PARMALAT / UNA LEGGE PER LA RESTITUZIONE DEL MALTOLTO

8 settembre 2018

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Dopo le ultime notizie in qualche modo di segno positivo sull’ex gruppo Parmalat e la francese Lactalis che l’ha rilevata, si sollevano le vibrate proteste dei piccoli risparmiatori i quali dopo ben 15 anni – il crac avvenne nel 2003 – si vedono ancora bistrattati e del tutto dimenticati. Molti di loro hanno perso tutto quanto avevano messo da parte dopo una vita di lavoro.

Il comitato che si è costituito da anni e continua a dar  battaglia si chiana CRIPAC, acronimo di Comitato Piccoli Risparmiatori Vecchia Parlamat, molti dei quali ricordano le antiche promesse della stravecchia politica che avrebbero recuperato, se non tutto, almeno una buona fetta del capitale. Invece niente. Un muro di gomma: tra leggine, finte leggi, provvedimenti taroccati, il nulla. Tutto per gettar fumo negli occhi a chi – con ogni probabilità – non rappresentava un palcoscenico così appetibile sotto il profilo elettorale.

Ecco alcuni stralci dell’ultimo documento elaborato dal Cripac e inviato ai vertici istituzionali, soprattutto al vicepremier e ministro per l’Economia e lo Sviluppo Produttivo, il 5 Stelle Luigi Di Maio, visto che proprio l’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva promesso di interessarsi in modo concreto, e non a parole, della situazione, elaborando un apposito disegno di legge, tre anni fa.

Il Cripac inizia duro e parla subito di una “Truffa di Stato”, come è in realtà. Dopo 15 anni chiediamo ancora i rimborsi istituzionali che ci spettano – è l’inizio del j’accuse – siamo rimasti inconsapevoli vittime del più colossale crac finanziario, truffati dagli amministratori e dai dirigenti di quello che era nel 2003 l’ottavo gruppo industriale italiano”.

Il ministro Alfonso Bonafede

“Siamo stati dimenticati dalle ‘istituzioni’. Il decreto 2003 è riuscito a salvare le attività industriali, ma non a garantire il recupero dei crediti dei piccoli risparmiatori coinvolti. Il problema è che i risarcimenti non sono finiti nelle tasche dei truffati. I piccoli azionisti, infatti, sono stati del tutto esclusi dal capitale della ‘Nuova Parmalat‘, nata proprio per effetto della ristrutturazione e a cui sono stati  conferiti tutti i capitali raccolti dal commissario straordinario (Enrico Bondi, ndr). Poi il tutto è stato rilevato dalla francese Lactalis. Acquisendo Parmalat spa, Lactalis si è intascata un ‘tesoretto’, ovvero le ingenti somme che per logica e giustizia sarebbero dovute spettare in quota parte agli azionisti truffati”.

Così continua la protesta dei piccoli azionisti: “Cripac rappresenta da 15 anni gli interessi dei soggetti e dei risparmiatori che hanno vissuto e stanno vivendo una vera, interminabile odissea. Abbiamo tenuto una conferenza stampa a dicembre del 2013, da cui prese l’avvio un’interrogazione parlamentare e la proposta di legge numero 2954 del 12 marzo 2015 portata avanti dall’allora deputato Alfonso Bonafede. La proposta conteneva un particolareggiato piano di ristoro a favore dei risparmiatori e dei piccoli azionisti in carico alla Parmalat adesso risanata. La proposta – precisano gli animatori di Cripac – non è mai arrivata purtroppo in Parlamento ed è decaduta con la precedente legislatura”.

E così concludono l’appello: “Ci aspettiamo che l’attuale governo si adoperi nel più breve tempo possibile affinchè i piccoli azionisti della vecchia Parmalat siani risarciti del danno sofferto, a cura della attuale società Parmalat spa, come era stato indicato nella citata proposta di legge Bonafede. Aspiriamo legittimamente a rientrare in possesso del diritto perduto a causa della ‘truffa del secolo’ e godere, per la nostra quota parte, dei risarcimenti spettanti”.

Guarda caso, Bonafede è il neo Guardasigilli, conosce molto bene la vicenda per tutto quanto il Cripac ricostruisce e ricorda. Chi meglio di lui, di concerto con il vicepremier e ministro dell’Economia Di Maio, può metter fine alla “truffa del secolo” come giustamente la definiscono i piccoli azionisti?

Perchè non dare un segnale vero di cambiamento, tutelando coloro i cui diritti vengono regolarmente calpestati dai Moloch dell’impresa (spesso taroccata) e della finanza, perchè finalmente la giustizia diventi una parola concreta e il rispetto delle regole (in questo caso del credito) non una mera utopia?

L’Europa si sta liberando dagli Stati Uniti?

marx21.it 8.9.18

Pubblicato sul Global Times il 2 settembre 2018

“L’Europa non può più contare sugli Stati Uniti per la sua sicurezza”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron nel suo ultimo intervento a Parigi. Non è una novità, le parole di Macron riecheggiano la dichiarazione del cancelliere tedesco Angela Merkel a maggio. Francia e Germania sono sulla stessa pagina? A giugno, vi è stata una proposta di otto paesi europei, oltre al Regno Unito, per la creazione di una “Forza europea d’intervento”. Tuttavia, queste mosse sono spesso considerate incoerenti con l’avanzamento della cooperazione strutturata permanente (PESCO) e le politiche della NATO in Europa.

Non è un caso, pertanto, che l’Italia e altri membri dell’UE hanno espresso scetticismo, mentre gli Stati Uniti non possono vedere una simile iniziativa in modo positivo. Inoltre, dovremmo tenere presente che la convergenza tra Francia e Germania in materia di sicurezza corrisponde a differenze nelle politiche economiche.

Suggerisco tre diverse prospettive sulle questioni di sicurezza: europea, statunitense e globale.

Prima prospettiva. Le nazioni più potenti d’Europa, Francia e Germania, con una tradizione imperialista, stanno suggerendo a più riprese la creazione di una maggiore indipendenza strategica europea dagli Stati Uniti. Questo obiettivo è il risultato delle nuove politiche del presidente americano Donald Trump, che mostra una tendenza ad abdicare dalle proprie responsabilità internazionali. È noto infatti che l’amministrazione Trump sta riducendo gli impegni degli Stati Uniti in materia di cooperazione climatica e multilateralismo. Peraltro, la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano e di imporre un nuovo pacchetto di sanzioni alle imprese europee che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran ha portato a una resistenza europea concertata. L’irritazione europea con gli Stati Uniti è stata palesata da Germania e Francia in molte occasioni ufficiali. Tuttavia, questi due paesi sono ancora intrappolati nella retorica e non stanno attirando l’approvazione di altri paesi dell’UE.

Altre nazioni europee, il gruppo di Visegrad, l’Italia e altri paesi sono pronti a respingere le normative economiche e migratorie dell’UE, e sono particolarmente scettici nei confronti della Germania e della Francia, che, a causa delle loro diverse tradizioni geostrategiche, sembrano voler sviluppare una propria agenda strategica per controllare e dominare l’Europa e le attuali dinamiche di riposizionamento in un nuovo mondo multipolare.

Potremmo certamente vedere positivamente la dichiarazione di Macron per un’Europa indipendente e l’apertura alla Russia e alla Turchia per gestire la crisi siriana, marginalizzando l’idea di rimuovere il presidente siriano Bashar al-Assad. Tuttavia, le ambizioni di Macron di mettere la Francia in prima linea nel processo di riforma europeo non possono essere accettate passivamente da molti in Europa. Per diverse ragioni, come per esempio le tendenze imperialistiche francesi manifestatesi in Libia e nella guerra in Siria, attraverso l’illegittima interferenza contro paesi sovrani. Inoltre, c’è un nuovo vento in Europa, che non è solo populista, ma anche popolare, contro un establishment europeo fallito; e Macron ne fa parte. A mio parere, l’immagine di Macron come leader dei progressisti europei per arginare la crescita delle spinte nazionalistiche imploderà presto.

Seconda prospettiva: tradizionalmente, gli Stati Uniti hanno dominato la NATO ed asservito lo spazio europeo asservito per i propri interessi strategici. Washington non può accettare, anche se sarebbe saggio, un’Europa strategicamente indipendente nell’era di Trump. Anche se l’idea di rafforzare le relazioni Europa-Russia può sembrare più vicina all’approccio di Trump, di maggiore apertura alla Russia, essa è però vista come un pericolo dall’apparato militare-industriale della NATO.

Macron ha detto: “La storia di questi popoli [Russia e Turchia] è stata fatta con l’Europa, dobbiamo accettare che ci sarà una grande Europa, anche più grande dell’Unione europea”. Questa affermazione può essere interpretata come uno sforzo a sviluppare nuove relazioni cooperative e aprire maggiormente al multilateralismo. Tuttavia, ancora una volta ciò è considerato dannoso per i piani geostrategici statunitensi volti a contenere il consolidamento della SCO.

La terza prospettiva afferma che, secondo un’analisi globale e strutturale, le dinamiche sopra menzionate sono contraddittorie e caotiche. Questo è ciò che considero un risultato inevitabile di una più ampia trasformazione strutturale a livello globale. Penso che sia emerso un mondo multipolare ed è qui per restare; soprattutto grazie all’approccio diplomatico, culturale ed economico avanzato mostrato dai BRICS e da altre organizzazioni dei paesi emergenti, chiaramente insoddisfatti del vecchio ordine internazionale guidato dall’Occidente.

Sicuramente, gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero parlare direttamente di una necessaria riforma delle relazioni strategiche, al di fuori della struttura della NATO e in base alle affermazioni europee su una rinnovata indipendenza strategica. Ad esempio, gli Stati Uniti dovrebbero accettare e sostenere un approccio cooperativo nelle relazioni Europa-Russia, le potenze occidentali dovrebbero rinunciare all’interventismo militare e l’Europa dovrebbe elaborare e attuare piani di sviluppo economico e politico, basati sulla reciprocità e la cooperazione con il Medio Oriente, l’Africa e le varie regioni asiatiche. Quando i cittadini europei vivono in condizioni economiche avverse, l’Europa dovrebbe concentrarsi su priorità diverse da “sicurezza” e “difesa”.

Per questi motivi, prevedo il proseguimento di movimenti contraddittori all’interno dello spazio Nord-Atlantico e l’emergere, nei prossimi 30 anni, di un ordine mondiale post-NATO.

L’autore è professore associato di studi internazionali presso l’Istituto Internazionale Lorenzo de ‘Medici, a Firenze, membro del think tank CCERRI, Zhengzhou, e membro di EURISPES, Laboratorio BRICS, Roma. Il suo ultimo libro è Geofinance and Geopolitics, Egea. opinion@globaltimes.com.cn

SOROS PAPERS V: Elenco delle associazioni italiane finanziate per la campagna delle elezioni europee del 2014.

di Francesco Galofaro, Politecnico di Milano marx21.it

Nelle ultime due uscite della nostra inchiesta abbiamo ricostruito il sistema integrato delle comunicazioni messo in piedi dalla Open Society Foundation allo scopo di influenzare il risultato delle scorse elezioni europee del 2014. E’ possibile leggere le due parti ai seguenti indirizzi:

Europee 2014: come la Open Society ci spia su Twitter

Come la Open Society Foundation influenzò l’opinione pubblica durante le elezioni europee del 2014

La tornata elettorale ha portato all’elezione di oltre 226 europarlamentari considerati “affidabili” dalla fondazione, tra i quali una pattuglia di 14 italiani, come abbiamo visto nelle prime due parti dell’inchiesta, che possono essere reperite agli indirizzi:

Come la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

Geografia politica degli eurodeputati affidabili

Quel che andiamo ad approfondire con il numero di oggi sono i progetti italiani finanziati in occasione della campagna elettorale del 2014, con alcune considerazioni sulla sovranità dello stato nel senso tradizionale del termine e della sua nuova versione algoritmica.

Progetti in Italia

Alcuni tra i progetti finanziati riguardano tutti i Paesi europei, mentre altri legano le elezioni europee a elezioni locali e a temi specifici. Di seguito approfondiremo i progetti che riguardano specificamente l’Italia.

Arcigay

Primo fra tutti il progetto dell’Arcigay “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014”, finanziato con 99.690 dollari, destinato a costituire (traduciamo) “uno strumento permanente per monitorare, lanciare, campagne, monitorare e costituire in lobby” la comunità gay e i simpatizzanti. Se l’obiettivo di ridurre la distanza tra gli standard italiani ed europei di protezione può essere condivisibile, molte più perplessità suscita lo strumento prescelto, ovvero la costituzione in lobby. A parere di chi scrive, il fenomeno delle lobby costituisce una pericolosa degenerazione della democrazia. A parte ciò, “Lobby gay” è un’espressione usata fin qui dai cattolici conservatori per squalificare quanti lottano per i diritti LGBT. Che Arcigay si dia da fare per dimostrare i teoremi dei complottisti sembra quantomeno un autogol clamoroso [1]. Infine, ci si può chiedere cosa dia ad Arcigay la presunzione che le sue iniziative legislative rappresentino le istanze, le idee e i valori dell’universo non-eterosessuale. La domanda non sembra affatto peregrina: è alla luce del sole il conflitto tra articolazioni di Arcigay e Arcilesbica sul tema controverso dell’utero in affitto [2] fino allo sfratto [3].

Minoranze Rom

Per continuare con i progetti, 26.100 dollari sono stati stanziati per l’Associazione Upre Roma, per stimolare il voto della minoranza Rom. 25.000 dollari sono andati per scopi analoghi alla Fondazione Romani Italia.

Associazione 21 Luglio

L’ONLUS Associazione 21 Luglio ha ricevuto 49.782 dollari per un progetto intitolato “Per i diritti, contro la xenofobia”. L’associazione ha lo scopo di raccogliere donazioni in favore dei diritti dei bambini [4], ma il progetto finanziato dalla Fondazione ha per scopo il monitoraggio dei media per quel che riguarda discriminazioni nei confronti di Rom, Sinti e Migranti e l’apertura di contenziosi strategici, ove possibile.

Centro Studi ed Iniziative Europeo

Una cifra relativamente modesta (8.910 dollari) è andata a finanziare il progetto “Platform for voice”, che ha lo scopo di sviluppare contenuti e statistiche da mettere a disposizione delle organizzazioni che lottano per i diritti delle persone marginalizzate. Si tratta quindi di una delle attività che abbiamo classificato come “produzione di contenuti” per la rete di comunicazioni nella scorsa puntata della nostra inchiesta.

COSPE

L’organizzazione Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti ha ricevuto 46.090 dollari con l’obiettivo di stimolare l’impegno attivo dei cittadini europei residenti in Italia nella vita politica e pubblica mobilitandoli a registrarsi e votare; di mobilitarli a partecipare attraverso una campagna di informazione multimediale; di amplificarne la voce e le richieste attraverso le loro associazioni rappresentative partner del progetto. E’ uno dei tanti progetti per mobilitare i cittadini europei immigrati in altri Paesi: tra i gruppi rappresentati, troviamo anche Polacchi, Rumeni, Cechi residenti in Inghilterra. E’ facile presentare la UE come l’unica difesa (forse più auspicata che reale) da quelle istituzioni nazionali e locali che discriminano gli immigrati dai Paesi appartenenti alla comunità (razzismo istituzionale).

European Alternatives – Italian branch

49.500 dollari sono stati stanziati per un progetto di ampiezza europea ma gestito da questa organizzazione italiana. Nel nome dei diritti dei più deboli (immigrati, giovani) l’organizzazione si propone di organizzare iniziative di campagna elettorale in senso tradizionale: sei tour in roulotte transnazionali, feste elettorali, un sito dedicato, videointerviste ecc. in collaborazione con ONG locali, stakeholders, attivisti, volontari. La stessa organizzazione ha ricevuto ulteriori 24.950 dollari per l’organizzazione di un campus autunnale, dal titolo “aggiustare l’Europa” per meglio valutare le iniziative itineranti e comprendere “come migliori organizzazioni di base e della società civile transnazionali potrebbero utilizzare l’attuale Legislatura europea per creare piattaforme europee trasversali e iniziative comuni attorno ad obiettivi condivisi”.

Media Diversity Institute

Tra le iniziative più inquietanti abbiamo questo progetto, intitolato “Our Elections”, che si propone di realizzare una campagna mediatica di tre mesi. Il giovani sono il “bersaglio” preso di mira, e lo scopo, oltre alla mobilitazione elettorale, è “rivelare atteggiamenti, travisamenti e manipolazioni dei politici xenofobi attraverso l’umorismo e il dramma”. L’organizzazione, la cui referente è una certa “signorina Naomi Love”, non è italiana, non rende conto ad alcuna autorità di controllo italiana e si propone di intervenire, oltre che in Italia, anche in Grecia, Regno Unito e Ungheria, mobilitando i giovani attraverso messaggi che suscitino reazioni in primo luogo emotive. Il budget per l’iniziativa ammonta a 49.663 dollari.

Altri interventi di organizzazioni non italiane

Molti interventi prevedono una lista di Paesi, tra i quali l’Italia, e hanno per bersaglio forze politiche definite genericamente “euroreject” o “anti-EU”; tra queste, l’ungherese Political Capital Institute, il cui progetto ha dichiaratamente “una forte focalizzazione sull’Italia” (finanziamento: 95.228 dollari). Transparency International è stata finanziata per denunciare i conflitti di interessi dei candidati (122.000 dollari) coinvolgendo i social network per incoraggiare la vigilanza collettiva. L’elenco di tutti i progetti di organizzazioni straniere che operano l’Italia sarebbe molto lungo, essendo coinvolta in 39 progetti su 90.

Il programma fiscale

Tra le iniziative più interessanti, troviamo quella di SOMO (Stichting Onderzoek Multinationale Ondernemingen) che ha per bersagli l’Olanda e l’Italia. Il progetto, intitolato “Perdite pubbliche, guadagni privati”, è volto a far pressione per i seguenti obiettivi:

1) più rigorosi obblighi di rendicontazione fiscale e trasparenza per le società transnazionali, tra cui la titolarità effettiva e la rendicontazione dei pagamenti delle imposte paese per paese;

2) rafforzare la lotta contro i flussi di capitale illecito;

3) riforme del settore finanziario che impediscono che i costi dell’eccessiva assunzione di rischio siano a carico dei contribuenti e delle società;

4) meccanismi rafforzati di applicazione della responsabilità aziendale in generale.

Si tratta davvero di un ottimo programma, da un punto di vista liberal-liberista, volto a combattere chiari abusi a danno di piccoli azionisti, Stati e popoli europei, senza discutere, ahimè, quell’assurda concentrazione di capitali nelle mani di pochi attori che ne è causa prima e motore immobile. Per realizzarlo sono stati spesi 150.000 dollari.

Italiani di successo

49.270 dollari sono stati devoluti all’associazione Young European Federalists per realizzare il progetto MovEurope2014, una campagna transnazionale avente lo scopo di sensibilizzare i giovani e incoraggiarne il dialogo con i policy-makers europei su un certo numero di temi selezionati. Il referente è il sig. Federico Guerrieri, che di mestiere fa il “coordinatore di campagne” – a giudicare dalla sua pagina LinkedIn [5]. E’ molto interessante notare come si tratti di una persona su cui la Open Society Foundation ha in seguito investito molto: nel suo curriculum troviamo infatti un periodo di un anno alla Open University, dal 2014 al 2015.

Lobby Vs Partito

Prima di passare a un nuovo capitolo dell’inchiesta, vorremmo fare alcuni approfondimenti sul problema rappresentato dall’intervento massiccio della fondazione di Soros sul territorio italiano. Non contando infatti i progetti che hanno per estensione l’Europa intera, quelli di cui ci siamo occupati fin qui ammontano a un investimento di circa 750 mila dollari. Per dare un’ordine di grandezza, si tratta di una cifra superiore a quella dichiarata dal Movimento 5 Stelle in occasione della stessa campagna elettorale del 2014, ovvero cpoco meno di 500.000 euro [6].

Ci troviamo quindi di fronte a un’insieme di associazioni, non tutte italiane ma operanti sul suolo italiano, che hanno la forza di un piccolo partito (com’erano allora i 5 stelle) e che rendono conto a un singolo finanziatore residente negli Stati Uniti, dal quale ricevono fondi in dollari. Le loro azioni rispecchiano i valori di una persona sola, le loro azioni politiche riflettono il disegno di un’unica mente. Si tratta infine di una organizzazione che non è un Partito. A differenza della lobby delle multinazionali del farmaco, un Partito non si specializza su un tema selezionato, perché mira, una volta al potere, a esercitare la sovranità. A proposito di quest’ultima, infatti, Foucault scrive che essa non è isotopica [7]. Scomoda così una nozione cara ai semiotici, ovvero quella di isotopia, che indica la distribuzione coerente di un certo tema, ovvero un certo livello di significato, che dà luogo a una data lettura della società (nel nostro caso).

Al contrario, l’azione politica della la lobby di Soros si esercita in Italia attorno a pochi e selezionati temi: diritti delle minoranze, conflitto di interessi e regole per la concorrenza, anti-razzismo. Come ogni lobby, non promuove una sintesi tra le diverse contraddizioni che attraversano la società, ma prende parte in causa, oltre a essere del tutto assente su alcuni temi – per citarne tre, stato sociale; diritti dei lavoratori; ambiente. In questo modo, finisce per porsi in conflitto con la sovranità dello Stato.

Sovranità: una nozione in crisi

Non è facile individuare fenomeni reali che corrispondano al concetto, arbitrario, di “sovranità”. Tutta la recente produzione delle Relazioni Internazionali parte dal presupposto che l’ottica dello Stato sia insufficiente a comprendere le dinamiche della politica internazionale, intesa come sistema [8]. Accanto agli Stati le teorie prendono in considerazione attori intergovernativi (ad es. l’ONU) transnazionali (multinazionali, banche) e ONG (Croce rossa, Amnesty International), le quali, sia detto, nella maggior parte dei casi agiscono comunque in conformità con le linee di politica estera dei rispettivi governi [9]. Nelle visioni sistemiche, l’idea centrale delle relazioni internazionali classiche, la finzione per la quale ogni Stato è un attore unitario, è criticata in quanto ideologica e controfattuale. Lo sviluppo diseguale dei centri e delle periferie economiche mondiali è un effetto sistemico del capitalismo, e non il frutto di un qualche “ritardo”. Dunque, non tutti gli Stati sono uguali, non tutti sono in grado di esercitare una sovranità effettiva [10].

Lo svuotamento dello Stato

Secondo Maynz [11], tra le principali funzioni di uno Stato, troviamo:

– la regolazione dei rapporti tra territorio e ambiente esterno (difesa dei confini, imperialismo, politica di potenza ecc.);

– Regolazione dei rapporti interni (tra individui, tra classi ecc.);

– Garanzia di funzionamento della Pubblica amministrazione;

Se pensiamo all’azione della Open Society di Soros come a un attore non governativo in grado di influenzare dall’interno le scelte politiche di un determinato Stato, notiamo come questa definizione di Stato non possieda che una validità formale: mentre gli Stati continuano nominalmente a esistere, da un punto di vista funzionale, i principi in base ai quali il loro interesse è individuato vengono decisi altrove, all’esterno dello Stato stesso.

La sovranità algoritmica

Come si vede, solo una parte delle azioni della Open Society Foundation ha effetto a partire dalle sue articolazioni presenti nel territorio italiano. Un’altra parte ha efficacia perché, attraverso Internet e più in genere tramite il sistema delle comunicazioni, il territorio dello Stato confina con ogni altro territorio. Internet ha una funzione analoga a quella del mare, che fa sì che Genova confini con Shanghai, con la differenza che per giungervi non occorrono mesi e mesi di traversate. E’ ciò che Foucault chiamerebbe un’eterotopia, la quale non solo connette spazi ritenuti incompatibili, ma li rende penetrabili [12]. Attraverso le connessioni eterotopiche provviste dai nuovi media si rivela una nuova minaccia per la sovranità algoritmica di uno Stato. Infatti, pur nelle tante possibili definizioni e articolazioni della nozione di sovranità, la sua effettività semiotica può essere rivelata dalle sue violazioni. In modo simile, per esempio, la presenza del sacro, comunque lo definiamo, si rivela dalla possibilità della profanazione.

La nuova questione della sovranità

La questione della sovranità è variamente articolata in versioni nazionaliste, comunitariste, oppure patriottiche: queste ultime la legano alla questione sociale. E’ inutile farsi illusioni: tutte queste opzioni politiche sono nel mirino di Soros, e considerate a vario titolo estremiste, euroscettiche, populiste. Per intenderci, in Italia il problema non riguarda solo la Lega o il M5s, ma anche PaP e i vari partiti comunisti. Per tutti i motivi che abbiamo visto fin qui, sarebbe un errore considerare una lobby “progressista” solo perché alcuni dei valori che ci propone ci persuadono. Si tratta solo di una leva per far passare un più generale attacco allo Stato condotto da diversi attori transnazionali come le multinazionali, non governativi come la stessa Open Society Foundation, o intergovernativi come l’Unione Europea. Paradossalmente, il così detto sovranismo si alimenta della crisi della sovranità. E’ venuta meno la finzione per cui tutti gli Stati sono uguali: pochi sono gli stati sovrani superstiti: la Cina, la Russia – altro avversario storico di Soros. La limitazione programmatica delle leve di intervento dello Stato non fa che ridurre la forza dei popoli a vantaggio del potere delle grandi organizzazioni private tanto su un piano economico quanto su quello politico. Organizzazioni come la Open Society Foundation hanno in primo luogo il dovere, per poter agire efficacemente, di discutere la sovranità dello Stato, di ridurlo all’esercizio puramente formale delle proprie funzioni, di azzerarne il potere. Il tutto per stabilire quale sia il vero interesse del popolo nonostante quel che crede il popolo.

NOTE

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lobby_gay
[2] http://www.arcilesbica.it/comunicati-stampa/arcilesbica-risponde-al-circolo-mario-mieli/
[3] https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_maggio_15/arcigay-sfrattaarcilesbica-casseroe-scontro-9d475890-580e-11e8-ac60-60db95e74eb3.shtml
[4] http://www.21luglio.org/21luglio/cosa-facciamo/
[5] https://www.linkedin.com/in/federico-guerrieri-9639a727/?locale=en_US
[6] http://www.ilblogdellestelle.it/2014/12/rendicontazione_delle_spese_del_m5s_per_le_elezioni_europee.html
[7] Foucault, M. Il potere psichiatrico: corso al collège de France (1973-1974), Milano: Feltrinelli, 2004, p. 51.

[8] Cfr. Falk – Kim, “World Order Studies and the World System”, in Thompson (ed.) Contending Approaches to World System Analysis, Beverly Hills, Sage, 1983.

[9] https://www.anarcopedia.org/index.php/Organizzazione_Non_Governativa
[10] Cfr. Amin, S. Lo sviluppo ineguale, Torino: Einaudi 1977.

[11] Mayntz, R. Sociologia dell’amministrazione pubblica, Bologna: il Mulino, 1982, pp. 62-63.

[12] Foucault, M. Spazi altri: i luoghi delle eterotopie, Udine: Mimesis, 2008.

AUTOSTRADE/ Perché nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Castellucci?

Azionisti compatti nella difesa dell’amministratore delegato. Che grazie al monopolio sulla gestione delle autostrade ha garantito alla società profitti elevatissimi. PAOLO ANNONI

Giovanni Castellucci (LaPresse)Giovanni Castellucci (LaPresse)

Di tutte le cose che si sono sentite in queste settimane su Atlantia e dintorni quella che ci stupisce di meno è la sicurezza del posto di amministratore delegato di Castellucci. Ancora ieri veniva negata qualsiasi intenzione di dimissioni e ci immaginiamo che il fronte degli azionisti su questo punto sia compattissimo; soprattutto, lavoriamo ancora di fantasia, tra quegli azionisti “più uguali degli altri” che concorrono a determinare il cda.

Nella eventuale distribuzione di responsabilità, onori o oneri si deve sempre ricordare che Sintonia con il 30% del capitale nomina l’80% dei membri del cda; niente di strano o anomalo, ovviamente, ma è sempre utile ricordarlo quando si “incolpano”, proporzionalmente, anche i piccoli risparmiatori.

In ogni caso, i successi finanziari dell’attuale amministratore delegato del gruppo sono da incorniciare allo stesso modo di quelli di un Marchionne, anche se nessuno ne ha mai parlato. Il fatto che nessuno ne abbia mai parlato è una delle tante ragioni che ci sconsiglierebbero qualsiasi cambio al vertice.

Prima del crollo del ponte di Genova il titolo Atlantia viaggiava a livelli prossimi ai massimi di sempre, scalfito solamente dal rialzo dello spread, e la società si avviava a diventare il principale concessionario europeo, mentre continuava a distribuire dividendi che in questi tempi di tassi schiantati erano ancora estremamente appetibili. Questo successo veniva costruito gestendo la concessione autostradale di un Paese che negli ultimi dieci anni ha vissuto almeno due crisi epocali, Lehman Brothers e la crisi dei debiti sovrani del 2011/2012, con la disoccupazione stabilmente sopra la doppia cifra. Questa vera e propria gallina dalle uova d’oro continentale, e cioè il monopolio (o quasi) sulle autostrade italiane, si apprestava a essere allungata di quattro anni, senza alcuna gara, con i generosi rendimenti connessi.

Come dimenticare poi i successi nei primi anni 2000, quando alcuni organi ministeriali sollevano, secondo noi con argomenti molto validi, un problema di extra remunerazione, oppure quando lo “scontro” con Di Pietro si concludeva con la blindatissima convenzione del 2007?

L’affondo su Abertis a suon di miliardi e valutazioni talmente piene che nessun fondo sovrano o infrastrutturale si faceva avanti e che finiva, per forza di cose, con un compromesso che comunque garantiva al gruppo italiano la maggioranza, avveniva senza che nessuno si chiedesse da dove e come venissero tutti quei miliardi e come fosse possibile che il concessionario di un Paese così fragile potesse avere una tale forza finanziaria.

Potremmo poi citare i successi nelle trattative con il governo italiano sulla concessione di Aeroporti di Roma, o, più recentemente, quelli dell’affondo sull’aeroporto di Venezia. L’abilità nel trattare con il concedente è stata praticamente leggendaria, così come quella di mantenere un profilo bassissimo; il risultato è un leader continentale costruito con i pedaggi incassati nel malato d’Europa senza che nessuno si accorgesse di una contraddizione inspiegabile senza assumere, anche, l’estrema “generosità” dello Stato italiano. I concessionari francesi o spagnoli (quelli tedeschi non esistono) così tanti soldi non li hanno mai fatti eppure le economie sono molto più sane…

Senza l’incidente di Genova che, sospettiamo fortemente, sarà alla fine solo un incidente di percorso, oggi le analisi sulla profittabilità della concessione sarebbero ancora ristrette a un esiguo manipolo di osservatori guardati con il sospetto che normalmente si riserva agli ufologi. Per questo non ci stupiamo affatto che nessuno discuta una leadership che ha prodotto tali risultati.

La “regola del 3 per cento”, spiegata bene

Il post.it 8.9.18

Se ne parla e se ne parlerà ancora molto: perché Salvini dice che la vuole “sfiorare dolcemente” e perché, in realtà, c’entra poco e niente con l’Italia

In queste settimane il governo sta mettendo a punto la legge di stabilità per il 2019 ed è alle prese con la decisione più complicata da quando si è insediato: decidere quanto spendere più di quanto incassa, cioè, come si dice in gergo, “quanto deficit fare”. Sui giornali e nelle interviste ai politici tutto sembra ruotare attorno alla “regola del 3 per cento”, che secondo l’interpretazione più diffusa stabilisce che il nostro paese non dovrebbe avere un deficit superiore al 3 per cento del Prodotto Interno Lordo (PIL).

Il segretario della Lega Matteo Salvini, per esempio, ha detto questa settimana che il governo intende soltanto “sfiorare“questa soglia, mentre altri esponenti del governo dicono a turno che intendono oltrepassarla oppure che la vogliono rispettare. In realtà il dibattito in corso ha ben poco a che fare con la “regola del 3 per cento”, un’espressione diventata nel tempo poco più di un modo di dire giornalistico per riferirsi a un complesso di regole molto più articolato.

Il 3 per cento non esiste

Secondo quanto scrivono i giornali, in realtà nessuno all’interno del governo sta pensando seriamente di portare il deficit per il 2019 nemmeno vicino al 3 per cento. Il dibattito sarebbe tra chi, come il ministro dell’Economia Giovanni Tria, vuole portarlo intorno all’1,6 per cento e chi, invece, come numerosi esponenti di Lega e Movimento 5 Stelle, vorrebbero portarlo fino al 2 per cento.

Avremo un’idea migliore di quale linea prevarrà entro la fine di settembre, quando il governo dovrà presentare un documento con le sue intenzioni per l’anno prossimo, la Nota di aggiornamento al DEF. Sarà in ogni caso di un aumento considerevole, visto che il governo Gentiloni aveva fissato il deficit allo 0,8 per cento del PIL: circa la metà di quanto vorrebbe la linea considerata prudente del ministro Tria.

L’andamento di deficit e debito italiani nel corso degli ultimi anni (ANSA/Centimetri)

Il dibattito sul 3 per cento è abbastanza sterile, perché non è questo il limite che le regole europee impongono alla nostra spesa pubblica. La soglia massima del 3 per cento è stata stabilita dai Trattati di Maastricht, ma ogni paese contratta con la Commissione europea condizioni e impegni diversi sulla base delle sue esigenze specifiche e della sua condizione economica. L’Italia ha uno dei debiti pubblici più alti del mondo, molto più alto di quanto prevedono le regole europee, e per questo il nostro paese deve rispettare criteri molto più stringenti di quel 3 per cento, che è invece il limite massimo di deficit per i paesi più virtuosi.

La soglia oltre la quale l’Italia non può andare è – e sarà – il frutto delle lunghe trattative tra governo e Commissione Europea, iniziate questa estate e probabilmente ancora in corso in questi giorni. Per capire come funzionano queste trattative e quali sono le regole e i limiti a cui è sottoposta l’Italia, bisogna prima capire cos’è questa “regola del 3 per cento” e da dove arriva.

Breve storia del “3 per cento”

La disciplina europea sul bilancio è una conseguenza dell’unione economica e monetaria dell’Unione. In una situazione in cui così tanti paesi sono profondamente interconnessi, come nell’Unione Europea, è necessario che ci sia una serie di regole applicate a tutti, per evitare che alcuni paesi si trovino in situazioni economicamente insostenibili, e quindi dannose per tutti gli altri.

I Trattati di Maastricht, ratificati nel 1992, sono le più importanti regole approvate con questo scopo: il famoso “3 per cento” arriva da qui. Il trattato stabiliva che, per evitare guai per sé e per gli altri, uno stato membro dell’Unione non dovrebbe avere un debito pubblico superiore al 60 per cento del PIL e un deficit superiore al 3 per cento del PIL.

Oggi più di metà dei paesi europei è fuori dai parametri di Maastricht, a causa di un debito pubblico superiore al 60 per cento. Sia nell’Unione Europea che nell’Area euro il debito pubblico medio è superiore all’80 per cento (Eurostat)

L’origine di queste due cifre è semplice. All’epoca dei Trattati di Maastricht il debito pubblico medio dei paesi europei era pari al 60 per cento del PIL, e quindi sembrava un buon livello da indicare come “normale” e da mantenere (i fondatori dell’Europa erano in gran parte conservatori in economia, e abbastanza ostili al debito e alla spesa pubblica). La regola del 3 per cento discende da una considerazione simile. All’epoca la crescita media del PIL dei paesi europei sembrava essersi stabilizzata intorno al 3 per cento e l’inflazione intorno al 2 per cento (almeno nei paesi con i prezzi più stabili, come la Germania). Se questi due indicatori, inflazione e crescita economica, fossero rimasti costanti, uno Stato avrebbe potuto mantenere un deficit pari al 3 per cento senza far crescere il suo rapporto debito/PIL oltre il 60 per cento. L’idea della regola del 3 per cento nacque così.

Cosa prevedono le regole oggi

Nel corso degli anni gli stati membri hanno manifestato la necessità di avere regole più flessibili. Allo stesso tempo l’introduzione dell’unione monetaria, cioè dell’euro, ha reso necessaria una maggiore coordinazione economica tra i paesi europei. Alle regole di Maastricht si sono così aggiunte altre disposizioni (tutti nomi conosciuti come “Fiscal compact”, “Patto di stabilità e crescita”, “six pack”, “two pack”) fino ad arrivare alla complessa architettura che vediamo oggi.

Il problema originario delle regole di Maastricht – il deficit inferiore al 3 per cento di PIL, il debito pubblico non più alto del 60 per cento rispetto al PIL – è che non tengono conto dei cicli economici. In un momento di grande crescita del PIL (quando cioè le entrate statali dalle tasse sono molto alte, grazie ad attività economiche particolarmente efficaci e dinamiche) un paese potrebbe avere un rapporto deficit-PIL del 3 per cento; dato che però si parla di un rapporto, non appena l’economia dovesse crescere un po’ meno, si trasformerebbe in un deficit superiore ai parametri, anche se i numeri assoluti del deficit non cambiano.

Per questo, oltre al limite del 3 per cento, nel tempo trattati e regolamenti europei hanno introdotto parametri che tengono conto dei cicli economici, cioè dei momenti di crescita e di quelli di recessione. Si è stabilito che uno stato membro non può quindi avere un “deficit strutturale”, cioè il deficit aggiustato pfer il ciclo economico, più alto dell’uno per cento in rapporto al PIL. È sostanzialmente una stima con la quale – tenendo conto di numerosi fattori – viene ipotizzato quanto sarebbe il deficit di un paese in condizioni economiche “normali”.

Nell’ultimo DEF del governo Gentiloni si vede l’indebitamento netto, cioè il deficit, e alcune righe sotto, l’indebitamento netto strutturale, cioè il deficit corretto per il ciclo strutturale (e al netto delle misure una tantum). Il deficit strutturale è più basso del defict netto perché l’Italia è ritenuta in un periodo in cui l’economia non si sta ancora esprimendo al suo “pieno potenziale”.

Il “deficit strutturale” è superiore al deficit reale quando uno Stato si trova in un momento di crescita economica, ed è inferiore al deficit reale durante una recessione. Nel caso europeo è la seconda circostanza ad aver suscitato maggiori discussioni, poiché molti paesi (tra cui spesso l’Italia) contestano alla Commissione Europea il metodo con cui quest’ultima calcola il cosiddetto “output gap”, cioè quella fetta di PIL che manca per raggiungere il PIL potenziale del paese in normali condizioni economiche. Più è alto l’output gap, più ovviamente il suo deficit strutturale è basso. Un deficit strutturale basso significa che si può mantenere alto il deficit reale, nella convinzione che il PIL tornerà a crescere molto rapidamente non appena il momento di recessione sarà passato e l’economia tornerà al suo “pieno potenziale”.

Cosa succede a chi è fuori dai parametri?

L’obiettivo per ogni Stato membro quindi non è soltanto rispettare le regole di Maastricht (3 per cento di deficit, 60 per cento di debito), ma anche più in generale mantenere un bilancio strutturale equilibrato. Ogni stato membro si accorda con la Commissione Europea per determinare qual è il suo bilancio equilibrato, tenendo conto delle sue specifiche caratteristiche: è tutto oggetto di trattative caso per caso. Il documento che stabilisce i livelli da raggiungere si chiama Obiettivo di medio termine (OMT) ed è calcolato in termini strutturali, cioè tenendo conto dei cicli economici.

Un tabella contenuta nell’ultima analisi della Commissione sul rispetto degli obblighi di bilancio. MTO è la sigla inglese degli Obiettivi di medio termine.

Il compito di vigilare sulle regole di bilancio e sul rispetto degli OMT spetta alla Commissione Europea (qui trovate l’ultimo rapporto sull’Italia). È con lei che gli stati trattano ed è sempre lei che, se necessario, attiva le procedure che servono a punire chi ha violato le regole (un potere appropriatamente battezzato “braccio correttivo”). Le regole europee stabiliscono che quegli stati membri che non rispettano gli OMT devono far convergere i loro deficit strutturali verso l’obiettivo, riducendo il loro disavanzo di 0,5 punti percentuali ogni anno.

Le cose però non sono così meccaniche come questo numero lascia immaginare: in tutte le fasi del procedimento lo Stato in questione tratta continuamente con la Commissione Europea, sia sugli obiettivi da raggiungere sia sui tempi in cui farlo. Gli OMT, per esempio, vengono concordati con la Commissione e possono essere successivamente aggiornati. La regola che prevede di ridurre il deficit strutturale dello 0,5 per cento l’anno può essere ammorbidita con il ricorso alla famosa “flessibilità”. Proprio la presenza di questi margini per discutere è la ragione per cui in passato ci sono state accuse (più o meno false o fuorvianti) di patti tra il governo italiano e la Commissione per accogliere migranti in cambio di maggiore flessibilità sui conti.

Se le trattative tra lo Stato e la Commissione non vanno a buon fine, la Commissione può aprire una procedura per deficit eccessivo che, in ultima analisi, può portare a sanzioni economiche nei confronti di quel paese. Il via libera alle sanzioni può arrivare però solo dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo dove siedono i capi di governo degli stati membri. Nonostante quasi tutti gli stati membri nel tempo siano stati oggetto di procedure di infrazione (la Francia è rimasta sotto procedura di infrazione per circa dieci anni), non si è mai arrivati al punto di votare sulle sanzioni, poiché si dà per scontato che non verrebbero mai approvate per ragioni politiche e diplomatiche.

Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico è che, nel caso dell’Italia, il principale limite all’aumento del deficit non sono tanto le regole europee che, sostanzialmente, si possono disattendere senza temere particolari conseguenze. Il problema è che aumentare il deficit significa chiedere più denaro in prestito ai cosiddetti investitori (cioè chiunque acquisti titoli di stato, dalle banche ai piccoli risparmiatori). L’Italia ha un debito molto alto e la sua crescita economica è anemica: non è detto che gli investitori siano disposti a finanziare senza limiti il deficit del nostro paese. L’aumento dello spread non è altro che un segnale che indica la crescita del prezzo chiesto in cambio di questi finanziamenti.

IL CASO DEL MOSE DI VENEZIA / SONO COZZE AMARE

3 settembre 2018

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

La sapete l’ultima? O che comunque sta circolando da qualche mese tra le stupende calli veneziane?

Il Mose è un gigantesco scandalo in sé per una montagna di vicende che hanno portato in galera svariati tra dirigenti, tecnici, imprenditori, tra cui lo stesso presidente del Consorzio appositamente costitutito. L’inchiesta  mostra falle e crepe d’ogni sorta, corruzioni a mani basse, le solite scorciatoie a base di varianti in corso d’opera, revisioni prezzi e chi ne ha più ne metta, nell’ormai consueto vocabolario della corruzione, per fronteggiare la quale, del resto, è stato costituito un organismo apposito, l’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione) guidata da Raffaele Cantone.

Se ne sono dette di tutti i colori sul Mose, del quale fra l’altro si discute da decenni: serve, non serve, deve essere fatto così, deve essere fatto colì.

A quanto pare, però, nessuno si è mai preoccupato fino ad oggi di interpellare un esperto di flora e fauna marina, uno che ne capisca di mare, forse anche di flussi e correnti.

Perchè – stando ai rumors che appunto si inseguono tra le calli, con sempre maggiore insistenza – il vero problema è rappresentato dalle… cozze! Sì, avete capto bene, dal molluscone nero così saporito che ormai è noto in mezzo mondo, dalla Spagna per la dimensione, alla Sardegna per la qualità a quanto pare molto speciale, a Napoli anche per via della promozione dello chef “alla napulitana” Cannavacciuolo il cui “Spaghetto acchiappa il mare”, cozze comprese e ve ne fa sentire perfino l’aroma.

Insomma, il reale motivo per la non attivazione, dopo decenni, del fantomatico Mose sarebbe rappresentato dal “Mitile Ignoto”, la Cozza, già colpevole – o almeno accusata – 45 anni fa dell’epidemia di colera che colpì Napoli.

Allora tutti in massa al Cotugno, il presidio ospedaliero più grande al Sud per le malattie infettive. Adesso tutti al capezzale del Mose, aggredito, invaso, intrappolato da una vera invasione di cozze nere che renderebbero inagibili gli ingranaggi.

Ma i tecnici non hanno una sola parola da dire? Possibile che cozza batta scienziati tre a zero?

Che il Mose – come hanno dimostrato le inchieste – fosse poi un’opera inutile, dannosa per l’ambiente, mangiasoldi, fonte di sperperi e corruzioni continue, è un altro argomento.

Ma finirla in… cozzata è il massimo.

In vent’anni gli italiani hanno pagato 200 miliardi di tasse in più

Politicamentescorretto.info 8.9.18

Quasi duecento miliardi di tasse in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte che gravano sui 41 milioni di contribuenti italiani è infatti aumentato di 198 miliardi di euro(passando da 304 a 502 miliardi) ma con un tasso di evasione pari al 16,3 per cento, con punte del 24,7 in Calabria, del 23,4 in Campania e del 22,3 per cento in Sicilia. A rivelarlo, l’ultima analisi della Cgia di Mestre, che valuta a livello nazionale il livello delle imposte sottratte al fisco intorno ai 114 miliardi di euro.

La ricerca dell’Ufficio Studi della Cgia evidenzia come nei 20 anni considerati le entrate tributarie sono cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione aumentata di quasi 43 punti percentuali.

Peraltro – ricorda la Cgia – “l’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci: una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute. Non mancano, ovviamente, le tasse i tributi e le sovraimposte; senza contare che paghiamo, purtroppo, anche le tasse sulle tasse. L’esempio più clamoroso lo subiamo quando ci rechiamo a fare il pieno alla nostra autovettura. La base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti”.

Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, la comparazione è realizzata con la media dei 28 Paesi dell’Unione europea. Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore a quello italiano (+21); tutti gli altri, invece, hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6 per cento permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi .

“Come emerge in molti manuali di scienza delle finanze – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo –con un carico impositivo smisurato anche l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti”. “In linea generale – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registra dei ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Oltre all’eccessivo carico fiscale che grava sui contribuenti, concludono dalla CGIA, il problema nel nostro Paese è anche il peso dell’oppressione fiscale che ostacola l’attività quotidiana, soprattutto delle imprese di piccola dimensione. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori (obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, etc.) ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno. ADNKRONOS

Crollo ponte Morandi autostrada Genova A10: la video ricostruzione

automoto.it 7.9.18

Video simulazione in 3D che ricostruisce il crollo del viadotto a Genova. Realizzato in Germania, permette di valutare ipotesi sulla vera causa del cedimento

a Berlino arriva un interessante video, che un po’ freddamente riproduce il dramma italiano del crollo avvenuto in agosto, sulle nostre autostrade, quello del Ponte Morandi di Genova. Una simulazione in 3D realizzata partendo dai progetti e analizzando le foto del disastro, soprattutto valutando i detriti e il modo in cui si sono accumulati.

Una sequenza molto visualizzata su Youtube nell’ultima settimana questa e sulla cui base, si evincono diverse ipotesi, per la causa del disastro. Cinque le alternative identificate: prima quella del cedimento per il tirante Sudest, quindi quello degli altri, Nordest, Nordovest e Sudovest; infine un cedimento per sovraccarico.

Fonte: Kostack Studio

 

Fonte: Kostack Studio

‘Lehman Brothers, la lezione da imparare per evitare un nuovo disastro’. Dieci anni dopo l’appello di un alto dirigente della banca

Scott Freidheim businessinsider.com 8.9.18

Per gentile concessione di Scott Freidheim, Chief Administrative Officer di Lehman Brothers fino al settembre 2008. Il suo intervento è stato pubblicato sul Financial Times il 6 settembre 2018

Nel 2008 il collasso di Lehman Brothers fece scattare una crisi finanziaria globale. Un decennio dopo i commentatori stanno discutendo se le autorità federali avessero potuto prevenire la crisi sostenendo Lehman come fecero con altre banche dopo il suo fallimento.

Io ero il Chief administrative officer nei giorni in cui le porte si chiusero per sempre. Parlando nei panni di qualcuno che vedeva le cose dall’interno, la risposta è chiara: Lehman avrebbe potuto e avrebbe dovuto essere salvata. Capisco che ciò possa sembrare di parte. Ma innanzitutto consideriamo i fatti.

A Lehman fu rifiutata assistenza, si disse nelle settimane successive, perché non aveva sufficiente capitale per garantire un prestito da parte della Federal Reserve americana – e dunque la Fed era nell’impossibilità di fornire assistenza. Molti di noi ascoltarono questa giustificazione dall’allora presidente della Fed Ben Bernanke all’Economic Club di New York nell’ottobre 2008.

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Washington, aprile 2010. L’ex presidente e amministratore delegato di Lehman Brothers Richard Fuld testimonia alla Camera dei Servizi finanziari sui motivi che portarono al collasso della banca (Foto di Somodevilla/Getty Images)

Giusto per ricordare il contesto di quel periodo, Lehman nel 2007 aveva pubblicato ricavi netti e utili record, il secondo miglior risultato in termini di crescita dei ricavi e degli utili dei cinque anni precedenti. In quell’anno, la nostra leva netta – cioè la misura di quanto la nostra banca fosse finanziata a debito – era in linea con quella dei nostri concorrenti. E, nel corso del 2008, avevamo significativamente ridotto quella leva, aumentato il nostro patrimonio a 28 miliardi di dollari ed ampliato i nostri strumenti di liquidità.

Leggi anche: “10 fa anni fa la bancarotta di Lehman Brothers. I 27 momenti clou della più grave crisi economica del dopoguerra

Erano numeri reali o stavamo raccontando cose non vere? Bene, le tre inchieste degli ultimi dieci anni, inclusa una della Sec, hanno tutte concluso che la nostra situazione di bilancio era regolare. In altre parole, Lehman aveva sufficiente patrimonio per assicurare un prestito dalla Fed.

E non era neanche vero che Lehman avanzò le sue richieste di aiuto ai rappresentanti federali all’ultimo minuto, lasciando loro troppo poco tempo per prendere una decisione razionale. Al contrario, in giugno io stesso ho partecipato a una conference call con Dick Fuld e diversi altri top manager della Lehman nella quale veniva richiesto a Timothy Geithner, l’allora presidente della Federal Reserve Bank di New York, di consentirci di diventare una holding bancaria. Tra le dozzine di piani che avevamo elaborato per salvare la banca, questo era quello più semplice da realizzare.

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Washington, luglio 2012. Il segretario del Tesoro Tim Geithner parla davanti al board della Federal Reserve presieduta da Ben Bernanke per stabilire nuovi parametri per la stabilità finanziaria internazionale. Foto di Alex Wong/Getty Images

Tragicamente, Geithner rifiutò, sostenendo che se avesse consentito si sarebbe trasmesso un messaggio sbagliato. A quel punto noi ci sentimmo come un leone ferito che cerca di scalare un baobab per scappare dalle iene inferocite. Ironia della sorte, la Fed concesse a Goldman Sachs e Morgan Stanley di trasformarsi in holding company una settimana dopo che Lehman finì in bancarotta, ritenendo fosse un messaggio giusto da fornire ai mercati, e concedendo loro esattamente quanto avevano negato a noi.

La decisione di salvare Goldman e Morgan Stanley era fondamentale per prevenire il collasso dell’intero sistema finanziario. Lehman avrebbe potuto essere salvata nello stesso identico modo in qualsiasi momento durante l’estate 2008 e ciò avrebbe evitato le sofferenze che il mondo ha poi sperimentato.

Per i manager di Wall Street, me incluso, perdere il nostro lavoro e gran parte del nostro patrimonio era giusto. Per Main Street soffrire così profondamente non lo era. Era evitabile.

Io non voglio condannare Bernanke, Geithner e gli altri protagonisti di quell’evento, come il segretario al tesoro Hank Paulson, per il modo in cui condussero la questione Lehman. In effetti non c’erano persone più qualificate di loro per affrontare quei momenti terribili e cercare di contenere la bufera finanziaria. Purtroppo nel periodo che portò al collasso di Lehman l’opinione prevalente a Washington era che aiutare le istituzioni finanziarie avrebbe incoraggiato comportamenti ancora più rischiosi e aumentato il bisogno di altri salvataggi.

Leggi anche: “Trump sconfessa Obama e rimette in moto la finanza selvaggia

I candidati alla presidenza di allora, John McCain e Barack Obama, facevano discorsi nei quali sostenevano che Washington doveva salvare Main Street e non Wall Street. La pressione politica per lasciar fallire una banca in quel momento era enorme. Geithner, il venerdì precedente al fallimento di Lehman, ripeteva ciò che Paulson andava dicendo in quei giorni: “Non c’è consenso politico a Washington per un salvataggio”.

Dunque una pessima decisione fu presa a causa delle soffocanti pressioni politiche. Se ci dobbiamo preparare per la prossima crisi – e ci sarà, anche se non sarà paragonabile a quella del 2008 – i politici devono tenere a mente quella lezione.

Che cosa possiamo fare per prepararci? Il Comitato di Basilea sulla Supervisione Bancaria dovrebbe riguardare bene ai più alti standard di capitale e liquidità che furono richiesti appena dopo la crisi – per capire se sono troppo morbidi o troppo vincolanti. E’ passato abbastanza tempo per una loro definizione precisa.

Dovremmo anche guardare alle regole americane sui salvataggi delle banche in modo da permettere alla Fed di poter fare ciò che ritiene necessario per proteggere l’economia da un’altra crisi. Ciò significa ripensare i requisiti addizionali messi in pratica dopo il crash e che oggi rendono più difficile supportare un creditore in bilico.

Infine, dovremmo considerare la creazione di un fondo finanziato dall’industria bancaria che si aggiunga alla Federal Deposit Insurance Corporation. Un fondo garantito dalla Fed che richiederebbe alle istituzioni di contribuire in base al loro livello di rischio sistemico.

In questo modo si potrebbero salvare le banche in difficoltà e stabilizzare il sistema finanziario senza preoccuparsi delle questioni politiche del momento: in questo modo un salvataggio sarebbe finanziato in anticipo dal sistema bancario, e non dopo, dalla gente comune.

Ci sfruttiamo l’un l’altro: questa civiltà è destinata a crollare

Giorgio Cattaneo libreidee.org 8.9.18

La nostra civiltà scomparirà. Come l’impero egiziano, con le sue monumentali piramidi, i suoi faraoni, il suo commercio, la sua cultura, la sua religione millenaria. Come l’impero babilonese con le sue imponenti ziqqurat, i suoi re, le sue tradizioni, le sue biblioteche e il suo commercio. Come l’impero fenicio, le sue invenzioni, la sua arte raffinata, le sue filosofie. Insomma, la nostra civiltà scomparirà. Anzi sta già scomparendo. Perché le civiltà sono come gli organismi: nascono, si sviluppano, decadono e muoiono. E poi perché le nazioni, le civiltà, le culture sono in realtà delle invenzioni. Invenzioni per cui la gente uccide, sogna, si dispera, combatte, ma pure sempre invenzioni. E sono irrazionali. Un po’ come il tifo calcistico: non c’è un motivo razionale per tifare Inter, Milan, Roma, Lazio, Juve… Eppure si è disposti a menare, a litigare, a spendere molti soldi, perfino a uccidere (o vi siete già dimenticati di Genny ‘a Carogna?). I confini tra Italia e Francia sono invenzioni. I confini tra Belgio e Germania sono invenzioni. I confini tra Usa e Canada sono invenzioni. I confini tra qualsiasi nazione e qualsiasi altra nazione sono invenzioni. Lo si vede con chiarezza guardando la cartina geografica dell’Africa: linee tirate giù con il righello. Non si presero neppure la briga di seguire il profilo idrogeologico.

Oggi chi nasce a Roma è italiano. Fino a qualche decennio fa era cittadino vaticano. Oggi chi nasce in Corsica è francese. Prima era piemontese. Prima ancora era fenicio… I confini sono un’invenzione. E noi uccidiamo per quell’invenzione. Uccidiamo perla Patria. Uccidiamo per la Religione. Uccidiamo per l’Ideologia.  La nostra civiltà – intendo la civiltà a livello mondiale, la civiltà umana – è al collasso. Perché ci sono dei circuiti perversi che accettiamo passivamente, dandoli per scontati, senza rifletterci. Pensateci: gente che si vende, tradisce, si abbrutisce, uccide per delle entità irreali. I numeri della Borsa – i milioni di miliardi che si muovono nei “mercati” ogni giorno – non corrispondono a niente. Il denaro stesso – che un tempo era il corrispettivo delle riserve auree – non corrisponde più a niente. Ma già l’oro in sé non corrispondeva a niente di veramente prezioso. Cos’è l’oro? Si mangia? Si beve? Ci si ripara? Gli Aztechi e i Maya pensavano che gli spagnoli se ne nutrissero, non capivano tanta avidità per un metallo.

Pensateci: per questa concezione perversa dell’economia ci ritroviamo con vaste aree del globo terrestre ricchissime di tutto ciò che è prezioso (acqua, terreno, colture, clima, minerali…) che sono in miseria. E ci sono invece posti in mezzo al deserto, dove non cresce nulla e si vive a stento, in cui costruiscono piste da sci tra la sabbia, in cui fontane d’acqua dolce zampillano in ogni angolo e in cui la gente muore per il colesterolo alto. Vi sembra normale, questo? Pensateci: intere classi sociali, anche in Italia, si fanno a guerra per i pochi beni a disposizione. «Non c’è lavoro per tutti», si dice. «Non ci sono risorse per tutti», si dice. «È una guerra tra poveri», si dice. Ogni giorno i bar, le pasticcerie, i supermercati, le pizzerie, i ristoranti buttano via tonnellate di cibo. Ogni giorno. Tonnellate di cibo ogni giorno. Non ci sono risorse per tutti? Ogni stagione vengono lasciati marcire o schiacciati con i trattori tonnellate di pomodori, arance, zucchine, mele… Ettolitri di latte versato nel terreno. Non ci sono risorse per tutti? È una guerra tra poveri? Ma siamo davvero così poveri? Pensateci: non c’è lavoro per tutti. No. Siamo nel 2016.

Un tempo per coltivare un campo che rendeva 100 dci volevano 20 persone. Oggi bastano 3 persone e un trattore. E il campo rende 300, grazie alle biotecnologie. Ci sono 19 persone di troppo. Certo, alcuni di quei contadini di troppo andranno a costruire i trattori. Ma sono comunque troppi. Ma il punto non è questo. Il punto è che il salario per il lavoro è un’invenzione. Se fossimo davvero nel 2016 e se fossimo davvero avanzati come civiltà, non ci sarebbe una cosa come “il salario”. Le ore di lavoro non sarebbero per la sopravvivenza – quella dovrebbe essere garantita dal fatto che sei un essere umano e hai diritto di vivere. Le ore di lavoro sarebbero il tuo contributo alla comunità nella quale sei nato. Perché lavorare non è una condanna ma un’opportunità di senso, di crescita personale, di identità. È diventato una schiavitù perché l’attuale lavoro è un ricatto e le condizioni di lavoro sono spesso da schiavitù. Lavoreremmo tutti, 4-5 ore al giorno. E il resto del tempo? Lo vivremmo. Lo passeremmo a coltivare le amicizie, a occuparci degli affetti, all’arte, alla crescita personale, al progresso della civiltà.

Lo scriveva già quasi un secolo fa Bertrand Russell. Ma questo presupporrebbe, oltre a un radicale cambiamento di prospettiva, un controllo delle nascite. Le società animali lo fanno in modo naturale: dove c’è abbondanza di risorse si moltiplicano, dove c’è scarsità di risorse diminuiscono. Anche gli esseri umani lo fanno in modo naturale: dove le risorse sono distribuite e c’è un buon livello di benessere le comunità umane hanno meno figli. O meglio, fanno il numero di bambini proporzionato alle risorse. Nei paesi in cui l’aspettativa di vita è scarsa si fanno molti più figli perché il “gene egoista” cerca di sopravvivere dandosi più chance. Come le tartarughine: sono tantissime ma solo poche testuggini raggiungono il mare e sopravvivono. Per questo fanno tante uova. Il controllo delle nascite (come il controllo della sessualità, dell’alimentazione, etc.) negli uomini è regolato non dall’istinto ma dalla cultura. Infatti tutte le religioni controllano sessualità, cibo e desideri. E tutte le “culture” hanno norme su cosa è giusto o sbagliato in campo di sessualità, cibo e desideri.

Il collasso della civiltà quindi non è solo una questione di “corsi e ricorsi storici” ma una questione di cultura. Ma secondo voi la nostra cultura ha fatto molti progressi? Sì, non c’è più la schiavitù. E le baraccopoli di braccianti africani in Puglia che raccolgono le tue cicorie bio? Non c’è più la schiavitù. E i capannoni alla periferia di Prato e di Roma in cui donne incinte e bambini cinesi cuciono la maglietta che indossi? Non c’è più la schiavitù. E i contratti precari con cui i lavoratori di oggi vengono tenuti sotto ricatto? Non c’è più la schiavitù. E le migliaia di ragazze deportate sulle nostre strade costrette a farsi violentare ogni giorno per qualche decina di euro “di divertimento”? Guardando la civiltà ateniese del III secolo ac, siete proprio sicuri che la nostra cultura ha fatto così tanti progressi? Guardando le comunità di nativi americani, siete proprio sicuri che la nostra cultura ha fatto molti progressi?

(Christian Giordano, “Il collasso della civiltà”, dal blog di Giordano del 14 luglio 2016).