NOVITA’ IN CORSO NELL’EURO-DITTATURA (SPARTIZIONI E MASKIROVKA).

politicamentescorretto.info 7.9.18

Chi, fra i media e i politicanti, vi racconta che nella UE vige “Lo stato di diritto”, quella libertà sotto legge che invece “sovranisti” e “populisti” starebbero distruggendo, dovrebbe leggere il documento dell’ombdusman europoide il quale attesta: la nomina di Martin Selmayr a segretario generale (ossia il burocrate  di carriera   che assiste il  Commissario, un politico, nel nostro caso Juncker)   è stata fatta in modo estremamente irregolare, senza concorso e con forzature  e violenze delle norme, da interessare il codice penale – se appunto in Europa vigesse  il diritto.

Della questione abbiamo già parlato in un articolo del marzo 2018:

https://www.maurizioblondet.it/la-ue-dittatore-non-vi-avvertito/

Dato  il sempre più evidente effetto disabilitante dell’alcolismo  di Juncker, che la cosca   dominante tedesca aveva fatto “eleggere” anni fa,  la medesima cosca tedesca  ha pensato di affiancargli un  segretario generale  attivo, giovane, capace di sostituire in tutto il sempre più vacillante e  vaneggiante ubriacone. La scelta  non poteva che cadere su Selmayr, perché già    di fatto era  insieme il badante e vero capo del governo europeo.   Abbiamo infatti appreso da Libération che Juncker   “non ha mai presieduto una sola volta le riunioni di  gabinetto”,  ossia  l’atto più altamente politico,  il consiglio dei ministri  –  e in queste appariva a spadroneggiare, sulla poltrona dell’alcolizzato,   il Selmayr: senza  che nessuno dei presenti”ministri” sollevasse un sopr4acciglio. Si potrebbe addirittura sostenere che tutte  le decisioni del “governo europeo”  non presiedute da Juncker siano invalide.

Se ci fosse un giudice a Berlino,  volevo dire a Bruxelles.

Non c’è. Però c’è  l’ombdusman.  E’ una bella istituzione. Tale ombdusman ha effettivamente  scritto nero su bianco che Selmayr è stato fatto segretario generale “senza concorso  né competizione”,  che sono obbligatori;  senza che fosse “reso pubblico che il posto era vacante” (notate: un “posto” che dà il potere su 33 mila dipendenti e su tutti i dossier che contano, per cui è ovviamente il segretario a fare le pulci ad ogni bilancio nazionale – e  quelli dell’Italia a  Selmayr non sono mai piaciuti).   Anzi di più: che quel posto fosse vacante, perché il precedente segretario (di nome Italiener…)   aveva lasciato la  poltrona nel gennaio 2018, “questa informazione  era conosciuta solo dal presidente [Juncker] e da  mister Selmayr [il  badante teutonico].

Concorso truccato al bertice uE.

Vedete, dirà l’europeista, che un giudice a Berlino (a Bruxelles) c’è dopo tutto? Visto che  denuncia questo trucco  così terronico  fra Juncker  e Selmayr, che i concorsi truccati di cui ci si lamenta in Italia  in certe  università o nelle regioni meridionali, sono al confronto modelli di trasparenza  e legalità svedese? E invece no, ingenuo europeista: perché dopo questa denuncia dell’ombdusman, mica succede niente. Specificamente, Selmayr mantiene il posto potentissimo di segretario generale (e agente  degli interessi tedeschi),  non viene obbligato a lasciarla  poltrona perché venga aggiudicata con un vero concorso.

Questo è “lo  stato di diritto”  nella UE. Quello della orwelliana   Fattoria degli Animali, ma con una   furbesca creatività “meridionale”  da parte tedesca, da far  sembrare la Regione Sicilia una raccolta di ingenui legalisti.

https://www.maurizioblondet.it/la-ue-dittatore-non-vi-avvertito/

Ma tranquilli: “Ciò che azzererà  Selmayr non  saranno le circostanze della sua  nomina, bensì   la nomina di un Presidente della Commissione tedesco, sempre  più probabile”, scrive Wolfgang Munchau, il corrispondente da Bruxelles per il Financial Times.

Difatti, vista la proossima decadenza di Juncker, la Merkel ha  già scelto  il nuovo presidente  della Commissione, che ovviamente sarà “eletto”  regolarmente dai suoi stati-satelliti. Ecco presentato il nuovo candidato   del Partito Popolare Europeo (PPE): si chiama  Manfred Weber, bavarese, anti—italiano, sarà messo lì per imporre alla BCE di “terminare l’acquisto di titoli pubblici  al più presto possibile”, e impedire ogni timida unione bancaria che obblighi  la Germania a contribuire, in caso di crisi, per esempio accettando una assicurazione europea sui depositi fino a 100 mila euro anche per gli euro depositati nelle banche del Sud.

Merkel mentre elegge Manfred Weber

Più precisamente:  Weber perseguirà l’indurimento di quella politica “europeista” ma in realtà anti-UE, di stampo tedesco, che  persino il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi – con insolita franchezza  – un fallimento.

“Lo scopo originario dell’Unione bancaria è stato accantonato”, ha riconosciuto il direttore:  la  sfiducia tra i Paesi dell’Eurozona ha definitivamente affossato l’assicurazione comune sui depositi, cioè l’obiettivo di tutti gli ultimi governi italiani.

Viviamo “la chiara sconfitta di una strategia europea che ha accomunato gli esecutivi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni …” , che hanno ceduto tutto  ai tedeschi per la speranza  di ottenere una “unione bancaria” che Berlino non ha mai e poi mai lasciato sperare, anzi è stato ben  chiaro: Nein.

Bankitalia: la UE  è fallita

Bankitalia dunque certifica il fallimento  dei  governi da Monti a Gentiloni, dei sacrifici che hanno imposto al Paese inutilmente .   Dando ragione dunque ai   Savona, Bagnai, Borghi.

Ha detto: “in  sostanza, le  nostre banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo”, ma  non saranno soccorse in caso di crisi: perché in quel caso, ogni paese dell’eurozona è lasciato a se stesso – ma  non libero di inventare i mezzi non-convenzionali, perché sotto la sorveglianza di Francoforte. “Alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri”. Traduzione:   quel tanto di Unione Bancaria   accettata da Berlino “è servita esclusivamente ad impedire che lo Stato Italiano salvasse le Banche Italiane”, imponendo la spoliazione dei depositanti “,   “un vero e proprio prelievo forzoso contro le famiglie, contro le imprese e solo nell’interesse delle grandi banche” (citazione di Renato Brunetta).

Leggere per credere fino a che punto il direttore condivide  le valutazioni di  qusto governo, naturalmente senza dirlo:

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2018/rossi-30.08.2018.pdf

Il direttore di Bankitalia. La pensa come Bagnai e Savona.

Ora, dopo simili enunciazioni,  persino l’opposizione  del PD ed altre “sinistre” dovrebbe riconoscere le  buone ragioni del governo  “sovranista populista”, e in Europa unirsi ad esso  per contestare l’austeritarismo fallimentare. Invece gongola  che l’Europa lo farà cadere, e torneranno di nuovo al potere loro – per continuare a fare la politica di austerità  di Monti , Renzi, Letta e Gentiloni, già certificata fallimentare  –   dal direttore dei Bankitalia, mica da Borghi. Che signifca: l’ultimo saccheggiodei risparmi italiani per “salvare”   l banche.

Naturalmente  accetteranno il nuovo presidente della Commissione “eletto” per volontà della Merkel.

La quale, facendo eleggere Manfred Weber, prenderà più piccioni con una fava.   Sanerà la sua malconcia relazione con  il partito democristo-bavarese, CSU, a cui Weber appartiene.    Spera di portare via voti ai partiti  populisti europei, e specialmente al tedesco AfP, che  nei sondaggi appare ormai il secondo partito, ma anche alla nuovissima formazione  (Aufstehen, “alzarsi in piedi”) , anti-immigrati da “sinistra”, fondata da Sahra Wagenknecht, copresidente del gruppo della Linke, il partito della sinistra radicale tedesca.

Merkel deve aver visto questo sondagggio: quyale è la prima preoccupazione degli elettorati  in Eurpèa? “L’immigrazione”. E la seconda? “Il terrorismo”.  Solo gli italiani rispondono “La disoccupazione”

Quindi, ecco  l’opportuno riposizionamento del PPE  e guida germanica:  anche il leader del PP e prossimo presidente ,  il sullodato Weber,  è su posizioni  esplicitamente  anti-immigrati,  anzi identitarie  e religiose : ecco una delle sue frasi celebri  con cui si fa propaganda , e guardate su che sfondo l’ha fatta stampare – una chiesa, un crocifisso. E la frase suona così:

“Se vogliamo difendere il nostro modo di vita dobbiamo sapere cosa ci determina. L’Europa necessita di un dibattito sulla identità e la cultura dominante”.

Insomma avremo uno che promuove altri anni di austerità tedesca alla Monti,  l’egemonia economica e il  surplus tedesco,  ma in veste di  Crociato e Nostalgico della Vittoria di Vienna contro li turchi.

Ha infatti, lo credereste?, “forti relazioni con membri dell’Europa centrale e  dell’Est , il cui peso nel PPE è cresciuto”:  polacchi, ungheresi, austriaci, gruppo di Visegrad…

Assisteremo a incontri di Weber  con Orban, salutati di nostri media  che hanno demonizzato l’incontro di Salvini, come il nuovo e vero europeismo ? A  una politica di cristianesimo anti-musulmani che sarà elogiata ed imitata dal PD e dalla Boldrini?

Certo è che  gli europeisti di ieri, da Mogherini a  Tusk, sentono un effetto di spiazzamento, ma già si adeguano. Donald Tusk, che ora che è in scadenza può dire la verità, ha notato: “Le posizioni di Merkel e Orban sono reciprocamente compatibili”. Il partito Fidesz potrà rimanere nel PPE….

https://uk.reuters.com/article/uk-eu-merkel/merkel-backs-bavarian-ally-as-centre-rights-eu-commission-candidate-media-idUKKCN1LF2OF

Una bella gara fra un sovranista  piccolo e la politica super-sovranista di Berlino: sovrana non  solo a casa sua, ma in casa d’altri.

Una  sola preoccupazione:  una campagna di Weber come capo del PPE e presidente di Commissione anti-immigrati e identitario  non andrà in rotta di collisione con  l’impegno di Macron di combattere contro “il populismo”?  C’è chi se  lo domanda.

http://www.votewatch.eu/blog/does-weber-have-enough-support-to-become-president-of-the-european-commission/

Infatti Macron ha già protestato: “Uno non può sostenere Merkel e Orban allo stesso tempo”; ha strillato secondo Spiegel.

http://www.spiegel.de/politik/ausland/emmanuel-macron-zu-manfred-weber-man-kann-nicht-gleichzeitig-merkel-und-orban-unterstuetzen-a-1226935.html

Ma sì che si può.   Merkel non ha imparato la lezione del suo creatore, Attali? “Non possiamo lasciare la nazione ai nazionalisti”

https://www.maurizioblondet.it/la-caduta-di-macron-decisa-dai-suoi-creatori/

Il nuovo europeismo è “bandiera sangue e suolo”  più globalizzazione, “cristianesimo” e niente Unione Bancaria, i Templari più  la Troika e la disoccupazione di massa.    Basta che non siano Salvini e  Di Maio.  Basta che il Sud resti in recessione profonda e disoccupazione. Basta rispettare il 3%.

Disoccupazione in Europa.

L’articolo NOVITA’ IN CORSO NELL’EURO-DITTATURA (Spartizioni e maskirovka). proviene da Blondet & Friends.

‘Quei tiranti non reggono più’, scoperti inquietanti sms mesi prima del crollo

INFORMAREXRESTERE,FR 7.9.18

sms tra gli indagati

Ponte Morandi Genova, gli sms tra gli indagati: “Quei tiranti non reggono più” – di Antonio Palma

Per la Procura di Genova, che ha iscritto nel registro degli indagati venti persone tra dirigenti e responsabili di Autostrade e del Ministero, la tragedia poteva essere evitata perché i pericoli del ponte erano conosciuti da tempo.

La prova arriva anche dalla richiesta di lavori urgenti ma nessuno però si era preoccupato di mettere in atto azioni per limitare i rischi come la chiusura parziale del traffico.

Il disastro del ponte Morandi di Genova poteva essere evitato perché i dirigenti di Autostrade sapevano benissimo dei rischi del ponte, ma nessuno è intervenuto in tempo e in maniera efficace per porvi rimedio.

È questa la conclusione a cui sono arrivati gli inquirenti della procura del capoluogo ligure che dopo venti giorni di indagini sul crollo del viadotto Polcevera, che il 14 agosto scorso ha provocato la morte di 43 persone, hanno iscritto nel registro degli indagati i vertici di Autostrade e ministero delle Infrastrutture oltre alla stessa azienda.

Gli indagati al momento sono venti, a loro vengono contestati a vario titolo i reati di disastro colposo, omicidio stradale colposo plurimo e omicidio colposo per violazione delle norme antinfortunistiche.

La svolta nell’inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Cozzi e dall’aggiunto Paolo D’Ovidio, come racconta il Corriere della sera, è arrivata con le verifiche sulle conversazioni in chat tra i tecnici di Autostrade effettuate dagli investigatori della Guardia di Finanza.

Tra sms e messaggi vocali infatti gli inquirenti avrebbero individuato chiari segni che i dirigenti erano a conoscenza dei pericoli del ponte Morandi ma al contempo avrebbero sempre rimandato  soluzioni utili ad evitare la tragedia.

Se è vero che i tecnici avevano avvertito che il ponte aveva problemi strutturali, proponendo anche lavori di varia natura, nessuno però si sarebbe preso l’impegno di proporre e mettere in atto misure drastiche come la chiusura o almeno la limitazione del traffico.

Nei due mesi precedenti il crollo, i tecnici delegati alla sicurezza del ponte nei messaggi avrebbero addirittura esplicitamente parlato di tiranti che “non reggono”.

A riprova che tutti sapevano dei problemi del Ponte Morandi anche un verbale del consiglio di amministrazione di Autostrade per avviare i lavori di ristrutturazione.

In quella occasione infatti venne proposto di chiudere il ponte almeno di notte, ma il rischio di un rallentamento troppo forte della circolazione autostradale fece desistere tutti.

Autostrade è indagata anche per la violazione della legge  sulla sicurezza dei lavoratori perché, nonostante i pericoli aveva regolarmente autorizzato e fatto svolgere lavori minori proprio sul pilone 9, conclui poche ore prima del crollo.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Ponte Morandi Genova, gli sms tra gli indagati: “Quei tiranti non reggono più”

Sfrutta la disoccupazione, ora rischia l’espulsione

CHRISTIAN HUMBERT/ADN tio.ch 7.9.18

Una donna di origini kosovare, madre di cinque figli, ha incassato diversi soldi dagli aiuti sociali pur lavorando. Lei si giustifica: «L’ho fatto per la mia famiglia»

LOSANNA – «Non pensavo potessi essere espulsa. L’ho fatto per aiutare la mia famiglia». Sembra sorpresa S.*, una madre residente nel canton Vaud di origine kosovara. Le sue parole, però, stridono un po’ con i fatti. La donna era infatti già stata condannata due volte (con la condizionale) per truffe ai danni dello Stato. Però il lupo perde il pelo ma non il vizio. E S. ci casca di nuovo. Poco dopo l’ultima sentenza, infatti, la donna, madre di cinque figli tra gli undici e i due anni, invece di restituire gli importi incassati a torto, si iscrive nuovamente alla disoccupazione, pur lavorando, e riceve 7’153 franchi in tre mesi. «Avrei annunciato di aver trovato impiego più tardi», si difende davanti al tribunale di Losanna.

240’000 franchi incassati – Ma i giudici non le credono. Questa è la classica truffa di troppo. La goccia che fa traboccare il vaso. E la legge in questi casi parla chiaro e prevede l’espulsione. Un provvedimento che era già toccato al marito, rimandato in Kosovo per cinque anni e tornato in Svizzera sfruttando il ricongiungimento familiare. La sua famiglia ha già ricevuto un totale di 240’000 franchi dall’assistenza sociale.

Espulsione richiesta dal procuratore – «La prima condanna non è servita a molto», deplora il giudice della corte vodese. L’imputata, che vive in Svizzera da 19 anni, assicura di non avere più nessuno in Kosovo. «Questo non è un caso tipico previsto dalla giurisprudenza», replica il procuratore pubblico Sébastien Fetter. «Lei è pienamente cosciente di aver infranto la legge. Ha messo i suoi interessi davanti a tutto». Per la donna sono stati richiesti 360 giorni di carcere e l’espulsione. La sentenza verrà inviata alle parti per iscritto nelle prossime settimane.

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OCCHIO SALVINI

ALLA RICERCA DISPERATA DI CONSENSIL’ultimatum “patacca” di Maccheròn: “Il Ppe scelga tra Merkel e Orban”

il populista.it 7.9.18

Spinge per una piattaforma “progressista” per le elezioni di maggio e minaccia il Partito popolare europeo: “Deve chiarire le sue posizioni”

L'ultimatum "patacca" di Maccheròn: "Il Ppe scelga tra Merkel e Orban"

Il Partito popolare europeo (Ppe) deve scegliere tra le posizioni cristiano-democratiche della cancelliera tedesca, Angela Merkel, e quelle della destra rivendicate dal premier ungherese, Viktor Orban. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, secondo il quale il chiarimento deve arrivare prima delle elezioni europee di maggio. Lo riportano i media francesi.

Macron, che spinge per una piattaforma “progressista” per le elezioni di maggio, ha avvertito che il Ppe”deve chiarire le sue posizioni”.

“Non possono stare allo stesso tempo dalla parte di Merkel e di Orban”, ha detto dopo aver incontrato in Lussemburgo il premier Xavier Bettel, quello belga Charles Michel e il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte. Orban non sembra però dare peso alcuno all’ultimatum del francese.

DANSKE BANK AVREBBE RICICLATO 150 MILIARDI DI DOLLARI. CRONACHE DALL’AUSTERO SISTEMA BANCARIO NORDICO

 scenari economici.it 7.9.18

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Dopo il fallimento del gruppo lettone ABLV sei mesi fa ha gettato caos nel sistema creditizio dei paesi baltici, ora lo scandalo si allarga a Danimarca ed Estonia con l’accusa alla Danske Bank, soprattutto alla filiale estone, di aver riciclato denaro di dubbia provenienza per 150 miliardi di dollari dal 2007 al 2015. La banca è sotto investigazione da parte delle autorità estoni e danesi che stanno proseguendo spedite, anche se per ora non è stata emessa nessuna sanzione, ma solo l’ordine di incrementare la capitalizzazione di 800 milioni di dollari.

La banca in questione non è propriamente una banchetta e riusciva a sfuggire al controllo della BCE solo perchè non con sede in Estonia, ma avrebbe operato in modo indisturbato in attività illecite, ignorando più volte i richiami e le richieste di informazioni da parte delle autorità. Il sistema sembrava funzionare molto bene, soprattutto perchè il CEO Thomas Borgen non ha mai fatto nulle, anzi appariva connivente con lo schema di riciclaggio. Il bello è che già dal 2014 le autorità estoni avevano mandato un dossier con 200 pagine di sospetti alla autorità di Copenhagen, le quali se ne sono, fino a poco tempo fa, bellamente infischiate.

Naturalmente le azioni della banca non potevano che risentirne, anche se in nuovo CEO, ben conscio dell’enormità dello scandalo, ha detto che cercherà di rimettere le cose in ordine:

Per ora l FCA britannica e le autorità americane stanno a guardare, ma non c’è dubbio che siano molto attente visto che la provenienza dei 150 miliardi è soprattutto russa. La notizia è curiosa perchè proprio ieri un noto giornalista in onda su La 7 ha detto che “Bisogna imitare i virtuosi nordici”….. Certo, avendo 150 miliardi da riciclare, chi non li imiterebbe ?

 

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DANSKE BANK AVREBBE RICICLATO 150 MILIARDI DI DOLLARI. CRONACHE DALL’AUSTERO SISTEMA BANCARIO NORDICO

 scenari economici.it 7.9.18

Dopo il fallimento del gruppo lettone ABLV sei mesi fa ha gettato caos nel sistema creditizio dei paesi baltici, ora lo scandalo si allarga a Danimarca ed Estonia con l’accusa alla Danske Bank, soprattutto alla filiale estone, di aver riciclato denaro di dubbia provenienza per 150 miliardi di dollari dal 2007 al 2015. La banca è sotto investigazione da parte delle autorità estoni e danesi che stanno proseguendo spedite, anche se per ora non è stata emessa nessuna sanzione, ma solo l’ordine di incrementare la capitalizzazione di 800 milioni di dollari.

La banca in questione non è propriamente una banchetta e riusciva a sfuggire al controllo della BCE solo perchè non con sede in Estonia, ma avrebbe operato in modo indisturbato in attività illecite, ignorando più volte i richiami e le richieste di informazioni da parte delle autorità. Il sistema sembrava funzionare molto bene, soprattutto perchè il CEO Thomas Borgen non ha mai fatto nulle, anzi appariva connivente con lo schema di riciclaggio. Il bello è che già dal 2014 le autorità estoni avevano mandato un dossier con 200 pagine di sospetti alla autorità di Copenhagen, le quali se ne sono, fino a poco tempo fa, bellamente infischiate.

Naturalmente le azioni della banca non potevano che risentirne, anche se in nuovo CEO, ben conscio dell’enormità dello scandalo, ha detto che cercherà di rimettere le cose in ordine:

Per ora l FCA britannica e le autorità americane stanno a guardare, ma non c’è dubbio che siano molto attente visto che la provenienza dei 150 miliardi è soprattutto russa. La notizia è curiosa perchè proprio ieri un noto giornalista in onda su La 7 ha detto che “Bisogna imitare i virtuosi nordici”….. Certo, avendo 150 miliardi da riciclare, chi non li imiterebbe ?

 

VACCINI / PRECAUZIONE E PERSUASIONE, LA RICETTA DI GIULIO TARRO

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

 

Il presente e il futuro di Carige in mano a Unicredit

 lettera43.it 7.9.18

La cassa di risparmio di Genova sembra non volersi liberare da una governance legata all’istituto di piazza Gae Aulenti. Possibile che non si trovino altri manager?

onti in rosso, consiglio di amministrazione spaccato, governance sfiduciata, indagini della magistratura, denunce e querele. Benvenuti nel mondo di Carige. O forse sarebbe meglio dire nel mondo di UniCarige. La dissestata cassa di risparmio di Genova sembra infatti non volersi distaccare da una governance che sia legata al passato di Unicredit. Non credo per ragioni storico-geografiche visto che l’istituto di piazza Gae Aulenti ha il suo primordiale antenato in quella Banca di Genova, nata nel 1870 e poi trasformata nel 1895 in Credito Italiano. Dopo la contestata gestione di Paolo Fiorentino, fino all’estate 2016 chief operating officer di Unicredit e poi dal giugno 2017 al timone dell’istituto genovese (insieme con Andrea Soro, in veste di direttore finanziario, a sua volta un ex Unicredit), infatti, nella prossima infuocata assemblea del 20 settembre le varie componenti azionarie si presenteranno tutte con proposte di governance targate (ex) Unicredit. Il contestato Fiorentino fa parte della lista capeggiata dal finanziere romano e candidato presidente Raffaele Mincioneche peraltro detiene il 5,4% del capitale sociale della banca ma che forte del patto con Gabriele Volpi e Aldo Spinelli totalizza, al momento e in attesa di ulteriori azioni di consolidamento, un complessivo 15,2%.

GHIZZONI E I PROFUMO BOYS MODIANO E INNOCENZI

Malacalza Investimenti, primo socio di Carige con il 23,9% (con autorizzazione Bce per arrivare al 28%) e ora acerrimo nemico di Fiorentino (per la cui scelta fu però, all’epoca della nomina, determinante) ha schierato in prima linea l’ex amministratore delegato di Unicredit, Federico GhizzoniFino a una settimana fa, nella lista Malacalza, spiccavano le candidature di Pietro Modiano, numero uno dei Sea, alla presidenza e di Fabio Innocenzi, attuale numero uno di Ubs Italia ed ex amministratore delegato della Banca Popolare di Verona, per il ruolo di amministratore delegato. Anche questi ultimi due sono dei “Profumo boys” e cioè ex top manager di Unicredit degli Anni 90 quando la banca di Piazza Gae Aulenti era gestita dall’attaule Ceo di Leonardo. Una coincidenza? No, se pensiamo che negli ultimi 4 anni dove c’è una banca fallita o prossima al default, arriva un manager ex Unicredit. Ricordiamo infatti che Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit, fu nominato da Bankitalia presidente delle quattro banche fallite (EtruriaChietiFerrara e Marche) nell’autunno del 2015. Marina Natale, ex head of strategy business and M&A di Unicredit, è diventata amministratore delegato della Sga (la bad bank statale ex Banco di Napoli, ora chiamata a recuperare i cattivi crediti di Popolare Vicenza Veneto Banca). Insomma una “unicreditizzazione” delle banche già fallite o vicine al default che lascia qualche dubbio.

L’ALLERGIA ITALIANA PER L’ECCELLENZA

È mai possibile che nessuno si soffermi sui danni già prodotti dai manager che avevano portato nel 2016 il valore del titolo Unicredit ai minimi di 1,7 euro rispetto ai 43 euro circa del 2007? È verosimile che nessuno si ricordi dei manager della finanza aggressiva che hanno tra l’altro creato a Piazza Cordusio il disastro derivati? Perché in questi anni nessuno dei cacciatori di teste che lavorano per le grandi banche (e che hanno avuto e hanno tuttora un “gran da fare” per cercare dei manager capaci che sappiano rimediare ai disastri spesso causati da chi li ha preceduti) non si sono mai interessati a quei manager (di solito di banche piccole) che fanno funzionare ciò che i soliti nomi hanno distrutto e possono ancora distruggere? O almeno cercare di capire se sono davvero bravi oppure magari solo fortunati? In Italia si tende a non voler vedere i casi di eccellenza, che pure ci sono, perché si preferisce appiattire tutto verso il basso. I bravi e i competenti rompono il sistema. Chi è bravo… meglio nasconderlo: sia mai possa raggiungere posizioni più alte e scalzare dalle poltrone (che non meritano) i soliti noti, quelli che sanno tanto, forse troppo, del Sacco Bancario e di come funziona il sistema e fanno il giro, come nel ben noto “gioco dell’oca” , delle cabine di pilotaggio delle segrete stanze.

 

Salvini assediato, ha tutti contro: perfetto, così stravincerà

libre idee.org 7.9.18

Chissà quanti popcorn si sta mangiando, Matteo Salvini, al pensiero che altrove stiano sbocciando champagne per festeggiare la sentenza del tribunale del riesame, quella per cui la Lega dovrà restituire i 49 milioni di rimborsi elettorali fittizi risalenti alla gestione Bossi-Belsito. Perché basterebbe scorrere le cronache a ritroso per capire come è dal 2013 che la Lega e Salvini si stanno preparando a questo momento. E che la strategia politica stessa del partito di Via Bellerio è figlia di questa consapevolezza: allargare la base del consenso e proiettarsi su scala nazionale per dar vita, qualora le condizioni lo richiederanno, a un nuovo movimento autonomo rispetto al passato leghista. Attenzione: non stiamo dicendo che la svolta sovranista della Lega sia esclusivamente figlia della necessità di salvare il partito dallo tsunami giudiziario. Stiamo dicendo che la strategia del leader della Lega è stata contemporaneamente di attacco a uno spazio politico da riempire, e di difesa della sopravvivenza del partito stesso e della sua sostenibilità finanziaria.

A Salvini va riconosciuto di aver intuito che ci fosse una domanda di nazionalismo inevasa, che in Italia e in Europa, mentre Renzi veleggiava al 40% e Tsipras e Podemos sembravano le uniche alternative possibili, stesse iniziando a soffiare vento da Matteo Salvinidestra, e dall’Est, che negli Stati Uniti di Obama e nel Regno Unito saldamente tra le mani di David Cameron vi fosse aria di rivoluzione. Nessuno ci credeva, lui sì. Un po’ per virtù, un po’ per necessità. Un po’ perché aveva capito che i voti di Berlusconi in Meridione erano in libera uscita, un po’ perché allargare la propria base elettorale al di fuori del perimetro settentrionale – con tanti saluti alla Padania e al Sole delle Alpi – gli avrebbe consentito di tentare il colpo gobbo: il sorpasso ai danni di Forza Italia e la presa di tutto il centrodestra, nel giorno del tramonto definitivo della stella di Re Silvio, attraverso la creazione di un soggetto politico nuovo. È stato un lavoro lungo e faticoso che Salvini ha intrapreso con una costanza e una tenacia da applausi. Un giorno andava a prendersi sputi e insulti a Napoli, il giorno dopo era ai cancelli dell’Ilva di Taranto, quello dopo ancora in giro sui treni regionali per la campagna elettorale in Sicilia.

Nel frattempo, gli antichi feticci della Lega Nord che fu cadevano come petali di un fiore. Prima il simbolo della Padania, poi il colore verde, sostituito dal blu, quindi gli slogan, da “Prima il Nord” a “Prima gli italiani”, lui che nemmeno tifava la nazionale di calcio. Infine il nome stesso del partito, Lega, senza più alcun riferimento al settentrione. Se la strategia ha avuto successo, è perché tutti gli altri gli hanno concesso spazio e libertà per portarla avanti. Né Forza Italia, né il Movimento Cinque Stelle, né il Partito Democratico, ognuno con le proprie responsabilità, sono riusciti a togliere alla Lega e a Salvini mezzo elettore lombardo o veneto, nonostante federalismo e autonomia – al netto della burla dei referendum – siano state messe in soffitta, nonostante gli scandali bancari, nonostante i guai giudiziari. E nessuno, nel contempo, è riuscito a contrapporsi a Salvini nelSalvini con Calderolicentrosud, dove oggi, stando ai sondaggi, veleggia attorno al 20%, cinque punti sopra al Partito Democratico, quasi quindici più di Berlusconi.

Contemporaneamente, il leader leghista le ha provate tutte per mettere al sicuro i soldi del partito. Ci ha provato col nuovo movimento “Noi con Salvini”, senza successo. E, ancora, con la mossa a sorpresa di Roberto Calderoli, che sul finire della scorsa legislatura è uscito dal gruppo della Lega Nord per fondare quello della Lega e basta. Nessuna scissione: solo la dimostrazione che quello che oggi governa è un nuovo soggetto politico, del tutto indipendente da quello che si era intascato illegalmente i rimborsi elettorali. Se oggi la Lega fosse identica a cinque anni fa sarebbe praticamente spacciata. Oggi, senza Nord, senza Padania, senza felpe e bandane verdi, non lo è. Non sappiamo cosa succederà domani. Se effettivamente la nuova Lega (senza Nord) dovrà sborsare 49 milioni sino all’ultimo centesimo, o se sarà necessario un’ulteriore allontanamento dalle radici della vecchia Lega (col Nord) attraverso la nascita di un nuovo soggetto politico unitario di centrodestra, del tutto alieno, almeno formalmente, alla vicenda giudiziaria che fu.

Quel che sappiamo è che Salvini ci è arrivato nelle migliori condizioni possibili in cui ci poteva arrivare: al governo, da ministro dell’interno, con un consenso popolare stellare, con una linea politica completamente diversa da quella del Carroccio di cinque anni fa, con una marea di deputati e senatori di Forza Italia e Fratelli d’Italia che non vedono l’ora di saltare il fossato e di passare armi e bagagli sotto le insegne della Lega. E con la possibilità di guadagnarsi il centro della scena invocando un nuovo complotto, quello della magistratura ai suoi danni, e un nuovo nemico da abbattere. In altre parole, pronto a ogni evenienza. «Io non mollo e lavoro ancora più duro. Sorridente e incazzato», ha scritto sui suoi canali social. Avete capito, adesso, perché sorride?

(Francesco Cancellato, “Se sperate che Salvini cada sui 49 milioni, state andando a sbattere contro a un muro”, da “Linkiesta” del 7 settembre 2018).

L’IMBARAZZANTE INTERVISTA DI GILBERTO BENETTON, ASFALTATA DA MELETTI: ”STUDIA, MAMMA ADDOLORATA: SE PERDI UN FIGLIO NEL CROLLO DI UN VIADOTTO E IL PADRONE DELLA SOCIETÀ CHE DOVEVA GARANTIRE LA SICUREZZA MANCO TI SI FILA PERCHÉ HA LA GRIGLIATA A CORTINA, DEVI SAPERE CHE A TREVISO ESPRIMONO COSÌ IL CORDOGLIO” E BELPIETRO: ” LE TRE SETTIMANE DI SILENZIO SONO SERVITE SOPRATTUTTO A PARLARE CON GLI AVVOCATI E STUDIARE COME SCARICARE LA RESPONSABILITÀ SUI MANAGER” –

dagospia.com 7.0.18

1. BENETTON, L’URLO DELL’ ARRICCHITO

Estratti dall’articolo di Giorgio Meletti per ”il Fatto Quotidiano

Dobbiamo essere onesti. Chiunque, se si stesse arricchendo da vent’ anni alla faccia di un’ intera nazione silenziosa e prona, comincerebbe a pensare di essere circondato da un popolo di scemi. E quindi non dobbiamo sorprenderci se Gilberto Benetton, in una lunga intervista con lacrimuccia artificiale al Corriere della Sera di ieri, da scemi ci ha preso e da idioti ci ha lasciato.

autostrage per l italiaAUTOSTRAGE PER L ITALIA

Con l’ arroganza di chi pensa di essere l’ unico intelligente tra 60 milioni di tonti, egli parla come se il ponte di Genova fosse venuto giù per una fatalità o per qualche causa misteriosa da indagare. E fa anche il severo: “Verrà fatto tutto ciò che è in nostro potere per favorire l’ accertamento della verità e delle responsabilità dell’ accaduto”.

Tutti i 60 milioni di presunti idioti pensano che la responsabilità sia della società Autostrade per l’ Italia, che incassa fior di pedaggi per garantire la manutenzione e la sicurezza e che, con tutta evidenza, non ha garantito né l’ una né l’ altra. Ma Benetton, l’ unico intelligente, ha un’ idea più profonda dei destini del cemento armato.

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luciano giuliana gilberto benettonLUCIANO GIULIANA GILBERTO BENETTON

E così, pensoso, il grande imprenditore ci spiega che “il disastro di Genova dev’ essere per noi come azionisti un monito perenne, a non abbassare mai la guardia e continuare a spingere il management, che ha la responsabilità della gestione (brigadiere verbalizzi, ndr), a fare sempre di più e di meglio, nell’ interesse di tutti, e ripeto tutti”. Il mondo va così. I viadotti crollano, si sa, e la famiglia Benetton spinge il management a fare sempre di più per arginare l’ inarrestabile e pernicioso fenomeno.

E noi, par di capire, dobbiamo ringraziarli.

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Benetton ammette che a 24 ore dalla carneficina la famiglia non ha voluto rinunciare alla tradizionale festa di Ferragosto a Cortina, però dice che è “un’ insinuazione”. Occuparsi dei propri ospiti e non dei 43 morti di Genova è dettato da un imperativo etnografico: “Sa, dalle nostre parti il silenzio è considerato segno di rispetto”. Egli viene forse da qualche plaga rurale, e i genovesi sono avvertiti, e anche le famiglie dei morti: Atlantia è una società quotata che straparla di crescita e internazionalizzazione, ma l’ azionista Benetton rivendica codici tribali.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Studia, mamma addolorata: se perdi un figlio nel crollo di un viadotto e il padrone della società che doveva garantire la sicurezza manco ti si fila perché ha la grigliata a Cortina, devi sapere che a Treviso esprimono così il cordoglio.

E agli ignoranti che pensano che ai Benetton le autostrade siano state quasi regalate e poi trasformate da tutti i governi degli ultimi 20 anni in un bancomat per gli azionisti, lo stratega Gilberto risponde irridente che Romano Prodi aveva disperato bisogno di vendere e nessuno le voleva, e allora loro si sono sacrificati “offrendo una cifra che allora fu giudicata spropositata”. Lo ha detto: “Avremmo potuto fermarci molto tempo fa, goderci la vita”. E invece no, si sono sacrificati, e la vita se la sono goduta i sudditi.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

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2. AUTOSTRADE INDAGATA PER IL PONTE MA I BENETTON CI PRENDONO IN GIRO

Maurizio Belpietro per ”La Verità

Rientrato dalle vacanze che ha trascorso sul suo yacht (un panfilo di quasi 50 metri battente bandiera inglese, of course), Gilberto Benetton ha deciso di occuparsi in prima persona del crollo del ponte Morandi costato la vita a 43 persone. Lo ha fatto il giorno in cui sono arrivati 20 avvisi di garanzia, con un’ intervista al Corriere della Sera, il cui succo si riassume in una riga: la strage dev’ essere un monito per i prossimi anni. Sì, avete letto bene.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Nessuna scusa, nessuna ammissione che qualcosa non abbia funzionato al meglio, anche solo nelle ore immediatamente successive alla disgrazia, quando Autostrade, ossia la concessionaria del viadotto, diramava comunicati in cui la preoccupazione era rivolta non tanto ai morti, ma a precostituire una linea difensiva. No, tutto giusto, anche il ruolo del management oltre che quello degli azionisti. Dopo di che il disastro che ha sepolto intere famiglie è un avvertimento da tenere presente per il futuro. Un ammonimento da trasmettere a chi si occupa di sicurezza autostradale: occhio, vedete di non ricascarci.

GILBERTO BENETTONGILBERTO BENETTON

E il silenzio? L’ assenza di dichiarazioni durata giorni, mentre tutta l’ Italia vibrava di indignazione per quello che era successo? Un segno di rispetto. Siamo stati zitti, non abbiamo fatto neppure le condoglianze ai parenti delle vittime, ma solo perché siamo rispettosi. Dalle nostre parti si usa così. Eh, già. In Veneto, a Ponzano, quando manca una persona, invece di far visita al defunto si fa finta di niente. È morto tizio? Zitto, porta rispetto. Se vedi un familiare dello scomparso, scantona: si sa mai che trovandotelo davanti ti scappi di farfugliare «condoglianze».

No, meglio il silenzio (del resto di non parlare lo consiglia anche papa Francesco, a proposito del memoriale Viganò sui vescovi pedofili). Gilberto, che è considerato il più furbo della famiglia, o per lo meno quello che ha fatto fruttare meglio i miliardi guadagnati con i maglioni, al Corriere ha spiegato che la loro holding alla fine ha parlato, ma lo ha fatto a voce bassa, «perché la discrezione fa parte della nostra cultura».

la lettera di febbraio accusa Autostrade e MinisteroLA LETTERA DI FEBBRAIO ACCUSA AUTOSTRADE E MINISTERO

I Benetton, il cui fratello Luciano, essendo discreto, all’ alba dei sessant’ anni si fece ritrarre come mamma l’ ha fatto per la copertina di Panorama, sono così riservati che il giorno della tragedia e anche il giorno dopo hanno fatto festa.

Alla prima, cioè quando a Genova si scavava per tirar fuori i corpi, a Cortina «qualcuno ballava sui tavoli e la musica a tutto volume è andata avanti fino a tardi», come ha testimoniato chi c’ era, la seconda invece ha riunito una settantina di persone a cui sono stati offerti un menu di pesce e un po’ di vino. Insomma, festa sì, ma riservata, in ricordo di un fratello scomparso, mica degli scomparsi sotto il ponte Morandi.

AUTOSTRADEAUTOSTRADE

Nell’ intervista, Gilberto Benetton però rivendica di aver fatto diramare 48 ore dopo un comunicato della holding con parole inequivocabili: «Forse non siamo stati sentiti». Eh già, forse c’ era la musica a tutto volume che ha coperto tutto. Il resto, come i commenti sull’ insensibilità manifestata nelle ore successive al crollo, sono solo «insinuazioni».

«Ero in vacanza, come credo la maggior parte degli italiani». Sì, ma la maggior parte degli italiani non ha a disposizione un aereo o un elicottero per rientrare dalle vacanze in caso di disgrazia, e soprattutto, al contrario di un signore che le vacanze le ha proseguite tra Cortina e il suo yacht, con la società Autostrade non ha guadagnato miliardi.

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Il meglio del colloquio con il Corriere arriva però quando si arriva alle responsabilità. E lì si capisce bene che le tre settimane di silenzio sono servite soprattutto a parlare con gli avvocati. Già, perché se da un lato elogia la competenza e l’ eccellenza dei vertici di Autostrade, dall’ altro Gilberto Benetton ci tiene a separare il destino degli azionisti da quello dei dirigenti, segnalando che i soci, cioè lui e i fratelli, «non si sono mai sostituiti ai management». Se sono stati commessi degli errori, la colpa non può dunque essere attribuita alla famiglia di Ponzano. Chiaro il concetto?

Insomma, nulla da rimproverarsi, anche perché loro, i Benetton, hanno investito un sacco di soldi in sicurezza. Fa niente che quel sacco di soldi non sia uscito dalle loro tasche, ma da quelle di chi ha pagato il pedaggio, mentre nelle loro tasche di quattrini ne siano entrati a palate, prova ne sia che Autostrade è una delle società che ha distribuito dividendi a pioggia.

autostrade spinozaAUTOSTRADE SPINOZA

Fa niente neppure che quando fu privatizzata, l’ azienda sia stata comprata a debito, cioè con i soldi delle banche, e poi questo debito sia stato scaricato tutto sui conti di Autostrade, liberando gli azionisti da qualsiasi peso, se non quello di incassare ogni anno la remunerazione dell’ investimento. No, questo è secondario. Perché come Gilberto ha spiegato a più riprese nell’ intervista, il compito di un imprenditore è la creazione di valore. E i Benetton di valore ne hanno creato.

«Avreste potuto fermarvi prima?», gli chiede Daniele Manca, il giornalista. Risposta: «Sì, avremmo potuto fermarci molto tempo fa, goderci la vita con quello che avevamo creato. Invece siamo ancora qui». Abbiamo capito: altro che metterli sul banco degli imputati, i Benetton li dobbiamo ringraziare. Perché non se la godono.

autostrade benettonAUTOSTRADE BENETTON