Populismo: il seguito dopo un decennio di tagli

https://elpais.comMARC BASSETS 9.9.18

L'olandese di estrema destra Geert Wilders e il francese Marine Le Pen scattano un selfie nel 2017.
L’olandese di estrema destra Geert Wilders e il francese Marine Le Pen scattano un selfie nel 2017. REUTERS / EPV

Le maree della storia seguono movimenti imprevisti e apparentemente capricciosi. Dicono che il battito di una farfalla in America Latina può causare un tifone nel sud-est asiatico. Una crisi finanziaria causata da un complesso prestiti bancari – mutui subprime o basur decennio a- tardi mina le fondamenta istituzionali del mondo occidentale. Un filo collega gli sviluppi del braccio immobiliare statunitense degli ultimi dieci anni in Florida o Nevada, o gli uffici di Lehman Brothers a Manhattan, questo parco desolato su un quartiere di nebbia in una città di provincia nel nord della Francia.

La città è Amiens, un vecchio centro industriale circondato da campi di battaglia nelle guerre mondiali, un luogo abituato ad essere attraversato dalle tempeste della storia. Nel parcheggio, i lavoratori lasciano i loro veicoli – sempre meno, sempre meno – dalla vecchia fabbrica di elettrodomestici Whirlpool, involontariamente trasformati in uno dei simboli delle lacrime del tempo. Questo martedì di settembre alle 12,40, ora della pausa pranzo, due uomini e tre donne, lavoratori in questa fabbrica delimitata da una ferrovia, frutteti e recinti e il fiume Somme, aprono il bagagliaio delle loro auto, tirano fuori i tarter e mangiano in silenzio, in piedi.

Nello stesso parcheggio e nello stesso luogo dove queste persone mangiano a pranzo, entrambi i lati della battaglia ideologica che era stato costruendo per anni -Battaglia che accelerato con la caduta di Lehman Brothers nel settembre 2008 e la successiva crisi economica e finanziaria ha finito per scontrarsi in la mattina del 26 aprile 2017. La Francia era nella campagna elettorale. In uno spazio di meno di due ore, senza coincidere faccia a faccia, in qualsiasi momento, i due candidati a presiedere la Francia di fronte le loro visioni contrastanti della Francia, dell’Europa e del mondo.

Entrambi hanno visitato i lavoratori scioperanti che protestavano contro la chiusura della fabbrica e il suo trasferimento nella città di Lodz, in Polonia. La chiusura non è stata una conseguenza diretta della crisi del 2008 negli Stati Uniti, ma non era nemmeno estranea alle incertezze che gravavano su Whirlpool ad Amiens, simili alle regioni industriali, colpite dalla deindustrializzazione, dall’altra parte dell’Atlantico.

Populismo: il seguito dopo un decennio di tagli

L’effetto Le Pen

La candidata di destra Marie Le Pen, con gli operatori Whirlpool di Amiens.
La candidata di destra Marie Le Pen, con gli operatori Whirlpool di Amiens. CHESNOT GETTY IMAGES

Prima è arrivata Marine Le Pen, figlia dello storico leader dell’estrema destra, difensore della mano forte con l’immigrazione e contrario all’Unione europea e alla globalizzazione. Le Pen cercò di riprodurre in Francia la vittoria a sorpresa negli Stati Uniti, pochi mesi prima, di Donald Trump, il magnate immobiliare e conduttore di reality TV che aveva infranto tutti gli schemi con messaggi contro le élite e gli immigrati. “Con me [nella presidenza della Repubblica francese], la fabbrica non chiuderà”, Le Pen promise agli operai, che lo applaudirono.

Il suo rivale ha avuto meno fortuna. È arrivato tra i fischi degli operai e nel mezzo di un tumulto di giornalisti . Emmanuel Macron, nato negli stessi Amiens 39 anni prima, era un giovane riformatore che aveva lavorato in una banca- le stesse banche di investimento nel Stati Uniti avevano contribuito a innescare la crisi e due anni dopo era ministro. Incarnava la visione opposta a quella di Le Pen: europeista e liberale. E difensore della globalizzazione. “La chiusura dei confini”, ha detto ai lavoratori arrabbiati, “è una promessa bugiardo”.

Che alcuni unionisti applaudissero Le Pen e molti altri fischi Macron era un segno. Moderati avevano perso da tempo la classe operaia negli Stati Uniti, Regno Unito, in Italia o in Francia, l’estrema destra -la vestito con le abitudini di una nuova populismo anti-elitario, anti-europea, anti-immigrati e le posizioni avanzate antiglobalización-, hanno vinto le elezioni. Il Fronte Nazionale di Le Pen è stato proclamato “il primo partito operaio di Francia”.

Macron vinse le elezioni presidenziali pochi giorni dopo l’incontro nel parcheggio della Whirlpool , ma più di dieci milioni di francesi votarono per Le Pen. Le Pen e il suo Fronte Nazionale è venuto da lontano, dall’estremo – gruppi scissionisti destra nostalgici per la Francia collaborazionista con i nazisti e francesi in Algeria, ma erano più di un’incarnazione fenomeno comune in tutta Europa e negli Stati Uniti: la diffidenza di istituzioni e grandi partiti, l’appello al popolo astratto e la sovranità nazionale contro le élite cosmopolite e predatorie.

“Se guardiamo ai numeri grezzi, i partiti populisti hanno avuto, in media, il doppio di successo dopo la crisi di prima della crisi, il che significa che la Grande Recessione non è stata tanto la causa dell’aumento del populismo come catalizzatore” , dice Cas Mudde, professore all’Università della Georgia, negli Stati Uniti, autore di numerosi libri sul populismo. L’idea che la Grande Recessione non abbia creato, ma fenomeni accelerati che esistevano già prima, è ripetuta da molte persone intervistate per questo articolo.

Mudde distinguere tra populista di sinistra, dove il nazionalismo e il razzismo non ha alcun ruolo e coloro che cita la festa spagnola Podemos e lo Syriza greca, il nazionalismo della destra radicale, “che unisce nativismo, l’autoritarismo e il populismo” . “Per questi, il fattore culturale è più importante dell’ansia economica”, dice. Cioè, le vittorie di Trump nel 2016 o uscita dell’Unione europea Brexit UK -la, ha deciso con un referendum nello stesso anno si spiegherebbe più dalla paura di identità la paura degli immigrati, la paura della maggioranza smettere di esserlo, con la decadenza della propria cultura – quella con la crisi economica.

Nella campagna elettorale, Trump sapeva come collegare le rimostranze di milioni di elettori bianchi della classe operaia per il trasferimento industriale, con il fantasma dell’arrivo di milioni di immigrati che minacciavano l’identità americana. La nostalgia di un passato idealizzato e puro è il rifugio da un presente di crescenti disuguaglianze e stagnazione del potere d’acquisto. Infatti, sottolinea Mudde, “molte persone combinano argomenti economici e di identità nei loro sentimenti anti-immigrati”.

Dominique Reynié politologo, direttore generale di Fondapol think tank a Parigi, parla di “populismo patrimoniale”. Questo il populismo alimenta la paura di perdere elettori di beni materiali (risparmio, tutela dello stato sociale) e del patrimonio culturale (identità, nazione). Reynie risale agli anni Novanta, dopo la caduta del blocco sovietico e l’accelerazione della globalizzazione, come il primo momento di questo moderno populismo, che è rinforzato dopo gli attacchi del 2001 e in tutto eta decennio. Il rifiuto della Francia, in referendum, al trattato costituzionale dell’UE è un altro stadio. “Tutto questo era in vigore prima del 2008”, ricorda Reynié. “2008”, aggiunge, “ha l’effetto di accelerare il processo”.

La crisi finanziaria e la crisi dell’euro hanno rafforzato la percezione che i beni materiali fossero a rischio. Ma tutto è più complesso di quanto sembri: l’antieuropeismo dei populisti di destra – e alcuni con le radici a sinistra – è selettivo. L’effetto del 2008 è stato doppio, secondo Reynié. Da un lato, sì, una reazione anticapitalista, contro le istituzioni finanziarie, la globalizzazione e le istituzioni dell’UE, identificate come responsabili della crisi. Ma anche un attaccamento paradossale all’euro, perché era una garanzia della protezione del patrimonio materiale. Un fattore che fa male Le Pen al Macron è stata la promessa di Le Pen a lasciare l’euro, una mossa che per molti elettori, ha minacciato i loro risparmi e le loro pensioni.

“Sono convinto che, anche tra gli elettori di populismo nella zona euro ha una nostalgia per la moneta nazionale, v’è il desiderio di tornare alla moneta nazionale proteggerà il patrimonio materiale. E questo rende oggi partiti populisti sono limitati nella loro espansione “.

La crisi ha trasformato la politica nei paesi occidentali e anche nelle relazioni internazionali. François Heisbourg, presidente del think tank Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, vede un diretto e un impatto indiretto di una crisi nel 2008 nelle relazioni internazionali. L’impatto diretto è l’accelerazione dell’aumento della Cina come potenza economica e geopolitica.

L’impatto indiretto, Heisbourg ha aggiunto, è “la battaglia dell’opinione pubblica nei paesi colpiti dalla crisi, contro le élite economiche e politiche” e questo altera l’ordine internazionale. “Le élite identificati con la globalizzazione occidentale e multilateralismo strategica che ruotava intorno l’Occidente. E contro tutto questo contro quello che diventa il populismo, e si avvicina chi cerca, in Russia o in Cina, presentare un modello contatore “spiega. “La conseguenza è la deriva unilateralista e, in una certa misura, isolazionista dagli Stati Uniti”. Il mondo post-crisi è meno occidentale rispetto ai modelli precedenti -a autoritaria e, infine, sono state le democrazie che hanno fallito con la crisi e le sue feste tradizionali, socialdemocratici e democristiani, oggi in declino in molti paesi – hanno riacquistato prestigio. “Non è solo l’emergere della Cina come un rivale strategico per gli Stati Uniti”, conclude Heisbourg, “ma la trasformazione del modo in cui il mondo funziona strategicamente”.

La globalizzazione? Nella vecchia fabbrica Whirlpool, i veterani Frédéric Chantrelle e François Gorlia offrono una risposta tenebrista. “Una merda”, dice Chantrelle, del sindacato CFDT, ed entrambi ridono. “Quando vediamo le fabbriche che hanno chiuso, questo è il deserto.” “Prima, questa era una zona industriale”, rimpiange Gorlia, della CGT. “Un giorno ci sarà una rivoluzione …”, continua Chantrelle. E l’UE? “Siamo disgustati di vedere come le grandi aziende stanno lasciando in altri paesi europei per ottenere benefici, quando potrebbero farli ad Amiens”, risponde Chantrelle. Il 31 maggio Whirlpool chiuse. Chantrelle e Gorlia raccontano che, durante l’estate, i camion portarono i macchinari per fabbricare essiccatoi a Lodz. Dei 287 licenziati, il nuovo proprietario, la società locale WN,

Entrambi i sindacalisti erano in fabbrica il giorno in cui Macron e Le Pen. Né l’uno né l’altro hanno votato. Dicono che non credono nei politici. E questa è un’altra conseguenza della Grande Recessione: sfiducia nella capacità delle autorità pubbliche di risolvere i problemi dei cittadini. “Una multinazionale che vuole chiudere la fabbrica si chiude”, dice Chantrelle. “Si chiuderanno a prescindere da ciò che chiami Macron, Le Pen o Perico de los Palotes.”

Prof Sinagra: delirio giudiziario contro Salvini, eversione istituzionale

Imolaoggi.it 9.9.18

Ribadisco ancora che la Lega non è il mio Partito e non ho votato Matteo Salvini ma ho il dovere morale di denunciare il prevedibile attacco giudiziario di cui egli è destinatario. Se è vero che l’Associazione Nazionale Magistrati ha chiesto le dimissioni del Ministro Matteo Salvini, questo significa che si è superato il limite della eversione istituzionale. La magistratura non più applica le leggi ma interviene in materia politica contravvenendo alla volontà popolare. Che questo abbia “sponda” presso Mattarella Sergio, figlio di Bernardo, il quale al riguardo si segnala per il suo significativo e allarmante silenzio (lui che è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura), rende chiaro che si è in presenza di fatti violativi dell’ordine costituzionale.

La magistratura non più applica le leggi ma interviene in materia politica contravvenendo alla volontà popolare.

Non voglio perdere tempo a discettare sugli aspetti giuridici delle iniziative e intenzioni di quel tale Patronaggio Luigi. Lo hanno fan modo chiaro e definitivo Carlo Nordio e Carlo Taormina.

Una cosa sola voglio dire: il cosiddetto Ttibunale dei Ministri risolva il problema: il Ministro dell’Interno, che istituzionalmente deve garantire la liceità dell’ingresso di stranieri sul territorio dello Stato, abusa del suo potere se lo impedisce prima di ogni accertamento richiesto dalla legge? Risponde di sequestro di persona? Cerchiamo di non farci ridere addosso dal mondo intero.

Ed ancora: di fronte alla statuizione della UE, secondo cui lo Stato deve garantire la custodia dello straniero, anche in carcere, fino alla sua identificazione per poi adottare i provvedimenti conseguenti, il cosiddetto Tribunale dei Ministri come pensa di decidere se non con una sollecita e doverosa archiviazione?

Ricordo le parole oneste di un onesto Procuratore della Repubblica di Roma (perchè ci sono anche molti magistrati onesti intellettualmente e professionalmente) il quale confidenzialmente mi diceva: “Sai, quando vengono gli avvocati per pormi questioni giuridiche, mi viene da ridere!“.

C’è solo da sperare in una più che legittima e fortissima reazione popolare che, ormai fuori dall’inganno delle cosiddette “mani pulite”, imponga il rispetto della legge e della regola democratica e garantisca libertà, sovranità e indipendenza per questa disgraziata Repubblica.

Augusto Sinagra

TV, DELOITTE RICHIAMA PARENZO.

Andreagiacobino.com 5.9.18

Un richiamo d’informativa redatto da Giacomo Bellis, partner di Deloitte, accompagna il bilancio 2017 di Mediapason, gruppo televisivo comprendente Telelombardia e controllato da Sandro Parenzo e partecipato fra l’altro da Plc, la ex Industria e Innovazione, oltre alla Nelke del finanziere Giuseppe Garofano che siede nel consiglio d’amministrazione. Il revisore ha tuttavia dato via libera all’esercizio chiuso nel civilistico con una perdita pure ridotta a 191 mila euro dagli 1,6 milioni del passivo del precedente esercizio mentre il bilancio consolidato è ancora in rosso per quasi 1,2 milioni dopo i 3,1 milioni dell’anno prima e i 5,3 milioni del 2015. Il richiamo del partner Deloitte si appunta sui 24 milioni di indebitamento netto bancario e sul fatto che Mediapason “a partire da dicembre 2016 non è stata in grado di procedere al regolare pagamento di alcuni tra i debiti bancari e dei debiti verso le società di leasing”, tanto da essere stata costretta a varare “una nuova manovra finanziaria di risanamento del debito” sottoscritta all’inizio di quest’anno con le principali banche creditrici (Intesa Sanpaolo, Creval e Mediocredito Italiano).

Il piano prevede la sospensione del pagamento delle quote capitale maturate e maturande del leasing (che riguarda l’immobile milanese di via calco) e del mutuo sino al 31 dicembre 2019, a fronte del rispetto di una serie di covenant verificati dall’anno prossimo con riferimento all’esercizio 2018. Il via libera al piano da parte delle banche spiega perché Parenzo e con lui il consiglio d’amministrazione abbiano deciso per la continuità aziendale, confortati anche dalla nuova normativa in tema di contributi al settore televisivo e radiofonico locale. La relazione sulla gestione segnala che nel 2017 Telelombardia ha registrato una ripresa dell’ascolto medio giorno pari all’8%, mentre Antenna 3 e Top Calcio 24 sono calate rispettivamente dell’1% e del 32% con un ascolto medio giorno delle tre emittenti di Parenzo diminuito anno su anno del 6%. Questo spiega perché i ricavi sono calati da 8,3 a 6,8 milioni anche a fronte di una diminuzione della raccolta pubblicitaria mentre dal punto di vista patrimoniale la posizione finanziaria netta è negativa per 28,3 milioni.

DOLCE & GABBANA, PACE SALATA COL FISCO USA.

Andreagiacobino.com 6.9.18

Quattro anni fa la Cassazione assolse Stefano Dolce e Domenico Gabbana dall’accusa di evasione fiscale dopo che nel 2013 la Corte d’appello di Milano aveva condannato i due stilisti a un anno e sei mesi. Ma fra l’Italia e gli Stati Uniti c’è di mezzo un oceano e negli Usa, dove D&G hanno un ricco mercato, la musica è diversa. Così Dolce & Gabbana hanno accettato di pagare 34,3 milioni di euro (l’equivalente di 47,7 milioni di dollari) al fisco a stelle e strisce per chiudere una vicenda che si trascina dal 2012. In quell’anno infatti l’Internal Revenue Service (IRS), l’erario americano, dopo una verifica fiscale di routine operata sulla controllata Dolce & Gabbana USA Inc. sui periodi dal 2009 al 2011, aveva contestato alla società un importo di 15 milioni di dollari. Gli 007 del fisco oltreoceano avevano indagato sui prezzi di trasferimento delle merci che avrebbero determinato omesse ritenute e imposte.

Come avevano reagito i due stilisti alle accuse dell’IRS? D&G avevano sì ritenuto le valutazioni non motivate nel merito e che se, qualora accettate, avrebbero generato una illegittima doppia tassazione giuridica in Italia della stessa materia imponibile. Tuttavia Dolce & Gabbana si erano dimostrati morbidi nei confronti dell’erario a stelle strisce e hanno cercato in questi anni di definire una transazione monetaria amichevole (Mutual Agreement Procedure, MAP) usando gli strumenti concessi dalla convenzione bilaterale tra l’Italia e gli Stati Uniti. Non solo: avevano chiesto e ottenuto dall’italiana Agenzia delle Entrate e dall’americano IRS l’apertura di una procedura specifica (Bilateral Advance Pricing Agreement, BAPA) finalizzata ad evitare la doppia transazione anche per i periodi successivi a quelli oggetto di accertamento.

Ebbene: il bilancio 2017 della D&G srl, la cassaforte dei due stilisti, riferisce che “nell’esercizio le competenti amministrazioni fiscali coinvolte hanno formalizzato il raggiungimento dell’accordo in forza del quale è stato necessario rideterminare l’entità della pretesa erariale in favore dell’amministrazione fiscale statunitense per complessivi 47,7 milioni di dollari”, cioè più di 3 volte la richiesta iniziale. E D&G srl “ha tempestivamente comunicato la propria volontà di accettare tale accordo”. Dolce & Gabbana precisano però che per loro “resta totalmente impregiudicata la facoltà di adire le vie contenziose qualora l’esito della procedura BAPA, ancora ignoto, non sia quello auspicato”.

Messina novello Attila: fa appassire i fiori di palazzo Thiene a Vicenza come i risparmi dei soci BPVi e Veneto Banca recisi per Intesa da Padoan e non rivitalizzati da Tria

Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 7.9.18

Al primo piano di Palazzo Thiene, la cui facciata dà su Contrà Porti Thiene nel centro storico di Vicenza, c’é Banca Intesa Sanpaolo che occupa grandi uffici in affitto da Immobiliare  Stampa spa che appartiene alla BPVi in liquidazione coatta amministrativa. Dopo aver rilevato per 50 centesimi la parte buona della ormai defunta Banca Popolare di Vicenza, ricevendo in dote anche miliardi di euro cash, i nuovi padroni finanziari di Vicenza risparmiano su tutto. Anche sui fiori del balcone fatti prima appassire e poi completamente rinsecchiti (vedi foto). È così che si rispetta la città? Facciamo noi una colletta per far rinascere quei fiori? Bastano 10 euro, 20 volte il prezzo pagato per la BPVi?

O li chiediamo al nuovo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che prosegue nell’opera del suo predecessore Pier Carlo Padoan, che ha fatto passare mesi e anni preziosi prima di essere costretto a… donare il salvadanaio di Vicenza a Carlo Messina e ai suoi padroni?

Infatti  Tria, col supporto di Giuseppe Conte che non ha ancora emanato il decreto attuativo della legge 205 pronto da tempo (doveva essere già firmato entro il 30 marzo dal precedente governo) sulla sua scrivania e dei due parlamentari pentastellati che, dopo il primo rinvio al 31 ottobre 2018 approvato in Senato, lo stanno ulteriormente depotenziando e ritardando al 31 gennaio 2019, sta facendo passare mesi preparandosi a far scorrere anni per negare il giusto ristoro ai soci.

Ma, allora, visto che grazie anche ad alcune associazioni di soci BPVi e Veneto Banca, sta raggiungendo il suo scopo, Tria  prelevi dal suo cassetto non i 1.574.000.000 di euro disponibili dei  conti dormienti, di proprietà morale dei soci traditi (solo morale, però, visti i rinvii e le manovre annacquanti del governo del perpetuamento dei privilegi del sistema finanziario) ma almeno quella decina di euro per far annaffiare quelle povere piante distrutte dall’incuria di Intesa Sanpaolo.

Quei fiori appassiti, un insulto per la bellezza del centro di Vicenza, sono il simbolo perfetto di quanto la banca nata dalle ceneri (stupro) di un altro Istituto di origini vicentine, la Banca Cattolica del Veneto, abbia cura del territorio appena conquistato a cui neanche versa i 100 milioni di euro di “sussidio” promessi in 4 anni (e neanche cash ma solo in titoli) solo perché qualcuno, magari un vecchietto che ha disperato bisogno dei suoi risparmi, si è azzardato a chiamarla in causa per riavere da chi ha ereditato la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca con i loro beni e conti i soldi versati dai soci che quei beni e quei conti hanno fatto fiorire.

Neanche Carlo Messina, da moderno diserbante portato in città da Padoan e ora aperto da Tria, fosse il novello Attila, flagello di Dio e di Vicenza: dove passava lui non cresceva più un filo d’erba.

Chi è Massimo Proverbio, l’uomo (nuovo) che guida l’innovazione in Intesa Sanpaolo

Fabrizio Marino 31.1.18 Economyup.it

Da inizio anno l’ex partner di Accenture ha preso il posto di Maurizio Montagnese. Lo ha scelto il CEO Carlo Messina, in occasione dell’avvio del nuovo piano di impresa dell’istituto torinese. Si occuperà anche dell’area IT e sarà focalizzato sulle strategie di digitalizzazione del gruppo. Ecco la sua storia professionale

È atteso per febbraio il varo del nuovo piano di impresa di Intesa Sanpaolo. L’istituto torinese, che lo scorso dicembre tramite l’amministratore delegato Carlo Messina ha rinnovato alcuni dei vertici aziendali, è pronto a svelare le scelte strategiche per il periodo 2018-2021. A fine 2017 il Ceo della banca aveva lanciato qualche indizio sui possibili percorsi da intraprendere nei prossimi anni. Tre le direttrici principali: attenzione ai temi dell’innovazione e della digitalizzazione, contenimento dei costi operativi, valorizzazione delle risorse interne.

Nel valzer di nomine per il riassetto aziendale, tradotto di fatto in una riorganizzazione interna, con alcuni manager già presenti in organico che hanno preso il posto di quelli in uscita, l’unica vera novità è rappresentata dall’ingresso dell’ex Partner di Accenture Massimo Proverbio. Dal 1° gennaio scorso, Proverbio ha assunto il ruolo di chief it, digital and innovation officer, sostituendo Maurizio Montagnese, il quale sarebbe destinato alla presidenza di una newco esterna all’azienda, destinata a valorizzare le attività di innovazione. Su questo punto Carlo Messina di recente ha dichiarato: «l’evoluzione della nuova struttura organizzativa si caratterizza per il potenziamento dell’area digitale e dell’innovazione per una più efficace gestione delle sfide tecnologiche attuali e future».

Entrato in Accenture nel 1988, Massimo Proverbio negli anni ha ricoperto diversi ruoli, fino a diventare responsabile dei financial services della società per la Regione ICEG (Italia, Europa Centrale e Grecia).

Laureato in ingegneria presso il Politecnico di Milano, nel 1985 entra in IBM con il ruolo di system engineer. Tre anni dopo è già nel team di Accenture Italia come responsabile di progetti in ambito banche, area filiale.

Dal 1991 al 1994 si trasferisce all’estero, sempre con Accenture, e lavora in Belgio, Ungheria e Sud Africa dove cura progetti di architettura dei sistemi informativi, trasformazione informatica e pianificazione di progetti di merger.

Nel 1994 rientra in Italia con il compito di seguire, ancora in ambito bancario, progetti di pianificazione e integrazione dei principali Gruppi Bancari Italiani oltre a progetti di riduzione costi e di realizzazione di soluzioni multi canale e di sistemi core banking.

Nel 1999 diventa Partner di Accenture e assume la responsabilità di diversi clienti del gruppo, oltre a guidare lo sviluppo di diverse aree di offerta tra cui M&A, digital transformation e CRM e cost restructuring.

È il 2003 quando diventa capo del settore banking in Italia, mentre nel 2007 assume il controllo del settore Financial Services (Banche e Assicurazioni) in Italia, Europa Centrale, Russia, Grecia, Turchia e Medio Oriente ed entra nel comitato esecutivo di Accenture Italia e di Accenture Financial Service Europa e America Latina.

Diventa senior managing director del gruppo nel 2012, prendendo le redini del settore pagamenti di Accenture a livello globale e poi, nel 2015, viene nominato dell’Industry e della Practice Banking per l’Europa e America Latina.

In una recente intervista rilasciata al quotidiano online Corcom, su come stanno cambiando gli istituti finanziari, diceva: «le banche si trovano ad affrontare un paradosso: a fronte della necessità di rivoluzionare i propri modelli operativi sono necessari investimenti su tecnologia e nuove competenze, messi in crisi dall’indebolimento strutturale dei ricavi, causati a loro volta da elementi contingenti come l’azzeramento dei tassi di interesse, la pressione dei competitor e, per quanto riguarda il caso italiano, la questione dei crediti deteriorati».

A tutto ciò, secondo Proverbio, si aggiunge un impianto normativo bancario in continua evoluzione: «il banking è un settore fortemente regolato dalle autorità attraverso leggi che cambiano molto velocemente e obbligano gli operatori a continui aggiornamenti. L’entrata in vigore della PSD2 e l’introduzione dell’instant payment potrebbero mettere a rischio fino al 40% dei ricavi delle banche derivanti dai sistemi di pagamento».

Le tecnologie su cui gli istituti di credito dovranno puntare principalmente sono mobilità e sicurezza: «nel settore dei Financial Services gli elementi chiave da tenere in considerazione per accelerare la rivoluzione digitale sono la mobilità, l’operatività da remoto e la cybersecurity. La vera sfida è coniugare due strutture di costi, quella fisica e quella virtuale. È indispensabile che la banca digitale sia sempre accessibile, di facile utilizzo e offra servizi pertinenti contando competenze, dati e sicurezza».

Nuovo ponte nel novembre 2019, “Durerà mille anni”(video)

tvsvizzera.it 8.9.18

VIDEO

Sarà costruito entro novembre 2019, sarà in acciaio e “durerà mille anni”. Si sta delineando il futuro del viadotto sul Polcevera che sostituirà il Ponte Morandi sull’A10 a Genova, crollato il 14 agosto per la sospetta rottura di un tirante.

Il progetto, affidato all’architetto genovese Renzo Piano, sarà realizzato da Fincantieri, come hanno insistito in queste settimane diversi esponenti del governo, soprattutto di sponda grillina. Nell’Auditorium della Regione il senatore a vita, manager di Fincantieri e le autorità liguri hanno esposto giovedì i dettagli dell’iniziativa, con tanto di modellini e planimetrie.

Come le chiglie delle navi

Il ponte Renzo Piano vuole essere un’opera d’arte: piloni a passo breve (50 metri l’uno dall’altro), 22 campate, 43 lanterne – una per ogni vittima del ‘Morandi’ – e 18 pilastri che assomiglieranno alle chiglie delle navi.

Come ha precisato lo stesso architetto “dovrà durare mille anni, dovrà avere un piccolo passo, essere bellissimo ma pudico, maestoso ma sobrio. Dovrà essere come una nave, e come Genova”.

Due incidenti probatori

Intanto sul fronte delle indagini si è venuto a sapere che la Procura chiederà due incidenti probatori per assumere le prove di quanto raccolto nel corso delle indagini fino ad ora.

Il primo è stato avviato ieri e contestualmente sono stati spiccati gli avvisi di garanzia a 20 persone iscritte nel registro degli indagati, tra vertici di Autostrade, Mit, membri del Provveditorato e tecnici della società Spea Engineering.

Mentre lunedì sarà definita la lista dei testimoni che verranno ascoltati dagli inquirenti. Tra di essi ci saranno i membri del cda di Autostrade che parteciparono alla riunione del 12 ottobre 2017 in cui si discusse del progetto di ammodernamento e che non sono indagati.

L’obiettivo dei magistrati è quello di sapere in che termini venne presentato il progetto e quali furono le valutazioni fatte, oltre a quelle riportate a verbale.

tvsvizzera/ats/spal con RSI (TG dell’8.9.2018)

 

Banche, Paragone: “Non siamo il governo di Cernobbio. I risparmiatori vanno tutelati tutti, non accetterò furbate” – Il Fatto Quotidiano

Banche, Paragone: “Non siamo il governo di Cernobbio. I risparmiatori vanno tutelati tutti, non accetterò furbate” – Il Fatto Quotidiano
— Leggi su www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/09/banche-paragone-non-siamo-il-governo-di-cernobbio-i-risparmiatori-vanno-tutelati-tutti-non-accettero-furbate/4614476/

SOTTO LE MACERIE DEL PONTE EMERGONO I CONFLITTI D’INTERESSI DEI TECNICI DEL MINISTERO DEI TRASPORTI: BRUNO SANTORO, SCELTO DA TONINELLI COME COMMISSARIO PER CAPIRE COSA È SUCCESSO, NON SOLO È SOTTO INDAGINE, MA RICEVEVA CONSULENZE (DA 50 E 20MILA EURO) DAL GRUPPO AUTOSTRADE

dagospia.com 9.8.18

Fiorenza Sarzanini per il ‘Corriere della Sera’

IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA 1IL MOMENTO DEL CROLLO DI PONTE MORANDI A GENOVA 1

Venti giorni fa, quando si è saputo che negli anni scorsi aveva svolto due consulenze da 70 mila euro per Autostrade, il ministro Danilo Toninelli ha deciso di confermarlo come componente della commissione tecnica che indaga sul crollo del ponte Morandi. Ma adesso che Bruno Santoro è finito nella lista degli indagati per disastro colposo, omicidio colposo plurimo e omicidio stradale appare difficile che possa mantenere l’ incarico.

L’ evidente conflitto di interessi rischia infatti di minare la credibilità dell’ organismo che nelle intenzioni dichiarate proprio da Toninelli deve «accertare le cause del disastro».

Anche tenendo conto che in casi del genere gli esperti possono dialogare con i consulenti dei magistrati o con gli stessi pubblici ministeri, arrivando ad esaminare insieme documenti riservati. E invece ora non sarebbe possibile proprio per il rischio che Santoro ottenga notizie segrete sugli accertamenti in corso.

toninelliTONINELLI

Possibile che il ministro non lo abbia valutato? Oppure che non lo abbiano fatto gli uomini del suo staff?

Eppure la scelta dei commissari ha generato polemiche e scontri politici, sin dal momento della nomina avvenuta il 16 agosto, due giorni dopo il disastro che ha provocato la morte di 43 persone.

Tanto che adesso anche la Procura di Genova vuole accertare che tipo di rapporti – personali ed economici – ci siano stati negli ultimi anni tra Autostrade e funzionari delle Infrastrutture. E per questo ha delegato polizia e Guardia di Finanza all’ esame di circa 8.000 mail scambiate tra manager e dipendenti del dicastero.

DELRIODELRIO

Si torna dunque alle ore drammatiche dopo il disastro con la nomina del ministro dei componenti della commissione.

Santoro, 50 anni, è un esperto di alto livello: dal 2015 al 1 marzo scorso è stato direttore della «Divisione 3 – Qualità del servizio autostradale» nella Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali e adesso è direttore della «Divisione 1 – Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione».

Quando l’ Espresso pubblica i dettagli dei due incarichi che gli sono stati affidati da Autostrade, il ministero fa sapere che «tutto è in regola». In realtà a leggere i contratti il dubbio di conflitto di interesse appare fondato. La prima consulenza comincia il 30 ottobre 2009 e ha durata triennale.

ROBERTO FERRAZZA 1ROBERTO FERRAZZA 1

Riguarda la «Direzione e coordinamento lavori, collaudo e manutenzione opere pubbliche» e viene retribuito con 50 mila euro. La seconda, per analoghe mansioni e sempre triennale, viene affidata il 13 gennaio 2010 ma con un compenso di 20 mila euro. Rapporti diretti che evidentemente il ministro Toninelli non ritiene inopportuni come è invece avvenuto per il presidente Roberto Ferrazza, che è stato rimosso mentre l’ altro commissario Antonio Brencich presentava le dimissioni. E infatti Santoro è rimasto al suo posto.

Ora la situazione si è ulteriormente aggravata con la notifica degli avvisi di garanzia in vista dell’ incidente probatorio che la procura ha chiesto di svolgere al più presto per «preservare le fonti di prova» prima della demolizione del ponte, dunque per la catalogazione dei reperti. E in vista delle verifiche che dovranno stabilire le cause del crollo. I documenti acquisiti dai magistrati dimostrano che alle Infrastrutture, così come ad Autostrade, erano consapevoli dei rischi rappresentati dal viadotto ma non sono intervenuti.

antonio BRENCICHANTONIO BRENCICH

Secondo fonti del ministero, la commissione potrebbe terminare il proprio lavoro entro questo mese. Dunque in una fase caldissima per gli accertamenti della magistratura che vanno dall’ esame dei documenti sequestrati all’ interrogatorio dei testimoni, passando per le verifiche che riguardano proprio il ruolo degli indagati. Santoro compreso.

Il ritorno al via degli scappati di casa

Phastidio.net 6.9.18

Sta accadendo qualcosa di assai bizzarro, in quel sequel della distopica serie tv Black Mirror chiamato Italia. Da un paio di giorni, gli esponenti della maggioranza hanno deciso che “non romperanno con la Ue” (e già la frase, pur se semplificazione giornalistica, è assai divertente), e presenteranno una nota di aggiornamento al Def ed una legge di stabilità “assennate”, “morigerate”, “educate”, o come diavolo vogliamo definire il rinvio della decisione di farsi esplodere in un bunker di cemento armato.

La reazione dei mercati è stata moderatamente positiva, con lieve restringimento di uno spread che ci pone comunque fuori dall’Europa sana di mente e di conti. Il presidente di Confindustria tira un sospirone di sollievo e promette di rinfoderare quella miccetta di conflittualità verso il governo che aveva ipotizzato di accendere nei giorni scorsi. La sindrome di Stoccolma resta sempre dietro l’angolo.

Che è accaduto, non è dato sapere. Sono certo che non vi interesseranno le mie ipotesi, che poi sono quelle di chiunque. Timore per un crack di mercato, interventi da “alto loco”, e quant’altro. Proviamo invece ad analizzare il contesto. In tre mesi di proclami rivoluzionari, Piani B a coda e sfoggi di ignoranza ed inconsapevolezza che sembrano essere stati pianificati a tavolino, tanto sono eclatanti, abbiamo avuto un’esplosione del rischio-paese, e siamo finiti tra gli osservati speciali del pianeta, oltre che tra le potenziali fonti di rischio sistemico e di contagio.

La tesi cara ai nostri sovranisti ed ai loro “intellettuali” ed “economisti” di riferimento è sempre stata quella di farsi accomodare dalla Ue sulla base di una prova di forza che ricorda molto i ricatti: “che bella economia che avete, signori della Ue: sarebbe un peccato se le accadesse qualcosa”. La realtà è che, ad oggi, il rischio italiano si è gonfiato mentre quello degli altri paesi dell’Eurozona, soprattutto dei periferici come gli iberici, è rimasto stabile o si è addirittura ridotto. Con buona pace delle interpretazioni secondo cui l’allargamento dello spread italiano sarebbe frutto avvelenato dei prossimo disimpegno della Bce. Invece no: è solo e soltanto puro rischio idiosincratico home made. Da proteggere con la denominazione di origine.

Oggi siamo tornati al punto di partenza, dopo un paio di giorni senza numeri certi ed anche con alcuni momenti di comicità vera, come le dichiarazioni di Luigi Di Maio sulle agenzie di rating che a volte possono avere interessi coincidenti con quelli degli italiani (sic). In realtà non abbiamo ripristinato lo status quo ante, perché nel frattempo abbiamo più che raddoppiato lo spread, che minaccia di trasmettersi al costo del credito mentre il rischio paese, misurato dallo spread sul tasso swap che gli emittenti italiani di obbligazioni devono sopportare è già decollato, causando peraltro una gelata al mercato delle nuove emissioni.

A parte ciò, ed anche ammettendo che i nostri eroi abbiano cambiato rotta (cosa a cui non credo affatto), a che punto siamo con gli assi portanti delle eclatanti “riforme” che dovrebbero darci moltiplicatori da velocità warp dell’astronave Enterprise? Presto detto.

Sul reddito di cittadinanza occorre prima capire se si vuole potenziare il reddito di inclusione, che è la via migliore e più razionale, oppure partire con una bella mancetta, che sarebbe per forza di cose piccola ed inutile, o ancora tentare di sfondare la spesa, per l’ennesima volta. Sulla riforma fiscale, che sarebbe ora di piantare di chiamare “flat tax” (lo dico per i nostri giornalisti, soprattutto), nulla è realmente definito, soprattutto considerando che Di Maio dice da sempre che deve “aiutare i meno abbienti”.

Se avessimo realmente un’aliquota unica e puntassimo ad effetti redistributivi, dovremmo avere qualcosa come il 35% e forse oltre, ed una deduzione di base di almeno 10 mila euro equivalenti. I numeri cari ai leghisti non produrranno effetti redistributivi verso i “poveri”, a meno di martellare la costruzione e renderla barocca in un modo deforme, con buona pace della “semplificazione” a cui si punterebbe.

Sull’altra misura-simbolo, il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro”, è tutto bloccato. La proposta di legge dei due partiti di governo è uno scherzo, malgrado i soliti tentativi di manipolazione linguistica per far credere si tratti di altro. Il ricalcolo contributivo resta infattibile. L’ipotesi di ricorrere ad un contributo di solidarietà triennale, progressivo, che poi finanzierebbe altre spese sociali e non l’innalzamento delle minime, è indigeribile politicamente perché troppo montiano e forneriano.

L’ipotesi di condoni fiscali, eventualmente estesi ai comuni, poggia su stime di recupero che definire ottimistiche è un blando eufemismo, e non servirebbe a finanziare alcunché, essendo entrate una tantum. Anche qui, l’antico olezzo di muffa italiana per furbi è nauseante. Del resto, la base elettorale leghista, quella storica e “produttiva” del Nord, è sempre rimasta fedele a se stessa: un “mercatismo” fatto di sussidi pubblici ed evasione fiscale; perché cambiare proprio ora?

La sintesi è che, pur nella cornice di questo apparente rinsavimento, la maggioranza non è affatto uscita da quella condizione di autoinganno e negazione della realtà che l’ha condotta al potere. E con loro, i loro elettori. C’è altro? Si, certamente. A parte l’essere l’unico paese dell’Eurozona che ancora perde tempo in surreali dibattiti sull’uscita dall’euro, inclusi editoriali da cui fischiano proiettili d’argento, a furia di guardarci l’ombelico stiamo perdendo di vista i robusti e crescenti rischi esterni: una guerra commerciale promossa da Donald Trump, sia essa mirata all’Europa che frutto dello scontro con la Cina.

Nell’ipotesi di shock avverso esterno, quindi, avremmo un rallentamento dell’economia che si traslerebbe in un aumento spontaneo di deficit-Pil. Quindi l’Italia potrebbe anche finire a superare la soglia magica del 3% senza che questo implichi avere realmente soldi di extra deficit da spendere. Ecco perché occorre restare ancorati alla realtà, cosa che questa maggioranza, che si è formata dopo aver drogato pesantemente le aspettative di un elettorato credulo come pochi, non è in grado di fare, perché altrimenti farebbe la fine di un soufflé abortito. O di una rana di Fedro.

Se siete amanti di fiction e fantascenari, potreste pensare che obiettivo strategico dei legastellati sia quello di giungere alle elezioni europee e gustarsi l’ipotizzato trionfo dei partiti sovranisti e nazionalisti, con ovvie ricadute sulla prossima Commissione. Tutto molto bello, avrebbe detto Bruno Pizzul se non fosse che, da uno scenario del genere, l’Italia uscirebbe a pezzi, perché alla fine prevarrebbero le spinte nazionali e di segregazione del rischio ed avremmo un’Unione europea “orbanizzata” che non solo bloccherebbe i confini terrestri ma che andrebbe pure a serrare i cordoni della borsa, potenziando il cordone sanitario attorno al paese che, un giorno sì a l’altro pure, invoca la “solidarietà” europea minacciando altrimenti di suicidarsi. Sarebbe da ridere, se non fosse tragico.

Ma non pensiamoci, per ora: ci aspettano mesi impegnativi, con promesse vieppiù inturgidite e fatti sempre più avvizziti. Forse sventolare qualche cappio contro i “corrotti” o scatenare qualche opportuna “caccia al ne(g)ro” potranno fungere da metadone per il tossico popolo sovrano. Per ora. E tuttavia:

Mario Seminerio

@Phastidio

Gli Intelligenti (contrapposti ai Competenti) che avevano “sempre saputo” che Salvini non si sarebbe suicidato col populismo, farebbero bene a considerare che di mirabolanti promesse non mantenute si muore anche in un paese di elettori ritardati come l’Italia

13:33 – 6 set 2018


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BERLUSCONI & MORATTI / ECCO COME SONO RIDOTTI…..

8 settembre 2018

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

E’ ben nota a tutti, ormai, la voglia irrefrenabile di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani di tornare al primo amore, ossia al Monza Calcio. La trattativa è scontata, acquisteranno il 100 per cento (l’80 per certo, c’è ancora chi minimizza) delle quote azionarie dal figlio di un altro presidente meteora del Milan, Felice Colombo.

Sul ponte di comando della squadra rossonera dove stanno tornando le vecchie glorie come Leonardo e Maldini, attratte dalle sirene e palate milionarie griffate Elliott – che, ricordiamolo bene, è un fondo ‘altamente’ speculativo e non fa nulla per beneficienza – siede ora l’ex presidente di Enel ed Eni, Paolo Scaroni, che fece i suoi esordi battendo bandiera Technit nei mari di Somalia a fine anni ’80 con l’amico Gianfelice Rocca.

Entrambi (Scaroni e Rocca), oggi, si trovano impelagati in due brutte inchieste per corruzione internazionale, una a Milano e l’altra in Brasile, per lo scandalo “Lava Jato”, ossia la mazzetta del secolo (accertati 5 miliardi di dollari) per i giacimenti petroliferi di Petrobras che ha fatto andate in tilt la rouling class carioca, compresi i due capi di Stato (Dilma Rousseff e l’ora non più ricandidabile alle prossime elezioni Lula Ignazio Da Silva).

C’era una volta il Milan del trentennale super titolato. Ma resta in piedi un interrogativo grosso come un grattacielo di Manhattan. Quale ratio ha mai avuto l’operazione con i cinesi? Come ha fatto un imprenditore scaltro come il Berlusca a non capire fin dal primo istante che si trattava di un fantoccio giallo squattrinato, forse un prestanome in crac? In realtà: cosa c’è sotto questi 2 anni di passaggi azionari e vorticosi giri milionari ? Sarà la magistratura – in questo caso è doveroso – a chiarirlo.

Ma passiamo ai colori nerazzurri. La creatura più cara di famiglia è la Saras, che estrae petrolio soprattutto in Sardegna. Una società che ha dato tante soddisfazioni a casa di Massimo Moratti e a tutta la sua dinasty, ma ogni tanto anche qualche problemino.

Non solo per le oscillazioni del prezzo del petrolio in base agli umori arabi, ma anche per il terribile incidente di anni fa in uno degli stabilimenti sardi, dove persero la vita due operai bruciati vivi: una storia – affari e vita dei Moratti – descritta in un ottimo libro (“Nel paese dei Moratti”, edito da Chiarellettere) di Giorgio Meletti, giornalista economico-finanziario de il Fatto.

Ora due società riconducibili ai Moratti hanno deciso di mettere sul mercato una bella fetta di Saras, il 10 per cento. Le sigle sono Mobro e Sapa, che detengono il 50,1 per cento del capitale Saras. Merrill Linch International si dovrà occupare del collocamento azionario sul mercato internazionale. In un laconico comunicato stampa i Moratti “confermano il proprio impegno nella società”.

Come dire agli azionisti: state sereni.

 

Nella foto Massimo Moratti e Silvio Berlusconi

McKinsey: nei prossimi cinque anni in scadenza 10mila miliardi di dollari di bond societari – Sotto sorveglianza soprattutto quelli di Cina, Brasile e India.

https://vittoriodarold.blog.ilsole24ore.com 7.9.18

Il debito totale (includendo famiglie, imprese non finanziarie e debito pubblico) è cresciuto del 74% dalla crisi del 2008 passando da 97mila miliardi di dollari nel 2007 a 169mila miliardi di dollari nel primo semestre del 2017 a cambi costanti. Ma c’è di più. Il debito pubblico rappresenta il 43% di questo aumento; la crescita del debito societario non finanziario, è quasi altrettanto grande secondo il recente report di giugno del McKinsey Global Institute intitolato “Rising Corporate debt, peril or promise?”.

Come si spiega questa svolta epocale? Dopo la crisi finanziaria del 2008 molte grandi società sono passate al finanziamento obbligazionario perché le banche commerciali erano molto più caute nel concedere prestiti. Oggi, quasi il 20% del debito societario totale è costituito da obbligazioni, circa il doppio della quota nel 2007.

L’emissione di obbligazioni societarie non finanziarie annuali è aumentata di 2,5 volte, da 800 miliardi di dollari nel 2007 a 2mila miliardi di dollari nel 2017. Così il valore globale delle obbligazioni societarie in circolazione è aumentato di 2,7 volte dal 2007 arrivando a 11,7mila miliardi di dollari, raddoppiando come percentuale del Pil.

Diversificazione e rischi

Il tanto atteso aumento delle obbligazioni societarie e la diversificazione del finanziamento aziendale è avvenuto ed è una cosa positiva dicono gli esperti McKinsey tra cui Susan Lund coautrice del report. Ma ci sono dei rischi all’orizzonte. Le obbligazioni societarie “non investment grade” hanno quasi quadruplicato le loro dimensioni negli ultimi dieci anni, raggiungendo 1,7mila miliardi di dollari. Secondo il McKinsey Global Institute tra il 2018 e il 2022, andranno in scadenza (e quindi andranno rifinanziate) all’anno un totale record a livello globale tra 1,6mila miliardi e i 2,1mila miliardi di obbligazioni societarie, che vuol dire 10mila miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

L’analisi del McKinsey Global Institute mostra che alcuni di queste emittenti hanno finanze fragili e le insolvenze aziendali sono già al di sopra della media a lungo termine. Insomma ci sono già da tempo dei campanelli di allarme che stanno suonando e che andrebbero ascoltati più attentamente.

I bond societari di Brasile, Cina e India

Anche con i bassi tassi di interesse attuali (la festa del denaro a basso costo è ormai finita) , dal 20 al 25 percento delle obbligazioni societarie in Brasile, Cina e India sono al rischio più elevato di insolvenza (emesse da società con un tasso di copertura degli interessi inferiore a 1,5). Nella simulazione MGI con un aumento di 200 punti base dei tassi di interesse, quella quota potrebbe aumentare dal 30 al 40%.

La lezione della crisi dei mutui subprime

Molti economisti ritengono che la lezione di Lehamn Brother non sia stata capita fino in fondo. Si doveva correggere una bolla del debito ma quello che invece è stato fatto è stato creare più debito. Possibile?

Mentre le precedenti crisi del debito sono state causate dai mutui subprime negli Stati Uniti e, in seguito, dei debiti sovrani europei, questa volta, e sarebbe la terza crisi in dieci anni, la preoccupazione si concentra sulle società dei mercati emergenti che hanno preso a prestito dollari ed euro a tassi più vantaggiosi ma che ora si trovano in difficoltà con ricavi in monete locali svalutate.

La prospettiva di una nuova crisi del debito è sorprendente perché il mondo ne ha già visti due negli ultimi 10 anni.

Interessante notare che una volta le crisi arrivano in seguito a una recessione che stressava le finanze pubbliche e che portava ad un aumento del debito pubblico, mentre ora c’è un surriscaldamento con mega deficit delle partite correnti con l’estero, un alto tasso di leverage e un’economia forte fino al momento della fuga dei capitali esteri. Spesso con basso debito pubblico che, nel caso turco, è addirittura solo al 30% del Pil, ben al di sotto del limite del 60% previsto dal Trattato di  Maastricht.

Vero è che le autorità negli Stati Uniti e in Europa hanno preso provvedimenti dopo la crisi del 2008 per evitare che si ripresentassero altre crisi. I regolatori degli Stati Uniti e in Europa hanno richiesto alle banche di detenere un numero significativamente maggiore di riserve di emergenza e di essere più selettivi. I consumatori statunitensi hanno ridotto i loro debiti (mutui, auto, carte di credito) a 13mila miliardi di dollari sebbene permangano bolle del debito come i prestiti agli studenti universitari (1.400 miliardi). In Europa, la Commissione europea ha vigilato sui paesi per ridurre i deficit pubblici, con programmi di austerità e smaltire gli NPL.

Tuttavia, il debito globale è cresciuto a 169mila miliardi di dollari ed è più di due volte la dimensione dell’economia globale, pari secondo a Banca Mondiale a 80,684mila miliardi di dollari nel 2017. Dopo 10 anni dal fallimento di Lehman Brother ora sembra che il pericolo giunga dai mercati emergenti. Nel gennaio 2016 scrivevo nel mio libro Un mondo in tempesta, la prossima crisi: “Come sarà il nuovo contesto generale, il new normal? Siamo di fronte a un bivio e non lo sappiamo. Due opzioni si manifestano davanti a noi nei prossimi tempi: uscita dalla peggiore crisi dopo la Grande depressione del ’29 o un colpo di coda della Grande recessione del 2007, causata questa volta dagli squilibri dei mercati emergenti?”. Ho sbagliato la tempistica, non la direzione.

sarah-la-politica-un-po-grillina-che-sfida-lestabilishment-tedesco

ANDREA AFFATICATI vanityfair.it 9.9.18

In Germania nasce un nuovo movimento che ricorda il M5S. A guidarlo, una donna che ha deciso di sfidare i partiti tradizionale

Sahra Wagenknecht («E per favore l’h in mezzo, non alla fine del nome», come non manca mai sottolineare) oltre a essere capogruppo parlamentare della Linke, Sinistra, è da sempre spina perpetua nel fianco del partito. E da questa settimana lo è ancora di più. Cioè da quando ha presentato ufficialmente in conferenza stampa la nascita del nuovo movimento «Aufstehen», «Alzatevi». Sull’esempio del movimento francese fondato dal Jean-Luc Mélenchon, «La France Insoumise», «La Francia che non si piega», il neonato movimento tedesco vuole essere bacino di raccolta di tutti coloro che non si riconoscono più nella cecità e sordità dei partiti tradizionali.

E vuole esserlo trasversalmente, pescando, dunque, non solo nel proprio partito, ma anche tra iscritti ed elettori del partito socialdemocratico e dei Verdi. Un programma di azione vero e proprio non è stato ancora presentato, piuttosto un elenco di tutto quello che non va nella politica attuale: «Dobbiamo tornare ad ascoltare chi non si sente più rappresentato dall’attuale classe politica». E ancora: «Se non faremo nulla, nel giro di pochi anni non riconosceremo più il nostro paese». «La democrazia è in pericolo». «Fatti come quelli ai quali abbiamo assistito a Chemnitz, rischieranno di non essere un caso isolato». Un riferimento, quest’ultimo, ai tumulti seguiti all’omicidio di una decina di giorni fa di un 35enne tedesco nella città di Chemnitz (ex Germania dell’est), per il quale sono stati fermati un siriano e un iracheno. Gruppi dell’estrema destra, provenienti da tutta la Germania, hanno colto l’occasione per ritrovarsi a Chemnitz e protestare anche violentemente.

Donna di singolare bellezza e al tempo stesso di singolare rigidità, Sahra Wagenknecht sembra uscita da un quadro dell’Ottocento, severa e altezzosa. Per quanto il suo aspetto, i capelli nero pece tirati severamente su, gli occhi scuri, sia tutt’altro che tedesco. Nata 49 anni fa e cresciuta nella Germania dell’est, Wagenknecht è figlia di una tedesca e di un iraniano, quest’ultimo scomparso a un certo punto dalla sua vita e mai più riapparso. Si dice che sin da giovane abbia cominciato a indossare una corazza di inavvicinabilità e altezzosità.

Una difesa necessaria, visto che già da piccola i coetanei la prendevano in giro per via della sua pelle olivastra. Successivamente era stato il regime socialista a starle stretto. Così aveva cominciato a rifiutarsi di partecipare alle manifestazioni indette dal partito. Una ribellione inaccettabile sotto il regime, motivo per cui le fu negato l’accesso all’università. Ma nonostante queste angherie, difficoltà e ritorsioni, nell’estate dell’89 era entrata nel partito unico SED, per salvare il salvabile. Inutilmente, come insegna la storia.

Wagenknecht non è però una che si arrende. E così, dopo caduta del Muro, si era iscritto all’università e aveva cominciato a fare attività politica. Della sua vita privata si sa poco o nulla, fino al giorno in cui non ha incontrato Oskar Lafontaine, l’ex capo della Spd poi passato alla Sinistra. Se sia stato amore a prima vista tra Sahra e Oskar, di 25 anni più grande di lei, non è dato sapere. Certo è che i due sin da capiscono di essere sulla stessa lunghezza d’onda. Lei coscienza dogmatica del partito, lui alla ricerca di una nuova carriera politica dopo essersene andato dall’Spd sbattendo la porta.

Tra i commentatori politici, c’è chi scrive che, dopo l’incontro con Lafontaine e il loro matrimonio nel 2014, lei sia diventata meno spigolosa, un po’ meno dogmatica. Lei stessa in un’intervista di qualche tempo fa diceva: «Grazie a lui ho imparato a rilassarmi, a tenere più sotto controllo i miei istinti ribelli». O almeno ci prova, perché la scioltezza retorica è una dote che non si impara, e lei nei talk show e nelle interviste continua tutt’ora a dare l’impressione di non sentirsi propriamente a suo agio. Certo, ha imparato una maggior diplomazia, e oggi si guarderebbe dal difendere la politica economica di Walter Ulbricht (primo Segretario Generale della Germania dell’est).

D’altro canto il neonato movimento non è inteso come la voce di un’unica persona o l’interpretazione del volere del popolo. Piuttosto (e viene da chiedersi se per caso non abbia sbirciato nell’organizzazione del Movimento Cinque Stelle) si doterà di un software chiamato Pol.is, con il quale far votare di volta in volta gli iscritti su tematiche precise. Una piattaforma di dibattito dunque dalla quale usciranno anche le «teste» guida del movimento. Ora come ora l’idea non è quella di creare una nuova formazione partitica, ma solo un bacino di discussione. I commentatori sono scettici e ricordano il disappunto di Wagenknecht per non essere stata eletta a capo della Linke. Ma prima ancora di interrogarsi sul futuro di questo movimento, bisogna attendere per vedere quanti si «alzeranno» per seguirla

La Svezia svolta a destra?

Simona Verrazzo vanityfair.it 9.9.18

Il 9 settembre si rinnova il Parlamento nel Paese scandinavo: i sondaggi segnalano un’impennata dei populisti anti-immigrati e anti-europeisti. Eppure, una resistenza si organizza

Se c’è un Paese in Europa che più è stato colpito dallo scandalo delle molestie sessuali ai danni delle donne, quello è la Svezia, tanto da portare alla clamorosa decisione di cancellare, per quest’anno, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura (da tradizione il primo giovedì di ottobre). Uno scandalo culminato a maggio, ma che ha segnato anche la campagna elettorale estiva in vista del voto del 9 settembre. Quel giorno la Svezia, principale economia della Scandinavia, rinnova dopo quattro anni il Riksdag, il Parlamento unicamerale di Stoccolma.

I sondaggi prevedono un boom dei populisti, i Democratici svedesi, dati testa a testa con i Socialdemocratici del premier uscente Stefan Löfven: circa il 22 per cento i primi (nel 2010 superarono appena il 5 per cento), contro il 23 per cento dei secondi. Determinanti saranno le alleanze o con i Moderati (in ripresa al 18 per cento) o con i Verdi, già partner in questo esecutivo. A far volare l’estrema destra è il tema migranti, fortemente sentito nel Paese che dal 2012 ha registrato 400 mila domande di asilo, record europeo in base alla popolazione. Dopo l’ondata del 2015 le tensioni sociali sono aumentate per esempio a Malmö, terza città della Svezia, dove il modello di integrazione scandinava sembra un ricordo e sono regolari le proteste di immigrati e residenti. Ma dopo gli incendi di luglio, oltre 40, a vacillare è anche il proverbiale rispetto per l’ambiente, al centro del programma di governo dei Verdi.

PIU’ VERDE

Isabella Lövin, 55 anni, è la leader dei Verdi con Gustav Fridolin, vice-premier e ministro della Cooperazione internazionale. Ha detto che «ambiente e migrazione vanno di pari passo. Se non facciamo qualcosa per il clima, avremo milioni di profughi in fuga da uragani, siccità e carestie». Sposata, due figli, è del 2017 la sua foto, con tutto lo staff al femminile, in cui firma la legge sul clima, imitando la postura di Trump.

PER LE DONNE

Lo scandalo delle molestie sessuali ai danni delle donne ha portato alla cancellazione del Nobel per la Letteratura, e alle dimissioni di Sara Danius, presidentessa dell’Accademia Reale di Svezia che assegna il prestigioso riconoscimento. La parità di genere, anche sul lavoro, è uno dei temi tornati di attualità in Svezia ed è il centro del programma di Iniziativa femminista, guidato dalla storica leader Gudrun Schyman, a cui si è affiancata la giovane Gita Nabavi, 36 anni, ingegnere multimediale.

NON SOLO NAZI

Al di là dei cortei dell’estrema destra, sono numerosi gli esempi di accoglienza e integrazione. È il caso di Adan Amir, uno dei volti più noti del Partito liberale. Nato in Svezia da genitori somali, nel 2010 è stato il più giovane parlamentare di origini africane mai eletto nel Paese (è nato nel 1985). Tra le sue battaglie sociali c’è la creazione di prestiti bancari senza interessi per i cittadini musulmani, l’8 per cento della popolazione.

I FAVORITI

Sovranità nazionale, anti-Unione europea, anti-immigrazione, chiusura delle frontiere. L’onda populista, sulla scia di Germania, Danimarca, Olanda, dilaga anche in Svezia, un tempo esempio di accoglienza. A cavalcare questi temi sono i Democratici svedesi, guidati da Jimmie Åkesson (1979). Dati come probabili vincitori, minacciano un referendum per uscire dall’Unione europea.

BTP in dollari? Da debito estero a debito estero, ma una scelta con rischi ed opportunità

Fabio Lugano scenarieconomici.it 9.9.18

In questi giorni ha causato molte discussioni la voce che il Tesoro stia valutando la possibilità di emettere titoli di stato in dollari, dopo otto anni che questo non avveniva.

Perchè una decisione del genere? Uno stato che ne ha la possibilità emette debito nella sua valuta, perchè può controllarne il rendimento tramite la collaborazione con la banca centrale, come fanno tutti i paesi industrializzati quali Canada, USA, Regno Unito, Giappone, Ungheria, Polonia, etc etc. Quindi la scelta di utilizzare una valuta straniere può sembrare molto pericoloso, come, ad esempio, lo è sottoscrivere un mutuo in Yen quando la propria valuta sono gli euro: si viene sottoposti alle oscillazioni di cambio e di rendimento di una valuta straniera, che si dovrà acquistare sul mercato internazionale al prezzo che questo offre. Però…

Facciamo alcune considerazioni per valutarne gli aspetti positivi e negativi, e terminiamo poi con qualche memento.

Attualmente il debito italiano É espresso in una valuta straniera.  La BCE è una banca centrale esterna a tutti gli effetti, in cui la Banca d’Italia ha una partecipazione minoritaria, secondaria, che se ha seguito parzialmente i desiderata monetari interni lo ha fatto solo perchè coincidevano con le necessità generali dell’EMU (crisi del debito) e, magari, perchè il governatore Draghi era un po’ più sensibile, e sensato, rispetto alla media dei governatori centrali, ma questa n è da considerarsi la situazione normale. La normalità è quella espressa da Nowotny, il Governatore della BC Austriaca, abituato a fare affermazioni a mercati aperti:

Le preoccupazioni sull’Italia non dovrebbero ritardare il momento in cui la Bce alzerà i tassi di interesse. E’ quanto ha detto Ewald Nowotny, esponente del Consiglio direttivo della Banca centrale europea. Nowotny non intravede rischi immediati dalla situazione italiana.

Quando un membro del Board, tranquillamente, afferma che le necessità della terza economia europea non debbano essere tenute in considerazione potete capire che l’euro è , a tutti gli effetti, una moneta straniera, e lo sarà sempre di più al terminare del QE. A questo punto, estero per estero, tanto vale scegliere il meglio sul mercato.

Il dollaro ha visto aumentare i propri tassi di interesse al cessare del QE e sono attesi ancora rialzi nel 2018. Attualmente questo è il rendiemento dei titoli di stato USA:

Attualmente i nostri titoli in euro offrono sul mercato 3,04, mentre le ultime emissioni sono state al 3,25%, ma in euro.

L’emissione in dollari ha senso se:

1 non ci si attende un ulteriore innalzamento dei tassi FED;

2 ci si aspetta un atteggiamento collaborativo da parte delle autorità politico-economiche del paese emittente;

3 non ci si aspetta una rivalutazione della valuta in considerazione.

Sul punto 1 la FED sicuramente effettuerà degli ulteriori rialzi da qui a fine anno, per giungere all’obiettivo ormai evidente del 2,5% circa.

Nello stesso tempo gli USA hanno un debito elevato e non possono permettersi tassi eccessivamente elevati, per quanto la FED sia collaborativa:

Sul punto 2 ci sarebbero da fare considerazioni di carattere politico sul governo Trump e l’esecutivo italiano. Personalmente penso che anche se i Democratici sostituissero Trump al termine del mandato non sarebbero del genere “Clintoniano” ma “Sandersiano”, quindi con una politica diversa da quella perseguita da Obama, ma sono visioni di carattere personale.

Le previsioni di Medio Lungo sul cambio sono un terno al lotto,  e se fossi bravo sarei ricco giocando sul FX. In media le previsioni che ho consultato vedono una indebolirsi per il 2019-2021, fino a 1,25 dollari per euro, per poi tornare alle valutazioni attuali nei confronti dell’euro. Consideriamo che gli USA hanno bilancia delle partite correnti fortemente negativa, quindi difficilmente potranno rivalutarsi ulteriormente in modo sensibile, ma sono previsioni che non tengono conto di eventuali shock esterni. Tutto questo è un’alea. Bisogna anche dire che abbiamo un potente surplus commerciale in dollari, per cui non avremmo grossi problemi a reperire la valuta.

L’utilizzo di un debito in dollari, in percentuale limitata e temporanea,  potrebbe anche lim

itare i nostri tassi di interessi che ora pagano un premio legato al rischio euroexit, rischio non tanto dipendente dal comportamento di questo o quel governo, quanto dal comportamento, attivo o omissivo, della BCE unito all’evidenza lampante dei nostri dati contabili. Un’eventuale euroexit potrebbe NON colpire un debito in valuta, se limitato, anche perchè sia i dati delle partite correnti relative, sia gli indicatori dei cambi reali, indicano  fortemente improbabile una svalutazione dell’eventuale nuova valuta nei confronti del dollaro, mentre lo renderebbe molto probabile nei confronti dell’euro. Forse la base dell’apertura ai titoli in valuta è proprio questa. 

Quindi la scelta, di per se, può non essere sbagliata se:

• le previsioni sono per un rafforzamento dell’euro sul dollaro;

• la quota in valuta viene mantenuta limitata (sotto il 10% del PIL);

• se la sua gestione è mantenuta molto flessibile, con gestione di riacquisti in caso di indebolimento del dollaro;

• se è possibile tutelare il rischio del cambio con strumenti adeguati.

Quest’ultimo punto rimanda al mio timore principale sulla decisione: il ruolo delle banche d’affari. Se un’eventuale copertura del rischio di cambio fosse demandata ai soliti derivati il timore è che questi non siano conclusi nell’interesse della limitazione del rischio, ma delle banche partecipanti. Gli scandali sui derivati sono stati all’ordine del giorno nelle nostre amministrazioni, sia locali, sia centrali e sinceramente non vorrei che tutto questo discorso sui titoli in valuta fosse solo un modo per far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, cioè dei lauti guadagni immeritati per i soliti noti.