Comprendere Keynes per comprendere la macroeconomia

di Davide Gionco

John Maynard Keynes è stato un economista inglese. Prima che un economista è stato un filosofo, nel senso che è stato capace di rivoluzionare il punto di vista sull’economia.

Prima di lui l’economia era studiata unicamente da un solo punto di vista, quello degli investitori finanziari e dei grandi capitalisti. Un po’ come studiare la storia dei cristalli nel famoso negozio unicamente dal punto di vista del famoso elefante, che pensa solo ai propri movimenti e non alle conseguenze verso l’insieme del negozio.

A Keynes si deve la nascita della macroeconomia, la scienza che studia il funzionamento dell’economia nella società, vista come fenomeno collettivo.

Nel 1936 Keynes pubblicò la sua più famosa opera “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. Pur trattandosi di un’opera fondamentale, non contiene neppure una formula matematica. Questo perché la macroeconomia deve prima di tutto essere compresa nelle sue logiche, che non sono intuitive per cui è abituato a ragionare unicamente da un solo punto di vista.

Facciamo 2 esempi pratici.

Per un imprenditore la situazione ideale è avere molti clienti con le tasche piene di soldi ed avere il proprio personale che lavora con impegno accontentandosi di un salario basso, riducendo i costi di produzione.
Ma se tutti gli imprenditori avessero la “fortuna” di avere del personale che lavora con impegno accontentandosi di un basso salario, sarebbe impossibile avere in circolazione molti clienti con le tasche piene di soldi.

Un secondo esempio: il paradosso del risparmio.
Per una singola persona è positivo guadagnare molto e mettere da parti molti risparmi che costituiscono una forte garanzia contro qualsiasi imprevisto del futuro.
Ma se tutti mettono da parte i propri risparmi spendendo poco (alla Zio Paperone), non circolerà abbastanza denaro per garantire a tutti dei buoni guadagni.
Infatti la mia spesa è il reddito di qualcun altro.

 

Nella narrativa dell’attuale cultura dominante il pensiero di Keynes si riduce a “quello che credeva nel ruolo centrale dello Stato nell’economia”, consigliando di “impiegare la gente a scavare buche nel terreno” per dare loro, comunque, un immeritato stipendio.
La cultura dominante prosegue il ragionamento: “siccome lo Stato è economicamente inefficiente e sprecone”, Keynes si sbagliava, quindi “fidiamoci degli economisti più seri che scrivono su Il Sole 25 Ore e vediamo spesso parlare in TV”.

Ma il pensiero di Keynes non era affatto questo. Si tratta di una interpretazione che denota ignoranza e, probabilmente, in certi casi anche della mala fede.

Non potendo riassumere in un articolo i concetti della “Teoria Generale” di Keynes, riteniamo importante in questa sede illustrare i fondamenti logici del pensiero di Keynes, commentando l’Introduzione che Keynes stesso fece della propria opera.

Dicevamo che Keynes fu prima di tutto un filosofo: il segreto per comprendere la macroeconomia sta nel saper cambiare il proprio punto di vista, staccarci da noi stessi, salire in cielo con una mongolfiera e guardare dall’alto gli effetti degli scambi economici fra la gente nel loro insieme, il denaro e le merci che passano di mano in mano, lasciando degli effetti sulle persone.

Il difetto delle teorie economiche “classiche”, come anche delle teorie economiche che oggi ci vengono presentate su TV e giornali, è che riflettono un solo punto di vista, delle situazioni particolari, mentre l’economia è qualcosa che ci coinvolge tutti quanti come comunità di persone.

Per comprendere la macroeconomia dobbiamo prima di tutto mettere in discussione le nostre intuizioni, che quasi sempre sono basate unicamente sul punto di vista della nostra persona, non del sistema in cui viviamo.

Segue il testo di Keynes (in blu), con i nostri commenti.

Questo libro è diretto soprattutto ai miei colleghi economisti; spero che riuscirà intelligibile ad altri. Ma il suo scopo principale è di trattare difficili questioni di teoria, e soltanto in secondo luogo le applicazioni di questa teoria alla pratica. Se infatti l’economia ortodossa è in difetto, l’errore va trovato non nella sovrastruttura, che è stata eretta con gran cura di coerenza logica, ma nella scarsa chiarezza e generalità delle premesse. Non posso quindi raggiungere il mio scopo di persuadere gli economisti a riesaminare criticamente certi loro presupposti fondamentali, se non mediante un ragionamento altamente astratto ed anche mediante molta polemica. Avrei desiderato che di questa polemica ve ne fosse potuta esser di meno; ma l’ho ritenuta importante, non soltanto per spiegare il mio punto di vista, ma anche per mostrare sotto quali aspetti esso si scosta dalla teoria prevalente.

Il primo errore dell’ideologia economica allora dominante, come di quella attuale, è che si sviluppano complessi costrutti matematici, senza mai avere analizzato in modo rigoroso la validità delle premesse.
Se costruiamo tutta una teoria a partire da un caso particolare, quella teoria molto difficilmente sarà valida quando si verificassero condizioni diverse dal caso particolare iniziale.
Ma se, nel frattempo, avremo dedicato tutte le attenzioni, anni di lavoro, a scrivere libri di complessa matematica finanziaria, avremo difficoltà a rimettere in discussione tutto, a partire dalle nostre ipotesi iniziali troppo semplificate.

Prevedo che coloro i quali sono tenacemente legati a quella che chiamerò «la teoria classica» oscilleranno fra l’opinione che io sia affatto in errore e l’opinione che io non dica nulla di nuovo.

Spetta ad altri determinare se è giusta una di queste alternative, o se ne esiste una terza. I miei brani a carattere polemico hanno lo scopo di offrire materiale per una risposta; e devo chiedere scusa se, dove cerco di porre distinzioni nette, la mia polemica è troppo aspra. lo stesso ho sostenuto con convinzione e per molti anni le teorie che ora attacco, e ritengo di non essere ignorante dei loro punti forti.

Lo stesso Keynes ammette, umilmente, di avere per lungo tempo creduto e diffuso le teorie economiche “classiche”, fino a rendersi conto che non erano in grado di interpretare correttamente la realtà. A quel punto Keynes mise in discussione le proprie “certezze”, arrivando a sviluppare una visione più generale dei fenomeni economici.

Gli argomenti in discussione sono di un’importanza che non può essere esagerata. Ma se le mie spiegazioni sono corrette, sono i miei colleghi economisti e non il pubblico generale che devo convincere per primi. A questo stadio della discussione il pubblico generale, sebbene sia benvenuto nel dibattimento, è soltanto un uditore esterno del tentativo di un economista di risolvere divergenze profonde di opinione fra colleghi economisti, le quali hanno attualmente quasi distrutto l’influenza pratica della teoria economica; influenza che non potrà risollevarsi fin tanto che quelle divergenze non saranno composte.

La relazione fra questo libro e il mio Trattato sulla moneta, pubblicato cinque anni or sono, è probabilmente più chiara a me stesso di quanto sarà ad altri; e quella che nella mia mente è un’evoluzione naturale secondo una linea di pensiero che ho perseguita per parecchi anni, può talvolta colpire il lettore come un mutamento di opinione tale da generare confusione. Questa difficoltà non è alleviata da certe variazioni di terminologia che ho ritenuto di dover compiere. Ho indicato queste variazioni di linguaggio nel corso delle pagine seguenti; ma la relazione generale fra le due opere può essere espressa brevemente come segue.

Quando cominciai a scrivere il Trattato sulla moneta, seguivo ancora le linee tradizionali,considerando l’influenza della moneta come qualcosa, per così dire, di separato dalla teoria generale della domanda e dell’offerta. Quando finii di scriverlo, avevo compiuto qualche progresso nel far risalire la teoria monetaria per farla divenire una teoria della produzione nel suo complesso. Ma la mia scarsa emancipazione da idee preconcette si rivelò in quello che ora mi sembra il difetto preminente delle parti teoriche di quell’opera (ossia i libri III e IV): il non essere riuscito a trattare a fondo degli effetti di variazioni del livello di produzione. Le mie «equazioni fondamentali» erano un quadro istantaneo preso col presupposto di una produzione data. Esse cercavano, di mostrare come, assumendo un dato volume di produzione, potessero svilupparsi forze tali da implicare uno squilibrio dei profitti, e quindi da richiedere una variazione del livello della produzione. Ma lo sviluppo dinamico, distinto dal quadro istantaneo, rimase incompleto e molto confuso. Questo libro, invece, è finito per diventare in sostanza uno studio delle forze che determinano variazioni del volume della produzione e dell’occupazione a livello globale; e, mentre vi si trova che la moneta entra nello schema economico in un modo essenziale e peculiare, i particolari tecnici monetari recedono in secondo piano.

Solo i grandi pensatori sanno riconoscere di essersi precedentemente sbagliati.
La “conversione ideologica”, quindi, è un passaggio mentale fondamentale, anche per ciascuno di noi, per comprendere come funziona la macroeconomia, distaccandoci da quanto abbiamo letto per decenni sui giornali e da ciò che in questo momento riteniamo essere “evidente”.

Troveremo che un’economia monetaria è essenzialmente un’economia nella quale le mutevoli aspettative sul futuro influenzano non soltanto la direzione, ma anche il volume dell’occupazione. Ma il nostro metodo, di analizzare i comportamenti economici del presente sotto l’influenza delle mutevoli opinioni sul futuro, è un metodo che dipende dalle reazioni reciproche della domanda e dell’offerta, ed in tal modo è collegato con la nostra teoria fondamentale del valore. Giungiamo così ad una teoria più generale, che comprende come caso particolare la teoria classica che ci è familiare.

Le teorie economiche “classiche” che oggi vanno per la maggiore sono valide, ma solo in certe particolari condizioni.
Come dire che non è pericoloso aprire la portiera dell’auto e scendere fuori.
Ma questo è vero solo se l’auto è ferma. Se l’auto è in modo, la teoria non è più valida.
Così avviene per l’economia: teorie valide in periodo di prosperità economica e di piena occupazione non sono più valide se ci si trova in recessione, con alto tasso di disoccupazione.

Lo scrittore di un libro come questo, avventurandosi su sentieri malcerti, deve contar molto sulla critica e la conversazione, se vuol evitare una troppo grande proporzione di errori. È incredibile a quante sciocchezze si possa temporaneamente credere se si pensa per troppo tempo da soli, specialmente in economia (oltreché nelle altre scienze sociali), dove è spesso impossibile sottoporre le proprie idee ad una prova conclusiva, sia formale che sperimentale. In questo libro, forse più ancora che scrivendo il Trattato sulla moneta, mi sono avvalso del consiglio costante e della critica costruttivadi R. F. Kahn; e molte cose non avrebbero assunto la forma attuale se non per suo suggerimento. Ho ricevuto grande aiuto anche dalla signora Joan Robinson, da R. G. Hawtrey e da R. F. Harrod, i quali hanno letto tutte le bozze di stampa.

L’economia non è una scienza esatta, come lo sono la fisica o la chimica. In economia non è possibile compiere esperimenti, isolando un fenomeno da tutti gli altri fenomeni esterni. Difficilmente le teorie possono essere sconfessate dalla realtà dei fatti, se i fatti vengono letti solo in chiave ideologica.
Di conseguenza, per evitare sciocchezze, è necessario approfondirla facendo studi teorici, con logica rigorosa, confrontandosi continuamente con la realtà e con altre persone, sempre con atteggiamento critico.
L’indice è stato compilato da D. M. Bensusan-Butt del King’s College di Cambridge. La composizione di questo libro è stata per l’autore una lunga lotta di evasione, e tale dev’esserne la lettura per la maggioranza dei lettori affinché l’assalto dell’autore su di loro abbia successo: una lotta di evasione da modi abituali di pensiero e di espressione.

Le idee che qui sono espresse tanto laboriosamente sono estremamente semplici e dovrebbero essere ovvie. La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente.

 

13 dicembre 1935.

  1. M. KEYNES

 

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