allarme-polizia-postale-attenzione-a-truffa-con-mail-unicredit

Vvox.it 3.9.18

La Polizia Postale ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un esempio di mail a nome Unicredit che rischia di trarre in inganno molte persone. Si tratta infatti di un fenomeno di pishing segnalato anche dallo “Sportello dei Diritti”.

L’email parla di accredito bloccato di circa 900 euro sul conto e rimanda a un link tramite il quale vengono richiesti dati personali. Ciò può essere pericoloso per anziani o persone meno esperte. Si rischia infatti di cadere nelle mani degli hacker che usano queste “esche” per sottrarre soldi dal conto.

PONTE MORANDI, AUTOSTRADE: “NESSUNO SEGNALÒ URGENZA”/ CdM, Costa: “presto misure per Genova”

Genova: il video del momento in cui crolla il ponte Morandi. Ultime notizie: spunta dossier Autostrade, “viadotto non era urgente, nessuno ci ha avvertiti”. CdM, “pronte misure speciali”

Genova: ecco il video del momento in cui crolla il ponteGenova: ecco il video del momento in cui crolla il ponte

Mentre Autostrade conferma in una nota di non aver mai ricevuto segnalazioni di forte urgenza sui problemi del Ponte Morandi – «Il parere integrale del Politecnico – conclude la nota Aspi -, fu inserito nella documentazione del progetto trasmessa al Mit per approvazione e al Provveditorato di Genova. Nessuno ravvisò, analogamente al progettista, elementi di urgenza» – ha parlato poco fa all’uscita dal Consiglio dei Ministri il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa proprio in merito di importanti misure da prendere per la situazione genovese. «Era il primo Consiglio dei Ministri dopo tre settimane, che è servito anche per fare il punto su una serie di questioni, si è cominciato a parlare anche di misure per Genova: il ministro Toninelli ha fatto un’introduzione e le ha indicate come un’urgenza». Infine, il Ministro Costa ha annunciato in settimana una nuova riunione del CdM, senza però avere ancora reso noto i temi all’ordine del giorno. (agg. di Niccolò Magnani)

AUTOSTRADE: “MAI RICEVUTO SEGNALAZIONI”

Nella giornata in cui spunta un verbale di un consiglio di fine marzo di Autostrade per l’Italia in cui si considerava non urgente il dossier sul Ponte Morandi di Genova, è tornato a parlare Stefano Marigliani, direttore del Tronco di Genova e uno dei volti che negli ultimi giorni sono comparsi più spesso in televisione per parlare a nome dell’intero gruppo. “Posso intervenire sul traffico in situazioni di urgenza, ma sul viadotto non c’è mai stata una situazione d’urgenza” ha detto Marigliani nel corso di una intervista rispondendo a chi in Autostrade lo aveva tirato in ballo in precedenza, aggiungendo di non aver mai nemmeno “ricevuto una segnalazione di pericolo dai tecnici della Spea che si occupano per noi della sorveglianza”. Inoltre, Marigliani ha ammesso di non aver mai avuto direttamente a che fare col progetto di relifting del ponte: “Non ho mai visto lo studio del Politecnico” conclude. (agg. R. G. Flore)

AUTOSTRADE TIRA IN BALLO DIRETTORE TRONCO

I bollettini della viabilità ieri sera segnalavano code e rallentamenti nel nodo autostradale genovese, una situazione che diventerà abituale per gli automobilisti nei prossimi mesi a causa del crollo del ponte Morandi. E Autostrade temeva proprio il traffico in vista della chiusura totale o parziale del viadotto per l’effettuazione dei lavori che poi non sono stati effettuati a causa del disastro. Nel progetto presentato al Comitato tecnico del Provveditorato Opere Pubbliche che lo esaminò, autorizzandolo nonostante alcune osservazioni critiche, venivano presentati sei scenari alternativi di chiusure notturne per lo svolgimento dei lavori. Come riportato da Repubblica, in un caso era anche prevista la chiusura di entrambe le carreggiate per 24 notti, invece le altre prevedevano chiusure alternate delle carreggiate e delle corsie. Non si sa quale sarebbe stata la soluzione adottata. Autostrade dal canto suo scarica le responsabilità, per quanto riguarda la classificazione dei lavori tra quelli di somma urgenza, a Stefano Marigliani, direttore del Tronco genovese. «Sono stati sempre e soltanto i Direttori di Tronco ad avvalersi di tali procedure (circa 50 ogni anno attivate dalle 9 Direzioni di Tronco della rete di Autostrade per l’Italia)». Dal canto suo Marigliani assicura di non aver «mai ricevuto segnalazioni o dossier che potessero far scattare l’urgenza». (agg. di Silvana Palazzo)

AUTOSTRADE, “VALUTAZIONE TECNICA NO COMPITO CDA”

Mentre ancora si attende nelle prossime ore, forse giorni, l’invio dei primi avvisi di garanzia (qui sotto tutti i dettagli, ndr) emerge un dato inquietante nei dossier sul Ponte Morandi sequestrati dalla procura di Genova nei giorni scorsi: la principale preoccupazione dei soggetti coinvolti – Mit e Autostrade su tutti – riguardava non tanto la sicurezza della struttura ma il timore che una chiusura del viadotto comportasse un colpo troppo forte per il traffico cittadino. «Tutti erano determinati in primis a evitare che ci fossero chiusure, anche parziali», spiega un investigatore ai colleghi del Secolo XIX stamane in edicola. Per questo, ci sarebbero ben 5 lettere di sollecito scritte dal Mit verso Aspi: una che trattava della sicurezza del ponte da “incrementare”, le altre 4 invece sulla necessità di programmare in fretta gli interventi per poter contenere le ripercussioni sulla viabilità genovese e ligure. Nel frattempo, con una nota uscita stamane, Autostrade per l’Italia afferma che «se è corretto affermare che il progetto di retrofitting (aggiunta di nuove tecnologie a un sistema obsoleto) è stato approvato dal Consiglio d’Amministrazione della società, in quanto la spesa prevista superava i poteri delegati ai managers (circa 5 milioni di euro); è invece necessario chiarire che non è compito ne’ facoltà del Consiglio d’Amministrazione fare una valutazione tecnica dei progetti ne’ stabilire l’urgenza o la somma urgenza. (agg. di Niccolò Magnani)

PRONTI PRIMI AVVISI DI GARANZIA

Di chi è la responsabilità ultima dei mancati lavori di messa in sicurezza del ponte Morandi? Si può puntare il dito contro Autostrade per l’Italia o la responsabilità finale va circoscritta all’ambito tecnico? Ma c’è un altro interrogativo a cui i magistrati di Genova stanno provando a dare una risposta: la società concessionaria avrebbe dovuto dare l’allarme sulle condizioni di tenuta del ponte e disporre o chiedere la chiusura del traffico e l’evacuazione della zona sottostante? Per rispondere a queste domande si sta ripercorrendo esattamente lo scambio di documenti tra Aspi e Mit, in modo tale da capire chi avrebbe dovuto chiedere la chiusura del ponte. Per ora nessuno è iscritto nel registro degli indagati, ma la prossima settimana potrebbe essere quella della svolta nelle indagini. Il Fatto Quotidiano scrive che i magistrati sono convinti che Autostrade fosse a conoscenza della gravità della situazione. Il Corriere della Sera aggiunge un particolare: il progetto di retrofitting del ponte non fu classificato come intervento urgente, altrimenti il decreto ministeriale per far partire i lavori e inserire l’opera nel piano finanziario sarebbe partito prima. Autostrade dopo l’articolo del Corriere ha precisato che a stabilire l’urgenza doveva essere la direzione tecnica. Secondo l’Agi, infine, i magistrati hanno chiaro il quadro riguardane la catena delle responsabilità. Anche per questo motivo la svolta nelle indagini sembra molto vicina. (agg. di Silvana Palazzo)

DI MAIO ATTACCA I BENETTON

Mentre le polemiche non si placano dopo il verbale “spuntato” sui media e riferito alle scelte non proprio lungimiranti di Autostrade e del Mit – ma sarà la Procura di Genova a dover stabilire responsabilità e colpe nel merito, ndr – dalla Versiliana ha parlato ancora Di Maio attaccando in quanto leader del partito di Governo i vertici di Aspi. «A tanti giorni dal crollo di ponte Morandi non ho ancora sentito una parola dei Benetton. È un fatto di umanità. A gente con questa disumanità non metterei in mano nemmeno questa sedia, figuriamo ci le autostrade su cui viaggiavano gli italiani», ha detto Di Maio a Marina di Pietrasanta durante la festa del Fatto Quotidiano. Sempre il ministro del Lavoro in merito al caso concessioni, afferma «anche se revochiamo a Autostrade la concessione, anche volendo riaffidarle a qualcuno, o si presenta una società straniera che colonizza le nostre autostrade, o si ripresenta Autostrade. Quindi questo è il teatro dei pazzi. Abbiamo tre concessionari autostrade, Gaio e Toto». La proposta è sempre la stessa, nazionalizzare l’intera rete autostradale, «abbasseremo i pedaggi, ma avremo strade con pedaggi congrui, e con quei soldi faremo investimenti in manutenzione e gestione» chiude Di Maio. (agg. di Niccolò Magnani)

SPUNTA VERBALE ASPI: “DOSSIER PONTE NON ERA URGENTE..”

Secondo quanto riportato oggi da Il Secolo XIX, il dossier sul ponte Morandi è stato giudicato da Autostrade per l’Italia come «non urgente»: la tragedia di Genova arriva fino al cda di Aspi che conferma ai giudici come il dossier sul Morandi «non era stato in precedenza classificato (s’intende dai livelli tecnici, ndr) quale somma urgenza, ma come intervento ordinario». Il verbale del Consiglio di fine marzo è stato sequestrato dalla Finanza e verrà osservato in ogni suo minimo dettaglio, ma intanto si rende palese come le condizioni di quel ponte non fossero state giudicate come «gravi e di pericolo crollo»: «Questo fronte è cruciale poiché l’inquadramento formale dei lavori ai malandati piloni 9 e 10, che dovevano partire dopo l’estate mentre il viadotto è crollato il 14 agosto, come spiega anche il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi è alla base della mancata chiusura alle auto», spiegano i colleghi del Secolo XIX. Non solo, stando al pm di Genova «Incasellando diversamente il restyling sarebbe stato magari possibile il coinvolgimento del Consiglio superiore dei lavori pubblici e l’imposizione di limitazioni più severe al passaggio di veicoli, incluso il blocco totale», spiega il magistrato genovese. (agg. di Niccolò Magnani)

IL VIDEO NON È STATO MANOMESSO

La polizia ha diffuso un nuovo video riguardante il crollo del ponte Morandi. Si tratta di un filmato drammatico, riguardante i secondi in cui il viadotto collassa, e che nessuno aveva mai visto prima. Nel video si nota il passaggio di un mezzo pesante in direzione Milano, che probabilmente non ce la farà ad attraversare il viadotto. Dietro di lui vi è infatti il famoso camioncino della Basko, quello di colore verde e azzurro, fermatosi ad un passo dal baratro, e che è stato per giorni una sorta di simbolo di quella tragedia. Sull’altra corsia, uno sfrecciare di auto e camion, una serie di miracolati che sono riusciti a sfuggire alla caduta del viadotto per una manciata di secondi.

IL VIDEO INEDITO DEL CROLLO

Ad un certo punto, però, il blackout, con la telecamera che perde le immagini proprio nel momento in cui si verifica il collasso. L’immagine ritorna e si vede un tir in direzione sud che rallenta, forse accortosi che dietro di se sia accaduto qualcosa di tragico ed incredibile, e nel contempo, un camion che in direzione nord fa inversione di marcia, per scappare in fretta e furia dal ponte, rendendosi probabilmente conto che il Morandi è collassato su se stesso. Si tratta anche del famoso video che le forze dell’ordine hanno voluto controllare per capire se sia stato manomesso o meno, ma in realtà il “buco” nel filmato potrebbe essere dovuto alle forti piogge o eventualmente al crollo.

CRISI ARGENTINA, MACRÌ LANCIA PIANO DI AUSTERITÀ/ Peso ko, ultime notizie: in cambio chiede 50 miliardi a FMI

Argentina, il presidente Macrì lancia il piano di austerità: crisi del Peso, le ultime notizie e il rischio di default. “Servono sacrifici da chi ha”: il piano di misure del Governo

Argentina a rischio default, Mauricio Macrì (LaPresse)Argentina a rischio default, Mauricio Macrì (LaPresse)

Un piano “sangue, sudore e lacrime”, per citare qualcun altro, nonostante l’Argentina oggi non viva più lo spettro del default, ma comunque la grave crisi del peso, oramai svalutatasi, e le gravi condizioni del bilancio dello Stato, in deficit. Il presidente del Paese sudamericano, Mauricio Macrì, ha annunciato un rigoroso piano di austerity contenente diverse misure, tra cui la soppressione di alcuni Ministeri, l’imposizione di alcune imposte sulle esportazioni e anche altri provvedimenti per contrastare la perdita di valore del peso che sui mercati internazionali, nell’ultima settimana, ha fatto segnare un vero e proprio crollo (-30%) e costringendo la locale Banca Centrale a intervenire alzando i tassi di interesse. Tuttavia, affinché venga varato l’impopolare piano di austerità, che a detta dello stesso Macrì imporrà dei “sacrifici” (tanto è vero che ha parlato esplicitamente di emergenza, appellandosi alla comprensione della popolazione), l’Argentina chiederebbe in cambio al Fondo Monetario Internazionale un prestito di almeno 50 miliardi che, stando a quanto si apprende, il governo sudamericano vorrebbe vedersi erogato quanto prima e non certamente a rate. (agg. R. G. Flore)

MACRI’ LANCIA PIANO DI AUSTERITY

L’Argentina non è in default, ma la strada potrebbe non essere troppo lontana: il presidente Mauricio Macrì ha illustrato al Paese il suo piano per provare ad uscire dal tunnel della crisi di fiducia del mercato nei confronti del Peso, la moneta nazionale che ha perso un terzo del proprio valore solo nell’ultimo mese. È sostanzialmente quello da cui la Grecia è appena uscito, ovvero un piano rigido di austerità questa volta preparato e imposto dallo stesso governo argentino, proprio per evitare i guai del recente passato a Buenos Aires: «Dobbiamo far fronte a un problema di base – ha detto il presidente Macrì – cioè di non spendere più di quanto abbiamo, di fare degli sforzi per equilibrare i conti dello stato». Non solo, secondo il capo del Governo post-Kirchner vi è una forte «necessità di uno sforzo per superare la crisi anche da parte del settore più forte della società, quello esportatore». L’Argentina infatti è uno dei maggiori esportatori al mondo di olio di soia e mais e proprio rivolgendosi a quegli esportatori, Macrì ha annunciato nuove tasse sull’export: «Sappiamo che è una tassa cattiva, ma vi chiedo di capire che si tratta di un’emergenza, abbiamo bisogno in questo momento di un sacrificio che chi ha deve fare».

IL PACCHETTO DI MISURE PER LA NUOVA CRISI ARGENTINA

Il pacchetto di misure per provare a contrastare la nuova crisi argentina, con il Peso in caduta libera, prevede «la soppressione di diversi ministeri e una maggiore tassazione delle esportazioni, al fine di ridurre il deficit di bilancio, stabilizzare l’economia e mettere un freno alla caduta libera del peso». Dopo il Presidente ha parlato anche il Ministro dell’Economia, Nicolas Dujovne che ha spiegato nel dettaglio: «si propone di raggiungere un equilibrio della sua spesa fiscale, prima delle imposte, già nel 2019 invece del deficit dell’1,3% finora progettato». Non solo, secondo il responsabile delle Finanze argentine, ruolo chiave per i prossimi mesi di crisi, ha spiegato che «per i prodotti chiave come la soia, la tassa sarà di quattro pesos per dollaro, e di tre pesos per gli altri settori dell’esportazione. Si tratterà di un Diritto di esportazione “transitorio” per il 2018 ed il 2019 che dovrebbe contribuire a ridurre dell’1% il deficit di bilancio».

Granate svizzere forse nelle mani dell’Isis

tvsvizzera.it 2.9.18Bombe a mano fabbricate dall’azienda svizzera Ruag sarebbero finite in Siria. La vicenda non mancherà di ravvivare il dibattito sulla modifica dell’ordinanza sul materiale da guerra.

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Il caso è stato rivelato domenica dal SonntagsBlickLink esterno, che ha pubblicato alcune fotografie del materiale bellico rinvenuto in Siria.

Stando al giornale, le granate sarebbero state sottratte allo Stato islamico (Isis) dal gruppo Haiat Tahrir al-Scham (o Al Qaida in Siria) – rivale sia dell’Isis che del regime di Bashar al-Assad – a Nayrab, un villaggio della provincia di Idlib, uno degli ultimi bastioni del gruppo jihadista.

Le armi in questione sono poi state mostrate in televisione. Stando a diversi esperti contattati dal domenicale, le granate assomigliano ai prodotti fabbricati dalla Ruag. Non vi è la certezza assoluta, poiché i numeri di serie non sono leggibili. Tuttavia, il portavoce dell’azienda afferma che sulla base delle fotografie, le bombe a mano sono effettivamente state prodotte dalla ditta di proprietà della Confederazione.

granata a mano
Le granate ritrovate in Siria sarebbero dei modelli HG 85 e OHG92.

(Keystone)

Nella sua presa di posizione, la Ruag sottolinea di “rispettare scrupolosamente la regolamentazione svizzera in materia di esportazioni” e di fornire materiale bellico unicamente agli eserciti di quegli Stati per i quali la legislazione elvetica autorizza l’esportazione.

Non è la prima volta

L’ordinanza sul materiale bellicoLink esterno prevede che quando uno Stato acquista armi prodotte in Svizzera, si impegni affinché non escano dal paese. Se vi è un rischio che ciò accada, la Svizzera può verificare sul posto che le regole siano state rispettate.

Queste misure sono state prese in seguito a un caso venuto alla luce nel 2012. Delle granate fabbricate dalla Ruag erano state scoperte in Siria. Le bombe a mano erano state vendute nel 2003-2004 agli Emirati Arabi Uniti, che le aveva poi offerte alla Giordania. Il materiale era quindi finito nelle mani dell’Esercito di liberazione siriano.

Allentare i criteri per l’export?

La vicenda non mancherà di ravvivare ulteriormente il dibattito sulla revisione dell’ordinanza sul materiale bellicoLink esterno.

Il governo intende rivedere i criteri d’autorizzazione, permettendo – a determinate condizioni – l’esportazione anche verso paesi implicati in un conflitto armato interno. Appena pochi giorni fa, le commissioni della politica di sicurezza dei due rami del parlamento non si sono opposte alla modifica.

Le critiche del Cicr

Questo allentamento delle regole per le esportazioni è stato fortemente criticato, in particolare dal presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) Peter Maurer.

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Decisioni come questa o il fatto di temporeggiare nella ratifica del trattato internazionale per il divieto delle armi nucleari – ha affermato Maurer ai microfoni della radio pubblica SRF – hanno comportato per la Svizzera una perdita ” in termini di credibilità e di affidabilità come attore umanitario”.

Il Cicr sa con una certa sicurezza – ha proseguito – che questo materiale bellico prima o poi sarà impiegato nelle zone di guerra. Spesso si incontrano sul terreno armi frutto dell’esportazione da paesi altamente sviluppati, che erano state accantonate da tempo. Le zone di guerra sono “troppo rifornite di armi” e ciò non fa che peggiorare la situazione.

La Segreteria di Stato dell’economiaLink esterno (responsabile delle autorizzazioni per l’esportazione) ha dal canto suo sottolineato che paesi in guerra come la Siria non potranno “né oggi né in futuro procurarsi armi in Svizzera”. La modifica dell’ordinanza non cambierà questa situazione.

 

 

 

Rischio Italia, effetto domino è già qui: investitori fuggono dall’Europa in attesa legge bilancio

I timori per il futuro dell’Italia stanno tenendo gli investitori lontani anche dall’Europa. E’ quanto emerge da un articolo del Wall Street Journal che riporta come, in base ai calcoli della società EPFR Global, i fondi che puntano sull’azionario europeo abbiano sofferto flussi in uscita per 25 settimane consecutive.

Stando ad altri dati resi noti dall’Institute of International Finance, la quota di azioni dell’Eurozona presenti nei portafogli di investimenti globali è scesa al minimo da quando la Bce ha lanciato il suo imponente programma di Quantitative easing, nel gennaio del 2015.

“L’Italia ha colpito il sentiment in modo molto forte”, ha commentato al Wall Street Journal Richard Saldanha, gestore dei fondi azionari presso Aviva Investors – Osserverò la legge di bilancio italiana molto attentamente. Se verrà approvata senza grandi problemi, gli investitori torneranno a guardare all’azionario europeo”.

Sicuramente, spiega Mohammed Kazmi, gestore di portafoglio presso Union Bancaire Privée, “il concretizzarsi dello scenario peggiore per la legge di bilancio potrebbe implicare un altro forte allargamento degli spread tra tassi BTP e Bund, in un momento tra l’altro in cui la Bce non sarà più lì a sostenere i mercati come prima”.

Kazmi ha tra l’altro ammesso di essere uscito dall’Italia già nei tempi in cui il leader della Lega Matteo Salvini e quello del M5S Luigi Di Maio hanno iniziato a trattare per formare un governo, dopo le elezioni dello scorso 4 marzo. Per lo stesso motivo, l’esperto ha preferito puntare di recente ancora di più sul mercato del credito Usa piuttosto che su quello europeo, preparandosi all’eventualità che i problemi dell’Italia finiscano per avere un effetto domino sul resto dell’Europa.

Sempre lo scetticismo nei confronti dell’Italia e di conseguenza dell’Europa ha portatolo S&P 500 a sovraperformare lo Stoxx Europe 600 di quasi il 9% dalla metà di maggio, ovvero da quando sono emersi dettagli più precisi sul contratto di governo M5S-Lega.

“Anche se le valutazioni in Europa sono più appetibili, non si ravvisa la presenza di sviluppi politici positivi”, ha detto Francois Savary, responsabile investimenti presso Prime Partners, a Ginevra.

Il Wall Street Journal ricorda anche i dati della Bce, da cui emerge che, nei mesi di maggio e giugno la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano è stata la più forte della storia, su base mensile.

A peggiorare il quadro, è la crisi esplosa in Turchia, che molti esperti vedono come un’altra minaccia per l’Italia. “Le banche italiane come UniCredit sono quelle più esposte direttamente nei confronti dei titoli di debito della Turchia, e ciò ha contribuito ad affossare l’indice Ftse Italia All-Share Bank del 28% dal mese di maggio”, scrive il Wall Street Journal.

L’effetto domino sembra, in realtà, essere già iniziato, almeno stando a quanto riporta il Wall Street Journal. Gli investitori continuano infatti a prendere di mira non solo le azioni e i titoli di stato italiani, ma in generale dell’Europa.

Popolari venete, don Torta: «Negli ultimi tre anni melina deprimente»

Alessandro Macciò venetoeconomia.it 3.9.18

banche venete coordinamento Don Enrico Torta

Tradimenti, cifre miserevoli, verginità perduta. È piena di parole dure e riflessioni amare, la lettera sulle ex banche popolari venete scritta da don Enrico Torta, il parroco di Dese (Venezia) che da tempo difende i risparmiatori di Veneto Banca e Popolare di Vicenza colpiti dall’azzeramento dei loro titoli. «In questi tre anni ho presenziato anch’io a tanti incontri con esponenti del governo e, alla fine, è stata una melina deprimente – scrive don Torta -. Io pensavo che i partiti che storicamente si definivano di sinistra, assieme ai sindacati, prendessero una netta posizione di solidarietà. Così non è stato ma siamo stati testimoni di una grande assenza: direi quasi un tradimento». In un altro passaggio, don Torta ricorda anche che «poco prima delle elezioni (del 4 marzo scorso) è stata offerta la miserevole cifra annuale di 25 milioni per quattro anni, volendo ricostruire una verginità chiaramente ormai perduta».

«Il mio ex governo mi ha tradito»

Nella lettera c’è spazio anche per molte domande senza risposta: «Dov’era lo Stato – chiede il sacerdote – che aveva il dovere di controllare la Banca d’Italia e la Consob? Quale gesto di doverosa solidarietà dovrebbe avere Banca Intesa, che su questa disgrazia ha portato a casa più di 3 miliardi? Quale onore hanno dimostrato i banchieri responsabili, alcuni milionari e, forse, miliardari?». Infine, dopo aver premesso di appartenere alla sinistra evangelicache cerca vera giustizia a partire dai più oppressi, don Torta concede un’apertura di credito al governo legastellato: «I partiti mi hanno deluso, il mio ex Governo mi ha tradito perché senza accorgersi è diventato amico dei potenti. Se l’attuale Governo avrà il coraggio e l’onore di ricostruire la giustizia non potrò fare a meno, a nome di migliaia di famiglie, di battere le mani e dire un grande grazie».

LE VACCHE GRASSE DEI BENETTON – NON SOLO MAGLIONI, AUTOSTRADE E AEROPORTI: NEL 1998 LA FAMIGLIA SI PRESE DALL’IRI (OVVIAMENTE A SALDO) ANCHE LA TENUTA DI MACCARESE, LA PIU’ GRANDE FATTORIA D’ITALIA, CHE CONFINA CON L’AEROPORTO DI FIUMICINO. DEI 1.300 ETTARI PREVISTI PER IL RADDOPPIO DELLO SCALO (PORTATO AVANTI DAL GOVERNO LETTA), MILLE SONO DI PROPRIETÀ DEI BENETTON…

dagospia.com 3.9.18

Carlo Cambi per “la Verità”

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Avete mai visto una mucca che vola? No? Ebbene, nelle privatizzazioni all’ italiana può capitare anche che le vacche decollino o atterrino. Dove? Ma a Fiumicino. E nell’ interesse di chi? La riposta è facile: dei Benetton, che hanno usato le dismissioni dell’ Iri come un supermercato in quella felice (per loro) stagione che va dal 1998 al 2008, i dieci anni che hanno sconvolto lo Stato imprenditore. A rileggere alcune cronache del tempo i signori di Montebelluna passano anche da salvatori della patria.

maccarese 3MACCARESE 3

Partiamo da una privatizzazione che dal punto di vista della massa di quattrini è minore, ma che ebbe allora un valore simbolico altissimo e che oggi serve a comprendere come le «svendite» siano state una spoliazione del patrimonio pubblico per redistribuire quella ricchezza (costruita solo con le tasse degli italiani) a vantaggio di alcuni ristrettissimi circoli, escludendo qualsiasi possibile concorrenza.

luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

Non solo: in qualche caso potrebbe accadere che lo Stato sia costretto a ricomprare, sotto altra forma e consentendo enormi guadagni a chi acquistò con le privatizzazioni, ciò che aveva venduto.

Tutto si svolge lungo il litorale romano da via della Magliana a Fiumicino, passando per Torre in Pietra. Lungo la costa si estende una delle aziende agricole più importanti d’ Europa: è la Maccarese. Ha una storia gloriosa e tormentatissima.

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Di fatto un’ eredità di Benito Mussolini, che la fa diventare l’ emblema delle bonifiche e la mette in collo all’ Iri di Alberto Beneduce. Maccarese con la Repubblica diventa il luogo di spartizione del potere tra sindacati, centrali agricole e partiti. Arriva ad avere fino a 900 dipendenti e perde montagne di quattrini. Nel 1982 si tenta una prima vendita, nel 1986 si decide di chiuderla, ma succede il finimondo e l’ Iri continua a sovvenzionarla anche se ha un passivo di 3 miliardi di lire l’ anno.

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Ha però una funzione: con frutteti, vigneti, oliveti, una novantina di case coloniche, greggi di pecore, vacche, maiali e laboratori di trasformazione è l’ emblema dell’ azienda agricola mediterranea, estesa su 3.300 ettari dove i boschi e le pinete che arrivano fino alla spiaggia sono un paradiso in terra.

Un’ azienda che se ben condotta potrebbe fruttare. Basterebbe gestirla come la confinante tenuta del castello di Torre in Pietra che appartenne al fondatore e direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (oggi è degli eredi). Ma Maccarese era una sorta di albergo a ore del potere: tutti se avevano da sistemare un parente o volevano fare una vacanza finivano lì.

Una gara su misura

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Per cercare di vendere la megafattoria l’ Iri la passa a Iritecna e quando si apre la stagione dei saldi di Stato Maccarese è tra i primi oggetti a essere «banditi». Logico che a comprarsela fosse un gruppo agricolo. Invece no perché l’ offerta della cooperativa Ortosole, costituita da operatori agricoli della zona, viene giudicata non congrua.

Ricorderà il presidente della Ortosole, Beniamino Tiozzo: «Noi avevamo presentato un piano che salvava tutte le colture e prevedeva di occupare da 500 a 700 persone. Non ci risposero neppure. Sapemmo solo dopo qualche tempo che l’ avevano data ai Benetton».

Attenzione perché i tempi sono importanti. L’ offerta di Edizione srl, la finanziaria di famiglia, arriva sul tavolo di Iritecna il 30 luglio del 1998.

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Giusto un anno dopo l’ apertura della gara per un’ altra privatizzazione: quella di Aeroporti di Roma. Maccarese ha un vantaggio: confina con le piste del Leonardo da Vinci. E chi, grazie alla privatizzazione, si sta comprando Aeroporti di Roma? Ma Gemina, che è controllata con il 30% di azioni dalla Edizioni srl di famiglia Benetton. Che nel gennaio del 1999 si porta a casa frutteti, vacche, borgo agricolo e 3.300 ettari per 93 miliardi di lire (47 milioni di euro).

gian maria gros pietroGIAN MARIA GROS PIETRO

Tutti pensano che i Benetton abbiano comprato per speculare sul litorale romano, loro giurano che sono anche imprenditori agricoli (in Sudamerica hanno enormi greggi per produrre lana) e si impegnano a non frazionare la proprietà e a mantenere le coltivazioni.

A garantire per loro ci pensa il presidente dell’ Iri, Gian Maria Gros Pietro (amicone di famiglia), che presenterà l’ affare come una sorta di manna dal cielo e per far vedere che fanno sul serio i trevigiani nominano amministratore Carlo Benetton (scomparso di recente), il più piccolo del poker dei fratelli, che si è sempre occupato di campi.

La fine di Malpensa

IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVAIL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA

I Benetton guardano lungo, molto lungo. Un anno dopo l’ acquisizione di Maccarese si conclude anche la privatizzazione di Aeroporti di Roma: il 57% del capitale viene ceduto dall’ Iri per 2.600 miliardi di lire (1,2 miliardi di euro) al consorzio Leonardo di cui è magna pars Gemina, dove chi conta è Edizione srl dei Benetton.

Mentre Maccarese con Carlo Benetton perde il 90% di occupazione, tutti i frutteti e si concentra solo sulla zootecnia diventando la stalla più grande d’ Europa, ma riuscendo a guadagnare fino a mezzo milione di euro all’ anno, anche perché a lavorarci dentro c’ è tanta manodopera immigrata, che certo non ha stipendi da top management, Aeroporti di Roma è compiutamente privatizzata.

maccarese 23MACCARESE 23

Passano alcuni anni e si cerca di privatizzare Alitalia, che si divide tra Fiumicino e Malpensa. L’ hub lombardo per i Benetton è una seccatura. Nasce Cai, che ha come maggiore azionista Intesa San Paolo, ma nel capitale sociale ha anche Atlantia dei Benetton (con l’ 8%) e come presidente quel Roberto Colaninno, che già aveva fatto fortuna con la privatizzazione di Telecom e che aveva mandato il rampollo Matteo a scaldare i banchi della Camera in quota Pd.

Benetton fiumicinoBENETTON FIUMICINO

Parte la privatizzazione-salvataggio di Alitalia, che si conclude il 12 dicembre 2008: con poco più di un miliardo Cai si compra tutta Alitalia e tutta Air One. Immediatamente Alitalia volta le spalle a Malpensa e concentra circa l’ 80% di attività su Fiumicino.

Nel frattempo Atlantia si fonde con Gemina e acquisisce il 97% del capitale di Aeroporti di Roma. Comincia da lì il raid di Atlantia sugli aeroporti: si compra Bologna, Venezia, Ciampino.

mario montiMARIO MONTI

La prima svolta è a fine 2012. Presidente del Consiglio è Mario Monti, già dimissionario. In zona Cesarini, alla vigilia di Natale, dà il via libera all’ aumento delle tariffe aeroportuali (da 16 a 26,50 euro a passeggero) e al piano di raddoppio del Leonardo da Vinci. Lo Stato vara un investimento infrastrutturale da 12 miliardi di euro, che è il vero obiettivo dei Benetton.

fiumicinoFIUMICINO

Intanto l’ aumento della tariffa, che Atlantia ha chiesto a gran voce comprando pagine di giornale e minacciando tagli occupazionali, garantisce ai gestori di Aeroporti di Roma un introito supplementare di 360 milioni di euro all’ anno.

simonetta giordani sottosegretarioSIMONETTA GIORDANI SOTTOSEGRETARIO

Passano pochi mesi e c’ è un’ altra svolta positiva per i Benetton. Presidente del Consiglio è il loro amico Enrico Letta, che va in visita negli Emirati e si porta dietro Simonetta Giordani (ex pierre di Atlantia, diventata sottosegretario alla cultura) e molti manager tra cui quelli di Cai che riescono a rivendere Alitalia a Ethiad. Che poi la scaricherà di nuovo sul contribuente italiano. Ora il quadro è compiuto.

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Perché il raddoppio di Fiumicino, che si sviluppa su 1.300 ettari, prevede che 1.000 siano espropriati proprio a Maccarese. Cioè lo Stato pagherebbe ai Benetton circa 200 milioni di euro (20 euro al metro quadrato), più il lucro cessante, per allargare un aeroporto che è in concessione ai Benetton fino al 2042, sul quale Atlantia ha macinato e macinerà milioni e milioni di euro di profitti per ricomprare un terzo di quanto i Benetton acquistarono dallo Stato a 47 milioni di euro.

Espropri fiumicinoESPROPRI FIUMICINO

Sia detto chiaro: il progetto ancora non è partito e forse la strage di Genova complica un po’ le cose, ma il disegno cominciato con le vacche del 1998, rafforzato dalla gestione di Alitalia che ha emarginato Malpensa, nel 2018 potrebbe finire con un terminal in più.

Perché questo è il senso delle privatizzazioni gestite tutte da uomini del Pd o vicini al Pd. E cioè che uno si compra a prezzo di saldo dei beni di Stato, li sfrutta per molti anni e poi trova un modo per rivenderli al pubblico incassando dieci volte tanto. Ma per farlo bisogna essere molto bravi, oppure chiamarsi Benetton.

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Genova e i complottisti che non vedono l’agguato all’Italia

Giorgio Cattaneo libreidee.org 3.9.18

E’ già stata programmata la prossima aggressione americana alla Siria? Se lo domanda “The Saker”, pensando all’imperialismo yankee oggi più che mai ostile all’Iran, mentre a Washington l’impeccabile Barack Obama e l’assai meno impeccabile George W. Bush piangono la dipartita del vecchio leone John McMcain, presentato come eroe di guerra – quella del Vietnam, però (non quella siriana, dove celebri fotografie immortalano lo stesso McCain, dalle parti di Damasco, a colloquio con un’illustre congrega di tagliagole, tra cui l’oscuro Abu Bakr Al-Baghdadi, nome d’arte del futuro capo della premiata macelleria mediorientale, il sedicente Isis). Si fa presto a dire “l’America”, quando è palese che neppure un americano su cento ha idea di come siano andate davvero le cose, in Siria, cioè nel paese dei bombardamenti immaginari con gas nervino sulla popolazione inerme, disposti dal feroce regime di Assad sul quale proprio l’elegantissimo Obama stava per scatenare l’Armageddon missilistico. Lo schema è classico, ormai datato ma sempre formidabile: la fanfara mediatica suona la sua canzone, che poi a casa – davanti al televisore – fischiettano tutti. E quelli che si rifiutano (non più così pochi, ormai) spesso cadono nel tranello del festival opposto, che poi è l’altra faccia della stessa medaglia. Complottismo militante: caccia al Colpevole Unico, al reprobo di turno. Uno sport che, secondo Gianfranco Carpeoro, finisce sempre per assolvere il solo, vero responsabile: il sistema.

Lo spiega benissimo anche uno specialista come Massimo Mazzucco, in diretta web-streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights”, addentrandosi nel presunto giallo del viadotto Morandi a Genova, che si vocifera sia stato segretamente minato per scatenare la strage di ferragosto. Un ingegnere veneto rilancia la testi del complotto, adombrando l’ipotesi dell’attentato: ordito magari per colpire Autostrade per l’Italia, che ormai è un gestore internazionale di infrastrutture viarie. Sfortunatamente, quel tecnico è stato ingaggiato proprio da Atlantia, la società dei Benetton: cioè i soggetti che più trarrebbero vantaggio dall’accreditare il sospetto dell’ipotetico attentato, visto che metterebbe in ombra le loro eventuali responsabilità sul mancato controllo della sicurezza del ponte genovese. Piuttosto, dice Mazzucco nella sua attenta ricostruzione, l’unica cosa che non torna è la decisione degli inquirenti di non rendere pubblici alcuni filmati-chiave sul crollo. Forse rivelano indizi sulla grave incuria che, alla fine, ha determinato il collasso del viadotto? Quelle immagini, si dice, restano riservate per non condizionare i testimoni oculari che gli inquirenti devono ancora ascoltare. Ma non ha senso, protesta Mazzucco: se già si dispone di immagini incontrovertibili, infatti, a cosa serve il racconto (fatalmente frammentario e impreciso) di semplici testimoni? Ovvero: qualcuno sta esercitando pressioni “mostruose”, sui magistrati di Genova, per tentare di nascondere le evidenze dell’omessa manutenzione dell’infrastruttura?

Citando il saggio “Massoni” di Gioele Magaldi, e attingendo al proprio patrimonio personale di contatti e informazioni, l’avvocato e saggista Carpeoro, autore di scomode pagine sul terrorismo targato Isis ma in realtà “fatto in casa” da servizi segreti atlantici agli ordini dei peggiori network supermassonici, sul caso genovese è illuminante: non scordate, dice, che i Benetton fanno parte di una cerchia paramassonica internazionale vicina ai Clinton e a Obama. Un club più che esclusivo, dominato dalla celeberrima superloggia “Three Eyes”, a lungo ispirata dai massimi strateghi del potere politico statunitense, a cominciare da Kissinger. Non solo: nella composizione azionaria di Atlantia figura anche il maggiore “hedge fund” del pianeta, quel BlackRock a cui – a proposito di privatizzazioni “ad personam” – il giovane Matteo Renzi regalò una bella fetta di Poste Italiane, azienda in ottima salute che fruttava allo Stato, ogni anno, quasi mezzo miliardo di euro. Il patron di BlackRock, cioè la star della finanza americana Larry Fink, secondo Magaldi avrebbe gravitato nell’orbita di un’altra Ur-Lodge, quasi “sorella” della “Three Eyes” ma se possile molto peggiore, avendo reclutato tra i suoi affiliati un certo Osama Bin Laden (l’autore del film “11 Settembre”) e lo stesso Al-Baghdadi (aiuto-regista dell’ultimo kolossal horror, quello siglato Isis).

Che crolli un ponte in Italia o franino grattacieli negli Usa – minati, quelli sì – il risultato è lo stesso: l’uomo della strada ci rimette la pelle, oltre che un sacco di soldi, mentre i responsabili non pagano mai, prevedibilmente protetti da tonnellate di menzogne, depistaggi e insabbiamenti. Colpa loro, si domanda Carpeoro, o piuttosto di un sistema incapace di giustizia? L’avvocato ricorre a un esempio: «E’ stata sgominata, la mafia, dopo l’arresto di Riina? Ma no, c’era Provenzano. Preso anche lui, ecco Matteo Messina Denaro. Il giorno che arrestassero pure quello, qualcuno dubita che, nel giro di una notte, i boss troverebbero un nuovo capo?». Beninteso: spesso i criminali poi finiscono, giustamente, in galera. Ma il potere giudiziario non è in grado di fare davvero giustizia: può solo limitare i danni. Infatti, per statuto, interviene soltanto a cose fatte, quando cioè il reato è già stato commesso. Perché il sistema cambi, nel senso di una vera giustizia, è necessario che, a monte, certi reati non si commettano più. Solo così sarebbe possibile evitare disastri, stragi, truffe e rapine colossali. Migliorare il sistema, dunque. Già, ma come?

Missione impossibile, se restiamo quasi sempre al buio: troppo spesso, infatti, non disponiamo delle informazioni-chiave. Nessuno sa, davvero, ciò che sta accadendo. A proposito: quanti italiani sapevano che le loro autostrade, pagate con provvidenziale debito pubblico strategico negli anni d’oro, erano state interamente privatizzate? Quanti sapevano che la famiglia Benetton è poco più che il paravento italiano di un mega-affare, essenzialmente internazionale, pensato lontano dall’Italia e dato in gestione, per la sua esecuzione formale, a Massimo D’Alema? E dov’erano, gli elettori italiani, mentre tutto questo accadeva? Tutti a fare il tifo: pro o contro il Cavaliere di Arcore, “domato” da Romano Prodi e poi, appunto, da D’Alema. Idem i giornalisti italiani: ipnotizzati anche loro dall’insignificante derby politico in corso sul palcoscenico, anziché dall’anomalia sostanziale – maturata dietro le quinte – consistita nel regalare a colossi privati un pezzo di paese come la rete autostradale, che oggi frutta profitti per 6 miliardi di euro all’anno, cioè 12.000 miliardi di lire. La scusa, storica? C’era il debito pubblico da “risanare”.

Era la fiaba degli italiani spreconi e spendaccioni, che ha fatto la fortuna politica di personaggi come Antonio Di Pietro. Poi è arrivato il Risanatore, quello vero: Mario Monti, paracadutato a Palazzo Chigi da Mario Draghi e Giorgio Napolitano. E tutti hanno cominciato a capire cosa intendessero, uomini come quelli, con la parola “risanamento”. In un attimo l’Italia ha visto crollare il Pil, ha perso il 25% del suo potenziale industriale e ha accusato la peggior crisi dal dopoguerra, con una disoccupazione record. Ora qualcuno ha imparato che il debito pubblico, per definizione, non è da “risanare” come quello di una famiglia o di un’azienda, perché lo Stato (se è sovrano nella moneta) non deve restituire a nessuno il denaro emesso direttamente dal governo, attraverso la banca centrale. In tanti, ormai, sanno che dal 1980 – ben prima dell’euro – la banca centrale ha cessato di emettere denaro in modo illimitato, a disposizione del governo: è da allora, infatti, che il debito pubblico è diventato una tragedia nazionale (fino a trasformarsi, con la moneta europea, in un dramma internazionale).

Chi ha messo il dito nella piaga, durante l’ultima campagna elettorale? Matteo Salvini. Chi ha candidato, al Senato? Alberto Bagnai, eminente economista di scuola sovranista. E dov’è, adesso, Salvini? Nel mirino: tutti i poteri forti (stampa, finanza, industria, Vaticano) gli sparano addosso, col pretesto della sua ruvida intransigenza sui migranti. Gli spara addosso Macron, a capo di un paese che ogni anno, in virtù dell’eredità coloniale, “rapina” 500 miliardi di euro a 14 paesi africani. E a Salvini spara a man salva persino l’ormai disperato Pd, cioè il partito che – fin che è vissuto – non ha fatto altro che eseguire gli ordini dei poteri forti, così come il decano D’Alema all’epoca dei maxi-regali, le autostrade poi lasciate crollare, fino al novello Renzi, il munifico “regalatore” di Poste Italiane. Tutta colpa del Pd, dunque, come suggerisce il tifo odierno che vede nel governo gialloverde la prima, vera speranza, per un paese dominato per 25 anni da poteri stranieri? Stando al ragionamento di Carpeoro su Cosa Nostra, la risposta è scontata: puoi anche sanzionare un manovale del crimine, persino un boss, ma dai guai non esci fino a quando vivi in un sistema che prevede l’impunità sostanziale per certi reati.

La parte dal cattivo travestito da buono – ormai si sa – è toccata, storicamente, al centrosinistra. Ovvio: mai l’elettorato di sinistra avrebbe tollerato le stesse leggi, se a promulgarle fosse stato Berlusconi. Non hanno fatto una piega, i sindacati, quando invece a contrarre i diritti del lavoro è stato il centrosinistra. Ma, tralasciando gli attori in commedia, sarebbe cambiato qualcosa che se questa storia fosse stata recitata da tutt’altro cast? Dov’è il problema, negli attori o piuttosto nel copione? E’ irrilevante che oggi gli zombie del Pd fingano ancora di esistere: e sanno che, se non fosse comparso il provvidenziale “mostro” Salvini, non saprebbero neppure cosa dire, di fronte alle telecamere. Intanto i ponti crollano, insieme al resto del paese. E c’è chi pensa agli immancabili, fantomatici bombaroli, come se non bastasse lo spettacolo dell’auto-sabotaggio realizzato da un intero paese, a cui i maghi dell’informazione hanno raccontato, indisturbati, che tutto va bene, che il padrone (la Borsa) ha sempre ragione, e che ogni evento italiano è sempre e comunque “made in Italy” (quindi non stabilito all’estero, nel regno impalpabile dei Clinton, degli Obama, dei Bush e dei McCain). Quello, semmai, è il vero complotto: la sottomissione di un’Italia dove ci si azzanna per niente, mentre qualcun altro decide per noi, lontano dai riflettori. E sta venendo alla luce oggi, lentamente, attraverso l’inaudita violenza verbale che l’establishment riserva all’attuale governo: il primo, dopo 25 anni, non partorito direttamente dal potere “complottista”. L’unico governo, per ora, largamente sostenuto dagli elettori.