IL TESORO RIACQUISTA ALCUNI BTP E CCT…FORSE (di F. Dragoni e A. M. Rinaldi)

Fabio Dragoni scenarieconomici.it 5.9.18

Il Tesoro si riserva di riacquistare parte di BTP e CCT in scadenza fra il 2020 ed il 2022 utilizzando “eccedenze di cassa presenti nel conto disponibilità”.

Il ministero di Via XX Settembre non rende noto il prezzo ed i quantitativi che reputerà soddisfacenti per accettare eventuali offerte di vendita.

Una mossa comunque volta ad iniettare robuste dosi di fiducia negli investitori. Il messaggio implicito al mercato è chiaro: “state valutando così poco il debito Italia che riteniamo un affare ricomprarcelo”.

Un’azione intelligente cui speriamo faccia seguito l’attuazione della nostra proposta pubblicata ieri su MF MILANO FINANZA.

Mandare in soffitta  prima di tutto l’attuale sistema d’asta a prezzo marginale che prevede il collocamento dei BTP e CCT al prezzo più basso offerto in asta (e quindi al rendimento più alto) presso tutti i partecipanti (ivi inclusi coloro che avrebbero offerto un prezzo più alto e quindi un rendimento più basso). E sostituirlo con il sistema d’asta competitivo attualmente vigente per i BOT a 3,6 e 12 mesi che prevede l’assegnazione ai singoli operatori ai prezzi dagli stessi individualmente offerti. Quindi prezzi diversi ed un minor costo per l’erario.

Non rimane infine che auspicare pure la realizzazione della seconda delle nostre proposte . L’intervento diretto in asta della Banca d’Italia che si riserva di acquistare i BTP non venduti al tasso stabilito dal Tesoro “in conto future vendite”. Come del resto fa già la Bundesbank.

Ci auguriamo cioè che questo  rinnovato interventismo del Tesoro (che fa seguito ad un’operazione di riacquisto BTP per 500 milioni di alcune settimane fa sempre a valere su disponibilità di cassa)  sia un preludio ad un maggior protagonismo pure della nostra Banca Centrale.

Hai visto mai che le lettere intercorse fra l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta ed il Governatore Carlo Azelio Ciampi nel 1981 sono magari finite nel tritacarta?

Fitch rivede in negativo l’outlook di cinque banche italiane

rainews.it 5.9.18

Fitch conferma rating Italia, ma outlook negativo. Palazzo Chigi: in Def conferma riduzione debito 05 settembre 2018 Fitch ha rivisto da stabile  a negativo l’outlook di cinque istituti di credito italiano. Si tratta di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Credem e Bnl. La revisione riflette l’analoga decisione sull’outlook del rating sovrano dell’Italia. Il rating per il lungo termine ‘BBB’ resta confermato. L’agenzia aveva confermato il rating BBB dell’Italia ma aveva rivisto al ribasso l’outlook da ‘stabile ‘ a ‘negativo’. Il debito pubblico dell’Italia rimarrà ”molto elevato”, lasciando il paese ”più esposto a potenziali shock” aveva affermato l’agenzia di rating, sottolineando, fra le criticità, la ”natura nuova e non collaudata del governo, le considerevoli differenze politiche fra i partner della coalizione e le contraddizioni fra gli elevati costi dell’attuazione degli impegni presi nel ‘Contratto’ e l’obiettivo di ridurre il debito pubblico. Non è chiaro come queste tensioni politiche saranno risolte”. E se le probabilità che l’Italia esca dell’Unione europea o che venga creata “una moneta parallela” all’euro “sono basse”, secondo l’agenzia “aumentano dal 2019 le chance di un voto anticipato”

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it.reuters.com 5.9.18

Fitch rivede outlook 5 banche italiane a negativo dopo revisione outlook Italia

MILANO, 5 settembre (Reuters) – L’agenzia di rating Fitch ha annunciato di aver rivisto a ‘negativo’ da ‘stabile’ gli outlook di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca , Credito Emiliano e Banca Nazionale del Lavoro, a seguito di un’analoga revisione dell’outlook dell’Italia.

Restano confermati i rating.

La decisione “riflette l’idea di Fitch che il giudizio sulle banche verrebbe abbassato nel caso di un downgrade dell’Italia”, si legge nel comunicato.

“Le attività di Intesa SP, Mediobanca e Credem sono prevalentemente domestiche e i loro IDR e VR (i rating, ndr) sono quindi impattati dal profilo di rischio dell’Italia e dall’economia domestica”, spiega il comunicato.

Nonostante la diversificazione geografica di Unicredit, “Fitch ritiene che il profilo di rischio della capogruppo resti fortemente legato a quello dell’Italia e dell’economia italiana, soprattutto considerati gli npl sostanzialmente domestici”

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NOTIZIE RADIOCOR – PRIMA PAGINA

FITCH: RIVEDE A NEGATIVO OUTLOOK 5 BANCHE ITALIANE DOPO REVISIONE SU PAESE

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 05 set – L’agenzia di rating Fitch ha rivisto da stabile a negativo l’outlook di cinque banche italiane, come conseguenza della revisione delle prospettive sul rating dell’Italia. La decisione riguarda l’oulook di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Credito Emiliano (Credem), e Banca Nazionale del Lavoro (Bnl). I rating sui cinque istituti sono stati confermati.

Com-Fla-

(RADIOCOR) 05-09-18 19:23:18 (0516) 3 NNNN

Carige, c’è Ghizzoni a fianco di Malacalza

ANDREA COPERNICO lettera43.it 5.9.18

Nella battaglia per l’istituto ligure, Rotschild schiera l’ex ad di Unicredit. Mentre i piccoli azionisti appoggiano la cordata di Raffaele Mincione.

ra gli advisor finanziari di Malacalza Investimenti, primo socio di Carige con il 23,9% (con autorizzazione Bce per arrivare al 28%), c’è anche la banca d’affari Rotschild. Che per la battaglia genovese ha schierato in prima linea un pezzo da novanta, l’ex amministratore delegato di UnicreditFederico Ghizzoni, arruolato come presidente di Rotschild Italia l’anno scorso. Ghizzoni, ironia della sorte, si troverà a dover sfidare sul campo l’ex collega, Paolo Fiorentino, fino all’estate 2016 chief operating officer della stessa Unicredit e poi dal giugno 2017 al timone dell’istituto genovese (insieme con Andrea Soro, in veste di direttore finanziario, a sua volta un ex Unicredit).

I PICCOLI AZIONISTI CON MINCIONE

Nel frattempo, in vista dello scontro in assemblea fissato per il prossimo 20 settembre quando i soci saranno chiamati a nominare il nuovo cda della banca, vengono alla luce le prime alleanze. L’Associazione Piccoli Azionisti di Banca Carige, che conta circa 400 investitori per un capitale complessivo dello 0,7% dell’istituto ligure, si schiera con la cordata di Raffaele Mincioneforte di circa il 15%. Una scelta maturata per una questione di poltrone. «Malacalza», ha spiegato il presidente dell’Associazione, Silvio De Fecondo, «aveva sempre definito legittima la nostra richiesta di avere un rappresentante in cda ma quando è arrivato il momento di presentare le liste quell’apertura è diventata chiusura, ne abbiamo preso atto e solamente dopo abbiamo accettato l’offerta di Mincione di avere un nostro rappresentante nella sua lista».

IL DUELLO SU RETELIT

In caso di successo nella corsa per conquistare il cda, il finanziere avrebbe dunque garantito all’associazione «un ruolo» all’interno della governance della banca anche in caso di mancata elezione di un rappresentante. Il rappresentante dei piccoli soci è infatti candidato all’ultima posizione della lista (la dodicesima): ciò di fatto significa che entrerebbe nel board solo in caso di plebiscito per Mincione. Il quale negli ultimi mesi è finito alla ribalta delle cronache finanziarie anche per un altro duello in assemblea, quello su Retelit, il gruppo che gestisce cavi in fibra ottica e che in primavera è stato oggetto di una battaglia tra due liste: la prima sostenuta dai libici della Lybian Post Telecommunications e dai tedeschi di Axxion e l’altra (Fiber 4.0) guidata appunto da Mincione. A imporsi è stata la prima lista, ma per la seconda squadra era stato arruolato l’avvocato Giuseppe Conte che, poche settimane dopo sarebbe diventato premier. Conte è stato chiamato in causa da Mincione per dare un parere legale sull’eventuale violazione degli obblighi stabiliti dal Golden Power.

DI NUOVO LORO ! AUTOSTRADE & CASTELLUCCI A PROCESSO PER GLI ALTRI 40 MORTI DI AVELLINO

 di: Rita Pennarola lavocedellevoci.it

STRAGE BUS. IL SUPERPERITO ACCUSA AUTOSTRADE: “NEW JERSEY CORROSI”

ANNA GUERRIERO primativvu.it 5.9.18

La manutenzione inadeguata dei new jersey, ha avuto un ruolo determinante nella strage del bus. E’ il superperito Giuliani, a scriverlo della sua consulenza con la quale accusa autostrade per l’Italia.
VIDEO

Ecco che gloriosamente torna il mutuo indicizzato allo spread !

 scenarieconomici.it 5.9.18

 

 

Regolare come un orologio svizzero ecco che torna un grandissimo mito: IL MUTUO INDICIZZATO ALLO SPREAD. Macchè tasso fisso, macchè Euribor, ecco come l’esponente piddino Marco Leonardi  , oggi  di turno nel solito programma d’informazione trash del LA 7, ci rivela l’esistenza del famoso “Mutuo indicizzato allo Spread”, concluso da milioni, forse decine di milioni di italiani. Purtroppo in studio, casualmente, c’era anche Borghi…

Grazi al supporto tecnico di “Inriverente”.

Buon ascolto

Il (non) miracolo renziano

di Francesco Casalena – 5 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

Due piccoli grafici per smentire la propaganda sull’operato dell’ultimo Governo e mostrare la fragilità dell’attuale situazione nazionale.

ra i numerosi successi che il Governo Renzi (e, di conseguenza, quello Gentiloni) rivendicano tronfiamente, c’è anche quello di essere riusciti a far ripartire l’economia a suon di riforme e ottimismo. Adesso, in campagna elettorale, o, più in generale, in democrazia tutto è lecito; ritornare su questo argomento, però, è meno inutile di quanto possa inizialmente sembrare. Certo: in tutta onestà, di quel che rimane del Partito Democratico e dei suoi simpatizzanti a noi importa assai poco. Ma, se accanirsi sugli agonizzanti resti di quello che un tempo fu il renzismo è solo un futile esercizio per la nostra vis polemica – e su questo siamo più o meno tutti d’accordo – almeno tentiamo di guardare all’economia, che è ciò che ci interessa al momento. Paradossalmente, noi vorremmo che l’ex Presidente del Consiglio avesse ragione: vorremmo sinceramente che gli ultimi due governi avessero tirato l’Italia fuori dalla recessione, perché ce n’è veramente un dannato bisogno. Ma, purtroppo, pare che le cose vadano altrimenti. Vorremmo risparmiarci di ripetere ancora una volta la tristissima contabilità di quanti siano i milioni di indigenti e disoccupati reali in un paese che letteralmente crolla a pezzi. Ma, evidentemente, finché c’è chi dichiara che la congiuntura attuale è in espansione, non possiamo esimerci dalla fatica di Sisifo di remettre les pendules à l’heure in una situazione che pare collocarsi al di fuori del tempo.

Allora: chi ha governato per ultimo dichiara di aver fatto riprendere l’economia e questo, almeno ad un primo sguardo superficiale, può anche sembrare vero. La crescita del reddito è ritornata ad essere positiva, anche se di poco. Gli investimenti sono leggermente meno stagnanti di prima. Tutte cose di cui non potremmo che rallegrarci, forse. Ma guardiamo più nel dettaglio: quali settori sono cresciuti di più e quali meno? Consultiamo dunque i dati trimestrali dell’Istat sul valore aggiunto per branca di attività, valori concatenati con riferimento 2010. Omettendo il valore aggiunto da agricoltura, silvicoltura e pesca, che impatta in modo trascurabile sulla produzione totale, concentriamoci sui settori secondario e terziario. In particolare, i dati sono scorporati per mettere in evidenza la dinamica del manifatturiero e dei servizi ad esso strettamente collegati, per separarli invece dagli altri servizi e dal settore secondario non commerciabile. Inoltre, per meglio cogliere la crescita percentuale dall’insediamento del Governo Renzi (primo trimestre 2014), le serie sono rappresentate sotto forma di indice.

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Quello che ci interessa sapere salta subito all’occhio: il manifatturiero cresce del 7%, i servizi commerciali del 9%. Gli altri servizi, invece, restano perlopiù stagnanti, salendo del 2%, mentre il secondario non commerciabile prima crolla del 5%, poi lentamente risale un po’, fino al 97% del valore originario. La crescita limitata esclusivamente ai settori connessi al commercio internazionale ci dà una certa idea sul fatto che l’aumento della produzione sia trainata dalla domanda estera e non da quella interna, che rimane più che stagnante. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: ci stiamo avviando sulla strada del pareggio di bilancio pubblico, mentre il credito al settore privato stenta ad espandersi. Per avere un ulteriore, forte indizio in questa direzione, però, abbiamo bisogno di un ultimo grafico: quello del (logaritmo del) tasso di cambio Euro/Dollaro americano (scala di sinistra) e del tasso di crescita annuale del PIL reale (scala di destra).

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Altro che Jobs Act e Industria 4.0, forse qui l’unico che potrebbe vantarsi di aver portato la ripresa è Mario Draghi. Appena l’Euro comincia a perdere terreno sul Dollaro, ecco che la crescita del valore aggiunto accelera. In particolare, la correlazione tra le due serie, ovviamente rilevante, è di 0,6, e, se ritardiamo il tasso di cambio col Dollaro di un periodo, cioè confrontiamo il PIL di aprile col cambio di gennaio, la correlazione sale fino a 0,8. Chiaramente, tra la svalutazione e l’aumento delle esportazioni e del PIL un minimo intervallo di tempo deve passarci. Le esportazioni nominali nei 16 trimestri 2014-2017 sono cresciute complessivamente del 17%, ma, poiché il commercio con gli Stati Uniti occupa una quota di circa il 10% delle esportazioni italiane, le vendite all’ingrosso in America sono aumentate del 55%, mentre quelle verso il resto del mondo quasi del 15%. Il motivo di questo fenomeno è semplice: una quota significativa delle transazioni commerciali internazionali sono fatturate in Dollari, cosicché tale divisa gioca un ruolo preponderante per l’Italia nel commercio fuori dall’Unione Europea.

Inoltre, che la crescita dell’Italia sia spiegata così bene dal tasso di cambio è per certi versi anomalo: ci dice che altri motivi per cui il reddito possa crescere non ve ne sono. Ripetiamo: nel corso degli ultimi due anni i salari nominali sono cresciuti in media dello 0,6%.  Le imprese continuano a morire come mosche. La politica fiscale è sempre più restrittiva. L’unica speranza, pertanto, è trovare mercati di sbocco all’estero. Infatti, guardando i dati degli altri principali paesi europei, come Francia, Spagna e Belgio, la relazione statistica tra tasso di cambio e crescita del PIL non è così netta: l’Italia costituisce dunque un unicum a livello europeo sotto questo punto di vista. Difatti, siamo stati il paese in cui la correzione dei conti pubblici tra il 2010 e il 2012 è stata più violenta, e, per via della nostra particolare struttura industriale, l’austerità è stata particolarmente letale, causandoci anche una crisi bancaria.

Matteo Renzi

Dai fatti appena visti possiamo trarre alcune considerazioni: la prima, e più sconsolata, è che le esportazioni non ci salveranno. Evidentemente, il tasso di cambio col Dollaro americano rimane per il momento l’unico filo cui restiamo appesi con tutte le nostre forze. Il commercio estero (extra-UE) è l’unica, temporanea salvezza che tiene uniti (male) i cocci di un sistema tecnicamente fallito. D’altra parte, però, possono esserci notizie anche meno tetre: la crescita del surplus di conto corrente (attualmente circa 3% del PIL) può darci un indizio sul fatto che le esportazioni, nonostante tutto, sono ancora sufficientemente elastiche rispetto al prezzo. Questo significa che un futuro riallineamento dei tassi di cambio potrà aiutare a correggere gli squilibri commerciali.

Inoltre, il fatto che la crescita sia trainata soltanto dalle esportazioni fuori dal continente ci dice che i moltiplicatori della spesa sono ben maggiori di uno, e anche parecchio: con buona pace di Cottarelli, dal 2014 compreso, a fronte dell’aumento di 19 miliardi delle esportazioni nette il PIL è cresciuto 112 miliardi. Ma questo, ahi noi, non dovrebbe stupirci troppo, se teniamo a mente che il tasso di disoccupazione reale si aggira intorno al 25%. Possiamo così tranquillamente ridercene di chi sostiene che un’eventuale espansione fiscale sarebbe prociclica. Anzi, un deficit leggermente maggiore è necessario per evitare di puntare tutte le nostre (scarse) fiches sulle esportazioni: la situazione attuale è tutto meno che stabile. Non è detto che il tasso di cambio resti così favorevole a lungo, oppure che gli Stati uniti non impongano ulteriori dazi sulle nostre esportazioni.

Controlli sui fondi all’agricoltura. Il flop della gara da mezzo miliardo. Cambi vorticosi nella Commissione di aggiudicazione. Da due anni si prova ad affidare il sistema informativo

di Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it
 
Consip

Passano gli anni, si moltiplicano promesse, ma del nuovo “Sistema informativo agricolo nazionale” ancora non c’è traccia. Non un dettaglio secondario, se consideriamo che il sistema, il cui acronimo è Sian, è fondamentale per una corretta distribuzione dei fondi europei agli agricoltori italiani (tema peraltro molto sensibile per la Lega e il ministro Gian Marco Centinaio). Proprio per questo l’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) due anni fa aveva deciso di affidarsi alla Consip per la predisposizione di un maxi-bando di gara da 550 milioni. L’obiettivo era quello di affidare all’esterno lo sviluppo e la gestione del Sian, attività finora affidate alla Sin Spa, società al 51% della stessa Agea e al 49% di una serie di società private (Agriconsulting, Agrifuturo, Almaviva, Green Aus, Cooprogetti, Ibm Italia, Telespazio-Leonardo e Sofiter). Il binomio Agea-Sin, però, negli anni ha fatto un po’ acqua da tutte le parti. La medesima agenzia è stata più volte multata dall’Ue per la carenza di adeguati controlli nell’erogazione di denaro. In ballo c’è una montagna di soldi, se solo si considera che le dotazioni della Pac (politica agricola comune) nel periodo 2014- 2020 ammontano a 41,5 miliardi di euro. Insomma, c’era la necessità che il Sian funzionasse meglio. Così nel 2015, con Matteo Renzi presidente del consiglio e Maurizio Martina ministro delle politiche agricole, venne approvato un decreto per sottrarre il Sian alla Sin Spa e ricondurlo sotto il cappello dell’Agea. A quest’ultima venne lasciata la facoltà di predisporre una gara per affidare a terzi il sistema informatico, cosa poi avvenuta con il coinvolgimento della Consip. Peccato però che la centrale acquisti del Tesoro, all’epoca ancora guidata dall’ex renziano Luigi Marroni, abbia lanciato il famoso bando da 550 milioni nel lontano 30 settembre del 2016. Da allora è stato un calvario. Il 25 novembre del 2016, per dire, già si optò per una prima proroga, seguita da una successiva del 2 dicembre dello stesso anno. Al 24 luglio del 2017 risale il provvedimento di ammissione alla gara delle società esterne: ben 11 raggruppamenti di imprese per un totale di 25 società, a dimostrazione dell’enorme business sotteso alla procedura. Lo stesso giorno veniva comunicata la composizione della commissione giudicatrice. E veniamo a giorni più recenti. Il 5 febbraio 2018 la Consip ha proceduto alla sostituzione del responsabile del procedimento (da Roberto Battacchi a Renato Di Donna). Altro elemento che fa capire l’enorme difficoltà nel condurre in porto la procedura. Lo scorso 11 luglio, invece, è arrivata la prima “scossetta” di avanzamento.

Segni di vita – La Consip, infatti, ha comunicato l’aggiudicazione del primo lotto della gara, relativo ai “servizi di telerilevamento”, all’Rti con dentro la Cgr spa e la E-geos Spa. Ma si tratta del lotto meno ricco, “appena” 10,6 milioni sui complessivi 550. L’ennesima sorpresa, però, è arrivata una settimana dopo, il 19 luglio: la Consip ha comunicato l’avvenuta sostituzione di un componente della Commissione giudicatrice. Chi sia, non è dato sapere. Ma se si va a verificare la composizione dello stesso organo, ci si rende conto che ha subìto un’incredibile serie di variazioni: è cambiato il presidente (da Olindo Rencricca a Carlo Bucciarelli), un membro effettivo (da Fabiana Intorcia a Gianluca Vesentini) e un altro membro effettivo (Carlo Perugi). Così, a due anni esatti dal lancio della maxi gara, ancora non si sa chi dovrà sviluppare e gestire il nuovo Sian. Ovvero il nuovo baluardo contro erogazioni non virtuose di soldi.

ERF: CHE COS’È E COME FUNZIONA? PEGGIO DEL FISCAL COMPACT…

comedonchisciotte.org 5.9.18

In Italia non si fa altro che parlare del Fiscal Compact e dei paramatri imposti dall’Unione Europea per raggiungere il tanto agognato pareggio di bilancio.

Pochi sanno però che contemporaneamente al patto finanziario continentale, il 13 giugno 2012 il Parlamento di Strarburgo ha varato anche un altro meccanismo. Stiamo parlando dell’ERF, European Redemption Fund, volto a risolvere il problema del debito pubblico che affligge i singoli Stati Nazionali. L’Italia, così come gli altri Paesi, lo ha firmato nel settembre 2012, quando l’allora Governo Monti, approvò in una volta sola entrambe le misure.

Ma andiamo con ordine.

ERF: che cos’è?

Il Fondo Europeo di Redenzione è una sorta di contenitore all’interno del quale i vari Paesi dell’Unione faranno confluire parte del loro debito pubblico e in particolare la parte eccedente il 60% del PIL, che rappresenta il limite imposto dal trattato di Maastricht del 1992. 

Parlando dell’Italia, la cifra corrisponde a 1.170 miliardi di euro, il 73% del Prodotto Interno Lordo nazionale.

Eurobond

Una volta incamerati i soldi provenienti dai singoli Paesi, il Fondo, per finanziarsi, emetterà sul mercato dei capitali una sorta di eurobond al cubo e, sfruttando la Tripla A concessa dalle varie agenzie di rating alle emissioni comunitarie, godrà di tassi molto più bassi rispetto a quelli che uno qualsiasi degli Stati Periferici potrebbe garantire.

Le garanzie

Perché questo meccanismo funzioni, le regole prevedono che i vari Paesi dell’UE pongano qualcosa come garanzia. Cosa? Nell’Ordine:

asset patrimoniali nazionali (esempio, aziende come Finmeccanica, Eni, Enel),

riserve auree,

riserve valutarie,

gettito fiscale.

Nel caso in cui uno degli Stati Membri non riuscisse a rispettare i parametri contenuti dal Fiscal Compact, che impone di ridurre ogni anno il rapporto debito/PIL di un 20esimo della parte eccedente per le prossime due decadi, l’UE potrà utilizzare i beni posti come garanzia per far scendere automaticamente il debito pubblico.

Questo è l’ERF. Per approfondire, cliccare qui.

via Money

Il SIRE è l’uovo di Colombo

comedonchisciotte.org 5.9.18

DI FABIO CONDITI

comedonchisciotte.org

Il SIRE è l’uovo di Colombo, perchè permette di realizzare le promesse elettorali come la Flat Tax, il Reddito di Cittadinanza, lo Sviluppo Economico e l’aumento dell’occupazione, senza violare norme e vincoli dei Trattati Europei, cioè senza aumentare il debito pubblico e quindi superare il 3%.

Se voglio aumentare la domanda interna e fare investimenti produttivi, senza aumentare il debito, basta realizzare uno strumento fiscale, utilizzabile per i pagamenti, che valga per ridurre le tasse dopo 2 anni, in modo da permettere all’economia reale di produrre un aumento del PIL e delle entrate fiscali, tali da compensare le future riduzioni fiscali.

“SIRE” è l’acronimo di Sistema Integrato di Riduzioni Erariali o di Rinascita Economica, dipende dal punto di vista.

Da anni siamo entrati in un circolo vizioso nel quale, a causa degli interessi che paghiamo sul debito pubblico, si sono ritenute necessarie politiche di austerity che invece peggiorano la crisi nell’economia reale e determinano solo un progressivo aumento del debito pubblico e degli interessi pagati, aggravando la situazione e richiedendo sempre maggiori sacrifici alla popolazione.

Quello che servirebbe, invece, è la realizzazione di politiche economiche anticicliche espansive volte all’aumento della spesa per investimenti ed a sostegno della domanda interna, ma il rispetto dei vincoli dei trattati e le dimensioni del debito pubblico non permettono allo Stato di porre in essere queste azioni di rilancio dello sviluppo economico.

Lo Stato ha quindi bisogno di uno strumento nuovo, che permetta di creare risorse sia per investimenti produttivi, con conseguente aumento dell’occupazione, sia per il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax. In questo modo si genererebbe un tale aumento del PIL e della domanda interna, da migliorare sensibilmente sia il deficit di bilancio che il rapporto Deb/Pil, trasformando un circolo vizioso in circolo virtuoso.

SIRE, un Sistema Integrato di Riduzioni Erariali e di Rinascita Economica

Attualmente lo Stato ha già un sistema di agevolazioni fiscali per ristrutturazioni edilizie, adeguamenti sismici o riqualificazioni energetiche, ecc… È utilizzato da anni con evidenti vantaggi, perché non produce debito pubblico ed ha dimostrato di generare sicuri effetti benefici in termini di aumento del PIL e delle entrate fiscali, senza per altro creare fin da subito difficoltà di bilancio.

Lo Stato ha la sovranità fiscale, cioè la competenza esclusiva di decidere non solo l’entità delle imposte cui assoggettare aziende e cittadini, ma anche l’ammontare delle possibili detrazioni fiscali. Quindi il Sire, essendo uno strumento fiscale, è di competenza esclusiva dello Stato ed è compatibile con i vincoli dell’Unione Europea ed i parametri di Maastricht.

Funzionamento del SIRE

Lo Stato istituisce presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze un sistema elettronico o virtuale con blockchain, dove ogni azienda e cittadino, con residenza o sede legale in Italia, ha un conto corrente fiscale identificato dal suo Codice Fiscale, dove saranno contabilizzate le riduzioni fiscale in Sire.

Le caratteristiche principali del Sire sono :

un Sire equivale ad un Euro di riduzioni di tasse;

la riduzione di tasse vale solo dopo 2 anni dall’emissione;

è uno strumento di pagamento ad accettazione volontaria;

la trasferibilità è possibile fin da subito tra i soggetti che hanno un conto corrente fiscale.

L’utilizzo del Sire come riduzione delle tasse è differita di 2 anni in modo da permettere all’utilizzo come strumento di pagamento da subito, di generare un sicuro effetto benefico per l’economia nel frattempo, da produrre un aumento delle entrate fiscali sufficiente a compensare la riduzione delle entrate futura.

L’accettazione deve essere volontaria perchè attualmente gli unici strumenti di pagamento “a corso legale”, cioè ad accettazione obbligatoria, sono solo banconote e monete metalliche, che sono solo una piccola percentuale di tutta la moneta che usiamo.

In realtà noi usiamo principalmente uno strumento ad accettazione volontaria che è il “credito bancario”, creato dal nulla dalle banche e generatore di debito perchè immesso nell’economia attraverso i prestiti.

Il Sire sarebbe uno strumento simile, cioè un “credito fiscale” ad accettazione volontaria, utilizzabile nei pagamenti ma che non genera debito perchè immesso nell’economia attraverso la spesa pubblica.

L’unica differenza è che il credito bancario è accettato subito dallo Stato come pagamento delle tasse, mentre il Sire è accettato come riduzione delle tasse solo dopo 2 anni dalla sua emissione, ma il risultato finale è lo stesso.

Il Sire ed i Trattati Europei

Analizziamo ora il Sire rispetto alle norme ed ai vincoli dei Trattati Europei :

non è una emissione monetaria quindi non è vietata dai Trattati Europei;

non costituisce un aumento del debito pubblico, alla pari di tutte le attuali agevolazioni fiscali;

è una risorsa utilizzabile per finanziare le politiche economiche senza aumentare deficit e/o debito.

Quindi non solo è compatibile con le norme dei Trattati Europei, ma permette anche di rientrare nei vincoli di bilancio e di rispettare i parametri comunitari.

Se emesso in forma cartacea come “Biglietto di Stato a valenza fiscale” sarebbe come un Minibot, cioè senza scadenza e senza interessi, con la differenza che non costituirebbe un debito per lo Stato.

Gestione del conto corrente fiscale in Sire

Il conto corrente fiscale può ricevere e scambiare Sire, ma può anche ricevere Euro che verrebbero cambiati in Sire, avendo sempre la possibilità di ritrasformare un analogo quantitativo di Sire in Euro.

In pratica il conto corrente dovrà fornire sempre tre informazioni :

il saldo attuale in Sire, che può essere utilizzato per i pagamenti, trasferendolo ad altri soggetti;

il quantitativo di Sire che avevo 2 anni fa, che dà diritto ad una riduzione di tasse di pari importo;

il quantitativo di Euro che ho cambiato in Sire, che dà diritto a ritrasformare uno stesso importo in Euro.

Per rendere “allettante” il cambio da Euro a Sire, e non viceversa, i Sire posseduti possono avere un “incentivo” costituito da un incremento annuo che dovrebbe essere superiore al rendimento dei BOT, ad esempio pari al 1/2%, in modo da rendere “conveniente” l’uso dei Sire rispetto agli Euro, anche perchè sono garantiti dallo Stato e non soggetti al bail-in.

Le operazioni di deposito, ritiro o cambio sui conti correnti fiscali in Sire potranno anche essere effettuate negli sportelli degli uffici postali o delle banche pubbliche, che saranno attrezzati a questo scopo e disponibili per tutti, in modo da agevolare le persone che non hanno dimestichezza con i conti online.

Vantaggi del Sire 

Analizziamo ora i vantaggi prodotti nelle politiche economiche dall’utilizzo del Sire :

permette di fare Flat Tax e Reddito di Cittadinanza senza aumentare il deficit;

permette di creare investimenti e occupazione senza aumentare il debito pubblico;

per effetto del circolo virtuoso, la creazione di Sire può calare negli anni successivi;

non c’è aumento di inflazione perchè il credito fiscale si sostituisce al credito bancario;

permette la ridistribuzione della ricchezza e la riduzione delle disuguaglianze.

Nel caso della Flat Tax, si potrebbe lasciare invariato il sistema di aliquote fiscali attuali, restituendo però una percentuale delle tasse pagate sotto forma di Sire, in modo che il bilancio dello Stato rimanga invariato e che l’eventuale riduzione delle tasse possa avvenire solo dopo 2 anni dalla loro emissione, in modo da non generare subito un aumento del deficit.

Il Sire permette allo Stato di fare politiche espansive senza violare i vincoli dei Trattati Europei, ma anzi permette di rientrare nei parametri con grande facilità, ad esempio il rapporto Debito/PIL e il limite del 3% del Deficit rispetto al PIL, perchè non aumenta il Debito e il Deficit, permettendo l’aumento del PIL.

Inoltre permette di raggiungere gli obiettivi previsti dall’art.3 comma 3 del TUE, che ricordo prevede tra gli altri non solo la “stabilità dei prezzi” tanto invocata, ma una “crescita economica equilibrata“, la “piena occupazione“, il “progresso sociale“, la “coesione economica, “sociale e territoriale“, e soprattutto la “solidarietà tra gli Stati membri“. Nel pieno rispetto della nostra Costituzione.

Società, Economia e Moneta Positiva

C’è un legame molto forte tra la moneta, l’economia e la società :

una moneta a debito favorisce l’economia finanziaria e genera una società competitiva, dove pochi si arricchiscono a scapito di tutti gli altri;

una moneta positiva favorisce l’economia reale e genera una società collaborativa, dove aumenta il benessere di tutti.

Ne parleremo nell’incontro “Società, Economia e Moneta Positiva” a Bologna il 15 settembre 2018 alle ore 16,00, nella Sala Centofiori di Via Gorki n.16, per prenotazioni, informazioni o assistenza se venite da fuori Bologna in treno, scrivere a moneta.positiva@gmail.com.

La moneta sarà di proprietà dei cittadini e libera dal debito.

Fabio Conditi

Presidente dell’associazione Moneta Positiva

http://monetapositiva.blogspot.it/

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

05.09.2018

Scuole e università sono i cavalli di Troia liberali per l’indottrinamento del Nuovo Ordine Mondiale

comedonchisciotte.org 5.9.18

ROBERT BRIDGE
strategic-culture.org

Dai giocatori della NFL che si “mettono in ginocchio” [1] durante l’inno nazionale, fino ai bambini in età prescolare a cui viene fatto il lavaggio del cervello con l’ideologia del transgenderismo, tutti questi movimenti di sinistra hanno in mente un unico scopo: sovvertire e distruggere le radici stesse dello stato-nazione occidentale.

Questo mese, la macchina della propaganda liberale ha dato una accelerata, pubblicizzando un’altra, controversa, storia indecente, tutto per portare avanti il programma del Nuovo Ordine Mondiale.

Lara Zelski , la preside di una scuola di Atlanta, non pensava chiaramente agli interessi della sua comunità locale quando ha informato i genitori e il corpo insegnante che il giuramento alla bandiera del mattino sarebbe stato eliminato e sostituito con un impegno per “la scuola, la famiglia, la comunità, la nazione e la nostra società globale.”

Negli ultimi due anni era diventato evidente che un numero sempre crescente di membri della nostra comunità avevano scelto di non alzarsi in piedi e/o di non recitare il giuramento,” ha detto la Zelski. “Questo è un argomento molto sentito e noi vogliamo che tutti, nella nostra comunità scolastica, possano iniziare la loro giornata in modo positivo.”

La Zelski non fornisce nessuna cifra che faccia capire che cosa intenda per “un numero sempre crescente di membri della nostra comunità” che, presumibilmente, disprezzerebbero la bandiera. Questo è il modo con cui i fautori della “società globale” portano avanti il loro distruttivo programma. Usando la dialettica hegeliana, stimolano il confronto su qualche argomento “caldo” (matrimoni omosessuali, latrine unisex, diritti dei transessuali, statue dei protagonisti della Guerra Civile nei giardini pubblici, uso della marijuana e così via), che possa sicuramente far scontrare in modo feroce le due principali ideologie politiche americane. Fanno poi un passo indietro e ammirano il pandemonio che hanno creato.

Quelli di sinistra devono star svegli di notte per pensare a tutti i modi di diffamare, attaccare, intimidire e prevaricare tutti quanti con la loro infinita lista di adirate proteste,” ha scritto Carol S. Benson in una lettera all’editore che riassume perfettamente la frustrazione che prova l’Americano medio, man mano che le squadracce del Politicamente Corretto assumono il controllo della situazione. “Noi, la gente comune, vogliamo solo mettere su famiglia ed essere lasciati in pace dal nostro sempre più dispotico governo.”

Anche se la Zelski è stata costretta a ritornare sulle sue decisioni a causa delle severe critiche dei genitori e del personale scolastico, i semi della discordia, posti a germinare in un terreno emotivamente turbolento, hanno già messo radici nella mentalità popolare. Sarà poi un gioco da ragazzi per gli squalificati media mainstream (la cui funzione, al giorno d’oggi, è essenzialmente quella di agenti provocatori, non certo di divulgatori di notizie e informazioni) sensazionalizzare il problema, soffiando sul fuoco di questa crisi artificiale. Indubbiamente, a giudicare dalla marcia indietro successiva, il numero effettivo di studenti che ogni mattina si rifiutavano di onorare la bandiera doveva essere assolutamente irrilevante. Una volta che i media hanno imposto la loro falsa narrativa al pubblico, è comunque per loro un gioco da ragazzi continuare a tenere alta l’attenzione su una non-storia del genere.

Gli studenti americani hanno recitato il giuramento alla bandiera, la mano sopra il cuore, per decenni interi, senza il minimo incidente. Ma questi sono giorni assolutamente nuovi. Con il movimento “mettiamoci in ginocchio” dei giocatori della NFL, reso celebre all’inizio dal quarterback dei San Francisco 49er, Colin Kaepernick, come segno di protesta per la brutalità della polizia, i giochi sono cambiati. Portato agli onori della cronaca da un atleta famoso, snobbare l’inno nazionale nelle scuole pubbliche verrà considerato dagli studenti sempre più ‘figo’ e anticonformista. E chi può dire quanti insegnanti, di mentalità iper-liberale, operano dietro le quinte, e, invece di fare il loro lavoro, trastullano le menti dei nostri figli con problemi sociopolitici, per arrivare esattamente a questo risultato?

Tutti quelli che credono che simili proteste, indirizzate al simbolo stesso della nazione, la bandiera americana, siano una qual sorta di movimento popolare, è meglio che ci ripensino. Dopo tutto, che cosa motiverebbe realmente un’insegnante elementare di Atlanta per indurla a promuovere un concetto così vago come quello di “società globale” invece di iniziative locali e nazionali? Probabilmente la stessa velenosa ideologia sottoscritta dalle proteste “mettiamoci in ginocchio” della NFL, per esempio, e dalla campagna Black Lives Matters. Si, lo avete indovinato. Anche se potrebbe sembrare troppo semplicistico puntare il dito contro il miliardario ‘filantropo’ George Soros ogni volta che qualche problema controverso frammenta ulteriormente i valori comuni dell’America, il suo nome e la sua organizzazione hanno la strana tendenza a farsi trovarsi coinvolti in ogni protesta.

Ma ci sono altri, importanti, fattori in gioco in questa ondata distruttiva di marxismo culturale che attraversa tutta la nazione, minacciando di distruggere ogni parvenza di ciò che significa essere veramente Americani. Il problema, come è stato evidenziato dal tentativo della maestra di Atlanta di eliminare il saluto mattutino alla bandiera, ha le sue radici proprio nel sistema educativo, a tutti i livelli.

La gente viene istruita dalle ideologie, non dagli educatori,” ha detto in un’intervista a Fox News Jordan Peterson, scrittore e professore di psicologia all’Università di Toronto. “E le ideologie vedono il mondo in un modo molto semplice… lo riducono a pochi principi, come disuguaglianza, ingiustizia e potere, e questi, al momento, sarebbero i principi fondamentali della sinistra radicale, impegnata attualmente in una campagna ideologica.”

Secondo Peterson, la maggior parte delle istituzioni educative occidentali, a tutti i livelli, sono “piene di persone di ideologia radicale.”

Abbiamo assistito ad una dimostrazione di questo comportamento estremista nelle università cosiddette liberali, dove il termine “liberale” ha assunto il significato di “se non sostieni la mia particolare visione del mondo, allora sei un fascista e questo mi dà il diritto di toglierti in modo violento la libertà di parola.”

Il campo di battaglia politico, negli Stati Uniti, non si trova in strada o nelle piazze, ma nelle aule scolastiche, dove pericolosi ideologi sono più interessati ad indottrinare le menti giovani e ricettive con la loro particolare visione del mondo, piuttosto che a creare un’atmosfera favorevole alla libera diffusione di ogni genere di idee e opinioni, che poi è proprio quello che dovrebbero fare i nostri apparati di istruzione superiore.

E’ arrivato il momento di rompere questa morsa liberale che soffoca le menti degli Americani, prima che il marcio vada oltre.

Robert Bridge

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/08/30/schools-universities-liberals-trojan-horse-new-world-order-indoctrination.html
30.08.2018
Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Deutsche Bank via dall’Eurostoxx, Commerzbank verso uscita dal Dax

SN finanzareport.it 5.9.18

Si profila un duplice schiaffo per i colossi bancari tedeschi, indicati peraltro da mesi per una possibile fusione

Deutsche Bank fuori dall’Eurostoxx, Commerzbank a un passo dall’uscita dal Dax: si profila un duplice schiaffo per i colossi bancari tedeschi, indicati peraltro da mesi per una possibile fusione.

Deutsche Bank ha indirettamente confermato, ancora ieri in una nota, che il prossimo 24 settembre lascerà il paniere dei 50 maggiori titoli dell’Eurozona, un benchmark per fondi ed Etf che replicano l’indice, il cui sostegno verrà dunque a mancare alla banca tedesca con l’imminente revisione. La capitalizzazione di Deutsche Bank, andata ulteriormente assottigliandosi quest’anno, non è più sufficienete a giustificare la sua presenza sull’indice.

Commerzbank invece è candidata a lasciare il Dax, l’indice tedesco delle 30 principali azioni di Francoforte, in una revisione che sarà resa nota questa sera a mercato chiuso. Il ceo Martin Zielke, commentando le anticipazioni, ha detto che un’eventuale uscita dal Dax non danneggerebbe rating e solidità finanziaria della banca, né le sue attività. Gli ultimi sviluppi, scrive la stampa tedesca, avrebbero amareggiato la stessa cancelliera Angela Merkel, convinta sostenitrice del sistema bancario nazionale.

Quanto alle banche italiane, sull’Eurostoxx resta schierata la sola Intesa Sanpaolo, dal momento che sembra confermato il mancato rientro di Unicredit nel paniere. La revisione prevede che Deutsche Bank, Compagnie de Saint-Gobain ed E.On vengano rimpiazzate da Kering, Linde e Amadeus.

Assicurazioni Generali e Mediobanca, ecco cosa si dice in Francia su Unicredit-Société Générale

Elena Dal Maso startmag.it 5.9.18

L’articolo di Mf/Milano Finanza sulle voci in Francia circa l’ipotesi di aggregazione tra Unicredit e Société Générale con i riflessi in Italia sulla filiera Mediobanca-Assicurazioni Generali

Continuano voci, commenti e analisi sull’ipotesi di un’operazione societaria fra Unicredit e Société Générale. Start Magazine ne ha dato conto da tempo, sottolineando in alcuni articoli i subbugli politici in particolare nella maggioranza di governo (più sponda Lega che M5S, al momento). Non mancano comunque gli scetticismi di analisti e tecnici su tempistica e fattibilità dell’operazione. Mentre negli scorsi giorni Michele Arnese ha raccolto informazioni e indiscrezioni bancarie sui piani dei vertici dei Unicredit, il gruppo capitanato dall’ad francese, Jean-Pierre Mustier. (redazione Start Magazine)

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Da una parte una multa americana e dall’altra i Btp italiani. Se le nozze tra Unicredit e Société Générale si celebreranno gli ostacoli non mancheranno. Il primo è una sanzione importante, già scontata negli accantonamenti, ma pur sempre di oltre un miliardo di euro che potrebbe creare qualche impedimento al progetto. Ieri mattina il terzo maggiore gruppo bancario francese per asset ha infatti quantificato in 1,1 miliardi di euro la pesante multa da pagare all’amministrazione americana.

TUTTI I TIMORI IN FRANCIA SU UNICREDIT

A Parigi invece, e questo sarebbe un altro problema, non apprezzano il bagaglio di 44,6 miliardi di Btp in portafoglio a Unicredit e per questo vorrebbero capire meglio se e come si stabilizzerà il rischio Paese, salito dal 7% di maggio al 7,9% attuale. Un dato che al momento pesa sul bilancio della banca, ancora di più in attesa che la Finanziaria venga messa nero su bianco e quindi in piena incertezza. Lo stesso ceo Mustier a maggio aveva spiegato a MF-Milano Finanza che «il gruppo ha comprato Btp, lo spread non mi fa paura, il futuro di Unicredit passa dal rafforzamento dell’identità di grande banca paneuropea».

LA SANZIONE USA A SOCIETE GENERALE

Tornando a Société Générale, la banca oltre a rendere nota la sanzione ha anche chiarito di aver messo già previsto l’esborso, valore che rientra già fra gli accantonamenti per 1,43 miliardi di euro effettuati dalla banca. Ostacoli che però non è detto che impediscano l’operazione.

COME SONO LE CAPITALIZZAZIONI DI UNICREDIT E SOCIETE GENERALE

Le due società al momento hanno una capitalizzazione simile, 27,78 miliardi per Unicredit e 28,91 miliardi per SocGen. In occasione dell’aumento di capitale da 13 miliardi di euro avvenuto agli inizi del 2017, l’amministratore delegato dell’istituto di Piazza Gae Aulenti, Jean Pierre Mustier, aveva detto al suo staff, come riportò all’epoca il Financial Times, che tra i suoi obiettivi c’era quello di sorpassare la capitalizzazione di SocGen, banca da cui lo stesso Mustier arriva. Un dettaglio importante perché molti oggi scommettono che in caso di M&A Unicredit vorrebbe fare la parte del compratore. E pensare che a giugno scorso la banca francese capitalizzava 32 miliardi, mentre quella italiana 33 miliardi.

CHE COSA SCRIVE LE MONDE SULL’IPOTESI MATRIMONIO

Ora la situazione è invertita, ma entrambe hanno perso all’incirca il 15%. Il fermento intorno alle nozze è partito dopo che il sito di Le Monde, citando una fonte vicina al nuovo direttore strategico di SocGen, Sebastien Proto, ha parlato di «grandi dossier in arrivo che il top manager dovrà gestire. Sarà chiamato a far suonare la musica con l’italiana Unicredit». Proto è stato scelto dall’amministratore delegato Frederic Oudea al quale riporta direttamente.

L’IPOTESI ALLA QUALE STANNO LAVORANDO GLI ADVISOR DELLE BANCHE

Sempre Le Monde riportava che Proto «studierà gli scenari per il futuro di Société Générale, dato che è uno specialista in fusioni e acquisizioni, lavoro che ha svolto per sette anni in Rothschild». L’idea di base alla quale starebbero lavorando gli advisor delle due banche (MF-Milano Finanza ha già anticipato che Unicredit sarebbe affiancata da Daniel Bouton, senior advisor di Rothschild, la stessa società dalla quale viene Proto) sarebbe di sfruttare le peculiarità dei due istituti, quello italiano ben impostato come banca commerciale e molto attivo anche in Germania, e quello francese da sempre forte nell’investment banking. Settore questo dove Unicredit non ha brillato particolarmente negli ultimi due anni.

COMMENTI E ANALISI

A maggio il presidente dell’istituto di credito transalpino, l’italiano Lorenzo Bini Smaghi, aveva ipotizzato un consolidamento transfrontaliero lungo 2l’asse Italia-Francia», un mese più tardi (intanto il rendimento dei Btp decennali italiani è salito di 100 punti base) l’amministratore delegato Frederic Oudea, aveva raffreddato le voci di un possibile legame con le banche straniere. «Non credo affatto» nelle fusioni transfrontaliere europee, aveva detto Oudea in una conferenza del 7 giugno a Francoforte spiegando che i requisiti patrimoniali per le istituzioni too-big-to-fail (le banche sistemiche) scoraggiano grandi fusioni nel continente. Il punto però è che a Francoforte vedono invece in maniera positiva le operazioni di consolidamento in Europa E il dazio da pagare, in questo caso, sarebbe probabilmente un aumento di capitale.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

HOME » POLITICA Ponte Morandi, Delrio contro il governo: ‘Basta fare gli avvocati del popolo: è ora di cominciare a servirlo il popolo’

silenziefalsita.it 5.9.18

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L’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha attaccato il governo sulla risoluzione relativa al crollo del ponte Morandi.

“Noi vogliamo sapere, volevamo sapere oggi: chi ricostruisce il ponte? Non abbiamo avuto una risposta presidente, l’unica risposta è stata sulle risoluzioni, non abbiamo ricevuto una risposta su chi costruirà il ponte, su come verrà affidata la gara, sui tempi che ci saranno, sulle responsabilità finanziarie che si prenderanno in tutta questa vicenda”.

“E’ ora di smettere – ha continuato – di fare proclami, di ergersi a tribuni, di fare gli avvocati del popolo, è ora di cominciare a servirlo il popolo, perché il popolo di Genova ha bisogno di atti concreti, non di chiacchiere, ha bisogno di atti concreti”.

L’inchiesta sul Ponte Morandi punta anche su Delrio

Delrio chiede maggiore trasparenza sulla vicenda del Ponte Morandi, eppure solo la scorsa settimana gli uomini del Primo gruppo della Guardia di finanza di Genova si sono recati al ministero delle Infrastrutture e trasporti, dove sono stati sequestrati documenti relativi al periodo nel quale il dicastero era diretto dallo stesso Delrio.

Il ministro Toninelli ha affermato a riguardo: “Sono ben felice che si faccia chiarezza su quanto successo in passato. Il ministero è a totale disposizione delle autorità che stanno indagando sul crollo del ponte Morandi. Buon lavoro a Gdf e magistrati”.

“Nel decreto di sequestro (il fascicolo penale è ancora senza indagati) – ha spiegato Giacomo Amadorisu La Verità – si legge che gli investigatori si sono presentati al dicastero, che nel periodo sotto osservazione era guidato da Graziano Delrio, per acquisire «ogni documentazione di natura tecnica, amministrativa e contabile, appunto, nota o simili» relativa al ponte, «redatta da, o pervenuta a, qualsiasi ufficio, centrale o periferico (provveditorato alle opere pubbliche per la Liguria, ufficio ispettorato territoriale)» del ministero. Gli investigatori avevano il compito di sequestrare anche la documentazione digitale e la posta elettronica del personale «avente competenza sulla materia delle autostrade in concessione».”


 

Unicredit, cautela su fusione con SocGen

Rosario Murgida finanzareport.it 5.9.18

Tornano in auge le voci su una possibile fusione transfrontaliera ma finora il mercato non sembra scaldarsi

Titolo Unicredit ben impostato anche oggi dopo il balzo della vigilia determinato dal positivo andamento di un comparto bancario sostenuto a sua volta dalla contrazione dello spread tra Btp e Bund decennali.

Il mercato non sembra invece scaldarsi più di tanto per le nuove speculazioni sulla possibile fusione con Société Générale. L’operazione, di difficile realizzazione per gli ostacoli politici da superare o la mancanza di significative sinergie, è tornata di nuovo in auge pochi giorni fa dopo la nomina di Sebastien Proto a direttore strategico della banca francese e le relative indiscrezioni su un primo dossier caldo legato a Unicredit. Inoltre verso la fine di agosto è emerso come tra gli advisor della banca milanese figura Daniel Bouton, ex presidente di SocGen e senior advisor di Rothschild, società di provenienza dello stesso Proto.

Insomma le condizioni per alimentare le speculazioni sono molte, ma sia tra i soci che tra gli investitori sembra prevalere la cautela se non il totale scetticismo. E questo senza dimenticare come il numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier, non faccia altro che ribadire l’obiettivo della crescita organica indicato dal piano industriale e lo sta facendo da mesi e mesi e perfino pochi giorni fa con un suo intervento a Bruxelles al meeting annuale Bruegel. “Non stiamo lavorando su altro se non su sviluppi organici”, ha ribadito Mustier.

E che il mercato non si scaldi è dimostrato anche dall’assenza di quelle tipiche fiammate di Borsa che contraddistingue ormai l’andamento delle azioni quando spuntano voci su fusioni o acquisizioni. Oggi il titolo Unicredit guadagna, alle 9,25, lo 0,37% a 13,048 euro.