Perché l’Italia non subirà attacchi speculativi come nel 2011

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi startmag.it

2.9.18

L’analisi di Fabio Dragoni e Antonio Maria Rinaldi 

Può l’Italia tornare a essere vittima di un forte attacco speculativo come avvenuto nell’autunno del 2011 con conseguente rimozione e cambio di esecutivo alla guida del Paese? La risposta è no per almeno tre ordini di ragioni: una di tipo economico, una tipo geopolitico e una di tipo politico.

1). L’Italia nel 2017 ha registrato un attivo nella bilancia dei pagamenti di oltre 47 miliardi di euro contro un passivo di 49 miliardi nel 2011, che si sommava a un rosso di 54 miliardi nel 2010.

Allora l’Italia usciva dalla crisi del 2008 cercando di alimentare la domanda interna con una politica fiscale tenuemente espansiva. Nel biennio 2009-10 l’Italia interrompe la serie infinita di avanzi primari, poi ripresa nel 2011, che dal 1990 l’ha portata a cumulare un surplus prima degli interessi sul debito di oltre 700 miliardi.

Ma il vero problema erano i conti con l’estero, la cui differenza fra 2011 e oggi è di circa 100 miliardi. Mario Monti sottopose l’Italia a una politica di tasse sulla casa e colpendoli nelle pensioni. Già nel 2012 questa cura aveva portato la bilancia dei pagamenti quasi in pareggio, a circa -5 miliardi. La vera emergenza erano i conti con l’estero e non i conti pubblici, come del resto Monti candidamente ammise in un’intervista alla Cnn.

Ma quell’emergenza oggi non c’è e lo scenario di allora appare quindi assai meno probabile. Il risultato di tale aggressiva politica di austerity nel periodo novembre 2011/novembre 2012 fu un disastroso calo del pil del 2,6%, una disoccupazione salita dal 9,3 al 10,8% e il rapporto debito pubblico/pil aggravatosi dal 120,7 al 126,4%. Questi numeri dimostrano che la cura proposta Monti fu un totale fallimento per il Paese.

2). L’inquilino della Casa Bianca è cambiato. Donald Trump al posto di Barack Obama si è posto l’obiettivo di favorire il rimpatrio delle attività produttive dentro i confini Usa. Per far questo non è andato troppo per il sottile.

Ha disintegrato l’accordo per il libero scambio in Nord America (Nafta) firmando una nuova intesa bilaterale con il Messico e mettendo all’angolo il Canada. Ha imposto dazi su prodotti in acciaio e alluminio provenienti dall’Ue e dalla Cina mettendo sulla graticola soprattutto la Germania, il cui avanzo commerciale è in valore assoluto paragonabile a quello della Cina grazie all’euro.

Una sorta di marco svalutato che beneficia del fatto che Paesi deboli come Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo contribuiscono a renderne basso il prezzo rispetto al dollaro. Trump ha tutto l’interesse a veder scendere il valore del biglietto verde rispetto all’euro e si è detto disponibile a offrire un appoggio concreto all’Italia.

Acquistare euro per prendersi Btp contribuirà ad abbassare il prezzo del dollaro e gli consentirà di rafforzare la presa su un Paese strategico come l’Italia, alimentando inoltre le spinte disgregatrici di un’Ue destinata a collassare, almeno nell’attuale configurazione, con le prossime elezioni europee del 2019. Le banche americane potranno quindi acquistare Btp a buon mercato contribuendo a mitigare la discesa dei rendimenti. Cosa che nel 2011 non era minimamente pensabile.

3). Se nel 2011 nessuna forza politica aveva la ragionevole certezza di acquisire la maggioranza dei seggi in una possibile tornata elettorale anticipata, il governo giallo-verde è accreditato in tutti sondaggi di riscuotere il consenso di almeno il 60% degli elettori. Spodestarlo potrebbe quindi essere un boomerang.

Qualsiasi nuovo esecutivo non potrebbe contare su una maggioranza parlamentare certa e stabile mentre si avvicinano le elezioni europee. Uno scenario politico completamente diverso rispetto al 2011. Inoltre, nella calda estate di quell’anno, in piena crisi del debito sovrano italiano, l’allora presidente della Bce, il francese Jean-Claude Trichet, alzò per ben due volte il tasso ufficiale di sconto con la prevedibilissima conseguenza di gettare benzina sul fuoco.

Per fortuna oggi al suo posto c’è Draghi, che ha concepito un’operazione di stimolo monetario straordinaria come il Qe. Ragionevolmente possiamo pensare che dopo aver acquistato quasi 2.500 miliardi di euro in titoli proprio nel momento di maggior bisogno, tiri indietro la mano e vanifichi quanto di buono è stato fatto finora? Draghi sa benissimo che abbandonare l’Italia in questo momento significherebbe condannare a morte l’euro e c’è da giurarci che non vorrà passare alla storia come colui che non è riuscito a evitarlo.

(Estratto di un articolo pubblicato su Scenari Economici)