RICORDIAMO, FURONO I FRANCESI AD UCCIDERE ENRICO MATTEI

politicamentescorretto.info 4.9.18

Strage bus, superperizia boccia Autostrade: barriere usurate

Andrea Fantucchio otto pagine.it 4.9.18

Un documento che potrebbe essere decisivo per la sentenza del processo.

strage bus superperizia boccia autostrade barriere usurate

Depositata la “super-perizia” del perito incaricato dal giudice, Felice Giuliani, nel processo sulla strage del bus dell’Acqualonga. Nella quale hanno perso la vita quaranta persone. Bocciata la manutenzione di Autostrade.

La manutenzione inadeguata delle barriere stradali, da parte di Autostrade per l’Italia, ha giocato un ruolo determinante nell’incidente dell’Acqualonga, lungo l’A16 a Monteforte Irpino (Avellino), che è costato la vita a 40 persone nell’estate del 2013. E’ il “super-perito” incaricato dal giudice,  il professore dell’Università di Parma, Felice Giuliani, a scriverlo in un passaggio della sua consulenza depositata questa mattina. Una notizia che potrebbe essere decisiva per il processo che vede, fra gli imputati, l’Ad di Autostrade, Giovanni Castellucci. Finito anche nell’informativa della guardia di finanza (attualmente non è indagato) nell’inchiesta che riguarda il viadotto Morandi crollato a Genova. Proprio oggi si teneva l’interrogazione da parte del ministro per le Infrastrutture, Danilo Toninelli. L’esponente grillino, così come ribadito anche dal premier Conte e dal vicepremier Di Maio, mira a ottenere la revoca della concessione relativa alle autostrade italiane che, per oltre l’80% del tragitto, sono gestite proprio da Aspi (Autostrade per l’italia).

Il perito Giuliani scrive: “La strage del viadotto dell’Aqualonga dell’Autostrada A16 è risultata tale per difetto di risposta strutturale della barriera New Jersey bordo ponte in conseguenza dell’urto esercitato dal bus Volvo”.

I quesiti del superperito

Il consulente doveva rispondere a tre quesiti fondamentali. A partire dalla traiettoria percorsa dall’autobus dall’ingresso sul viadotto dell’Acqualonga fino alla caduta, tenendo conto delle interazioni con gli altri veicoli e chiarendo quale siano la velocità e l’angolo al momento dello scontro con i new jersey. Doveva poi verificare se fra le cause dell’incidente ci fossero proprio le irregolarità, le inidoneità, e l’insufficiente consistenza o manutenzione delle barriere istallate sul viadotto. Infine doveva chiarire se l’istallazione di altri presidi di sicurezza e l’ancoraggio al suolo delle barriere con dei tirafondi non corrosi, avrebbe potuto scongiurare la tragica fuoriuscita del bus.

Proprio sullo stato dei tirafondi (barriere stradali) Giuliani scrive: “Contrariamente a quanto ritenuto dai consulenti tecnici di parte di Autostrade per l’italia, il ruolo dei tirafondi era e resta, per la concezione stessa del progetto della barriera, di fondamentale importanza sia per l’equilibrio della struttura (decisivo per l’istallazione della barriera a filo del baratro) sia per lo specifico contributo dissipativo offerto.” E fotografa proprio la condizione delle barriere stradali: “L’avanzato stato di degrado dei tirafondi che, di fatto, ha ridotto drasticamente la capacità di contenimento della barriera – ricondotta nel suo funzionamento a un mero scherma “ a gravità” senza alcuno spazio di lavoro materialmente impegnabile – ha comportato, come analiticamente dimostrato e come tragicamente verificatosi, l’inevitabile superamento da parte dell’autobus Volvo con le 49 persone a bordo”.

La manutenzione delle barriere

Il consulente aggiunge che, dei new jersey perfettamente mantenuti, avrebbero potuto evitare trattenere l’autobus Volvo. Un punto ribadito in un passaggio molto ampio: «Un tale tragico evento sarebbe stato derubricato a rango di “grave incidente stradale” se solo le barriere in questione fossero state tenute in perfetto stato di conservazione”.

Inoltre il perito stabilisce la velocità dell’urto con la barriera a 89 km/h con un angolo di 11,9°. La consulenza di Giuliani era stata richiesta dal giudice Buono alla luce di tre ricostruzioni già effettuate durante il processo.

Le altre ricostruzioni dell’incidente

Per i consulenti della Procura Alessandro Lima, Andrea Demozzi, Lorenzo Caramma e Vittorio Giavotto, “più della metà dei bulloni che assicuravano l’ancoraggio sulla carreggiata della barriera posta sul viadotto dell’A16 Napoli-Canosa è risultata corrosa dal tempo e dagli agenti atmosferici”. Il bus, secondo questa ricostruzione, si è schiantato contro le barriere protettive, poi precipitate, a una velocità di circa 92 km/h, con un angolo non superiore ai 13  gradi.

Nella loro deposizione, i consulenti di Autostrade (fra i quali i professori Francesca La Torre, Lorenzo Domenichini, Marco Anghileri e Dario Vangi), hanno invece evidenziato come “Il fenomeno di corrosione degli ancoraggi delle barriere stradali, lungo il viadotto dell’Acqualonga,  non fosse prevedibile”. E aggiunto che il mezzo avrebbe impattato le barriere a una velocità paragonabile ma un angolo maggiore rispetto a quello indicata nella relazione della Procura (92 km/h e 19°). Per la difesa i new-jersey scelti erano proporzionati al tratto di strada, l’incidente sarebbe stato causato “dalle condizioni del bus e dall’imperizia del conducente”.

La terza ricostruzione è quella che proviene dal processo civile. A occuparsene il collegio peritale composto da Enrico De Rosa, Mariano Migliaccio, Mariano Pernetti, Dario Alvino e Salvatore Santoli. Per i consulenti, che hanno focalizzato l’attenzione sul ruolo svolto dal freno di stazionamento, la velocità del bus all’inizio del viadotto era di 67km/h con un margine di errore del 10% e quindi inferiore rispetto a quella calcolata dai consulenti della Procura e da quelli di Autostrade. Nella perizia viene evidenziato il presunto stato non ottimale delle barriere.

Il 14 settembre si terrà l’udienza dove proprio Giuliani dovrà discutere sulla sua relazione, rispondendo prima alle domande dei pm, Rosario Cantelmo e Cecilia Annecchini, e poi dei difensori di Autostrade. La difesa di alcuni dipendenti della Motorizzazione di Napoli è affidata invece agli avvocati Alessandro Preziosi, Giovanna Perna e Antonio Rauzzino.

GENOVA, PROTESTA SFOLLATI DEL PONTE MORANDI, “RISPETTO”/ Di Maio contro Toti, Fico: “Scuse a nome dello Stato”

Davide Giancristofaro Alberti il sussidiario.net 4.9.18

Crollo ponte Morandi: i 13 nomi di chi sapeva. Ultime notizie, conoscevano le pessime condizioni del viadotto ma non sono intervenuti per risolvere la situazione

Mentre tra il vicepremier Luigi Di Maio e il Governatore della Liguria, Enrico Toti, va in scena una polemica nel giorno in cui esplode la protesta degli sfollati delle abitazioni che si trovano sotto ci che resta del Ponte Morandi, parole di distensione e che vogliono in qualche modo far riavvicinare la gente alle istituzioni, sopperendo alle mancanze non solo della politica ma anche di altri soggetti (Autostrade in primis) arrivano da parte di Roberto Fico: se il suo collega pentastellato Di Maio battibecca con Toti a proposito delle presunte “elemosine” elargite agli sfollati, spiegando che in arrivo è un decreto (ricevendo la pronta risposta del Governatore ligure che lo invita a dare seguito alle dichiarazioni), il Presidente della Camera ha voluto commemorare tutte del vittime del crollo del viadotto sul Polcevera rivolgendo delle sentite scuse “ai familiari delle vittime e a tutto il Paese a nome dello Stato”. Parole forti quelle pronunciate in quel di Montecitorio, prima che cominciasse l’audizione che vedeva protagonista il Ministro dei Trasporti, Danilo Tonielli. “Il crollo è stato una catastrofe incredibile” ha continuato Fico, rivolgendo anche un ringraziamento a tutti quanti si sono prodigati durante le operazioni di soccorso e auspicando che “si faccia luce in tempi brevi sulle cause di questa assurda tragedia, sulle responsabilità individuali e anche sulle carenze infrastrutturali”. (agg. R. G. Flore)

TONINELLI, “GOVERNO AIUTERA’ LE FAMIGLIE”

Dopo le proteste di oggi degli sfollati del ponte Morandi di Genova in Consiglio Regionale al grido di “rispetto, rispetto!” arrivano le prime risposte da parte del governo rispetto all’emergenza abitativa. Come riportato dall’Ansa, da Napoli il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato:”Stiamo mettendo a punto un decreto urgente che, oltre al problema di tante persone abbandonate in Italia come i terremotati di Ischia e del Centro Italia, affronti anche il tema di Genova e soprattutto di coloro che sono sfollati e hanno diritto ad una casa. Quindi – aggiunge – è una questione di settimane, ma forse di alcuni giorni e metteremo fuori questo decreto”. Anche il ministro Toninelli, riferendo alla Camera sul crollo del Ponte, ha annunciato:”Il Governo metterà in campo forme di aiuto in ordine alle rate dei mutui che molte famiglie sono costrette a pagare su immobili che non possono più abitare”, aggiungendo che l’esecutivo “aiuterà anche le imprese, ricadenti nell’area del crollo, a riprendere i cicli produttivi, prevedendo forme di agevolazione fiscale o incentivi alla temporanea delocalizzazione”. (agg. di Dario D’Angelo)

LA PROTESTA DEGLI SFOLLATI IN CONSIGLIO REGIONALE

Ci sono anche gli sfollati della cosiddetta “zona rossa” di Genova al consiglio regionale e comunale congiunto, che si è tenuto questa mattina. Alzano la voce, gridano “rispetto-rispetto”, e vogliono ottenere risposte, alla luce di quanto avvenuto da meno di un mese a questa parte, con l’addio alle proprie abitazioni dallo scorso 14 agosto, da quando cioè è crollato il viadotto Morandi. Sono circa una cinquantina i manifestanti, che dopo l’intervento del governatore Toti, hanno urlato: «Veniamo prima noi delle imprese, veniamo prima noi della viabilità, ci siamo prima noi, vogliamo la casa! Abbiate la stessa considerazione che avete avuto per Ansaldo Energia». A loro ha cercato di replicare il sindaco Marco Bucci, che provando a riportare la calma in aula, ha detto: «Vi capisco, ma dobbiamo cercare di lavorare insieme. Dal 14 agosto dormo quattro ore per notte per affrontare l’emergenza. Genova non si è mai fermata, non ha mai dimostrato di essere in ginocchio, una cosa di cui dobbiamo essere tutti orgogliosi, nessuno è stato lasciato solo dalle istituzioni». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

LA PAROLA AL SINDACO BUCCI

Il sindaco di Genova, Marco Bucci, ha provato a rassicurare ulteriormente le persone disperate fuori dalla Regione che protestano contro la mancata “visita” nelle vecchie case per poter recuperare ricordi, oggetti e utensili utili a ricominciare una nuova vita in un’altra casa. «Entro la fine della settimana prossima credo che avremo i monitoraggi a posto sul ponte. Ma non posso farvi rientrare finché non ho la garanzia della sicurezza. Sino a ieri sera 150 famiglie avevano trovato una sistemazione. Ne mancano ancora 116». Il primo cittadino, che non ha mai “illuso” la cittadinanza sulla semplicità del periodo post-crollo, ha anche aggiunto con saggezza «Facciamo una burocrazia semplice per la ricostruzione del ponte Morandi, andiamo avanti nel fare le cose che i cittadini ci chiedono tutti i giorni». Nella seduta di oggi, dove ci sono state le contestazioni, Bucci ha spiegato come il fatto di una riunione congiunta «è un segnale all’Italia che siamo allineati e vogliamo andare su una strada su cui c’è l’accordo di tutti. Genova ha bisogno del sostegno di tutte le amministrazioni pubbliche per arrivare all’obiettivo di avere una città migliore di prima», ha concluso il sindaco, come riportato dai colleghi de Il Secolo XIX.

TOTI “DEMOLIZIONE PONTE IN 5 GIORNI”

E’ in corso la seduta del consiglio regionale ligure, e di quello comunale di Genova, per il crollo del ponte Morandi presso la sede della regione. Obiettivo, come riporta l’edizione online de Il Secolo XIX, votare all’unanimità un ordine del giorno per indicare quali siano gli interventi prioritari del governo, a seguito dell’immane tragedia che ha provocato 43 morti. Presente ovviamente anche il governatore della regione Liguria, Giovanni Toti, che nel corso della seduta ha annunciato che la demolizione del viadotto avverrà entro questa settimana, indicativamente nel giro di 5 giorni. Il sindaco di Genova, Bucci, ha invece comunicato che il prossimo 14 settembre si terrà un evento pubblico in piazza, in ricordo delle vittime. Da segnalare alcune proteste all’apertura della doppia seduta, in particolare da parte degli sfollati, ex risiedenti nella zona rossa, che vogliono risposte dal governo in merito alla loro prossima ubicazione e alla possibilità di recuperare gli oggetti lasciati nelle case. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

“PRIMA NOI DI ANSALDO”

Sono tanti gli sfollati del Morandi che non ci stanno alla piega finora presa nel post-disastro del viadotto crollato: stamattina una forte contestazione è stata messa in scena da un gruppo di sfollati delle case dei quartieri sotto il Ponte Morandi, al grido di «Non ci potete trattare come cani cui buttate l’osso». Urla, insulti ma anche lacrime e richieste di risolvere la situazione: è di fatto la prima vera contestazione contro l’Amministrazione nei difficili giorni in cui si decide sul futuro della demolizione, ricostruzione, distribuzione delle nuove case oltre che le indagini parallele sulle responsabilità della strage. Gli sfollati, in gran parte, protestano contro l’impossibilità di recuperare i propri effetti personali dalle abitazioni evacuate sotto al troncone est del viadotto: ci è voluto l’intervento del sindaco Bucci, uscito tra la gente per cercare di sedare gli animi specie contro chi diceva che sono state le imprese ad essere subito garantite, e solo dopo gli sfollati. «Prima noi di Ansaldo, noi siamo quelli di ponte Morandi – 50 anni di servitù, 2 settimane di disagi e sofferenze, rivogliamo un futuro!». Il primo cittadino, sempre molto dedito a cercare di trovare un accordo con i tanti cittadini infuriati, ha promesso che martedì prossimo alle ore 16 incontrerà tutti gli sfollati per aggiornarli sulle ultime novità. (agg. di Niccolò Magnani)

145 LE PARTI OFFESE

Sta entrando decisamente nel vivo l’indagine per accertare eventuali responsabilità in merito al crollo del viadotto Morandi di Genova. Come riferito dai colleghi de Il Secolo XIX, le forze dell’ordine sono convinte, analizzando alcuni carteggi, che il ministero delle infrastrutture e dei trasporti fossero a conoscenza dei ritardi nell’approvare il progetto per restaurare e mettere in sicurezza i piloni dell’ormai tristemente noto ponte genovese. Come già anticipato in precedenza, nessuno risulta per ora essere ufficialmente indagato, e l’eventuale notifica dei primi avvisi di garanzia dovrebbe avvenire in contemporanea alla richiesta dell’incidente probatorio da parte della procura di Genova. Novità sono attese comunque nelle prossime settimane, quando i pubblici ministeri saranno in grado di accertare con maggiore concretezza i nomi dei responsabili eventuali. Le parti offese risultano invece essere 145, fra cui molti familiari delle 43 vittime, e i feriti. L’elenco potrebbe comunque aumentare nel caso in cui dovessero essere inseriti anche gli sfollati. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

I 13 CHE SAPEVANO

Inizia a prendere forma l’indagine circa il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto lo scorso 14 di agosto. Come riferito da diversi organi di informazione online, a cominciare da Il Secolo XIX, nella giornata di sabato la guardia di finanza ha consegnato alla procura genovese una lista di 13 nomi per valutare eventuali responsabilità nella tragedia che ha provocato la morte di 43 persone. Coloro che sono finiti nel mirino degli inquirenti rientrano in un gruppo di massimi dirigenti di Società Autostrade, Spea engineering (azienda controllata dalla prima), cinque dirigenti del ministero delle infrastrutture, e infine, una serie di tecnici.

NESSUNO RISULTA ESSERE INDAGATO

Tutte e 13 i personaggi di cui sopra sono entrati a conoscenza in maniera diretta o meno dello stato carente di sicurezza del viadotto Morandi, le cui condizioni pessime, secondo le forze dell’ordine, erano ben note da ormai tre anni a questa parte. Non è da escludere che a breve questo gruppo possa divenire più numeroso, visto che le persone “sospette” potrebbero crescere fino a 25 se si decidesse di fare luce anche sulle attività di coloro che occupavano gli stessi incarichi dei 13 negli anni precedenti. Una precisazione: nessuno al momento risulta essere indagato, e solo la Procura valuterà, dopo aver esaminato la documentazione, se procedere o meno.

Macron fa esplodere la Libia, ma l’Italia ha sbagliato tutto

Gian Micalessin – 04/09/2018 ariannaeditrice.it

Fonte: Gian Micalessin

L’ex ministro Minniti puntò solo sul governo Serraj. Ora la Francia ha un canale privilegiato con Haftar.

La via italiana alla Libia è già stretta, ma la Francia di Emmanuel Macron potrebbe sfruttare gli scontri di Tripoli per trasformarla in un vicolo cieco.

Di certo il «nemico» francese è stato fin qui più abile spiazzando l’Italia e presentandosi come l’ago della bilancia capace di mettere d’accordo il governo di Tripoli del premier Fayez Al Serraj e quello di Tobruk «manovrato» dal generale Khalifa Haftar. Se gli scontri di Tripoli arrivassero a far cadere Al Serraj, Parigi avrebbe facile gioco nel proporsi come nuovo referente internazionale, guidare il Paese verso le elezioni-farsa proposte dalla Francia per il 10 dicembre e far eleggere alla presidenza un uomo del Generale. Un giochino ardito che rischia, però, di piacere molto a un’Unione europea invelenita con l’Italia. Un giochino che mette a rischio non solo il nostro gas e il nostro petrolio, ma anche il controllo sulle partenze dei migranti garantito dalla Guardia Costiera di Tripoli.

Certo molti errori arrivano da lontano. Quando, nel 2015, Marco Minniti prende in mano il dossier Libia punta innanzitutto a insediare un governo «amico» in quella Tripolitania dove un esecutivo guidato da milizie jihadiste minaccia il petrolio e il gas dell’Eni e ci ricatta con i migranti. Da quella scelta derivano molte leggerezze. La prima è lo sbilanciamento verso Serraj, che nella fase di formazione del governo di Accordo Nazionale, a fine 2015, sfocia in aperta ostilità verso Haftar spingendolo nelle braccia di Parigi. E quando Minniti si decide a fargli visita nel settembre 2017 è tardi per rimediare. La seconda nefasta eredità è lo sciame di milizie jihadiste, o para-criminali, a cui dobbiamo affidarci per garantire la sopravvivenza dell’inconsistente Serraj. Milizie come la Settima Brigata di Tarhouna vendutasi, secondo molte voci, agli interessi di Haftar. Un terzo danno collaterale deriva dalla prolungata concentrazione nelle mani di Minniti di un dossier Libia che andava almeno condiviso con la Farnesina. Da qui, anche, la farraginosità dell’attuale esecutivo nel ricomporre il puzzle. Una farraginosità testimoniata dalle visite a Tripoli di Matteo Salvini, del ministro della Difesa Elisabetta Trenta e del titolare degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Tre visite in un mese (26 giugno-25 luglio) che non hanno chiarito chi gestisca il dossier.

In questo vuoto di potere e politiche hanno lavorato alla grande il ministro degli Esteri francesi Jean-Yves Le Drian, vero pro-console libico di Macron, e un’intelligence di Parigi attivissima nel recuperare al carro di Haftar le milizie rimaste al palo nella spartizione di quei proventi che Serraj deve «obtorto collo» suddividere per non farsi defenestrare. Ma il governo giallo-verde è stato lentissimo anche nello sfruttare il regalo di un Trump che durante la visita del nostro premier Giuseppe Conte alla Casa Bianca confermò l’Italia nel ruolo di principale referente degli Stati Uniti sul fronte libico. Dopo quell’investitura, invece di avviare un’immediata azione politica e bloccare i piani elettorali francesi abbiamo puntato tutto sulla Conferenza internazionale di Sciacca. Un appuntamento cruciale, vista la partecipazione del segretario agli Esteri Usa Mike Pompeo e dell’omologo russo Sergey Lavrov, ma previsto solo per novembre quando Serraj potrebbe esser già caduto.

A questo vuoto politico s’è aggiunta la sapiente delegittimazione dell’ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone dichiarato persona «non grata» da Tobruk per aver criticato il piano elettorale di Parigi. Una delegittimazione non priva di riflessi pratici. Perrone, infatti, risulta «in vacanza» proprio mentre l’Italia e Tripoli avrebbero più bisogno di lui. A questo punto uscire dall’impasse non è facile. Se l’Europa è lontana, ancor più lontano è ormai un Trump troppo assillato dalla sua stessa stabilità per dedicarsi a una Libia marginale negli interessi americani. Se in qualcuno possiamo sperare gli unici sono, forse, l’Egitto e la Russia. Sono i migliori alleati di Haftar assieme a Macron. Ma sono i primi a voler ridimensionare il peso di una Francia che nel 2011 ha portato al disastro la Libia.

La nuova guerra in Libia? È solo il vecchio, sporco, colonialismo francese

Fulvio Scaglione – 04/09/2018 ariannaeditrice.it

Fonte: linkiesta

La nuova, ennesima crisi della Libia, con il Governo di Fayez al-Sarraj sull’orlo del baratro per l’attacco delle milizie ribelli, ha un contorno assai complicato, che comprende le rivalità storiche tra le tribù, il ruolo degli ex gerarchi di Gheddafi, la spartizione degli introiti del petrolio, le intromissioni di una lunga serie di Paesi che vanno dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, dalla Russia all’Egitto, dalla Turchia al Qatar.

Ma la sostanza, almeno nella realtà di questi ultimi anni, è molto molto più semplice: c’è un Governo debolissimo e quasi impotente, quello appunto guidato da Al-Sarraj, che agisce sotto l’egida delle Nazioni Unite ed è riconosciuto dalla comunità internazionale; e c’è un Paese, la Francia, che lavora perché quel Governo cada, anche a costo di ripiombare la Libia nel caos più totale.

Emmanuel Macron ha fatto la propria parte quando, nel luglio scorso, ha convocato un vertice unilaterale per far incontrare Al-Sarraj e il suo nemico giurato, il generale ex gheddafiano ed ex Cia Khalifa Haftar, con l’evidente risultato di delegittimare il primo e legittimare il secondo. E la sta facendo tuttora, visto che le milizie moralizzatrici (dicono che il Governo è corrotto, pensa un po’ da che pulpito) sono passate all’offensiva tra il viaggio del nostro premier Conte a Washington, dove Donald Trump si era spinto a proporre una “cabina di regia” italo-americana per la Libia, e la conferenza sulla Libia organizzata a Roma per il 10 novembre. Il suo piano è chiaro: far fuori Al-Sarraj e andare in dicembre a quelle elezioni che nessuno tranne lui voleva e che finirebbero con l’incoronare un vassallo di Parigi.

La sostanza di questo conflitto è molto molto semplice: c’è un Governo debolissimo, quello appunto guidato da Al-Sarraj ma riconosciuto dalla comunità internazionale. E c’è un Paese, la Francia, che lavora perché quel Governo cada, anche a costo di ripiombare la Libia nel caos più totale. Il piano di Macron è chiaro: far fuori Al-Sarraj e andare in dicembre a quelle elezioni che nessuno tranne lui voleva e che finirebbero con l’incoronare un vassallo di Parigi: Khalifa Haftar.

Macron, però, non fa che proseguire sulla strada tracciata dai suoi predecessori. Dal corrotto e criminale Sarkozy, che nel 2011 si fece promotore delle distruzione della Libia di Gheddafi (e della Libia tout court, come abbiamo visto) anche per sbarazzarsi del Trattato italo-libico firmato nel 2008 e della preminenza dell’Eni (che esportava 267 mila barili di greggio al giorno contro i 55 mila della francese Total) nel mercato petrolifero libico. E anche dall’inetto e biforcuto Hollande, che all’Onu diceva di voler appoggiare il Governo di Al-Sarraj ma nel 2015 si fece pescare a fornire armi al generale Haftar e dargli aiuto, nelle azioni contro il Governo legittimo, con le forze speciali francesi sistemate nella base di Benina.

È il caro vecchio colonialismo di una volta, niente di nuovo. Che rischia di far scendere qualche altro gradino al Paese che, quando era controllato da un orrido dittatore, era uno dei più sviluppati dell’Africa mentre da quando noi occidentali gli abbiano portato la democrazia è un focolaio inesausto di guerra e di tratta di esseri umani.

Come finirà laggiù è, al momento, impossibile dirlo. La Libia, con le sue milizie, è un vaso di Pandora, facile da aprire e difficile da richiudere. Non si vede, però, in che modo l’attuale insurrezione che, ripetiamolo, si prepara da tempo, possa migliorare le cose, soprattutto per i libici. Potremmo però, mentre cerchiamo di capire come finirà, abbandonarci a qualche riflessione facile facile.

La prima è questa: chiunque governi l’Italia, comunque la governi, che si affidi ai toni suadenti di Gentiloni o alle invettive di Salvini, che si tratti di petrolio o di immigrazione, ha nella Francia un avversario naturale e inevitabile. La solidarietà mediterranea, l’unità europea, la fede nella democrazia… Sono tutte balle, la Francia fa i propri interessi ai nostri danni. Vogliamo prenderne atto?

Chiunque governi l’Italia, comunque la governi, che si affidi ai toni suadenti di Gentiloni o alle invettive di Salvini, che si tratti di petrolio o di immigrazione, ha nella Francia un avversario naturale e inevitabile. E Macron è un vero nazionalista e sovranista, altro che Di Maio e Salvini

Secondo: c’è un sacco di gente, in Italia, che idolatra Macron e lo crede non solo un europeista ma un Presidente attaccato alle istituzioni collettive e alla legalità internazionale.

Il buon Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Pd, è stato quasi linciato per aver osato una timida critica a Macron. Perché tutto questo succeda resta un mistero, una di quelle forme di allucinazione collettiva che cui ogni tanto si ha notizia e che racconteremo ai nipotini. Macron è un vero nazionalista e sovranista, altro che Di Maio e Salvini. Ed è fantasticamente populista, un maestro nel dire una cosa che suona bene (Europa, unità, egalité, liberté, peppereppé!) e fare tutto ciò che suonerebbe male (gli affari miei e al diavolo tutto il resto). Sapevatelo.

Terzo: tutti coloro che, di sicuro in ottima fede, in quest’ultimo periodo si sono affannati a sottolineare tutte le magagne del Governo Al-Sarraj, che tratta male i migranti, non mette in riga la guardia costiera ecc. ecc., sono ottimisti su quanto accade? Certamente no. Ed ecco allora una buona lezione. Gheddafi non ci piaceva, dopo di lui un terremoto. Al-Sarraj non ci piaceva e non è che ci siamo rovinati per aiutarlo, se cadrà dopo di lui qualcuno spargerà il sale sulle rovine del terremoto. Domanda: non è che il mondo andrebbe meglio se noi smettessimo di volerlo migliorare?

Sea: per il dopo Modiano spunta ipotesi Caporello (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

In vista dell’assemblea di B.Carige convocata per il 20 settembre prossimo in cui Vittorio Malacalza potrebbe riconfermare il suo ruolo di primo azionista e spuntarla nella conta dei voti su Raffaele Mincione, in Sea si apre il cantiere per individuare chi prendera’ il posto di Pietro Modiano. L’ex banchiere, da anni alla guida della societa’ aeroportuale milanese, e’ stato indicato dall’imprenditore piacentino come futuro presidente della banca.

In particolare, secondo quanto ha appreso Mf-Dowjones da una fonte, tra i nomi che circolano per succedere a Modiano alla presidenza di Sea, emergerebbe quello di Arabella Caporello.

Caporello, classe 1972, e’ stata la prima city manager donna del Comune di Milano, che è azionista di Sea con il 54,81%, e ha ricoperto l’incarico di direttore generale a Palazzo Marino fino all’aprile scorso. Laureata in Economia all’università Cattolica con esperienze di strategie d’impresa, finanza strutturata, riorganizzazione e sviluppo di società di medie e grandi dimensioni e di mercati dei capitali, la manager ha un passato nel Cda di Sea, nel settore del Private Equity e come assistente esecutivo al consiglio di gestione della Banca Popolare di Milano. Attualmente siede nel Board di Italiaonline dove ricopre la carica di consigliere.

Per la scelta definitiva del nome bisognera’ comunque attendere l’esito dell’assise di Carige ma intanto gli azionisti di Sea sono gia’ al lavoro per designare il successore di Modiano nella società aeroportuale meneghina.

L’eredita’ che l’attuale presidente lascia – qualora entrasse in Carige – e’ importante. Uomo chiave della Sea, Modiano e’ stato il fautore della nascita di quello che oggi a tutti gli effetti viene riconosciuto come il sistema aeroportuale milanese. Un percorso costruito con pazienza e determinazione, e non privo di complicazioni. A cominciare dal dossier Airport Handling, la società di Linate e Malpensa nata dalle ceneri dell’handling di Sea, che alla fine e’ stata acquisita dall’emiratina Dnata.

Ma soprattutto, a Modiano va il grande merito si essere stato tra i primi ad intuire che per salvare Malpensa dalla crisi generata dal de-hubbing di Alitalia, era necessario mettere fine al dualismo con Linate e riuscire a farli convivere. Un obiettivo raggiunto nel 2017 che per Sea e’ stato “l’anno della svolta” con il rilancio di Malpensa che ha ripreso il ruolo di infrastruttura cruciale per la connettivitá del Nord Italia per le rotte passeggeri e merci. Nel 2017 Malpensa ha registrato una crescita dei passeggeri superiore al 14% e ad agosto di quest’anno ha toccato il record storico di 1,3 mln di persone transitate. L’obiettivo e’ chiudere il 2018 con 6 mln di passeggeri intercontinentali.

Se e quando sara’, Modiano lascia una societa’ sana, con conti in ordine e una buona generazione di cassa in grado di garantire dividendi considerevoli ai propri azionisti.

Chi verra’ dopo Modiano trovera’ diversi dossier sul tavolo. Ad iniziare dai nuovi voli diretti per la Cina a cui l’azienda sta lavorando da tempo; fino ad arrivare alla futura fusione con Sacbo, gestore dell’aeroporto di Bergamo Orio Al Serio, finalizzata a creare un vero e proprio sistema lombardo.

lab

laura.bonadies@mfdowjones.it

(END) Dow Jones Newswires

September 04, 2018 11:12 ET (15:12 GMT)

Ricordati che devi morire, dice all’Italia il Massone Cottarelli

politicamentescorretto.info 4.9.18

C’era una volta l’Italia. Era un paese pieno di problemi, come tutti gli altri paesi europei. Ma aveva una sua peculiare caratteristica: era un paese relativamente felice – più di altri paesi europei – al punto da stupire il mondo (un’altra volta, come nel Rinascimento, e poi nel Risorgimento) per una sua qualità assolutamente inimitabile: la capacità di “esplodere” e di espandersi in tempi rapidissimi, utilizzando due qualità fondamentali, l’ingegno italico e la capacità di lavoro. Era il dopoguerra, intorno c’erano solo macerie. D’accordo, era intervenuto qualcosa di inatteso: il Piano Marshall. La spinta, per decollare. Ma poi, si sa, c’era – appunto – l’Italia. L’Eni, Enrico Mattei, la Prima Repubblica. Il boom, il miracolo economico. Costruito come? Nel solo modo possibile: con il sacro, strategico, formidabile debito pubblico. Tecnicamente: deficit positivo, per citare il sommo Keynes, il genio inglese che – a suon di debito – tirò fuori l’America dal pantano, permettendole di vincere la Seconda Guerra Mondiale e poi addirittura di stravincere, al punto da rimettere in piedi la democrazia in Europa, sia pure in funzione antisovietica. Tutto bene, o quasi, fino ai primi anni ‘90. Crescita continua: i figli che hanno più opportunità di quante ne abbiano avute i genitori. Poi, l’infarto: la crisi, la fine del benessere.

Neoliberismo, morte dello Stato sovrano. Cartellino rosso: ora basta, dovete soffrire. Chi lo dice? Loro, l’élite finanziaria, la Banca Mondiale, il Fondo Moneriario. Un nome? Carlo Cottarelli. E perché mai dovremmo soffrire? Perché sì, è la risposta. EdGioele Magaldiè vero: lo conferma il “Corriere della Sera”. Queste sono cose che succedono, oggi, e che irritano moltissimo alcuni italiani. Come Gioele Magaldi, per esempio. Magaldi è un italiano trasparente. E’ anche un massone, è stato il “maestro venerabile” della prestigiosa loggia Monte Sion del Goi, il Grande Oriente d’Italia. Ricorda, a ogni pie’ sospinto, che questo paese è stato “fabbricato” da massoni, nell’Ottocento. Si chiamavano Garibaldi, per dire. E poi altri massoni, nel Novecento, alla fine della Seconda Guerra Mondiale hanno rimesso insieme i cocci di quel che restava del paese dopo il fascismo. Meuccio Ruini, repubblicano, presidente della commissione per la futura Costituzione. E Pietro Calamandrei, comunista, presidente della Costituente. Massoni, che all’epoca significava: fine dei privilegi di casta, suffragio universale, laicità e sovranità elettorale per ogni cittadino, uomini e donne, ricchi e poveri.

S’infuria, Magaldi, tutte le volte che qualcuno disconosce il ruolo storico della massoneria nella genesi della Repubblica italiana. Si irrita, quando Di Maio e Salvini firmano il loro “contratto di governo” dove sta scritto che nessun massone potrà mai far parte del governo gialloverde. Minaccia, Magaldi, di fare i nomi degli interessati: è pieno, il governo gialloverde, di massoni importanti. Si spazientisce, Gioele Magadi, se qualcuno – magari della Lega – gli chiede di intercedere, presso la massoneria sovranazionale, per proteggere il governo Conte, così ferocemente avversato dalla supermassoneria reazionaria. Va bene, dice: vedremo. Ma perché, intanto, non dichiarare apertamente l’appartenenza massonica di ministri e sottosegretari? Parla, Magaldi, di cose che purtroppo sa. Per esempio: Luigi Di Maio, l’attuale capo dei 5 Stelle, prima delle elezioni bussò – inutilmente – alla porte degli stessi circuiti “neo-aristocratici” che avevano messo alla porta Matteo Renzi, un leader teoricamente progressista. Oggi, dice Magaldi, Di Maio è maturato parecchio. Tante cose sono cambiate, in Italia, in pochissimi mesi.

Come fa, Magaldi, a esprimersi in questi termini? Semplice: fa parte, lui stesso, del circuito massonico sovranazionale. E’ stato “iniziato” alla superloggia “Thomas Paine”, pietra miliare della massoneria internazionale progressista. Cos’è una superloggia? Lo ha spiegato nel suo libro “Massoni”, edito da “Chiarelettere”, venduto in decine di migliaia di copie ma passato sotto silenzio dalla stampa mainstream. Una Ur-Lodge è un circolo esclusivo (e apolide, senza patria) di persone importanti, provenienti da diversi paesi, che concorrono a decidere i destini del mondo senza che i media ne parlino mai. Ne ha parlato lui, infatti: ha messo a disposizione un archivio di 6.000 pagine, ma nessuno si è sognato di chiedergliene conto, e meno che meno di contestare o smentire il contenuto del libro, uscito nel 2014. Silenzio assoluto. Ci sono tutti, in Carlo Cottarelliquel saggio: Licio Gelli e Pinochet, Allende e i Kennedy, Martin Luther King, Kissinger e Bush. E poi Gorbaciov, la Merkel e Putin, D’Alema e Blair, Draghi e Napolitano. E il mitico Cottarelli?

Fa parte del penultimo capitolo della nostra infelicissima storia recente, dice Magaldi a David Gramiccioli, conduttore del seguitissimo programma “Massoneria On Air” su “Colors Radio”. Che dice, l’ex commissario alla spending review ingaggiato dal paramassone Enrico Letta? Semplice: che dobbiamo soffrire. Che le promesse del governo gialloverde sono irrealizzabili. Flat Tax, riforma della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza? Pura follia, dichiara Cottarelli al “Corriere della Sera”, che lo presenta – si stupisce Magaldi – come un paladino della crescita. Beninteso: la crescita “impossibile” dogmatizzata dal Fmi: prima ti taglio a pezzi, poi (forse) ricresci. Lui, Cottarelli? Tanto per cominciare, sottolinea Magaldi, Cottarelli è un massone. Un massone occulto, non dichiarato. Poi è un massone che appartiene ai circuiti sovranazionali, quelli delle Ur-Lodges. E soprattutto: milita nella destra politico-economica, la Chiesa neoliberista che prescrive al popolo di tirare la cinghia. E’ lo stesso Cottarelli che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oppose all’ipotesi di governo gialloverde, nel bocciare Paolo Savona al ministero dell’economia. Ma attenzione, ricorda Magaldi: poco prima, era stato lo stesso Di Maio a sventolare il nome di Cottarelli come campione di virtù politica, in campo economico.

Oggi, sul “Corriere della Sera”, Cottarelli ripete stancamente la sua luttuosa canzone: non ce la possiamo fare. Sembra non conoscere la storiadell’Italia democratica: è come se parlasse del Burundi, non di un paese del G8. La sua predica sembra quella del frate medievale che, nel film “Non ci resta che piangere”, ripete a Massimo Troisi il suo illuminante monito: “Ricordati che devi morire”. No, Cottarelli, gli risponde Magaldi: certo, avete cercato di farla morire, l’Italia, ma non ci siete riusciti. Ce l’avete messa tutta: voi, la Merkel, Draghi, Monti, Napolitano, Juncker e tutta la banda. Massoni, dal primo all’ultimo. Massoni opachi, non dichiarati, e in più “neo-aristocratici”, allergici alla democrazia. Ma, per vostra sfortuna, l’Italia non è il Burundi (e, detto tra noi: non è ancora morta). Era, e resta, una delle prime dieci economie del pianeta. Come lo è diventata? Non certo tagliando la spesa pubblica, non certo amputando il deficit. Non sa, Carlo Cottarelli, come fu che l’Italia divenne la quinta economia del mondo? Massimo TroisiCol debito pubblico, ovviamente. Non lo sa, il Cottarelli? No, non è possibile che non lo sappia, come è impossibile che lo ignori il “Corriere della Sera”, che presenta il Cottarelli come una specie di guru, di infallibile Mandrake venuto da altri mondi, da qualche cartoon della Disney.

Se ne rammarica, Gioele Magaldi. Se ne sorprende. Ma avverte: verrà il giorno, molto presto, in cui nessuno potrà più permettersi di dire all’Italia “ricordati che devi morire”. Nonostante le molte manchevolezze, aggiunge, è bene sostenere – oggi – il provvisorio governo gialloverde: almeno pensa alla vita degli italiani, non alla loro morte. A quella ci hanno pensato in tanti, da Berlusconi a Prodi, passando per D’Alema e Amato, Padoa Schioppa, Dini, Ciampi e compagnia piangente. Un coro greco: povera Italia. Ma era solo teatro. Ci siamo cascati? Eccome. La cosa sconcertante, rileva Magaldi, è che ci siano ancora in giro i Cottarelli, riveriti – a reti unificate – come arcangeli dell’apocalisse, anziché spazzati via come mosconi fastidiosi e deprimenti. Questo, infatti, dice l’economista del Fondo Moneriario: dobbiamo soffrire, dobbiamo morire. Non possiamo proprio immaginarcelo, un futuro migliore. Siamo dunque il Burundi? No, siamo l’Italia. Qualcuno, prima o poi, lo spiegherà a Cottarelli (e al “Corriere della Sera”, se mai ancora esisterà).

Fonte Libre

ING, SDENG! – MULTA DA 675 MILIONI PER IL COLOSSO BANCARIO, CON LA BANCA CENTRALE OLANDESE CHE HA RISCONTRATO ‘GRAVI CARENZE’ NELLA LOTTA ALLE ATTIVITÀ CRIMINALI E AL RICICLAGGIO – ALCUNI ALTI DIRIGENTI SONO STATI COLPITI CON LA SOSPENSIONE O LA DURISSIMA SANZIONE DELLA ”SOSPENSIONE DEL BONUS” (BRRR)

dagospia.com 4.9.18

 

Da www.ilfattoquotidiano.it

ralph hamersRALPH HAMERS

Le accuse erano di riciclaggio e corruzione. A fronte degli addebiti il gruppo finanziario Ing ha accettato di pagare una multa di 675 milioni di euro alle autorità olandesi, che indagavano dallo scorso anno, e di restituirne altri 100 ottenuti illegittimamente, riconoscendo “gravi carenze” nella verifica delle attività criminali e di riciclaggio nel periodo 2010-2016.

Ing ha anche collaborato con la Banca centrale dei Paesi Bassi in un’indagine interna, individuando “gravi carenze” nella gestione dei file, nelle tardive comunicazioni commerciali, nella classificazione dei clienti e nell’assegnazione errata di rischio. Ralph Hamers, ceo di Ing, ha riconosciuto “la piena responsabilità della banca” per non avere soddisfatto i “più alti requisiti” di prevenzione del crimine nelle attività fra il 2010 e il 2016.

ing banca olandeseING BANCA OLANDESE

“Le carenze individuate non sono attribuibili ad alcune persone individuali, ma piuttosto a carenze collettive a tutti i livelli di gestione“, ammette la banca in una nota. “Ad essere inadeguate sono cioè le funzioni aziendali, di conformità e di controllo”. Le autorità olandesi – spiega il gruppo – hanno calcolato l’importo della multa sulla base della “capacità finanziaria” di Ing e la cifra esprime “la gravità, l’estensione e la durata delle carenze individuate, ma anche il fatto che non è stato possibile determinare l’importo preciso dei conti bancari di Ing che sono stati effettivamente utilizzati in modo improprio”.

La restituzione dei 100 milioni, invece, rappresenta la somma che il gruppo avrebbe dovuto impiegare per pagare il personale per l’attuazione e l’esecuzione di procedure preventive.

Il gruppo aggiunge che dalle indagini non si sono riscontrate prove o indicazioni di dipendenti che abbiano collaborato attivamente con clienti che hanno utilizzato o potrebbero aver utilizzato servizi bancari per potenziali attività criminali, o che da questi abbiano ottenuto vantaggi personali. In ogni caso, Ing comunica di aver intrapreso misure verso alcuni alti dirigenti. Tra queste si menzionano la sospensione e il ritiro dei bonus. “Ing si rammarica sinceramente che queste carenze abbiano consentito ai clienti di utilizzare abusivamente i conti di Ing Paesi Bassi”, conclude il comunicato.

ing banca olandeseING BANCA OLANDESE

Le indagini, ricorda Bloomberg, erano partite sul ruolo della banca in diverse vicende fra cui pagamenti sospetti dalla compagnia delle tlc russa Vimpelcom (ora Veon, già azionista di Wind Tre) a una società posseduta da un componente del governo dell’Uzbekistan. VimpelcoM era stata condannata nel 2016 dalle autorità Usa per corruzione a causa della sua controllata in Uzbekistan. La multa peserà interamente sui risultati del terzo trimestre cui saranno aggiunti circa 100 milioni di costi per le procedure e le misure attuate dal gruppo per fare fronte alla vicenda.


Alessandro Di Battista al minuto 49,45

Infatti mentre Salvini si è fatto largo e ha sgomitato con forza in questi primi tre mesi di governo soprattutto e solo sul tema immigrazione, il governo e il ministro delle Infrastrutture Toninelli, che nel suo ruolo di governo ha avuto il compito di chiudere i porti alle ONG, sono stati perfettamente coerenti ed hanno condiviso il programma.

Ma il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli è anche uno dei principali alfieri della nazionalizzazione di Autostrade: «Sarebbe conveniente. Pensi a quanti ricavi e margini tornerebbero in capo allo Stato attraverso i pedaggi, da utilizzare non per elargire dividendi agli azionisti, ma per rafforzare qualità dei servizi e sicurezza delle nostre strade».


Ora la tenuta del governo si giocherà proprio sulla nazionalizzazione di Autostrade. E mentre il MoV è fermo nella sua volontà di voler combattere lo sporco intreccio di rapporti inquinati tra politica e capitale, quel sistema di potere che ha difeso su tutti i media Atlantia e i Benetton, subito dopo il crollo del ponte Morandi, la Lega invece sembra tentennare.

È un sistema di relazioni che attraversa Cda e collegi sindacali, aziende, concessioni, banche e politica, ci rappresenta plasticamente, manco fosse una scultura di Arnaldo Pomodoro, il cosiddetto capitalismo finanziario, metastasi che negli ultimi trent’anni ha governato il Paese.

Un sistema che ha garantito tramite i media e i partiti in modo particolare il capitale privato, che naturalmente si è arricchito alla grande gestendo un servizio pubblico con la sola logica del profitto, come mostrano i dati sulla manutenzione e lo stato pietoso di molte infrastrutture.

La galassia pomodoro è piuttosto ampia: Fabio Cerchiai, ad esempio, è presidente di Atlantia ma anche di Cerved Group e vicepresidente di Unipol Sai; Monica Mondardini sta nel cda di Atlantia ma è anche presidente di Sogefi, amministratore delegato di Cir Spa (la holding di De Benedetti) e vice presidente di Gedi Editoriale (Repubblica, l’Espresso). Livia Salvini, sindaco effettivo di Atlantia e, contemporaneamente, nel Consiglio di Amministrazione de “Il Sole 24 ore”. Massimo Lapucci è nel Consiglio di Amministrazione di Atlantia e, guarda un po’, anche della Caltagirone Spa (Il Messaggero, Il Mattino).

Ecco forse perché certa stampa è stata cosi “comprensiva” nei confronti dei Benetton, tanto da oscurarli per giorni e giorni. Cristina De Benetti è amministratore in Autogrill spa, controllata di Edizione (la finanziaria dei Benetton), Autostrade Meridionali e Unipolsai. Sonia Ferrero, invece, è nel collegio sindacale di Atlantia, A2A, Banca Profilo, F.I.L.A., Geox, Snam.

Naturalmente tutti i media padronali immediatamente dopo il crollo del Ponte Morandi hanno sbandierato le perdite in borsa di Atlantia, per provare a salvare la faccia ai Benetton, limitare le perdite in Borsa e stendere un velo di omertà sulle responsabilità della tragedia. Ma sono proprio queste numerosissime interconnessioni gestionalitra aziende quotate a penalizzare chi investe in Borsa, perché privano gli investitori della trasparenza necessaria a realizzare investimenti oculati. La mancanza di trasparenza crea un gioco truccato, dove solo gli insider trading possono trastullarsi serenamente.

Tutta la galassia di certi “prenditori” ha potuto “dialogare” amichevolmente con i governi di Cdx e di Csx, pericolosamente servili ai danni dei cittadini, perché tutto il sistema delle privatizzazioni, con il beneplacito di politici collusi, è stato guidato da un intento ben preciso”privatizzare gli utili e socializzare le perdite”… purtroppo nel caso di Genova, le perdite sono state anche umane.

I prenditori delle autostrade per un decennio ci hanno fatto pagare i pedaggi molto più di quanto avremmo dovuto, hanno fatto molto meno manutenzione di quanto avrebbero dovuto, e in cambio hanno preso miliardi che fino al 2012 hanno dichiarato in una holding con sede in Lussemburgo.

E la cosa più grave è che chi stava al governo li ha sempre protetti, addirittura fino all’anno scorso con il governo di Renzi che poi ha dichiarato sulla sua pagina FB: “Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario UE Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica“.

L’unica soluzione per il M5S è quindi la nazionalizzazione. Altre opzioni alternative non sono appetibili,  non sono funzionali al vantaggio sociale, perché non sarebbe vantaggioso né perseverare nell’errore, né svendere infrastrutture strategiche in mani straniere, come hanno fatto in passato i partiti, ad esempio per le telecomunicazioni. E’ compito dello Stato gestire queste infrastrutture e garantire ai cittadini un servizio all’altezza delle attese, per uscire dalla logica del profitto, per abbassare il costo dei pedaggi, per monitorare la manutenzione e introdurre innovazioni tecnologiche al fine di migliorare la sicurezza e la mobilità.

Infatti mentre nel resto d’Europa le autostrade sono quasi gratuite, non si capisce perché in Italia possano lucrarci dei capitali privati, anzi nel caso dei Benetton, si parla di una sola famiglia che fino al 2012 aveva una holding con sede in Lussemburgo per pagare meno tasse.

Al momento la Lega è divisa, con Salvini che mugugna e sembra aver fatto marcia indietro rispetto ad una prima apertura. Contrarissima all’ipotesi è Fi, mentre il Pd è in stato comatoso e confusionale.

Mentre ad Agorà il 20 agosto Salvini si era detto d’accordo con la nazionalizzazione, negli ultimi giorni sta facendo retromarcia: «Io non sono per le nazionalizzazioni ma per un sano rapporto tra pubblico e privato, una sana competizione; non sono un ultrà del tutto pubblico o tutto privato ma il pubblico deve controllare».

Quindi grazie a Salvini il governo che doveva spaccare le reni alle galassie, poteri forti, capitale finanziario etc. etc. si sta incagliando alla prima occasione storica? E poi sappiamo bene che tutto il Carroccio è liberista, quindi mosso da diversi orientamenti, non dimentichiamoci che ci sono anche gli altri, anche meno sovranisti di Salvini, pro euro e pro privatizzazioni, quali Zaia, Maroni e Giorgetti.

Alla fine, non ci avrei mai creduto, ma si aggiunge anche l’insospettabile prof senatore Bagnai… guarda guarda, non sapevo che il tramonto dell’euro visto da vicino volesse dire privatizzare.

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

04.09.2018

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: