Il declino di Campione un “paese fantasma”

Andrea Stern caffe.ch 2.9.18

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Un paese fantasma. Strade vuote, serrande abbassate, giardini deserti. Commesse annoiate nei pochi negozi rimasti aperti. “Quando sono arrivata qui trentacinque anni fa da Milano – racconta una parrucchiera -, Campione d’Italia era un paradiso. Tutti sognavano di venire a viverci, tanto che pur di avere la residenza qui si affittavano persino le cantine. Oggi invece è una desolazione”. In effetti. Per sentire qualche rumore, l’unica possibilità è quella di andare nella piazza davanti al casinò. Dove da oltre un mese si radunano i dipendenti rimasti senza lavoro. Ma sono solo poche decine, una minima parte delle oltre 700 persone travolte dalla bufera che imperversa sull’enclave. I manifestanti sembrano piccole formiche che da un momento all’altro potrebbero essere schiacciate dall’enorme elefante dormiente che sta dietro di loro. Il casinò più grande d’Europa, trasformatosi in un inutile monumento alla megalomania.
“Campione È Italia” hanno scritto gli ex dipendenti su uno striscione, in risposta ai compaesani che vorrebbero l’annessione alla Svizzera. Ma anche in risposta all’assordante silenzio del governo italiano. “Salvini, Di Maio, rispondeteci” si legge su un altro striscione. Le uniche reazioni alla chiusura del casinò stanno però arrivando dalla Svizzera. Sotto forma di solidarietà, gradita. Ma anche di idee per la riconversione dell’edificio del casinò (vedi nella pagina a fianco). Queste ultime, meno gradite. “Sentiamo parlare di molti progetti privati – dice un campionese -. Ma a noi sembrano più che altro voci per sviare l’attenzione da quella che è e resta l’unica soluzione: la riapertura della sala da gioco. Tutto il resto sono solo chiacchiere. E poi, ve li vedete un albergo o una clinica di lusso in un edificio che non ha nemmeno finestre? Sono idee che non stanno né in cielo né in terra”. Tutti concordano che all’albergo o alla clinica di lusso, piuttosto, si sarebbe dovuto pensare prima. Quale complemento al casinò, non al posto suo. “L’errore è stato puntare solo sul gioco, senza sviluppare altre attività – riconosce un ex dipendente -. Ma il gioco resta essenziale. Senza casinò, il nostro paese non ha possibilità di sopravvivere”. Lo dimostra il crescente numero di locali sfitti. Di recente ha chiuso anche l’unica fiorista. Della quarantina di attività commerciali di una decina d’anni fa, ne restano solo 12. “A Roma nessuno ci sta prendendo sul serio – afferma la cameriera di un bar -. Sembra che non siano nemmeno al corrente dell’esistenza di Campione. Eppure siamo l’unico comune italiano che non ha mai chiesto un centesimo allo Stato. Al contrario, abbiamo dato un importante contributo. Tutto dimenticato”. È il vento della rassegnazione che piano piano raggiunge ogni angolo del paese. Lo percepisce anche una coppia di turisti milanesi, giunti a Campione ignari di tutto. “Ah, è fallito il casinò? – chiedono alla cameriera dopo aver origliato la discussione del tavolo vicino -. Ci sembrava che il paese fosse più desolato del solito, ma non ne sapevamo nulla”. Il dissesto dell’enclave, evidentemente, non è oggetto di discussione nel resto d’Italia.
Come non lo è all’interno della folta comunità russa di Campione, che continua a crescere indipendentemente dalle vicissitudini del casinò. “Siamo circa in 250, più del dieci per cento dell’intera popolazione – spiega la responsabile di un’agenzia immobiliare -. E continuiamo a ricevere richieste da parte di connazionali intenzionati a venire a stabilirsi qui. Non per il casinò, bensì per la particolare situazione di Campione, uno splendido paese italiano incastonato nel bel mezzo della Svizzera”.
I pellegrini, invece, non si lasciano scalfire dalla chiusura del casinò. “Arrivano in continuazione pullman carichi di persone che vogliono visitare il santuario di Santa Maria dei Ghirli”, spiega una dipendente dell’ufficio turistico. Un santuario risalente al quattordicesimo secolo, che mantiene intatta la sua attrattiva. Quasi da monito a chi ha commissionato il nuovo edificio del casinò, che dopo soli dieci anni ha già perso la sua ragione d’essere.

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