in automatico, una risposta di fuoco univoca, questo significa che i Siriani “vedranno” benissimo tutto quello che succede all’esterno e all’interno del loro spazio aereo (e questo sarà ancora più vero se i Russi manterranno di pattuglia, giorno e notte, i loro AWACS A-50U).

Quello che mi preoccupa di più sono le varie notizie stampa (come questa), dove si afferma che il Segretario di Stato Americano, Mike Pompeo, ha detto, la settimana scorsa, al Ministro degli Esteri Russo, Sergei Lavrov, che, se dovesse avvenire un attacco chimico, “Mosca sarà ritenuta responsabile.” Se con il “Mosca sarà ritenuta responsabile” i pazzoidi di Washington D.C. intendono “moralmente responsabile”, allora si tratta solo delle solite stupidaggini. Ma ho paura che, con quei pazzi certifificati di Bolton e Pompeo in carica, gli Stati Uniti possano prendere in considerazione l’idea di attaccare il personale russo in Siria (non necessariamente nelle ben difese basi di Khmeimim o Tartus). Questi tizi potrebbero facilmente attaccare diverse installazioni o unità militari siriane dove sanno essere presente del personale russo e dichiarare poi che non intendevano colpire deliberatamente i Russi e che i Russi colpiti erano “chiaramente coinvolti” con le forze siriane responsabili delle armi chimiche. Gli Stati Uniti hanno già preso di mira dei cittadini russi con rapimenti ed incarcerazioni, ora potrebbero iniziare ad ucciderli e ad addossare la colpa della loro morte al Cremlino. Non ci credete? Pensate solo al caso “Skripal” e vedrete che questa idea non è poi così infondata.

I Russi hanno comunque delle opzioni a loro disposizione. Una cosa che potrebbero fare è piazzare 6 MiG-31s (modernizzati) in allerta rapida nel sud della Russia (o, meglio ancora, in Iran) e tenerne un paio in pattugliamento aereo da combattimento sulla Siria (o sull’Iran). Isieme agli “occhi” degli A-50U, questi MiG-31s potrebbero dare alla Russia una formidabile capacità bellica, specialmente contro i B-1B americani dispiegati in Qatar o a Diego Garcia. Fino ad ora, i MiG-31s non sono ancora entrati in azione in Siria, ma, se la loro missione fosse quella di intercettare un gran numero di missili da crociera, allora sarebbero una piattaforma molto più flessibile e performante dei pochi Su-35 e Su-30 operanti attualmente dalla base dei Khmeimim.

Ma, per proteggere la Siria, la cosa essenziale è rinforzare i sistemi di difesa antiaerea e di allarme precoce siriani, sopratutto con i moderni sistemi mobili di difesa aerea, in modo particolare quelli a corto e medio raggio, come i Tor-M2 e i Pantsir-S2. Fino a che non si sarà raggiunto questo risultato, Stati Uniti e Russia rimarranno bloccati in un pericolosissimo “stallo messicano,” in cui entrambi sono impegnati in quello che io chiamo “il gioco del pollo atomico,” dove ognuno minaccia l’altro, contando sul proprio deterrente nucleare per scongiurare un contrattacco o una rappresaglia. Tutto questo è estremamente pericoloso, ma la Russia può fare poco o nulla per impedire ai leaders americani di ripetere in continuazione la medesima strategia. Fino ad ora, i Russi hanno dimostrato un notevole livello di autocontrollo, ma, se venissero provocati in modo eccessivo, il loro passo successivo sarebbe quello di reagire contro gli Stati Uniti in un modo che darebbe loro quella che la CIA chiama una “negazione plausibile” (ho parlato di questa opzione un’anno fa, in questo articolo). Se fossero attaccati in maniera diretta ed aperta, ai Russi non rimarrebbe, naturalmente, nessun’altra scelta se non quella di rispondere. E, anche se è vero che le forze Russe in (e in prossimità della) Siria sono in netta inferiorità numerica rispetto a quelle americane della NATO e del CENTCOM, i Russi hanno un grosso vantaggio sugli USA per quanto riguarda i missili da crociera a lungo raggio (per un approfondimento, leggete l’analisi di Andrei Martyanov Russia’s Stand-Off Capability: The 800 Pound Gorilla in Syria (La capacità russa di colpire a distanza: il gorilla da 400 kg. in Siria).

Nessuna di queste notizie rappresenta una novità, il mondo è in questa situazione da oltre un anno e ancora non se ne vede la fine. Sfortunatamente, posso solo essere d’accordo con Ruslan Ostashko: solo una grossa sconfitta militare o un ugualmente massiccio collasso economico possono costringere gente che “confonde l’Austria con l’Australia” a rinunciare al proprio malsano tentativo di dominare il mondo con la violenza.

The Saker

Fonte: thesaker.is

Link: https://thesaker.is/is-the-next-us-aggression-on-syria-already-scheduled/

31.08.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Vi spiego come l’Europa ha tutelato le banche tedesche e azzoppato quelle italiane

Vladimiro Giacché dtartmag.it 2.9.18

Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Vladimiro Giacché sulla crisi bancaria italiana uscito sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, La tesi è che la crisi bancaria italiana sia il frutto delle normative europee, che hanno generato enormi asimmetrie e condizioni inique sopratutto per il nostro paese. Normative aggirate dalla Germania, che da un lato ha proceduto prima della loro entrata in vigore a salvare con interventi pubblici le proprie banche, e poi ha ottenuto di esentare dalla supervisione bancaria europea le proprie Sparkasse, legate a filo doppio alla politica locale e oggi a rischio sistemico, data l’entità degli impieghi. 

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria dell’Eurozona. La balcanizzazione –  la frattura del sistema bancario transfrontaliero che avviene quando creditori nervosi si ritirano verso i sicuri porti nazionali – è stata percepita a ragione come uno dei maggiori pericoli per la stabilità e la sussistenza stessa della moneta unica.

Infatti, all’indomani della crisi finanziaria, gran parte delle ricerche disponibili evidenziavano come il sistema – che sino al 2008/2009 si presentava così interconnesso da essere apparentemente inestricabile – si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”. I prestiti transfrontalieri nell’eurozona erano crollati all’incirca alla metà dei valori pre-crisi, e ingenti capitali erano stati rimpatriati da molte banche e investitori nei paesi core (Germania e Francia). I prestiti nei paesi cosiddetti periferici (Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo) nel frattempo tornavano ad essere sostanzialmente nazionali. Questo, politicamente, era imbarazzante, ma anche pericoloso, poiché rendeva tecnicamente possibile la fine  della moneta unica.

Peggio ancora, questa situazione creava un problema ulteriore non meno grave: un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano – cioè il rischio che una nazione potesse essere spinta alla bancarotta.

UN OBIETTIVO,TRE PILASTRI

L’idea originale era che un’unione bancaria avrebbe ristabilito un mercato bancario e finanziario integrato attraverso tre pilastri: 1) un sistema unico di vigilanza bancaria 2) procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi, e 3) una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso tra rischio Paese e rischio bancario.

Questa la teoria. Nella pratica, l’unione bancaria ha generato enormi asimmetrie e condizioni competitive inique in tutta l’Eurozona. Queste asimmetrie hanno colpito in particolare il sistema bancario italiano, in un modo che contribuisce a spiegare gli avvenimenti degli ultimi anni.

Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali. Trascura un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona e  perciò le favorisce, almeno  nel breve periodo.

Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi – caratterizzate dal sostanziale divieto di salvataggio pubblico – hanno avuto anch’esse effetti fortemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis l’Italia). In particolare, queste regole sono state stabilite solo dopo che molti paesi europei avevano elargito aiuti pubblici senza precedenti alle proprie banche nazionali. Questi enormi trasferimenti finanziari avevano sostanzialmente  sospeso – sull’onda dell’emergenza – la normativa europea sugli aiuti di Stato, ovvero sugli interventi pubblici nazionali. Così alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa.

Impedire a questo punto la possibilità di qualsiasi tempestivo salvataggio pubblico risulta oggi fortemente penalizzante per quei Paesi, come l’Italia, che nella fase precedente non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il proprio sistema bancario nazionale. Per questi Stati, l’opzione del salvataggio è adesso soggetta a criteri estremamente stringenti e subordinata al cosiddetto “bail-in” – ovvero uno schema che pone in primo luogo a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti le perdite bancarie – non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata.

Quanto all’entità del sostegno di cui le banche di altri Paesi europei avevano goduto prima dell’entrata in vigore dell’Unione bancaria, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla Frankfurter Allgemeine del 16 agosto 2013 – pochi mesi prima dell’approvazione del meccanismo unico di vigilanza bancaria da parte del Consiglio Europeo –  offre dati a dir poco impressionanti. Solo per fare un esempio dei molti salvataggi tedeschi all’indomani della crisi finanziaria, il governo fornì alla compagnia di assicurazione Hypo-Re una garanzia  fino a 145 miliardi di euro. Il costo di questo solo salvataggio per i contribuenti tedeschi finora è stato di 20 miliardi di euro. Altre fonti forniscono numeri complessivi leggermente diversi sui salvataggi pubblici, ma quel che emerge chiaramente è la peculiarità della situazione bancaria italiana, che finora ha comportato aiuti pubblici molto inferiori a quelli degli altri paesi europei.

Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano poi addirittura dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro: la garanzia europea sui depositi. Questo meccanismo era assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria: arrestare il processo di “balcanizzazione finanziaria”. Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva l’onere della protezione (parziale) dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato. E, ancora una volta, contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’UE, e in particolare dell’Eurozona.

L’effetto di questo insieme di norme – i due pilastri che ci sono e quello che non c’è – è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della Costituzione italiana (l’art. 43 e l’art. 47).

A dispetto delle intenzioni, il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori, in particolare i detentori delle cosiddette obbligazioni subordinate, diventate improvvisamente più rischiose col nuovo regime.

E, come era facilmente prevedibile, l’assenza sia di una rete di sicurezza pubblica per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato una vera e propria corsa agli sportelli in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si auto-avverano, i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno dato luogo a una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.

Un’altra pericolosa asimmetria proviene dal trattamento del rischio di mercato nel nuovo regime. Il peso di questo rischio – legato all’attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati – risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e Asset Quality Review condotti dalla Banca centrale europea. Il nuovo sistema pone un’attenzione molto maggiore sul rischio di credito – e conseguentemente penalizza i sistemi bancari come quello italiano che sono relativamente meno finanziarizzati, ma nei quali il rischio di credito è un fattore relativamente più importante.

Ma c’è di più: il rischio di mercato, al contrario del rischio di credito, non figura nemmeno nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE, come evidenziato nei Rapporti annuali della BCE del 2015, 2016 e 2017 (si veda l’ultimo).

In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank. Conoscere il valore effettivo dei Level 3 assets (derivati) di Deutsche Bank è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte “non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio“. L’Autorità di vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati nel portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche, vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori (si veda L. Davi, BCE, 68 banche sotto ispezione. Fuori i Level 3 dalle verifiche, “Il Sole 24 Ore”, 25 gennaio 2017).

E IL VINCITORE È…

Il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Tutte le banche tedesche, ma in particolare le banche di piccole e medie dimensioni, che hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di asset il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea.

Delle  417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro.

Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.

Il primo è rappresentato dal trattamento di favore riservato dalla normativa europea ai cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken), Austria (banche Raiffeisen) e Spagna (Casse di risparmio). Differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea – ad esempio nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati – né degli accordi di Basilea. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern, esperto dell’Austrian Financial Markets Authorities, in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Stern scrisse queste righe nel 2014, ma da allora la situazione non è cambiata.

Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le banche che in altri Paesi europei sono associate in IPS, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità; non solo: con la L. 49/2016 il legislatore italiano ha imposto l’inclusione delle Banche di Credito Cooperativo in Gruppi bancari che, oltre a snaturare la natura mutualistica e cooperativa degli enti associati, avranno in 2 casi su 3 la dimensione di banche “significative” a livello europeo e quindi saranno direttamente vigilate dalla BCE sulla base dei requisiti più stringenti in termini di capitale previsti per le banche di maggiori dimensioni.

Il secondo modo in cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee.

Il nesso può non apparire immediato. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre. È stato un gravissimo errore dell’Italia non impedire questa asimmetria, che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità dichiarate.

Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen e Volksbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono di essere in grado di proteggersi da sole grazie al loro status speciale di IPS; in secondo luogo, perché temono di dover rendere le proprie regole specifiche omogenee a quelle delle altre banche, senza più beneficiare delle eccezioni regolatorie.

Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di bloccare la norma nel Consiglio, con la scusa ufficiale che la Germania si rifiutava di pagare per i problemi bancari degli altri paesi. Diversi tentativi di compromesso andarono a vuoto, perché tutti implicavano qualche tipo di vigilanza europea sulle banche tedesche – svelando così la vera natura del problema: il desiderio del governo tedesco di ostacolare qualsiasi forma di vigilanza europea sulle Sparkassen tedesche e le altre banche minori.

A inizio dicembre 2015 Schäuble sembrò arrendersi alle pressioni della Commissione Europea e dei principali altri Stati dell’Eurozona. Il quotidiano economico  Deutsche Wirtschafts Nachrichten evidenziò come una decisione del genere potesse aprire la strada a un duro conflitto tra il settore bancario tedesco e il governo.

Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Il piano di contrattacco di Schäuble da un lato è consistito nel delegittimare  la BCE per il suo presunto conflitto di interesse tra il ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria – una condizione che i leader europei, Schäuble incluso, avevano da poco deliberato. Ha poi annunciato la sua opposizione alla proposta di mutua garanzia in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in, e, punto fondamentale, fino a che non fossero  ridotti i rischi del sistema bancario. Successivamente ha precisato come fosse necessario che le banche europee riducessero la quota in portafoglio dei titoli di Stato del proprio paese. Questa mossa tattica non solo ha rimandato sine die la discussione, ma ha anche spostato l’attenzione dal rischio bancario al rischio (sovrano) delle singole nazioni, un campo nel quale la Germania non ha nulla da temere. Fu infatti l’Italia, con il Presidente del Consiglio Renzi, ad essere costretta a porre il veto alla discussione sui bond sovrani nei bilanci bancari, bloccando così la discussione sul terzo pilastro.

Frattanto venivano attivati gli altri due pilastri, saltando completamente il periodo transitorio originariamente proposto per attenuare gli effetti del cambiamento delle regole.  Il risultato è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente nazionale. Un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria.

Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) degli anni Ottanta. Un ciclo economico tedesco positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilate da nessuna autorità di vigilanza europea (si veda “Deutsche Banken sehen EU-Aufsicht kritisch”, Franckfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2017).

LE CONSEGUENZE

Comprendendo questo contesto, le radici dei problemi del sistema bancario italiano diventano più chiare. Il peso dei crediti deteriorati (NPL) è derivato dalla peggiore crisi economica in tempo di pace dal 1861. Il problema è emerso anche perché dopo il 2008 non è stato intrapreso nessun salvataggio bancario. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore bancario negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, si nota che la caduta dei prezzi è in genere avvenuta in concomitanza, più che con notizie genericamente “negative”, con le novità inerenti alla regolamentazione del settore a livello europeo, o in relazione a interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Si pensi alle lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, per esempio per chiedere di cedere subito i crediti problematici – pertanto ad un prezzo molto basso.

Dalla fine del 2015 – quando la Commissione Europea bloccò l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare quattro banche locali nei guai – sino al febbraio 2016, dopo l’entrata in vigore del bail-in senza un periodo di transizione e senza alcuna garanzia europea sui depositi, sono stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari italiani su un totale di 134,6. Un crollo del 35%.

È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi bancaria verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di un backstop pubblico sotto forma di salvataggio (bailout). In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione un ulteriore fattore di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere – di stabilizzazione.

Che fare?  A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull’opportunità o meno di sospendere la regolamentazione sul bail-in.  Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva de facto il Trattato di Schengen – l’accordo di libera circolazione all’interno della UE in vigore dal 1995. Quella sospensione di fatto perdura tuttora, mentre il bail-in non fu mai sospeso. Ciò è stupefacente – specialmente a causa del fatto che le regole del bail-in contraddicono la Costituzione italiana, e date le asimmetrie insite nello strano e traballante tavolo a due gambe che gentilmente chiamiamo “unione bancaria”. Ma non è mai troppo tardi per rovesciare politiche sbagliate e errori di negoziazione. Purché li si comprenda.

Articolo uscito su www.vocidallestero.it

Perché l’Italia non subirà attacchi speculativi come nel 2011

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi startmag.it

2.9.18

L’analisi di Fabio Dragoni e Antonio Maria Rinaldi 

Può l’Italia tornare a essere vittima di un forte attacco speculativo come avvenuto nell’autunno del 2011 con conseguente rimozione e cambio di esecutivo alla guida del Paese? La risposta è no per almeno tre ordini di ragioni: una di tipo economico, una tipo geopolitico e una di tipo politico.

1). L’Italia nel 2017 ha registrato un attivo nella bilancia dei pagamenti di oltre 47 miliardi di euro contro un passivo di 49 miliardi nel 2011, che si sommava a un rosso di 54 miliardi nel 2010.

Allora l’Italia usciva dalla crisi del 2008 cercando di alimentare la domanda interna con una politica fiscale tenuemente espansiva. Nel biennio 2009-10 l’Italia interrompe la serie infinita di avanzi primari, poi ripresa nel 2011, che dal 1990 l’ha portata a cumulare un surplus prima degli interessi sul debito di oltre 700 miliardi.

Ma il vero problema erano i conti con l’estero, la cui differenza fra 2011 e oggi è di circa 100 miliardi. Mario Monti sottopose l’Italia a una politica di tasse sulla casa e colpendoli nelle pensioni. Già nel 2012 questa cura aveva portato la bilancia dei pagamenti quasi in pareggio, a circa -5 miliardi. La vera emergenza erano i conti con l’estero e non i conti pubblici, come del resto Monti candidamente ammise in un’intervista alla Cnn.

Ma quell’emergenza oggi non c’è e lo scenario di allora appare quindi assai meno probabile. Il risultato di tale aggressiva politica di austerity nel periodo novembre 2011/novembre 2012 fu un disastroso calo del pil del 2,6%, una disoccupazione salita dal 9,3 al 10,8% e il rapporto debito pubblico/pil aggravatosi dal 120,7 al 126,4%. Questi numeri dimostrano che la cura proposta Monti fu un totale fallimento per il Paese.

2). L’inquilino della Casa Bianca è cambiato. Donald Trump al posto di Barack Obama si è posto l’obiettivo di favorire il rimpatrio delle attività produttive dentro i confini Usa. Per far questo non è andato troppo per il sottile.

Ha disintegrato l’accordo per il libero scambio in Nord America (Nafta) firmando una nuova intesa bilaterale con il Messico e mettendo all’angolo il Canada. Ha imposto dazi su prodotti in acciaio e alluminio provenienti dall’Ue e dalla Cina mettendo sulla graticola soprattutto la Germania, il cui avanzo commerciale è in valore assoluto paragonabile a quello della Cina grazie all’euro.

Una sorta di marco svalutato che beneficia del fatto che Paesi deboli come Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo contribuiscono a renderne basso il prezzo rispetto al dollaro. Trump ha tutto l’interesse a veder scendere il valore del biglietto verde rispetto all’euro e si è detto disponibile a offrire un appoggio concreto all’Italia.

Acquistare euro per prendersi Btp contribuirà ad abbassare il prezzo del dollaro e gli consentirà di rafforzare la presa su un Paese strategico come l’Italia, alimentando inoltre le spinte disgregatrici di un’Ue destinata a collassare, almeno nell’attuale configurazione, con le prossime elezioni europee del 2019. Le banche americane potranno quindi acquistare Btp a buon mercato contribuendo a mitigare la discesa dei rendimenti. Cosa che nel 2011 non era minimamente pensabile.

3). Se nel 2011 nessuna forza politica aveva la ragionevole certezza di acquisire la maggioranza dei seggi in una possibile tornata elettorale anticipata, il governo giallo-verde è accreditato in tutti sondaggi di riscuotere il consenso di almeno il 60% degli elettori. Spodestarlo potrebbe quindi essere un boomerang.

Qualsiasi nuovo esecutivo non potrebbe contare su una maggioranza parlamentare certa e stabile mentre si avvicinano le elezioni europee. Uno scenario politico completamente diverso rispetto al 2011. Inoltre, nella calda estate di quell’anno, in piena crisi del debito sovrano italiano, l’allora presidente della Bce, il francese Jean-Claude Trichet, alzò per ben due volte il tasso ufficiale di sconto con la prevedibilissima conseguenza di gettare benzina sul fuoco.

Per fortuna oggi al suo posto c’è Draghi, che ha concepito un’operazione di stimolo monetario straordinaria come il Qe. Ragionevolmente possiamo pensare che dopo aver acquistato quasi 2.500 miliardi di euro in titoli proprio nel momento di maggior bisogno, tiri indietro la mano e vanifichi quanto di buono è stato fatto finora? Draghi sa benissimo che abbandonare l’Italia in questo momento significherebbe condannare a morte l’euro e c’è da giurarci che non vorrà passare alla storia come colui che non è riuscito a evitarlo.

(Estratto di un articolo pubblicato su Scenari Economici)